L'attività mineraria

La Società Anonima Bresciana Cave Combustibili
La Società mineralogica costituitasi a Brescia in ordine al progetto del 28 luglio 1864 definita provvisoriamente «Società Carbonifera di Mezzolombardo», venne istituita con Decreto del Re d’Italia Vittorio Emanuele II il 20 agosto 1867 con la denominazione sociale di «Società Anonima Bresciana Cave Combustibili Fossili, Schisti bituminosi, ed Olii della Lombardia, della Venezia e del Tirolo».
La società stabilì la sua sede principale in Brescia e il suo scopo, come si legge nello statuto,

Art. 3 Scopo della Società è la coltivazione ed utilizzazione delle cave di carbon fossile, di lignite, di torba ed altri combustibili fossili, degli schisti bituminosi e di tutti i giacimenti oleiferi. La Società però si riserva di estendere le sue operazioni anche ad altri rami dell'industria montanistica mediante apposite deliberazioni sociali, e l'autorizzazione governativa.


La ditta, rappresentata dal ragionier Giacomo Cattaneo, essendo italiana e quindi straniera per la Monarchia austro-ungarica, dovette dichiarare di uniformarsi alle leggi generali montanistiche del Tirolo. L'Autorità montanistica era l'organo che rilasciava le concessioni minerarie e che esercitava ogni controllo sopra di esse; tra le norme della Legge vi era quelle che prevedeva che il possessore di miniere, il quale non dimorava nel Distretto in cui sorgevano (e a maggior ragione se era straniero), era obbligato a nominare un rappresentante dimorante nel distretto. È così che il 15 marzo 1870, attraverso la Commissione Amministratrice della Società, nominò il Signor Melchiori Felice di Giovanni Antonio di Tuenetto rappresentante della società "negli imperiali regi stati Austro Ungarici” in ogni e qualunque evenienza. In particolare gli conferì la facoltà di sorvegliare l’andamento dei lavori delle Miniere di assumere o dimettere lavoratori, di tenere i registri delle entrate e delle uscite, di acquistare e vendere cose mobili ed immobili stabilendone i prezzi per conto dell’azienda. L’azienda elesse il proprio domicilio nell’Impero Austro-ungarico presso l’abitazione di Melchiori Felice al civico numero 15 di Tuenetto.

L’impresa bresciana, che a quel tempo produceva petrolio per illuminazione, ebbe vita breve e soltanto tre anni dopo, nel 1874, cessò l’attività “per mancanza di mezzi onde arrivare allo scopo che si era prefissa” come risulta dall’avviso del 23 settembre 1870 della commissione liquidatrice pubblicato in un giornale locale di Brescia. Sulle cause vere che determinarono l’interruzione dell’impresa lombarda, null'altro si è potuto conoscere.

Sul «Bollettino del Consiglio Provinciale dell'Agricoltura» nel numero dell'anno 1923 a pag. 135 si legge: "Da lungo tempo questi schisti erano conosciuti agli abitanti del luogo che li adoperavano come combustibile per le loro stufe. Ricordi di lavori di estrazione risalgono al XVII secolo".
La notizia va accolta con prudenza, poiché, per quanto tramandato dalla memoria locale, nella Pieve di Torra non si è mai riscontrato l’uso degli scisti come combustibile.


Il professor Iginio Conci, annota nei suoi appunti che a dirigere i lavori minerari per conto della società bresciana fu l’ingegner Roberto Mackenzie che alloggiò a Mollaro presso la sua casa avita e che “verso il 1890 il contabile cassiere dell’impresa fuggì con la cassa, e la ditta andò in fallimento”.



La Società Anauniese Miniera san Romedio
L’attività della miniera riprese nel 1912 per iniziativa della Società Anauniense Miniera San Romedio, con sede a Taio e rappresentata dall’ingegner Edoardo Oberosler, che affidò a diversi esperti il compito di studiarne le possibili modalità di sfruttamento. La concessione governativa comprendeva l’intera sponda sinistra del fiume Noce, dalla Rocchetta fino alla Valle di San Romedio, da cui la miniera prese il nome, estendendosi su una superficie di circa 2.000 ettari.

A proposito del progetto di sfruttamento della Miniera, nell'edizione 1913 di Strenna Trentina a pag.70 si legge:

«Vicino a Tuenetto il torrente [Panaròta], scorre in un burrone che si risolve poi in una valle che va sempre più allargandosi e sbocca giù a mezzodì in quella ove scorre la Pongaiola che porta, come si è detto, il suo tributo al Noce. In vicinanza del burrone c’è un luogo argilloso, paludoso, coperto da cannucce. Il materiale che vi si scava, in forma di piastre nere, è tutto composto di una sostanza melmosa che emana un leggero puzzo di petrolio, e, accesa, arde. Perciò gli abitanti di Tuenetto, credendo giustamente che questo dovesse essere un luogo petrolifero, chiamarono, molti anni orsono, una compagnia italiana, che cominciò a far scavare dei pozzi e delle gallerie, ma senza successo sodisfacente. Gl’ingegneri, esaminata più minutamente la cosa, conchiusero che, per trovare i depositi ricchi di petrolio, bisognava scavare dei pozzi, che arrivassero fino al livello del Noce. La compagnia allora scoraggiata levò le tende e gli abitanti dei paesi vicini, che credevano d’aver scoperto l’America, rimasero delusi.»

Lo sfruttamento vero e proprio della miniera ebbe inizio nel 1914. Il 18 maggio di quell’anno, Edoardo Oberosler informò ufficialmente il Comune di Tuenetto che la società da lui legalmente rappresentata «sta facendo i passi per la costituzione di una nuova società per lo sfruttamento della Miniera». Prima di avviare l’attività industriale, che avrebbe riguardato l’estrazione di oli minerali dagli schisti, la Miniera San Romedio ritenne opportuno chiarire preventivamente le spese da sostenere, in particolare quelle legate all’occupazione dei terreni, di proprietà comunale, sui quali sarebbe sorto lo stabilimento, nonché l’entità della sovraimposta comunale. Con una delibera datata 19 maggio 1914, contenente «ridotti emendamenti», il Comune di Tuenetto accordò «...alla Società Anauniese «Miniera San Romedio» l’uso del suolo designato per l’impianto rispettivamente per la costruzione del fabbricato industriale colla necessaria limitata adiacenza nella particella fondiaria 643 di proprietà del Comune di Tuenetto, e parimenti l’uso del piazzale già attualmente dalla stessa società occupato nella particella fond. 644 [...]. Il definitivo collaudo della distilleria fu effettuato dall’apposito commissorio sabato 30 gennaio 1915 ad ore 9 antimeridiane».
Il 14 settembre dello stesso anno una commissione appositamente incaricata effettuò un nuovo sopralluogo sui terreni interessati dalla scoperta del giacimento di scisti bituminosi. Qualche mese più tardi, il 3 marzo 1915, il Capitano montanistico dottor Canaval rilasciò la concessione dei campi minerari «Emilia» e «Maria» agli imprenditori Ugo Hofer negoziante a Innsbruck, Edoardo Job ingegnere nella stessa città, Edoardo Oberosler costruttore abitante a Taio e Felice Widmann, impresario di Mollaro, che perderà tragicamente la vita il 21 agosto 1918 in un incidente stradale avvenuto proprio a Mollaro.

Allo scoppio del primo conflitto mondiale l’autorità militare austriaca, giacché il petrolio e i suoi affini erano divenuti merce rara e preziosa, condusse la miniera per conto proprio. La produzione si limitò a ricavare olio greggio per la cura delle malattie della pelle dei muli e dei cavalli dell’esercito. Resta ignoto il destino della «Società Anauniese Miniera San Romedio».

Tra le due guerre
Finita la prima guerra mondiale, e dopo alterne vicende, la gestione della Miniera fu assunta dalla Banca Industriale di Trento. Nel 1925 si realizzò il forno per la produzione di calce idraulica, la cui produzione iniziò l'anno successivo. Non si hanno altre notizie certe sulle sorti della Miniera fino al 1927.

La società "Miniera di S. Romedio"
La società "Miniera di S. Romedio" viene costituita il 18 marzo 1927 con rogito del notaio Federico Guasti, come documentato nelle Notizie statistiche sulle Società italiane per azioni del 31 agosto 1934. La governance appare da subito fortemente accentrata nelle mani di Scavini Valerio in qualità di amministratore unico, affiancato dai sindaci Gaetano Bazzani (ingegnere), Simone Gaggia (professore) e Antonio Mengoni (dottore). Lo statuto prevede un riparto degli utili netti che destina il 5% alla riserva legale, il 10% all'amministratore e l'85% agli azionisti.
Tuttavia, i dati di bilancio descrivono una situazione critica e una cronica crisi finanziaria, con perdite costanti registrate dal 1927 al 1933. Per evitare il fallimento, gli amministratori si trovano a gestire una complessa manovra a "fisarmonica" sul capitale sociale, inizialmente fissato a Milano a 1.000.000 di lire: questo viene prima quadruplicato a 4.000.000 (aprile 1928), poi drasticamente svalutato a 800.000 lire (dicembre 1928), incrementato a 1.500.000 lire (marzo 1933) e infine ridotto nuovamente a 800.000 lire nel marzo 1934 per coprire i passivi accumulati. Nel mezzo di questa tempesta finanziaria, il 28 marzo 1930 la sede legale viene trasferita da Milano a Trento, una scelta strategica mirata a radicare la direzione direttamente sul territorio produttivo.

Dalla minuta di una lettera datata 21 novembre 1927 e indirizzata ad un «Colonnello» non meglio identificato (conservata dall'archivio Chini geom. Corrado), si ricava seppur indirettamente, la situazione politico-economica della San Romedio: la lettera mostra come la Miniera esercitasse una pressione per ottenere dallo Stato sostegno contro la concorrenza estera, soprattutto tedesca, nel settore della Ittiobenzina. L’azienda si presenta come industria strategica per la difesa nazionale, poiché dai giacimenti del Cirò ricava prodotti (denaturante per l’alcool di Stato, carburanti, medicinali, oli e coloranti) che altrimenti verrebbero importati. Chiede allo Stato di accettare il prezzo di 8 lire al chilo per l’Ittiobenzina, sostenendo che ciò non comporterebbe maggiori costi complessivi e permetterebbe di evitare la chiusura, dovuta ai debiti, e di proseguire ricerche considerate strategiche. Accusa inoltre le imprese tedesche di concorrenza sleale (dumping) e di voler eliminare quella italiana. Conclude chiedendo una protezione temporanea, avvertendo che la chiusura dell’impianto favorirebbe un monopolio estero e comporterebbe in futuro costi più alti per lo Stato.


Comunque l'attività della Miniera tra le due guerre mondiali continuò soprattutto nel settore della chimica, ma senza tralasciare la produzione di calce idraulica.
È datata 18 aprile 1928 la domanda di registrazione della specialità farmaceutica Eudermina (l'ittiolo, nel tempo noto commercialmente anche col nome di BIASOL) la pomata a base di solfoittiolato d'ammonio (70%) e glicerina (30%) indicata per le malattie della pelle.

Un preciso resoconto dell’assetto industriale della Miniera San Romedio ci viene offerto dal dottor Felice Zunino in un articolo pubblicato nel febbraio 1937 sulla rivista «L’Industria Mineraria d’Italia e d’Oltremare». Da quella relazione emerge che la S.A. Miniera San Romedio disponeva di due concessioni minerarie in località Cirò, estese su una superficie complessiva di circa 360.000 metri quadrati, oltre a permessi di ricerca nei comuni confinanti per un totale di duemila ettari.
Il banco in coltivazione era attraversato da oltre cinque chilometri di gallerie, mentre lo spessore del minerale utile variava dagli 80 centimetri fino a raggiungere i due metri e mezzo. La relazione di Zunino fornisce inoltre una dettagliata classificazione geologica del giacimento di scisti di Tuenetto, ricordando come già nel 1912 il deposito fosse stato oggetto di studi approfonditi, che ne avevano dimostrato l’affinità con i giacimenti di Seefeld e quelli dell'area di Achensee, luoghi del Tirolo austriaco vicini a Innsbruck.

Il processo di produzione
Le attività svolte nello stabilimento della Miniera San Romedio possono essere così riassunte:
La materia prima utilizzata per le produzioni erano, appunto, gli scisti bituminosi il cui ammasso, nella montagna a est di Tuenetto, fu valutato a molti milioni di tonnellate.
Lo scisto veniva estratto mediante martelli pneumatici azionati ad aria fornita da compressori e distribuita per una decina di chilometri nelle gallerie di estrazione. Il minerale escavato veniva trasportato su carrelli fino al piano inclinato che portava al frantoio.
Una volta frantumato il materiale veniva caricato nelle tramogge dei forni (otto forni a storte, di tipo scozzese, che sottopongono il materiale a temperature fino a circa 500°).
Il rosticcio dopo un ulteriore processo di cottura, veniva macinato, insaccato e venduto nella zona come calce idraulica di ottima qualità.
I vapori convogliati nei condensatori ad acqua, trascinati da otto aspiratori erano inviati a due scrubbers ove avveniva il lavaggio con l’olio grezzo stesso.
Due aspiratori riprendevano i gas incondensabili che venivano spinti alla base dei forni per alimentare la distillazione.
L’olio greggio veniva fatto affluire in vasche di decantazione ove veniva depurato delle acque ammoniacali, (per le quali non era conveniente l’utilizzo) e successivamente spinto mediante pressione nelle storte di prima distillazione.
Le storte venivano scaldate a fuoco e da esse si ricavavano gli oli leggeri che servono alla preparazione del denaturante dell’alcol (alcole, frazioni bollenti fino a 230°) e gli oli medi per solfonazione, destinati alla fabbricazione del solfoittiolato di ammonio (il celebre ittiolo).
L’olio rimasto in caldaia passava alle autoclavi di kraking dove alla pressione di 7 kg./cmq. avveniva la piroscissione che dava quantitativi di oli leggeri per ittiobenzine, oli medi e bitumi (una parte dei quali tirata a secco serviva per la produzione di vernici antiruggine).
Dalla prima distillazione si otteneva una frazione di olio leggero che veniva sottoposta a successivi trattamenti di purificazione. In particolare, il trattamento con acido solforico serviva a eliminare le impurità e a migliorarne l’odore, mentre il successivo lavaggio con soda caustica permetteva di neutralizzare i residui acidi e completare la purificazione. Il prodotto finale, decolorato e filtrato, veniva quindi ceduto allo Stato per la preparazione di diverse miscele denaturanti dell’alcol.
Il bitume secco, la frazione più densa e viscosa dello scisto, veniva addizionato a solventi vari per renderlo più fluido e lavorabile, quindi filtrato ai filtrapressa per rimuovere le impurità solide, ottenendo così un prodotto limpido e uniforme, che veniva utilizzato come vernice protettiva.
Gli oli già purificati e lavati, cioè privi di impurità e acqua (per solfonazione), venivano trattati a caldo con oleum solforico e poi con ammoniaca, e infine concentrati fino a ottenere circa il 70% di sostanza solida, pronta per l’uso (secco).
Il solfoittiolato di ammonio grezzo veniva prima purificato nei dializzatori, riducendo le impurità a meno del 2%, e successivamente concentrato fino a ottenere circa il 55% di sostanza secca. Il prodotto finale, conforme alla Farmacopea Ufficiale (F.U.), serviva come base per la produzione di diverse specialità medicinali e prodotti per uso veterinario da parte della San Romedio.
La capacità dell’impianto del solfoittiolato, unico in Italia, è di oltre 1000 quintali annui, quantitativo che solo in minima parte veniva venduto in patria.

Dal diagramma tracciato dal dottor Zunino si può capire quanto fosse articolata la produzione della Miniera San Romedio. Oltre alla calce idraulica, nello stabilimento si producevano prodotti per la denaturazione dell’alcol, preparati per uso veterinario, bitumi solidi e liquidi, solventi e vernici antiruggine. Tra i prodotti più noti figurava l’ittiolo (solfoittiolato di ammonio conforme alla Farmacopea Ufficiale), insieme al solfoittiolato secco e a numerose specialità medicinali derivate da quest’ultimo.

Durante gli anni tra le due guerre la Miniera rappresentò un’importante risorsa dal punto di vista occupazionale (la maggior parte dei minatori proveniva dalla Pieve di Torra; stimati e ben voluti capi cantiere furono Edoardo Coletti detto «Lallo» e Mario Chini «Colodét») entrambi di Torra.
Vale la pena ricordare che, prima di utilizzare gli scisti cotti per la produzione di calce il materiale di scarto veniva riversato nel Rio Tuenetto. Con il passare del tempo, questi accumuli finirono per creare il piano sul quale oggi corre la strada provinciale 13 della Predaia, che allora seguiva un tracciato diverso e attraversava direttamente l’area dello stabilimento.

La seconda guerra mondiale e il primo dopoguerra

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, l’Istituto Nazionale per le Ricerche, finanziò varie trivellazioni nel circondario dello stabilimento allo scopo di ricercare il petrolio, materia prima di importanza strategica, ma le ricerche diedero esito negativo.

Negli anni Sessanta del Novecento l’ENI ripeté trivellazioni esplorative a Mollaro nell’ambito delle ricerche di idrocarburi e sostanze bituminose nel bacino trentino. Le ricerche, tuttavia, anche quella volta, non portarono a risultati economicamente significativi, e non si sviluppò alcuna attività estrattiva stabile su scala industriale. Le trivellazioni rimasero quindi episodi esplorativi legati alla fase di espansione e ricerca energetica dell’ENI nel secondo dopoguerra.


Nell’ottobre del 1943 la Miniera fu dichiarata dall’autorità dell’«Alpenvorland» azienda protetta e militarizzata e le maestranze erano esenti dal richiamo alle armi. In quegli anni vennero costruiti gli impianti per la distillazione dell’olio grezzo per la produzione di benzina che veniva ceduta alla Wehrmacht.

Dopo il 1945, il mutato valore commerciale delle produzioni e l’aumento dei costi di estrazione e lavorazione portarono alla progressiva cessazione dell’attività della Miniera San Romedio. Determinanti furono le difficoltà di mercato e soprattutto il regime fiscale gravante sugli oli ricavati, equiparati ai prodotti petroliferi e soggetti all’imposta di fabbricazione. Il Direttivo fu costretto a richiedere un prestito per poter proseguire l’attività e garantire i posti di lavoro e per questo il si rivolse alla politica, chiedendone l’intervento.
Con la lettera del 20 dicembre 1947 chiede l’intervento dell’onorevole Danilo Paris per ottenere un prestito di 10 milioni, richiesto alla Sezione Credito per le piccole e medie industrie tramite la Banca Nazionale del Lavoro.
L’azienda stava attraversando un periodo di crisi: aveva sospeso l’attività dello stabilimento e posto in cassa integrazione gran parte dei 95 operai (75), ma avrebbe potuto riprendere immediatamente la produzione qualora avesse ottenuto la liquidità necessaria. La difficoltà contingente non risiedeva tanto nella mancanza di mercato quanto nell’assenza di capitali per produrre e immagazzinare la calce idraulica, prodotto a vendita stagionale (da aprile in poi).
Il problema principale riguardava però la tassazione sugli olii di scisto: l’elevato costo di produzione, aggravato dalle imposte di fabbricazione, dall’aumento fiscale del 1947 e dall’abolizione del premio di produzione, rendeva l’attività economicamente insostenibile. L’azienda sosteneva che tali olii, più costosi da produrre e non assimilabili ai comuni carburanti, venivano ingiustamente tassati nella stessa misura del petrolio e chiedeva quindi l’esenzione totale dalle imposte di fabbricazione e vendita.
Si argomentava inoltre che, in assenza di interventi, si sarebbe compromessa un’industria nazionale nascente, con perdita di posti di lavoro, riduzione del gettito fiscale e maggiore dipendenza dalle importazioni.

Dalla situazione descritta nell’istanza rivolta all’onorevole Paris si comprende come l’attività chimica (produzione di ittiolici e ittiobenzine), della Miniera si avviasse ormai inesorabilmente alla conclusione, per concentrarsi esclusivamente sulla produzione di calce idraulica. Con l’avvio della ricostruzione dopo le distruzioni della guerra, il fabbisogno di calce crebbe rapidamente e, per ottenere il minerale necessario, di lì a pochi anni, le autorità competenti autorizzarono l’apertura di scavi a cielo aperto nella zona del Cirò, non senza polemiche e contenziosi con il Comune di Taio.

In uno scritto pubblicato su «Studi Trentini di Scienze Naturali» (1961, pp. 17–33), il geologo Andrea Fuganti, che indagò a lungo sugli scisti di Tuenetto, evidenziò la presenza di uranio (0,01% U₃O₈) e di altri elementi tipici dei giacimenti uraniferi sedimentari. Non enfatizzò un possibile interesse estrattivo, ma sottolineò il rilievo scientifico di tale presenza, ritenendola sufficiente a giustificare una nuova classificazione degli scisti di Tuenetto come «uraniferi», inserendoli nel più ampio quadro dei giacimenti sedimentari a mineralizzazione diffusa.
È doveroso ricordare che dalle misurazioni effettuate è emerso come lo scisto bituminoso presenti una radioattività almeno tripla rispetto a quella della roccia incassante: in quest’ultima sono stati registrati valori costanti di 2–3 impulsi al secondo, mentre sullo scisto bituminoso i valori hanno sempre raggiunto e spesso superato i 10 impulsi al secondo. Ciò nondimeno, sulla base di tali dati non è possibile parlare di una pericolosità certa per la salute; si può piuttosto affermare che lo scisto risulta significativamente più radioattivo della roccia circostante.


La cava sul Cirò

Le difficoltà strutturali delle vecchie gallerie, unite all’esigenza di garantire continuità e sostenibilità economica all’attività dello stabilimento, resero inevitabile per la Miniera di San Romedio il ricorso alla coltivazione a cielo aperto, soluzione che permetteva di operare in maggiore sicurezza e, al tempo stesso, di valorizzare anche i materiali di copertura trasformandoli in prodotto utile. Una cava a cielo aperto che interessò un terreno in uso civico a Mollaro, dando origine a un contenzioso con il Comune di Taio che amministrava i beni della frazione.
La Miniera, dapprincipio, aveva iniziato le trattative per acquistare la particella o permutarla con altro terreno e trovando un sostanziale accordo con il rappresentante di Mollaro, Prantil Ottavio, ma la nuova amministrazione comunale eletta nell'aprile del 1952 cambiò posizione contestando l'escavazione, pretendendo elevati risarcimenti da calcolare in base al materiale estratto e chiedendo pertanto l'immediato fermo dei lavori.
A propria difesa, la Miniera richiamò la Legge mineraria del 1927, secondo cui il concessionario ha diritto di utilizzare anche i minerali associati alla concessione (il materiale di copertura degli scisti); l’attività deve essere mantenuta in esercizio e in condizioni di sicurezza; il proprietario del fondo non può opporsi agli interventi necessari, avendo diritto unicamente al risarcimento dei danni; inoltre, trattandosi di attività di pubblica utilità, essa può essere oggetto di espropriazione.
Conseguentemente, la Miniera sostenne le seguenti tesi: lo scavo è necessario per garantire la sicurezza e la continuità della concessione; tale attività costituisce un obbligo di legge e non un abuso; il Comune ha diritto soltanto a un risarcimento contenuto, in quanto il terreno è ripido e poco produttivo; bloccare i lavori significherebbe, infine, determinare la chiusura della Miniera e il licenziamento di 35 operai.
A questo punto il Comune contestò alla Miniera San Romedio di sfruttare la concessione mineraria per produrre calce idraulica anziché oli minerali, sostenendo quindi che il minerale estratto sarebbe diverso da quello previsto dall’autorizzazione.
La Miniera rispose a sua volta che l'affermazione è del tutto infondata: il minerale estratto oggi è lo stesso calcare previsto dalla concessione, solo leggermente meno impregnato di idrocarburi, come confermano numerosi studi geologici. Inoltre la concessione non limitava la Miniera alla sola produzione di olio, ma consentiva anche l’utilizzo del minerale come combustibile per la calce, secondo le esigenze di mercato. La produzione di calce idraulica, in effetti, non era una novità, bensì la prosecuzione di un’attività già avviata negli anni Venti (1926).
I lavori di escavazione a cielo aperto, contestati dal Comune, rientravano in un programma necessario per garantire la coltivazione sotterranea e la sicurezza dei lavoratori; è anche vero che i proprietari dei terreni avevano il diritto esclusivo di un risarcimento.
E qui, con tono fortemente polemico, la Miniera denunciò un atteggiamento discriminatorio del Comune, che sosteneva altre industrie locali (con terreni, mutui e servizi) e ostacolava la Miniera San Romedio. In sintesi, il minerale è conforme, la produzione legittima e storica e i lavori pienamente rispettosi della legge. La lettera di difesa si conclude con una critica al Comune, cui si rimprovera di non aver considerato adeguatamente l’importanza occupazionale della Miniera e i posti di lavoro garantiti a numerosi operai.
Come andò è noto: la vistosa breccia sul Cirò, prodotta dalla cava a cielo aperto, entrò a far parte del paesaggio per diversi decenni.

Tra il 2025 e il 2026, l’area un tempo occupata dalla cava ha visto sorgere nuovi edifici a servizio di Trentino Datamine, segnando l’ultima trasformazione di questo sito.


In quegli stessi anni la gestione della fabbrica era passata alla famiglia Moretti, originaria del Bergamasco; Mario Moretti ne assunse la direzione, mentre il figlio Giammario ricopriva il ruolo di capo cantiere. In quella fase era ormai stata fortemente ridotta la produzione di olii minerali e l’attività si concentrava quasi esclusivamente sulla calce idraulica, che, come sosteneva l'azienda, era di ottima qualità che univa un'elevata resistenza meccanica, ideale per il consolidamento strutturale, una buona plasticità e lavorabilità, che garantivano una malta pastosa e ben aderente. La sua naturale porosità, inoltre, assicurava traspirabilità e corretto passaggio del vapore acqueo.
E tuttavia, ancora il 28 settembre 1956, la Miniera di San Romedio presentava un’istanza per ottenere l’esenzione dalla tassazione sulla fabbricazione dei suoi olii di scisto a conferma di un persistente interesse verso quella produzione. Non si è reperita la documentazione relativa alla risposta all’istanza, ma è certo che la produzione di olio destinato all’uso farmaceutico cessò rapidamente.

S.I.C.A.R., Tassullo e Gruppo Miniera San Romedio

Nei primi anni Settanta del Novecento, la Miniera San Romedio cambiò nuovamente proprietario, passando all’impresa bolzanina S.I.C.A.R. di Valenti Paolo. L’attività continuò con la tradizionale produzione di calce idraulica, affiancata dall’avvio della realizzazione e del confezionamento di intonaci premiscelati, a testimonianza di un tentativo di adeguarsi ai nuovi tempi. In quegli anni lo stabilimento era guidato da Giulio Zeni, originario di Mezzocorona, che con la sua famiglia abitava presso lo stabilimento, condividendo quotidianamente la vita della Miniera.
Sono gli anni in cui nonostante l'assiduo impegno, cominciò a manifestarsi un lento ma progressivo declino: le commesse di calce cominciarono a diradarsi, anche il numero degli addetti diminuì e l’attività perse gradualmente la centralità che aveva avuto in precedenza. Dopo questo periodo di incertezza, la Miniera fu infine acquisita verso i primi anni novanta del Novecento, dallo storico marchio noneso «Tassullo S.p.A.», aprendo così una nuova fase della sua lunga vicenda industriale.
La Tassullo S.p.A. rilanciò l’attività, affiancando alla produzione di calce anche quella delle malte pronte per intonaci, trovando stabilità e buon rendimento. Tuttavia, dopo diversi anni di buon andamento, sopraggiunsero difficoltà di mercato che condussero al fallimento dell’azienda; nel 2018 essa venne rilevata da una cordata di imprenditori locali guidata da Covi Costruzioni.
Il gruppo si aggiudicò il pacchetto azionario attraverso una gara pubblica d’appalto con un’offerta di 5 milioni e 945 mila euro, comprendente gli stabilimenti di Tassullo e Tuenetto, le cave di Pozzelonghe e Bouzen a Vervò, e i contratti dei dipendenti ancora in forza alla Tassullo Materiali.
Oggi, sotto la nuova denominazione «Gruppo Miniera San Romedio», continua la lunga vicenda industriale della Mina, con un’attività focalizzata sulla produzione di materiali per l’edilizia, il restauro e il recupero dell’edilizia di pregio, portando avanti un’eredità che affonda le radici in oltre un secolo di storia mineraria.

Ancora da approfondire...
Dal 1912 fino ai giorni nostri la Miniera di San Romedio (MSR) ha conosciuto numerosi passaggi di proprietà; tuttavia, allo stato attuale delle ricerche, non è stato possibile ricostruirne con precisione tutte le fasi. Dalle memorie di Iginio Conci emerge la seguente successione.
Dopo la sfortunata parentesi ottocentesca della Società Anonima Bresciana Cave Combustibili, l'attività estrattiva ripartì nel 1912. A guidare la nuova proprietà fu l'ingegner Edoardo Oberosler.
Nel 1919 lo stabilimento era diretto dall’ingegner Lanzingher, coadiuvato dal nipote Sandrino Pironti; gli succedette l’ingegner Mazzurana, che fu anche Podestà del Comune di Taio. Successivamente, in circostanze non del tutto chiarite, la direzione passò all’ingegner Moizio e quindi all’ingegner Noera.
Durante la Seconda guerra mondiale, nel 1943, l’Autorità dell’Alpenvorland dichiarò la Miniera azienda militarizzata. Nel dopoguerra la fabbrica fu guidata dall’ ingegner Babboni che, intorno al 1950, lasciò la direzione alla famiglia bergamasca dei Moretti.
Negli anni Sessanta la gestione passò alla società bolzanina SICAR, la quale negli anni Ottanta cedette la proprietà alla Tassullo S.p.A. In seguito a difficoltà economiche, la Tassullo fallì e la Miniera fu rilevata dal Gruppo Miniera San Romedio, che ne detiene tuttora la proprietà.

In assenza di una documentazione ufficiale che ne comprovi i fatti, la ricostruzione storica si affida esclusivamente alla memoria orale. Spetterà a future ricerche archivistiche il compito di delineare con esattezza le vicende societarie della Miniera San Romedio.




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1915 Progetto di coltivazione della Miniera (Arch. Studio Tecnico Chini geom. Corrado).

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Il complesso industriale della Miniera prima del 1923 (Bollettino CPA 1923).

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La Miniera san Romedio negli anni 30 del novecento

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La Miniera e sullo sfondo il paese di Mollaro

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La Miniera e Tuenetto in cartolina

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1955 Planimetria degli impianti della Miniera San Romedio
(Arch. Studio Tecnico Chini geom. Corrado)

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Anni '30 - Si noti che la strada per Vervò attraversava il complesso industriale

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Busta paga del 1944

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I carrelli su rotaia trasportavano il materiale dal Cirò allo stabilimento a valle

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Interno del laboratorio chimico della Miniera San Romedio
(Arch. Studio Tecnico Chini geom. Corrado)

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In questa pianta è rappresentata la consistenza degli edifici del complesso industriale MSR:
Gli edifici sono distinti come segue:
– in grigio chiaro, gli edifici presenti nel 1955 e tuttora esistenti;
– in azzurro, gli edifici presenti nel 1955 ma oggi scomparsi;
– in nero, la situazione attuale, comprensiva delle porzioni in demolizione (2025).
(Arch. Studio Tecnico Chini geom. Corrado).

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Consistenza del complesso industriale (in azzurro) della MSR ante 1955
(Arch. Studio Tecnico Chini geom. Corrado).

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1970 - Giulio Zeni capocantiere della Miniera san Romedio con alcuni operai

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Pranzo sociale con il titolare(?) della SICAR proprietaria della Miniera

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A sinistra Franco Zeni

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2016 La Miniera san Romedio