Secondo gli antropologi, il «Trato Marzo» si ricollega alle festività dell'antica Roma celebrate nei primi giorni di marzo, mese che segnava l'inizio dell'anno romano. Consuetudine diffusa fino agli anni '40 del Novecento, con qualche sporadica eco nei due decenni successivi, questa tradizione è oggi quasi del tutto dimenticata, se non per rari frammenti che affiorano ancora nella memoria degli anziani. A causa della sua natura scherzosa, irriverente e talvolta persino offensiva, nel XVII secolo le autorità giudiziarie ne ordinarono il divieto; nonostante la censura, l'usanza riuscì a resistere per secoli, scomparendo solo in tempi recenti, almeno nell'area della Pieve di Torra. L'usanza si svolgeva secondo un rituale preciso: nei primi tre giorni di marzo, i giovani di Tuenetto si radunavano sul «Dos del Plazón» per annunciare i futuri fidanzamenti, fossero essi autentici, potenziali o, più spesso, puramente goliardici. Ad animare la chiassata erano solitamente i coscritti, per i quali il «Trato Marzo» rappresentava un vero e proprio rito di passaggio dall'adolescenza all'età adulta. Affinché le strofette canzonatorie giungessero distintamente agli abitanti del paese, i giovani utilizzavano come megafono la «lóra», il grande imbuto usato per il travaso del vino, trasformando così un oggetto quotidiano in uno strumento di comunicazione festosa. Il rito diventava così l'occasione ideale per congedarsi dal lungo inverno e salutare l'arrivo dell'imminente primavera.
Il Trato Marzo
La cantilena che veniva declamata a gran voce e nella quale erano inseriti di volta in volta i vari candidati morosi, a Tuenetto era la seguente (parole raccolte dalle testimonianze degli vecchi del paese):
Trato marzo su sta tèra
a maridar ca puta bèla...
ma ci èla ci nó èla?
L’è la Ziza la pù bèla…
a cì la dénte a cì nó la dénte?
Gé la dén a chél Bepino,
déntela, déntela che l’è ‘n bèl par!
Confrontando i testi in uso in altri villaggi trentini le parole usate sono sempre le stesse salvo qualche piccola variazione.