Tradizioni dell'anno liturgico Si può dire che l’insieme delle usanze e dei riti delle nostre comunità sia tradizionalmente legato alla religione cattolica romana. Ancora oggi la vita comunitaria è in parte scandita dalle festività dell’anno liturgico, che celebra la vita di Gesù nell’arco di un intero anno. Tuttavia, questo legame appare oggi sempre più flebile, poiché la secolarizzazione della società sta gradualmente trasformando tali ricorrenze in momenti di svago o di consumo, privandole del loro originario vigore spirituale. L’anno liturgico è così composto: 1) - AVVENTO che è il tempo dell’attesa durante il quale si celebra la venuta di Gesù, in vista del Natale che è il tempo che ha inizio la sera del 24 dicembre e si conclude la domenica dopo l’Epifania. 2) - Il tempo successivo all’Epifania rientra nel cosiddetto TEMPO ORDINARIO, ovvero tutti quei periodi dell’anno liturgico durante i quali non si celebrano feste di particolare rilevanza. Il Tempo Ordinario è diviso in due distinti periodi:
a. Il primo va dal lunedì dopo la domenica del Battesimo di Gesù (ovvero la domenica dopo l’Epifania), all’inizio della Quaresima (Mercoledì delle ceneri); b. Il secondo che va dopo Pentecoste e fino al successivo tempo di Avvento.
3) - La QUARESIMA dura quaranta giorni e precede la celebrazione della Pasqua. Inizia il Mercoledì delle Ceneri e si conclude il Giovedì Santo. La Quaresima si protrae per cinque domeniche, la sesta dà inizio alla Settimana Santa e prende il nome di Domenica delle Palme e della Passione del Signore. 4) - Il TEMPO DI PASQUA comincia con la Veglia Pasquale alla fine della Quaresima. La Pasqua festeggia il trionfo di Gesù Cristo sulla morte. Il Tempo di Pasqua è un periodo di cinquanta giorni e dura fino a Pentecoste. 5) - Come già specificato, dopo la Pentecoste inizia il secondo periodo del TEMPO ORDINARIO nel quale si celebrano due solennità: SS.Trinità la prima domenica dopo Pentecoste e il Corpus Domini la seconda domenica dopo Pentecoste. Il tempo ordinario termina con il successivo Avvento. USANZE E TRADIZIONI DELL'AVVENTO, NATALE, CAPODANNO ED EPIFANIA Tra quelle di questo periodo, la prima è l’usanza della corona d’Avvento, originaria dei paesi germanici e diffusa nel resto d'Europa dopo il 1945, la corona d'Avvento è ormai una tradizione radicata anche nella Pieve di Torra, dove viene utilizzata sia nelle celebrazioni religiose sia nelle case, spesso legata a iniziative di beneficenza. Molto sentita, seppur non strettamente religiosa, è la tradizione di Santa Lucia. Nella notte tra il 12 e il 13 dicembre, i bambini preparano ancora sale e semola sui balconi per ristorare l'asinello di Santa Lucia, anche se oggi la festa vive soprattutto nelle piazze grazie alle associazioni locali, che distribuiscono dolci con figuranti e asinelli. Un tempo l'atmosfera era più soffusa: i ragazzi più grandi correvano per le strade suonando campanelli per simulare l'arrivo della Santa, spingendo i più piccoli a correre a letto per sognare i doni in arrivo. Il Natale resta la ricorrenza più attesa, sebbene oggi sia vissuta con una sensibilità diversa: se un tempo era un giorno dedicato esclusivamente alla preghiera e ai riti domestici, oggi è scandito dallo scambio dei regali e da una partecipazione religiosa talvolta meno sentita. Fino alla metà del secolo scorso, la tradizione prevedeva la celebrazione di tre messe, con la prima officiata alle cinque del mattino in sostituzione di quella notturna. Per la comunità di Tuenetto, i punti di riferimento erano le parrocchiali di Torra e, in seguito, di Mollaro. L'usanza di assistere alla liturgia, sia della Notte che del Giorno, rimane tuttora viva; tuttavia, la Messa della Notte (Messa di Mezzanotte) viene oggi celebrata a Torra o, a causa della carenza di sacerdoti, nei centri più grandi come Taio, Tres e Vervò. In passato, come oggi, il segno principale della festa è l'allestimento del presepe e, specie negli ultimi decenni, l’usanza di addobbare l'abete. L'albero si allestisce sia nella piazza che in ogni casa. A Tuenetto da parecchi anni si appronta il presepe sotto l'albero in piazza. Solo con il benessere diffuso è maturato il gusto di collegare delle luminarie ai lampioni della via principale del paese, a carico del Comune. Fino alla metà del secolo scorso dopo aver assolto ai doveri religiosi, si preparava un buon pranzo e si restava in casa. Come in tante parti d'Italia, anche il nostro territorio, offre un dolce tipico di Natale che è lo zèlten, una sorta di panettone di tradizione tedesca, ma basso e carico di molti golosi ingredienti.
Da diversi anni ormai, l’allestimento dell'albero in piazza è frutto di una sinergia comunitaria: mentre l'ASUC fornisce l’abete, sono gli uomini del paese a occuparsi della sua posa in piazza e dell'allestimento del Presepe. Il Comune interviene invece attraverso operai appositamente incaricati per l'installazione delle luminarie.
Per l’ultimo dell’anno oggi non esistono più consuetudini condivise, i festeggiamenti sono affidati all'iniziativa dei singoli. Un tempo, invece, la comunità si ritrovava unita nel rito del Te Deum, l'inno di ringraziamento per l'anno trascorso a cui nessuno mancava di partecipare. Attualmente, questa celebrazione solenne sopravvive solo nelle parrocchie più popolose. Ascolta il canto del Te Deum eseguito dai «Coristi delle Chiese d'Anaunia» diretti dal maestro Aldo Lorenzi. Un tempo, prima della mezzanotte del 31 dicembre, i giovani usavano suonare a distesa le campane, costume definito “Sonar fòra l’an vècel”. Questa tradizione si è persa. La giornata di Capodanno iniziava per i bambini con il simpatico costume di porgere gli auguri ai più anziani con la formula “Bòn an bòn dì, la bòna man a mì!” ovvero “Buon anno a me la mancia!”, la risposta dei nonni, altrettanto scherzosa recitava, “Bòn dì bòn an, a mì la bòna man!” e i nipoti in cambio ricevevano in regalo qualche noce, o delle nespole, rare volte una mela che una volta era una golosità, eccezionalmente qualche caramella. Se il 31 dicembre si chiudeva col canto del "Te Deum", a Capodanno si innalzava il solenne inno di lode del Veni Creator Spiritus un’accorata invocazione allo Spirito Santo perché rinvigorisca le menti e i cuori. Riti questi diventati desueti. Oggi non è infrequente passare la giornata di Capodanno in una sorta di catalessi per la nottata passata a consumare il cenone. Il giorno dell’Epifania, che chiude il periodo delle feste natalizie, piccoli cantori andavano di casa in casa portando la stella issata su un'asta. La testimonianza raccolta da un anziano riporta che a Tuenetto al posto della stella si portava un piccolo presepe; chiamando la gente ad affacciarsi alle finestre i cantori intonavano la canzone:
Noi siamo li tre re venuti dall’Oriente per adorar Gesù. Egli è il re dei superiori di tanti maggiori di tanti nel mondo che furono giammai. Chi fu che ci chiamò mandando la stella che ci condusse qui. Ma dov’era il Bambinello grazioso e bello in braccio a Maria che l’è madre di Lui. L’amabile del Signor che merita i doni
assieme ai nostri cuor. E perciò Le abbiam portato incenso dorato e mirra e oro in dono al Re Divin. Or noi ce ne andiam nei nostri paesi da cui venuti siam. Ma qui ci resta il cuore in mano al Signore in braccio a Maria e al Bambinel Gesù.
Sentite alcune testimonianze, questo testo, almeno nei versi iniziali, rispecchia quello cantato una volta nella Pieve.
Questa bella tradizione della Stella, ancora viva in tante parti del Trentino (oggi è il Vescovo che con un'apposita cerimonia conferisce il mandato ai cantori), è sparita del tutto nei paesi della Pieve. LA QUARESIMA E LA SETTIMANA SANTA Il periodo che precede la Pasqua inizia con il mercoledì delle ceneri (le zénder). Il rituale, nonostante la progressiva secolarizzazione della società, è praticato anche ai giorni nostri. Dove c'è una chiesa con la presenza di un parroco, il primo giorno di Quaresima si impongono le ceneri come segno di penitenza. Solitamente, per ottenere le ceneri, vengono usati i rami d'ulivo dell'anno precedente che una volta bruciati e setacciati sono trasformati nelle ceneri da cospargere sul capo di ciascun fedele. Durante il rito viene pronunciata la celebre formula Memento, homo, quia pulvis est et in pulverem reverteris (Ricordati, uomo, che sei polvere e in polvere ritornerai). La Quaresima è un periodo caratterizzato dall’invito a convertirsi a Dio. Un arco di tempo contraddistinto dalla severità e rigidezza dei modi durante il quale il venerdì è stabilito mangiare “di magro”. I severi precetti di questo periodo penitenziale, compresi l'astinenza dalle carni e il digiuno del «mercoledì delle Ceneri» e del «Venerdì santo» rigorosamente osservati dalle vecchie generazioni, al presente sono perlopiù disattesi. Solo una ristretta cerchia di praticanti partecipa a sporadici momenti di preghiera. Sopravvive seppur limitatamente il rito della Via Crucis che si tiene ogni venerdì. La Quaresima rimane comunque ancora un arco temporale durante il quale vige una "certa moderazione" nei consumi. La Domenica delle Palme, che precede quella della Pasqua, si benedicono i ramoscelli d’ulivo che poi vengono portati a casa a simboleggiare l'accoglienza di Gesù nella propria famiglia e il desiderio di portare pace, amore e protezione divina tra le mura domestiche. Un tempo vigeva il costume propiziatorio di bruciare l'ulivo benedetto per scongiurare i pericoli dei fulmini o della grandine. La Settimana santa è il tempo forte che, fino agli anni sessanta del secolo scorso, richiamava nella Chiesa di Torra decine di fedeli da tutti i paesi della Pieve per ascoltare i quaresimali proclamati da predicatori scelti tra i frati dei vicini conventi. I meno giovani ricordano che durante la Settimana santa era molto sentita la pratica delle «Quarant’ore» che consisteva nell’adorazione del «Santissimo Sacramento» per quaranta ore continuative. Lunghe processioni mattutine di devoti si muovevano dai vari paesi per assistere all’«ora comune». L’adorazione era guidata da varie componenti sociali: gli scolari, le donne, gli uomini eccetera fino a coprire l’intera durata delle quaranta ore. Al giorno d'oggi di questa pratica devozionale rimane ben poco, sopravvive solo una coraggiosa iniziativa nella chiesa di Segno proposta però in modo molto ridotto rispetto a quello di una volta. Durante la Settimana santa si usa ancora oggi, seppur in misura minore, seminare l’orto; la luna infatti nella settimana santa è "sempre buona" ossia favorevole alla germinazione. È ancora celebrato il triduo pasquale, giovedì, venerdì e sabato santo, tempo centrale dell'anno liturgico. In questi tre giorni le campane rimagono mute e le funzioni religiose un tempo erano annunciate dal fragore delle «ranèle» strumenti di legno che producono brevi suoni secchi mediante un’assicella flessuosa che viene alzata e rilasciata da una ruota dentata. Solo al momento del «Gloria» della Messa del Sabato santo le campane riprendono a suonare a distesa. Oggi non tutte le nostre parrocchie possono celebrare il triduo come un tempo e i fedeli si recano in altre chiese dove questi riti vengono ancora celebrati.
Con l'arrivo a Taio, nel 2022, di don Riccardo Pedrotti il Triduo pasquale è celebrato nelle chiese principali dell'Unità Pastorale (Taio e Tres) con particolare solennità.
LA PASQUA "Fare Pasqua": un tempo questa espressione risuonava ovunque. I parroci di una volta insistevano instancabilmente sul dovere di ogni buon cristiano di onorare la festività con i sacramenti. Chiedevano persino alle donne di farsi messaggere di questa urgenza, affinché convincessero o spingessero con dolce fermezza i familiari più ritrosi. "Quello non ha nemmeno fatto Pasqua", si mormorava con disappunto tra i devoti, indicando chi si fosse rifiutato di varcare la soglia della chiesa. Sebbene il precetto che impone di ricevere l'Eucaristia almeno a Pasqua sia formalmente ancora in vigore, oggi quegli antichi moniti sembrano aver smarrito la loro forza persuasiva. Ai nostri giorni uova di cioccolato confezionate in vistosi incarti fanno la gioia dei bambini; quelli di una volta si “accontentavano” delle uova di gallina decorate in diversi colori. Una divertente tradizione era quella chiamata «dar zó ai òvi». Due contendenti battevano assieme due uova: vinceva chi, dopo aver dato il colpo, rimaneva con l’uovo intatto e così si aggiudicava quello rotto dell’avversario. Altro gioco con le uova consisteva nel posizionarne uno ad una certa distanza, poi, a turno lanciavano contro delle monete; vinceva chi riusciva a conficcare la moneta nell’uovo. Nel caso in cui nessuno riusciva nella prova, il padrone dell’uovo si intascava le monete. Questo passatempo, tipicamente pasquale, era molto diffuso presso i muri di cinta del sagrato di Torra dove, si narra con la "giusta" esagerazione, i gusci delle uova rotte a fine giornata arrivavano a essere alti una spanna. IL CORPUS DOMINI La solennità del Corpus Domini, un tempo profondamente sentita, è una festa mobile che cade il giovedì successivo alla Santissima Trinità (o la domenica, in paesi come l'Italia). In quel giorno, l'Ostia consacrata viene portata in processione sotto un baldacchino, esposta all'adorazione dei fedeli. Lungo le vie, le finestre si vestivano di coperte colorate e il percorso era preceduto da bambini che spargevano petali di rose. Mentre il parroco procede assistito dai chierichetti con la croce e il turibolo, la processione sosta in preghiera presso altari allestiti per l'occasione. Purtroppo, la spinta della secolarizzazione e la sempre più marcata carenza di sacerdoti stanno mettendo a serio rischio questa antica e suggestiva tradizione, che oggi fatica a sopravvivere. OGNISSANTI E COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI I giorni dei Santi e dei Morti (1 e 2 novembre) sono appuntamenti ancora oggi molto sentiti. L’usanza di rassettare la tomba di famiglia abbellendola con fiori e altri decori è pratica imprescindibile anche oggi. Una volta era tradizione consumare un piatto molto particolare: le lumache contornate dalla polenta di grano saraceno, mentre le castagne erano cotte alla sera e si accompagnavano col vino nuovo. Di solito, al termine della Messa del 1° di novembre, ci si reca in processione al cimitero dove il celebrante benedice le tombe. Il 2 novembre è dedicato alla visita al camposanto per pregare sulle sepolture dei parenti e dei conoscenti. Da diversi anni a Tuenetto in questo giorno viene celebrata una delle poche Messe nella chiesetta del paese (oltre a quelle del 16 luglio Madonna del Carmine e del 16 agosto che ricorda San Rocco) al termine della quale il gruppo spontaneo di giovani offre, ai fedeli presenti, le caldarroste con il vino caldo. LE ROGAZIONI La tradizione delle rogazioni oggi è in disuso. Le processioni propiziatorie sulla buona riuscita delle seminagioni con la finalità di attirare la benedizione divina sull'acqua, il lavoro dell'uomo e i frutti della terra. A Tuenetto il percorso prendeva inizio dalla chiesa e attraverso i campi giungeva fino alla Cros dei Plazi. Da quel luogo infatti il territorio agricolo del paese si poteva vedere pressoché del tutto e la benedizione scendeva su tutta la campagna. Nei paesi dove i campi fossero stati più vasti, le rogazioni si ripetevano per tre giorni (lunedì, martedì e mercoledì prima dell’Ascensione, la festa del tempo pasquale celebrata quaranta giorni dopo la Pasqua) e ogni giorno seguiva un percorso diverso. Giunti nel luogo prestabilito il sacerdote pronunciava le invocazioni “A fulgore et tempestate libera nos Domine” e anche “A peste et fame et bello, libera nos Domine”. Una tradizione praticata con una discreta solennità fino agli anni '80 era la benedizione degli attrezzi agricoli in occasione della Giornata del Ringraziamento celebrata la domenica di novembre destinata a render grazie a Dio per i doni della terra, quando i lavori agricoli erano terminati, come ricorda il proverbio «Da san Martìn, (11 novembre) ha ruà 'l péger e ancia 'l ladìn» ). Nell'intervallo degli anni '80, quando la cura d'anime di Tuenetto era affidata a don Adelio Frasnelli, questa bella tradizione si teneva ogni anno.
Natale 2010 - Il presepio in piazza
Il presepio del 2020 sotto la nevicata del 28 dicembre
Allestimento del presepe in piazza
Roberto Russo e Luca Melchiori all'opera per costruire il presepe
La processione del Corpus Domini a Mollaro domenica 3 giugno 2018
Sosta davanti al Castello di Mollaro, officiante don Tullio Sicher
I mezzi agricoli ordinatamente schierati sulla strada della chiesa per la benedizione nel giorno del ringraziamento. Officiante don Adelio Frasnelli