Anna Portolan da Tos detta Thuenetta

Bibliografia:
C. Bertolini – La stupenda inquisizione d'Anaunia – 1990
G. Bertagnolli – Il processo alle streghe in Val di Non, Pro Cultura, 1914/II
A. Bertoluzza – Le zobiane e il Martinello – 1998
E. Leonardi – Anaunia Storia della Val di Non - 1985


Le vicende storiche relative all’inquisizione in valle di Non nel XVII secolo sono ben illustrate nel volume della professoressa Claudia Bertolini dal titolo La stupenda inquisizione d'Anaunia, editato nel 1990 da U.C.T. Edizioni Trento. In questo libro è descritto, nei minimi particolari, il processo celebrato fra il 1613 e il 1615 nel quale furono torturate e giustiziate sette donne e tre uomini accusati di stregoneria. Nel giudizio fu coinvolta anche Anna Portolan di Tos detta la Thuenetta: una donna che «haveva all'hora et per avanti molti anni hautto fama in Thos d'essere una striga».

All'inizio del XVII secolo l'arco temporale al quale ci riferiamo, di solito l’accusa di stregheria era indirizzata alle donne, spesso vecchie, vedove o non sposate e per questo facilmente attaccabili. Tra le donne sole, erano spesso incriminate quelle che esercitavano incarichi come levatrice o guaritrice.
Perseguitate come streghe erano inoltre quelle donne che si mostravano irregolari o non integrate nella comunità. Ciò che era ritenuto emarginato, strano, misterioso, poteva essere giudicato con facilità come manifestazione di stregoneria contro la quale il potere voleva esercitare un severissimo impedimento diretto ad educare tutta la collettività.

Le pratiche magiche per prevenire le malattie degli uomini o degli animali, i decessi prematuri, le calamità atmosferiche, o quant'altro, nel clima culturale di quel frangente, fatto di ignoranza, di povertà persistente, di paura, erano prassi comune fino a quando il potere non volle porvi un freno e così la magia popolare diventò eresia e molti furono accusati di essere “strìe” o “strioni”.
A testimoniare il fenomeno vi sono numerose leggende sulle streghe in ogni valle trentina. Solo per citarne alcune Castel Ivano, Roncegno, Civezzano, Levico, Viarago.

Il processo alle streghe in Valle di Non
Nel Trentino furono celebrati diversi processi per stregoneria: il primo ad essere documentato fu quello di Fiemme 1501-1505, poi in Val di Fassa negli anni 1617, 1627 e 1643, nella Val Lagarina nel 1647 ed a Nogaredo nel 1717. Non fece eccezione la Valle di Non dove, come g'à ricordato, fra il 1613 e il 1615 furono giustiziate sette donne e tre uomini sui roghi predisposti sulla piazza antistante il Palazzo Nero a Coredo.

La caccia alle streghe in Anaunia ebbe inizio nel 1611 allorquando il Principe Vescovo di Trento Carlo Gaudenzio Madruzzo nominò un tribunale inquisitorio con il compito di istruire un processo in Valle.
L’inchiesta di quel lungo e difficile processo alle streghe, ebbe ufficialmente inizio a Castel Nanno il 7 dicembre 1611. Primo inquisitore fu il laico Gabriele Barbi, Assessore delle Valli, che risiedeva per l'appunto nel Palazzo Nero di Coredo.
Il tribunale intraprese quindi un percorso itinerante attraverso le diverse pievi della valle, raccogliendo, anche dalla gente comune, ogni possibile indizio di stregoneria a carico di chiunque. La prima tappa fu, come detto, Nanno, nella Pieve di Tassullo; seguirono la Pieve di Cles, poi quella di Varollo (Livo) e successivamente la Pieve di Dambel. Fu quindi la volta delle pievi di Romeno, di Sanzeno e di Denno, per poi passare nuovamente dalla Pieve di Sanzeno e tornare infine a Nanno, luogo da cui l’intero procedimento aveva preso avvio. Tutto questo lavoro iniziato il 7 dicembre, durò fino al 2 settembre 1612. Sede principale e punto di riferimento di questo tribunale fu, come detto, il Palazzo Assessorile chiamato anche Palazzo Nero a Coredo.
Il processo vero e proprio ebbe inizio nel tardo autunno del 1613; i primi arresti avvennero nel novembre e le persone indicate come malefiche, in questa prima fase, sono tutte donne. In ordine di apparizione nel processo, esse sono:
Maria detta la Pillona vedova di Tomé Pilon di Plizari di Romeno
Caterina detta la Castellana vedova di Bartolomeo de Federicis di Portolo
Maria detta la Grill moglie di Giacomo Rigoti di Toss
Agata detta la Gadenta vedova, rimaritata con Giovanni Caloveti di Bresimo
Barbara detta la Burata (per G. Bertagnolli Buzata) moglie di Federico Rizardo di Coredo
Anna Portolan detta la Thuenetta vedova di Toss.
Il giudice, con ostinata tenacia e un incessante ripetersi delle stesse domande, aveva il fine di sopraffare le povere accusate, spingendole a confessare colpe che in realtà non avevano commesso.
Della sorte di queste donne e del processo in generale le fonti storiche non sono unanimi; affidandoci allo studio di Claudia Bertolini, si sa per certo che Maria detta la «Pillona» e Maria detta la «Gril», vennero giustiziate tramite rogo previo strangolamento. Ignoto il destino delle altre donne anche se, con ogni probabilità, furono anch'esse giustiziate, tranne la Agata detta la «Gadenta» che morì in carcere. Per far tornare quel numero di dieci condanne a morte (sette donne e tre uomini) oltre alle sei donne sopra nominate si dovrebbe aggiungerne una settima che Guglielmo Bertagnolli indica come probabile in una certa Maria moglie di Paolo Vito di Nanno accusata da Antonio Arnoldo di aver affatturato il figlio Mathé. Per quanto riguarda i tre uomini, sembra certo il nominativo di Leonardo Perizzalli di Romeno, cancelliere di Castefondo, nominato da più testi d'essere uno stregone, per gli altri due, essendo la loro vicenda avvolta dalle nebbie più impenetrabili è impossibile, al momento, dare ulteriori dettagli.
Per ricostruire il processo, la dottoressa Bertolini si basa principalmente sul manoscritto 618 «Processo generale contro le streghe nella Valli di Non e di Sole per ordine del governo vescovile» conservato presso la Biblioteca Civica di Trento. Questo incartamento, però, è privo dei primi 66 fogli e versa in cattivo stato di conservazione. Altri manoscritti studiati dall'autrice sono il manoscritto 2909/2 denominato «Appunti da Manoscritti» del Cav. Carlo de Giuliani relativi specialmente ai Madruzzo e alla storia di Trento durante il loro principato, il manoscritto 615 titolato «Desunto d'un vecchio manoscritto de fogli 388 che ha per titolo «Laurenti Turrisani ex Diocesi Tridentina I.U.D.», e il manoscritto 1296/2 «Documenti relativi alla storia civile e politica del Principato di Trento dal 1600 al 1630».


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Frontespizio del trattato Malleus Maleficarum.

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L'austero Palazzo Nero a Coredo

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Carlo Gaudenzio Madruzzo

La Thuenetta
Il 27 novembre 1613 il nobile Gabriele Barbi, incaricato inquisitore, ordinò che Barbara, detta la Burata (Buzata) di Coredo, moglie di Federico Gaspare, fosse arrestata e condotta al suo cospetto. La donna durante l’interrogatorio indicò come autrice della fattura che l’aveva fatta ammalare, la vedova Anna Portolana di Toss, soprannominata Thuenetta.
Domanda l’inquisitore: Chi è quella donna che vi minacciò?
Limputata rispose: La donna che mi minaciò e con parole e con le mani, come ho detto, fu una vicina da Thos, che si chiama Anna Portolana vidua soranominata la Thuenetta, che la viddi et sentii a minaciarmi come ho deposto.
Alla domanda aggiuntiva: Tenete donque all’hora esser stata maleficiata?
Rispose: Signor sì.
Gli chiese ancora l’inquisitore: Da chi?
Rispose la Burata: Dalla detta Thueneta
Di nuovo il Barbi: Perché cosse?
Rispose: La mi minaciò com’ho detto alla S.V., seguendo il malo pocco doppo’, non avendo mai penetrato il modo che l’havesse tenuto a nosermi, oltra che la detta Thuenetta haveva all’hora et per avanti molti anni hautto fama a Thos d’esser una strigha, tanto più ch’anco suo figliolo, ch’era da maritar, m’haveva ricercata per moier, avanti che fossi stata sposa fatta, sposa di mio marito presente, ma i miei fratelli non volseron acconsentir a questo.
Alla nuova domanda: Signor no che mi mai imputai la detta Thuenetta, ma bene la lo venne a saper ch’in casa mia si diceva che lei mi doveva haver instrighato, perché la cominciò a tenermi la favella, né mi parlava più, che pur per avanti questo successo si parlavam’insieme

L’indagatore Barbi volle vederci chiaro: essendo Barbara detta la Burata gravida, la rilasciò con l’ordine di rimanere a disposizione sotto pena di severi castighi e due giorni dopo, il 29 novembre, convocò Anna Portolana detta la Thuenetta nel Palazzo Assessorile di Coredo.

Al momento dell’arresto, avvenuto il 29 novembre 1613, la Thuenetta era vedova ed aveva un figlio di nome Tomé (Tomaso). Non si sa se fosse stata incarcerata solo per l'accusa della Burata oppure a causa della sua fama di essere una strega. Le carte riguardanti l'inchiesta fatta nella Pieve di Denno (che comprendeva Toss) sono andate perdute.
Scrive Guglielmo Bertagnolli nel suo saggio:
«La Tuenetta è una medichessa di qualche vaglia, ha ricette preziose contro il "mal del cau" e "el mal de la manara" che serbiamo generosamente ai nostri lettori.»
Insomma Anna la Thuenetta era una guaritrice con una certa esperienza. Quest'ultima davanti al tribunale raccontò di aver imparato da una certa Maria di Tavon un rimedio per curare i bambini malati: un pugno di terra raccolta da tre campi diversi, da porre nella culla della creatura insieme ad un coltello con manico d’osso. Dichiarò inoltre di saper guarire il “mal de la manara” (non è dato di sapere di che malattia si tratti, se non che colpiva soprattutto le gambe e le tette) e il “mal del slach” (forse colpo apoplettico o ictus, il Bertagnolli riporta mal dei Tai) tracciando una croce sulla parte sofferente con un coltello mentre recitava una formula religiosa; per il “mal del cavo” (mal di capo) bastava invece appoggiare un fazzoletto sul capo del paziente accompagnato da un’orazione particolare, operazione da ripetere per tre giorni.

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Tratto da G.Bertagnolli - Pro Cultura 1914/II

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Tratto da G.Bertagnolli - Pro Cultura 1914/II

Il commissario indagò anche sull’accusa mossa da Barbara detta la Burata ― cioè di essere una strega ― nei suoi confronti, ma la Tuenetta negò di saperne alcunché. Dopo essere stata ammonita a dire la verità, fu ricondotta in carcere e sorvegliata con attenzione, non prima che il tribunale incamerasse i proventi dovuti al fisco.
Il 30 novembre la sua deposizione divenne decisiva per l’incriminazione della Gril di Toss, sulla quale riferì numerosi elementi compromettenti. Sottoposta alla prova delle lacrime non riuscì a versarne, e riportata ancora in giornata davanti ai giudici confermò il proprio ostinato silenzio: ciò che aveva da dire, dichiarò, era già stato detto.
Se mi amazaste non potrei mandar lachrime, escalmò. Riportata in cella, tre giorni dopo comparve suo figlio Tomé chiedendone la liberazione dietro cauzione. La richiesta fu accolta e la Tuenetta fu rimessa in libertà, con l’obbligo di presentarsi immediatamente se fosse stata nuovamente convocata. Meno di un mese dopo, il 6 gennaio 1614, fu chiamata nuovamente a Coredo, ma di questo ultimo interrogatorio non è rimasta alcuna testimonianza.

Perchè Anna Portolan è chiamata Thuenetta?
Viene da chiedersi perché Anna abbia avuto l’appellativo di Thuenetta come risulta dagli atti del processo. È lecito arguire che esso derivi dalle sue origini, ossia Tuenetto.
L’ipotesi che l’epiteto possa riferirsi a Tuenno anziche Tuenetto, come scrive Aldo Bertoluzza in «Le zobiane e il Martinello», può essere messa in dubbio dal fatto che nel volume di Claudia Bertolini, a pagina 108 si riporta l’elenco delle donne indiziate nel processo, in tale lista, che consta di 122 nominativi con il relativo paese di appartenenza, tra di essi nessun indiziato risulta essere di Tuenno, nè femmina nè maschio (nel mentre di Tuenno era il notaio Balthasar Arnoldus che seguì l'intero processo). E poi ancora, forse, per il solito equivoco di confondere Tuenno con Tuenetto; infatti, come già notato da diversi autori, la forma diminutiva «Tuenetto» è sempre stata riferita al piccolo villaggio nella Pieve di Torra e non a Tuenno nella Pieve di Tassullo.

Può bastare questo per dimostrare che Anna Portolan fosse originaria di Tuenetto? Certamente no. Tuttavia, è verosimile che Anna, detta la Thuenetta, sia andata in sposa a un Portolan di Toss, villaggio poco distante. Senza alcuna pretesa di assolutezza, riteniamo dunque plausibile che la donna menzionata nel manoscritto 618, conservato presso l’Archivio della Biblioteca comunale di Trento, possa essere considerata originaria di Tuenetto.
Ma non sia mai che perdiamo il nostro tempo a contenderci le streghe.

Piccola appendice
Dopo aver esposto il caso della Strìa Thuenetta, è curioso notare come la filastrocca composta da un paesano* in anni più recenti e che sotto riportiamo, faccia riferimento proprio alle streghe per canzonare le ragazze di Tuenetto che dimostravano la loro attenzione per i forestieri trascurando gli inviti dei paesani. Forse una reminiscenza della celebre Thuenetta? Chissà.

Stregoneria settimanale di Tuenetto

Le ragazze di Tuenetto son fatte così,
passano per strada, e non ci dicon neanche buondì.

Badate care ragazze, che così non potrà andare,
da qui in avanti vita dovrete cangiare.

Sapete qual è il vostro dovere?
È quello di mettervi alla porta aspettando il forestiere!

La ragazza di Tuenetto va in chiesa e prega,
si crede di essere un angelo, ma è una strega!

La strega, come si capisce,
è un animale che morde forte e più non guarisce.

E con tutti i suoi sollazzi,
induce i giovanotti a diventar pazzi!

E voi poveri ragazzi, che simpatia avete per queste?
State lontani da quelle maledette “veste”!

Vestite di pece per distruggere la razza,
andrebbero bruciate in mezzo alla piazza!


* La filastrocca è stata composta da Giorgio Ermanno Melchiori dei Ròchi (1910-1942)