Sommario di notizie storiche

Al fine di legare le vicende di Tuenetto nella storia, è necessario dire, seppure con estrema sintesi, ciò che è stato il corso degli eventi del passato della Valle di Non. Le vicende riguardanti il paese vengono di volta in volta inserite nei vari capitoletti di tale riassunto redatto seguendo il testo a cura di Lia de Finis “Percorsi di storia trentina”, pubblicato nel 2000, nella serie Didascalie edito dalla Provincia Autonoma di Trento.

Preistoria e età preromana - La scienza archeologica divide la preistoria in tre età: paleolitico, mesolitico e neolitico (a loro volta sottoposte a ulteriori suddivisioni). Poichè la regione trentina nell'età paleolitica era ampiamente coperta di ghiacci i ritrovamenti di manufatti sono rari, solo nella fase del paleolitico superiore si moltiplicano rinvenimenti di manufatti urbani, utensili della vita quotidiana e oggetti artistici. I recuperi di testimonianze preistoriche si fanno ulteriormente più ricchi nel mesolitico (8.000 anni a.C.) in particolare numerosi riguardarono oltre che svariati oggetti di pietra, anche sepolture (Zambana, Mezzocorona, Trento). Il periodo neolitico si distingue per la comparsa dei primi insediamenti stabili ed è stato possibile scoprire nell'alta Italia la presenza di una serie di gruppi culturali. In Trentino si sviluppò intorno al 5000 a.C. il gruppo del Gaban (dal riparo sito nelle vicinanze di Trento) che mostra i primi manufatti frutto di una cultura diffusa in tutta la regione. In Val di Non vennero alla luce reperti dell’età della pietra a Lover, Dardine, Tavon, Dambel e Cagnò (loc.Castelàz). Il tardo neolitico introduce all'età dei metalli: quella del rame, del bronzo e del ferro. E' parte di quest'ultima la cosiddetta cultura di Fritzens-Sanzeno che prende il nome dalle due località una posta nella valle dell'Inn e l'altra in valle di Non. Questa civiltà arricchisce i manufatti con elementi provenienti dall'area padana.
Ad abitare l'Anaunia nei secoli prima di Roma senza dubbio furono i Reti popolazione che occupava entrambi i versanti delle Alpi arrivando fino alla Svizzera a nord e Brescia e Verona a sud. Tra il 400 e il 600 avanti Cristo un'altra popolazione arrivò ad occupare le valli del Noce salendo da sud, i Galli Cenomani, ma benché fossero potenti i Reti prevalsero sia per numero che per cultura.
Per quanto riguarda l'età preistorica e i secoli che precedettero la dominazione romana, evidententemente, è del tutto inutile inoltrarsi con qualsiasi ipotesi in merito al piccolo paese di Tuenetto.

L'età romana - Nel 218 a.C. i Romani cominciarono la lunga e difficile conquista dell’Alta Italia che fu completata nel 15 a.C. e l’Anaunia sarebbe stata conquistata circa 100 anni prima di Cristo. Il dominio romano continuò fino alla caduta dell’Impero che gli storici fissano formalmente nel 476 d.C.
In Valle di Non la popolazione locale assimilò la cultura romana, ma anche i conquistatori si approppriarono di usi e costumi autoctoni.
La scoperta più celebre, in relazione al periodo romano per la Valle di Non, è la Tavola Clesiana reperto rinvenuto nel 1869 a Cles; esso documenta che l’imperatore Claudio concesse la cittadinanza romana agli Anauni ai Sinduni e ai Tulliassi, le popolazioni, si presume, stanziate in valle.
Qui occorre dire che altri studiosi hanno messo in dubbio l’autenticità del famoso ritrovamento, ma noi non abbiamo titolo né per confermare né per confutare le conclusioni di più competenti ricercatori.
(Per approfondire l'argomento consigliamo P.Odorizzi, La valle di Non e i suoi misteri)

Ad ogni buon conto testimonianze del dominio romano sono disseminate in tutta la valle, e seppure del tutto casuali sono di notevole interesse i ritrovamenti avvenuti a Vervò sede dell’antico castelliere e relativa guarnigione militare, posto a guardia dell’antica via di comunicazione (preistorica). Tra i reperti rinvenuti spicca la stele dedicata dall’ufficiale Quadrato a tutti gli dei per la protezione del castrum Vervassium e altre epigrafi intitolate alle divinità dell'olimpo romano. Per ritornare nei luoghi più vicini a Tuenetto, l'archeologo Giacomo Roberti cita nella sua carta archeologica il ritrovamento avvenuto a Taio nel 1886, di alcune sepolture con relativi corredi di ceramiche, lucerne e monete risalenti al I e III secolo a.C. Inoltre sembra non esserci dubbio che Segno sia stata in origine una piccola stazione militare romana; a testimonianza, ci sarebbe il nome del paese stesso ritenuto di origine romana, il toponimo Torrazza nelle vicinanze del villaggio luogo sul quale sarebbe sorta una torre romana. Ancora, nel luglio del 1959 durante la costruzione della strada di collegamento tra Mollaro, Torra e Vion venne scoperta un’anfora di epoca romana lunga circa 60 cm. e diametro superiore di 40 cm. che è conservata presso la chiesa di S. Sigismondo di Vion. Con l'anfora si sarebbero rinvenuti anche dei monili, la cui sorte è ignota.
Chissà se sulla balza ove poggia Tuenetto vi fosse ai tempi di Roma qualche insediamento umano; semmai fu costituito da una modesta rocca e qualche costruzione rurale.
Va detto tuttavia che autorevoli studi sulla viabilità dell'Anaunia ai tempi celtico-romani, hanno individuato un tracciato che dalla Rocchetta, dopo aver toccato Dercolo, Quetta e le Ischie di Denno, attraverso una traballante passerella sopra il Noce raggiungeva la piana di Mollaro per salire al passo Predaia transitando sulla balza ove sorge Tuenetto.
Sull'età romana, di più di queste sommarie note non è possibile dire in quanto ogni congettura è del tutto incerta. Per chiudere questa pagina, una pura curiosità letteraria, composta dall'illustre cittadino di Tuenetto, Don Angelo Melchiori, che così poetava cantando dell'Anaunia e della sua antica storia:

…fra queste selve, che l’acuto aroma
versano ai venti dalla folta chioma
squillò a battaglia la romana tromba:
oggi ne giunge ancor da qualche tomba
aperta l’eco dell’antica Roma.
Latino è il nostro suolo e il nostro sangue,
qui noi pose natura a questa terra
custodi, final forza che non langue.

Goti, Longobardi e Franchi - Dopo la fine dell’Impero romano (che si fa ricadere per convenzione nel 476) il Trentino divenne territorio di conquista da parte dei cosiddetti "barbari", anche se formalmente continuava ad essere sotto l'Impero d'Oriente. È un periodo durante il quale in un unico stato convivevano Romani e Goti. Con la morte di Teodorico (nel 526), vassallo imperiale ostrogoto, i dissidi tra le due stirpi sfociarono in una guerra che determinò la fine del regno dei Goti. Ne seguì un periodo di forte instabilità e concomitanti gravi calamità come carestie, pestilenze e devastazioni. Queste contingenze favorirono ad un nuovo popolo, i Longobardi, di penetrare in Italia. Questo popolo dapprima si comportò da conquistatore violento, ma in seguito seppur lentamente iniziò la fusione tra la gente longobarda e quella romana. Non c'è una data sicura in cui collocare la conquista della regione trentina da parte dei Longobardi, tuttavia sul finire del IV secolo si costituì il Ducato di Trento i cui confini ricalcavano quelli che sarebbero diventati il territorio tridentino come lo conosciamo anche oggi. I Longobardi ebbero un suo sviluppo nella valle di Non: la dedicazione delle chiese di Vervò e Cortina all'Adige (sulla via della Predaia) a san Martino di Tours, patrono dei Longobardi, testimonierebbe la presenza del popolo «dalla lunga barba» nel territorio della media valle.
Storicamente interessante quanto controversa la vicenda dell'invasione da parte dei Franchi che portò all'occupazione del castrum Anagnis (Nanno, Sanzeno o, forse, l'intera Anaunia) descritta da Paolo Diacono nella sua Soria dei Longobardi. La vicenda è di grande importanza, ma non permette, per il momento, di sciogliere i dubbi sorti tra gli esperti circa la vera collocazione del castrum Anagnis.

Tracce longobarde si rinvennero anche nella Pieve di Torra; nel 1902 fu trovata la sepoltura di un uomo con una spada longobarda e nel 1960 un altro ritrovamento di tombe risalenti alle età barbariche. A parte queste esigue testimonianze nessun altro fatto documentato può collegare il territorio della Pieve e men che meno di Tuenetto a quest'epoca.
[Nota]

Dopo varie vicissitudini arrivò anche il tramonto del Ducato di Trento e con la sconfitta dell'ultimo re Longobardo, nel 774, il Trentino passò sotto il dominio dei Franchi mantenendo i confini tradizionali. In questa fase cominciò a crescere gradualmente la forza delle strutture ecclesiastiche che tanta importanza rivestiranno nella storia tridentina.

Il Principato vescovile di Trento - Il ducato longobardo si piega ai Franchi nel 774 e cominciano ad assumere funzioni temporali i vescovi tridentini. La data che sancisce la nascita del Principato di Trento è confermata dalla testimonianza scritta del 31 maggio 1027 ove l’imperatore Corrado II, successore di Enrico II costituisce il Vescovo di Trento Uldarico II, (1022 - 25 febbraio 1055) principe diretto del territorio trentino.
La forma di governo e d’amministrazione del Principato vescovile, peraltro di origine longobardica, era così strutturata: il Principe vescovo si avvaleva di un collaboratore detto Vicedomino (o avvocato o viceconte) che in caso di assenza o di malattia del Signore ne faceva le veci. Questa figura apparteneva a stirpi comitali, quelle che interessarono l'Anaunia furono essenzialmente gli Appiano e i Flavon. La valle di Non è l'unico caso tra le valli trentine ad aver avuto un suo proprio vicedomino e questo per l'alto numero dei suoi abitanti e perchè era molto estesa.
Subalterne al Principe e al Vicedomino erano le gastaldie. Partendo dall'alta Val di Sole e scendendo lungo il corso del torrente Noce, le sedi di gastaldia erano Ossana, Malè, Livo, Romeno, Cles e Mezzolombardo. Quest'ultima comprendeva i paesi della bassa valle. La rarità di fonti documentarie non consente di affermarlo con certezza, ma forse i piccoli paesi della Pieve di Torra erano sottoposti alla gastaldia di Mezzolombardo.
Il gastaldione aveva funzioni amministrative e gestiva parzialmente la giustizia, in caso di guerra doveva raccogliere i suoi e mettersi al servizio del Principe vescovo. Ogni gastaldia pagava al Principe una somma determinata (a volte una percentuale) derivata da affitti di terreni contribuiti in natura (derrate, animali, capre, porci, formaggio ecc.); inoltre si aggiungevano prestazioni gratuite di mano d'opera da parte dei sudditi. La gastaldia era divisa in più scarie con a capo lo scarione che all'interno del suo territorio aveva pressapoco le stesse funzioni del gastaldione (se ne trova traccia, tra queste, la scaria di Segno). Le scarie erano a loro volta suddivise in deganie, ma col tempo queste piccole circoscrizioni scompaiono.

Tentando di spingere lo sguardo in quei remoti secoli alto-medievali, le testimonianze documentarie riguardanti Tuenetto sono rarissime se non nulle. Ammettendo che Tuenetto esistesse in chissà quale forma in quelle ere, avrà sicuramente condiviso, con i villaggi circostanti, le sorti politiche, economiche e sociali del resto della Valle.

Le Pievi - Dal punto di vista ecclesiastico il territorio trentino era suddiviso in Pievi, circoscrizioni che avevano al centro una chiesa a cui il popolo faceva riferimento per il battesimo, la sepoltura, il pagamento di decime ed altri aspetti liturgici. Le chiese minori che sorgevano in ogni villaggio facente parte della Pieve, erano soggette alla Chiesa madre che attraverso l’arciprete (Pievano) garantiva ad esse la presenza più o meno stabile di un prete. Questo assetto risale probabilmente al IX secolo anche se le prime informazioni sulle pievi trentine sono datate solo XII o XIII secolo. All'inizio del secondo millennio esistevano nella Diocesi di Trento una settantina di Pievi (cinquanta se si considera solo l’attuale territorio trentino).
Tuenetto faceva parte della Pieve di Torra certamente una delle più antiche del Trentino.
Sull'antichità della Pieve di Torra la leggenda narra che affondi le sue radici al tempo di san Vigilio, e tuttavia la più antica notizia che si conosce risale al 1295. Il documento si riferisce alla “Plebs Sancti Heusebii” e parla di un “Dominus Avinantus plebanus”. Una conferma indiretta della remota fondazione della chiesa di Torra si ha da una annotazione del «Libro III dell'intrate della venerabile Parrochiale di S. Eusebio» dalla quale risulta che nel 1755 venne rifusa una campana la quale aveva la seguente iscrizione: Xtus vincit. Xtus regnat. Xtus imp. Amen. Renovata anno Xti milesimo hac campana Eccl. P.S. Huseby de Thuro» (Cristo vince, Cristo regna, Cristo impera. Rinnovata questa campana della Chiesa di S.Eusebio di Torra anno di Cristo mille). [Nota]
Don Leone Franch su "Strenna Trentina" del 1936 a pagina 67: «È verosimile che le prime [pievi] siano state quelle di Sanzeno, Cles, Torra, Denno e Sarnonico che erano costituite già nel secolo V: qualcuna di esse da San Vigilio stesso tutte presto dopo la morte gloriosa dei nostri Santi Martiri».
Marco Benedetto Chini nel suo «Memorie delle Comunità di Segno e Torra e della vetusta parrocchia di sant’Eusebio» (pag. 134), afferma che la chiesa «fu consacrata curaziale nell’anno 1000 dal vescovo Rinoaldo de Caldes. Fin d’allora era intitolata a s. Eusebio, prete romano (sec.V); fu elevata a pieve nel 1128 (secondo alcuni, secondo altri due secoli dopo)». In ogni caso la Pieve di Torra viene menzionata a partire dal XII secolo e non si conoscono altre prove della sua esistenza in epoche anteriori.
A partire dalla sacra visita del Principe vescovo Bernardo Cles del 1537 le notizie sulla Pieve sono più abbondanti.
Sul verbale della visita clesiana si legge che la pieve di Torra

«habet etiam dicta plebs capellas infrascriptas, videlicet in villa Molari capella sancti Marci, in villa Dardani capella sancti Marcelli, in villa Priodi capella sancti Michaelis, in villa Vervodio capella sancti Martini, in villa Vioni capella sancti Sigismundi, in villa Signi Beatae Maria Virginis».

Il documento circoscrive l’ampiezza della Pieve che comprendeva otto villaggi: Torra, Segno, Mollaro, Vion, Dardine, Priò, Vervò e Tuenetto, anche se quest’ultimo non è ricordato, quasi certamente perché la chiesa del paese, che pure si ritiene presente anche se in forma di rozza cappella, non era consacrata. Tale estensione si mantenne fino ai primi decenni del secolo scorso.
La chiesa è intitolata a Sant’Eusebio (la cui memoria è il 14 agosto) è frutto di una completa ricostruzione compiuta tra il 1618 e il 1624 (la data compare sopra il portale della chiesa). L’ultimo arciprete fu Antoniolli Francesco che resse la Pieve dal 1929 al 1956.

Nel 1968 pur conservando l’ente parrocchiale, Torra fu attribuita a Segno; nel 1982 la cura pastorale di Torra fu ripresa da una Comunità monastica benedettina (Camaldolesi) che la esercitarono fino al 1993. Tuenetto fu parte della parrocchia di Torra fino al 1975; il 30 novembre 1975, prima domenica d’Avvento, la villa di Tuenetto fu smembrata dalla Parrocchia di Torra e aggregata a quella di san Marco di Mollaro.


Parroci e Arcipreti dell'antica Pieve di Torra


I Comuni rurali - Assai precocemente, anche se le ciscoscrizioni vescovili sopravviveranno ancora per molti secoli, i singoli villaggi acquisirono dal punto di vista amministrativo un'autonomia specifica. Sulla genesi dei comuni rurali sussiste tuttora discussione. È probabile che sia stata l'esigenza di gestire in comune i diritti sull'uso dei pascoli e del bosco. Altri storici affermano che i comuni rurali nacquero dalla necessità di avere strutture difensive all'interno di uno stesso circondario. In ogni modo sono numerosissime le comunità che a partire dal XIII secolo si dotarono di Carte di Regola per la gestione del patrimonio comune. In esse erano contenute tutte le norme che definivano in modo preciso tutti i momenti della vita contadina: il tempo del taglio del fieno, il taglio del legname, il come e dove accatastare la legna tagliata, le modalità del pascolo del bestiame.
Dalle Carte di Regola giunte sino a noi inoltre emerge la definizione dell'organizzazione sociale, le cariche elettive e le modalità della loro nomina. I Regolani erano scelti fra le persone di lunga esperienza. Essi erano coadiuvati dal saltaro che vigilava sulle proprietà pubbliche. Il principe vescovo era Regolano Maggiore di tutti i comuni, ma talvolta si faceva rappresentare da un suo delegato scelto tra i nobili. Questa prassi diventò nel corso dei secoli consuetudine costante fino a divenire ereditaria e considerata come un diritto.

Tra le numerose Regole, non è mai stata reperita, se mai l'avesse avuta, quella di Tuenetto e tuttavia è lecito ritenere che anch'esso ne abbia avuta una. Peraltro nella serie di documenti regolanari che va dal XIV e XVI sec. riguardanti la Pieve di Torra si dimostra che la villa di Tuenetto, era riconosciuta come comunità autonoma e aveva la sua parte nell’approvare le regole sulle proprietà boschive e prative in comune con i villaggi vicini. Un’atto datato 1 agosto 1312 concernente la divisione del monte Predaia, è specificato chiaramente che esso era diviso tra le comunità di Coredo, Smarano, Sfruz, Tres, Segno, Torra, Vion, Mollaro e Tuenetto fino oltre il Corno di Tres ai confini con Favogna.

Origini del nome Tuenetto - Alcuni storici fanno derivare Tuenetto da Tuenno a sua volta procedente dal termine etnico Tuliasses della Tavola Clesiana. La teoria prenderebbe forza dal fatto che Tuenetto, completamente distrutto da una pestilenza, sia stato rifondato con un trapianto di persone di "Tuliasses", ossia abitanti di Tuenno, circostanza questa non del tutto vaga se si considera che queste operazioni nell’alto medioevo erano del tutto possibili. E tuttavia il dibattito tra gli esperti su questa questione rimane tuttora in sospeso.
Il «Dizionario Toponomastico Tridentino» compilato da Ernesto Lorenzi, pubblicato nel 1932, licenzia sbrigativamente il toponimo Tuenetto definendolo diminutivo di Tuenno.
Giulia Mastrelli Anzilotti ne «I nomi locali della Val di Non, vol. III» conferma la direvazione da Tuenno, ma a proposito nota:

Interessante è che nei documenti anteriori alla prima metà del sec. XV (quando venne completamente distrutto in seguito a un'epidemia di peste) viene citato come Tuenno e non nel diminutivo.

Enrico Quaresima, illustre tuennese, ebbe modo di esprimere dottamente la sua perplessità su tale teoria sulla rivista Studi trentini di scienze storiche (1955 nr. 1 - pagg. 306-309). A riguardo dell'etimologia del toponimo "Tuenno" che si può estendere anche a "Tuenetto", scrive il Quaresima:

[...]di fronte alla forma più antica in cui il nome di Tuenno compare, cioè quella di TULENE, ricorrente nel «Cod.Vang.» sotto l'anno 1191, sta anche un TULENUS nome di persona, che si legge in un documento del 1184, un onomastico questo che in forme diverse (Tullenus, Tullienus de Tulleno, Tullennus, Tuyenus) ripetutamente si incontra anche in documenti del 1211 e del 1354. Dalla quale circostanza mi vedo rafforzato nella mia vecchia opinione che a base del toponimo TUENNO stia proprio un nome personale, sia esso il «TULA» che si legge in quattro lapidi di Vervò, oppure l'etrusco «TULE» citato dal Battisti, oppure ancora, semplicemente il gentilizio romano «TULLIUS» che mutato in «THUIUS» appare nella frase "haeredes THUIJ de Campo" di un inventario clesiano del 1356. Infine [...] una volta in Valdinòn di paesi chiamati Tuenno ce n'erano due, il secondo dei quali era situato sulla sinistra del burrone del Noce. Va ricordato qui che in Valle sono abbastanza frequenti i doppi nomi per cui si sa che c'erano due Màlgolo, due Mechel (Meclo), e svariate località di campagna portanti il nome degli odierni paesi di Pòrtolo, Torra e Rallo. Infatti ancora nei secoli XIV e XV anche l'odierno Tuennetto o Tuenetto era detto Tuenno, come si vede da questi due passi del "Cod. Clesiano" riportati a pag. 453 e pag. 90 dei «Regesta»: "Tres partes decimae de Thueno, plebis S.Eusebij", cioè della Pieve di Torra e «De uno molendino in Plebe S. Eusebii penes Rium, seu aquam quae labitur subtus villam Thuenni».

Sulla base di questi ragionamenti sembrerebbe quantomeno dubbio che Tuenno possa derivare dal popolo dei «TULLIASSES» della Tavola Clesiana e, invece, più verosimilmente che i nomi Tuenno e Tuenetto derivino dal nome di persona TULLIUS, oppure da TULE.
Il ricercatore Paolo Odorizzi, dà in qualche modo ragione all'argomentazione di Enrico Quaresima e spiega che in origine il villaggio di Tuenno nella Pieve di Tassullo era appellato Tuyeno, Tuveno, Tuelene, Tujeno, Tugegno, Tulenno, Tullieno, ma mai Tueno meno che mai Tuenno a differenza del piccolo Tuenetto chiamato invece sempre Tueno, Tueni, Thueni (ancora nel 1616 sul registro dei nati della Pieve di Torra, il primo bambino di Tuenetto segnato è «Romedius filius Jacobi et Margareta de Marchioribus Tueni») (Vedi P. Odorizzi, pag.266 e segg). Ciò sicuramente fino al XV secolo quando comparve per la villa della Pieve di Torra il diminutivo (nel regolamento forestale del 1556 è scritto Tueneto parvo) e questo, sia per non confonderlo con il più importante Tuenno, sia perché Tuenetto è stato ed è ancora oggi di dimensioni notevolmente più ridotte.
Oltre ai passi del "Codice Clesiano" sopra riportati altre carte carte del XIV secolo fanno riferimento a persone di Tueno ovvero Tuenetto: uno del 1314 riporta il nome di un Federico di Roperto de Tueno (Plebis sancti Eusebij) nel ruolo di teste in una contesa; un altro atto del 1319 conservato nell'archivio Bragher, si legge «Passus de Tuyeno e Ropertus de Tueno in villa Tuyeno Plebis sancti Eusebij e in curte domini Henrici de Tuyeno habitator Coredi...».

Potremmo dilettarci a lungo con queste ed altre ipotesi, ma vogliamo concludere parlando di due popolari credenze che però, a parer mio sarebbero da scartare senz'altro. La prima che Tuenetto possa essere stato un tempo formato da persone di TUENNO (e come detto i trapianti di popolazioni durante il medioevo specialmente ad opera di feudatari era abbastanza frequente) basandosi sul fatto della presenza a Tuenetto nel XVI secolo del cognome Moratti, abbastanza diffuso a Tuenno, e tuttavia questa è una prova piuttosto debole se non inconsistente per sostenere un'eventuale collegamento di Tuenetto con Tuenno (nel regolamento forestale per le ville di Mollaro, Segno, Torra e Tuenetto del 1556, si legge: "...item Zanotus filius quondam Balthasaris Morati de Tueneto parvo (Tuenetto piccolo)".
Infine la supposta idea che il toponimo Tuenetto possa essere collegato con “Thun”, considerando che la nobile famiglia aveva giurisdizione sul villaggio, non è veritiera perchè Tuenetto parrebbe esistere ben prima che i Thun acquisissero la loro importanza.
Non resta che l'auspicio che di più sulle origini del toponimo Tuenetto sia scoperto in futuro da più valenti ricercatori.

I due Mainardo Conti del Tirolo - I maggiori problemi che in cui si imbatteva il Principe vescovo erano nel tenere assoggettati i più ricchi e potenti signori per sottometterli alla sua autorità. Le famiglie nobili della Valle di Non generalmente furono tra quelle che si rivelarono rispettose verso il loro principe e anche la vita nella valle scorreva tranquilla e in fondo soddisfatta del governo vescovile. Pure i liberi comuni erano in buoni rapporti sia con i nobili che con l’autorità vescovile.
Le cose cambiarono verso la metà del XIII secolo quando comincia una lunga serie di turbolenze, guerre e altre calamità che portarono rovine in tutto il Trentino, ma forse di più in Valle di Non. Il Principe vescovo favoriva il partito dei guelfi e parecchi suoi vassalli tra i più potenti si rivolsero contro di lui, ma non i Signori nonesi che scelsero di parteggiare per il loro Principe. Ma l’Imperatore Federico II era di parte ghibellina e per questo tolse ai vescovi di Trento e Bressanone il controllo temporale e lo affidò a Ezzelino da Romano signore di Verona, il quale attraverso i delegati imperiali (per Trento un certo Viboto) impose il suo potere con la forza. Ciò provocò gravi tumulti che partirono dalle Giudicarie per estendersi anche nell’Anaunia. Il vescovo (Aldrighetto) spogliato del suo potere, decise di chiedere aiuto ad Alberto III Conte del Tirolo al quale affidò l’avvocazia della chiesa di Trento, fu una scelta fatale per l’episcopato.
Ben presto il Conte Alberto si rivelò interessato unicamente ad accrescere il proprio dominio e anziché difendere il Principato lo oppresse. Nel 1253 Alberto morì lasciando due figlie una delle quali sposò Mainardo Conte di Gorizia e nella divisione dei beni del conte a questa toccarono i possedimenti a sud del Brennero. Così Mainardo divenne anche Conte del Tirolo e si vide rinnovare dal vescovo (Egnone) tutte le investiture feudali del Conte Alberto. Il Principato era comunque alle dipendenze di Ezzelino, ma i cittadini stanchi delle angherie di questi e del suo Podestà, si armarono e lo scacciarono rivendicando l’autonomia del principato. Il vescovo Egnone nel 1255 riprese così il potere temporale e Mainardo pretese l’avvocazia della chiesa di Trento e addirittura che fosse dichiarata ereditaria. Subito dopo il vescovo si pentì di aver fatto quella concessione e quando Mainardo morì, volle revocarla ai suoi figli. Ebbe inizio un periodo di accesa inimicizia tra il vescovo e il giovane Mainardo II erede del conte dei Tirolo. Solo con la morte di questi, nel 1289, ci fu una pace più durevole e sicura. Nel frattempo la Valle di Non restò più o meno in possesso dei conti del Tirolo ed era cambiata l’amministrazione. La divisione in gastaldie era abbandonata e il vicedomino fu sostituito dal Capitano che aveva le stesse attribuzioni. Il più illustre tra i Capitani fi Odorico di Coredo che fu fautore della “riforma” del fuocatico , ovvero la tassa per ogni famiglia (fuoco) tanto ben congegnata che ricevette le lodi del Principe vescovo.

Notizia preziosa sull'esistenza di Tuenetto nella seconda metà del 1200 è la presenza dell'insigne stirpe di notai residenti a Tuenetto il cui capostipite fu il notaio Rodegerio attivo dal 1259 e morto nel 1324. Essi furono per sei generazioni al servizio dei de Tono. (Vedi P. Odorizzi, pag.257)

Tuenetto e Castel Bragher - E' in questo frangente storico che Tuenetto compare come una giurisdizione di Castel Bragher. Il maniero già dei signori di Coredo fu eretto con ogni probabilità nel XIII secolo per opera di Bragherio ( Castrum Bragherii) capostipite del ramo dei Coredo detti di castel Bragher. Bragherio ebbe molti discendenti tra cui un Gumpolino a sua volta padre di Mugone e Faidia. Faidia sposò il 21 aprile del 1286 Enrico detto Rospaz (dal nome della madre Rospazia di Cembra) figlio naturale di Simone di Thun. Nonostante la sua condizione di nascita, poté ereditare dal padre tutti i suoi feudi. Ecco affacciarsi la famiglia Thun nelle vicende di Tuenetto; già con questo matrimonio i Thun acquisirono diritti su castel Bragher. Quando Mugone, fratello di Faidia, morì lasciando quattro figli minorenni, il tutore di questi ultimi vendette tutti i loro diritti e proprietà a Simone di Thun-Belvesino. Anche Erasmo, altro erede di Bragherio, vendette i suoi beni ai Thun e così tutti gli averi del castello, compresa la giurisdizione di Tuenetto, già dei Coredo, passò nelle mani della famiglia Thun che la mantenne fino alla fine del XVIII secolo. Tuenetto costituiva una vera e propria enclave sottoposta alla giurisdizione e sovranità di Castel Bragher senza confinare col territorio del castello. Tuenetto costituisce una delle tante particolarità che raccontano il complesso ordine territoriale della Valle di Non in quel periodo. I sudditi di Tuenetto dovevano prestare gratuitamente diversi servizi a favore dei Signori come condurre gratis il fieno montano dal monte Predaia a Braghér e coltivare i fondi intorno al castello.
Tutti o quasi gli studiosi che si occuparono di storia nonesa riferiscono questo speciale requisito di Tuenetto: Jacopo Antonio Maffei nel suo libro «Periodi istorici e topografia delle Valli di Non e Sole» quando tratta di Castel Brughiero scrive quanto segue:

«Appartiene a questo castello la picciola giurisdizione di Tuenetto, della quale si parlerà sotto la Pieve di Torri, avendo, oltre questa, altri sudditi peculiari nella villa di Tajo, ed in Segno, e case in altre Ville; esercita la giurisdizione civile, e criminale per mezzo d’un Vicario sopra questi sudditi peculiari, alternando la nomina del Vicario colla linea de’ Conti Thunn di Castel Caldes per convenzione di famiglia».

Trattando direttamente del villaggio il Maffei scrive ancora:

«Verso mattina su d’una eminenza si ritrova una picciola Villa detta Tuenetto; questa è composta da cinque o sei case, che comprendono dodici in tredici famiglie tutte del medesimo cognome Melchiori fuorchè una. Questa Villa con alcune case disperse nelle contigue Ville formano un feudo, e gli abitanti di essa sono sudditi peculiari de’ Conti di Thunn di C. Brughiero e Caldes, come abbiamo testè accennato».

Quando nell’anno 1592 la nobile famiglia dei Thunn ― che fino a quella data era rimasta unita ― si divise in diverse linee, prosegue il Maffei: «La linea di C. Brughiero possiede la giurisdizione di C.Fondo, Rabbi alternativamente con la linea de’ Conti Thunn di C. Caldes, Tuenetto restò alli Conti di C. Brughiero, e Castel Thunn ottenne li sudditi peculiari di Vigo, e de’ suoi contorni, che forma la quarta linea». A conferma, nella Chiesa dedicata alla Madonna di Loreto antistante il Castel Bragher (costruita nel 1723 e benedetta il 25 marzo 1726), v’è una iscrizione (che il Maffei colloca nella parrocchiale di Taio) con inciso l’anno 1738 e le seguenti parole:

CHRISTO. R.S.
IO. VIGILIO S.R.I. COM. DE THUN E T. HOHENSTEIN
M.THERES. ET. IOSEPHI II. AVGG
A. CVBICVL ET. SECRET. CONSIL
C.FUNDI ARSII. RABII. TVENETI
DOMINO
INGENII. PRÆSTANTIA. LIBERALITATE IN. PAVERES
IVSTITIA. DOCTRINA. IDIOMATVM. ELEGANTI
EXIMIO
EMMANVEL EPVS. S.R.I. PRINCEPS TRID.
IOSEPHVS. ET. ARBOGASTUS
PATRI. CARISSIMO
IOSEPHA. EX. S.R.I. COMIT. COLVMNA. DEVO
CONIVCI DVLCISSIMO
MOESTISSIMI P.P.
VIXIT. ANN. LX. OB. PRID. NON. FEBRUAR

CIЭIЭCCLXXXVIII


Che i padroni di Tuenetto fossero i Thun traspare in modo palese dal diploma del Principe Vescovo Bernardo Clesio del 1516, nel quale riconosce alla nobile famiglia il diritto a «tres partes decime de predictis de Thueno». Diritti rinnovati dal cardinale Cristoforo Madruzzo nel 1554 in una scrittura in cui si dice che sono di proprietà dei Thun: Gaspare figlio de fu Antonio «de Moratis de Tueneto» con tutti i suoi figli, e i loro eredi, e tutto il loro avere. Per una quarta parte anche il maso detto «el mas de Tuenet». Inoltre Giovanni e i suoi fratelli figli del fu Baldessare Morat di Tuenetto con i loro eredi e tutti i loro beni. E per metà anche il già nominato maso Thuenet. Infine «tota Regula Thuenetj». Per le decime «tota decima panis, vini e nutrinorum (vitelli), in Thueneto plebis Sancti Eusebij».


Diritti su Tuenetto in un documento del 1554


Nel 1532 in una deposizione (della quale non si è appreso il significato giuridico), alcuni abitanti di Vigo, Taio e Tuenetto dichiarano di essere affittalini dei Thun ma né loro né i loro antenati furono mai servi. Il testo latino è riportato in F.Turrini, Le chiese di Mollaro e Tuenetto pag.79:

«Juridica depositio ruorundam de Vigo, Thoni, Tajo Tuenetto... quod quamquam sint affictalini dominorum de Tono, numquam tamen, nec ipsi nec antecessores sui fuerunt dictorum dominorum servi».

A quanto si apprende, i contadini che appartenevano alla giurisdizione dei Thun dovevano coltivare la ségala e i vigneti che erano diffusamente presenti soprattutto a Dardine e Tuenetto.
Ancora a proposito del legame di Tuenetto con i Thun di Castel Bragher molto interessante, è la genealogia dei domini di Tuenetto che a detta dello storico Paolo Odorizzi sono «costituenti una delle più antiche stirpi di notai nonesi». Essi si imparentarono con i de Tono grazie al seguente matrimonio:

«11/10/1349 indizione seconda, domenica. In castro Toni apud turium seu apud domum infrascripti domini Petri, presentibus domino Ulricio quondam nobilis viri domini Federici de dicto castro, ser Georgio notario quondam domini Hendrici dicti Rospazi de Vigo, domino Johanne plebano de Tono, ser Adamo quondam ser Bernardi de Pro, Pelegrino eius fillio, ser Odorico dicto Malvasio quondam ser Georgii de Novesino, Petro eius fillio, ser Ancio quondam domini Ancii quondam domini Olurandini de Molario atque Antonio (?) quondam ser Çavarisii de Tueno. Ottone fu ser Federico fu ser Ropreto da Tuennetto, marito della domina Sofia fu domino Simeone Thun»,

dichiara di aver ricevuto la somma di 36 marche d'argento di denari meranesi dal domino Pietro fu domino Simeone Thun a titolo di dote della detta domina Sofia, sorella di lui. Notaio: Federico fu Odorico di Torra (Archivio Thun di castel Bragher IX, 8, 41). Il documento è collocato da Albino Casetti ― autore della Guida storico-Archivistica del Trentino (pag. 263), nel cassetto 12°, n. 56, a. 1349-1856 «Patti nuziali» ― però, scrive il Casetti, quell'Ottone fu ser Federico è "di Tuenno" e non di Tuenetto. Se qui sorga il solito equivoco tra Tuenno e Tuenetto non siamo in grado di sapere, tuttavia ci azzardiamo a preferire la seconda possibilità e cioè che si tratti d'un Ottone della dinastia dei signori di Tuenetto. A sostegno di questa tesi, nel documento del 29 giugno 1438 (un centinaio d'anni dopo il matrimonio succitato) si legge che il nobile Sigismondo di Thun affida la regolania sui monti «Selachi, Trauici, lo Corn, Via Noua, Rodeza» ― a suo tempo esercitata da Ottone di Tuenetto ―, alle comunità delle pievi di Taio e Torra.

Contese tra i Nobili rurali e i Comuni - Se il XIII secolo si contraddistinse per le lunghe lotte tra guelfi e ghibellini, altre sciagure portò il XIV secolo: le frequenti pestilenze ridussero la popolazione nonesa alla miseria che procurò malcontento e odio nel corpo sociale. Gli Asburgo diventati Conti del Tirolo imposero al Vescovo Alberto di Ortenburg una convenzione detta «compattate» (1363 e 1365). Si trattava di un documento con il quale si sanciva un’alleanza militare tra il Principato e il Ducato d’Austria (alla cui guida c'era Rodolfo IV) ed esprimeva la supremazia militare della casata degli Asburgo sul principe Vescovo. Per alcuni anni le «compattate» diedero relativa stabilità seppur con qualche episodio di tensione, ma in realtà furono la fonte di continue liti tra i Principato e la Contea del Tirolo fino a quanto durò il governo vescovile.
La notevole disparità nella ripartizione delle risorse, i privilegi per alcuni di fronte alle imposizioni per altri, favoritismi nell’amministrazione della giustizia facevano deflagrare ad ogni momento aperte ribellioni. Accanto alla nobiltà dei castelli infatti, era venuta formandosi, una classe di nobili minori o detti anche nobili rurali, una nuova classe che dovette essere riconosciuta. (vedasi «AA.VV Taio nel XV e XVI secolo - Vita di una Comunità rurale 1993 pagg. 17 e segg). Queste famiglie abitavano nei paesi accanto alla gente normale e all'inizio non erano tante, ma col tempo si moltiplicarono a dismisura e addirittura si riunirono in una specie di "consorzio" con proprio sindaco che li tutelava nei confronti del Vescovo o dei Comuni. Essi non pagavano le tasse statali e quelle comunali individualmente, ma in forma di consorzio. Sui loro beni e possessi godevano dell'iniqua esenzione dalle tasse ed era questa la causa principale di lunghe questioni con i Comuni. Come nobili erano obbligati a prestare servizio militare in tempo di guerra, (soltanto entro i confini del Princiapato), ma solo dopo che erano stati chiamati i nobili maggiori, obbligo quest'ultimo nella seconda metà del secolo convertita in tassa denominata «steora domenicale ».
I Comuni a loro volta, erano comunque gravati di molti oneri nei confronti del Vescovo soprattutto in tempo di guerra quando servivano molte risorse. Le imposte erano regolate attraverso il «fuocatico» il Comune versava l'imposta in base ai «fuochi» (famiglie) presenti nel comune stesso; viene da sè che più erano le famiglie esenti e più gravavano le tasse su quelli che non erano esenti. E inoltre erano diffusissimi gli imbrogli di questi "nobili" per avere il diritto alle esenzioni. Le controversie tra i Comuni e questi nobili sono numerosissime e si trascinavano nel tempo per molti anni, addirittura talvolta questi privilegi erano in aperta contraddizione con le Carte di Regola anch'esse approvate dal principe Vescovo e che mettevano i giudici in forte impaccio.
Nel 1322 il Vescovo Enrico III de Metis cercò di ordinare meglio questi rapporti tra nobili e Comuni, ma fu un tentativo che andò disatteso e le ingiustizie continuarono ancora e con esse il malcontento generalizzato. Alle contese tra i nobili rurali e i Comuni si aggiunsero quelle tra le famiglie nobili dei castelli che erano tutte avide di arricchire. Le vere motivazioni di queste discordie non sono chiarite, probabilmente la Valle, mal divisa fra il Conte del Tirolo e il Principe Vescovo, era alla radice di tali lotte. Per porre qualche rimedio a questa situazione fu sancita una pace nel 1330 con un atto steso in Taio che avrebbe dovuto durare un quinquennio. Nel documento, tra i contraenti dell'accordo, figura ser Ropretus de Tueno. Per via del noto equivoco sull'appellativo «De Thueno» appare incerto se il Ropretus citato nel documento fosse un abitante di Tuenetto; essendo in compagnia di personaggi appartenenti alle più illustri famiglie nonese del tempo tutte con castello parrebbe inverosimile e tuttavia non improbabile anche alla luce di quanto sostiene Paolo Odorizzi circa la stirpe influente di notai di Tuenetto di cui abbiamo già detto.
La pace durò appunto cinque anni, ma poi ripresero le lotte. Due fazioni si contrapposero, l'una capitanata dai signori d'Arsio, l'altra dai Thunn. Con gli uffici del Capitano Volcmaro di Burgstall e lotte parvero cessare nel 1338, ma per pochissimo giacchè pochi anni dopo ripresero le ostilità che paiono terminare alla fine di questo tribolato XIV secolo.

Un secolo di tumulti - Il XV secolo si apre con una condizione economica della popolazione piuttosto misera a causa delle vicende tumultuose del secolo appena chiuso. Si sa che anche Tuenetto fu interessato da una pestilenza nel 1439 e di questo si parla in seguito. L'agricoltura consisteva in pastorizia e allevamento di bestiame (buoi, pecore capre, maiali); i prodotti coltivati erano la ségala, l'avena, l'orzo frumento e miglio, accanto agli ortaggi come i fagioli, fave (il granoturco e il grano saraceno erano ancora sconosciuti così come il gelso che tanta parte ebbe nell'economia nei secoli successivi), largamente coltivata era la vite.
Grandissima importanza aveva il bosco, del resto le foreste erano notevolmente più estese che non oggi e contenevano tanta selvaggina preziosa fonte di cibo per i valligiani. Sulla caccia e sulla pesca i diritti erano ancora una volta appannaggio dei nobili castellani e spesso anche queste erano oggetto di sommosse popolari. La sicurezza era precaria: era molto facile essere aggrediti e basta osservare che non solo i castelli sulle alture e ben difesi, ma anche le case nei paesi erano protette da alte mura.
Come non bastassero la miseria, le carestie e le epidemie di peste, all'inizio di febbiaio del 1407 a Trento ci fu una rivolta di contadini guidata da Rodolfo Belenzani alla quale seguirono moti di ribellione anche in Valle di Non e di Sole. Le motivazioni di questo perenne malcontento erano sempre le stesse e c'è da aggiungere il comportamento iniquo degli impiegati vescovili che commettevano sopraffazioni d'ogni tipo. Alcuni storici ritengono tuttavia che piuttosto che le condizioni miserevoli della popolazione, furono i contrasti tra i tanti ceti che godevano di privilegi più o meno grandi. I moti di Trento e della Valle di Non scoppiarono quasi contemporaneamente, ma non si sa se dietro ci fosse stata un'intesa.

A riguardo dell'Anaunia, appena sbollite le ire rivoltose, esiliò i suoi funzionari (Manfredi di Cles, Franceschino di Sarnonico e Giacomo Preti), furono perdonati anzi «mondati di ogni colpa» quanti avevano preso parte alle sommossa e confermò i privilegi antichi della valle. I Privilegi delle Valli rimasero in vigore per tutto il 1400 riconfermati dai vescovi successori di Giorgio I Lichtenstein.
Dopo il burrascoso inizio di secolo con la ribellione del 1407 seguirono gli anni di relativa tranquillità, ma nel frattempo il Conte del Tirolo Sigismondo riuscì a ridurre il potere vescovile entro limiti ristrettissimi. E così le sorti del Principato (e con esso della Valle) tornarono in discussione. Il vescovo Giovanni Hinderbach si impegnò a recuperare il potere perduto e rinnovò alla Valle di Non e di Sole i privilegi nel corpus datato 16 aprile 1477. Ciò non gli servì per evitare una ulteriore ribellione le cui motivazioni sono da individuare nella fortissima frammentazione del territorio, la famiglia Thun che aveva acquisito la supremazia, il Vescovo che aveva meno potere di quel che si può pensare e il progetto del Conte Sigismondo di acquisire il controllo territoriale come unico Signore.
A complicare tutto questo quadro politico-economico si inserì la guerra che l'Imperatore e Conte del Tirolo Massimiliano intraprese contro La Repubblica di Venezia e che si concluse con la pace nel 1516.

In questo secolo e precisamente nel 1438 (29 giugno festività dei SS. Pietro e Paolo) vi fu la donazione di alcune aree montane alle ville di Mollaro e Tuenetto rappresentate da Daniele del fu Giovanni «sindico delle ville di Molaro e Tuyeno» quando regolano era Federico fu ser Ottone de Tuyeno (Tuenetto).

Tuenetto e la peste - Tuenetto è legato alle pestilenze medievali per via di una popolare leggenda che lo racconta interamente distrutto durante una di quelle terribili epidemie. La leggenda è riportata in Malgolo nella Pieve di Torra (pag. 159) di don Giovanni Battista Menapace parroco di Torra dal 1887 al 1891, dove narra che

«Tuennetto, villaggio distante pochi minuti da Mollaro, sia stato pressoché totalmente distrutto dalla peste, non essendo rimasta salva che una sol donna, che in que’ paurosi frangenti andò a nascondersi in una spelonca: si dice poi, che quella donna, maritatasi poscia con un cotal Marchiore o Melchiore, che era al servizio dei Conti di Castel Brughiero, ripopolò quel paesello».

Don Menapace, senza dare gran peso alle circostanze del matrimonio, riteneva che la sostanza del fatto della peste fosse vera. A rafforzare questa ipotesi è un documento con data 29 aprile 1440 conservato presso il Tiroler Landesarchiv a Innsbruck. Si tratta di una lettera nella quale Daniele di Mollaro rivolgendosi al Principe Vescovo lo prega di rivedere le decime dovute dalla villa di Mollaro in quanto era ridotta a causa della peste a tre sole famiglie (...restricta est ad tres focos fumantes), e poiché Tuenetto e Mollaro sono molto vicini e separati da una minuscola valletta, si è inclini a credere che la strage abbia contemporaneamente annientato anche Tuenetto. A legare la villa alla peste v’è inoltre l’intitolazione della chiesa al santo protettore degli appestati san Rocco confessore, il cui culto si propagò e divenne popolare solo dopo il concilio di Costanza (1414-1418).

Il secolo XVI - Le crescenti richieste di uomini e denaro (rastrellato mediante le famose steore dette in noneso talioni) da parte dell’arciduca Sigismondo d’Asburgo prima e dall’imperatore Massimiliano I poi, in qualità di conti del Tirolo, determinarono la disputa fra le comunità che si ritenevano «gravate» dal fisco rispetto ad altre, meno afflitte e dette appunto «non gravate». Oramai l’esercito dell’imperatore non era più sufficiente a sostenere le grandi guerre e fu introdotta la leva che attingeva dal ceto contadino che ovviamente non poteva sopportare i costi della difesa. Scoppiò così la protesta soprattutto nelle Valli del Noce dove, già dal tempo delle Compattate, i valligiani non potevano essere costretti a combattere, se non per la difesa del principato vescovile e comunque solo entro i suoi confini.
Ci volle una commissione composta dal Capitano e dall'Assessore della Valle (che affiancava il Capitano per gli affari giudiziari) per giungere ad una soluzione detta Sentenza Compagnazzi (dal notaio che la stese Alessandro Compagnazzi di Tuenno). La sentenza stabiliva quanto in denaro o in soldati ogni pieve dovesse contribuire in caso guerra e regolò i privilegi dei nobili rurali. Pur con qualche controversia (ancora durante il XVIII secolo) la sentenza Compagnazzi rimase in vigore fino alla secolarizzazione del Principato all'inizio dell'800. In questa "sentenza" emblematica è la situazione di Mollaro che nonostante la riduzione da 20 a 3 «fuochi fumanti» per via della peste si trovava a pagare per 7,5 fuochi.
(vedasi per questa sentenza e per la definizione di «fuochi»).
Nel 1525 una sollevazione di contadini armati, stanchi dei soprusi, assalirono castelli, case dei nobili e del clero saccheggiandoli. La rivolta, scoppiata a maggio, fu chiamata «Guerra dei contadini» che si colloca nel contesto della Riforma protestante senza però, a detta degli storici, averne qualche aggancio.
Alla fine della sommossa che ebbe i nonesi tra i più irriducibili, il vincitore fu il governo del vescovo che iniziò la repressione che in valle di Non fu piuttosto pesante. Tra i ribelli condannati a morte ci furono anche tre contadini di Taio, uno di Priò e uno di Mollaro. In questi anni in cui Martin Lutero diffondeva le sue tesi, la Chiesa tridentina era retta da Bernardo Cles (1485-1539). La sua fine abilità diplomatica gli permise di mantenere buoni rapporti con i riformatori pur essendone avversario. Per questa sua capacità ricevette l’apprezzamento della casa imperiale per la quale curava la politica estera e nel 1530 il papa lo nominò cardinale. Il cardinale Cles fece ogni sforzo per far designare Trento a sede del Concilio e ci riuscì felicemente, non potendo tuttavia assistere all’ingresso dei primi messi pontifici nel novembre del 1542.
Come già ricordato Tuenetto per Bernardo Clesio, o forse meglio per i suoi funzionari, non esisteva; nella visita pastorale del 1537, non fanno alcuna menzione di una chiesa nel paese mentre si descrivono dettagliatamente quelle delle altre ville della pieve di Torra. La presenza a Tuenetto di una cappella è quasi certa, in quanto la comunità di Tuenetto esisteva da molto tempo, forse si trattava di una chiesa non consacrata o in uno stato deplorevole e per questo trascurata dai visitatori vescovili, e però ancora una volta Tuenetto sembra essere quasi insignificante.

Per dare un'idea della vita nella Pieve sul finire di questo secolo si riporta il documento datato 10 novembre 1591 col quale le comunità di Segno, Torra, Vion, Mollaro e Tuenetto strinsero una convenzione riguardante la manutenzione della via imperiale che si deve tener agibile sia d’inverno che d’estate, con l’obbligo di sistemare un “pigagno” (ponte di tronchi) per i passanti; le comunità potranno tagliare il legname necessario per il detto ponte nei “gazi” là esitenti.

La caccia alle streghe - A Bernardo Cles, successe Cristoforo Madruzzo da poco eletto cardinale, egli profuse ogni energia per accogliere i legati papali del celebre Concilio tridentino inaugurato nel 1545 che si svolse in tre fasi e terminò nel 1563. Morì a Tivoli nel 1578 cedendo il potere al nipote Ludovico che operò nel solco dell'illustre zio. Morto nel 1600 a Roma, Ludovico, fece eleggere a sua volta dal capitolo tridentino il nipote Carlo Gaudenzio anch'egli cardinale che servì gli interessi austro-spagnoli.
Governava la diocesi Carlo Gaudenzio nel 1614 quando a Coredo venne incarcerata Anna Portolana detta «Tuenetta» vittima del clima culturale che produsse la "caccia alle streghe" e il cui soprannome forse ne indica la provenienza. Nel 1629, poco prima di morire, Carlo Gaudenzio riuscì a far eleggere Carlo Emanuele quarto esponente della famiglia Madruzzo al soglio vescovile. Estraneo all'ambiente trentino, segnò il declino della sua famiglia, ma in un certo senso anche del Principato vescovile.

Il 10 giugno 1645 nacque a Segno Eusebio Francesco Chini missionario gesuita tra il Messico e gli Stati Uniti. Per la sua attività scientifica in campo cartografico e astronomico è riconosciuto come uno dei padri dell’Arizona ed è presente nel Famedio di Washington (unico tirolese di lingua italiana). Come missionario fondò più di venti missioni tra il Messico e gli Stati Uniti palesando notevole capacità nel realizzare una relazione dignitosa fra i popoli indigeni e l'istituzione religiosa che rappresentava. Morì a Magdalena de Kino (Messico) il 15 marzo 1711.
Per approfondire vedi sito dedicato.

Il Settecento - All'inizio del settecento sul trono di Carlo II, ultimo Asburgo di Spagna rimasto senza eredi, si contesero i pretendenti francesi, austriaci e bavaresi. La guerra di successione spagnola che aveva implicato i maggiori stati europei, coinvolse nel 1703 anche la città di Trento. Nel settembre di quell’anno sotto il vescovato Giovanni Michele Spaur, la città fu sottoposta all’assedio del generale Vendôme. Il duca generale fece bombardare la città, difesa dal generale Solari, dall’alto del Dos Trento. Scrive Mons. Bressan autore de L'invasione del Trentino nel 1703:

«La città subì un bombardamento intenso. Piovve su di essa qualcosa come 500 bombe, ma non si arrese. Vi furono danni materiali ma fortunatamente pochi morti». L’assedio durò poco perché, con sorpresa degli assediati, il comandante francese ordinò la ritirata per raggiungere precipitosamente la Pianura Padana.

A Carlo VI succedette al trono la figlia Maria Teresa. L’era teresiana ebbe un’importanza centrale per il Principato Vescovile. Durante il regno di Maria Teresa e del suo successore Giuseppe II, vi furono importanti cambiamenti. In primo l’accentramento statale ottenuto attraverso l’uniformità dei sistemi economici e giuridici delle varie province della monarchia. In questo il Principato di Trento conservò la sua autonomia. Altra novità introdotta dalla sovrana d’Austria fu il Catasto, un censimento di tutte le proprietà fondiarie, che ammodernò lo stato, convincendo i sudditi a contribuire secondo il dovuto e togliendo ingiusti privilegi feudali. Fu ancora migliorata e potenziata l’agricoltura tramite bonifiche, l’istituzione di società agrarie con il compito di formare i contadini al corretto uso della terra. Accolta all’inizio con disappunto da parte delle comunità locali, altra riforma di grande rilevanza fu quella scolastica. Questa innovazione fu quella che diede più lustro alla sovrana; emanato nel 1774 questo provvedimento doveva garantire a tutti la capacità di leggere, scrivere e far di conto. Le conseguenze della riforma sono ben documentate anche nella Pieve di Torra in quanto ogni piccolo paese ebbe la sua scuola (ad esclusione di Vion e Tuenetto aggregati rispettivamente a Torra e Mollaro). Furono queste riforme che determinarono molti cambiamenti anche per piccole realtà come Tuenetto.

Mentre nel Principato vescovile di Trento si sussegguivano questi avvenimenti, nel XVIII secolo Tuenetto rimaneva sotto la giurisdizione del Signore di Castel Bragher.
Fu il secolo in cui si ampliò la chiesa di san Rocco aggiungendovi il coro, ad opera del «maestro muraro Sisinnio Rossi» di Piano di Sanzeno che iniziò i lavori il 22 aprile 1765. L'allora Principe Vesvovo Cristoforo Sizzo concesse 40 giorni d' indulgenza a tutti coloro che visitavano la chiesa nel giorno del patrocinio (16 agosto), tutte le feste dedicate a Maria e il secondo giorno delle rogazioni.
Un'importante atto per Tuenetto fu sottoscritto con le frazioni di Mollaro e Dardine nel 1758 col quale fu frazionato il 4° colomello costituito nella carta di Regola del 1513; ciascuna frazione ebbe la sua parte delle proprietà comuni.

Fine del Principato vescovile - La guerra europea scatenata dalla rivoluzione francese investì il Principato e con esso anche la Valle di Non. Nei pochi anni a cavallo tra il XVIII e XIX secolo accaddero avvenimenti che esponiamo sinteticamente: 5 settembre 1796, occupazione francese del Trentino, ma dal 12 novembre 1796 al 29 gennaio 1797, il Trentino è soggetto all’occupazione austriaca; dal 30 gennaio al 10 aprile 1797 ritorna ancora l’occupazione francese; sono mesi convulsi e dal 10 aprile 1797 al 6 gennaio 1801 il territorio trentino è di nuovo sotto l’occupazione austriaca per ritornare dal 7 gennaio al 17 aprile 1801 nuovamente sotto i francesi; dal 18 aprile 1801 al 5 novembre 1802 il Trentino venne affidato dai francesi ad una reggenza Capitolare, alla quale posero fine le truppe di casa d’Austria. Dal 6 novembre 1802 e fino al 25 dicembre 1805, a seguito della pace di Luneville il Trentino passa sotto l’imperatore Francesco I; frattanto il 4 febbraio 1803, fu sancita la secolarizzazione del Principato Vescovile che fu annesso all’Austria e unito alla provincia del Tirolo; il 26 dicembre 1805, con la Pace di Presburgo (odierna Bratislava, capitale della Slovacchia) il Tirolo con il Principato di Trento è annesso al Regno di Baviera; il 28 febbraio 1810 la Baviera cede il Trentino (Tirolo meridionale) a Napoleone che lo unisce al Regno Italico (Trattato di Parigi) e il 20 febbraio dello stesso anno muore a Mantova Andreas Hofer l’eroe tirolese; nel 1814 l’Austria ottiene l’annessione del Tirolo ed anche l’ex Principato di Trento viene a far parte della Contea del Tirolo. Come si può vedere fu un ventennio, dal 1796 al 1814, di grandi sconvolgimenti. Il potere vescovile protrattosi fino al 1803 declinò definitivamente quando Napoleone sancì la secolarizzazione dei territori governati dalle autorità ecclesiastiche. Nel descrivere quest’epoca tutti gli studiosi che si sono occupati di storia anaune, sono concordi nell’affermare che nonostante un oggettivo miglioramento dell’organizzazione amministrativa del territorio, il malcontento popolare era divenuto insopportabile. Complice una carestia dovuta a raccolti scarsissimi e alle bocche da sfamare che erano oltremodo aumentate (nel Trentino bivaccavano 60 mila soldati), per le autorità non venne in mente niente di meglio che imporre una nuova tassa. Insomma Napoleone portò tasse e fame! Nel 1802 il 26 di marzo in piena epoca napoleonica Simone Melchiori, regolano di Tuenetto risulta tra i firmatari di una petizione perchè i "sbirri" (uomini armati che vessavano la popolazione in quegli anni burrascosi). A parte la curiosità per il piccolo fatto, c'è da notare che Tuenetto continuò a mantenere la continuità della vicinia che risaliva come minimo al 1300 e che durò di fatto fino alla abolizione delle Regole avvenuta nel 1805 con il decreto dell'Imperatore Francesco II d'Austria.
Nel 1804 il territorio trentino fu suddiviso in due Circoli: Trento e Rovereto. La Valle di Non era soggetta a quello di Trento che comprendeva 24 Giudizi (distretti amministrativi), tra i quali v'era il Giudizio di Thun, Tuenetto e Masi di Vigo.

Il governo bavarese - Questa strutturazione territoriale ebbe appena il tempo di essere avviata quando subì una nuova mutazione con l’avvento del Governo Bavarese in seguito alla Pace di Presburgo del 1805. Il Trentino dovette affrontare tre anni di amministrazione fortemente centralizzata sul modello francese. La soppressione degli antichi diritti gelosamente custoditi per secoli, la sottomissione della Chiesa allo stato, la coscrizione militare, operate dal governo filo-napoleonico bavarese, scatenò la sollevazione popolare. A capo di questa rivolta fu Andreas Hofer detto il General Barbón. Fu una sommossa che coinvolse tutte le valli sia trentine che altoatesine. Andreas Hofer ebbe un forte legame anche con la Valle di Non; nel 1809 nel culmine della rivolta venne di persona in Valle per verificare la situazione politico-militare. Passò da Revò dove incontrò i rappresentanti dei comuni delle valli del Noce, passò poi a Cles sempre accolto con tutti gli onori col suono delle campane a festa.
Dopo alterne vicende, abbandonato persino dagli Asburgo, Hofer finì prigioniero e scortato a Mantova dinanzi al tribunale militare e il 20 febbraio 1810 fu condotto davanti al plotone di esecuzione. I funerali furono celebrati nella chiesa mantovana di San Michele e sepolto nel vicino cimitero. La salma di Andreas Hofer fu in seguito trafugata e sepolta dal 1823 nella Hofkirche a Innsbruck.

Il Regno Italico - Sconfitta la rivolta hoferiana con la stipula della Pace di Schönbrunn il 14 ottobre 1809, l’Austria cedette a Napoleone il Tirolo che vide la sua annessione al Regno italico. Il piccolo caporale (epiteto dispregiativo affibbiato a Napoleone per le sue origini umili e sconosciute) diede il colpo finale agli antichi privilegi feudali; unì Trento con Bolzano formando il dipartimento dell’Alto Adige. Questo fu diviso in cinque distretti: Trento, Cles, Bolzano, Rovereto e Riva. I distretti furono a loro volta suddivisi in 20 cantoni. Il distretto di Cles fu ripartito in sei cantoni: Denno, Spormaggiore, Coredo, Vigo, Taio e Torra. Tuenetto apparteneva a quest’ultimo municipio che riuniva otto comuni: Segno, Vion, Tuenetto, Mollaro, Priò, Vervò, Dardine e appunto Torra. Una nota compilata dall'Intendenza di Finanza di Trento nel 1810 in base ai dati statistici circa il consumo e il commercio forniti dai sindaci del Dipartimento dell'Alto Adige diceva: «Al cantone di Denno con 9.431 abitanti, si calcola un reddito complessivo di Lire 7.010 osservando che il comune di Denno capoluogo di discreto commercio e passaggio rende Lire 5.106, cioè Lire 2 per abitante, mentre le altre comuni rimangono fuori di strada e conseguentemente l'esercizio de' dazi è di tenue entità. I comuni dipendenti erano Spormaggiore, Coredo, Vigo con i Masi, Taio e Torra». Il municipio di Torra contava 1516 abitanti. Se l’età napoleonica ebbe il merito di ammodernare il regime precedente, tuttavia anche il sistema centralistico del Regno, irriguardoso della tradizione locale fu poco gradito dalla popolazione in particolare per la rigida fusione dei comuni e la perdita di ogni loro potestà decisionale.


Documento


L'Impero asburgico - Nel 1813 l’Austria entrò a far parte della coalizione contro Napoleone e, nel 1815, in seguito alle disastrose sconfitte di questi, tornò a esercitare il potere esecutivo sul territorio trentino riunendolo in un’unica provincia denominata Tirolo (Land Tirol) con sede in Innsbruck. Il ritorno del Trentino sotto la sovranità austriaca non diede luogo ad espressioni di dissenso e tuttavia i nuovi sovrani non furono particolarmente riconoscenti nei confronti del Tirolo che combatté coraggiosamente contro Napoleone per la difesa della patria. Basti pensare che l’organizzazione per la difesa territoriale fu praticamente abolita e delle gesta degli sìzzeri non rimase che il ricordo.
Il decennio 1810/1820 viene ricordato come un decennio di drammatiche carestie come quella celebre del 1816 l'an de la fam che portò con sé anche una grave epidemia di tifo petecchiale negli anni 1816 e 1817.
La provincia tirolese fu suddivisa in capitanati due dei quali nel Trentino (Trento e Rovereto). Il nuovo ordinamento prevedeva una Dieta che era composta di 52 membri eletti sulla base degli ordini sociali e cioè clero, nobiltà, cittadini e contadini (al Trentino spettavano tre rappresentanti del clero, due per le città, due per i contadini; la nobiltà eleggeva i propri deputati senza riferimento al territorio). I capitanati erano suddivisi a loro volta in 14 giudizi distrettuali.
Nel 1819 furono riordinate le competenze comunali (il nuovo regolamento prevedeva tra l’altro la ricostituzione di 384 comuni che erano stati ridotti a 110 durante l’epoca napoleonica). In particolare furono previste tre categorie di comuni: i comuni di campagna, le città minori e le città maggiori.
L’organizzazione dei giudizi distrettuali sancita con la Patente sovrana del 14 marzo 1817 presenta il territorio del futuro distretto di Mezzolombardo articolato in molteplici distretti tra i quali quello di Tuenetto. Il Giudizio distrettuale statale di Mezzolombardo venne istituito con la Sovrana risoluzione del 20 gennaio 1824. La norma sanciva la suddivisione delle valli di Non e di Sole nei quattro Giudizi distrettuali di Malé, Cles, Fondo e appunto Mezzolombardo. Il distretto di Mezzolombardo comprendeva i comuni dell’ex Giudizio patrimoniale di Masi di Vigo e Tuenetto, i comuni dell’ex Giudizio patrimoniale di Mezzocorona, parte dei comuni dell’ex Giudizio patrimoniale di Spor, Flavon e Belfort e alcuni comuni da Cles, ovvero Torra, Vervò, Vion, Dercolo, Lover, Campo, Denno, Termon, Quetta, Vigo, Toss, Dardine, Priò e Mollaro. Questa struttura venne confermata dalla Commissione d’attivazione del potere giudiziario per il Tirolo Voralberg del 29 novembre 1829 e dal Dispaccio della Commissione provinciale del 24 novembre 1854.
La tenuta dei registri di stato civile affidata al tempo del governo bavarese e mantenuta dal Regno Italico ai comuni, fu restituita alle parrocchie. Il governo austriaco, in luogo dei comuni formati dai governi filo napoleonici, ne formò 384 ripristinando di fatto l’antico assetto che rimase in vita per tutto il periodo della sovranità asburgica.
Il primo capo comune di Tuenetto che la nostra ricerca ha rilevato è Pietro Melchiori che in data 12 febbraio 1818 fu convocato per nominare un attuario (sorta di segretario comunale che teneva i conti) per i comuni della Pieve di Torra.


12 febbraio 1818 Nomina d'un attuario


Nel 1824 si riorganizzò l’amministrazione della giustizia in Val di Non e il comune di Tuenetto, che in precedenza era assoggettato a Cles, finì coll’essere aggregato al I.R. Giudizio di Mezzolombardo.
Nel 1849 ricopriva la carica di capo comune di Tuenetto Giovanni Frasnelli che per quest’ufficio percepiva 28 fiorini annuali.
Durante quegli anni oltre alla consueta gestione dei beni comuni, la manutenzione delle strade, il comune di Tuenetto dovette gestire anche la salute pubblica per via delle ricorrenti epidemie di vaiolo, scarlattina e soprattutto di colera che tante morti provocò in tutto il Trentino nelle due ondate del 1836 e del 1855. A tal proposito a Tuenetto nel secondo contagio si ammalarono 9 persone: 6 guarirono e tre dovettero soccombere al male. Fu secondo solo a Vervò che pagò a carissimo prezzo il passaggio del morbo colerico registrando, in poco più di un mese, ben 74 decessi.


Le epidemie di colera del 1836 e del 1855


A guidare la comunità di Tuenetto durante tutta la seconda metà dell’ottocento fu Melchiori Felice maestro elementare e stimato amministratore anche di altri comuni. Durante il suo lungo mandato si trovò a gestire importanti congiunture che interessarono il territorio comunale come l’insediamento della Miniera san Romedio.

La Grande guerra e l'irredentismo - Allo scoppio della prima guerra mondiale (dopo l’attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914, seguì l’ultimatum austro ungarico inviato alla Serbia il 23 luglio a questo seguì la dichiarazione di guerra il giorno 28 luglio), il 31 luglio del 1914, l’imperatore austriaco ordinò la mobilitazione generale e la leva in massa degli uomini dai 21 ai 42 anni.
Nelle valli trentine la notizia della guerra non fu accolta favorevolmente, al contrario ci furono subito tra la gente sentimenti di preoccupazione e incertezza, sentimenti che si tramutarono presto in dolore e pena, sono innumerevoli le testimonianze in questo senso. Furono all’incirca 60.000 i trentini che parteciparono al conflitto destinati soprattutto sui fronti della Galizia e sui Carpazi, fronti questi al centro di sanguinosissime battaglie. La popolazione civile si trovò subito in grave difficoltà: la leva di massa privò le famiglie della forza lavoro con gravi conseguenze in particolare di quello agricolo. Il conflitto non portò nessun lutto alla villa di Tuenetto, nel mentre invece il vicino paese di Mollaro perse ben 10 giovani uomini. La Valle di Non era coinvolta nel conflitto in quanto formava la seconda linea del fronte e il passaggio di truppe che andavano verso il Tonale, teatro di guerra, era intenso. Sulle condizioni di vita della popolazione negli anni della guerra sono preziosi i ricordi dei più anziani. A Tuenetto era vivo il ricordo dell’epica fatica delle donne (rimaste sole in paese con vecchi e bambini) che nell’inverno del 1917 furono impiegate a liberare i binari dalla neve per agevolare il passaggio dei treni della Trento-Malè. Un testimone nato nel 1913 (Melchiori Giuseppe fu Rocco e Carlotta Chini), ricordava vivamente che in paese s’erano accampati dei soldati di nazionalità polacca i quali per sfamarsi razziavano lo scarsissimo cibo, patate, fagioli, rape che trovavano nelle case e non di rado derubavano perfino la polenta che stava cuocendo. Questi soldati inoltre, a causa delle loro promiscue condizioni di vita, erano portatori di gravi malattie come il tifo. Tutti gli uomini dai 18 ai 55 anni erano stati arruolati e anche da Tuenetto i giovani erano partiti verso i fronti russo-galiziani. Sul finire della guerra nella Pieve di Torra, come in tutt’Italia, cominciò ad imperversare la terribile epidemia chiamata «spagnola» che mieté numerose vite. Fu una pandemia influenzale che causò la morte di milioni di persone nel mondo tra il 1918 e 1920 (anche se probabilmente ebbe origine negli Stati Uniti, prese il nome di “spagnola” perché la prima a scriverne fu la stampa di quel paese).


Diario di Guerra di Tullio Chini di Mollaro (1889-1977)



Dal diario di Emilia Tarter (1901-1999)


Tra il migliaio di trentini che optarono di combattere nelle fila italiane, c'erano anche gli irredentisti nonesi che furono arruolati nel corpo degli Alpini. Le sorti della guerra, dopo la sconfitta dell’Austria sul Piave, fecero sì che l’irredentismo il movimento che esprimeva l’aspirazione a liberare le terre soggette al dominio straniero, avesse un largo seguito perlopiù tra i giovani appartenenti alle classi più istruite, che vedevano nell'Italia la strada per l'emancipazione del popolo trentino. Quando già si osservava il disfacimento dello stato asburgico, nel 1918, il senatore Enrico Conci, la cui famiglia era originaria di Mollaro, fervente filo-italiano, pronunciò a Praga un discorso a sostegno delle nazionalità oppresse. Il discorso di Praga è del maggio 1918 e suscitò grande entusiasmo in tutti i popoli non tedeschi della monarchia. Riportiamo un passaggio di quella perorazione:

«È l’augurio di un perseguitato ai perseguitati del rappresentante di una nazione oppressa gemente ancora sempre sotto gravi compressioni; possa il ruggente leone czeco presto accovacciarsi tranquillamente, soddisfatto del suo trionfo».

Il discorso procurerà a Enrico Conci la destituzione da vicecapitano provinciale.


Prove d'italianità


Il 3 novembre 1918 fece il suo ingresso nella città di Trento il 14° Cavalleggeri di Alessandria e successivamente, dopo quasi un anno di governatorato militare, con la firma del Trattato di Saint Germain en Laye avvenuta il 10 settembre 1919 i comuni appartenenti all’Impero austro-ungarico delle provincie di Trento e Bolzano furono annessi al Regno d’Italia (G.U. 1920 n. 232). Per alcuni fu il compimento del sogno irredentista. La ratifica del Trattato da parte del Parlamento Italiano fu comunque ritardata e la legge d’annessione fu promulgata un anno dopo il 26 settembre 1920. Ora il Trentino dopo parecchi decenni di governo asburgico era sottomesso al Regno d’Italia che in quegli anni espresse una serie di governi provvisori, periodo durante il quale tutti i partiti presenti in terra trentina concordavano sulla necessità di mantenere in vita l’antica autonomia provinciale (tra i politici trentini più attivi sulla rivendicazione dell’autonomia provinciale si distinsero Alcide De Gasperi e il senatore Enrico Conci).
I governi romani Nitti, Giolitti, Bonomi e Facta dettero sostanziali assicurazioni sul mantenimento dell’impianto autonomistico, non così il fascismo.

Il Fascismo - Il 28 ottobre 1922 con la celebre “Marcia su Roma” Benito Mussolini riceve dal Re Vittorio Emanuele III l’incarico di formare il Governo. Con l’inizio dell’era fascista si verificò il tramonto dell’autonomia. Il fascismo assunse fin da subito l’aspetto del centralismo statale. Il 21 gennaio 1923 fu istituita la Provincia di Trento comprendente anche Bolzano, Merano e Bressanone. Il 18 febbraio dello stesso anno entrò in vigore la legge comunale italiana che cancellava le antiche libertà dei comuni tirolesi. Nel luglio dello stesso anno con il contributo dell’irredentista roveretano Ettore Tolomei iniziò il processo di assimilazione e italianizzazione dei territori già tirolesi Con il provvedimento legislativo del febbraio 1926 furono istituiti il Podestà e la Consulta municipale, non elettivi, ma nominati dal governo con la motivazione ufficiale della mancanza di servizi e mezzi per provvedere in maniera conveniente ai pubblici servizi (a giudizio di diversi storici il motivo era quello di sopprimere ogni autonomia possibile, perché autonomia significava compromettere il potere totalitario del regime.
Con questo intervento d’imperio si ebbe l’aggregazione dei comuni trentini che passarono da 366 a 127 distruggendo un’articolazione che costituiva l’elemento basilare della vita comunitaria;), il governo presieduto da Mussolini, emanò poco dopo il Regio Decreto 383/1927 attraverso il quale si provvide all’unione coattiva (e conseguente soppressione) di 2184 piccoli comuni.
Ma come fu accolto nei nostri paesi il nuovo regime? Il carattere remissivo, il grado d'istruzione della grande maggioranza della popolazione della Pieve non permettevano di attuare alcuna opposizione, tranne in qualche caso come «quei fatti di Segno» che trovarono ampio spazio sulla stampa locale di quegli anni. In effetti Segno si procurò, anche in seguito, la nomea di paese antifascista e a leggere la cronaca di quei fatti avvenuti nel 1920 crediamo di individuarne le radici.


Leggi la cronaca dei fatti di Segno


Il fascismo domina ogni aspetto della vita della nazione e com'è ovvio ne è coinvolto anche il Comune di Tuenetto che il 28 maggio 1926 il sindaco cessante, Melchiori Teodoro, consegna l’ufficio comunale al Podestà del nuovo Municipio di Taio Reich Emilio (Archivio ex Comune di Tuenetto, Verbale 28 maggio 1926).


Verbale della cessione dell'ufficio comunale di Tuenetto


La cessazione formale del Comune di Tuenetto ebbe effetto con il R.D. 2977 del 29 novembre 1928, pubblicato sulla G.U. n. 7 del 9 gennaio 1929. Il ventennio fascista con l’erezione della provincia unica del Trentino Alto-Adige impose a questa terra di decentramento e autonomia, il centralismo statale suscitando non pochi scontenti nella popolazione (a riprova di ciò vi è il risultato delle elezioni del 1924 indette con una legge fortemente premiante per la lista di maggioranza che doveva risultare quella fascista; nel Trentino questo schieramento si collocò soltanto al terzo posto dopo quello tedesco e quello d’ispirazione popolare).

La seconda guerra mondiale - Il secondo conflitto mondiale fu considerato dalla popolazione una guerra estranea nonostante gli strenui tentativi del regime di educare soprattutto i giovani al militarismo. Molti giovani compresi quelli di Tuenetto e Mollaro partirono per i vari fronti, soprattutto in direzione di quello balcanico. I disagi della guerra culminarono con l’invio degli alpini in Russia il cui destino fu catastrofico. Per fortuna a nessuno dei giovani di Tuenetto toccò di essere spedito a combattere su quel fronte. Caduto il fascismo nel 1943, in alta Italia si instaurò la Repubblica di Salò, ma non nella nostra regione. Con ordinanza di Hitler del 10 settembre fu costituita con Belluno la zona di operazione Prealpi (Alpenvorland) divenendo a tutti gli effetti una provincia del Reich.
Se dopo la prima guerra a pagare il prezzo più alto in termini di caduti fu Mollaro, nella seconda i richiamati mollaresi furono tutti risparmiati. Fu Tuenetto invece a contare due vittime: Melchiori Giorgio Ermanno (1910-1942) caduto mentre svolgeva il servizio nel Corpo dei Pompieri a Roma e Melchiori Alfredo (1916-1953) deceduto in seguito alle ferite effetto dei combattimenti al fronte.

Soldati di Tuenetto nella seconda guerra mondiale
Nel 1940, anno della dichiarazione di guerra all'Inghilterra e alla Francia da parte di Mussolini, il cittadino italiano, iscritto nelle liste di leva al compimento del 18º anno di età diventava soldato e da quel giorno incombeva su di lui l’obbligo militare.
Il servizio di leva poteva anche essere prestato come “ausiliario” presso le varie forze armate italiane e forze di polizia italiane: ad esempio in qualità di carabiniere ausiliario, come agente della Polizia oppure in qualità di Vigile del Fuoco (come fu per Giorgio Ermanno Melchiori).
All'entrata in guerra dell'Italia l'esercito italiano poteva contare su 300mila reclute delle classi 1919 e 1920 e 563mila soldati di leva. Durante il conflitto furono richiamati anche i nati nel 1916 e aliquote delle classi tra il 1910 e il 1915. Questi i giovani di Tuenetto che parteciparono alla seconda guerra mondiale dal 1940 al 1945:

MELCHIORI ALFREDO di Abramo nato il 17 dicembre 1916 di professione contadino, fu arruolato nell’Arma degli Alpini con il grado di Allievo Ufficiale (corso AUC) inquadrato nell’11° Reggimento Alpini, Divisione Pusteria, Battaglione “Trento”, 144 a Compagnia, sciatore fuciliere. Combatté sul fronte occidentale, (Francia) sul fronte greco-albanese e nei Balcani (Montenegro) e in madrepatria. Sbandato all’armistizio del settembre 1943 in territorio nazionale, rientrò in Trentino. Riportò una ferita nei combattimenti sostenuti sul fronte greco-albanese il 18 aprile 1941. Morì per causa della ferita e fu dichiarato caduto di guerra. Ebbe la decorazione della Croce al merito di guerra.

MELCHIORI ANSELMO fu Giuseppe nato il 4 maggio 1921, di professione contadino fu arruolato nell’Artiglieria Alpina con il grado di Alpino, inquadrato nel 2° Reggimento artiglieria alpina, Divisione Tridentina, quindi nel 4° Gruppo alpini Valle, infine nel 6° Reggimento artiglieria alpina, Divisione Alpi Graje, Gruppo Vicenza, servente presso il deposito di Rovereto. Fu inviato sul fronte italo-jugoslavo, in Montenegro e fu impiegato nella Difesa costiera in Liguria. Sbandatosi in territorio nazionale in seguito all’armistizio rientrò in Trentino. Fu decorato con la Croce al merito di Guerra.

MELCHIORI BRUNO fu Romano nato il 24 novembre 1920, contadino, prestò servizio come soldato semplice nell’arma di Fanteria, nel 67° Reggimento fanteria, Divisione Legnano, fuciliere assaltatore. Combatté sul Fronte occidentale (Francia), sul Fronte greco-albanese. Partecipò alla guerra di liberazione in territorio nazionale inquadrato in reparti dell’Esercito del Regno del Sud. Fu insignito della Croce al merito di guerra.

MELCHIORI DARIO fu Giuseppe nato il 10 luglio 1914 contadino, arruolato negli Alpini Granatieri, 3° Reggimento Granatieri, Divisione Forlì, combatté in sul territorio nazionale e nella campagna di Grecia. Fu congedato nel marzo 1943. Si fregiò della Croce al merito di guerra.

MELCHIORI GIUSEPPE fu Rocco nato il 18 marzo 1913 di professione panettiere, fu arruolato come soldato semplice e successivamente promosso a Caporale. Destinato dapprima a vari servizi fu successivamente assegnato al 24° Gruppo artiglieria contraerea dal 75/51. Combatté in territorio metropolitano e nella Difesa contraerea. Sbandato all’armistizio del settembre 1943 in territorio nazionale rientrò in Trentino. Fu decorato con la Croce al merito di guerra.

MELCHIORI MATTEO fu Romano nato il 23 marzo 1915, contadino, soldato semplice nell’arma di Fanteria, 18° Reggimento Fanteria Divisione Acqui. Combatté sul Fronte occidentale (Francia) e sul Fronte greco-albanese. Riportò il congelamento di secondo grado ai piedi nei combattimenti sostenuti sul fronte greco-albanese il 23 dicembre 1940 e pertanto fu rimpatriato. Riformato, fu congedato nel dicembre 1941.

MELCHIORI QUIRINO LUIGI fu Rocco nato il 26 settembre 1914, di professione manovale, fu arruolato come soldato semplice nell’Arma dei Granatieri, 3° Reggimento, Divisione Forlì. Fu impiegato sul territorio metropolitano e sul Fronte greco-albanese. Riportò congelamento alla mano sinistra con disfunzionalità delle ultime quattro dita nei combattimenti sostenuti sul fronte greco-albanese nel febbraio 1941 e fu poi rimpatriato. Riformato, si congedò nel febbraio 1942. Fu insignito della Croce al merito di guerra.

MELCHIORI SILVIO fu Sisinio nato il 18 agosto 1921 di professione contadino, fu arruolato nell’arma di Fanteria. Inizialmente inquadrato nel 231° Reggimento fanteria Divisione Brennero nel deposito di Bressanone come fuciliere assaltatore, fu destinato successivamente al 129° Reggimento fanteria Divisione Perugia, quindi al 47° Reggimento fanteria Divisione Ferrara; successivamente venne arruolato nella Sanità alla 9a Compagnia di Bari, poi ancora nel Quartier generale del Comando territoriale di Bari presso il Centro alloggio n.1 di ed infine destinato al Campo affluenza complementi di Frosinone. Fu inviato sul fronte balcanico in Montenegro e Croazia e poi in Albania e infine sul Fronte italiano. Partecipò agli scontri svoltisi in Albania contro i tedeschi al momento dell’armistizio (9-22 settembre 1943) fino al rimpatrio per malattia. Contrasse ittero catarrale nel settembre 1943 e l’infermità fu diagnosticata dall’Ospedale militare di Bari nell’ottobre. In seguito, dopo il rientro in Italia, partecipò alla guerra di liberazione inquadrato in reparti dell’Esercito del Regno del Sud.

MELCHIORI TEOFILO fu Pietro nato il 14 ottobre 1917, contadino fu arruolato negli Alpini col grado di soldato semplice e successivamente fu promosso a Caporale. Fece parte del 11° Reggimento alpini, Divisione Pusteria, Battaglione “Trento” come marconista. Combatté sul fronte occidentale, sul fronte greco-albanese, in Montenegro e sul territorio occupato di Francia. Sbandato all’armistizio del settembre 1943 in territorio francese rientrò in Trentino. Fu decorato con la Croce al merito di guerra.

CASAGRANDE IGINIO fu Pietro nato il 16 gennaio 1917 contadino, arruolato nell’Arma di Fanteria con il grado di soldato semplice. Prestò servizio come calzolaio presso il Quartier generale dell’11° Corpo d’armata. Combatté sul Fronte italo-jugoslavo, in Jugoslavia, e sul territorio metropolitano. Sbandato all’armistizio del settembre 1943 perché già in licenza di convalescenza in Trentino.

MELCHIORI GIORGIO ERMANNO fu Rocco nato il 27 gennaio 1910, contadino presentata la domanda di arruolamento presso il Corpo dei Vigili del Fuoco, venne destinato nella caserma di Grottaferrata vicino a Roma. Cadde nell’esercizio del suo servizio il 5 settembre 1942. Fu dichiarato Caduto di Guerra.

CASAGRANDE VITTORIO fu Pietro nato il 24 settembre 1911 arruolato in Fanteria fu inviato sul fronte occidentale (Francia) successivamente alla frontiera Greco-Albanese e ancora in Francia. Sbandato dopo l’8 settembre 1943 fece ritorno in Trentino.

MELCHIORI ENRICO fu Sisinio nato il 14 settembre 1910, contadino, richiamato nel Corpo degli Alpini nel 9° Reggimento Alpini, 59° compagnia fece parte nell’aprile del 1939 del Corpo di Spedizione Oltre-Mare Tirana OMT in occasione dell’occupazione dell’Albania. Fu congedato il 4 febbraio 1940.

MELCHIORI MARINO fu Pietro nato il 21 settembre 1910 si hanno notizie frammentarie partecipò agli scontri sulla frontiera Greco-Albanese. Prese parte alla Guerra di Liberazione nei reparti del Regio Esercito del Regno del sud.

Sul territorio della Pieve durante il periodo bellico, erano presenti due stabilimenti di guerra: la «Miniera san Romedio» che produceva ittiobenzine e la «Paravinil» che fabbricava articoli in gomma beni che, l’economia di guerra ricercava in modo particolare. Queste industrie rappresentarono la via di scampo dal fronte per tanti giovani.
Un impatto alquanto rilevante per le comunità della Pieve lo ebbe un aggregato di baracche-magazzino allestito sul pianoro tra Mollaro e Sabino che tuttora è identificato col toponimo “zó a la spèr” (derivante da Albert Speer, architetto personale di Adolf Hitler e dal 1942 ministro per gli armamenti del Reich). In questo baraccamento erano stanziate circa 300 persone tra soldati della Wermacht e prigionieri che nelle ore di libera uscita (nel pomeriggio dopo le 17), salivano a Mollaro e barattavano coperte e utensili con del lardo. Improvvisamente l’accampamento venne abbandonato lasciando strumenti da lavoro ed armi che finirono in ogni casa. Le baracche vennero smontate e usate per fare legna e i veicoli lasciati vennero riconvertiti in mezzi agricoli (testimonianza di Silvio Chini di Segno classe 1928 su L’Adige del 24 dicembre 2017).
Il fenomeno della Resistenza nel Trentino fu abbastanza contenuto, tuttavia formazioni partigiane armate e organizzate militarmente in grado di impegnare il nemico, possono considerarsi proprio quelle della valle di Non (insieme a quelle della valle di Fiemme - Val Cadino). In ogni caso le testimonianze che abbiamo raccolto su questo fenomeno sono pressoché tutte improntate sulla grande apprensione con la quale erano accolte dalla popolazione le azioni partigiane per via delle possibili rappresaglie delle armate tedesche.
A Tuenetto, oppositore al fascismo, fu Pietro Melchiori di Costante («Masador»), nato nel 1877 contadino, di colore politico "socialista" finì schedato nel Casellario Politico Provinciale.
Giorgio (Dante) Prantil (1916-1984), nato a Mollaro, maestro elementare e impiegato presso la Miniera san Romedio è iscritto con la qualifica di "partigiano" negli archivi dell'A.N.P.I. (Associazione Nazionale Partigiani Italiani).
Finite le ostilità riprese la vita politica con in primo piano il referendum tra Monarchia e Repubblica del 2 giugno 1946 che assegnò al Trentino Alto Adige il primo posto tra le regioni simpatizzanti per la Repubblica con 192.204 voti (l'85% degli elettori) contro i 33.946 voti, il 15% espressi per la Monarchia. Contemporaneamente si tenne la votazione per l'elezione dei membri dell'assemblea costituente. A rappresentare il Trentino alla Costituente 4 deputati, tre della Democrazia Cristiana, Alcide de Gasperi, Elsa Conci e Luigi Carbonari, di parte socialista Gigino Battisti.






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L'anfora romana nella Chiesa di san Sigismondo a Vion

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Ara votiva rinvenuta a Vervò
(Museo Maffeiano Verona)

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Gli antichi percorsi della Valle di Non in epoca celtico-romana. Uno di questi attraversava il territorio di Tuenetto per salire a Priò e quindi alla Predaia
Tratto da: LEONARDI E. Anaunia un secolo di strade e tranvie Temi Editrice 1988

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La pala d'altare della Basilica di Sanzeno
I tre martiri Sisinio, Martirio e Alessandro

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Mainardo II di Tirolo-Gorizia

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Organizzazione politica del governo vescovile

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Circoscrizione dell'antica Pieve di Torra (Tratto da: M.B.Chini, Memorie delle Comunità di Segno e Torra)

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Torra e la sua antica Pieve

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Il castel Bragher sotto la cui giurisdizione era anche Tuenetto

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La chiesa adiacente a Castel Bragher dedicata alla Madonna di Loreto

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L'iscrizione all'interno della chiesa

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Tavola genealogica dei Domini de Thueno (Tratto da: P.Odorizzi, La Val di Non e i suoi misteri V.1)

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La mappa datata 1800, rivela la frammentazione amministrativa del territorio noneso; Tuenetto è un'enclave appartenente ai Thun (Tratto da: https://www.tirol.gv.at/it/)

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10 novembre 1591 Accordo manutenzione della «Via imperiale»
tra Segno, Torra, Vion, Mollaro e Tuenetto

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Carta di Peter Anich e Blasius Hueber pubblicata nel 1774

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1554 il Card. Cristoforo Madruzzo riconosce i diritti della famiglia Thun su Tuenetto

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Regno d'Italia, Dipartimento dell'Alto Adige
Distretto II Cantone di Denno, Comune di Torra

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Tratto da: Lia de Finis, PERCORSI DI STORIA TRENTINA

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Confini delle giurisdizioni del Tirolo prima del 1800

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10 novembre 1591
Accordo tra le comunità della Pieve per la manutenzione della «strada Imperiale»

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La targa che ricorda il passaggio di Andreas Hofer a san Romedio

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Pietro Vigilio Thun (1724-1800) l'ultimo Principe Vescovo di Trento

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12 febbraio 1818 nomina d'un attuario per i comuni della Pieve

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Foglio di congedo di Melchiori Costante

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Enrico Conci (1866-1960) pronunciò nel maggio del 1918 a Praga un acceso comizio a sostegno delle nazionalità oppresse

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Melchiori Riccardo (1877-1953)
con la divisa di Kaiserjaeger

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Soldati di Mollaro non identificati
(Arch. Daprai L.)

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Tullio Chini (1889-1977) di Mollaro autore di un diario

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Sisinio Melchiori 1876-1952 in divisa dell'esercito austro-ungarico

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Notificazione della morte di Attilio Chini (1888-1915) di Mollaro

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Soldati della Pieve impiegati sul fronte della Galizia 1914 (foto arch. Daprai L.)

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Melchiori Enrico (1910-1999), (terzo da sx in piedi) in Albania nel 1940

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Melchiori Ermanno 1910-1942 caduto della seconda guerra mondiale

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Melchiori Alfredo 1916-1953 caduto per cause di guerra

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Tessera dell'Opera Nazionale Dopolavoro

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Melchiori Teofilo dei «Peri» sul fronte francese

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Melchiori Enrico in partenza per l'Albania

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Melchiori Ermanno con i commilitoni a Grottaferrata (Roma)

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Silvio Melchiori fu Sisinio in servizio a Perugia

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Vittorio Casagrande fu Pietro sul fronte greco-albanese

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La località «Sper» a sud di Mollaro ove sorgevano i magazzini della Wermacht

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Il sigillo del Comune di Tuenetto

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Elsa Conci fu una delle poche donne che partecipò all'Assemblea costituente