I promessi spósi
Nota del traduttore Tradurre in noneso «I promessi sposi» di Alessandro Manzoni, considerata la più importante e più letta tra le opere scritte in lingua italiana, è - diciamolo subito - un esercizio velleitario, ma è solo un gioco, il passatempo di un amante del dialetto; il rischio è quello di commettere errori o di cadere in ingenue interpretazioni dell'alto stile di scrittura manzoniana. Guida principale è il classico Vocabolario Anaunico Solandro (VAS) di Enrico Quaresima (Istituto per la collaborazione culturale Venezia Roma, 1964) modello obbligatorio a cui riferirsi per le cose nònese (e solandre), al quale ci si è attenuti nelle regole in esso contenute salvo in pochi casi segnalati. Altra fonte, altrettanto importante, le opere di poesia e prosa raccolte nei tre volumi Poesie e Poeti de la Val de Non, a cura di Guglielmo Bertagnolli (1912). Del frutto non c’è piena soddisfazione, ma se ci saranno suggerimenti, correzioni o altre osservazioni da parte di chiunque, ben volentieri e con tanto piacere, saranno ben accolti.
L’historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo, perchè togliendoli di mano gl’anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia. Ma gl’illustri Campioni che in tal Arringo fanno messe di Palme e d’Allori, rapiscono solo che le sole spoglie più sfarzose e brillanti, imbalsamando co’ loro inchiostri le Imprese de Prencipi e Potentati, e qualificati Personaggj, e trapontando coll’ago finissimo dell’ingegno i fili d’oro e di seta, che formano un perpetuo ricamo di Attioni gloriose. Però alla mia debolezza non è lecito solleuarsi a tal’argomenti, e sublimità pericolose, con aggirarsi tra Labirinti de’ Politici maneggj, et il rimbombo de’ bellici Oricalchi: solo che hauendo hauuto notitia di fatti memorabili, se ben capitorno a gente meccaniche, e di piccol affare, mi accingo di lasciarne memoria a Posteri, con far di tutto schietta e genuinamente il Racconto, ouuero sia Relatione. Nella quale si vedrà in angusto Teatro luttuose Traggedie d’horrori, e Scene di malvaggità grandiosa, con intermezi d’Imprese virtuose e buontà angeliche, opposte alle operationi diaboliche. E veramente, considerando che questi nostri climi sijno sotto l’amparo del Re Cattolico nostro Signore, che è quel Sole che mai tramonta, e che sopra di essi, con riflesso Lume, qual Luna giamai calante, risplenda l’Heroe di nobil Prosapia che pro tempore ne tiene le sue parti, e gl’Amplissimi Senatori quali Stelle fisse, e gl’altri Spettabili Magistrati qual’erranti Pianeti spandino la luce per ogni doue, venendo così a formare un nobilissimo Cielo, altra causale trouar non si può del vederlo tramutato in inferno d’atti tenebrosi, malvaggità e sevitie che dagl’huomini temerarij si vanno moltiplicando, se non se arte e fattura diabolica, attesochè l’humana malitia per sè sola bastar non dourebbe a resistere a tanti Heroi, che con occhij d’Argo e braccj di Briareo, si vanno trafficando per li pubblici emolumenti. Per locchè descriuendo questo Racconto auuenuto ne’ tempi di mia verde staggione, abbenchè la più parte delle persone che vi rappresentano le loro parti, sijno sparite dalla Scena del Mondo, con rendersi tributarij delle Parche, pure per degni rispetti, si tacerà li loro nomi, cioè la parentela, et il medemo si farà de’ luochi, solo indicando li Territorij generaliter. Nè alcuno dirà questa sij imperfettione del Racconto, e defformità di questo mio rozzo Parto, a meno questo tale Critico non sij persona affatto diggiuna della Filosofia: che quanto agl’huomini in essa versati, ben vederanno nulla mancare alla sostanza di detta Narratione. Imperciocchè, essendo cosa evidente, e da verun negata non essere i nomi se non puri purissimi accidenti... Ma, quando io avrò durata l’eroica fatica di trascriver questa storia da questo dilavato e graffiato autografo, e l’avrò data, come si suol dire, alla luce, si troverà poi chi duri la fatica di leggerla? Questa riflessione dubitativa, nata nel travaglio del decifrare uno scarabocchio che veniva dopo accidenti, mi fece sospender la copia, e pensar più seriamente a quello che convenisse di fare. Ben è vero, dicevo tra me, scartabellando il manoscritto, ben è vero che quella grandine di concettini e di figure non continua così alla distesa per tutta l’opera. Il buon secentista ha voluto sul principio mettere in mostra la sua virtù; ma poi, nel corso della narrazione, e talvolta per lunghi tratti, lo stile cammina ben più naturale e più piano. Sì; ma com’è dozzinale! com’è sguaiato! com’è scorretto! Idiotismi lombardi a iosa, frasi della lingua adoperate a sproposito, grammatica arbitraria, periodi sgangherati. E poi, qualche eleganza spagnola seminata qua e là; e poi, ch’è peggio, ne’ luoghi più terribili o più pietosi della storia, a ogni occasione d’eccitar maraviglia, o di far pensare, a tutti que’ passi insomma che richiedono bensì un po’ di rettorica, ma rettorica discreta, fine, di buon gusto, costui non manca mai di metterci di quella sua così fatta del proemio. E allora, accozzando, con un’abilità mirabile, le qualità più opposte, trova la maniera di riuscir rozzo insieme e affettato, nella stessa pagina, nello stesso periodo, nello stesso vocabolo. Ecco qui: declamazioni ampollose, composte a forza di solecismi pedestri, e da per tutto quella goffaggine ambiziosa, ch’è il proprio carattere degli scritti di quel secolo, in questo paese. In vero, non è cosa da presentare a lettori d’oggigiorno: son troppo ammaliziati, troppo disgustati di questo genere di stravaganze. Meno male, che il buon pensiero m’è venuto sul principio di questo sciagurato lavoro: e me ne lavo le mani. Nell’atto però di chiudere lo scartafaccio, per riporlo, mi sapeva male che una storia così bella dovesse rimanersi tuttavia sconosciuta; perchè, in quanto storia, può essere che al lettore ne paia altrimenti, ma a me era parsa bella, come dico; molto bella. Perchè non si potrebbe, pensai, prender la serie de’ fatti da questo manoscritto, e rifarne la dicitura? Non essendosi presentato alcuna obiezion ragionevole, il partito fu subito abbracciato. Ed ecco l’origine del presente libro, esposta con un’ingenuità pari all’importanza del libro medesimo. Taluni però di que’ fatti, certi costumi descritti dal nostro autore, c’eran sembrati così nuovi, così strani, per non dir peggio, che, prima di prestargli fede, abbiam voluto interrogare altri testimoni; e ci siam messi a frugar nelle memorie di quel tempo, per chiarirci se veramente il mondo camminasse allora a quel modo. Una tale indagine dissipò tutti i nostri dubbi: a ogni passo ci abbattevamo in cose consimili, e in cose più forti: e, quello che ci parve più decisivo, abbiam perfino ritrovati alcuni personaggi, de’ quali non avendo mai avuto notizia fuor che dal nostro manoscritto, eravamo in dubbio se fossero realmente esistiti. E, all’occorrenza, citeremo alcuna di quelle testimonianze, per procacciar fede alle cose, alle quali, per la loro stranezza, il lettore sarebbe più tentato di negarla. Ma, rifiutando come intollerabile la dicitura del nostro autore, che dicitura vi abbiam noi sostituita? Qui sta il punto. Chiunque, senza esser pregato, s’intromette a rifar l’opera altrui, s’espone a rendere uno stretto conto della sua, e ne contrae in certo modo l’obbligazione: è questa una regola di fatto e di diritto, alla quale non pretendiam punto di sottrarci. Anzi, per conformarci ad essa di buon grado, avevam proposto di dar qui minutamente ragione del modo di scrivere da noi tenuto; e, a questo fine, siamo andati, per tutto il tempo del lavoro, cercando d’indovinare le critiche possibili e contingenti, con intenzione di ribatterle tutte anticipatamente. Nè in questo sarebbe stata la difficoltà; giacchè (dobbiam dirlo a onor del vero) non ci si presentò alla mente una critica, che non le venisse insieme una risposta trionfante, di quelle risposte che, non dico risolvon le questioni, ma le mutano. Spesso anche, mettendo due critiche alle mani tra loro, le facevam battere l’una dall’altra; o, esaminandole ben a fondo, riscontrandole attentamente, riuscivamo a scoprire e a mostrare che, così opposte in apparenza, eran però d’uno stesso genere, nascevan tutt’e due dal non badare ai fatti e ai principi su cui il giudizio doveva esser fondato; e, messele, con loro gran sorpresa, insieme, le mandavamo insieme a spasso. Non ci sarebbe mai stato autore che provasse così ad evidenza d’aver fatto bene. Ma che? quando siamo stati al punto di raccapezzar tutte le dette obiezioni e risposte, per disporle con qualche ordine, misericordia! venivano a fare un libro. Veduta la qual cosa, abbiam messo da parte il pensiero, per due ragioni che il lettore troverà certamente buone: la prima, che un libro impiegato a giustificarne un altro, anzi lo stile d’un altro, potrebbe parer cosa ridicola: la seconda, che di libri basta uno per volta, quando non è d’avanzo.
Se pòl dir per dalbòn che la storia ‘l sia na gran guèra contra ‘l tèmp, perché la ge sbrègia fòr de man i ani oramai passadi – scasi cadaveri dei tempi nadi – e i li fà resussitar, i li mét en órden e i li manda 'n batalia de nòu. Però, chei lezùdi che sa la storia e che i descór de sto argomént, i tòl sol le ròbe pù de valor: con i só libri i conta le grant imprése dei prìnzipi, dei potenti e dei personazì pù grandi, e po' con la só bèla braùra e inzègn i ge ricama sora na trama de fati importanti e nòbili. Mì però, che nó g’âi le forze per tòr en man argomenti ‘nzì àuti e pericolosi, e nancia de tràrme dént entei giartióni de la polìtegia o ‘ntei sfracassi de la guera, voròssi contar sol arcanti fati degni de èsser recordadi, ancia se l’è fati de pòra zènt umile, de 'n grado bas e che ‘nterèssa pòc’. Sichè me dezìdi de lagiàr na tracia a chei che vèn dopo, contàndo enten modo sèmplize e naturale chel che è suzèst. Ente sta mé pìzzola storia se vederà, su ‘nten pòer palcossènico, disgrazie trìste pléne de orori e de gran ciativèrie, però 'ntramèz con fati de virtù e de bontà scasi divìne, che contradìs le gran diaularìe de òumni crudeli. E considerando per dalbòn che le nòsse tère le se giata sota la protezion del nòs gran signor Re Cristian, che l’è come ‘l sol che nó tramonta mai, e che sora a le nòsse tère slùs ancia ‘l só ministro, che l’è come la luna che nó ciala mai; e che i senatori i è come le stéle fisse, e tuti i àutri zùdizi come i pianéti che i sparpàia luze dapertut – o sia, che ‘l goèrno ‘l doròs èsser perfèt, regolà e slusènt come ‘n ziél – nó se pòl trovar n’àutra spiegiazion, per el fato che chesto ‘l se sia trasformà ente n’infèrn de brute azion, crudeltà e deliti 'n grant numer, de zènt spòtica, se nó chela de dàrge la colpa a l’òpera del diàul. Perché nó la saròs assà sol la malìzia de l’òm a tègnerge testa a tanti personàzi ‘nzì atènti e potenti che i sfadìgia dì e nòt per el bèn de tut el pòpol. Siché, ‘ntel descrìver sta storia suzèsta ‘ntei tèmpi de cando che eri ‘n putèl – si ben che i pù tanti de chei che è nominà i sia mòrti - per rispèt dei parènti, che è ancor vivi, nó dirài né i só nomi e nancia i paesi o zità ‘ndo che i abitava e che nominerai a la lontana. E ‘nzun se permétia de dir che a sta storia ge mància vergota o che ‘l sia ‘n difèt del me scriver, a men che nó ‘l sia na persona tanto ignorante de filosafìa: siché l'è na roba sota i òcli de tuti, e che 'nzun i l'à 'ncor negiada, che i nomi nó l'è àuter che flàmperi che nó conta 'ngot e che nó i cambia 'l sugo de le le robe... Ma, cando che mì avrài ruà de far la gran fadìgia de méter ensèma sta storia, da sta ciarta scrita zó a man tuta slavada e sgrifada, e l’avrài, come che se dis, plubiciada, se troverà po' dopo calchedun che giaverà la passiènza de lézerla? Sto pensier plén en dubi, che m'è sautà fòr entant che sfadigiavi a ciapìr en sgrìf che nidéva sùbit dopo la parola "flàmperi", el m'à fat emplantar ìo el laoro e a pensàrge su ben a chel che me convegnìva de pù far. A s-ciartabelar che ciarte, disévi 'ntrà de mì, l'è ancia vera che ca sgranelada de pensieri complicadi e de dimostrazion vòide, disénte redìcole, nó i dura per tuta la storia. Chel bòn scritor del Seizènto l'à volèst d'imprinzìpi méter en mostra la só braùra, ma dopo, man a man chel ‘l va avanti e per bèi tòci, el só modo de scrìver el deventa pù naturale e 'l va via pù ladìn. Sì, d'acòrdi! però che grossolan! che sparlazzon! e canti erori! Na mota de modi de dir lombardi, la parlada doprada a spropòsit, la gramatica en pressapòc', le parole sdramenade. E pò, seumnàde cà e là, calche bela parola 'n spagnòl; e pò, che l'è 'ncor pézi, entei tòci pù tremèndi o che feva pù pecià de la storia, o 'n che ocasion che ge vòl procurar maravéa, o far pensar, ensoma en tuti chei passi che ge vòl sì, 'n pòc' de bèle parole, però bèle parole discrète, de bòn gust, fine, el nòs scritor nó l’è mai bòn de far a men de tornar a chel modo de scrìver esazerà. E 'nzì, mesdàndo 'nsèma, con gran braùra, le calità una el contrari de l'àutra, el trova 'l modo de farse véder gréz e 'nsèma zantìl, ente la stessa pazina, entel stes pensier, entela stessa parola. En pòce parole: discorsi esazeràdi, pleni de erori de gramatica e dapertut ca ambizion en pòc' redìcola dei libri de chel’epoca ente sta nazion. Nó l’è de zèrto na ròba da propórge ai lezidori d’ancòi, massa smaliziadi, e stufi de stramberìe del zènere. Per fortuna, m’era nù ‘n ment bonóra ca bèla ‘mpensada de lagiar pèrder: e me 'n lavi le man. Epur entel plegiàr su chel quadernaz, per méterlo via, me desplaseva che na storia tanto bèla la dovés restar scònta a tuti; perchè come storia, pòl èsser che per el lezidor nó 'l sia enzì, ma a mì la m'è parèsta bèla, come dìgi; pròpri bèla. Perchè pò alor, ài pensà, nó se poròs tòr i fati méterli en órden e tornar a scrìverla ente na lenga mióra. Nó avendo trovà engot de sensà che me lo proebìva, ài zapà sùbit sta dezision. Eco come che è nat sto lìber dita con na semplizità al par de l'importanza del lìber medesem. Zèrti fati però, zèrte usanze descrìte dal nos scritor, le ne pareva enzì nòve, enzì strambe, per nó dir pézi, che, prima de créderge, en volèst domandar a àutri testimoni; e ne sen metùdi a sfodegiar enle memorie de chel tèmp, per ciapìr ben se chel mondo 'l neva inanzi per dalbòn a chel modo. Na tal tamisada l'à sfantà tuti i nòssi dubi: man a man che néven avanti, giatàven ròbe scasi compagne e ròbe ancia pù fòrte: e, chel che n'à fat dezìder, l'è che en trovà perfin zèrti personazi, che de chesti nó avendo mai bù notizie fòr che dal nòs s-ciartòz, che noi dubitàven ancia che i ge fus stadi. E, cando che ocór, nomineren zèrte de che ròbe, per dar prova che, per la só stramberìa, el lezidor el saròs tentà a nó créder. Ma, avendo trovà pròpri brut el modo de scrìver del nòs scritor, con che àuter modo l'ente cambià pò? Chesto l'è 'l fato. Cichesesìa, senza èsser pagià, che pretènt el dirìto de rifar el laoro dei àutri, el deve far i conti del so. Chiunque, senza che 'nzun ge l'abia domandà, el se mét a rifar l’opera de n'àuter, el deve pò dopo far i conti del so e 'nten zèrto modo el resta pò dopo obligià: chesta l'è na regola che nó se ge s-ciampa, e a sta regola nó pretendén de segur de tiràrne 'ndré. Anzi pròpri per osservar volintéra sta regola, éven proponèst de spiegiar, per fil e per segn, el nòs modo de scriver; e, per sto scopo, sen nadi, per tut el tèmp de sto laoro, zerciando de ciapìr le crìtege che i n'averòs fat, con chela de controbàterle tute prima. Ma la dificoltà nó 'l saròs nancia sta chesto; sicome (cognén dìrlo per la verità) a noi nó n'èra nù 'n ment nancia na crìtegia che nó ge fus ensèma la dimostrazion che èren entel zusto, de che dimostrazion che, nó vòi dir che le fa fòr le chestion, ma però che i le cambia. A bòte, metèndo doi crìtege a dàrse còntra una con l'àutra, lagiàndole contradìrse tra de lore; àutre bòte, tamisàndole per bèn e metèndole a confront, èren bòni de mossar che, pur se le 'mparéva contrarie, le era però compagne, perchè tute doi le nideva dal nó considerar ben i fati e i prinzìpi che 'n zudìzi 'l doròs tègner cont; a sto modo, metude 'nsèma, con gran sorpresa di cì che l'eva fate, le sistemaven enten colp sol. Nó ge saròs mai sta 'n scritor che podés dimostrar mèio de avér fat bèn el só laoro. Cando che però, ne sen trovadi a méter ensèma tute ste crìtege, per méterle zó in ordine, ne sen acòrti ― misericordia! ― che saròs nù fòr nìàuter lìber entréc'. Vista la chestion, en dezìso de arbandonar ca 'mpensada, per doi motìvi che 'l lezidor el zudicherà valide senz'àuter: la prima perchè scrìver en lìber per salvàrnen n'àuter, o adiritura sol el modo de scrìver de n'àuter, el poròs èsser considerà na redicolada; la seconda, perchè de libri l'è assà un al bòt, se nó l'è zà massa ancia chel.
Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni. La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l’uno detto di san Martino, l’altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega: talchè non è chi, al primo vederlo, purchè sia di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune. Per un buon pezzo, la costa sale con un pendìo lento e continuo; poi si rompe in poggi e in valloncelli, in erte e in ispianate, secondo l’ossatura de’ due monti, e il lavoro dell’acque. Il lembo estremo, tagliato dalle foci de’ torrenti, è quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vigne, sparse di terre, di ville, di casali; in qualche parte boschi, che si prolungano su per la montagna. Lecco, la principale di quelle terre, e che dà nome al territorio, giace poco discosto dal ponte, alla riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso, quando questo ingrossa: un gran borgo al giorno d’oggi, e che s’incammina a diventar città. Ai tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo a raccontare, quel borgo, già considerabile, era anche un castello, e aveva perciò l’onore d’alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dell’estate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diradar l’uve, e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendemmia. Dall’una all’altra di quelle terre, dall’alture alla riva, da un poggio all’altro, correvano, e corrono tuttavia, strade e stradette, più o men ripide, o piane; ogni tanto affondate, sepolte tra due muri, donde, alzando lo sguardo, non iscoprite che un pezzo di cielo e qualche vetta di monte; ogni tanto elevate su terrapieni aperti: e da qui la vista spazia per prospetti più o meno estesi, ma ricchi sempre e sempre qualcosa nuovi, secondo che i diversi punti piglian più o meno della vasta scena circostante, e secondo che questa o quella parte campeggia o si scorcia, spunta o sparisce a vicenda. Dove un pezzo, dove un altro, dove una lunga distesa di quel vasto e variato specchio dell’acqua; di qua lago, chiuso all’estremità o piuttosto smarrito in un gruppo, in un andirivieni di montagne, e di mano in mano più allargato tra altri monti che si spiegano, a uno a uno, allo sguardo, e che l’acqua riflette capovolti, co’ paesetti posti sulle rive; di là braccio di fiume, poi lago, poi fiume ancora, che va a perdersi in lucido serpeggiamento pur tra’ monti che l’accompagnano, degradando via via, e perdendosi quasi anch’essi nell’orizzonte. Il luogo stesso da dove contemplate que’ vari spettacoli, vi fa spettacolo da ogni parte: il monte di cui passeggiate le falde, vi svolge, al di sopra, d’intorno, le sue cime e le balze, distinte, rilevate, mutabili quasi a ogni passo, aprendosi e contornandosi in gioghi ciò che v’era sembrato prima un sol giogo, e comparendo in vetta ciò che poco innanzi vi si rappresentava sulla costa: e l’ameno, il domestico di quelle falde tempera gradevolmente il selvaggio, e orna vie più il magnifico dell’altre vedute. Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell’anno 1628, don Abbondio, curato d’una delle terre accennate di sopra: il nome di questa, nè il casato del personaggio, non si trovan nel manoscritto, nè a questo luogo nè altrove. Diceva tranquillamente il suo ufizio, e talvolta, tra un salmo e l’altro, chiudeva il breviario, tenendovi dentro, per segno, l’indice della mano destra, e, messa poi questa nell’altra dietro la schiena, proseguiva il suo cammino, guardando a terra, e buttando con un piede verso il muro i ciottoli che facevano inciampo nel sentiero: poi alzava il viso, e, girati oziosamente gli occhi all’intorno, li fissava alla parte d’un monte, dove la luce del sole già scomparso, scappando per i fessi del monte opposto, si dipingeva qua e là sui massi sporgenti, come a larghe e inuguali pezze di porpora. Aperto poi di nuovo il breviario, e recitato un altro squarcio, giunse a una voltata della stradetta, dov’era solito d’alzar sempre gli occhi dal libro, e di guardarsi dinanzi: e così fece anche quel giorno. Dopo la voltata, la strada correva diritta, forse un sessanta passi, e poi si divideva in due viottole, a foggia d’un ipsilon: quella a destra saliva verso il monte, e menava alla cura: l’altra scendeva nella valle fino a un torrente; e da questa parte il muro non arrivava che all’anche del passeggiero. I muri interni delle due viottole, in vece di riunirsi ad angolo, terminavano in un tabernacolo, sul quale eran dipinte certe figure lunghe, serpeggianti, che finivano in punta, e che, nell’intenzion dell’artista, e agli occhi degli abitanti del vicinato, volevan dir fiamme; e, alternate con le fiamme, cert’altre figure da non potersi descrivere, che volevan dire anime del purgatorio: anime e fiamme a color di mattone, sur un fondo bigiognolo, con qualche scalcinatura qua e là. Il curato, voltata la stradetta, e dirizzando, com’era solito, lo sguardo al tabernacolo, vide una cosa che non s’aspettava, e che non avrebbe voluto vedere. Due uomini stavano, l’uno dirimpetto all’altro, al confluente, per dir così, delle due viottole: un di costoro, a cavalcioni sul muricciolo basso, con una gamba spenzolata al di fuori, e l’altro piede posato sul terreno della strada; il compagno, in piedi, appoggiato al muro, con le braccia incrociate sul petto. L’abito, il portamento, e quello che, dal luogo ov’era giunto il curato, si poteva distinguer dell’aspetto, non lasciavan dubbio intorno alla lor condizione. Avevano entrambi intorno al capo una reticella verde, che cadeva sull’omero sinistro, terminata in una gran nappa, e dalla quale usciva sulla fronte un enorme ciuffo: due lunghi mustacchi arricciati in punta: una cintura lucida di cuoio, e a quella attaccate due pistole: un piccol corno ripieno di polvere, cascante sul petto, come una collana: un manico di coltellaccio che spuntava fuori d’un taschino degli ampi e gonfi calzoni, uno spadone, con una gran guardia traforata a lamine d’ottone, congegnate come in cifra, forbite e lucenti: a prima vista si davano a conoscere per individui della specie de’ bravi. Questa specie, ora del tutto perduta, era allora floridissima in Lombardia, e già molto antica. Chi non ne avesse idea, ecco alcuni squarci autentici, che potranno darne una bastante de’ suoi caratteri principali, degli sforzi fatti per ispegnerla, e della sua dura e rigogliosa vitalità. Fino dall’otto aprile dell’anno 1583, l’Illustrissimo ed Eccellentissimo signor don Carlo d’Aragon, Principe di Castelvetrano, Duca di Terranuova, Marchese d’Avola, Conte di Burgeto, grande Ammiraglio, e gran Contestabile di Sicilia, Governatore di Milano e Capitan Generale di Sua Maestà Cattolica in Italia, pienamente informato della intollerabile miseria in che è vivuta e vive questa Città di Milano, per cagione dei bravi e vagabondi, pubblica un bando contro di essi. Dichiara e diffinisce tutti coloro essere compresi in questo bando, e doversi ritenere bravi e vagabondi... i quali, essendo forestieri o del paese, non hanno esercizio alcuno, od avendolo, non lo fanno... ma, senza salario, o pur con esso, s’appoggiano a qualche cavaliere o gentiluomo, officiale o mercante... per fargli spalle e favore, o veramente, come si può presumere, per tendere insidie ad altri... A tutti costoro ordina che, nel termine di giorni sei, abbiano a sgomberare il paese, intima la galera a’ renitenti, e dà a tutti gli ufiziali della giustizia le più stranamente ampie e indefinite facoltà, per l’esecuzione dell’ordine. Ma, nell’anno seguente, il 12 aprile, scorgendo il detto signore, che questa Città è tuttavia piena di detti bravi... tornati a vivere come prima vivevano, non punto mutato il costume loro, né scemato il numero, dà fuori un’altra grida, ancor più vigorosa e notabile, nella quale, tra l’altre ordinazioni, prescrive: Che qualsivoglia persona, così di questa Città, come forestiera, che per due testimonj consterà esser tenuto, e comunemente riputato per bravo, et aver tal nome, ancorché non si verifichi aver fatto delitto alcuno... per questa sola riputazione di bravo, senza altri indizj, possa dai detti giudici e da ognuno di loro esser posto alla corda et al tormento, per processo informativo... et ancorché non confessi delitto alcuno, tuttavia sia mandato alla galea, per detto triennio, per la sola opinione e nome di bravo, come di sopra. Tutto ciò, e il di più che si tralascia, perché Sua Eccellenza è risoluta di voler essere obbedita da ognuno. All’udir parole d’un tanto signore, così gagliarde e sicure, e accompagnate da tali ordini, viene una gran voglia di credere che, al solo rimbombo di esse, tutti i bravi siano scomparsi per sempre. Ma la testimonianza d’un signore non meno autorevole, né meno dotato di nomi, ci obbliga a credere tutto il contrario. È questi l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signor Juan Fernandez de Velasco, Contestabile di Castiglia, Cameriero maggiore di Sua Maestà, Duca della Città di Frias, Conte di Haro e Castelnovo, Signore della Casa di Velasco, e di quella delli sette Infanti di Lara, Governatore dello Stato di Milano, etc. Il 5 giugno dell’anno 1593, pienamente informato anche lui di quanto danno e rovine sieno... i bravi e vagabondi, e del pessimo effetto che tal sorta di gente, fa contra il ben pubblico, et in delusione della giustizia, intima loro di nuovo che, nel termine di giorni sei, abbiano a sbrattare il paese, ripetendo a un dipresso le prescrizioni e le minacce medesime del suo predecessore. Il 23 maggio poi dell’anno 1589, informato, con non poco dispiacere dell’animo suo, che... ogni dì più in questa Città e Stato va crescendo il numero di questi tali (bravi e vagabondi), né di loro, giorno e notte, altro si sente che ferite appostatamente date, omicidii e ruberie et ogni altra qualità di delitti, ai quali si rendono più facili, confidati essi bravi d’essere aiutati dai capi e fautori loro,... prescrive di nuovo gli stessi rimedi, accrescendo la dose, come s’usa nelle malattie ostinate. Ognuno dunque, conchiude poi, onninamente si guardi di contravvenire in parte alcuna alla grida presente, perchè, in luogo di provare la clemenza di Sua Eccellenza, proverà il rigore, e l’ira sua... essendo risoluta e determinata che questa sia l’ultima e perentoria monizione. Non fu però di questo parere l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Don Pietro Enriquez de Acevedo, Conte di Fuentes, Capitano, e Governatore dello Stato di Milano; non fu di questo parere, e per buone ragioni. Pienamente informato della miseria in che vive questa Città e Stato per cagione del gran numero di bravi che in esso abbonda... e risoluto di totalmente estirpare seme tanto pernizioso, dà fuori, il 5 decembre 1600, una nuova grida piena anch’essa di severissime comminazioni, con fermo proponimento che, con ogni rigore, e senza speranza di remissione, siano onninamente eseguite. Convien credere però che non ci si mettesse con tutta quella buona voglia che sapeva impiegare nell’ordir cabale, e nel suscitar nemici al suo gran nemico Enrico IV; giacchè, per questa parte, la storia attesta come riuscisse ad armare contro quel re il duca di Savoia, a cui fece perder più d’una città; come riuscisse a far congiurare il duca di Biron, a cui fece perder la testa; ma, per ciò che riguarda quel seme tanto pernizioso de’ bravi, certo è che esso continuava a germogliare, il 22 settembre dell’anno 1612. In quel giorno l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Don Giovanni de Mendozza, Marchese de la Hynojosa, Gentiluomo etc., Governatore etc., pensò seriamente ad estirparlo. A quest’effetto, spedì a Pandolfo e Marco Tullio Malatesti, stampatori regii camerali, la solita grida, corretta ed accresciuta, perchè la stampassero ad esterminio de’ bravi. Ma questi vissero ancora per ricevere, il 24 decembre dell’anno 1618, gli stessi e più forti colpi dall’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Don Gomez Suarez de Figueroa, Duca di Feria, etc., Governatore etc. Però, non essendo essi morti neppur di quelli, l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Gonzalo Fernandez di Cordova, sotto il cui governo accadde la passeggiata di don Abbondio, s’era trovato costretto a ricorreggere e ripubblicare la solita grida contro i bravi, il giorno 5 ottobre del 1627, cioè un anno, un mese e due giorni prima di quel memorabile avvenimento. Nè fu questa l’ultima pubblicazione; ma noi delle posteriori non crediamo dover far menzione, come di cosa che esce dal periodo della nostra storia. Ne accenneremo soltanto una del 13 febbraio dell’anno 1632, nella quale l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, el Duque de Feria, per la seconda volta governatore, ci avvisa che le maggiori sceleraggini procedono da quelli che chiamano bravi. Questo basta ad assicurarci che, nel tempo di cui noi trattiamo, c’era de’ bravi tuttavia. Che i due descritti di sopra stessero ivi ad aspettar qualcheduno, era cosa troppo evidente; ma quel che più dispiacque a don Abbondio fu il dover accorgersi, per certi atti, che l’aspettato era lui. Perchè, al suo apparire, coloro s’eran guardati in viso, alzando la testa, con un movimento dal quale si scorgeva che tutt’e due a un tratto avevan detto: è lui; quello che stava a cavalcioni s’era alzato, tirando la sua gamba sulla strada; l’altro s’era staccato dal muro; e tutt’e due gli s’avviavano incontro. Egli, tenendosi sempre il breviario aperto dinanzi, come se leggesse, spingeva lo sguardo in su, per ispiar le mosse di coloro; e, vedendoseli venir proprio incontro, fu assalito a un tratto da mille pensieri. Domandò subito in fretta a sè stesso, se, tra i bravi e lui, ci fosse qualche uscita di strada, a destra o a sinistra; e gli sovvenne subito di no. Fece un rapido esame, se avesse peccato contro qualche potente, contro qualche vendicativo; ma, anche in quel turbamento, il testimonio consolante della coscienza lo rassicurava alquanto: i bravi però s’avvicinavano, guardandolo fisso. Mise l’indice e il medio della mano sinistra nel collare, come per raccomodarlo; e, girando le due dita intorno al collo, volgeva intanto la faccia all’indietro, torcendo insieme la bocca, e guardando con la coda dell’occhio, fin dove poteva, se qualcheduno arrivasse; ma non vide nessuno. Diede un’occhiata, al di sopra del muricciolo, ne’ campi: nessuno; un’altra più modesta sulla strada dinanzi; nessuno, fuorchè i bravi. Che fare? tornare indietro, non era a tempo: darla a gambe, era lo stesso che dire, inseguitemi, o peggio. Non potendo schivare il pericolo, vi corse incontro, perchè i momenti di quell’incertezza erano allora così penosi per lui, che non desiderava altro che d’abbreviarli. Affrettò il passo, recitò un versetto a voce più alta, compose la faccia a tutta quella quiete e ilarità che potè, fece ogni sforzo per preparare un sorriso; quando si trovò a fronte dei due galantuomini, disse mentalmente: ci siamo; e si fermò su due piedi. “Signor curato,” disse un di que’ due, piantandogli gli occhi in faccia. “Cosa comanda?” rispose subito don Abbondio, alzando i suoi dal libro, che gli restò spalancato nelle mani, come sur un leggìo. “Lei ha intenzione,” proseguì l’altro, con l’atto minaccioso e iracondo di chi coglie un suo inferiore sull’intraprendere una ribalderia, “lei ha intenzione di maritar domani Renzo Tramaglino e Lucia Mondella!” “Cioè...” rispose, con voce tremolante, don Abbondio: “cioè. Lor signori son uomini di mondo, e sanno benissimo come vanno queste faccende. Il povero curato non c’entra: fanno i loro pasticci tra loro, e poi... e poi, vengon da noi, come s’anderebbe a un banco a riscotere; e noi... noi siamo i servitori del comune.” “Or bene,” gli disse il bravo, all’orecchio, ma in tono solenne di comando, “questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai.” “Ma, signori miei,” replicò don Abbondio, con la voce mansueta e gentile di chi vuol persuadere un impaziente, “ma, signori miei, si degnino di mettersi ne’ miei panni. Se la cosa dipendesse da me,... vedon bene che a me non me ne vien nulla in tasca...” “Orsù,” interruppe il bravo, “se la cosa avesse a decidersi a ciarle, lei ci metterebbe in sacco. Noi non ne sappiamo, né vogliam saperne di più. Uomo avvertito... lei c’intende.” “Ma lor signori son troppo giusti, troppo ragionevoli...” “Ma,” interruppe questa volta l’altro compagnone, che non aveva parlato fin allora, “ma il matrimonio non si farà, o...” e qui una buona bestemmia, “o chi lo farà non se ne pentirà, perché non ne avrà tempo, e...” un’altra bestemmia. “Zitto, zitto,” riprese il primo oratore: “il signor curato è un uomo che sa il viver del mondo; e noi siam galantuomini, che non vogliam fargli del male, purché abbia giudizio. Signor curato, l’illustrissimo signor don Rodrigo nostro padrone la riverisce caramente.” Questo nome fu, nella mente di don Abbondio, come, nel forte d’un temporale notturno, un lampo che illumina momentaneamente e in confuso gli oggetti, e accresce il terrore. Fece, come per istinto, un grand’inchino, e disse: “se mi sapessero suggerire...” “Oh! suggerire a lei che sa di latino!” interruppe ancora il bravo, con un riso tra lo sguaiato e il feroce. “A lei tocca. E sopra tutto, non si lasci uscir parola su questo avviso che le abbiam dato per suo bene; altrimenti... ehm... sarebbe lo stesso che fare quel tal matrimonio. Via, che vuol che si dica in suo nome all’illustrissimo signor don Rodrigo?” “Il mio rispetto...” “Si spieghi meglio!” “... Disposto... disposto sempre all’ubbidienza.” E, proferendo queste parole, non sapeva nemmen lui se faceva una promessa, o un complimento. I bravi le presero, o mostraron di prenderle nel significato più serio. “Benissimo, e buona notte, messere,” disse l’un d’essi, in atto di partir col compagno. Don Abbondio, che, pochi momenti prima, avrebbe dato un occhio per iscansarli, allora avrebbe voluto prolungar la conversazione e le trattative. “Signori...” cominciò, chiudendo il libro con le due mani; ma quelli, senza più dargli udienza, presero la strada dond’era lui venuto, e s’allontanarono, cantando una canzonaccia che non voglio trascrivere. Il povero don Abbondio rimase un momento a bocca aperta, come incantato; poi prese quella delle due stradette che conduceva a casa sua, mettendo innanzi a stento una gamba dopo l’altra, che parevano aggranchiate. Come stesse di dentro, s’intenderà meglio, quando avrem detto qualche cosa del suo naturale, e de’ tempi in cui gli era toccato di vivere. Don Abbondio (il lettore se n’è già avveduto) non era nato con un cuor di leone. Ma, fin da’ primi suoi anni, aveva dovuto comprendere che la peggior condizione, a que’ tempi, era quella d’un animale senza artigli e senza zanne, e che pure non si sentisse inclinazione d’esser divorato. La forza legale non proteggeva in alcun conto l’uomo tranquillo, inoffensivo, e che non avesse altri mezzi di far paura altrui. Non già che mancassero leggi e pene contro le violenze private. Le leggi anzi diluviavano; i delitti erano enumerati, e particolareggiati, con minuta prolissità; le pene, pazzamente esorbitanti e, se non basta, aumentabili, quasi per ogni caso, ad arbitrio del legislatore stesso e di cento esecutori; le procedure, studiate soltanto a liberare il giudice da ogni cosa che potesse essergli d’impedimento a proferire una condanna: gli squarci che abbiam riportati delle gride contro i bravi, ne sono un piccolo, ma fedel saggio. Con tutto ciò, anzi in gran parte a cagion di ciò, quelle gride, ripubblicate e rinforzate di governo in governo, non servivano ad altro che ad attestare ampollosamente l’impotenza de’ loro autori; o, se producevan qualche effetto immediato, era principalmente d’aggiunger molte vessazioni a quelle che i pacifici e i deboli già soffrivano da’ perturbatori, e d’accrescer le violenze e l’astuzia di questi. L’impunità era organizzata, e aveva radici che le gride non toccavano, o non potevano smovere. Tali eran gli asili, tali i privilegi d’alcune classi, in parte riconosciuti dalla forza legale, in parte tollerati con astioso silenzio, o impugnati con vane proteste, ma sostenuti in fatto e difesi da quelle classi, con attività d’interesse, e con gelosia di puntiglio. Ora, quest’impunità minacciata e insultata, ma non distrutta dalle gride, doveva naturalmente, a ogni minaccia, e a ogni insulto, adoperar nuovi sforzi e nuove invenzioni, per conservarsi. Così accadeva in effetto; e, all’apparire delle gride dirette a comprimere i violenti, questi cercavano nella loro forza reale i nuovi mezzi più opportuni, per continuare a far ciò che le gride venivano a proibire. Potevan ben esse inceppare a ogni passo, e molestare l’uomo bonario, che fosse senza forza propria e senza protezione; perché, col fine d’aver sotto la mano ogni uomo, per prevenire o per punire ogni delitto, assoggettavano ogni mossa del privato al volere arbitrario d’esecutori d’ogni genere. Ma chi, prima di commettere il delitto, aveva prese le sue misure per ricoverarsi a tempo in un convento, in un palazzo, dove i birri non avrebber mai osato metter piede; chi, senz’altre precauzioni, portava una livrea che impegnasse a difenderlo la vanità e l’interesse d’una famiglia potente, di tutto un ceto, era libero nelle sue operazioni, e poteva ridersi di tutto quel fracasso delle gride. Di quegli stessi ch’eran deputati a farle eseguire, alcuni appartenevano per nascita alla parte privilegiata, alcuni ne dipendevano per clientela; gli uni e gli altri, per educazione, per interesse, per consuetudine, per imitazione, ne avevano abbracciate le massime, e si sarebbero ben guardati dall’offenderle, per amor d’un pezzo di carta attaccato sulle cantonate. Gli uomini poi incaricati dell’esecuzione immediata, quando fossero stati intraprendenti come eroi, ubbidienti come monaci, e pronti a sacrificarsi come martiri, non avrebber però potuto venirne alla fine, inferiori com’eran di numero a quelli che si trattava di sottomettere, e con una gran probabilità d’essere abbandonati da chi, in astratto e, per così dire, in teoria, imponeva loro di operare. Ma, oltre di ciò, costoro eran generalmente de’ più abbietti e ribaldi soggetti del loro tempo; l’incarico loro era tenuto a vile anche da quelli che potevano averne terrore, e il loro titolo un improperio. Era quindi ben naturale che costoro, in vece d’arrischiare, anzi di gettar la vita in un’impresa disperata, vendessero la loro inazione, o anche la loro connivenza ai potenti, e si riservassero a esercitare la loro esecrata autorità e la forza che pure avevano, in quelle occasioni dove non c’era pericolo; nell’opprimer cioè, e nel vessare gli uomini pacifici e senza difesa. L’uomo che vuole offendere, o che teme, ogni momento, d’essere offeso, cerca naturalmente alleati e compagni. Quindi era, in que’ tempi, portata al massimo punto la tendenza degl’individui a tenersi collegati in classi, a formarne delle nuove, e a procurare ognuno la maggior potenza di quella a cui apparteneva. Il clero vegliava a sostenere e ad estendere le sue immunità, la nobiltà i suoi privilegi, il militare le sue esenzioni. I mercanti, gli artigiani erano arrolati in maestranze e in confraternite, i giurisperiti formavano una lega, i medici stessi una corporazione. Ognuna di queste piccole oligarchie aveva una sua forza speciale e propria; in ognuna l’individuo trovava il vantaggio d’impiegar per sé, a proporzione della sua autorità e della sua destrezza, le forze riunite di molti. I più onesti si valevan di questo vantaggio a difesa soltanto; gli astuti e i facinorosi ne approfittavano, per condurre a termine ribalderie, alle quali i loro mezzi personali non sarebber bastati, e per assicurarsene l’impunità. Le forze però di queste varie leghe eran molto disuguali; e, nelle campagne principalmente, il nobile dovizioso e violento, con intorno uno stuolo di bravi, e una popolazione di contadini avvezzi, per tradizione famigliare, e interessati o forzati a riguardarsi quasi come sudditi e soldati del padrone, esercitava un potere, a cui difficilmente nessun’altra frazione di lega avrebbe ivi potuto resistere. Il nostro Abbondio non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Aveva quindi, assai di buon grado, ubbidito ai parenti, che lo vollero prete. Per dir la verità, non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere con qualche agio, e mettersi in una classe riverita e forte, gli eran sembrate due ragioni più che sufficienti per una tale scelta. Ma una classe qualunque non protegge un individuo, non lo assicura, che fino a un certo segno: nessuna lo dispensa dal farsi un suo sistema particolare. Don Abbondio, assorbito continuamente ne’ pensieri della propria quiete, non si curava di que’ vantaggi, per ottenere i quali facesse bisogno d’adoperarsi molto, o d’arrischiarsi un poco. Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e nel cedere, in quelli che non poteva scansare. Neutralità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui, dalle contese, allora frequentissime, tra il clero e le podestà laiche, tra il militare e il civile, tra nobili e nobili, fino alle questioni tra due contadini, nate da una parola, e decise coi pugni, o con le coltellate. Se si trovava assolutamente costretto a prender parte tra due contendenti, stava col più forte, sempre però alla retroguardia, e procurando di far vedere all’altro ch’egli non gli era volontariamente nemico: pareva che gli dicesse: ma perché non avete saputo esser voi il più forte? ch’io mi sarei messo dalla vostra parte. Stando alla larga da’ prepotenti, dissimulando le loro soverchierie passeggiere e capricciose, corrispondendo con sommissioni a quelle che venissero da un’intenzione più seria e più meditata, costringendo, a forza d’inchini e di rispetto gioviale, anche i più burberi e sdegnosi, a fargli un sorriso, quando gl’incontrava per la strada, il pover’uomo era riuscito a passare i sessant’anni, senza gran burrasche. Non è però che non avesse anche lui il suo po’ di fiele in corpo; e quel continuo esercitar la pazienza, quel dar così spesso ragione agli altri, que’ tanti bocconi amari inghiottiti in silenzio, glielo avevano esacerbato a segno che, se non avesse, di tanto in tanto, potuto dargli un po’ di sfogo, la sua salute n’avrebbe certamente sofferto. Ma siccome v’eran poi finalmente al mondo, e vicino a lui, persone ch’egli conosceva ben bene per incapaci di far male, così poteva con quelle sfogare qualche volta il mal umore lungamente represso, e cavarsi anche lui la voglia d’essere un po’ fantastico, e di gridare a torto. Era poi un rigido censore degli uomini che non si regolavan come lui, quando però la censura potesse esercitarsi senza alcuno, anche lontano, pericolo. Il battuto era almeno un imprudente; l’ammazzato era sempre stato un uomo torbido. A chi, messosi a sostener le sue ragioni contro un potente, rimaneva col capo rotto, don Abbondio sapeva trovar sempre qualche torto; cosa non difficile, perchè la ragione e il torto non si dividon mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell’una o dell’altro. Sopra tutto poi, declamava contro que’ suoi confratelli che, a loro rischio, prendevan le parti d’un debole oppresso, contro un soverchiatore potente. Questo chiamava un comprarsi gl’impicci a contanti, un voler raddirizzar le gambe ai cani; diceva anche severamente, ch’era un mischiarsi nelle cose profane, a danno della dignità del sacro ministero. E contro questi predicava, sempre però a quattr’occhi, o in un piccolissimo crocchio, con tanto più di veemenza, quanto più essi eran conosciuti per alieni dal risentirsi, in cosa che li toccasse personalmente. Aveva poi una sua sentenza prediletta, con la quale sigillava sempre i discorsi su queste materie: che a un galantuomo, il qual badi a sè, e stia ne’ suoi panni, non accadon mai brutti incontri. Pensino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare sull’animo del poveretto, quello che s’è raccontato. Lo spavento di que’ visacci e di quelle parolacce, la minaccia d’un signore noto per non minacciare invano, un sistema di quieto vivere, ch’era costato tant’anni di studio e di pazienza, sconcertato in un punto, e un passo dal quale non si poteva veder come uscirne: tutti questi pensieri ronzavano tumultuariamente nel capo basso di don Abbondio. — Se Renzo si potesse mandare in pace con un bel no, via; ma vorrà delle ragioni; e cosa ho da rispondergli, per amor del cielo? E, e, e, anche costui è una testa: un agnello se nessun lo tocca, ma se uno vuol contraddirgli... ih! E poi, e poi, perduto dietro a quella Lucia, innamorato come... Ragazzacci, che, per non saper che fare, s’innamorano, voglion maritarsi, e non pensano ad altro; non si fanno carico de’ travagli in che mettono un povero galantuomo. Oh povero me! vedete se quelle due figuracce dovevan proprio piantarsi sulla mia strada, e prenderla con me! Che c’entro io? Son io che voglio maritarmi? Perché non son andati piuttosto a parlare... Oh vedete un poco: gran destino è il mio, che le cose a proposito mi vengan sempre in mente un momento dopo l’occasione. Se avessi pensato di suggerir loro che andassero a portar la loro imbasciata... — Ma, a questo punto, s’accorse che il pentirsi di non essere stato consigliere e cooperatore dell’iniquità era cosa troppo iniqua; e rivolse tutta la stizza de’ suoi pensieri contro quell’altro che veniva così a togliergli la sua pace. Non conosceva don Rodrigo che di vista e di fama, nè aveva mai avuto che far con lui, altro che di toccare il petto col mento, e la terra con la punta del suo cappello, quelle poche volte che l’aveva incontrato per la strada. Gli era occorso di difendere, in più d’un’occasione, la riputazione di quel signore, contro coloro che, a bassa voce, sospirando, e alzando gli occhi al cielo, maledicevano qualche suo fatto: aveva detto cento volte ch’era un rispettabile cavaliere. Ma, in quel momento gli diede in cuor suo tutti que’ titoli che non aveva mai udito applicargli da altri, senza interrompere in fretta con un oibò. Giunto, tra il tumulto di questi pensieri, alla porta di casa sua, ch’era in fondo del paesello, mise in fretta nella toppa la chiave, che già teneva in mano; aprì, entrò, richiuse diligentemente; e, ansioso di trovarsi in una compagnia fidata, chiamò subito: “Perpetua! Perpetua!,” avviandosi pure verso il salotto, dove questa doveva esser certamente ad apparecchiar la tavola per la cena. Era Perpetua, come ognun se n’avvede, la serva di don Abbondio: serva affezionata e fedele, che sapeva ubbidire e comandare, secondo l’occasione, tollerare a tempo il brontolìo e le fantasticaggini del padrone, e fargli a tempo tollerar le proprie, che divenivan di giorno in giorno più frequenti, da che aveva passata l’età sinodale dei quaranta, rimanendo celibe, per aver rifiutati tutti i partiti che le si erano offerti, come diceva lei, o per non aver mai trovato un cane che la volesse, come dicevan le sue amiche. “Vengo,” rispose, mettendo sul tavolino, al luogo solito, il fiaschetto del vino prediletto di don Abbondio, e si mosse lentamente; ma non aveva ancor toccata la soglia del salotto, ch’egli v’entrò, con un passo così legato, con uno sguardo così adombrato, con un viso così stravolto, che non ci sarebbero nemmen bisognati gli occhi esperti di Perpetua, per iscoprire a prima vista che gli era accaduto qualche cosa di straordinario davvero. “Misericordia! cos’ha, signor padrone?” “Niente, niente,” rispose don Abbondio, lasciandosi andar tutto ansante sul suo seggiolone. “Come, niente? La vuol dare ad intendere a me? così brutto com’è? Qualche gran caso è avvenuto.” “Oh, per amor del cielo! Quando dico niente, o è niente, o è cosa che non posso dire.” “Che non può dir neppure a me? Chi si prenderà cura della sua salute? Chi le darà un parere?...” “Ohimè! tacete, e non apparecchiate altro: datemi un bicchiere del mio vino.” “E lei mi vorrà sostenere che non ha niente!” disse Perpetua, empiendo il bicchiere, e tenendolo poi in mano, come se non volesse darlo che in premio della confidenza che si faceva tanto aspettare. “Date qui, date qui,” disse don Abbondio, prendendole il bicchiere, con la mano non ben ferma, e votandolo poi in fretta, come se fosse una medicina. “Vuol dunque ch’io sia costretta di domandar qua e là cosa sia accaduto al mio padrone?” disse Perpetua, ritta dinanzi a lui, con le mani arrovesciate sui fianchi, e le gomita appuntate davanti, guardandolo fisso, quasi volesse succhiargli dagli occhi il segreto. “Per amor del cielo! non fate pettegolezzi, non fate schiamazzi: ne va... ne va la vita!” “La vita!” “La vita.” “Lei sa bene che, ogni volta che m’ha detto qualche cosa sinceramente, in confidenza, io non ho mai...” “Brava! come quando...” Perpetua s’avvide d’aver toccato un tasto falso; onde, cambiando subito il tono, “signor padrone,” disse, con voce commossa e da commovere, “io le sono sempre stata affezionata; e, se ora voglio sapere, è per premura, perché vorrei poterla soccorrere, darle un buon parere, sollevarle l’animo...” Il fatto sta che don Abbondio aveva forse tanta voglia di scaricarsi del suo doloroso segreto, quanta ne avesse Perpetua di conoscerlo; onde, dopo aver respinti sempre più debolmente i nuovi e più incalzanti assalti di lei, dopo averle fatto più d’una volta giurare che non fiaterebbe, finalmente, con molte sospensioni, con molti ohimè, le raccontò il miserabile caso. Quando si venne al nome terribile del mandante, bisognò che Perpetua proferisse un nuovo e più solenne giuramento; e don Abbondio, pronunziato quel nome, si rovesciò sulla spalliera della seggiola, con un gran sospiro, alzando le mani, in atto insieme di comando e di supplica, e dicendo: “per amor del cielo!” “Delle sue!” esclamò Perpetua. “Oh che birbone! oh che soverchiatore! oh che uomo senza timor di Dio!” “Volete tacere? o volete rovinarmi del tutto?” “Oh! siam qui soli che nessun ci sente. Ma come farà, povero signor padrone?” “Oh vedete,” disse don Abbondio, con voce stizzosa: “vedete che bei pareri mi sa dar costei! Viene a domandarmi come farò, come farò; quasi fosse lei nell’impiccio, e toccasse a me di levarnela.” “Ma! io l’avrei bene il mio povero parere da darle; ma poi...” “Ma poi, sentiamo.” “Il mio parere sarebbe che, siccome tutti dicono che il nostro arcivescovo è un sant’uomo, e un uomo di polso, e che non ha paura di nessuno, e, quando può fare star a dovere un di questi prepotenti, per sostenere un curato, ci gongola; io direi, e dico che lei gli scrivesse una bella lettera, per informarlo come qualmente...” “Volete tacere? volete tacere? Son pareri codesti da dare a un pover’uomo? Quando mi fosse toccata una schioppettata nella schiena, Dio liberi! l’arcivescovo me la leverebbe?” “Eh! le schioppettate non si danno via come confetti: e guai se questi cani dovessero mordere tutte le volte che abbaiano! E io ho sempre veduto che a chi sa mostrare i denti, e farsi stimare, gli si porta rispetto; e, appunto perché lei non vuol mai dir la sua ragione, siam ridotti a segno che tutti vengono, con licenza, a...” “Volete tacere?” “Io taccio subito; ma è però certo che, quando il mondo s’accorge che uno, sempre, in ogni incontro, è pronto a calar le...” “Volete tacere? È tempo ora di dir codeste baggianate?” “Basta: ci penserà questa notte; ma intanto non cominci a farsi male da sé, a rovinarsi la salute; mangi un boccone.” “Ci penserò io,” rispose, brontolando, don Abbondio: “sicuro; io ci penserò, io ci ho da pensare.” E s’alzò, continuando: "non voglio prender niente; niente: ho altra voglia: lo so anch’io che tocca a pensarci a me. Ma! la doveva accader per l’appunto a me.” “Mandi almen giù quest’altro gocciolo,” disse Perpetua, mescendo. “Lei sa che questo le rimette sempre lo stomaco.” “Eh! ci vuol altro, ci vuol altro, ci vuol altro.” Così dicendo prese il lume, e, brontolando sempre: “una piccola bagattella! a un galantuomo par mio! e domani com’andrà?” e altre simili lamentazioni, s’avviò per salire in camera. Giunto su la soglia, si voltò indietro verso Perpetua, mise il dito sulla bocca, disse, con tono lento e solenne: “per amor del cielo!” e disparve.
Chel ram del lac’ de Como, che ‘l vàrda vèrs mezdì, 'ncornisà da doi corone de monti tuti taciadi, fat a sbòze en fòr e ‘n dént, conforma se chei monti i néva ‘n fòr o ‘ndént, scasi de
colp el vèn a strénzerse che ‘mpar come se ‘l fus en fiume, con da na man na lénga ‘n tèra dént entel lac’ e da l’àutra na gran costéra; e ancia ‘l pònt che ìo ‘nchel posto ‘l tacia
le doi sponde, a vardàrlo empar pròpri che ‘l lac’ el sia l’Adda che scomenzia de nòu, ma che sùbit dopo ‘l se torna a slargiàr e ‘l deventa ancor lac’ e le rive, tornàde a slontanàrse,
le calma l’aca che la se sparpàia fòr ente nòve sbòze in ént e ‘n fòr. La costéra fata dal depòsit de tréi bèi ridi, la vèn zó postada a doi monti taciadi, un che ‘l giâ nòm de san Martìn,
l’àuter, con na paròla del dialèt de la Lombardìa, el Resegone, per via dei só tanti cocùzzoi en fila che i lo fa ‘nsomiàr a na ségia; tanto che, ancia un che i lo varda per el
prìm bòt, pur che ‘l se sia metù davanti, come per esèmpi sui muri de Milan che varda al revèrs, i lo tòl fòr sùbit per come che l’è fat, ente tuta ca corona, dai àutri monti che ì giâ
‘l nom pù difìzil e i giâ la sòlita forma. Per en bèl tòc’, la còsta la và su erta desivàl, per po' dopo deventar tuta a dòssi e valéte, óri e plazi, conforma l’ossadura de chei doi
monti e del laoro de l’aca. La strìsa zó ‘l fónt, taiada da le bóce dei ridi che se trà ‘ntel lac’, l’è fata scasi tuta da glaróni e sassi bèi gròssi; el rèst, ciampi, vignalòti, cì
e ìo paesòti, vile e masi; da zèrte man se vét ancia bós-ci che i se slòngia su per la montagna. El paes pù gròs e che ge dà ‘l nòm ancia al teritòri, l’è Lecco che ‘l pòsta arènt al
pònt su la riva del lac’, tanto che, cando che ‘l se àuzza, na bòna part de paes la va ‘n l’aca: ancòi le na gran borgada ‘nviada via a deventàr de segur na zità. Ai tèmpi che è
suzèst i fati che sen dré a contàr, chel paes l’era zà bel gròs e con la só fortezza, e per chesto ‘l geva l’ambizion de avér en comandante che abitava ‘ntel paes e ancia ‘l vantàzi
de aver na casèrma de soldàdi spagnòi stàbile; sti soldàdi, fra l’àuter l’era chei che ‘nsegnava la virtù a le putelòte e a le feumne del paes, e che ogni tant i onzéva co l’ónt de
bós-c’ calche òm o calche pare; e cando che finìva l’istà, nó i perdéva ‘l vizi de sparpaiarse per i vignài a sclarìr l’ùa e ‘nzì i slizerìva le fadìge de la vendéma ai contadini.
Tra i arcanti paesòti de la zona, dai monti e ‘nfìn zó su le rive del lac’, da ‘n dòs a l’àuter passàva e passa ancia adès, strade e stradèle pù o men erte o plane. Zèrte le era
sfondade, ‘nciassàde tra doi muri, che da cì, auzzàndo i òcli, vedéves apena ‘l ziél e la zima de calche mont, zèrte àutre le neva fòr a sbàlz di modo che da chele se vedéva panorami
sèmper nòvi, pù o men largi, ma sèmper belissimi, conforma ‘ndo che se era a vardar. Da zèrti pòsti se vét en tòc’ de lac’, da zèrti àutri n’àuter tòc’, e da n’àuter ancor na gran distesa
de l’aca; da chesta lac’, anserà o mèz scondù tra ‘n gróp de montagne, o da chela man man pù slargià ‘ntrà àutri monti tuti ‘n fila che speglàndose ‘n l’aca se vét rebaltadi, coi paesòti
pozàdi su le rive; de là ‘n braz de fiume, po' lac’, po' fiume ‘ncor; da zèrti àutri pòsti ‘l và a pèrderse come ‘n bis slusènt tra i monti ‘nfìn a pèrderse lontan. Ancia ‘l pòsto stés da
‘ndo che se varda sti gran spetàcoi, l’è spetacolós; se néo a spassezar su le falde de ‘n mont, ‘ntant che ciaminào vedéo le só zime e le só còste come se le vé ziràs entórna, sèmper
diferènte, lìmpie e ‘n risàlt; chel che prima vé ‘mparéva sol na grésta, la devènta tante zime e part de mont che ‘mpareva èsser su la còsta, le devènta zime pù àute; tut ensèma, sto gran
spetàcol, ‘n pòc’ a la bòna e ‘n pòc’ selvàdec’, i lo fa ‘ncor pù bèl.
Per una de che stradèle, su l’imbrunìr del 7 de novèmber del 1628, nidéva de vòuta pazìfico da la só spassezada don Abondio, che l’era curàt de un
de chei paesòti che diséven prima: su le ciarte che gén en man, nó se trova scrìt el nòm de sto paes, e nancia da che ciasa che ‘l nideva sto
personagio. Chièt el diséva su le só orazión e ogni tant, tra ‘n salmo e l’àuter, el seràva ‘l breviari, e per tègner el ségn el metéva dént en dé
de la man drìta e chesta dént en l’àutra dré a la s-cena e pò ‘l seghitava la só ciapinada vardando per tèra e se g’èra ‘n sassòt che ‘ntopava en
mèz al sintér con na peadòta i lo petàva vèrs el murét: po' ‘l levava i òcli e, dopo aver vardà ‘ntorna distrat, i li fissava su na part de mont, endo che la luze del sol, ormai nà zó,
‘l trapassava le crèpe del mont dinanzi, a ‘nluminar cì e ìo i crozzi che sporzéva coloràndoi come se fus gran macle rosse. Davèrt de nòu el breviari e dita su ancór n’àutra orazión, l’è arivà ‘nfìn a la
vòuta che fa ca stradèla, endo
che de sòlit l’èra usà a levar su i òcli dal lìber, e vardàr inanzi: e ancia ‘nchel dì l’à fat pròpri ‘nzì. Dopo la svoutada, per en tòc’ la strada
la neva dritta forsi per na sessantina de passi, e po’ la se ardoplàva a ipsilon ente àutri doi sintèròti: chela a l’andrìta la néva su per el mónt
e l’arivava a la cialòngia: l’àutra la portava zó per la val enfìn a ‘n rì; e da ca banda el murét l’era àut na giamba. I muri de ént de che dói
stradèle, envéze che taciàrse a àngol, i ruàva con en ciapitèl empiturà con zèrte spenelàde lònge a bissabòa che le finìva a pónta, e che ente
l’intenzión de l’artista e de chél che vedéva la zènt del pòsto, l’era flame; e po’ ‘ntrà mèz a ste flame g’èra àutre fegure che nó se pòl descrìver,
ma che voleva dir le ànime del purgatòri: anime e flame le era de ‘n color matón su ‘nte na man de grisòt, che cì e ìo ‘l se desgrostàva. El curàt
svoutàda la stradèla, come ‘l sòlit, l’à vardà vèrs el ciapitèl, e l’à vìst na ròba che nó ‘l se spetàva, e che nó l’avròs volèst véder. Dói òumni,
un dinànzi a l’àuter pròpri ‘ndo che i dói sintéri i se separava: un de sti dói l’èra sentà zó a ciavalòt sul murét pù bas, con na giamba a spindorlón
en fòra e con l’àuter pè postà per tèra su la strada; el só sòzi l’èra ‘n pè, pozà al mur, con i brazzi encrosadi sul stómec’. L’àbit, el portamént,
e chél che ‘l podeva aver vist el curàt da ‘ndo che l’era arivà, da chel che se podeva véder, nó g’èra dùbi de cì che podéva èsser. Tuti dói i géva
su la testa na redesèla vérda che crodàva zó su la spala ‘nzància e che la ruàva ente na gran mazòcola, e da chésta piciàva fòr en gran zuf e i geva dói
mostaci ‘nrizolàdi a pónta: su 'nla' zintùra lùstra de coràm g'era tacià su dói pistòle: al còl i geva ‘n cozzarét plén de pólver come fus na colàna:
da na s-ciarselòta de le bragóne piciàva fòr el mànec’ de ‘n cortelàz, e na gran spadóna col mànec’ traforà a làmine de otón a fórma de stèma, de gran
gusto néte e lustre: a véderli ‘nzì emparéva pròpri dói de chéi de ca risma dei bravi.
De sta zentàia adès nó g’é pù ‘nzun, ma alór en Lombardìa gé n’èra en mùcel, e da tanti ani ‘ndré. Cì che nó giavés idèa de cì che l’èra sta razza,
ve dìgi arcànte robéte su de lóri che doròs èsser assà per ciapìr, e de cant che l’è sta difìzil destirparli e cant che i è stadi duri a morìr.
Enfìn da l’òt de aurìl del 1583, el Lustrìssim e Zelentìssim Siór don Carlo d’Aragon, Prìnzipe de Castelvetrano, Duca de Terranova, Marchés d’Avola,
Conte de Burgeto, Grant’Amiràlio, e Grant Contestabile de Sizìlia, Goernatór de Milan e Gran Zeneràl de Sua Maestà Cattolica en Italia, pienamente
informato della intollerabile miseria in che è vivuta e vive questa Città di Milano, per cagione dei bravi e vagabondi, pubblica un bando contro di
essi. Dichiara e diffinisce tutti coloro essere compresi in questo bando, e doversi ritenere bravi e vagabondi... i quali, essendo forestieri o del
paese, non hanno esercizio alcuno, od avendolo, non lo fanno... ma, senza salario, o pur con esso, s’appoggiano a qualche cavaliere o gentiluomo,
officiale o mercante... per fargli spalle e favore, o veramente, come si può presumere, per tendere insidie ad altri... A tuti chésti l’ordina,
tèmp sei dì, de nàrsen fòr da l’Italia e per cì che nó ubidìs gé sarà la galèra, tuti i ufiziài de zustìzia i podrà dopràr ogni mòdo per eseguìr el
pefèl. Ma l’an dré, el 12 de aurìl, vedendo ‘l deto Siór, che questa Città è tuttavia piena di detti bravi... tornati a vivere come prima vivevano,
non punto mutato il costume loro, né scemato il numero, el mét fòr n’àutra corènda ancór pù giaiàrda e rigorósa endo che, trà l’àuter, géra su
scrìt:
Che qualsivoglia persona, così di questa Città, come forestiera, che per due testimonj consterà esser tenuto, e comunemente riputato per bravo,
et aver tal nome, ancorché non si verifichi aver fatto delitto alcuno... per questa sola riputazione di bravo, senza altri indizj, possa dai detti
giudici e da ognuno di loro esser posto alla corda et al tormento, per processo informativo... et ancorché non confessi delitto alcuno, tuttavia sia
mandato alla galea, per detto triennio, per la sola opinione e nome di bravo, come di sopra. Tut chésto, e ‘l de pù che nó se dis, perché
Sua Eccellenza è risoluta di voler essere obbedita da ognuno.
A sentìr le parole de ‘n gran sior, enzì giaiàrde e che nó se podeva nancia discùter e per de pù compagnade da chei pefèi, se averòs pensà che senz’àuter,
sol a sentìrle sussurar, tuti i róbleri i sia sparìdi per sèmper. Però a star a chél che à ordenà n’àutra de che siorìe, grant’òm, compàgn del prìm, con
tuti i só tìtoi ancia chél, vèn da pensar tut el contràri. E chesto cì l’era ‘l Lustrìssim e Zelentìssim Siór Juan Fernandez de Velasco, Contestabile de
Castiglia. Cameriér magiór del Re, Duca de la zità de Frias, Conte de Haro e Castelnovo, Capo de la ciasa de Velasco e de chéla dei sèt Infanti de Lara,
Goernatór del Stato de Milan, ezzètera. El 5 de zùgn del 1593, essendo sta avisà ancia el di quanto danno e rovine sieno... i bravi e vagabondi, e del
pessimo effetto che tal sorta di gente, fa contra il ben pubblico, et in delusione della giustizia, l’à ‘ntimà de nòu ancia el che, tèmp sei dì, i
giàbia da nàrsen ripetèndo talecàl i ordini e i castìghi de chél da prima. Pò dopo, passà calche an, el 23 de magio del 1589 informato, con non poco
dispiacere dell’animo suo, che... ogni dì più in questa Città e Stato va crescendo il numero di questi tali (róbleri e reménghi), né di loro,
giorno e notte, altro si sente che ferite appostatamente date, omicidii e ruberie et ogni altra qualità di delitti, ai quali si rendono più facili,
confidati essi bravi d’essere aiutati dai capi e fautori loro,... l’ordina i stessi remèdi, aumentando la dòse de le pene come se fa per na malatìa
che stènta a varìr. Po' ‘l giâ tacià: Ognuno dunque, onninamente si guardi di contravvenire in parte alcuna alla grida presente, perchè, in luogo di
provare la clemenza di Sua Eccellenza, proverà il rigore, e l’ira sua... essendo risoluta e determinata che questa sia l’ultima e perentoria monizione.
Però nó l’èra de la stessa idea el Lustrìssim e Zelentìssim Siór, el Siór Don Péro Enriquez de Acevedo Conte de Fuentes, Capitano, e Goernatór del
Stato de Milan; nó l’era de sta idea e ‘l géva le só bòne resón. Pienamente informato della miseria in che vive questa Città e Stato per cagione
del gran numero di bravi che in esso abbonda... e risoluto di totalmente estirpare seme tanto pernizioso, el 5 de dizèmber del 1600, ‘l fa na léze
nòva pléna ancia chésta de péne severissime, con fermo proponimento che, con ogni rigore, e senza speranza di remissione, siano onninamente eseguite.
L’è da créder però che per destirpar i róbleri nó ‘l gé metéva tuta ca bòna volontà che ‘l gé metéva ‘ntel brigiàr contrà ‘l só pù grant nemìzi che l’èra
Enrico IV re de Franza; sicome, come che dis la storia, l’è sta bòn de armar contra sto re el Duca de Savoia, fasèndoge pèrder pù de na zità; e po’
come che l’è sta bòn a convìnzer el Duca de Biron, che po’ a la fìn i giâ taià via la testa; però na ròba l’è segùra, cant ai róbleri, enzì perniziosi,
i seghitàva a èsserge pù vivi che mai el 22 de setèmber del 1612. En chel dì el Lustrìssim e Zelentìssim Siór, el Siór Don Zoàn de Mendozza, Marchés de
la Hynojosa, Grandòm ezzètera, Goernatór ezzètera, l’à pensà de destirparli na bòta per tute. Per sto scòpo l’à mandà al Pandolfo e al Marco Tullio
Malatesti, che i geva la stamparìa de stato, la sòlita léze, corezùda e ancór pù rigorósa, perché i la stampàs en modo da sterminar i róbleri. Ma chéi
buli i g’èra ancór el 24 de dizèmber del 1618 cando che i à zapà la stessa stangiàda dal Lustrìssim e Zellentìssim Siór, el Siór Don Gomez Suarez de
Figueroa, Duca de Feria, ezzètera, Goernatór ezzètera. Ma sicome chéi galiòti nó i era sparìdi nancia con chéla, el Lustrissìm e Zellentìssim Siór,
el Siór Gonzalo Fernandez de Cordova, che ‘l comandava al tèmp de ca spassezàda de don Abondio, l’eva cognèst corézer e far publiciar de nòu la medesima
léze contra i róbleri el 5 de otóber del 1627, val a dir n’àn, en més e dói dì prima de chél fato straordenari.
Ma nancia chésta l’èra sta l’ultima publiciazión; ma noi de chéle che è nù dopo, nó disén engóta, perché nó le né ‘nterèssa per la nòssa storia.
Vé contàn demò de una del 13 de feuràr de l’àn 1632, e ‘nte chésta el Lustrìssim e Zellentìssim Siór, el Duque de Feria, per el secónt bòt
goernatór, el né fa savér che le maggiori sceleraggini procedono da quelli che chiamano bravi. E chèsto l’è assà per èsser segùri che al
témp che sén dré a contàrve, de róbleri gé n’èra ancia massa.
Che chéi dói galiòti i fus ìo a spetàr calchedun, l’era seguriènto; ma chél che giâ desplasèst de pù a don Abondio l’è sta cando che l’à cognèst
nascòrzerse che chel che i aspetàva l’era pròpri el. Difati, cando che ì l’à vist arivar, i s’èra vardadi ‘ntel mus e i eva auzzà la testa con en mòto
che ‘mpareva pròpri che i se fus diti: l’è el; chel che era a ciaval del murét, l’éva tirà su la giamba ‘nla strada; l’àuter el s’èra destacià dal
mur; e tuti dói i g’è nadi ‘ncontra. Don Abondio tegnèndose sèmper davanti ‘l breviari davèrt, come se ‘l lezés, ‘ntant el doclava per véder che
‘ntenzión che i géva, e vedendo che i gé nidéva ‘ncontra, g’è nù tut de cólp en mùcel de pensieri. Sùbit per sùbit g’è nù ‘n mént de vardar se ‘ntrà
mèz a el e ai galiòti gé fus, da na man o da l’àutra na stradèla da poder schivarli, ma l’à ciapì sùbit che nó la g’èra. L’à pensà ‘nprèssa se per
caso l’avés podèst fàrge ‘n tòrt a calche siór o a calche spòtico; ma ancia chésto en cossiènza nó gé paréva pròpri: i róbleri ‘ntant i nidéva inanzi
e i lo vardava fis. L’à metù dói dédi de la ‘nzancia entel colarìn come se ‘l volés comodàrlo; sèmper pù azità el storzéva la bócia e con la cóa de
l’òcel el se voutava ‘ndré per véder, enfìn endo che ‘l podéva, se arivàva calchedun, ma nó l’à vist ‘nzun. L’à dat n’oclada sora ‘l murét, entei
ciampi: enzuni; n’àutra oclada dinanzi, ma fòr che i róbleri, nó arivava anima viva. Che far po’? tornar endré l’èra tardi: s-ciampar l’èra come dir
coréme dré, o ancia pézi. Schivar el perìcol ormai nó ‘l podéva pù, e alor l’à pessegià a nàrge ‘ncontra perché ‘nchéi momenti ìo l’era mèio scurtar
el pù possìbol chel tormént. L’à slongià ‘l pas, l’à rezità ‘n versét con la ós pù àuta, l’à vardà de far en mus pù chièt e contènt che ‘l podéva,
po’ ‘l s’è sforzà a far en risolìn; cando che ‘l s’è giatà dinanzi a chéi dói gialantòmni, l’à dit entrà de el: gé sén; e ‘l s’è fermà fermo su drìt. Un
de chei doi el dis: “Siór curàt,” fissàndoge i òcli adòs.
“Comandi?” giâ respondù sùbit don Abondio, entant che l’èva auzzà i òcli dal lìber che ‘l geva spalancà ‘n man come se ‘l fus su ‘nte ‘n legìo.
L’àuter de chei doi el giâ ‘ntimà: “Ma él giàl intenzión… giàl intenzión de maridàr domàn el Renzo Tramaglino e la Lucia Mondella?” con en far da
zèlbero, come cando che sé vòl scomenziar via na bègia.
“Ma vedé…” l’à respondù, con na osata tremolènta, don Abondio: “vedé. Voiàutri che séo oumni de mondo, e ‘l séo benìssim come che le và ste ròbe. El
pòr curàt nó ‘l conta ‘ngot: i fa i só misteròti tra de lóri, e po’… e po’, i vèn da noi, come se naròs a la cassa a scudìr; e noi… noi sén i sèrvi
del comun.”
“Benón,” giâ dit chel galiòto, ente na récla, col tòno de comando, “sto matrimòni nó se giâ da farlo, né doman, né mai.”
“Ma, sentìme sióri,” l’à tornà a dir don Abondio, con na os chièta e educada come cando che se vòl convìnzer en testón, “ma sentìme cì, provà a méterve
entei me pani. Se ‘l dipendés da mì… vedéo ben che a mì nó mé vèn engot en s-ciarsèla…”
“Dai, dai,” dis el róbler, “se sta ròba la giaves da dizìderse a zàcole, tì né meteròstus entel sac’. Noi nó sén engot, nó volén savér de pù. Òm avisà…
l’à ben ciapì.”
“Ma scoutàme sióri, voi séo gialantòumni, massa zudiziósi…”
A sto punto s’è ‘ntrometù l’àuter slàizer che ‘nfin adès nó l’eva mai parlà: “Ma ‘l
matrimòni nó ‘l nirà fat, o…” e cacì, zó na siràca, “o cì che lo farà, ‘l se pentirà, perché nó ‘l g’arà 'l tèmp, e…” e zó n’àutra blestéma.
“Tasi, tasi,” giâ tacià ancór l’àuter: “el siór curàt l’è n’òm che sa ‘l vìver del mondo; e noi sén gialantòumni, che nó volén fàrge del mal, basta
che ‘l fàgîa zudìzi. Siór curàt, el Lustrissìm siór don Rodrigo, nòs padrón, i la riverìs con tant riguardo.”
Sto nòm, enla testa de don Abondio, l’è sta come ‘n làmp de nòt entel cólem de ‘n gran temporalàz, che per n’atimo ‘l fa lum su tute le ròbe e ‘l fa
crésser el pipacul. Come per istìnto la fat en grant inchìno e l’à dit: “poròsseo darme ‘n consìli…”
“Oh valà! consiliàrge a el che ‘l sa ‘l latìn!” l’à dit un de chei dói róbleri, con na risàda tra ‘l vilan e ‘l ciatìo. “Ge tócia a el. E sóra a tut,
el vàrdia de nó dir engot a ‘nzuni de sto avìso che gén dat per el só bèn; perché se no… ehm… el saròs lostes come se ‘l fés chél matrimòni. Dai, dai
el né dìgîa chel che ‘l vòl che ge disénte a só nòm al Lustrìssim Siór don Rodrigo?”
“I mé riguardi…”
“Ma, ‘l digîa vergot de pù!”
“… D’acòrdi… d’acòrdi sèmper pronto a ubidìr.” Entant che ‘l diséva ste parole, nó ‘l seva nancia el se l’era dré a ‘mprométer vergota o a far en
complimént. I róbleri i l’à tòte o i féva véder de tòrle come na promessa.
“Benón, e bòna nòt, monsignor,” dis un de chéi dói entant che ‘l feva per nàrsen col só sòzi. Don Abondio, che pòci minuti prima l’avròs volèst
schivàr chei dói briganti, adès l’avròs volèst star ìo ancor a tratar. “Sióri…” l’à scomenzià, seràndo ‘l breviari con tute dói le man; ma lori,
senza dàrge pù òra, i à zapà la strada da ‘ndo che era nù el, e i s’è nè nadi ciantànt una de che cianzón da coscrìti che nó vòi nancia scrìver.
El pòer don Abondio l’è restà ìo con la bócia davèrta con tanto de nas; pò l’à zapà una de che dói stradèle che portava a só ciasa, ciaminando a
stento come se ‘l giavés na gran ciarcrevàda. Come che ‘l se la passàs enla zucia, se ‘l ciapirà mèio cando che averen contà vergot del so caràter,
e dei tempi ‘ndo che g’èra tocià de vìver.
Don Abondio (e ogni lezidór el se l'avrà zà ‘nvista) nó l’èra zèrto en spirìt
macabèo. Ma a scomenziàr da cando che l’era ancor zóven, l’eva ciapì sùbit che pézi de tut a chei tèmpi l’era èsser
come na bestia senza óngle e senza zane, enten mondo ‘ndo che nó ‘l volès lagiàrse sbranar. Le lézi nó le protezéva pròpri mìgia l’òm pazìfico, che
nó ge fa mal a ‘nzun, e che nó ‘l geva àutri mòdi per fàrge paura ai àutri. Ma no perché de lézi nó gé ‘n fus e nancia punizión contra le angiarie a
la zènt. Anzi le lézi le èra ancia massa; tuti i deliti i era protocoladi, e ancia ben descriti con le parole pù fine; le pene le era spropositade e
come se nó ‘l fus assà, chei che féva le lézi e cì che le metéva ‘n pratica i le podèva ancia aumentar scasi per ogni caso, come e cando che i voléva;
i prozèssi i era studiadi apòsta sol per solevar el zùdize da qualsiasi ròba che la ge fus da ‘mpedimént a proferìr na condàna: chéi pefèi contra i
róbleri che disèven prima, i è na pròva pìzzola ma de segùr la pòl dar l’idea. Con tut chésto, anzi na gran pàrt pròpri per chésto, tuti chei pefèi
publiciadi pù bòte, e rinforzade da ogni i goèrno nó le era bòne a àuter che a mossar el malinzègn de cì che l’eva scrite; o, se le géva calche efèto
sùbit per sùbit, l’èra pù de tut chel de taciàrge tante àutre angiarìe a la pòra zènt che zà la patìva assà, e nó le féva àuter che aumetàr le
persecuzión e l’astuzia dei spòtici. I privilézi i era ben regoladi, e i géva raìs enzì fonde che le lézi nó le tociàva mai, o a dirla tuta, nó le
podéva tociàr. Sti previlèzi l’era le glésie e i convènti che i podéva dar protezión ai lazeróni, po’ g’era le privatìve de zèrte crìche da na banda
toleràde a fadìgia da l’àutra critegiade con reclami inutili, ma sostegnùdi e difendùdi da le crìche che, ‘ndo che le piciava, l’era tut na magnarìa.
Tuti sti previlèzi sèmper de sèito critegiàdi, ma mai scanzeladi da le lézi, i cognéva ogni bòt che i era a riszo, trovar la scusa per durar ancora.
E ‘nfati suzzedéva sèmper enzì; e come nidéva fòr lézi contrà i spòtici, chesti i zerciava, con tuti i mèzi, àutri modi per seghitar a far chel che le
lézi le proebìva. Ma tute che lézi le podéva ben ente ogni momént blocàrse e seciar chel bonòm onèst che nó l’era fòrt di per sé o che l’era senza
protezión; ma con chéla de tègner sóta ogni òm, per far en modo che nó gé fus pù delìti e per punìrli, i sozetàva la pòra zènt al volér dei spòtici de
ogni risma. G’era cì che prima de combinar en delìto, el se ‘ntanava per tèmp enten convènt o ‘nten palàz, endo che i sbìri nó i avròs mai fidà a méter
pè; e cì che se metéva la divisa de na famìlia potènte che la g’èva l’interès a difènderlo, e chésto l’èra libero de combinarle tute, e ‘l podéva
fregiàrsen de tut el fracas de chei pefèi. De chéi che era deputadi a far rispetar le lézi, zèrti i partegnìva da cando che i era nati a la part dei
spòtici, àutri i dipendéva da chésti perché i era clienti; tuti per educazión, per interès, perché l’èra sèmper stada ‘nzì, per simiotàr, i stéva a
che regole, e i stéva ben atènti a nó sgaràr per en tòc’ de ciarta che i taciàva fòr sui ciantóni de le ciase. I òumni po’ che géva da far rispetàr
sùbit le lézi, ancia se tra chésti gé fus sta calchedun corazós come ‘n leon, ubidiènt come ‘n frate, pronto a sacrificàrse come ‘n martire, nó ‘l
podéva mai arivar zó ‘nfont, perché i era ‘nzì pòci che perfìn cì che l’eva metudi ìo apòsta a far rispetar le lézi i li arbandonava a se stessi.
Ma oltre a chésto, sti cì de sòlit l’èra i pù slàizeri e ribèli del só tèmp; el dovér che i géva l’era disprezzà ancia da chéi che avròs podèst èsser
terrorizà e ‘l nòm de sbiri che i geva l’era come n’ofésa. Enzì l’era bèla da véder che prima de riszar ente na chestión disperàda, i se saròs vendùdi
al potènte e i avròs fat véder la só aotorità sol cando che nó g’èra perìcol de dar fastìdi ai sióri, e sol cando che g’èra da méter sóta la pòra zènt
pazifica e débola.
N’òm che vòl far del mal, o che ‘l giâ sèmper paura che calchedun gé fàgia del mal, nó ‘l pòl far a men de zerciàrse aleàti e sòzi compagni a él. Sichè
a chéi tempi, tuti canti i vardàva de tègnerse ‘nsèma en compagnìe, e méternen ensèma de nòve, e tuti i se déva da far per aumentàr la potènza de la sóa.
El clero l’èra atènto a mantègner e se possìbol aumentar le só esenzión, i nòbili i só privilèzi, el soldà le só dispènse. I botegéri, i artesani, i féva
pàrt de sozietà e confratèrnite, i avocati i era tuti ‘nsema ente na léga, i mèdizi ente la só sozietà. Ognuna de ste crìche lé géva na forza privata e
sóa; ente ognuna ‘l partéves el trovava ‘l vantàzi de dopràr per sé stes, conforma a cant che contava la só aotorità e la só furbarìa, la forza de tuti i
àutri. I pù onèsti i dopràva sti vantàzi sol per difènderse; i pù furbazzi e i lazeróni i profitàva per combinarnen de tuti i colori perché sol coi só
mèzi nó i averòs podèst farla frància. La forza de ste crìche però nó l’era compàgna per tute; spezialmént enle val, se g’èra ‘n nòbile ric’ e spòtico,
con entorna na remengiarìa de róbleri, e na popolazión de contadìni usadi per tradizión de famìlia, e ‘nteressàdi o sforzàdi a star sóta scasi come se i
fus stadi servi del padrón, el géva na tal potènza che ‘l podéva far el bèl e ‘l brut tèmp e perfìn nó g’èra nancia n’àutra lega che podéss dàrge còntra.
El nòs Abondio nó l’èra ‘n nòbile, e nancia siór, corazós ancor de men, sichè ‘l s’èra acòrt sùbit, ancor prima de deventàr grant, de èsser ente chel mondo
ìo come ‘n vas de teracòta obligià a viazàr en mèz a tanti vasi de fèr. Per chesto l’eva ubidì ai só parènti ancia volintéra ‘che i éva volèst che ‘l nés prèt.
A dir la verità nó l’è che léva tegnù cónt dei òbligi e de l’onór che l’avròs bu a far el mistér del prèt: géva parést che procuràrse da vìver con calche
comodità e méterse ente na sozietà riverìda e forta ‘l fus dói resón pù che bòne. Però na calunque compagnìa la protéz e la difènt na persona enfìn a ‘n zèrto
punto: nó gé n’è nancia una che la gé proebìs de fàrse ‘n sistema sò. Don Abondio l’era un che bastava che i lo lagiàs entel só bró, e nó gé ‘nteressàva ‘ngot
de chéi vantazi ìo, che per avérli gé voléva darse da far e ancia riszàr en pòc’. El só sistèma l’èra far de tut per nó aver da contradìr con enzun, e zéder
cando che nó ‘l podéva far a men. Star sèmper tra l’us e l’as en tute le bègie che scomenziàs via entórn a el, da le lite, che alór le suzzedéva de spes, tra
‘l clèro e tute le àutre crìche, tra ‘l militàre e ‘l borghés, tra nòbili e nòbili, enfìn a le chestión tra dói contadìni, enviade via per na paròla maldita
e po’ dezìse a pugni, o adritura a scortelàde. Se pròpri pròpri l’èra obligià a tòr la part tra dói litegianti, el stéva sèmper da la banda del pù fòrt, e
sèmper dedré, per fàrge ciapìr a l’àuter che nó ‘l voròs èsser só nemìzi: ‘mparéva che ‘l gé disés: ma perché po’ nó ses sta bòn de èsser tì ‘l pù fòrt? che
mì ve averòssi tegnù la pàrt. Ensoma, stando sèmper a la larga dai spòtici, fasèndo finta de nó véder le sòlite angiarìe e i ciaprìzzi de chésti, contracambiando
a chele pù serie e spotiche con la pù gran sotomissión, a forza de far inchini e de portarge riguardo, ancia i pù burbari e malmostosi i era obligiadi a farge
'n risolìn cando che i li ‘ncontrava ‘n piaza, el pòver’òm l’èra sta bòn de passar i sessant’ani senza gran boras-ce.
Nó l’è che nó ‘l giavés ancia él en pòc’ de fél entel còrp; chél portar passiènza sèmper, chél dàrge de spés resón ai àutri, chéi tanti bocóni amari mandàdi zó
senza dir baf, i gé léva sgonflàda ‘nzì tant, che se ancia él ogni tant nó l’aves podèst sfogiàrse, saròs nà de mèz la só salute. Ma sicome, per fortuna per el,
al mondo e ancia vizìn, g’èra persone che ‘l cognosséva benón, oumni e feumne che nó lé era bòne de far del mal a ‘nzun, eco con chésti calche bòt el podéva
sfogiar el malumór che l’èva cognèst tratègner per en mùcel de tèmp, e tòrse ancia él la sodisfazión de èsser en pòc’ lunàstec’ e urlar ancia se ‘l gèva tòrt.
L’era pronto a strapazzàr chéi che nó se comportava come él, però sol cando che la strapazzàda ‘l podéva fàrla senza ‘l minimo dan. Cì che era sta bastonà l’era
perlomen en sventà, cì che èra sta mazzà l’era sta sèmper n’òm disonèst. Se g’éra calchedun che ‘l voléva sostègner le só resón contrà ‘n sioraz, e la ruàva con
la testa róta, don Abondio l’era sèmper bòn de trovàrge calche tòrt; che peràuter nó l’era tant difìzil perché la resón e ‘l tòrt nó sé pòl taiarli zó drìti,
perché tute le part lé giâ ‘l bòn e ‘l trìst. Ma sora tut el mormorava contra i só confratèi che, ancia con coràzo, i togéva la part de calche pover’òm, contra
‘n nòbile potènte. Chésto i lo clamava compràrsela en contànti, che l’era volér endrizzar le giambe ai ciagni, e po’ ‘l diséva ancia serio, che l’era mesdar le
chestión del mondo a dan de chéle de la religión. Cando che ‘l prediciava contra i confratèi però l’era sèmper con n’àuter o al massimo con pocìssimi àutri, e
con tanta pù furia se ‘l séva che nó g’era ‘nzun che se la togéva pù de tant. El géva po' na sentènza che gé plaséva pù de tute, e con chéla ‘l seràva sèmper i
só discorsi su ste chestión: che a ‘n gialantòm, che ‘l se fa i só
afari, e che ‘l sta su le sóe, nó pòl mai ciapitàrge de ‘ncontràr bruta zènt.
I pénsia adès i me vintizìnc’ lezidori, chel che l’era dré a passar chel pòr òm, con tut che en contà ‘nfin cì. El spavènt a véder che brute fazzade e a sentìr
che parolàzze, chel che geva ‘ntimà chel sioràz che l’èra cognossù da tuti come un che nó ‘l stremìva per engot, en sistema de vìver chièt, costà ani e ani de
studio e de passiènza, adès tut de cólp scombussolà, e nó véder come nìrgen fòra: a don Abondio tuti sti pensiéri i gé zonzonava con gran rebalton en la testa. —
Se podéssite mandar de vòuta ‘l Renzo e dìrge no, ancora dai; ma ‘l vorà savér le resón; e che giàite da respònderge po’ mì, per amor del ziél? E, e, e, ancia
chesto l’è ‘n testón: se ‘nzun lo tócia l’è n’agnèl, ma se calchedun el vòl contradìrlo… ih! E po’, e pò, perdù dré a ca Lucia, enamorà come… Putelóni, che sicome
nó i sa che far, i se parla, i vòl maridàrse, e nó i giâ en mént àuter; nó i pensa ai fastìdi ‘ndo che i pòl méter en pòer gialantòm. Oh poréto mì! vardà voiàutri
se chéi dói lazeróni i géva da méterse pròpri su la me strada, e tòrsela su con mì! Che gé n’ampòdite po’ mì? Sónte mì che vòi maridàrme? Perché po’ putòst nó i è
nadi a parlar… ma vardà voiàutri: son pròpri furbo, le ròbe le mé vèn en mént sèmper n’àtimo dopo. Podévi dìrge a chéi dói de nar a portar el só aviso… — Ma, a sto
punto, ‘l s’è acòrt che pentìrse de nó èsser stà ‘l consiliér e chel che tegnìva la sc-iala al a chél che feva l’angiarìa, l’èra massa gròssa; e alór sèmper entei
só pensieri ‘l sé la tòta con chel’àuter che l’era nù a robàrge la paze. Don Rodrigo i lo cognosséva sol de vista e de nòm, con el nó léva mai bu da che far, àuter
che tociar la sbòza col barbizzòl, e tociar per tèra con la pónta del ciapèl che pòce bòte che i léva ‘ncontrà per la strada. G’èra ciapità de difènder, pù de ‘n bòt,
la reputazión de chél sior, contra chéi che, sóta ós, sospirant, e vardando ‘n su, i maledìva calche só birbantada: léva dit zènto bòte che l’èra ‘n cavaliér gran
gialantòm. En chéla, ‘ntrà de él, el gé n’à dite tante, ma tante, che nó l’eva mai sentù dìrge da àutri, en prèssa de sèito con en domóscol. Arivà a só ciasa, che
l’èra zó ‘n fónt al paesòt, con tuti chéi pensieri, con la man che gé tremolava l’à daverzù la pòrta con la clào; l’à serà la porta bèn e ansios de trovàrse con
calchedun che ‘l se fidava, la clamà sùbit: “Perpetua! Perpetua!,” e ‘l s’è ‘nvià vèrs la saléta endo che chesta la geva da èsser ìo per parezàr la tàula per la
zéna. La Perpetua, come tuti i avrà ciapì, l’era la cògia de don Abondio: na serva premurosa e fedele, che la séva ubidìr e comandar, conforma l’ocasión, a bòte la
toleràva el brontolamént e tute le fantasìe del padrón, a bòte però l’era bòna de fàrge tolerar a el le soe, che dì per dì, da cando che l’eva passà via i carànta e
l’era ancor na medaia per aver refudà tuti i partiti che i s’era fati avanti, come che la diséva ela, o perché nó g’era sta nancia ‘n ciagn che l’eva tòta su, come
che diséva che betònege de le só amiche.
“Vèni, veni” la dis, metèndo la fias-céta del vin preferì da don Abondio entel sòlit pòsto sul taulìn, e plan plan la s’è movèsta; nó léva nancia tocià la sòlia
de la saléta, che l’è nù ént con en pas enzì ‘mpazzà, con na fazzada ‘nzì trista, con en vis enzì sfigurà, che nó ocoréva i òcli de la Perpetua per ciapìr sùbit
che g’éra ciapità per dal bòn vergot de straordenari.
“Misericordia! che g’àl pò siór padrón?”
“Engot, engot,” dis don Abondio, tiràndo 'l flà che ‘mpareva 'n màntes, molàndose zó sul ciaregión.
“Come po’ ‘ngot? Vòlel dàrmela da ‘ntender a mì? enzì trìst come che l’è? È suzèst de segùr vergot de gròs.”
“Per amor del ziél! Cando che dìgi ‘ngot, o che l’è ‘ngot, o che l’è na ròba che nó pòdi dìr.”
“Ma, nó podéo dìrla nancia a mì no? Cì èl po’ che ge varderà sóra a la vòssa salute? Cì saràl po’ che vé darà ‘n consìli?…”
“Oh, poréto mì! Tasé tasé, e nó sté parezàr àuter: déme cì ‘n bicér del mé vin.”
“E ‘l voròs dàrme da ‘ntènder che nó ‘l giâ ‘ngot!” dis la Perpetua, ‘ntant che la gé ‘mplenìva ‘l bicér, però tegnèndol en man, come a dir che ‘l gé l’avròs
dat sol se ‘l g’avés fat ca confidenza che la sé féva desideràr.
“Déme cì, déme cì,” ‘l dis don Abondio, togèndoge fòr da le man el bicér, con la man che gé tremolava e svoidàndol con na rèsta, come sé ‘l fus na medizìna.
“Ma, alór vòlel obligiàrme a nar mì a domandàr cì e ìo chél che g’è suzèst al mé padrón?” la dis la Perpetua, su drìta come ‘n fus dinanzi a el, con le man
reversàde sui flànci, e i gómbeti ‘mpontàdi davanti, vardàndol drìt entel mus come se l’avés volèst zuzzàrge ‘l segrèt dai òcli.
“Per amor del ziél! Nó sté sbetegiàr vè no, nó fé traboldéri: l’è na chestión de vita o de mòrt!”
“La vita!”
“La vita.”
“El sa bèn che tute le bòte che ‘l m’à dit vergot franco, en confidanza, mì nó ài mai…”
“Eco, brava! come cando...”
La Perpetua là sé acòrta de aver tocià el botón sbaglià su la tastéra; e alór cambiando sùbit tòno, la dis: “siór padrón,” la dis con na ós engropada e che la
tociava ‘l còr, “mì gé són sèmper stada afezionada; e, se adès vòi savér, l’è per premura, perché voròssi dàrve n’aiùt, dàrve ‘n consìli, tiràrla su de morale…”
Fato sta che don Abondio ‘l géva na gran vòia de sbrociàrse da chél cialciaròt enzì dolorós, e autretanta la gé néva la Perpetua de cognòserlo; sichè dopo avèr
resistì sèmper pù debolment a le ‘mpontadure de ca feumna, e dopo avérge fat zuràr pù de na bòta, che nó l’avròs zacolà con enzuni, a la fìn con tanta fadìgia, con
tanti pòer mì, el giâ contà ‘l brut caso. Cando che è nù ‘l momént de dìrge cì che l’era ‘l malfatór, giâ volèst che la Pepetua la zuràs en modo ancór pù solène; e
don Abondio come che l’à prononzià chel nòm, el s’è petà ‘ndrè sul s-cenàl de la ciarégia, con en gran sospìr, auzzàndo le man ensèma per comandar e ancia per
supliciar, disèndo: “per amor del ziél!”
“L’è de le sóe!” l’à sclamà la Perpetua. “Che brigante! oh che spòtico! Che òm senza timór de Dio!”
“Voléo tàser? o voléo rovinàrme dal tut?”
“Ma, se sén cì noi soli e nó né sènt enzuni. Come faràl po’, pòver padrón?”
“Vardà,” dis don Abondio, con na ós zidiósa: “ma vardà voi che bèl consìli che la sa dàrme chésta! La mé domanda come che farài, come che farài; come sé ‘l fus
ela che la è ente sto ‘mbròi e tociàs a mì tòr fòra éla.”
“Ma! mì ‘l giaveròssi bèn el mé pòr parér da dàrge; ma pò…”
“Ma dopo, sentìnte.”
“El mé consìli ‘l saròs che, sicome tuti i dis che nòs Vésco l’è ‘n sant’òm, e ancia n’òm de póls, che nó ‘l giâ paura de ‘nzun, e cando che ‘l pòl far star
al só pòsto sti spòtici, per difènder en curàt, l’è ‘l só pan; mì diròssi de scrìverge na bèla lìtera per contàrge tut, come en che modo… ”
“Voléo tàser? voléo tàser? Saràl consìli da dàrge a ‘n pòver’òm? Se i mé sbaràs na szopetàda ‘nla s-cena, Dio nó ‘l vòbia! el vesco me la ciaveròsel?”
“Bèn, bèn! le szopetàde nó se le da via mìgia come fus bòmbi no: e guai se tut le bòte che sti ciagni i sbàia i g’és da mòrder! E mì ài sèmper vìst che a
cì che móssa i dènti e che se fa rispetàr, a chel i gé pòrta rispèt; ma sicome el nó ‘l vòl mai dir la só resón, sen ridoti al punto che tuti i vèn, con
permesso a…”
“Voléo tàser?”
“Mì tasi sùbit: ma l’è segùr che, cando che ‘l mondo ‘l se acòrz che un, sèmper, ogni bòt, l’è pronto a ciàlar le…”
“Voléo tàser? Saràl da dir ste bazanàde adès?”
“Basta: ‘l gé penserà su stanòt; entant nó ‘l giâ da scomeziàr a fàrse mal da só pòsta, a rovinàrse la salute; el magnîa ‘n bocón.”
“Gé penserài mì,” à respondù brontolant don Abondio: “segùr; gé pensi mì, mì, giâi da pensàrge.” E l’è nu ‘n pè, seitàndo: “nó vòi magnar engot; engot: giâi
bèn àutri pensieri: el sai bèn che mé tocia a mì pensàrge. Ma! gévela da suzzéder pròpri a mì.”
“El mandia zó almen sto góz,” dis la Perpetua, che l’éva ‘mplenù n’àuter bicér. “El sa bèn che chésto ‘l gé còmoda zó el stómec’.”
“Eh, magiàri! Gé vòl ben àuter, gé vòl ben àuter, gé vòl ben àuter.”
Po’ l’à tòt la lum, e sèmper brontolànt: “na robéta da ‘ngot! a ‘n gialantòm come mì! e doman come saràla po’? e po’ àutre parole del zènere, el s’è
‘nvià per nar su ‘nla só ciàmera. Arivà su la sòlia, ‘l s’è voutà ‘ndré vèrs la Perpetua, l’à metù ‘l dé su la bócia, e ‘l dis, con en tòno sèrio:
“per amor del ziél!” e po’ l’è sparì.
Si racconta che il principe di Condè dormì profondamente la notte avanti la giornata di Rocroi: ma, in primo luogo, era molto affaticato; secondariamente aveva già date tutte le disposizioni necessarie, e stabilito ciò che dovesse fare, la mattina. Don Abbondio in vece non sapeva altro ancora se non che l’indomani sarebbe giorno di battaglia; quindi una gran parte della notte fu spesa in consulte angosciose. Non far caso dell’intimazione ribalda, né delle minacce, e fare il matrimonio, era un partito, che non volle neppur mettere in deliberazione. Confidare a Renzo l’occorrente, e cercar con lui qualche mezzo... Dio liberi! “Non si lasci scappar parola... altrimenti... ehm!” aveva detto un di que’ bravi; e, al sentirsi rimbombar quell’ehm! nella mente, don Abbondio, non che pensare a trasgredire una tal legge, si pentiva anche dell’aver ciarlato con Perpetua. Fuggire? Dove? E poi! Quant’impicci, e quanti conti da rendere! A ogni partito che rifiutava, il pover’uomo si rivoltava nel letto. Quello che, per ogni verso, gli parve il meglio o il men male, fu di guadagnar tempo, menando Renzo per le lunghe. Si rammentò a proposito, che mancavan pochi giorni al tempo proibito per le nozze; — e, se posso tenere a bada, per questi pochi giorni, quel ragazzone, ho poi due mesi di respiro; e, in due mesi, può nascer di gran cose. — Ruminò pretesti da metter in campo; e, benché gli paressero un po’ leggieri, pur s’andava rassicurando col pensiero che la sua autorità gli avrebbe fatti parer di giusto peso, e che la sua antica esperienza gli darebbe gran vantaggio sur un giovanetto ignorante. — Vedremo, — diceva tra sé: — egli pensa alla morosa; ma io penso alla pelle: il più interessato son io, lasciando stare che sono il più accorto. Figliuol caro, se tu ti senti il bruciore addosso, non so che dire; ma io non voglio andarne di mezzo. — Fermato così un poco l’animo a una deliberazione, potè finalmente chiuder occhio: ma che sonno! che sogni! Bravi, don Rodrigo, Renzo, viottole, rupi, fughe, inseguimenti, grida, schioppettate. Il primo svegliarsi, dopo una sciagura, e in un impiccio, è un momento molto amaro. La mente, appena risentita, ricorre all’idee abituali della vita tranquilla antecedente; ma il pensiero del nuovo stato di cose le si affaccia subito sgarbatamente; e il dispiacere ne è più vivo in quel paragone istantaneo. Assaporato dolorosamente questo momento, don Abbondio ricapitolò subito i suoi disegni della notte, si confermò in essi, gli ordinò meglio, s’alzò, e stette aspettando Renzo con timore e, ad un tempo, con impazienza. Lorenzo o, come dicevan tutti, Renzo non si fece molto aspettare. Appena gli parve ora di poter, senza indiscrezione, presentarsi al curato, v’andò, con la lieta furia d’un uomo di vent’anni, che deve in quel giorno sposare quella che ama. Era, fin dall’adolescenza, rimasto privo de’ parenti, ed esercitava la professione di filatore di seta, ereditaria, per dir così, nella sua famiglia; professione, negli anni indietro, assai lucrosa; allora già in decadenza, ma non però a segno che un abile operaio non potesse cavarne di che vivere onestamente. Il lavoro andava di giorno in giorno scemando; ma l’emigrazione continua de’ lavoranti, attirati negli stati vicini da promesse, da privilegi e da grosse paghe, faceva sì che non ne mancasse ancora a quelli che rimanevano in paese. Oltre di questo, possedeva Renzo un poderetto che faceva lavorare e lavorava egli stesso, quando il filatoio stava fermo; di modo che, per la sua condizione, poteva dirsi agiato. E quantunque quell’annata fosse ancor più scarsa delle antecedenti, e già si cominciasse a provare una vera carestia, pure il nostro giovine, che, da quando aveva messi gli occhi addosso a Lucia, era divenuto massaio, si trovava provvisto bastantemente, e non aveva a contrastar con la fame. Comparve davanti a don Abbondio, in gran gala, con penne di vario colore al cappello, col suo pugnale del manico bello, nel taschino de’ calzoni, con una cert’aria di festa e nello stesso tempo di braverìa, comune allora anche agli uomini più quieti. L’accoglimento incerto e misterioso di don Abbondio fece un contrapposto singolare ai modi gioviali e risoluti del giovinotto. — Che abbia qualche pensiero per la testa, — argomentò Renzo tra sé, poi disse: “son venuto, signor curato, per sapere a che ora le comoda che ci troviamo in chiesa.” “Di che giorno volete parlare?” “Come, di che giorno? non si ricorda che s’è fissato per oggi?” “Oggi?" replicò don Abbondio, come se ne sentisse parlare per la prima volta. “Oggi, oggi... abbiate pazienza, ma oggi non posso.” “Oggi non può! Cos’è nato?” “Prima di tutto, non mi sento bene, vedete.” “Mi dispiace; ma quello che ha da fare è cosa di così poco tempo, e di così poca fatica...” “E poi, e poi, e poi...” “E poi che cosa?” “E poi c’è degli imbrogli.” "Degl’imbrogli? Che imbrogli ci può essere?" "Bisognerebbe trovarsi nei nostri piedi, per conoscer quanti impicci nascono in queste materie, quanti conti s’ha da rendere. Io son troppo dolce di cuore, non penso che a levar di mezzo gli ostacoli, a facilitar tutto, a far le cose secondo il piacere altrui, e trascuro il mio dovere; e poi mi toccan de’ rimproveri, e peggio." "Ma, col nome del cielo, non mi tenga così sulla corda, e mi dica chiaro e netto cosa c’è." "Sapete voi quante e quante formalità ci vogliono per fare un matrimonio in regola?" "Bisogna ben ch’io ne sappia qualche cosa," disse Renzo, cominciando ad alterarsi, "poiché me ne ha già rotta bastantemente la testa, questi giorni addietro. Ma ora non s’è sbrigato ogni cosa? non s’è fatto tutto ciò che s’aveva a fare?" "Tutto, tutto, pare a voi: perché, abbiate pazienza, la bestia son io, che trascuro il mio dovere, per non far penare la gente. Ma ora... basta, so quel che dico. Noi poveri curati siamo tra l’ancudine e il martello: voi impaziente; vi compatisco, povero giovane; e i superiori... basta, non si può dir tutto. E noi siam quelli che ne andiam di mezzo.” “Ma mi spieghi una volta cos’è quest’altra formalità che s’ha a fare, come dice; e sarà subito fatta.” “Sapete voi quanti siano gl’impedimenti dirimenti?” “Che vuol ch’io sappia d’impedimenti?” “Error, conditio, votum, cognatio, crimen, Cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas, Si sis affinis,...” cominciava don Abbondio, contando sulla punta delle dita. “Si piglia gioco di me?” interruppe il giovine. “Che vuol ch'io faccia del suo latinorum? “Dunque, se non sapete le cose, abbiate pazienza, e rimettetevi a chi le sa.” “Orsù!...” “Via, caro Renzo, non andate in collera, che son pronto a fare... tutto quello che dipende da me. Io, io vorrei vedervi contento; vi voglio bene io. Eh!... quando penso che stavate così bene; cosa vi mancava? V’è saltato il grillo di maritarvi...” “Che discorsi son questi, signor mio?” proruppe Renzo, con un volto tra l’attonito e l’adirato. “Dico per dire, abbiate pazienza, dico per dire. Vorrei vedervi contento.” “In somma...” “In somma, figliuol caro, io non ci ho colpa; la legge non l’ho fatta io. E, prima di conchiudere un matrimonio, noi siam proprio obbligati a far molte e molte ricerche, per assicurarci che non ci siano impedimenti.” “Ma via, mi dica una volta che impedimento è sopravvenuto?” “Abbiate pazienza, non son cose da potersi decifrare così su due piedi. Non ci sarà niente, così spero; ma, non ostante, queste ricerche noi le dobbiam fare. Il testo è chiaro e lampante: antequam matrimonium denunciet...” “Le ho detto che non voglio latino.” “Ma bisogna pur che vi spieghi...” “Ma non le ha già fatte queste ricerche?” “Non le ho fatte tutte, come avrei dovuto, vi dico.” “Perché non le ha fatte a tempo? perché dirmi che tutto era finito? perché aspettare...” “Ecco! mi rimproverate la mia troppa bontà. Ho facilitato ogni cosa per servirvi più presto: ma.... ma ora mi son venute.... basta, so io.” “E che vorrebbe ch’io facessi?” “Che aveste pazienza per qualche giorno. Figliuol caro, qualche giorno non è poi l’eternità: abbiate pazienza.” “Per quanto?” — Siamo a buon porto, — pensò tra sé don Abbondio; e, con un fare più manieroso che mai, “via,” disse: “in quindici giorni cercherò,... procurerò...” “Quindici giorni! oh questa sì ch’è nuova! S’è fatto tutto ciò che ha voluto lei; s’è fissato il giorno; il giorno arriva; e ora lei mi viene a dire che aspetti quindici giorni! Quindici...” riprese poi, con voce più alta e stizzosa, stendendo il braccio, e battendo il pugno nell’aria; e chi sa qual diavoleria avrebbe attaccata a quel numero, se don Abbondio non l’avesse interrotto, prendendogli l’altra mano, con un’amorevolezza timida e premurosa: “via, via, non v’alterate, per amor del cielo. Vedrò, cercherò se, in una settimana...” “E a Lucia che devo dire?” “Ch’è stato un mio sbaglio.” “E i discorsi del mondo?” “Dite pure a tutti, che ho sbagliato io, per troppa furia, per troppo buon cuore: gettate tutta la colpa addosso a me. Posso parlar meglio? via, per una settimana.” “E poi, non ci sarà più altri impedimenti?” “Quando vi dico...” “Ebbene: avrò pazienza per una settimana; ma ritenga bene che, passata questa, non m’appagherò più di chiacchiere. Intanto la riverisco.” E così detto, se n’andò, facendo a don Abbondio un inchino men profondo del solito, e dandogli un’occhiata più espressiva che riverente. Uscito poi, e camminando di mala voglia, per la prima volta, verso la casa della sua promessa, in mezzo alla stizza, tornava con la mente su quel colloquio; e sempre più lo trovava strano. L’accoglienza fredda e impicciata di don Abbondio, quel suo parlare stentato insieme e impaziente, que’ due occhi grigi che, mentre parlava, eran sempre andati scappando qua e là, come se avesser avuto paura d’incontrarsi con le parole che gli uscivan di bocca, quel farsi quasi nuovo del matrimonio così espressamente concertato, e sopra tutto quell’accennar sempre qualche gran cosa, non dicendo mai nulla di chiaro; tutte queste circostanze messe insieme facevan pensare a Renzo che ci fosse sotto un mistero diverso da quello che don Abbondio aveva voluto far credere. Stette il giovine in forse un momento di tornare indietro, per metterlo alle strette, e farlo parlar più chiaro; ma, alzando gli occhi, vide Perpetua che camminava dinanzi a lui, ed entrava in un orticello pochi passi distante dalla casa. Le diede una voce, mentre essa apriva l’uscio; studiò il passo, la raggiunse, la ritenne sulla soglia, e, col disegno di scovar qualche cosa di più positivo, si fermò ad attaccar discorso con essa. “Buon giorno, Perpetua: io speravo che oggi si sarebbe stati allegri insieme.” “Ma! quel che Dio vuole, il mio povero Renzo.” “Fatemi un piacere: quel benedett’uomo del signor curato m’ha impastocchiate certe ragioni che non ho potuto ben capire: spiegatemi voi meglio perché non può o non vuole maritarci oggi.” “Oh! vi par egli ch’io sappia i segreti del mio padrone?” — L’ho detto io, che c’era mistero sotto, — pensò Renzo; e, per tirarlo in luce, continuò: “via, Perpetua; siamo amici; ditemi quel che sapete, aiutate un povero figliuolo.” “Mala cosa nascer povero, il mio caro Renzo.” “È vero,” riprese questo, sempre più confermandosi ne’ suoi sospetti; e, cercando d’accostarsi più alla questione, “è vero,” soggiunse, “ma tocca ai preti a trattar male co’ poveri?” “Sentite, Renzo; io non posso dir niente, perché... non so niente; ma quello che vi posso assicurare è che il mio padrone non vuol far torto, né a voi né a nessuno; e lui non ci ha colpa.” “Chi è dunque che ci ha colpa?” domandò Renzo, con un cert’atto trascurato, ma col cuor sospeso, e con l’orecchio all’erta. “Quando vi dico che non so niente... In difesa del mio padrone, posso parlare; perché mi fa male sentire che gli si dia carico di voler far dispiacere a qualcheduno. Pover’uomo! se pecca, è per troppa bontà. C’è bene a questo mondo de’ birboni, de’ prepotenti, degli uomini senza timor di Dio...” — Prepotenti! birboni! — pensò Renzo: — questi non sono i superiori. “Via,” disse poi, nascondendo a stento l’agitazione crescente, “via, ditemi chi è.” “Ah! voi vorreste farmi parlare; e io non posso parlare, perché... non so niente: quando non so niente, è come se avessi giurato di tacere. Potreste darmi la corda, che non mi cavereste nulla di bocca. Addio; è tempo perduto per tutt’e due.” Così dicendo, entrò in fretta nell’orto, e chiuse l’uscio. Renzo, rispostole con un saluto, tornò indietro pian piano, per non farla accorgere del cammino che prendeva; ma, quando fu fuor del tiro dell’orecchio della buona donna, allungò il passo; in un momento fu all’uscio di don Abbondio; entrò, andò diviato al salotto dove l’aveva lasciato, ve lo trovò, e corse verso lui, con un fare ardito, e con gli occhi stralunati. “Eh! eh! che novità è questa?” disse don Abbondio. “Chi è quel prepotente,” disse Renzo, con la voce d’un uomo ch’è risoluto d’ottenere una risposta precisa, “chi è quel prepotente che non vuol ch'io sposi Lucia?” “Che? che? che?” balbettò il povero sorpreso, con un volto fatto in un istante bianco e floscio, come un cencio che esca del bucato. E, pur brontolando, spiccò un salto dal suo seggiolone, per lanciarsi all'uscio. Ma Renzo, che doveva aspettarsi quella mossa, e stava all'erta, vi balzò prima di lui, girò la chiave, e se la mise in tasca. “Ah! ah! parlerà ora, signor curato? Tutti sanno i fatti miei, fuori di me. Voglio saperli, per bacco, anch'io. Come si chiama colui?” “Renzo! Renzo! per carità, badate a quel che fate; pensate all'anima vostra.” “Penso che lo voglio saper subito, sul momento.” E, così dicendo, mise, forse senza avvedersene, la mano sul manico del coltello che gli usciva dal taschino. “Misericordia!” esclamò con voce fioca don Abbondio. “Lo voglio sapere.” “Chi v’ha detto...” “No, no; non più fandonie. Parli chiaro e subito.” “Mi volete morto?” “Voglio sapere ciò che ho ragion di sapere.” “Ma se parlo, son morto. Non m’ha da premere la mia vita?” “Dunque parli.” Quel “dunque” fu proferito con una tale energia, l’aspetto di Renzo divenne così minaccioso, che don Abbondio non poté più nemmen supporre la possibilità di disubbidire. “Mi promettete, mi giurate,” disse “di non parlarne con nessuno, di non dir mai...?” “Le prometto che fo uno sproposito, se lei non mi dice subito subito il nome di colui.” A quel nuovo scongiuro, don Abbondio, col volto, e con lo sguardo di chi ha in bocca le tanaglie del cavadenti, proferì: “don...” “Don?” ripetè Renzo, come per aiutare il paziente a buttar fuori il resto; e stava curvo, con l’orecchio chino sulla bocca di lui, con le braccia tese, e i pugni stretti all'indietro. “Don Rodrigo!” pronunziò in fretta il forzato, precipitando quelle poche sillabe, e strisciando le consonanti, parte per il turbamento, parte perché, rivolgendo pure quella poca attenzione che gli rimaneva libera, a fare una transazione tra le due paure, pareva che volesse sottrarre e fare scomparir la parola, nel punto stesso ch'era costretto a metterla fuori. “Ah cane!” urlò Renzo. “E come ha fatto? Cosa le ha detto per...?” “Come eh? come?” rispose, con voce quasi sdegnosa, don Abbondio, il quale, dopo un così gran sagrifizio, si sentiva in certo modo divenuto creditore. “Come eh? Vorrei che la fosse toccata a voi, come è toccata a me, che non c’entro per nulla; che certamente non vi sarebber rimasti tanti grilli in capo.” E qui si fece a dipinger con colori terribili il brutto incontro; e, nel discorrere, accorgendosi sempre più d’una gran collera che aveva in corpo, e che fin allora era stata nascosta e involta nella paura, e vedendo nello stesso tempo che Renzo, tra la rabbia e la confusione, stava immobile, col capo basso, continuò allegramente: “avete fatta una bella azione! M'avete reso un bel servizio! Un tiro di questa sorte a un galantuomo, al vostro curato! in casa sua! in luogo sacro! Avete fatta una bella prodezza! Per cavarmi di bocca il mio malanno, il vostro malanno! ciò ch'io vi nascondevo per prudenza, per vostro bene! E ora che lo sapete? Vorrei vedere che mi faceste...! Per amor del cielo! Non si scherza. Non si tratta di torto o di ragione; si tratta di forza. E quando, questa mattina, vi davo un buon parere... eh! subito nelle furie. Io avevo giudizio per me e per voi; ma come si fa? Aprite almeno; datemi la mia chiave.” “Posso aver fallato,” rispose Renzo, con voce raddolcita verso don Abbondio, ma nella quale si sentiva il furore contro il nemico scoperto: “posso aver fallato; ma si metta la mano al petto, e pensi se nel mio caso...” Così dicendo, s’era levata la chiave di tasca, e andava ad aprire. Don Abbondio gli andò dietro, e, mentre quegli girava la chiave nella toppa, se gli accostò, e, con volto serio e ansioso, alzandogli davanti agli occhi le tre prime dita della destra, come per aiutarlo anche lui dal canto suo, “giurate almeno...” gli disse. “Posso aver fallato; e mi scusi,” rispose Renzo, aprendo, e disponendosi ad uscire. “Giurate...” replicò don Abbondio, afferrandogli il braccio con la mano tremante. “Posso aver fallato,” ripetè Renzo, sprigionandosi da lui; e partì in furia, troncando così la questione, che, al pari d’una questione di letteratura o di filosofia o d’altro, avrebbe potuto durar dei secoli, giacché ognuna delle parti non faceva che replicare il suo proprio argomento. “Perpetua! Perpetua!” gridò don Abbondio, dopo avere invano richiamato il fuggitivo. Perpetua non risponde: don Abbondio non sapeva più in che mondo si fosse. È accaduto più d’una volta a personaggi di ben più alto affare che don Abbondio, di trovarsi in frangenti così fastidiosi, in tanta incertezza di partiti, che parve loro un ottimo ripiego mettersi a letto con la febbre. Questo ripiego, egli non lo dovette andare a cercare, perché gli si offerse da sé. La paura del giorno avanti, la veglia angosciosa della notte, la paura avuta in quel momento, l’ansietà dell’avvenire, fecero l’effetto. Affannato e balordo, si ripose sul suo seggiolone, cominciò a sentirsi qualche brivido nell’ossa, si guardava le unghie sospirando, e chiamava di tempo in tempo, con voce tremolante e stizzosa: “Perpetua!” La venne finalmente, con un gran cavolo sotto il braccio, e con la faccia tosta, come se nulla fosse stato. Risparmio al lettore i lamenti, le condoglianze, le accuse, le difese, i “voi sola potete aver parlato,” e i “non ho parlato,” tutti i pasticci in somma di quel colloquio. Basti dire che don Abbondio ordinò a Perpetua di metter la stanga all’uscio, di non aprir più per nessuna cagione, e, se alcun bussasse, risponder dalla finestra che il curato era andato a letto con la febbre. Salì poi lentamente le scale, dicendo, ogni tre scalini, “son servito;” e si mise davvero a letto, dove lo lasceremo. Renzo intanto camminava a passi infuriati verso casa, senza aver determinato quel che dovesse fare, ma con una smania addosso di far qualcosa di strano e di terribile. I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano gli animi degli offesi. Renzo era un giovine pacifico e alieno dal sangue, un giovine schietto e nemico d’ogni insidia; ma, in que’ momenti, il suo cuore non batteva che per l’omicidio, la sua mente non era occupata che a fantasticare un tradimento. Avrebbe voluto correre alla casa di don Rodrigo, afferrarlo per il collo, e... ma gli veniva in mente ch’era come una fortezza, guarnita di bravi al di dentro, e guardata al di fuori; che i soli amici e servitori ben conosciuti v’entravan liberamente, senza essere squadrati da capo a piedi; che un artigianello sconosciuto non vi potrebb’entrare senza un esame, e ch’egli sopra tutto... egli vi sarebbe forse troppo conosciuto. Si figurava allora di prendere il suo schioppo, d’appiattarsi dietro una siepe, aspettando se mai, se mai colui venisse a passar solo; e, internandosi, con feroce compiacenza, in quell’immaginazione, si figurava di sentire una pedata, quella pedata, d’alzar chetamente la testa; riconosceva lo scellerato, spianava lo schioppo, prendeva la mira, sparava, lo vedeva cadere e dare i tratti, gli lanciava una maledizione, e correva sulla strada del confine a mettersi in salvo. — E Lucia? — Appena questa parola si fu gettata a traverso di quelle bieche fantasie, i migliori pensieri a cui era avvezza la mente di Renzo, v’entrarono in folla. Si rammentò degli ultimi ricordi de’ suoi parenti, si rammentò di Dio, della Madonna e de’ santi, pensò alla consolazione che aveva tante volte provata di trovarsi senza delitti, all’orrore che aveva tante volte provato al racconto d’un omicidio; e si risvegliò da quel sogno di sangue, con ispavento, con rimorso, e insieme con una specie di gioia di non aver fatto altro che immaginare. Ma il pensiero di Lucia, quanti pensieri tirava seco! Tante speranze, tante promesse, un avvenire così vagheggiato, e così tenuto sicuro, e quel giorno così sospirato! E come, con che parole annunziarle una tal nuova? E poi, che partito prendere? Come farla sua, a dispetto della forza di quell’iniquo potente? E insieme a tutto questo, non un sospetto formato, ma un’ombra tormentosa gli passava per la mente. Quella soverchieria di don Rodrigo non poteva esser mossa che da una brutale passione per Lucia. E Lucia? Che avesse data a colui la più piccola occasione, la più leggiera lusinga, non era un pensiero che potesse fermarsi un momento nella testa di Renzo. Ma n’era informata? Poteva colui aver concepita quell’infame passione, senza che lei se n’avvedesse? Avrebbe spinte le cose tanto in là, prima d’averla tentata in qualche modo? E Lucia non ne aveva mai detta una parola a lui! al suo promesso! Dominato da questi pensieri, passò davanti a casa sua, ch’era nel mezzo del villaggio, e, attraversatolo, s’avviò a quella di Lucia, ch’era in fondo, anzi un po’ fuori. Aveva quella casetta un piccolo cortile dinanzi, che la separava dalla strada, ed era cinto da un murettino. Renzo entrò nel cortile, e sentì un misto e continuo ronzìo che veniva da una stanza di sopra. S’immaginò che sarebbero amiche e comari, venute a far corteggio a Lucia; e non si volle mostrare a quel mercato, con quella nuova in corpo e sul volto. Una fanciulletta che si trovava nel cortile, gli corse incontro gridando: “lo sposo! lo sposo!” “Zitta, Bettina, zitta!” disse Renzo. “Vien qua; va su da Lucia, tirala in disparte, e dille all’orecchio... ma che nessun senta, né sospetti di nulla, ve’... dille che ho da parlarle, che l’aspetto nella stanza terrena, e che venga subito.” La fanciulletta salì in fretta le scale, lieta e superba d’avere una commissione segreta da eseguire. Lucia usciva in quel momento tutta attillata dalle mani della madre. Le amiche si rubavano la sposa, e le facevan forza perché si lasciasse vedere; e lei s’andava schermendo, con quella modestia un po’ guerriera delle contadine, facendosi scudo alla faccia col gomito, chinandola sul busto, e aggrottando i lunghi e neri sopraccigli, mentre però la bocca s’apriva al sorriso. I neri e giovanili capelli, spartiti sopra la fronte, con una bianca e sottile dirizzatura, si ravvolgevan, dietro il capo, in cerchi moltiplici di trecce, trapassate da lunghi spilli d’argento, che si dividevano all’intorno, quasi a guisa de’ raggi d’un’aureola, come ancora usano le contadine nel Milanese. Intorno al collo aveva un vezzo di granati alternati con bottoni d’oro a filigrana: portava un bel busto di broccato a fiori, con le maniche separate e allacciate da bei nastri: una corta gonnella di filaticcio di seta, a pieghe fitte e minute, due calze vermiglie, due pianelle, di seta anch’esse, a ricami. Oltre a questo, ch’era l’ornamento particolare del giorno delle nozze, Lucia aveva quello quotidiano d’una modesta bellezza, rilevata allora e accresciuta dalle varie affezioni che le si dipingevan sul viso: una gioia temperata da un turbamento leggiero, quel placido accoramento che si mostra di quand’in quando sul volto delle spose, e, senza scompor la bellezza, le dà un carattere particolare. La piccola Bettina si cacciò nel crocchio, s’accostò a Lucia, le fece intendere accortamente che aveva qualcosa da comunicarle, e le disse la sua parolina all’orecchio. “Vo un momento, e torno,” disse Lucia alle donne; e scese in fretta. Al veder la faccia mutata, e il portamento inquieto di Renzo, “cosa c’è?” disse, non senza un presentimento di terrore. “Lucia!” rispose Renzo, “per oggi, tutto è a monte; e Dio sa quando potremo esser marito e moglie.” “Che?” disse Lucia tutta smarrita. Renzo le raccontò brevemente la storia di quella mattina: ella ascoltava con angoscia: e quando udì il nome di don Rodrigo, “ah!” esclamò, arrossendo e tremando, “fino a questo segno!” “Dunque voi sapevate...?” disse Renzo. “Pur troppo!” rispose Lucia; “ma a questo segno!” “Che cosa sapevate?” “Non mi fate ora parlare, non mi fate piangere. Corro a chiamar mia madre, e a licenziar le donne: bisogna che siam soli. ” Mentre ella partiva, Renzo sussurrò: “non m’avete mai detto niente.” “Ah, Renzo!” rispose Lucia, rivolgendosi un momento, senza fermarsi. Renzo intese benissimo che il suo nome pronunziato in quel momento, con quel tono, da Lucia, voleva dire: potete voi dubitare ch’io abbia taciuto se non per motivi giusti e puri? Intanto la buona Agnese (così si chiamava la madre di Lucia), messa in sospetto e in curiosità dalla parolina all’orecchio, e dallo sparir della figlia, era discesa a veder cosa c’era di nuovo. La figlia la lasciò con Renzo, tornò alle donne radunate, e, accomodando l’aspetto e la voce, come potè meglio, disse: “il signor curato è ammalato; e oggi non si fa nulla.” Ciò detto, le salutò tutte in fretta, e scese di nuovo. Le donne sfilarono, e si sparsero a raccontar l’accaduto. Due o tre andaron fin all’uscio del curato, per verificar se era ammalato davvero. “Un febbrone,” rispose Perpetua dalla finestra; e la trista parola, riportata all’altre, troncò le congetture che già cominciavano a brulicar ne’ loro cervelli, e ad annunziarsi tronche e misteriose ne’ loro discorsi.
I conta che ‘l prìnzipe de Condè l’eva dormì come ‘n tas la nòt prima del dì de la batalia de Rocroi: el prinzép però, prima de tut l’era stràc’ come n’àsen; e po’ l’eva zà dat tuti i pefèi nezessàri e l’eva dezìso chel che ‘l géva da far la domàn dré. Don Abondio enveze nó ‘l séva àuter che la domàn dré el saròss sta na zornàda de batalia; e alór na gran part de la nòt i là passàda a ‘mpensàrse plén de angossa vergota da far. Nó fàrge caso a chel che i géva ‘ntimà, né a chel che i géva ‘ntimà e far chel matrimòni, l’era na ròba che nó se ‘n parlava nancia. Méterse ìo col Renzo per véder de nìrgen fòra en calche modo… per amor de Dio! “Nó ste lagiàrve s-ciampar na paròla… perché se no… ehm!” eva dìt un de chei dói robleri; e don Abondio, a sentìrse rebombàr chel ehm! enla testa, nó ’l pensava de segur de disubidìrge a na tal leze, ma adiritura ‘l se pentìva de aver zacolà en pòc massa co la Perpetua. S-ciampàr? Endo po’? E po’! Cante rogne, e canti conti da far! A ogni ‘mpensada che ‘l refudava, chel pover’òm el se svoutolava entel lèt. Ad ogni modo chél che gé pareva ‘l mèio o ‘l mén pézi, l’è sta chéla de gadagnar tèmp, e tiràr el Renzo per le lònge. G’è nù ‘n ment a propòsit che manciava pòci dì al tèmp proibì per far le nòzze; — e, se pòdi tègner calmo, per sti pòci dì, chèl putelón, giâi dói mesi de calma; e, ‘nten dói mesi, pòl suzzéder tante ròbe. — L’à remenà tante de che scuse da tiràr fòra, e ancia se le gé parèva scuse da ‘ngot, el se convinzéva lostes col pensiér che la só aotorità el gé le avròs fate valer, e ancia che la só gran sperienza i l’averòs venzùda con en pòer putelòt ignorante. — Vederén, — el diséva ‘ntra de el: — el ‘l giâ ‘n ment la morósa, ma mì pensi a la mé pèl: el pù ‘nteressà son mì, lagiando star che son el pù prudènt. Caro fiòl, se tì sèntes el brìgol adòs, nó sai che fàrge; ma mì nó vòi nàrge de mèz. — Con sta ‘mpensada el s’è calmà e l’à podèst seràr òcel: ma che dormìda! Che cialciaròti! Róbleri, don Rodrìgo, ‘l Renzo, stradèle, chìpe, fùgie, corse, zigi, szopetade. Apena desmissiàdi, dopo na disgrazia, e per de pù ‘nte na rògna, l’è ‘n moment pròpri brut. Se pensa a la vita pazìfica de prima; ma ‘l pensier de la nova situazion el torna sùbit a fàrse sentir; e ‘l dispiazer l’è ancor pù fòrt. Passà che l’era chel moment de dolor, don Abondio l’à metù ‘nsema chel che l’eva ‘mpensà la nòt, e l’à pensà che l’era pròpri ‘nzì che gé voleva far, l’è levà, e po’ l’è sta ìo a spetar el Renzo con en pòc’ de paura e ancia con na zerta ansia. El Lorenzo, o come che i lo clamava tuti, el Renzo, nó ‘l s’à fat aspetar tant. Apena che giâ parèst de podèr presentàrse dal curat senza dàrge disturbo, l’è nà col coràzo de n’òm de vinti ani, che l’è dré a maridàrse con la so morosa. Fin da pòpo l’era restà senza parènti, e ‘l laurava a far el tessàder de la séda, laoro che i eva fat tuti ‘n la so famìlia; en mistér che ani ‘ndré el rendéva tant, ma che ‘nchei ani l’era zà dré a nar putòst mal; ma se un l’era brào del mister el podeva dar da viver onestament. El laoro dì per dì l’era sèmper de men; ma l’emigrazion entei paesi vizini de tanti laoranti, ‘mbibiadi da le promesse, da privilèzi, da bèle page, l’eva fat che per chei pòci che restava ‘ntel paes de laoro gé n’era ancor assà. En pù ‘l Renzo ‘l geva ‘n ciampét che ‘l deva via a laorar e che ‘l laorava ancia el, cando che la filanda l’era ferma; en modo che, per le so condizión se podeva dir che l’era ‘n bacanòt. Ancia se ‘n che l’an l’era stada ancor pù s-ciarsa del sòlit, e zà se scomenziava a patìr la fam, el Renzo che, da cando che l’eva metù i òcli su la Lucia l’era deventà masador, el se la passava ben assà, e almen nó ‘l geva ‘l pensier de patìr la fam. El s’è presentà dinanzi a don Abondio, en ghingherli, con le plume de tanti colori sul ciapèl, col so pugnàl dal mànec’ bèl enla s-ciarsèla de le brage, con en far da bulo come tanti òumni ancia chièti de chel tèmp. L’azèt de don Abondio, dubiós e misteriós l’era la vicevèrsa de l’ardiment del putèl che l’era putòst aléger. — Che ‘l giàbia calche pensier en la testa, — l’à pensà ‘l Renzo, po’ ‘l dis: “son nù, sior curat, per savér a che ora che gé còmoda che sìente ‘n glésia.” “De che dì parlào po’?” “Come po’ de che dì? no se ricòrdel no che en fissà per ancòi?” “Ancòi?” dis don Abondio, come che i lo sentìs parlar per el prìm bòt. “Ancòi, ancòi… ciapìme, ma ‘ncòi nó pòdi.” “Ancòi no ‘l pòl? Che g’è sta po’?” “Prima de tut nó ston tant ben.” “Me desplàs; ma per chel che ‘l giâ da far gé vòl pròpi pòc’ temp, e pòcia fadìgia…” “E po’, e po’, e po’…” “E po’ che po’?” “E po’ g’è ‘n pòc’ de rògne.” “Rogne? Che rògne pòl èsserge po’?” “Gé voròss èsser entei me pani, per savér cante grane che g’è ‘nte ste ròbe, canti conti che g’è da far. Mì son massa bòn, nó fon àuter che tòr via i strumi, vardàr che vàgia tut ben per i àutri e po’ làgi ‘ndrè i mé mistéri; e mé tócia sentìr brontolade e ancia pézi.” “Ma, per amor del ziél, nó sté a tègnerme su le uzze, el me digia nèt e sclèt che che g’è.” “El seo voi cante, ma cante ciarte che gé vòl per far en matrimòni ‘n regola?” “Gé manceròs che mì nó sapia cante ciarte che gé vòl, dis el Renzo che ‘l scomenziava a ‘nnervosìrse, méo zà fat la testa come ‘n star sti dì passadi. Ma ades nó g’èra tut fat? nó è sta fat tut chel che gera da far? ” “Tut, tut, el diséo voi: perché, scoutàme cì, el coión son mì che lagi ‘ndré ‘l me dovér, per nó far tribular la pòra zènt. Ma adès… basta, sai ben mì chel che dìgi. Noi pòri curati sen tra l’ancùzem e ‘l martèl: voi geo prèssa; mì ve compatìssi, pòer putèl; e i superiori… bòn bòn, nó se pòl dir tut. E po’ sen noi che gé nén de mèz.” “Ma ‘l me spiegia ‘n bòt per tute chel che l’è st’àutra ciarta che gé vòl far, come che dis el, e la fon sùbit.” “El séo voi cante pégole che le splana via tut?” “Che vòlel che sapia mì de pégole pò?” “Error, conditio, votum, cognatio, crimen, Cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas, Si sis affinis,...” el scomenziava don Abondio a contàr su la ponta dei dédi. “Mé tògel per ziro?” dis el putèl. “Che voléo che me ‘m fagia po’ mì del vòs latinorum?” “Alor se nó seo le ròbe, lagià star, e fidave de cì che i le sa.” “Coràzo!...” “Déi Renzo, nó ste a ‘nrabiàrve, che mì son pronto a far… tut chel che dipént da mì. Mì, mì voròssi véderve contènt; vé vòi ben mì. Eh!... cando che pensi che stéveo enzì ben; che vé manciava po’? v’è sautà ‘n ment de maridàrve…” “Che me diséo su po’ sior curàt?” el Renzo l’è sautà su come ‘n bis, con na musàra sbalordìda e rabiósa. “Ma no, digi per dir, ste calmo, digi per dir. Mì voròssi véderve contènt.” “E alor…” “Alora, caro mio, mì nó giâi colpa, la leze nó l’ài mìgia fata mì. E prima de ruar su 'n matrimòni, noi sen obligiadi a controlar tante ròbe, per èsser seguri dal tut che nó gé sia pégole.” “Ma dai, diséme en bòt per sèmper, che pégola gè po’ ancora?” “Ste calmo, nó l’è ròbe da podér lézer enzì su dói pèi. A la fìn nó gé sarà ‘ngot, almen speri; ma però cògni far i me studi. La leze la parla da fàrse ciapìr: antequam matrimonium denunciet…” “Ve l’ài dit che nó vòi sentìr latin.” “Ma gé vorà ben che ve spiegia…” “Ma nó l’éo zà fate tute le vòsse tamisàde?” “Ve digi che tute chele che gévi da far nó l’ài fate” “Ma perché po’ nó l’éo fate a so tèmp? perché po’ m’éo dit che era tut ruà? perché po’ spetar… ” “Eco! me brontolào perché son massa bòn. Ài vardà de far tut per fàrve ‘n piazér e far pù prést: ma… ma ades m’è nù… bòn bòn, sai mì. ” “Ma che voròssel che féssite po’ mì?” “Che gébieo passienza per calche dì. Caro putèl, calche dì nó l’è migia l’eternità no: che gébieo passienza.” “Ma per cant po’?” — Sen a bòn punto, — l’à pensà don Abondio; e, con en far pù manieros possìbol, “dai, dai” el dis: “enten chìndes dì varderài… farai…” “Chìndes dì! chesta sì che l’è bèla! È sta fat tut chel che voléva el; è sta dezìso ‘l dì; è nù chel dì; e adès i vèn a dìrme che giâi da spetar chìndes dì! e po’, col braz auzzà e batèndo ‘l pugn per aria, con na ós pù àuta e stizósa; "Chìndes…” e cissà che diauléri che ‘l giaveròs tacià a chel zèst, se don Abondio nó i l’avés blocà, zapàndoge l’àutra man, con premura: “dai, dai, nó ste a ‘nrabiarve no, per amor del ziél. Varderài, farài se l’è posìbol, ente na semmana…” “E a la Lucia che dìrge po’?” “Che me son sbaglià mì.” “E la zènt che diràla po’?” “Disége pur a tuti, che ài sbaglià mì, da la prèssa, per el me bòn còr: petàme pur tuta la colpa adòs a mì. Seo contènt no? dai, per na semmana.” “E dopo, nó ge sarà mìgia ‘ncor àutre pégole no?” “Cando che ve digi…” “Bòn bòn: speterài per na semmana; ma ve digi sùbit che, passà chesta, nó me contenterài sol de zàcole. Entant, riverisco!” E con chesto ‘l se n’è nà fasèndoge a don Abondio na sverglòta en pòc’ pù ‘mprèssa del sòlit, e dàndoge n’oclada da fàrse ‘ntènder pù che riguardósa. En bòt che l’è sta fòr da la cialòngia, ciaminando malvolintéra, per el prìm bòt, vèrs la ciasa de la só morósa, con na rabia de chéle, e ‘l pensava sèmper a chel pròlec’; e i lo calcolava sèmper pù stravagante. L’azèt empazzà de don Abondio, chel parlar stentà e nervós, chéi dói òcli grisi che, ‘ntant che ‘l parlava, i vardava de cà e de là come se i aves bu paura de ‘ncontràrse con le paròle che ge nideva fòr da la bócia, chel cognér far tut de nòu per el matrimòni dezìso, ‘nzì fòr dai dènti, e pù de tut chel tiràr fòr sèmper cissà che gran ròba, ma senza dir engot de segùr; tute ste robe messe ‘nsèma le féva pensar al Renzo che ge fus sóta calche mistèro diferènt da chel che geva fat creder don Abondio. El putèl l’è sta ìo ìo per tornar de vòuta per obligiàrlo a dir tut; ma auzzàndo i òcli la vìst la Perpetua che la ciaminava inanzi a el, e che la néva ént enten ortesèl a pòci passi da la ciasa. Entant che la daverzéva l’us, i l’à saludàda e l’à fat en modo de blocàrla prima che la nes dént e, con chéla de ciavàrge fòr vergot de pù segùr, el s’è fermà a zacolàr con ela. “Bòn dì, Perpetua: ancòi avròssi sperà che saròssen stadi tuti pù alegri ensèma.” “Ma! Chel che Dio vòl, pòer Renzo.” “Féme ‘n piazer: chel benedet’òm del siór curàt el m’à contà zó en mùcel de bale che nó son sta bòn de ciapìr ben: spiegiàme voi mèio per chel che l’è che nó ’à podèst maridàrne ancòi.” “Oh! ve par che mì sapia i afari del mé padron?” — L’ài bèn dit mì che g’èra sota calche mistèro, — à pensà ‘l Renzo; e per véder se l’èra bòn de tiràrgel fòra ‘l dis: “dai, dai Perpetua; sen amìzi; diséme chel che séo, aidàge a ‘n pòer fiòl.” “Bruta ròba nàsser poréti, caro Renzo.” “L’è vera,” dis el Renzo, che ‘ntant l’era sèmper pù convinto de chel che ‘l sospetava; e vardando de ciavàrge fòra de pù su la chestión, “l’è vera, ma èl i prèti che giâ da tratar mal i poréti?” “Sentìme Renzo; mì nó pòdi dir engot, perché… nó sai engot; ma chel che pòdi seguràrve l’è che ‘l mé padron no ‘l vòl fàrge tòrti, né a voi né a ‘nzuni; el nó ‘l giâ colpa.” “Cì èl po’ alór che giâ la colpa?” à domandà ‘l Renzo, con furbìzia senza farlo véder, ansiós de sentìr vergot de pù. “Cando che vé digi che nó sai engot… pòdi bèn parlar per dofènder el mé padron; perché nó pòdi sentìr che i dìgîa che ‘l vòl el mal de calchedun. Pòr òm! se ‘l sbaglia l’è perché l’è massa bòn. A sto mondo g’è bèn àutri birbanti, spòtici, òumni senza timór de Dio…” — Spòtici! Birbanti! — el pensava ‘l Renzo: — nó ‘l pòl èsser i só superiori. “Déi,” el dis, entant che ‘l scondeva l’azitazión che la ge cresseva sèmper de pù, “déi diséme cì che l’è.” “Ah! voròsseo farme parlar; e mì nó pòdi parlar, perchè… nó sai engot: cando che nó sai engot, l’è come se avéssi zurà de tàser. Ancia se mé fésseo en suplìzi, mì nó daverzeròssi bócia. Ve saludi; perdén tèmp tuti dói.” Entant l’è nada ‘mprèssa ént entel’òrt e l’à serà l’us. El Renzo, ‘l geva respondù con en salut, ma l’è tornà de vòuta plan planin, che nó la se nascorzés de ‘ndo che ‘l voleva nar; ma cando che l’era lontan assà da ca bòna dòna, l’à pessegià; e ‘nten lampo l’era su l’us de don Abondio; l’è nà ent, dirèto entela saléta endó che i l’eva lagià ìo prima, e i l’à trovà, ‘l giâ córs encontra col far da bulo e i òcli stralunadi. “Ehi! ehi! che novità èl po’ chesta?” dis don Abondio. “Cì èl po’ sto spòtico,” dis el Renzo, con la ós de n’òm convinto de aver na risposta segùra, “cì èl po’ chel zèlbero che nó ‘l vòl che mì spósia la Lucia?” “Che? che? che?” el bezgolava chel pòr òm, con na fazzada che de colp l’era deventata biancia e flapa come na sdraza tirada fòr da la lessìva. E brontolant, l’è sautà su da la sentadora per nar vèrs l’us. Ma ‘l Renzo, che ‘l se la spetava e l’era atènto, l’è sautà ìo prima de el, l’à zirà la clao, e ‘l se l’à metùda ‘n s-ciarsèla. “Ah! ah! adès el parlerà, sior curat? Tuti i sa i me afari, men che mì. Vòi savérli ancia mì, porconón. Come se clàmel po’ sto lazerón?” “Renzo! Renzo! per ciarità, sté atènto a chel che féo; pensà a la vòssa anima.” “Pensi che vòi savérlo sùbit adès ente sto momént.” E ‘ntant che ‘l diseva ‘nzì, e forse senza nascòrzerse, l’à metù man al cortèl che ge nidéva fòr da la s-ciarsèla. “Misericordia!” ‘l dis con en fil de ós don Abondio. “Vòi savérlo.” “Cì èl po’ che v’à dit…” “No, no; nó contàme pù tante bale. El pàrlia sclèt e sùbit.” “Me voléo mòrt?” “Vòi savér chel che giâi dirito de savér.” “Ma se parli son mòrt. Nó giàla da prèmerme no la me pèl?” “Alor l’è mèio che ‘l pàrlia.” Chel “alor” i l’eva dit con na tal forza, e l’aspèto del Renzo l’era deventà ‘nzì spaventós, che don Abondio nó l’à podèst nancia emmazinàrse de disubidìr. “Me ‘mprometéo, me zurào,” el dis “de nó parlar con enzun, de nó dir mai… ?” “Ge ‘mprométi che se nó me diséo sùbit per sùbit el nom de sto bricón, fon en spròposit.” Con chéla, don Abondio, col mus e con i òcli de cì che giâ ‘n bócia la tenàia del ciavadènti, l’à proferì: “don…” “Don?” à ripetù ‘l Renzo, come per aidàr el malà a tràr fòra tut el rèst; l’era sgobà zó, con la récla dausìn a la só bócia, con i brazzi driti e i pugni ‘nseradi. “Don Rodrigo!” l’à prononzià ‘mprèssa l’obligià, sbrodolando fòra che pòce sìlabe e tirando la paròla, en pòc’ per el pipacul, e ancia perché, con ca pòcia atenzion che ge restava, a far en compromés tra la paura del Renzo e chela de don Rodrigo, empareva che ‘l voles nó dir ca parola, entel stes momento che ‘l cogneva dirla. “Ah ciagn!” el zigiava ‘l Renzo. “E come àl fat po’? Che g’àl dit po’ per… ?” “Come po’ eh? come po’?” à respondù, con na ós scasi da superbo, don Abondio che dopo chel gran sacrifìzi el se sentiva de èsser ‘n crèdit. “Come po’ eh? Voròssi che la vé fus tociada a voi, come che la m’è tociada a mì, che nó ge n’ampòdi ‘ngot; de segùr nó giaveròsseo tanti zìsmi per la testa.” E l’à scomenzià a contàrge cant che l’era sta brut encontrar che dói bruti zéfi; entant che ‘l parlava el se nascorzéva che ‘l geva tanta de ca rabia adòs, che fin alora l’era restata scònta per la gran fórla, entel stes tèmp vedendo che ‘l Renzo l’era ìo fermo co la testa bassa ‘ntrà la rabia e la confusion, gera nù na zerta alegria e ‘l dis: “eo bèn fat na bela opera! M’éo fat en gran piazér! En scherzét de sto tipo a ‘n gialant’òm , al vòs curat! en ciasa sóa! enten posto sacro! Na bèla braùra éo fat! Per farme dir la mé rògna, la vòssa rògna! chel che mì vardàvi de tègnerve scòndù per prudenza, per el vòs ben! E adès che ‘l séo? Vorossi bèn véder che mé fésseo…! Per amor del ziél! Nó scherzànte vè no. Cì nó l’è tòrt o resón; cì se trata de forza. E cando stadomàn ve devi ‘n consìli.. eh! Sùbit a sautàr su come ‘n bis. Mi vardavi de aver zudìzi per mì e ancia per voi; ma come se fa? Daverzéme almen; déme la me clao.” “Pòdi èsserme sbaglià,” giâ respondù ‘l Renzo, con en tono pù dolz vèrs don Abondio, ma sota sota se sentiva la gran rabbia che ‘l geva contra ‘l nemìzi che ades el seva cì che l’era; “pòdi èsserme sbaglià; ma ancia el, ‘l se métia la man sul còr, e ‘l pensia se ‘ntel me caso…” Disendo ‘nzì, l’eva tòt fòr la clao da la s-ciarsèla e ‘l neva a davèrzer la porta. Don Abondio el g’è nà dré e ‘ntant che ‘l Renzo ‘l zirava la clao ente la seradura, el g’è nà dausìn e con en vis serio e angossà, vardàndol entei òcli ‘l giâ auzzà i prime trei dedi de l’andrita, come per aidarlo ancia el, e ‘l giâ dit: “zuràme almen…”. “Pòdi èsserme sbaglià; el me scusia,” giâ respondù ‘l Renzo, daverzèndo l’us per nàrsen. “Zuràme…” l’à tornà a dìrge don Abondio, zapàndoge ‘n braz con la man che tremolava. “Pòdi èsserme sbaglià,” dis ancor el Renzo, liberàndose da don Abondio, e l’è partì come sbarà fòr da ‘n cianón, zonclando ìo la chestión, na chestión che, sicome tute le part le geva le só resón, l’aròs podèst durar ancia sècoi, come fus na chestión da lezùdi o da filosofi. “Perpetua! Perpetua!” à zigià don Abondio, dopo aver clamà ‘ndré per engot el Renzo. La Perpetua nó la respònt: don Abondio nó ‘l seva pù en che mondo ‘l fus. G’è tocià pù de na bòta a zènt bèn pù àuta ‘n grado de don Abondio de giatàrse en le pégole ‘nzì fastidiose, da nó savér pù che partìto tòr, e de dezìder de méterse entel lèt con la féver. Sto ripiégo, don Abondio nó la nancia dovèst nar a zerciàrlo, perché ‘l g’è nù da só pòsta. La paura del dì prima, la nòt petada via che nó l’eva serà òcel, la fórla che l’eva bu ente chel moment ìo, el pensier per el tèmp che geva da nìr, i à fat efèto. Azità e balùc’ el s’è petà su la só sentadora e l’à scomenzià a sentìr calche sgrisolón entei òssi, el se vardava le óngle e ‘l sospirava, e ogni tant el clamava con la ós che tremolava: “Perpetua!” A la fin la è po’ arivada con en gran ciapùs sota ‘l braz, e come nó fus suzèst engot. Ge sparagni al lezidor i lamenti, i bèrgemi, le acuse, le scuse, i “podéo aver parlà sol voi”, e i “no mì nó ài parlà,” ensoma tuti i pastìzi de ca parlada. Basta dir che don Abondio ‘l giâ ordenà a la Perpetua de méter la stangia a l’us e de nó davèrzer a ‘nzun per engot, e se calchedun batéva, de respònder da la finestra che ‘l curàt l’era nà entel lèt con la féver. Po’ l’è nà plan plan su per le s-ciale e ogni trei s-cialini ‘l diseva “ah son ben a pòsto adès; e ‘l s’è metù ‘ntel let, endo che ‘l lageren ìo.” Entant el Renzo ‘l ciaminava a passi enfuriàdi vèrs só ciasa, senza aver ciapì chel che ‘l geva da far, ma con na smania adòs de far vergot de strano e de tremendo. I lazeroni, i spòtici, tuti chei che ‘nte calunque modo, i fa del mal ai àutri, i giâ su la cossiènza, se nó basta ‘l mal che i combina, ancia chel che a ciàusa soa fa chei che è ofési. El Renzo l’era n’òm pazìfico e fòr dal tut da èsser en ribèle, l’era ‘n putèl sclèt e nemìzi de ogni ingiagn; ma ‘nchei momenti ìo, el so còr nó ‘l geva ‘n ment àuter che sassinar, la só testa nó la pensava àuter che ‘mmazinàrse ‘n tradimént. L’avròs volèst córer a ciasa de don Rodrigo, zapàrlo per el còl, e… ma po’ ge nideva ‘n ment che l’era ‘n ciastèl, plén de róbleri de ént e de fòra; e sol i amìzi e sèrvi ben cognossudi i podeva nar ent senza èsser vardadi da la testa ai pèi; che n’artesanèl che ‘nzun cognos nó l’avròs podèst nar ent senza farse véder e sora tut che el … el l’era forsi ancia massa cognossù. El se ‘mmazinava alor de tòr el só szòp, de scònderse dré a ‘n zesón, e spetar se ‘l passava da só pòsta; e ‘l se ‘mmazinava, scasi godèndo de ca ciativéria che ‘l géva adòs, de sentìr i passi, el pas de chel ludro, de levar la testa plan plan; véder chel canaia, puntar el szòp, tòr la mira e sbarar, véderlo crodàr per tera e trar come ‘n ciaurét, maledìrlo e po’ de corsa s-ciampar vèrs el confìn per méterse al segùr. — E la Lucia? — apena che g’è nù ‘n ment chel nòm, en mèz a tute che fantasìe ciatìve, s’è fat strada pensieri pù chièti come che l’era ‘ntel caràter del Renzo. El s’è ricordà dei só pòri parènti, g’è nù ‘n ment el Sioredio e la Madona e i santi, l’à pensà a la consolazión che tante bòte l’eva provà a èsser senza peciadi grossi, a l’orór che tante bòte l’eva bù a sentìr de ‘n delìto; el s’è fat fòr da chel brut ensòni plén de spavènt e col rimòrs, e ‘ntel stes tèmp ancia solevà e contènt per aver sol emmazinà tuta ca ciativèria. Ma ‘l pensier de la Lucia el se tirava dré tante autre preocupazión. Tute le speranze, tante promesse, en tèmp a nìr enzì sospirà e chel dì ‘nzì desiderà! Come far po’, che paròle dìr po’ per avisarla de ca bruta nòva? E che far po’ dopo? Come far po’ a sposarla contra la volontà de chel spòtico? Ensèma a tut chesto se feva strada ancia ‘l dùbi che don Rodrigo ‘l voles portàrgela via. E la Lucia? Giaveràla dat a chel mostro ancia la pù pìzzola ocasión, en complimént magiari nozènt, el Renzo nó l’era bòn de bàter fòr da la testa sti pensieri. Ma ela sévela vergot? Come fével po’, chel ludro, a volérla per el senza che ela la se fus nascòrta? Saròssel arivà a tentarla en calche modo? E la Lucia nó l’avròs mai dit engot a el? al só moros! Tut zapà da sti pensieri, l’è pasà dinanzi a só ciasa, che la era ‘n piaza, e, traversà tut el paés, el s’è ‘nvià vèrsa chéla de la Lucia, che la era zó ‘n fónt, anzi en pòc’ fòra. Ca ciaséta la géva dinanzi ‘n cortìu putòst pìzzol che i la tegnìva separada da la strada, e l’era zircondàda da ‘n murét. El Renzo l’è nà ént entel cortìu, e la sentù en ronzàr de sèito che ‘l nidéva da na ciàmera su àut. El s’è ‘mmazinà che l’era le amighe e le comare, nude a parezar la Lucia, e nó l’à volèst fàrse véder da chéle ìo, con cà notizia che ‘l géva ‘ntel còrp e sul mus. Na popàta che géra ìo ‘nla cort, la g’è corsa ‘ncontra zigiando: “el spós! el spós!” “Tasi, tasi Betina!” dis el Renzo. “Vèi cì; vai su da la Lucia e tìrela da na banda, e dìge ente na récla… ma varda che nó sèntia ‘nzun, e che ‘nzun dùbitia de ‘ngot, vè… dìge che giâi da parlàrge e che la spèti entel ciamerìn zó bas e che la vègnia sùbit.” La putelòta l’è nada ‘n prèssa su per le s-ciale, tuta contenta e con n’ambizión de chéle per chel servìzi secrèt che i geva dat da far. La Lucia en chel momént la nidéva fòr tuta spuzzéta da le man de só mama. Le só amighe i se la robàva una co l’àutra e i la tirava perché la se lagiàs véder; ela con en pòc’ de respèt, con ca moderazión che de sòlit giâ le contadine, che le se scònt el mus col gómbet sbassàndola su la sbòza, enfizzando le zìlie lònge e négre, ma ‘ntant fasèndo 'n risolìn con la bócia. I ciavéi negri da putèla, spartidi da na rigia drìta e blancia sul vis, i era plegiàdi su de dré sul copìn, con tanti zércli de drézze infrizzade de spìle lònge de arzènt, che le féva corona come fus i razi de na ròda, come che le fa ‘ncor adès le contadine del milanés. Entórn al còl la géva na colana de granate con ogni tant en botón de òr: la géva ‘n corpèt de veludo ricamà a fiori e con le màngie separade e ligiade da bèi nastri: na vesta de séda, a plegiòte spesse e pìzzolòte. Dói ciàuzze rosse, dói s-ciarpéte ancia chéste de séda tute ricamade. Estra a chesto, che l’èra l’ornament che se usa per el dì de le nòzze, la Lucia la géva chél de tuti i dì, chel de na beléza sèmplize, che ‘nchel dì l’era aumentada da tuta l’emozión che la féva véder sul mus: na zèrta contentezza e ancia n’azitazión che giâ sèmper le sposine, ma che però nó la rovina la beléza. La Betina la s’è petada dent ente chél ròz, la s’è svizinada a la Lucia e la giâ fat entènder che la géva vergot da dìrge, e la giâ dit la só paroléta en la récla. “Vón e vèni, ‘n momént” l’à giâ dit la Lucia a le feumne; e l’è nada zó bas en prèssa. A véder la musara del Renzo e ‘l só comportamént tut azità, “che g’è po’?” la dis, co l’impressión de terór che era suzèst vergota de brut. “Lucia!” giâ respondù ‘l Renzo, “per ancòi, è nà tut a mónt; e Dio sol el sa cando che poderén èsser maridadi.” “Che?” la dis la Lucia sbalordìda. El Renzo alor el giâ contà con pòce paròle la storia de ca doman: ela la scoutava co l’angóssa: e cando che la sentù ‘l nòm de don Rodrigo, “ah!” l’à sclamà, tuta rossa e tremolènta, “enfìn a chésto!” “Ma alor, voi el séveo…?” dis el Renzo. “Purtròpo!” à respondù la Lucia; “ma enfìn a chésto!” “Ma che séveo po’?” “Nó sté farme parlar adès, nó sté fàrme plànzer. Vón a clamàr me mama e a mandar via le feumne: ge vòl che sìente cì da nòssapòsta” Entant che la Lucia la partiva, el Renzo l’à sussurà: “nó m’eo mai dit engot. Voutàndose ‘n àtimo la Lucia la giâ respondù “Ah, Renzo!” El Renzo l’à ciapì sùbit che ‘l só nòm dit enzì ente chel moment, con chél tono ìo, da la Lucia, el voleva dir: podéo dubitar che abia tasèst se nó l’era per vergot de sèri e che tornava a cont? Entant la bòna Agnese (la se clamava ‘nzì só mama de la Lucia), che l’eva zà sospetà da ca paroléta enla récla, e avèndo vist sparìr só fiòla, l’era corèsta zó bas ancia ela per véder chel che g’era. La fiòla i la lagiada ìo col Renzo e l’è nada da che feumne che era ìo radunade, e dàndose na rezistrada con la ós, l’à dit mèio che la podéva: “el siór curat l’è malà; ancòi nó se fa ‘ngot.” Dit ste paròle i l’à saludade ‘nprèssa e l’è nada de nòu zó bas. Le feumne una al bòt le se n’è nade, e le se è sparpaiade a contàr el fato. Doi o trei le è nade enfìn su l’us del curat, per véder se l’era malà dalbòn. “En feurón,” à respondù la Perpetua da la finestra; e la notizia riportada a tute le àutre, l’à zoncià tut i ciastèi che le eva zà scomenzià a farse ente i só zervèi, ciastèi che adès i era deventadi ‘n mistèro ente i só discorsi.
Lucia entrò nella stanza terrena, mentre Renzo stava angosciosamente informando Agnese, la quale angosciosamente lo ascoltava. Tutt'e due si volsero a chi ne sapeva più di loro, e da cui aspettavano uno schiarimento, il quale non poteva essere che doloroso: tutt'e due, lasciando travedere, in mezzo al dolore, e con l'amore diverso che ognun d'essi portava a Lucia, un cruccio pur diverso perché avesse taciuto loro qualche cosa, e una tal cosa. Agnese, benché ansiosa di sentir parlare la figlia, non poté tenersi di non farle un rimprovero. – A tua madre non dir niente d'una cosa simile! – Ora vi dirò tutto, – rispose Lucia, asciugandosi gli occhi col grembiule. – Parla, parla! – Parlate, parlate! – gridarono a un tratto la madre e lo sposo. – Santissima Vergine! – esclamò Lucia: – chi avrebbe creduto che le cose potessero arrivare a questo segno! – E, con voce rotta dal pianto, raccontò come, pochi giorni prima, mentre tornava dalla filanda, ed era rimasta indietro dalle sue compagne, le era passato innanzi don Rodrigo, in compagnia d'un altro signore; che il primo aveva cercato di trattenerla con chiacchiere, com'ella diceva, non punto belle; ma essa, senza dargli retta, aveva affrettato il passo, e raggiunte le compagne; e intanto aveva sentito quell'altro signore rider forte, e don Rodrigo dire: scommettiamo. Il giorno dopo, coloro s'eran trovati ancora sulla strada; ma Lucia era nel mezzo delle compagne, con gli occhi bassi; e l'altro signore sghignazzava, e don Rodrigo diceva: vedremo, vedremo. – Per grazia del cielo, – continuò Lucia, – quel giorno era l'ultimo della filanda. Io raccontai subito... – A chi hai raccontato? – domandò Agnese, an-dando incontro, non senza un po' di sdegno, al nome del confidente preferito. – Al padre Cristoforo, in confessione, mamma, – rispose Lucia, con un accento soave di scusa. – Gli raccontai tutto, l'ultima volta che siamo andate insieme alla chiesa del convento: e, se vi ricordate, quella mattina, io andava mettendo mano ora a una cosa, ora a un'altra, per indugiare, tanto che passasse altra gente del paese avviata a quella volta, e far la strada in compagnia con loro; perché, dopo quell'incontro, le strade mi facevan tanta paura...― Al nome riverito del padre Cristoforo, lo sdegno d'Agnese si raddolcì. – Hai fatto bene, – disse, – ma perché non raccontar tutto anche a tua madre? Lucia aveva avute due buone ragioni: l'una, di non contristare né spaventare la buona donna, per cosa alla quale essa non avrebbe potuto trovar rimedio; l'altra, di non metter a rischio di viaggiar per molte bocche una storia che voleva essere gelosamente sepolta: tanto più che Lucia sperava che le sue nozze avrebber troncata, sul principiare, quell'abbominata persecuzione. Di queste due ragioni però, non allegò che la prima. – E a voi, – disse poi, rivolgendosi a Renzo, con quella voce che vuol far riconoscere a un amico che ha avuto torto: – e a voi doveva io parlar di questo? Pur troppo lo sapete ora! – E che t'ha detto il padre? – domandò Agnese. – M'ha detto che cercassi d'affrettar le nozze il più che potessi, e intanto stessi rinchiusa; che pregassi bene il Signore; e che sperava che colui, non vedendomi, non si curerebbe più di me. E fu allora che mi sforzai, – proseguì, rivolgendosi di nuovo a Renzo, senza alzargli però gli occhi in viso, e arrossendo tutta, – fu allora che feci la sfacciata, e che vi pregai io che procuraste di far presto, e di concludere prima del tempo che s'era stabilito. Chi sa cosa avrete pensato di me! Ma io facevo per bene, ed ero stata consigliata, e tenevo per certo... e questa mattina, ero tanto lontana da pensare... – Qui le parole furon troncate da un violento scoppio di pianto. – Ah birbone! ah dannato! ah assassino! – gridava Renzo, correndo innanzi e indietro per la stanza, e stringendo di tanto in tanto il manico del suo coltello. – Oh che imbroglio, per amor di Dio! – esclamava Agnese. Il giovine si fermò d'improvviso davanti a Lucia che piangeva; la guardò con un atto di tenerezza mesta e rabbiosa, e disse: – questa è l'ultima che fa quell'assassino. – Ah! no, Renzo, per amor del cielo! – gridò Lucia. – No, no, per amor del cielo! Il Signore c'è anche per i poveri; e come volete che ci aiuti, se facciam del male? – No, no, per amor del cielo! – ripeteva Agnese. – Renzo, – disse Lucia, con un'aria di speranza e di risoluzione più tranquilla: – voi avete un mestiere, e io so lavorare: andiamo tanto lontano, che colui non senta più parlar di noi. – Ah Lucia! e poi? Non siamo ancora marito e moglie! Il curato vorrà farci la fede di stato libero? Un uomo come quello? Se fossimo maritati, oh allora...!― Lucia si rimise a piangere; e tutt'e tre rimasero in silenzio, e in un abbattimento che faceva un tristo contrapposto alla pompa festiva de' loro abiti. – Sentite, figliuoli; date retta a me, – disse, dopo qualche momento, Agnese. – Io son venuta al mondo prima di voi; e il mondo lo conosco un poco. Non bisogna poi spaventarsi tanto: il diavolo non è brutto quanto si dipinge. A noi poverelli le matasse paion più imbrogliate, perché non sappiam trovarne il bandolo; ma alle volte un parere, una parolina d'un uomo che abbia studiato... so ben io quel che voglio dire. Fate a mio modo, Renzo; andate a Lecco; cercate del dottor Azzecca-garbugli, raccontategli... Ma non lo chiamate così, per amor del cielo: è un soprannome. Bisogna dire il signor dottor... Come si chiama, ora? Oh to'! non lo so il nome vero: lo chiaman tutti a quel modo. Basta, cercate di quel dottore alto, asciutto, pela-to, col naso rosso, e una voglia di lampone sulla guancia. – Lo conosco di vista, – disse Renzo. – Bene, – continuò Agnese: – quello è una cima d'uomo! Ho visto io più d'uno ch'era più impicciato che un pulcin nella stoppa, e non sapeva dove batter la testa, e, dopo essere stato un'ora a quattr'occhi col dottor Azzecca-garbugli (badate bene di non chiamarlo così!), l'ho visto, dico, ridersene. Pigliate quei quattro capponi, poveretti! a cui do-vevo tirare il collo, per il banchetto di domenica, e portateglieli; perché non bisogna mai andar con le mani vote da que' signori. Raccontategli tutto l'accaduto; e vedrete che vi dirà, su due piedi, di quel-le cose che a noi non verrebbero in testa, a pensarci un anno. ― Renzo abbracciò molto volentieri questo parere; Lucia l'approvò; e Agnese, superba d'averlo dato, levò, a una a una, le povere bestie dalla stìa, riunì le loro otto gambe, come se facesse un mazzetto di fiori, le avvolse e le strinse con uno spago, e le consegnò in mano a Renzo; il quale, date e ricevute parole di speranza, uscì dalla parte dell'orto, per non esser veduto da' ragazzi, che gli correrebber dietro, gridando: lo sposo! lo sposo! Così, attraversando i campi o, come dicon colà, i luoghi, se n'andò per viottole, fremendo, ripensando alla sua disgrazia, e ruminando il discorso da fare al dottor Azzecca-garbugli. Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all'in giù, nella mano d'un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora l'alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s'ingegnavano a beccarsi l'una con l'altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura. Giunto al borgo, domandò dell'abitazione del dottore; gli fu indicata, e v'andò. All'entrare, si sentì preso da quella suggezione che i poverelli illetterati provano in vicinanza d'un signore e d'un dotto, e dimenticò tutti i discorsi che aveva preparati; ma diede un'occhiata ai capponi, e si rincorò. Entrato in cucina, domandò alla serva se si poteva parlare al signor dottore. Adocchiò essa le bestie, e, come avvezza a somiglianti doni, mise loro le mani addosso, quantunque Renzo andasse tirando indietro, perché voleva che il dottore vedesse e sapesse ch'egli portava qualche cosa. Capitò appunto mentre la donna diceva: – date qui, e andate innanzi –. Renzo fece un grande inchino: il dottore l'accolse umanamente, con un – venite, figliuolo, – e lo fece entrar con sé nello studio. Era questo uno stanzone, su tre pareti del quale eran distri-buiti i ritratti de' dodici Cesari; la quarta, coperta da un grande scaffale di libri vecchi e polverosi: nel mezzo, una tavola gremita d'allegazioni, di suppliche, di libelli, di gride, con tre o quattro seggiole all'intorno, e da una parte un seggiolone a braccioli, con una spalliera alta e quadrata, terminata agli angoli da due ornamenti di legno, che s'alzavano a foggia di corna, coperta di vacchetta, con grosse borchie, alcune delle quali, cadute da gran tempo, lasciavano in libertà gli angoli della copertura, che s'accartocciava qua e là. Il dottore era in veste da camera, cioè coperto d'una toga ormai consunta, che gli aveva servito, molt'anni addietro, per perorare, ne' giorni d'apparato, quando andava a Milano, per qualche causa d'importanza. Chiuse l'uscio, e fece animo al giovine, con queste parole: – figliuolo, ditemi il vostro caso. – Vorrei dirle una parola in confidenza. – Son qui, – rispose il dottore: – parlate –. E s'accomodò sul seggiolone. Renzo, ritto davanti alla tavola, con una mano nel cocuzzolo del cappello, che faceva girar con l'altra, ricominciò: – vorrei sapere da lei che ha studiato... – Ditemi il fatto come sta, – interruppe il dottore. – Lei m'ha da scusare: noi altri poveri non sappiamo parlar bene. Vorrei dunque sapere... – Benedetta gente! siete tutti così: in vece di raccontar il fatto, volete interrogare, perché avete già i vostri disegni in testa. – Mi scusi, signor dottore. Vorrei sapere se, a minacciare un curato, perché non faccia un matrimonio, c'è penale. ― Ho capito, ― disse tra sé il dottore, che in verità non aveva capito. ― Ho capito. ― E subito si fece serio, ma d'una serietà mista di compassione e di premura; strinse fortemente le labbra, facendone uscire un suono inarticolato che accennava un sentimento, espresso poi più chiaramente nelle sue prime parole. – Caso serio, figliuolo; caso contemplato. Avete fatto bene a venir da me. È un caso chiaro, contemplato in cento gride, e... appunto, in una dell'anno scorso, dell'attuale signor governatore. Ora vi fo vedere, e toccar con mano. Così dicendo, s'alzò dal suo seggiolone, e cacciò le mani in quel caos di carte, rimescolandole dal sotto in su, come se mettesse grano in uno staio. – Dov'è ora? Vien fuori, vien fuori. Bisogna aver tante cose alle mani! Ma la dev'esser qui sicuro, perché è una grida d'importanza. Ah! ecco, ecco –. La prese, la spiegò, guardò alla data, e, fatto un viso ancor più serio, esclamò: – il 15 d'ottobre 1627! Sicuro; è dell'anno passato: grida fresca; son quelle che fanno più paura. Sapete leggere, figliuolo? – Un pochino, signor dottore. – Bene, venitemi dietro con l'occhio, e vedrete. E, tenendo la grida sciorinata in aria, cominciò a leggere, borbottando a precipizio in alcuni passi, e fermandosi distintamente, con grand'espressione, sopra alcuni altri, secondo il bisogno: – Se bene, per la grida pubblicata d'ordine del signor Duca di Feria ai 14 di dicembre 1620, et confirmata dall'lllustriss. et Eccellentiss. Signore il Signor Gonzalo Fernandez de Cordova, eccetera, fu con rimedii straordinarii e rigorosi provvisto alle oppressioni, concussioni et atti tirannici che alcuni ardiscono di commettere contro questi Vassalli tanto divoti di S. M., ad ogni modo la frequenza degli eccessi, e la malitia, eccetera, è cresciuta a segno, che ha posto in necessità l'Eccell. Sua, eccetera. Onde, col parere del Senato et di una Giunta, eccetera, ha risoluto che si pubblichi la presente. – E cominciando dagli atti tirannici, mostrando l'esperienza che molti, così nelle Città, come nelle Ville... sentite? di questo Stato, con tirannide esercitano concussioni et opprimono i più deboli in varii modi, come in operare che si facciano contratti violenti di compre, d'affitti... eccetera: dove sei? ah! ecco; sentite: che seguano o non seguano matrimonii. Eh? – È il mio caso, – disse Renzo. – Sentite, sentite, c'è ben altro; e poi vedremo la pena. Si testifichi, o non si testifichi; che uno si parta dal luogo dove abita, eccetera; che quello paghi un debito; quell'altro non lo molesti, quello vada al suo molino: tutto questo non ha che far con noi. Ah ci siamo: quel prete non faccia quello che è obbligato per l'ufficio suo, o faccia cose che non gli toccano. Eh? – Pare che abbian fatta la grida apposta per me. – Eh? non è vero? sentite, sentite: et altre simili violenze, quali seguono da feudatarii, nobili, mediocri, vili, et plebei. Non se ne scappa: ci son tutti: è come la valle di Giosafat. Sentite ora la pena. Tutte queste et altre simili male attioni, benché siano proibite, nondimeno, convenendo metter mano a maggior rigore, S. E., per la presente, non derogando, eccetera, ordina e comanda che contra li contravventori in qualsivoglia dei suddetti capi, o altro simile, si proceda da tutti li giudici ordinarii di questo Stato a pena pecuniaria e corporale, ancora di relegatione o di galera, e fino alla morte... una piccola bagattella! all'arbitrio dell'Eccellenza Sua, o del Senato, secondo la qualità dei casi, persone e circostanze. E questo ir–re–mis–si–bil–mente e con ogni rigore, eccetera. Ce n'è della roba, eh? E vedete qui le sottoscrizioni: Gonzalo Fernandez de Cordova; e più in giù: Platonus; e qui ancora: Vidit Ferrer: non ci manca niente. Mentre il dottore leggeva, Renzo gli andava dietro lentamente con l'occhio, cercando di cavar il co-strutto chiaro, e di mirar proprio quelle sacrosante parole, che gli parevano dover esser il suo aiuto. Il dottore, vedendo il nuovo cliente più attento che atterrito, si maravigliava. "Che sia matricolato costui", pensava tra sé. – Ah! ah! – gli disse poi: – vi siete però fatto tagliare il ciuffo. Avete avuto prudenza: però, volendo mettervi nelle mie mani, non faceva bisogno. Il caso è serio; ma voi non sapete quel che mi basti l'animo di fare, in un'occasione. Per intender quest'uscita del dottore, bisogna sapere, o rammentarsi che, a quel tempo, i bravi di mestiere, e i facinorosi d'ogni genere, usavan portare un lungo ciuffo, che si tiravan poi sul volto, come una visiera, all'atto d'affrontar qualcheduno, ne' casi in cui stimasser necessario di travisarsi, e l'impresa fosse di quelle, che richiedevano nello stesso tempo forza e prudenza. Le gride non erano state in silenzio su questa moda. Comanda Sua Eccellenza (il marchese de la Hynojosa) che chi porterà i capelli di tal lunghezza che coprano il fronte fino alli cigli esclusivamente, ovvero porterà la trezza, o avanti o dopo le orecchie, incorra la pena di trecento scudi; et in caso d'inhabilità, di tre anni di galera, per la prima volta, e per la seconda, oltre la suddetta, maggiore ancora, pecuniaria et corporale, all'arbitrio di Sua Eccellenza. Permette però che, per occasione di trovarsi alcuno calvo, o per altra ragionevole causa di segnale o ferita, possano quelli tali, per maggior decoro e sanità loro, portare i capelli tanto lunghi, quanto sia bisogno per coprire simili mancamenti e niente di più; avvertendo bene a non eccedere il dovere e pura necessità, per (non) incorrere nella pena agli altri contraffacienti imposta. E parimente comanda a' barbieri, sotto pena di cento scudi o di tre tratti di corda da esser dati loro in pubblico, et maggiore anco corporale, all'arbitrio come sopra, che non lascino a quelli che toseranno, sorte alcuna di dette trezze, zuffi, rizzi, né capelli più lunghi dell'ordinario, così nella fronte come dalle bande, e dopo le orecchie, ma che siano tutti uguali, come sopra, salvo nel caso dei calvi, o altri difettosi, come si è detto. Il ciuffo era dunque quasi una parte dell'armatura, e un distintivo de' bravacci e degli scapestrati; i quali poi da ciò vennero comunemente chiamati ciuffi. Questo termine è rimasto e vive tuttavia, con significazione più mitigata, nel dialetto: e non ci sarà forse nessuno de' nostri lettori milanesi, che non si rammenti d'aver sentito, nella sua fanciullezza, o i parenti, o il maestro, o qualche amico di casa, o qualche persona di servizio, dir di lui: è un ciuffo, è un ciuffetto. – In verità, da povero figliuolo, – rispose Renzo, – io non ho mai portato ciuffo in vita mia. – Non facciam niente, – rispose il dottore, scotendo il capo, con un sorriso, tra malizioso e impaziente. – Se non avete fede in me, non facciam niente. Chi dice le bugie al dottore, vedete figliuolo, è uno sciocco che dirà la verità al giudice. All'avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle. Se volete ch'io v'aiuti, bisogna dirmi tutto, dall'a fino alla zeta, col cuore in mano, come al confessore. Dovete nominarmi la persona da cui avete avuto il mandato: sarà naturalmente persona di riguardo; e, in questo caso, io anderò da lui, a fare un atto di dovere. Non gli dirò, vedete, ch'io sappia da voi, che v'ha mandato lui: fidatevi. Gli dirò che vengo ad implorar la sua protezione, per un povero giovine calunniato. E con lui prenderò i concerti opportuni, per finir l'affare lodevolmente. Capite bene che, salvando sé, salverà anche voi. Se poi la scappata fosse tutta vostra, via, non mi ritiro: ho cavato altri da peggio imbrogli... Purché non abbiate offeso persona di riguardo, intendiamoci, m'impegno a togliervi d'impiccio: con un po' di spesa, intendiamoci. Dovete dirmi chi sia l'offeso, come si dice: e, secondo la condizione, la qualità e l'umore dell'amico, si vedrà se convenga più di tenerlo a segno con le protezioni, o trovar qualche modo d'attaccarlo noi in criminale, e mettergli una pulce nell'orecchio; perché, vedete, a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente. In quanto al curato, se è persona di giudizio, se ne starà zitto; se fosse una testolina, c'è rimedio anche per quelle. D'ogni intrigo si può uscire; ma ci vuole un uomo: e il vostro caso è serio; serio, vi dico, serio: la grida canta chiaro; e se la cosa si deve decider tra la giustizia e voi, così a quattr'occhi, state fresco. Io vi parlo da amico: le scappate bisogna pagarle: se volete passarvela liscia, danari e sincerità, fidarvi di chi vi vuol bene, ubbidire, far tutto quello che vi sarà suggerito. Mentre il dottore mandava fuori tutte queste parole, Renzo lo stava guardando con un'attenzione estatica, come un materialone sta sulla piazza guardando al giocator di bussolotti, che, dopo essersi cacciata in bocca stoppa e stoppa e stoppa, ne cava nastro e nastro e nastro, che non finisce mai. Quand'ebbe però capito bene cosa il dottore volesse dire, e quale equivoco avesse preso, gli troncò il nastro in bocca, dicendo: – oh! signor dottore, come l'ha intesa? l'è proprio tutta al rovescio. Io non ho minacciato nessuno; io non fo di queste cose, io: e domandi pure a tutto il mio comune, che sentirà che non ho mai avuto che fare con la giustizia. La bricconeria l'hanno fatta a me; e vengo da lei per sapere come ho da fare per ottener giustizia; e son ben contento d'aver visto quella grida. – Diavolo! – esclamò il dottore, spalancando gli occhi. – Che pasticci mi fate? Tant'è; siete tutti così: possibile che non sappiate dirle chiare le cose? – Ma mi scusi; lei non m'ha dato tempo: ora le racconterò la cosa, com'è. Sappia dunque ch'io dovevo sposare oggi, – e qui la voce di Renzo si commosse, – dovevo sposare oggi una giovine, alla quale discorrevo, fin da quest'estate; e oggi, come le dico, era il giorno stabilito col signor curato, e s'era disposto ogni cosa. Ecco che il signor curato comincia a cavar fuori certe scuse... basta, per non tediarla, io l'ho fatto parlar chiaro, com'era giusto; e lui m'ha confessato che gli era stato proibito, pena la vita, di far questo matrimonio. Quel prepotente di don Rodrigo... – Eh via! – interruppe subito il dottore, aggrottando le ciglia, aggrinzando il naso rosso, e storcendo la bocca, – eh via! Che mi venite a rompere il capo con queste fandonie? Fate di questi discorsi tra voi altri, che non sapete misurar le parole; e non venite a farli con un galantuomo che sa quanto valgono. Andate, andate; non sapete quel che vi dite: io non m'impiccio con ragazzi; non voglio sentir discorsi di questa sorte, discorsi in aria. – Le giuro... – Andate, vi dico: che volete ch'io faccia de' vostri giuramenti? Io non c'entro: me ne lavo le mani –. E se le andava stropicciando, come se le lavasse davvero. – Imparate a parlare: non si viene a sorprender così un galantuomo. – Ma senta, ma senta, – ripeteva indarno Renzo: il dottore, sempre gridando, lo spingeva con le mani verso l'uscio; e, quando ve l'ebbe cacciato, aprì, chiamò la serva, e le disse: – restituite subito a quest'uomo quello che ha portato: io non voglio niente, non voglio niente. Quella donna non aveva mai, in tutto il tempo ch'era stata in quella casa, eseguito un ordine simile: ma era stato proferito con una tale risoluzione, che non esitò a ubbidire. Prese le quattro povere bestie, e le diede a Renzo, con un'occhiata di compassione sprezzante, che pareva volesse dire: bisogna che tu l'abbia fatta bella. Renzo voleva far cerimonie; ma il dottore fu inespugnabile; e il giovine, più attonito e più stizzito che mai, dovette riprendersi le vittime rifiutate, e tornar al paese, a raccontar alle donne il bel costrutto della sua spedizione. Le donne, nella sua assenza, dopo essersi tristamente levate il vestito delle feste e messo quello del giorno di lavoro, si misero a consultar di nuovo, Lucia singhiozzando e Agnese sospirando. Quando questa ebbe ben parlato de' grandi effetti che si dovevano sperare dai consigli del dottore, Lucia disse che bisognava veder d'aiutarsi in tutte le maniere; che il padre Cristoforo era uomo non solo da consigliare, ma da metter l'opera sua, quando si trattasse di sollevar poverelli; e che sarebbe una gran bella cosa potergli far sapere ciò ch'era accaduto. – Sicuro, – disse Agnese: e si diedero a cercare insieme la maniera; giacché andar esse al convento, distante di là forse due miglia, non se ne sentivano il coraggio, in quel giorno: e certo nessun uomo di giudizio gliene avrebbe dato il parere. Ma, nel mentre che bilanciavano i partiti, si sentì un picchietto all'uscio, e, nello stesso momento, un sommesso ma distinto – Deo gratias –. Lucia, immaginandosi chi poteva essere, corse ad aprire; e subito, fatto un piccolo inchino famigliare, venne avanti un laico cercatore cappuccino, con la sua bisaccia pendente alla spalla sinistra, e tenendone l'imboccatura attortigliata e stretta nelle due mani sul petto. – Oh fra Galdino! – dissero le due donne. – Il Signore sia con voi, – disse il frate. – Vengo alla cerca delle noci. – Va' a prender le noci per i padri, – disse Agnese. Lucia s'alzò, e s'avviò all'altra stanza, ma, prima d'entrarvi, si trattenne dietro le spalle di fra Galdino, che rimaneva diritto nella medesima positura; e, mettendo il dito alla bocca, diede alla madre un'occhiata che chiedeva il segreto, con tenerezza, con supplicazione, e anche con una certa autorità. Il cercatore, sbirciando Agnese così da lontano, disse: – e questo matrimonio? Si doveva pur fare oggi: ho veduto nel paese una certa confusione, come se ci fosse una novità. Cos'è stato? – Il signor curato è ammalato, e bisogna differire, – rispose in fretta la donna. Se Lucia non faceva quel segno, la risposta sarebbe probabilmente stata diversa. – E come va la cerca? – soggiunse poi, per mutar discorso. – Poco bene, buona donna, poco bene. Le son tutte qui –. E, così dicendo, si levò la bisaccia d'addosso, e la fece saltar tra le due mani. – Son tutte qui; e, per mettere insieme questa bella abbondanza, ho dovuto picchiare a dieci porte. – Ma! le annate vanno scarse, fra Galdino; e, quando s'ha a misurar il pane, non si può allargar la mano nel resto. – E per far tornare il buon tempo, che rimedio c'è, la mia donna? L'elemosina. Sapete di quel miracolo delle noci, che avvenne, molt'anni sono, in quel nostro convento di Romagna? – No, in verità; raccontatemelo un poco. – Oh! dovete dunque sapere che, in quel convento, c'era un nostro padre, il quale era un santo, e si chiamava il padre Macario. Un giorno d'inverno, passando per una viottola, in un campo d'un nostro benefattore, uomo dabbene anche lui, il padre Macario vide questo benefattore vicino a un suo gran noce; e quattro contadini, con le zappe in aria, che principiavano a scalzar la pianta, per metterle le radici al sole. ― Che fate voi a quella povera pianta? ― domandò il padre Macario. ― Eh! padre, son anni e anni che la non mi vuol far noci; e io ne faccio legna. ― Lasciatela stare, disse il padre: sappiate che, quest'anno, la farà più noci che foglie ―. Il benefattore, che sapeva chi era colui che aveva detta quella parola, ordinò subito ai lavoratori, che gettasser di nuovo la terra sulle radici; e, chiamato il padre, che continuava la sua strada, ― padre Macario, gli disse, la metà della raccolta sarà per il convento ―. Si sparse la voce della predizione; e tutti correvano a guardare il noce. In fatti, a primavera, fiori a bizzeffe, e, a suo tempo, noci a bizzeffe. Il buon benefattore non ebbe la consolazione di bacchiarle; perché andò, prima della raccolta, a ricevere il premio della sua carità. Ma il miracolo fu tanto più grande, come sentirete. Quel brav'uomo aveva lasciato un figliuolo di stampa ben diversa. Or dunque, alla raccolta, il cercatore andò per riscotere la metà ch'era dovuta al convento; ma colui se ne fece nuovo affatto, ed ebbe la temerità di rispondere che non aveva mai sentito dire che i cappuccini sapessero far noci. Sapete ora cosa avvenne? Un giorno, (sentite questa) lo scapestrato aveva invitato alcuni suoi amici dello stesso pelo, e, gozzovigliando, raccontava la storia del noce, e rideva de' frati. Que' giovinastri ebber voglia d'andar a vedere quello sterminato mucchio di noci; e lui li mena su in granaio. Ma sentite: apre l'uscio, va verso il cantuccio dov'era stato riposto il gran mucchio, e mentre dice: guardate, guarda egli stesso e vede... che cosa? Un bel mucchio di foglie secche di noce. Fu un esempio questo? E il convento, in vece di scapitare, ci guadagnò; perché, dopo un così gran fatto, la cerca delle noci rendeva tanto, tanto, che un benefattore, mosso a compassione del povero cercatore, fece al convento la carità d'un asino, che aiutasse a portar le noci a casa. E si faceva tant'olio, che ogni povero veniva a prenderne, secondo il suo bisogno; perché noi siam come il mare, che riceve acqua da tutte le parti, e la torna a distribuire a tutti i fiumi. Qui ricomparve Lucia, col grembiule così carico di noci, che lo reggeva a fatica, tenendone le due cocche in alto, con le braccia tese e allungate. Mentre fra Galdino, levatasi di nuovo la bisaccia, la metteva giù, e ne scioglieva la bocca, per introdurvi l'abbondante elemosina, la madre fece un volto attonito e severo a Lucia, per la sua prodigalità; ma Lucia le diede un'occhiata, che voleva dire: mi giustificherò. Fra Galdino proruppe in elogi, in augùri, in promesse, in ringraziamenti, e, rimessa la bisaccia al posto, s'avviava. Ma Lucia, richiamatolo, disse: – vorrei un servizio da voi; vorrei che diceste al padre Cristoforo, che ho gran premura di parlargli, e che mi faccia la carità di venir da noi poverette, subito subito; perché non possiamo andar noi alla chiesa. – Non volete altro? Non passerà un'ora che il padre Cristoforo saprà il vostro desiderio. – Mi fido. – Non dubitate –. E così detto, se n'andò, un po' più curvo e più contento, di quel che fosse venuto. Al vedere che una povera ragazza mandava a chiamare, con tanta confidenza, il padre Cristoforo, e che il cercatore accettava la commissione, senza maraviglia e senza difficoltà, nessun si pensi che quel Cristoforo fosse un frate di dozzina, una cosa da strapazzo. Era anzi uomo di molta autorità, presso i suoi, e in tutto il contorno; ma tale era la condizione de' cappuccini, che nulla pareva per loro troppo basso, né troppo elevato. Servir gl'infimi, ed esser servito da' potenti, entrar ne' palazzi e ne' tuguri, con lo stesso contegno d'umiltà e di sicurezza, esser talvolta, nella stessa casa, un soggetto di passatempo, e un personaggio senza il quale non si decideva nulla, chieder l'elemosina per tutto, e farla a tutti quelli che la chiedevano al convento, a tutto era avvezzo un cappuccino. Andando per la strada, poteva ugualmente abbattersi in un principe che gli baciasse riverentemente la punta del cordone, o in una brigata di ragazzacci che, fingendo d'esser alle mani tra loro, gl'inzaccherassero la barba di fango. La parola "frate" veniva, in que' tempi, proferita col più gran rispetto, e col più amaro disprezzo: e i cappuccini, forse più d'ogni altr'ordine, eran oggetto de' due opposti sentimenti, e provavano le due opposte fortune; perché, non possedendo nulla, portando un abito più stranamente diverso dal comune, facendo più aperta professione d'umiltà, s'esponevan più da vicino alla venerazione e al vilipendio che queste cose possono attirare da' diversi umori, e dal diverso pensare degli uomini. Partito fra Galdino, – tutte quelle noci! – esclamò Agnese: – in quest'anno! – Mamma, perdonatemi, – rispose Lucia; – ma, se avessimo fatta un'elemosina come gli altri, fra Galdino avrebbe dovuto girare ancora, Dio sa quanto, prima d'aver la bisaccia piena; Dio sa quando sarebbe tornato al convento; e, con le ciarle che avrebbe fatte e sentite, Dio sa se gli sarebbe rimasto in mente... – Hai pensato bene; e poi è tutta carità che porta sempre buon frutto, – disse Agnese, la quale, co' suoi difettucci, era una gran buona donna, e si sarebbe, come si dice, buttata nel fuoco per quell'unica figlia, in cui aveva riposta tutta la sua compiacenza. In questa, arrivò Renzo, ed entrando con un volto dispettoso insieme e mortificato, gettò i capponi sur una tavola; e fu questa l'ultima trista vicenda delle povere bestie, per quel giorno. – Bel parere che m'avete dato! – disse ad Agnese. – M'avete mandato da un buon galantuomo, da uno che aiuta veramente i poverelli! – E raccontò il suo abboccamento col dottore. La donna, stupefatta di così trista riuscita, voleva mettersi a dimostrare che il parere però era buono, e che Renzo non doveva aver saputo far la cosa come andava fatta; ma Lucia interruppe quella questione, annunziando che sperava d'aver trovato un aiuto migliore. Renzo accolse anche questa speranza, come accade a quelli che sono nella sventura e nell'impiccio. – Ma, se il padre, – disse, – non ci trova un ripiego, lo troverò io, in un modo o nell'altro. Le donne consigliaron la pace, la pazienza, la prudenza. – Domani, – disse Lucia, – il padre Cristoforo verrà sicuramente; e vedrete che troverà qualche rimedio, di quelli che noi poveretti non sappiam nemmeno immaginare. – Lo spero; – disse Renzo, – ma, in ogni caso, saprò farmi ragione, o farmela fare. A questo mondo c'è giustizia finalmente. Co' dolorosi discorsi, e con le andate e venute che si son riferite, quel giorno era passato; e cominciava a imbrunire. – Buona notte, – disse tristamente Lucia a Renzo, il quale non sapeva risolversi d'andarsene. – Buona notte, – rispose Renzo, ancor più tristamente. – Qualche santo ci aiuterà, – replicò Lucia: – usate prudenza, e rassegnatevi. La madre aggiunse altri consigli dello stesso genere; e lo sposo se n'andò, col cuore in tempesta, ripetendo sempre quelle strane parole: – a questo mondo c'è giustizia, finalmente! – Tant'è vero che un uomo sopraffatto dal dolore non sa più quel che si dica.
La Lucia l’è nuda ént enla ciàmera sul somàs, entant che ‘l Renzo tut angossà, l’avisàva l’Agnese che i lo scoutava anc’ela angóssada. Tuti dói i s’è voutadi vèrs cì che ‘n séva de pù che lóri, per avér na spiegiazión che nó la podéva che èsser dolorosa: tuti doi i mossava, ‘ntel dolor, e con n’amor pur diferènt che i geva per la Lucia, en fastìdi ancia chesto diferènt, perché l’aves tegnù scònt calche ròba e che roba! L’Agnese, ancia se la geva prèssa de sentìr parlar só fiòla, nó l’à podèst tegnìrse senza dàrge na brontolada. ― A tó mare nó dirge ‘ngót de na ròba del zènere! ― Ades vé digi tut ― à respondù la Lucia, sugiàndose i òcli col grombiàl. ― Parla, parla! ― Parlà, parlà! ― tuti dói ensèma à zigià mare e spós. “Vèrzine Santissima!” l’à sclamà la Lucia: “cì èl po’ che avròs credèst che le ròbe le podèss arivar enfìn a chésto!” E, con la ós róta dal sanglotìr, la giâ contà che pòci dì prima, entant che l’à nidéva de vòuta da la filanda, e l’era restada ‘ndré da le só compagne, g’era passà dinanzi don Rodrigo, ensèma a n’àuter siór; e che ‘l prim l’eva fat per tègnerla ìo a zàcole, che come che la contàva, nó lé era pròpi bèle; ma éla, senza dàrge fé, l'éva spessegià, e l’era arivada a zapàr le só compagne; e ‘ntant l’éva sentù chel’àuter siór sbotaciàrse, e don Rodrigo che ‘l diséva: scometén. El dì dré, chésti i s’è fati trovàr ancór su la strada; ma la Lucia l’era ‘n mèz a le àutre putèle, coi òcli bassi; e l’àuter siór che ‘l grignava come na vàcia, e don Rodrigo ‘l diséva: vederén, vederén. “Grazie a Dio,” dis la Lucia, “chél dì ìo l’era l’ultim de la filanda. Mi giâi contà tut subit…” “A cì po’ gé l’às contàda?” à domandà l’Agnese, che la g’èra nada su per el nas, volèndo savér cì che podéva èsser el confessór preferì dé só fiòla. “Me son confessada dal padre Cristoforo, mama,” à respondù la Lucia, con na osata calma come per domandàrge scusa. “G’ài contà tut, l’ultima bòta che sén nade ‘nsèma ‘nla glésia del convènt: e, se vé recordào, cà domàn, févi de tut per tiràrla ‘n lòngia, per tardivar chel tant che passàs àutra zènt del paés che néva da chéla, e ‘nzì da podér far la strada en compagnìa; perché, dopo chél bòt, le strade lé mé féva tanta de ca paura…” A sentìr el nòm del reverèndo padre Cristoforo, el sentimént de rabia de l’Agnese él s’è ‘ndolzì. “Às fat benón” la dis “ma perché po’ nó giâs dit tut ancia a tó mama?” La Lucia l’eva bu la só bona resón anzi doi: una de nó far patìr e spaventar ca pòra dòna de só mama, per na ròba che tanto nó l’avròs podèst trovàrge rimèdi; l’àutra de nó riszàr che la storia, che la géva da restar sepolìda, la nés da na bócia a l’àutra: tanto pù che la Lucia la sperava che le só nòzze le avròs zonclà, en prinzìpi, ca bruta angiarìa. De ste dói resón però l’à parlà sól de la prima. “E a voi” l’à giâ dit po’ al Renzo, con cà osata de cì che vòl ricognósser a n’amìzi che l’eva bu tòrt: “e a voi g’évite da parlàrve de sta roba? Purtropo nidéo a savérlo adès!” “Ma che t’àl dit po’ ‘l padre?” à domandà l’Agnese. “El m’à dit de maridàrme ‘l pù prést possìbol, e che ‘ntant stàgîa dént da la me pòrta; e che pregîa ben el Sioredio; e che ‘l sperava che chél’ìo, nó vedèndome pù, ‘l m’averòs desmentegiàda. L’è stà ìo che mé son sforzada,” voutàndose de nòu vèrs al Renzo, ma senza vardàrlo ‘ntei òcli, e rossa come na brasa, “l’è stà ìo che ài fat la sfazzada, e che v’ài domandà mì de far pù prést che podéveo, e de ruàr su tut prima del tèmp che éven destinà. Cissà chél che eo pensà de mì! Ma mì vardavi ‘l ben de tuti, e 'nzì i m’éva consilià, e èri pù che segùra… e stamatina, nó avròssi pròpri ‘mpensà…” E cacì l’à troncà le parole con na bòna planzùda. “Ah candalùa! ah maledéto! ah sassìn!” el zigiàva ‘l Renzo, pestolàndo inanzi e ‘ndré per la ciàmera, e struciando ogni tant el mànec’ del cortèl. “Che giarbói, per amor de Dio!” la sclamàva l’Agnese. El putèl el s’è fermà de cólp davanti a la Lucia che la planzéva; i l’à vardàda con amor, ma con na rabia de chéle, e ‘l dis: “chésta l’è l’ultima che ‘l fa chel sassìn.” “Ah! no, Renzo, per amor del ziél!” dis la Lucia. “No, no, per amor del ziél! El Sioredio ‘l g’è ancia per la pòra zènt; come voléo che ‘l né aiùtia po’, se fén del mal?” “No, no per amor del ziél!” la ripetéva l’Agnese. “Renzo,” dis la Lucia, con pù calma e pù fiducia: “voi gèo en mistér, e mì son bòna de laoràr, vèi che nén lontani che chél mostro nó ‘l sèntia pù parlar de noiàutri.” “Ah Lucia! e dopo? Mì nó són ancór el tó òm e tì nó sés ancór la mé spósa! Sas tì se ‘l curàt el vorà farne le ciarte che sén liberi? N’òm come chel’ìo? Se fùssente maridadi, oh maledéta…!” La Lucia l’à se metùda ancór a plànzer; e tuti tréi i è restadi ìo 'n silenzio, e ‘nte ‘n avelimént che l’èra tut el contràri dei àbiti da la festa che i g’éva adòs. “Sentìme, fiòi; déme fé a mì,” l’à dit, dopo ‘n bel pezzòt, l’Agnese. “Mì son nuda al mondo prima de voi; e ‘l mondo ‘n pocetìn el cognóssi ancia mì. Nó gé vòl spaventàrse pù de tant: el diàul nó l’è ‘nzì brut come che i dis. A noiàutri pòra zènt i glòmi i né ‘mpar pù ‘ngiartiàdi perché nó gé trovan el ciào; ma a le bòte en parér o la spòna de calchedun de lezù… sai bèn mì chel che vòi dir. Fè come che vé digi mì Renzo; né a Lecco; zercià ‘l dotor Azzecca-garbugli, contàge tut… Ma nó sté a clamàrlo ‘nzì, per amor del ziél: l’è ‘n soranòm. Gé vòl dìr siór dotór… Come sé clàmel pò adès? Nó mé vèn pròpri ‘n ment el só vero nòm: i lo clama tuti ‘nchél modo. Comunque, zercià chél dotór lònc’, sut, pelà, col nas rós e na màcla róssa su la gòuta.” “Mì ‘l cognóssi de vista” dis el Renzo. “Benón,” dis l’Agnese: “chel’ìo l’è na zima! Ài vist mì pù de un che l’era pù ‘ngiartià de ‘n poiàt enla stópa e nó ‘l séva endo che sbàter la testa, e, dopo esser sta n’oréta a càter òcli col dotór Azzecca-garbugli (me racomandi vèh, vardà de nó clamàrlo ‘nzì!), l’ài vist grignàrsela, ve ‘l digi mì. Togéve dré chéi càter pàiti, poréti! Che g’évi da tiràrge ‘l còl, per el trigét de doméngia, e portàgei; perché nó gé vòl mai nar con le man en man da chéi sióri. Contàge tut chél che è suzèst; e vederéo che ‘l vé dirà, su dói pèi, de che ròbe che a noi nó lé ne niròss en mént nància a pensàrge su per ‘n an.” El Renzo l’éva azetà sùbit sto parér pròpri volintéra; la Lucia ància; e l’Agnese, orgoliósa de avérgel dat, l’à tòt su una al bòt dal polinàr che pòre bèstie, l’à metù ‘nsèma le só òt zate, come se la fés en mazét de fiori, e po’ i l’à plegiàde ént e strenzùde con en spac’, e i gé l’à consegnade ‘n man al Renzo; e ‘nzì, dat e abù parole de coràzo, l’è sortì da la man de l’òrt, per s-ciampàrge ai putelòti che se i l’avés vìst i g’è saròss córsi dré zigiando: el spós! el spós! Enzì, traversando i ciampi o, come che i dis da che bande, i lóci, el se ‘n néva per le stradéle de ciampagna, tut azità, e ‘ntant el pensava a la só disgrazia, e pensando al pròlec’ da fàrge al dotór Azzecca-garbugli. Lagi po’ pensar a cì che léz, come che le podeva star en viaz che pòre bestie, ligiade a ca maniera, tegnùde per le zate, co la testa ‘n zó, e per de pù enle man de n’òm, azità per tute le só passión, che ‘l sé sbrazzava entant che i pensiéri i gé buras-ciava ‘nla zùcia. L’andrizzava fòr drìt el braz per la rabia, po’ i lo auzzàva per la disperazión, i ló scorlava per aria, per sfida, e, ‘n tuti i modi el gé déva de chéi scorlóni, che ‘l féva sbalotàr che càter teste a spindorlón; entant che bèstie le sé ‘nzignava a beciàrse una co l’àutra, come che suzét de spés tra sòzi cando che ì è ente na situazión desperàda. Arivà che l’èra 'nla zitadina, l’à domandà ‘ndo che l’era la ciasa del dotór; calchedun giâ ‘nsegnà la strada, e ìo l’è nà. Entel nar ént entel palàz g’è nù ca gran sudizión che giâ i pòri òumni che nó à studià cando che i trova dinanzi a ‘n siór o a ‘n lezù, e po’ l’eva desmentegià tuti i pròlegi che ‘l s’éva preparà a dir; ma dàndoge n’oclàda ai pàiti, g’è nù coràzo. Nà ént en cosìna, el giâ domandà a la serva se se podéva parlar col siór dotór. Chésta cì l’à oclà le bestie, e, usada come che l’era a tòr ca sòrt de regiài, l’à giâ metù le man adòs, ancia se ‘l Renzo el tirava ‘ndré, perchè ‘l voleva che ‘l dotór el vedés e ‘l savés che ‘l géva portà vergot. L’è ciapità pròpri ‘ntant che cà feumna la diséva: “déme cì, e né inanzi”. El Renzo l’à fat na gran svérgla: e ‘l dotór el giâ fat en bòn azèt, e ‘l giâ dit “nidè pur avanti bon’òm,” e i l’à fat nar ént ensèma a el entel só studio. Sto studio l’era ‘n gran ciamerón, che ‘l geva su tréi parè i cadri dei dódes Cesari; la carta, l’era scuertàda da ‘n gran scafàl de libri vècli con su ‘n dé de pólver: en mèz, na tàula pléna 'n ciarte, de sfòi, de libréti, de avisi, con tréi o càter ciarége ‘ntorna, e da na banda na poltrona col s-cenàl àut e cadràt, refinida sui ciantóni da dói rizignòi de legn a forma de còrni, rivestida de coràm de vacéta, con tant de rebatini, che zèrti i era zà crodadi fòr da ‘n pèz, e cì e ìo i lagiava che la fòdra la se ‘nrizolàs. El dotór l’era vestì con en soraàbit ormai tut fluà, che per el passà ‘l g’èra ocorèst a Milan cando che g’èra calche causa pù importante. L’à serà l’us, e ‘l giâ fat coràzo al putèl con sté parole: “diséme ‘l vòs caso, bonòm.” “Voròssi dìrve na parola ‘n confidanza.” “Son cì,” giâ respondù ‘l dotór: “parlà pur”. E ‘l s’è comodà su la poltrona. El Renzo, en pè dinanzi a la taula, con na man entel cocùzzol del ciapèl, che ‘l féva zirar con l’àutra, ‘l dis: “voròssi savér da voi che eo studià…” “Diséme ‘l caso come che l’è,” à desmetù ‘l dotór. “Géo da scusàrme: noiàutri pòréti nó sén bòni de parlar ben. Donca voròssi savér…” “Benedéta zènt! séo tuti ‘nzì: envéze de contàr i fati, voléo far domande, perché géo zà le vòsse conclusión en mént.” “Scusàme, siór dotór. Voròssi savér se, a spaventàr en curàt, perché nó ‘l fàgîa ‘n matrimòni, g’è penale.” “Ài ciapì,” dis el dotór ‘ntrà de él, che però nó l’éva ciapì ‘ngot. “Ài ciapì.” E sùbit l'è deventà sèrio, ma pù che àuter, na serietà mista de compassión e de premùra; l’à strucià fòrt i làuri, fasèndo nir fòra na sigolàda che nó sé ciapìva bèn chel che la voléva dir, ma come che l’à scomenzià a parlar, s’à ciapì pù bèn. “Caso sèrio, caro putèl; l'è 'n caso prevìst. Eo fat bèn a nir da mì. L’è ‘n caso fàzile, zà preventivà entén zènto lezi, e… una pròpri l’an passà, del siór governatór. Adès vé fón véder, e tociàr con man.” Disèndo ‘nzì, el dotór, l’è levà su dal caregón, e l’à ficià le man en tut chél gazèr de ciarte, e ì l'à svoutolàde da sóta ‘n su, come se ‘l metés el gran entél star. “Endo èla pò adès? Vèi fòra, vèi fòra. Gé vòl aver massa ròbe a la man! Ma la doròs èsser cì de segùr, perché l’è na leze ‘mportante. Ah! eco, eco”. I l’à tòta ‘n man, i l’à desplegiàda fòr, l’à vardà la data, e, col mus ‘ncor pù serio, l’à sclamà: “el 15 de otóber 1627! Segùr; la è de l’an passà: leze fres-cia; l’è chéle che fa pù paura. Seo bòn de lézer, putèl?” “En pocetìn, siór dotór.” “Benón, nidéme dré con l’òcel, e vederéo.” Tegnèndo ca ciarta sventolàda per aria, l’à scomenzià a lézer, en zèrti tòci el sbrodolàva le parole e po’ ‘l sé fermàva a lézer pù plan e con tanto de zèsti àutre rige, conforma chel che gé féva còmot: “Se bene, per la grida pubblicata d'ordine del signor Duca di Feria ai 14 di dicembre 1620, et confirmata dall’ lllustriss. et Eccellentiss. Signore il Signor Gonzalo Fernandez de Cordova, ezètera, fu con rimedii straordinarii e rigorosi provvisto alle oppressioni, concussioni et atti tirannici che alcuni ardiscono di commettere contro questi Vassalli tanto divoti di S. M., ad ogni modo la frequenza degli eccessi, e la malitia, ezètera, è cresciuta a segno, che ha posto in necessità l'Eccell. Sua, ezètera. Onde, col parere del Senato et di una Giunta, ezètera ha risoluto che pubblichi la presente. E cominciando dagli atti tirannici, mostrando l'esperienza che molti, così nelle Città, come nelle Ville... “sentìo?” di questo Stato, con tirannide esercitano concussioni et opprimono i più deboli in varii modi, come in operare che si facciano contratti violenti di compre, d'affitti... ezètera: Endo sés pò? ah! ecco; sentì cì: che seguano o non seguano matrimonii. Eh? “L’è ‘l mé caso,” dis el Renzo. “Sentì cì, sentì cì, g’è bèn àuter; e po’ dopo vederén la punizión. Si testifichi, o non si testifichi; che uno si parta dal luogo dove abita, ezètera, che quello paghi un debito; quell'altro non lo molesti, quello vada al suo molino: tuto chésto ‘l giâ a che far con noi. Sì, sì, gé sén: quel prete non faccia quello che è obbligato per l'ufficio suo, o faccia cose che non gli toccano. Eh?” “Empàr che i àbia fat la léze apòsta per mì.” Ah? èl verà no? sentì, sentì: et altre simili violenze, quali seguono da feudatarii, nobili, mediocri, vili, et plebei. Nó sé gé s-ciampa: i g’è tuti: l’è come la val de Giosafàt. Sentì cì adès la punizión. Tutte queste et altre simili male attioni, benché siano proibite, nondimeno, convenendo metter mano a maggior rigore, S. E., per la presente, non derogando, ezètera, ordina e comanda che contra li contravventori in qualsivoglia dei suddetti capi, o altro simile, si proceda da tutti li giudici ordinarii di questo Stato a pena pecuniaria e corporale, ancora di relegatione o di galera, e fino alla morte... na gnèna! all'arbitrio dell'Eccellenza Sua, o del Senato, secondo la qualità dei casi, persone e circostanze. E questo ir–re–mis–si–bil–mente e con ogni rigore, ezètera. Gé n’è de ròba, ah? E vardà cì ‘nzì cì che à firmà: Gonzalo Fernandez de Cordova; e sóta Platonus e cì ancor: Vidit Ferrer: nó né mancia ‘ngot. Entant che ‘l dotór el lezéva, ‘l Renzo ‘l gé néva dré plan planìn co l’òcel, e ‘l vardava de ciapìrgen dént vergót, e ‘l vardàva de tègner a mént che parole sacrosante, chele che gé ‘mparéva le dovés èsser el só aiùt. El dotór, vedèndo ‘l só vantór pù atènto che stremì, el sé féva maravéa. “Che ‘l sia ‘n dritón stó cì”, el pensava ‘ntrà de él. “Ah! ah! Furbo” ‘l giâ dit dopo: “però vé séo fat taiàr el zuf. Séo ben sta fino vèh: però, a méterve ‘n le mé man nó ocoréva. El caso l’è serio, ma voi nó séo chel che son bòn de far ente zèrti casi. Per entènder sta butàda del dotór, gé vòl savér, o recordàrse che, alóra i róbleri de mistér, i litegiadóri de ogni sòrt, i g’èva l’abitudine de farse nìr el zuf, che po’ i sé tirava sul mus, come na viséra, cando che i enfrontàva calchedun, e che i pensava nezessàri masceràrse, e che la bulàda la fus de chele che gé voleva aver ardimént ma ancia prudenza. Le lezi nó lé era manciàde su sta moda. Comanda Sua Eccellenza (il marchese de la Hynojosa) che chi porterà i capelli di tal lunghezza che coprano il fronte fino alli cigli esclusivamente, ovvero porterà la trezza, o avanti o dopo le orecchie, incorra la pena di trecento scudi; et in caso d'inhabilità, di tre anni di galera, per la prima volta, e per la seconda, oltre la suddetta, maggiore ancora, pecuniaria et corporale, all'arbitrio di Sua Eccellenza. Permette però che, per occasione di trovarsi alcuno calvo, o per altra ragionevole causa di segnale o ferita, possano quelli tali, per maggior decoro e sanità loro, portare i capelli tanto lunghi, quanto sia bisogno per coprire simili mancamenti e niente di più; avvertendo bene a non eccedere il dovere e pura necessità, per (non) incorrere nella pena agli altri contraffacienti imposta. E parimente comanda a' barbieri, sotto pena di cento scudi o di tre tratti di corda da esser dati loro in pubblico, et maggiore anco corporale, all'arbitrio come sopra, che non lascino a quelli che toseranno, sorte alcuna di dette trezze, zuffi, rizzi, né capelli più lunghi dell'ordinario, così nella fronte come dalle bande, e dopo le orecchie, ma che siano tutti uguali, come sopra, salvo nel caso dei calvi, o altri difettosi, come si è detto. Siché ‘l zuf l’era scasi na part de l’armadura, na mostrìna dei róbleri e dei slandróni; e per via de sto zuf, chesti i li clama zuffi. Sta parola i la dòpra ancor ancia sé adès entél dialèt l’è per dir piazzaròl e ‘ngot de pù: e forse nó gé sarà enzun da Milan, che nó i abia sentù dìrse can che i era pòpi, o i parenti, o ‘l maestro, o calche amico de ciasa, o calchedun tra i servi: l’è ‘n zuf, l’è ‘n zufét. “A dir la verità, da pòer fiòl,” à respondù ‘l Renzo “mì nó ài mai bù ‘l zuf en vita mia.” “Nó fén engot,” à respondù ‘l dotór, scorlàndo la testa, e fasèndo 'n risolìn tra ‘l maliziós e ‘l nervós. “Se nó vé fidào de mì, nó fén engot. Cì che dis bosìe al dotór, vedè putèl, l’è ‘n siòco che ‘l gé dirà la verità al zùdize. A l’avocàt gé vòl contàrge le ròbe zuste: po’ tócia a noi a ‘mbroiàrle. Se voléo che vé aiùtia, gé vòl che mé diségeo tut, da la A a la zeta, col còr en man, come cando che vé confessào. Géo da dìrme ‘l nòm de chél che v’à dat l’encombènza: el sarà de segùr n’òm de riguardo; e, ‘nde sto caso, mì narài da stó cì a far chel che l’è ‘l mé dovér. Nó gé dirai de segùr che séo sta voi a dìrme che ‘l v’à mandà el: fidàve. Gé dirai che vèni a supliciar la só protezión, per en pòer putèl acusà. E con él mé meterài d’acòrdi per ruar su l’afare en regola. Ciapìu ben che, se ‘l se la pòrta fòr el, séo salvo ancia voi. Se po’ ‘l fus tut colpa vòssa, nó ste a procupàrve, che mì nó mé tiri ‘ndré: n’ài zà tirà fòr da le pèzze tanti d’àutri e da rògne àuter che pézi… Basta che nó ébieo oféso na persona de riguardo, né sén ben ciapìdi, vé ‘mprométi de tiràrve fòr da le rògne: naturalmént con en pòc’ de spesa. Géo da dìrme cì che l’è l’oféso, come se dis: e, conforma la condizión, la calità, e l’umor de l’amico, gé vorà véder se né convièn farlo rigiàr drit protezèndolo, o trovàrge noi vergóta de penàle, e méterge ‘n pùles en la récla; perché, vardà, a manezàr ben le lézi, enzun giâ colpa, e ‘nzun l’è inozènt. Cant al curàt, se l’è n’òm de zudìzi, el starà su la sóa senza dir engót; se ‘nvéze ‘l fus en testón, g’è rimèdi ancia per chéi. Da ogni rògna se pòl nìrgen fòra; ma gé vòl n’òm che sa: e ‘l vòs caso l’è serio; serio, vé digi, serio: la léze la parla benón; e se la chestión se deve dezìderla tra la zustìzia e voi, enzì a càter òcli, ah séo bèn a posto. Mì vé parli da amìzi: le birbantàde gé vòl pagiàrle: sé voléo farla francia, bèzzi e sinzerità, dar fé a cì che vé vòl ben, ubidìr, far tut chel che vé sarà suzerì. Entant che ‘l dotór el diséva tute ste robe, el Renzo i lo vardava 'nciantà, come chel pìmperlo ‘n piazza che ‘l varda ‘n zugiadór de bussolòti, che, dopo che ‘l s’à ficià ‘n bócia metri e metri de stópa, el tira fòr metri e metri de nastro, che nó ‘l finìs mai. Cando che però l’à ciapì ben chel che ‘l dotór el voléva dir, e che straentendimént l’avés zapà, el giâ zoncià ‘l nastro ‘n bócia, e ‘l giâ dit: “ehi! siór dotór, ma che éo ciapì po’? l’è pròpri tut a la revèrsa. Mì nó ài spaventà enzun no; mì nó fón de sté robe, mì: e ‘l domàndia pur a tut el comun, e ‘l sentirà che nó ài mai bu a che far con la zustìzia. La brigantàda i mé l’à fata a mì, e vèni cì da el per savér chel che giâi da far per aver la resón; e son pròpri contènt de aver vist ca léze. “Diàolo porco!” dis el dotór, coi òcli spalancadi. “Che refolòt mé féo su po’? Bòn bòn enzì l’è; séo tuti compagni: possìbol che nó sépieo mai dir le ròbe come che le è? “Ma ‘l mé scùsia; nó ‘l m’à dat el tèmp: adès vé conti mì come che la è nada. El giâ da savér che mì gévi da maridàrme ancòi,” e cì al Renzo gé nù ‘n gróp, “gévi da sposar na putèla, che gé parlavi ancór da stistà passada; e ‘ncòi, come gé digi, l’era ‘l dì stabilì col siór curàt, e éven dezìso e preparà tut ogni ròba per ben. Eco che ‘l curàt l’à scomenzià a tirar fòra zèrte scuse… bòn, per nó farla massa lòngia, mì l’ài fat parlàr che se ciapìssia, come che l’era zusto; e ‘l m’à dit che i géva proebì, se nó ‘l voleva zontàrge la pèl, de far sto matrimòni. Chél brigante de don Rodrigo…” “Eh sì dai valà!” l’à dit sùbit el dotór, tiràndo ensèma le zìlie, pirlando ‘nsu ‘l nas ros, e storzèndo la bócia, “eh dai valà! Che nidéo cì a spacàrme la testa con ste bale pò? Sti discorsi féli ‘ntrà de voiàutri, che nó séo bòni de pesar le parole; e nó sté nir cì a farli con en gialantòm che ‘l sa cant che le val. Néven, néven fòr da cacì; nó séo chel che ve ‘n diséo: mì nó mé ne ‘npazzi coi putèi: nó vòi sentìr zàcole de sta sòrt, zàcole per aria. “Vé 'l zùri…” “Fòr da le azze, vé digi: che fàrmen po’ mì dei vòssi zuraménti? Mì nó vòi savérgen, me ‘n lavi tute dói le man”. E ‘l sé lé fregiava pròpri come sé ‘l sé lé lavàs dalbòn. “Emparà a parlar: nó sé và a coionàr en gialantòm.” “Ma sentìme, sentìme,” el seitàva perengót el Renzo: el dotór, sèmper con na ós fòrta, i ló spenzéva con le man fòr da l’us; e, cando che i l’éva s-ciarà, la daverzù, l’à clamà la serva, e ‘l giâ ordinà: “dége ‘ndré sùbit a sto òm chel che l’à portà. Mì nó vòi engót, nó vòi engót.” Ca feumna nó l’éva mai obedì a n’órden compàgn, en tut el tèmp che l’era stada a servìr ente ca ciasa: ma i gé l’éva prononzià con na tal resoluzión, che nó l’à bazilà a obedìr. L’à zapà che càter pòre bestie, e i gé l’à date ‘ndré al Renzo, con n’oclada de compassión, come per dìrge: gé vòl ben che l’àbies fata grossa. El Renzo ‘l voleva far el complimetós; ma ‘l dotór nó la zedù nancia de ‘n zentimetro; e ‘l putèl pù sbalordì e pù enrabià che mai, la cognèst tòrse de vòuta le poiate che 'l dotór l'èva refudà, e tornar al só paes, a contàrge a le só feumne tuti i vantàzi de la só spedizión. Le feumne, ‘ntànt che l’era mancià, dopo che lé s’èra tiràde fòr i àbiti da la fèsta e metù chei dal dì de laóro, le s’èra metùde a consigliàrse de nòu, la Lucia che la sanglotìva e l’Agnese che la sospirava. Cando che l’Agnese l’éva ben parlà de le gran soluzión che se sperava nidés dai consili del dotór, la Lucia la diseva che gé voléva vardàr de aidàrse en tute le maniere; che ‘l padre Cristoforo l’era n’òm da tègner da cont, e spezialmént cando che se trata de solevàr i poréti, de lagiàrge far a él; e che ‘l saròs sta na bela ròba fàrge savér tut chel che era suzèst. “Segùr,” la dis l’Agnese: e tute dói le pensava come far; sicome che nar lóre stesse al convènt, che l’era lontàn forsi càter chilometri, enchél dì nó le se la sentiva: e de segùr enzun che gés en poc’ de zudìzi, g’averòs consilià de farlo. Ma, ‘ntant che le vardava chel che se podeva far, le à sentù bàter su l’us, e ‘nchéla scasi sotaós ma che s’à ciapì ben en ― Deo grazias ―. La Lucia, emmazinàndose cì che 'l podéva èsser, l’è corsa a davèrzer; e sùbit, l’à fat na sverglòta, è nù ént en zocolànte, con la só sacéta su la spala, e che ‘l tegnìva strénta per la zima ‘ntortolàda con tute dói le man sul stómec’. “Oh fra Galdino!” lé à dit le doi feumne. ― Sia lodato Gesu Cristo, ― dis el frate. ― Vèni ‘n zércia de le nós. “Vai a tòr le nós per i frati,” dis l’Agnese. La Lucia l’è levada su, e l’è nada ‘n l’àutra ciàmera, ma, prima de nar ént, la s’è fermada dré la s-céna de fra Galdino, che l’era ìo drìt en pè che l’aspetava; e, metèndo ‘l dé su la bócia, l’à giâ dat n’oclada a só mare per fàrge ciapìr, ancia con na zèrta autorità che, per piazér, nó gé nidéss en mént de dir vergot. El frate da zércia, vardando co la cóa de l’òcel l’Agnese, el dis: ma, e la nòzza? Nó èrel ancòi? Ài vist per el paés en pòc’ de confusión, come sé gé fus na novità. Che è suzèst po’? “El siór curàt l’è malà, e gé vòl spostàr tut,” à respondù ‘n prèssa l’Agnese. Se la Lucia nó la giavés dat ca oclàda la giaveròs respondù ente n’àutra maniera. “Come vala po’ con la zércia?” po' dopo la dis per tòrgerla via. “Mìgia tant ben, bòna dòna, mìgia tant ben no. Lé è tute cì”. El s’à tòt zó da adòs la sacéta fasèndola con dói man. “Lé è tute cì; e per méter ensèma sta gran méda, ài cognèst bàter e dés porte.” “Ma! l’è anàde magre, fra Galdino; e cando che se cògn mesurar el pan, nó sé pòl slargiàr nancia col rèst.” “Bòna dòna, sèo che rimèdi che g’è per far tornar i ani bòni? La ciarità. Eo sentù de chel miràcol de le nós, che g’è stà stiani, en chel convènt de la Romagna?” “A dir la verità, no, nó l’ài mai sentù, contàmel mò.” “Oh alora! Géo da savér che ‘n chel convènt, g’èra ‘n frate, che l’era ‘n sant, e ‘l se clamava padre Macario. En dì de invèrn, el passava per na stradèla, ente ‘n ciamp de ‘n nòs benefatór, en gran bòn òm ancia chesto, el padre Macario l’à vist sto benefatór dausìn a na gran nogiàra; e càter contadini con le zape per aria, che i scomenziàva a s-ciavar entorn a la planta per ciavàrla.” — Che gé féo a ca pòra planta? ― “à domandà el padre Macario.” ― Eh! padre, l’è ani e ani che nó la fa nancia na nós; e alór mì fón legna. ― Lagiàla star, dis el padre: vederéo che chest’an la farà pù nós che fòie. “El benefatór, che ‘l cognosséva cì che éva dit che parole, l’à ordinà sùbit a le òpere, che i slargiàs de nòu la tèra sóra le raìs; e, clamà ‘l padre, che ‘ntant el néva per la só strada, ‘l giâ dit,” — padre Macario, stautón farén a la mèza col convènt ―. “De ca profezìa era nà fòr la ós; e tuti i corìva a vardàr la nogiàra. Di fati, en primavéra, la era tut en fiór, e, a só tèmp, nós a bardèle. El bòn benefatór nó l’éva bu la sodisfazión de bàterle; perché l’era nà sul segrà prima de coìrle. Ma, se mé scoltào, el miràcol l’è sta tant pù grant. Chél bòn òm el g’éva ‘n fiòl tut de n’àutra pasta. Siché cando che è nù ‘l tèmp de bàter le nós, el frate da zércia l’è nà per scudìr la metà per el convènt; ma sto cì l’à fat a finta de nó savér engot, e anzi el giâ respondù da gran vilanàz, che nó l’éva mai sentù che i frati i fus bòni de far nós. El séo alór chel che è suzèst? En dì, (sentì chesta) chel baràba l’éva ‘nvidà arcanti dei só sòzi che i èra de la stesa risma, e, fraiànt, el contàva la storia de la nogiara, coionàndo i frati. Chei birbanti i à volèst nar a véder sta gran méda de nós; e i l’à menàdi su 'nla spléuzza. Ma sentìme cì: el davèrz l’us, el va vèrs el ciantón endo che l’éva emmuclà le nós, e ‘ntant che l’è dré a dir: vardà cì, vardà cì, e ‘l vàrda ancia él e ‘l vét… che po’? en bel mùcel de fòie de nogiàra séce. Nó èl sta n’esèmpi chesto no? E ‘l convènt envéze che zontàrgen el gé n’à gadagnà; perché, dopo che era suzèst sto fato, i frati da zercia i à tòt su tante de che nós, che n’àuter benefatór, che géva fat pecià el pòer zocolante, el giâ fat la ciarità de n’àsen al convènt, che i lo aiutàs a portar a ciasa le nós. E se féva tant de chel’òio, che ogni porét el nidéva a tòrsen, chel che gé féva al bisògn; perché noi frati sén come ‘l mar, che ‘l zapa aca da tute le man, e po’ i la tórna a dar fòr a tuti i ridi. A stó punto tórna fòr la Lucia, col grombiàl enzì ciargià de nós, che la féva fadìgia a tegnìrlo, strenzéndo i dói ciantóni con i brazzi fòr driti. Entant che fra Galdino, tirà zó la sacéta da la spala, i la pozàva per tèra e i la desligiàva, per méter ént ca ciarità 'nzì bondante, só mare l’à fat en mus plén de maravéa e ancia ‘n pòc’ sevéra a la Lucia, per tuta ca zenerosità; ma la Lucia l’à giâ dat n’oclada, che la voleva dir: spetà che dopo ve spiégi tut. Fra Galdino nó ‘l séva pù che dir de complimenti, auguri, promésse, ringraziamenti, e, ciargià la sacéta su la s-cena, la fat per nàrsen. Ma la Lucia, i l’à clamà, e l’à giâ dit: “pòssite domandàrve ‘n piazér; voròssi che gé diségeo al padre Cristoforo, che giaveròssi premura de parlàrge, e se ‘l mé fa ‘l piazér de passàr cì el da noiàutre poréte, sùbit sùbit; perché noi nó podén nar enfìn a la glésia.” “Nó voléo àuter no? Nó passerà n’ora che ‘l padre Cristoforo el sapia el vòs desidèri.” “Me fidi.” “Nó sté dubitar”. E dit enzì, el sé ‘nvià, en pòc’ pù gòbo e pù contènt, de can che l’era nù. A véder che na pòra putèla la mandava a clamàr, con tanta confidanza, el padre Cristoforo, e che ‘l zocolante l’azetàva de fàrge chel piazér, senza maravéa e senza far tante storie, nó gé vòl pensar che sto padre Cristoforo el fus en frate da ‘ngot, en fratón come tanti. Anzi l’era n’òm che g’éva n’autorità, sia ‘ntel convènt, che dapertut ìo ‘ntorna; ma le condizión dei frati le era tali che per lóri nó g’èra ‘ngot de massa bas o massa àut. Servìr i pù disgraziadi, e èsser servìdi dai caporióni, nar ént entéi palazzi e ‘nle talambàre con él stés portamént de umiltà ma ancia de serietà, èsser a bòte, entela stessa ciasa, come ‘n passatèmp, e na persona che sé nó la g’èra nó se dezidéva ‘ngot, domandar la ciarità per tut, e farla a tuti chei che nideva al convènt, a tute ste ròbe el frate l’èra usà. Per le strade, el podéva ‘ncontràr tant en prìnzipe che ‘n zinoclón, gé basava la pónta del cordón, che na sclapàda de desìpoi che, fasèndo finta de begiàr entrà de lóri, i gé ‘nlociàs la barba. La parola “frate” a chel tèmp la nideva pronunziàda col pù gran riguardo, ma l’era ancia desprèzzada: e i capucini, forsi pù de tuti i àutri ordini de frati, i era sozèti a tuti dói sti sentimenti, e i provava le doi fortune una contraria a l’àutra; perché, nó avèndo ‘ngot, essèndo vestìdi con la tònegia che l’era n’àbit fòr dal normale, mossàndo de pratigiàr la mission de l’obediènza, i se esponéva o a la venerazión o a l’ofésa, conforma l’umor e i divèrsi caràteri e l’empensàr de la zènt. Partì fra Galdino, l’Agnese l’à sclamà: “tute che nós! pròpri chest’an!” “Perdonàme mama,” giâ respondù la Lucia; “ma se avéssente fat la ciarità come i àutri, ‘l fra Galdino l’averòss cognést nar entórna per le ciase cissà Dio per cant, prima de aver la sacéta pléna; Dio sól ló sa cando che ‘l saròs tornà de vòuta al convènt; e, con tut che zàcole che l’averòs fat, Dio sól lo sa se ‘l se saròs tegnù a mént…” “Às pensà benón; e po’ l’è tut ciarità che fruta sèmper,” l’à dit l’Agnese, che pur con i só difetòti, l’era na gran bòna feumna, che come se dis, la se saròs petada ‘ntel fòc’ per che l’unica fiòla, endo che l’eva metù tuta la só sodisfazión. Enchéla, è arivà ‘l Renzo, e nidèndo dént con na musara ‘nrabiada e ‘ntel stes tèmp avelìda, l’à petà i càter pàiti su ‘nte na tàula; e per chel dì l’è sta l’ultima ofésa a che pòre bestie. “Bel parér m’éo dat!” el giâ dit a l’Agnese. “M’éo mandà propri da ‘n gialantòm, da un che àida i poréti!” E ‘l giâ contà del só consulto col dotór. L’Agnese, sbalordìda de na ressuìda ‘nzì trista, la voléva dar d’antènder che ‘l só parér l’era bòn, e che ‘l Renzo no l’eva savèst far le robe come che lé néva fate; ma la Lucia l’à blocà sùbit ca chestión, disèndo che éla la sperava de aver giatà n’aiùt miór. El Renzo l’à tòt ancia sta speranza, come che gé tócia a chéi che i è ‘nla disgrazia e ‘nla pégola. El dis: “Ma, se ‘l padre, nó ‘l gé trova ‘n rimèdi, el troverài mì, ente ‘n modo o ‘nte n’àuter.” Le feumne lé consiliava la paze, la pasiènza e la prudenza. “Doman,” la dis la Lucia, “el padre Cristoforo el nirà seguriènto; e vederéo che ‘l troverà calche rimèdi, de chei che noiàutri poréti nó sén boni nancia de ‘mmazinàrne.” “Spéri;” dis el Renzo, “ma, ad ogni modo, en calche maniera varderài de mandàr zó ancia chésta. Prima o dopo, se Dio vòl, a sto mondo gé sarà ancia zustìzia.” Con sti discorsi dolorósi, e tuti i fati che én contà fin cì, ancia chel dì l’èra passà; e ‘l scomenziava a nìr nòt. “Bòna nòt,” l’à dis avelìda come ‘n ciagn bastonà la Lucia al Renzo, che nó l’era bòn de nàrsen da ca ciasa. “Bòna nòt,” giâ respondù ‘l Renzo, ancor pù avelì. “Né àiderà calche sant,” dis la Lucia: “vardà sté atènto, e rassegnàve. La mare la giâ tacià àutri consili de chel tipo; e ‘l spós l’è sortì, col còr che ‘l batéva emprèssa, e ‘l sé ripetéva sèmper che paròle strane: ― se Dio vòl a sto mondo prima o dopo gé sarà zustìzia! ― Perché se sa che n’òm ciargià de tut chel dolór nól sa pù chel che ‘n se ‘n dis.
Il sole non era ancor tutto apparso sull’orizzonte, quando il padre Cristoforo uscì dal suo convento di Pescarenico, per salire alla casetta dov’era aspettato. È Pescarenico una terricciola, sulla riva sinistra dell’Adda, o vogliam dire del lago, poco discosto dal ponte: un gruppetto di case, abitate la più parte da pescatori, e addobbate qua e là di tramagli e di reti tese ad asciugare. Il convento era situato (e la fabbrica ne sussiste tuttavia) al di fuori, e in faccia all’entrata della terra, con di mezzo la strada che da Lecco conduce a Bergamo. Il cielo era tutto sereno: di mano in mano che il sole s’alzava dietro il monte, si vedeva la sua luce, dalle sommità de’ monti opposti, scendere, come spiegandosi rapidamente, giù per i pendìi, e nella valle. Un venticello d’autunno, staccando da’ rami le foglie appassite del gelso, le portava a cadere, qualche passo distante dall’albero. A destra e a sinistra, nelle vigne, sui tralci ancor tesi, brillavan le foglie rosseggianti a varie tinte; e la terra lavorata di fresco, spiccava bruna e distinta ne’ campi di stoppie biancastre e luccicanti dalla guazza. La scena era lieta; ma ogni figura d’uomo che vi apparisse, rattristava lo sguardo e il pensiero. Ogni tanto, s’incontravano mendichi laceri e macilenti, o invecchiati nel mestiere, o spinti allora dalla necessità a tender la mano. Passavano zitti accanto al padre Cristoforo, lo guardavano pietosamente, e, benché non avesser nulla a sperar da lui, giacché un cappuccino non toccava mai moneta, gli facevano un inchino di ringraziamento, per l’elemosina che avevan ricevuta, o che andavano a cercare al convento. Lo spettacolo de’ lavoratori sparsi ne’ campi, aveva qualcosa d’ancor più doloroso. Alcuni andavan gettando le lor semente, rade, con risparmio, e a malincuore, come chi arrischia cosa che troppo gli preme; altri spingevan la vanga come a stento, e rovesciavano svogliatamente la zolla. La fanciulla scarna, tenendo per la corda al pascolo la vaccherella magra stecchita, guardava innanzi, e si chinava in fretta, a rubarle, per cibo della famiglia, qualche erba, di cui la fame aveva insegnato che anche gli uomini potevan vivere. Questi spettacoli accrescevano, a ogni passo, la mestizia del frate, il quale camminava già col tristo presentimento in cuore, d’andar a sentire qualche sciagura. — Ma perché si prendeva tanto pensiero di Lucia? E perché, al primo avviso, s’era mosso con tanta sollecitudine, come a una chiamata del padre provinciale? E chi era questo padre Cristoforo? — Bisogna soddisfare a tutte queste domande. Il padre Cristoforo da *** era un uomo più vicino ai sessanta che ai cinquant’anni. Il suo capo raso, salvo la piccola corona di capelli, che vi girava intorno, secondo il rito cappuccinesco, s’alzava di tempo in tempo, con un movimento che lasciava trasparire un non so che d’altero e d’inquieto; e subito s’abbassava, per riflessione d’umiltà. La barba bianca e lunga, che gli copriva le guance e il mento, faceva ancor più risaltare le forme rilevate della parte superiore del volto, alle quali un’astinenza, già da gran pezzo abituale, aveva assai più aggiunto di gravità che tolto d’espressione. Due occhi incavati eran per lo più chinati a terra, ma talvolta sfolgoravano, con vivacità repentina; come due cavalli bizzarri, condotti a mano da un cocchiere, col quale sanno, per esperienza, che non si può vincerla, pure fanno, di tempo in tempo, qualche sgambetto, che scontan subito, con una buona tirata di morso. Il padre Cristoforo non era sempre stato così, né sempre era stato Cristoforo: il suo nome di battesimo era Lodovico. Era figliuolo d’un mercante di *** (questi asterischi vengon tutti dalla circospezione del mio anonimo) che, ne’ suoi ultim’anni, trovandosi assai fornito di beni, e con quell’unico figliuolo, aveva rinunziato al traffico, e s’era dato a viver da signore. Nel suo nuovo ozio, cominciò a entrargli in corpo una gran vergogna di tutto quel tempo che aveva speso a far qualcosa in questo mondo. Predominato da una tal fantasia, studiava tutte le maniere di far dimenticare ch’era stato mercante: avrebbe voluto poterlo dimenticare anche lui. Ma il fondaco, le balle, il libro, il braccio, gli comparivan sempre nella memoria, come l’ombra di Banco a Macbeth, anche tra la pompa delle mense, e il sorriso de’ parassiti. E non si potrebbe dire la cura che dovevano aver que’ poveretti, per schivare ogni parola che potesse parere allusiva all’antica condizione del convitante. Un giorno, per raccontarne una, un giorno, sul finir della tavola, ne’ momenti della più viva e schietta allegria, che non si sarebbe potuto dire chi più godesse, o la brigata di sparecchiare, o il padrone d’aver apparecchiato, andava stuzzicando, con superiorità amichevole, uno di que’ commensali, il più onesto mangiatore del mondo. Questo, per corrispondere alla celia, senza la minima ombra di malizia, proprio col candore d’un bambino, rispose: “eh! io fo l’orecchio del mercante.” Egli stesso fu subito colpito dal suono della parola che gli era uscita di bocca: guardò, con faccia incerta, alla faccia del padrone, che s’era rannuvolata: l’uno e l’altro avrebber voluto riprender quella di prima; ma non era possibile. Gli altri convitati pensavano, ognun da sé, al modo di sopire il piccolo scandolo, e di fare una diversione; ma, pensando, tacevano, e, in quel silenzio, lo scandolo era più manifesto. Ognuno scansava d’incontrar gli occhi degli altri; ognuno sentiva che tutti eran occupati del pensiero che tutti volevan dissimulare. La gioia, per quel giorno, se n’andò; e l’imprudente o, per parlar con più giustizia, lo sfortunato, non ricevette più invito. Così il padre di Lodovico passò gli ultimi suoi anni in angustie continue, temendo sempre d’essere schernito, e non riflettendo mai che il vendere non è cosa più ridicola che il comprare, e che quella professione di cui allora si vergognava, l’aveva pure esercitata per tant’anni, in presenza del pubblico, e senza rimorso. Fece educare il figlio nobilmente, secondo la condizione de’ tempi, e per quanto gli era concesso dalle leggi e dalle consuetudini; gli diede maestri di lettere e d’esercizi cavallereschi; e morì, lasciandolo ricco e giovinetto. Lodovico aveva contratte abitudini signorili; e gli adulatori, tra i quali era cresciuto, l’avevano avvezzato ad esser trattato con molto rispetto. Ma, quando volle mischiarsi coi principali della sua città, trovò un fare ben diverso da quello a cui era accostumato; e vide che, a voler esser della lor compagnia, come avrebbe desiderato, gli conveniva fare una nuova scuola di pazienza e di sommissione, star sempre al di sotto, e ingozzarne una, ogni momento. Una tal maniera di vivere non s’accordava, né con l’educazione, né con la natura di Lodovico. S’allontanò da essi indispettito. Ma poi ne stava lontano con rammarico; perché gli pareva che questi veramente avrebber dovuto essere i suoi compagni; soltanto gli avrebbe voluti più trattabili. Con questo misto d’inclinazione e di rancore, non potendo frequentarli famigliarmente, e volendo pure aver che far con loro in qualche modo, s’era dato a competer con loro di sfoggi e di magnificenza, comprandosi così a contanti inimicizie, invidie e ridicolo. La sua indole, onesta insieme e violenta, l’aveva poi imbarcato per tempo in altre gare più serie. Sentiva un orrore spontaneo e sincero per l’angherie e per i soprusi: orrore reso ancor più vivo in lui dalla qualità delle persone che più ne commettevano alla giornata; ch’erano appunto coloro coi quali aveva più di quella ruggine. Per acquietare, o per esercitare tutte queste passioni in una volta, prendeva volentieri le parti d’un debole sopraffatto, si piccava di farci stare un soverchiatore, s’intrometteva in una briga, se ne tirava addosso un’altra; tanto che, a poco a poco, venne a costituirsi come un protettor degli oppressi, e un vendicatore de’ torti. L’impiego era gravoso; e non è da domandare se il povero Lodovico avesse nemici, impegni e pensieri. Oltre la guerra esterna, era poi tribolato continuamente da contrasti interni; perché, a spuntarla in un impegno (senza parlare di quelli in cui restava al di sotto), doveva anche lui adoperar raggiri e violenze, che la sua coscienza non poteva poi approvare. Doveva tenersi intorno un buon numero di bravacci; e, così per la sua sicurezza, come per averne un aiuto più vigoroso, doveva scegliere i più arrischiati, cioè i più ribaldi; e vivere co’ birboni, per amor della giustizia. Tanto che, più d’una volta, o scoraggito, dopo una trista riuscita, o inquieto per un pericolo imminente, annoiato del continuo guardarsi, stomacato della sua compagnia, in pensiero dell’avvenire, per le sue sostanze che se n’andavan, di giorno in giorno, in opere buone e in braverie, più d’una volta gli era saltata la fantasia di farsi frate; che, a que’ tempi, era il ripiego più comune, per uscir d’impicci. Ma questa, che sarebbe forse stata una fantasia per tutta la sua vita, divenne una risoluzione, a causa d’un accidente, il più serio che gli fosse ancor capitato. Andava un giorno per una strada della sua città, seguito da due bravi, e accompagnato da un tal Cristoforo, altre volte giovine di bottega e, dopo chiusa questa, diventato maestro di casa. Era un uomo di circa cinquant’anni, affezionato, dalla gioventù, a Lodovico, che aveva veduto nascere, e che, tra salario e regali, gli dava non solo da vivere, ma di che mantenere e tirar su una numerosa famiglia. Vide Lodovico spuntar da lontano un signor tale, arrogante e soverchiatore di professione, col quale non aveva mai parlato in vita sua, ma che gli era cordiale nemico, e al quale rendeva, pur di cuore, il contraccambio: giacché è uno de' vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare ed esser odiati, senza conoscersi. Costui, seguito da quattro bravi, s’avanzava diritto, con passo superbo, con la testa alta, con la bocca composta all’alterigia e allo sprezzo. Tutt’e due camminavan rasente al muro; ma Lodovico (notate bene) lo strisciava col lato destro; e ciò, secondo una consuetudine, gli dava il diritto (dove mai si va a ficcare il diritto!) di non istaccarsi dal detto muro, per dar passo a chi si fosse; cosa della quale allora si faceva gran caso. L’altro pretendeva, all’opposto, che quel diritto competesse a lui, come a nobile, e che a Lodovico toccasse d’andar nel mezzo; e ciò in forza d’un’altra consuetudine. Perocché, in questo, come accade in molti altri affari, erano in vigore due consuetudini contrarie, senza che fosse deciso qual delle due fosse la buona; il che dava opportunità di fare una guerra, ogni volta che una testa dura s’abbattesse in un’altra della stessa tempra. Que’ due si venivano incontro, ristretti alla muraglia, come due figure di basso rilievo ambulanti. Quando si trovarono a viso a viso, il signor tale, squadrando Lodovico, a capo alto, col cipiglio imperioso, gli disse, in un tono corrispondente di voce: “fate luogo.” “Fate luogo voi,” rispose Lodovico. “La diritta è mia.” “Co’ vostri pari, è sempre mia.” “Sì, se l’arroganza de’ vostri pari fosse legge per i pari miei.” I bravi dell’uno e dell’altro eran rimasti fermi, ciascuno dietro il suo padrone, guardandosi in cagnesco, con le mani alle daghe, preparati alla battaglia. La gente che arrivava di qua e di là, si teneva in distanza, a osservare il fatto; e la presenza di quegli spettatori animava sempre più il puntiglio de’ contendenti. “Nel mezzo, vile meccanico; o ch’io t’insegno una volta come si tratta co’ gentiluomini.” “Voi mentite ch’io sia vile.” “Tu menti ch’io abbia mentito.” Questa risposta era di prammatica. “E, se tu fossi cavaliere, come son io,” aggiunse quel signore, “ti vorrei far vedere, con la spada e con la cappa, che il mentitore sei tu.” “E un buon pretesto per dispensarvi di sostener co’ fatti l’insolenza delle vostre parole.” “Gettate nel fango questo ribaldo,” disse il gentiluomo, voltandosi a’ suoi. “Vediamo!” disse Lodovico, dando subitamente un passo indietro, e mettendo mano alla spada. “Temerario!” gridò l’altro, sfoderando la sua: “io spezzerò questa, quando sarà macchiata del tuo vil sangue.” Così s’avventarono l’uno all’altro; i servitori delle due parti si slanciarono alla difesa de’ loro padroni. Il combattimento era disuguale, e per il numero, e anche perché Lodovico mirava piuttosto a scansare i colpi, e a disarmare il nemico, che ad ucciderlo; ma questo voleva la morte di lui, a ogni costo. Lodovico aveva già ricevuta al braccio sinistro una pugnalata d’un bravo, e una sgraffiatura leggiera in una guancia, e il nemico principale gli piombava addosso per finirlo; quando Cristoforo, vedendo il suo padrone nell’estremo pericolo, andò col pugnale addosso al signore. Questo, rivolta tutta la sua ira contro di lui, lo passò con la spada. A quella vista, Lodovico, come fuor di sè, cacciò la sua nel ventre del feritore, il quale cadde moribondo, quasi a un punto col povero Cristoforo. I bravi del gentiluomo, visto ch’era finita, si diedero alla fuga, malconci: quelli di Lodovico, tartassati e sfregiati anche loro, non essendovi più a chi dare, e non volendo trovarsi impicciati nella gente, che già accorreva, scantonarono dall’altra parte: e Lodovico si trovò solo, con que’ due funesti compagni ai piedi, in mezzo a una folla. “Com’è andata?” — È uno. — Son due. — Gli ha fatto un occhiello nel ventre. — Chi è stato ammazzato? — Quel prepotente. — Oh santa Maria, che sconquasso! — Chi cerca trova. — Una le paga tutte. — Ha finito anche lui. — Che colpo! — Vuol essere una faccenda seria. — E quell’altro disgraziato! — Misericordia! che spettacolo! — Salvatelo, salvatelo. — Sta fresco anche lui. — Vedete com’è concio! butta sangue da tutte le parti. — Scappi, scappi. Non si lasci prendere.” Queste parole, che più di tutte si facevan sentire nel frastono confuso di quella folla, esprimevano il voto comune; e, col consiglio, venne anche l’aiuto. Il fatto era accaduto vicino a una chiesa di cappuccini, asilo, come ognun sa, impenetrabile allora a’ birri, e a tutto quel complesso di cose e di persone, che si chiamava la giustizia. L’uccisore ferito fu quivi condotto o portato dalla folla, quasi fuor di sentimento; e i frati lo ricevettero dalle mani del popolo, che glielo raccomandava, dicendo: “è un uomo dabbene che ha freddato un birbone superbo: l’ha fatto per sua difesa: c’è stato tirato per i capelli.” Lodovico non aveva mai, prima d’allora, sparso sangue; e, benchè l’omicidio fosse, a que’ tempi, cosa tanto comune, che gli orecchi d’ognuno erano avvezzi a sentirlo raccontare, e gli occhi a vederlo, pure l’impressione ch’egli ricevette dal veder l’uomo morto per lui, e l’uomo morto da lui, fu nuova e indicibile; fu una rivelazione di sentimenti ancora sconosciuti. Il cadere del suo nemico, l’alterazione di quel volto, che passava, in un momento, dalla minaccia e dal furore, all’abbattimento e alla quiete solenne della morte, fu una vista che cambiò, in un punto, l’animo dell’uccisore. Strascinato al convento, non sapeva quasi dove si fosse, né cosa si facesse; e, quando fu tornato in sé, si trovò in un letto dell’infermeria, nelle mani del frate chirurgo, (i cappuccini ne avevano ordinariamente uno in ogni convento) che accomodava faldelle e fasce sulle due ferite ch’egli aveva ricevute nello scontro. Un padre, il cui impiego particolare era d’assistere i moribondi, e che aveva spesso avuto a render questo servizio sulla strada, fu chiamato subito al luogo del combattimento. Tornato, pochi minuti dopo, entrò nell’infermeria, e, avvicinatosi al letto dove Lodovico giaceva, “consolatevi” gli disse: “almeno è morto bene, e m’ha incaricato di chiedere il vostro perdono, e di portarvi il suo.” Questa parola fece rinvenire affatto il povero Lodovico, e gli risvegliò più vivamente e più distintamente i sentimenti ch’eran confusi e affollati nel suo animo: dolore dell’amico, sgomento e rimorso del colpo che gli era uscito di mano, e, nello stesso tempo, un’angosciosa compassione dell’uomo che aveva ucciso. “E l’altro?” domandò ansiosamente al frate. “L’altro era spirato, quand’io arrivai.” Frattanto, gli accessi e i contorni del convento formicolavan di popolo curioso: ma, giunta la sbirraglia, fece smaltir la folla, e si postò a una certa distanza dalla porta, in modo però che nessuno potesse uscirne inosservato. Un fratello del morto, due suoi cugini e un vecchio zio, vennero pure, armati da capo a piedi, con grande accompagnamento di bravi; e si misero a far la ronda intorno, guardando, con aria e con atti di dispetto minaccioso, que’ curiosi, che non osavan dire: gli sta bene; ma l’avevano scritto in viso. Appena Lodovico ebbe potuto raccogliere i suoi pensieri, chiamato un frate confessore, lo pregò che cercasse della vedova di Cristoforo, le chiedesse in suo nome perdono d’essere stato lui la cagione, quantunque ben certo involontaria, di quella desolazione, e, nello stesso tempo, l’assicurasse ch’egli prendeva la famiglia sopra di sé. Riflettendo quindi a’ casi suoi, sentì rinascere più che mai vivo e serio quel pensiero di farsi frate, che altre volte gli era passato per la mente: gli parve che Dio medesimo l’avesse messo sulla strada, e datogli un segno del suo volere, facendolo capitare in un convento, in quella congiuntura; e il partito fu preso. Fece chiamare il guardiano, e gli manifestò il suo desiderio. N’ebbe in risposta, che bisognava guardarsi dalle risoluzioni precipitate; ma che, se persisteva, non sarebbe rifiutato. Allora, fatto venire un notaro, dettò una donazione di tutto ciò che gli rimaneva (ch’era tuttavia un bel patrimonio) alla famiglia di Cristoforo: una somma alla vedova, come se le costituisse una contraddote, e il resto a otto figliuoli che Cristoforo aveva lasciati. La risoluzione di Lodovico veniva molto a proposito per i suoi ospiti, i quali, per cagion sua, erano in un bell’intrigo. Rimandarlo dal convento, ed esporlo così alla giustizia, cioè alla vendetta de’ suoi nemici, non era partito da metter neppure in consulta. Sarebbe stato lo stesso che rinunziare a’ propri privilegi, screditare il convento presso il popolo, attirarsi il biasimo di tutti i cappuccini dell’universo, per aver lasciato violare il diritto di tutti, concitarsi contro tutte l’autorità ecclesiastiche, le quali si consideravan come tutrici di questo diritto. Dall’altra parte, la famiglia dell’ucciso, potente assai, e per sé, e per le sue aderenze, s’era messa al punto di voler vendetta; e dichiarava suo nemico chiunque s’attentasse di mettervi ostacolo. La storia non dice che a loro dolesse molto dell’ucciso, e nemmeno che una lagrima fosse stata sparsa per lui, in tutto il parentado: dice soltanto ch’eran tutti smaniosi d’aver nell’unghie l’uccisore, o vivo o morto. Ora questo, vestendo l’abito di cappuccino, accomodava ogni cosa. Faceva, in certa maniera, un’emenda, s’imponeva una penitenza, si chiamava implicitamente in colpa, si ritirava da ogni gara; era in somma un nemico che depon l’armi. I parenti del morto potevan poi anche, se loro piacesse, credere e vantarsi che s’era fatto frate per disperazione, e per terrore del loro sdegno. E, ad ogni modo, ridurre un uomo a spropriarsi del suo, a tosarsi la testa, a camminare a piedi nudi, a dormir sur un saccone, a viver d’elemosina, poteva parere una punizione competente, anche all’offeso il più borioso. Il padre guardiano si presentò, con un’umiltà disinvolta, al fratello del morto, e, dopo mille proteste di rispetto per l’illustrissima casa, e di desiderio di compiacere ad essa in tutto ciò che fosse fattibile, parlò del pentimento di Lodovico, e della sua risoluzione, facendo garbatamente sentire che la casa poteva esserne contenta, e insinuando poi soavemente, e con maniera ancor più destra, che, piacesse o non piacesse, la cosa doveva essere. Il fratello diede in ismanie, che il cappuccino lasciò svaporare, dicendo di tempo in tempo: “è un troppo giusto dolore.” Fece intendere che, in ogni caso, la sua famiglia avrebbe saputo prendersi una soddisfazione: e il cappuccino, qualunque cosa ne pensasse, non disse di no. Finalmente richiese, impose come una condizione, che l’uccisor di suo fratello partirebbe subito da quella città. Il guardiano, che aveva già deliberato che questo fosse fatto, disse che si farebbe, lasciando che l’altro credesse, se gli piaceva, esser questo un atto d’ubbidienza: e tutto fu concluso. Contenta la famiglia, che ne usciva con onore; contenti i frati, che salvavano un uomo e i loro privilegi, senza farsi alcun nemico; contenti i dilettanti di cavalleria, che vedevano un affare terminarsi lodevolmente; contento il popolo, che vedeva fuor d’impiccio un uomo ben voluto, e che, nello stesso tempo, ammirava una conversione; contento finalmente, e più di tutti, in mezzo al dolore, il nostro Lodovico, il quale cominciava una vita d’espiazione e di servizio, che potesse, se non riparare, pagare almeno il mal fatto, e rintuzzare il pungolo intollerabile del rimorso. Il sospetto che la sua risoluzione fosse attribuita alla paura, l’afflisse un momento; ma si consolò subito, col pensiero che anche quell’ingiusto giudizio sarebbe un gastigo per lui, e un mezzo d’espiazione. Così, a trent’anni, si ravvolse nel sacco; e, dovendo, secondo l’uso, lasciare il suo nome, e prenderne un altro, ne scelse uno che gli rammentasse, ogni momento, ciò che aveva da espiare: e si chiamò fra Cristoforo. Appena compita la cerimonia della vestizione, il guardiano gl’intimò che sarebbe andato a fare il suo noviziato a ***, sessanta miglia lontano, e che partirebbe all’indomani. Il novizio s’inchinò profondamente, e chiese una grazia. “Permettetemi, padre,” disse, “che, prima di partir da questa città, dove ho sparso il sangue d’un uomo, dove lascio una famiglia crudelmente offesa, io la ristori almeno dell’affronto, ch’io mostri almeno il mio rammarico di non poter risarcire il danno, col chiedere scusa al fratello dell’ucciso, e gli levi, se Dio benedice la mia intenzione, il rancore dall’animo.” Al guardiano parve che un tal passo, oltre all’esser buono in sé, servirebbe a riconciliar sempre più la famiglia col convento; e andò diviato da quel signor fratello, ad esporgli la domanda di fra Cristoforo. A proposta così inaspettata, colui sentì, insieme con la maraviglia, un ribollimento di sdegno, non però senza qualche compiacenza. Dopo aver pensato un momento, “venga domani,” disse; e assegnò l’ora. Il guardiano tornò, a portare al novizio il consenso desiderato. Il gentiluomo pensò subito che, quanto più quella soddisfazione fosse solenne e clamorosa, tanto più accrescerebbe il suo credito presso tutta la parentela, e presso il pubblico; e sarebbe (per dirla con un’eleganza moderna) una bella pagina nella storia della famiglia. Fece avvertire in fretta tutti i parenti che, all’indomani, a mezzogiorno, restassero serviti (così si diceva allora) di venir da lui, a ricevere una soddisfazione comune. A mezzogiorno, il palazzo brulicava di signori d’ogni età e d’ogni sesso: era un girare, un rimescolarsi di gran cappe, d’alte penne, di durlindane pendenti, un moversi librato di gorgiere inamidate e crespe, uno strascico intralciato di rabescate zimarre. Le anticamere, il cortile e la strada formicolavan di servitori, di paggi, di bravi e di curiosi. Fra Cristoforo vide quell’apparecchio, ne indovinò il motivo, e provò un leggier turbamento; ma, dopo un istante, disse tra sé: — sta bene: l’ho ucciso in pubblico, alla presenza di tanti suoi nemici: quello fu scandalo, questa è riparazione. — Così, con gli occhi bassi, col padre compagno al fianco, passò la porta di quella casa, attraversò il cortile, tra una folla che lo squadrava con una curiosità poco cerimoniosa; salì le scale, e, di mezzo all’altra folla signorile, che fece ala al suo passaggio, seguito da cento sguardi, giunse alla presenza del padron di casa; il quale, circondato da’ parenti più prossimi, stava ritto nel mezzo della sala, con lo sguardo a terra, e il mento in aria, impugnando, con la mano sinistra, il pomo della spada, e stringendo con la destra il bavero della cappa sul petto. C’è talvolta, nel volto e nel contegno d’un uomo, un’espressione così immediata, si direbbe quasi un’effusione dell’animo interno, che, in una folla di spettatori, il giudizio sopra quell’animo sarà un solo. Il volto e il contegno di fra Cristoforo disser chiaro agli astanti, che non s’era fatto frate, nè veniva a quell’ umiliazione per timore umano: e questo cominciò a concigliarglieli tutti. Quando vide l’offeso, affrettò il passo, gli si pose inginocchioni ai piedi, incrociò le mani sul petto, e, chinando la testa rasa, disse queste parole: “io sono l’omicida di suo fratello. Sa Iddio se vorrei restituirglielo a costo del mio sangue; ma, non potendo altro che farle inefficaci e tarde scuse, la supplico d’accettarle per l’amor di Dio.” Tutti gli occhi erano immobili sul novizio, e sul personaggio a cui egli parlava; tutti gli orecchi eran tesi. Quando fra Cristoforo tacque, s’alzò, per tutta la sala, un mormorìo di pietà e di rispetto. Il gentiluomo, che stava in atto di degnazione forzata, e d’ira compressa, fu turbato da quelle parole; e, chinandosi verso l’inginocchiato, “alzatevi,” disse, con voce alterata: “l’offesa... il fatto veramente... ma l’abito che portate... non solo questo, ma anche per voi... S’alzi, padre... Mio fratello... non lo posso negare... era un cavaliere... era un uomo.... un po’ impetuoso... un po’ vivo. Ma tutto accade per disposizione di Dio. Non se ne parli più... Ma, padre, lei non deve stare in codesta positura.” E, presolo per le braccia, lo sollevò. Fra Cristoforo, in piedi, ma col capo chino, rispose: “io posso dunque sperare che lei m’abbia concesso il suo perdono! E se l’ottengo da lei, da chi non devo sperarlo? Oh! s’io potessi sentire dalla sua bocca questa parola, perdono!” “Perdono?” disse il gentiluomo. “Lei non ne ha più bisogno. Ma pure, poiché lo desidera, certo, certo, io le perdono di cuore, e tutti...” “Tutti! tutti!” gridarono, a una voce, gli astanti. Il volto del frate s’aprì a una gioia riconoscente, sotto la quale traspariva però ancora un’umile e profonda compunzione del male a cui la remissione degli uomini non poteva riparare. Il gentiluomo, vinto da quell’aspetto, e trasportato dalla commozione generale, gli gettò le braccia al collo, e gli diede e ne ricevette il bacio di pace. Un “bravo! bene!” scoppiò da tutte le parti della sala; tutti si mossero, e si strinsero intorno al frate. Intanto vennero servitori, con gran copia di rinfreschi. Il gentiluomo si raccostò al nostro Cristoforo, il quale faceva segno di volersi licenziare, e gli disse: “padre, gradisca qualche cosa; mi dia questa prova d’ amicizia.” E si mise per servirlo prima d’ogni altro; ma egli, ritirandosi, con una certa resistenza cordiale, “queste cose,” disse, “non fanno più per me; ma non sarà mai ch’io rifiuti i suoi doni. Io sto per mettermi in viaggio: si degni di farmi portare un pane, perché io possa dire d’aver goduto la sua carità, d’ aver mangiato il suo pane, e avuto un segno del suo perdono.” Il gentiluomo, commosso, ordinò che così si facesse; e venne subito un cameriere, in gran gala, portando un pane sur un piatto d’argento, e lo presentò al padre; il quale, presolo e ringraziato, lo mise nella sporta. Chiese quindi licenza; e, abbracciato di nuovo il padron di casa, e tutti quelli che, trovandosi più vicini a lui, poterono impadronirsene un momento, si liberò da essi a fatica; ebbe a combatter nell’anticamere, per isbrigarsi da’ servitori, e anche da’ bravi, che gli baciavano il lembo dell’abito, il cordone, il cappuccio; e si trovò nella strada, portato come in trionfo, e accompagnato da una folla di popolo, fino a una porta della città; d’onde uscì, cominciando il suo pedestre viaggio, verso il luogo del suo noviziato. Il fratello dell’ucciso, e il parentado, che s’erano aspettati d’assaporare in quel giorno la trista gioia dell’orgoglio, si trovarono in vece ripieni della gioia serena del perdono e della benevolenza. La compagnia si trattenne ancor qualche tempo, con una bonarietà e con una cordialità insolita, in ragionamenti ai quali nessuno era preparato, andando là. In vece di soddisfazioni prese, di soprusi vendicati, d’impegni spuntati, le lodi del novizio, la riconciliazione, la mansuetudine furono i temi della conversazione. E taluno, che, per la cinquantesima volta, avrebbe raccontato come il conte Muzio suo padre aveva saputo, in quella famosa congiuntura, far stare a dovere il marchese Stanislao, ch’era quel rodomonte che ognun sa, parlò in vece delle penitenze e della pazienza mirabile d’un fra Simone, morto molt’anni prima. Partita la compagnia, il padrone, ancor tutto commosso, riandava tra sè, con maraviglia, ciò che aveva inteso, ciò ch’egli medesimo aveva detto; e borbottava tra i denti: — diavolo d’un frate! (bisogna bene che noi trascriviamo le sue precise parole) — diavolo d’un frate! se rimaneva lì in ginocchio, ancora per qualche momento, quasi quasi gli chiedevo scusa io, che m’abbia ammazzato il fratello. — La nostra storia nota espressamente che, da quel giorno in poi, quel signore fu un po’ men precipitoso, e un po’ più alla mano. Il padre Cristoforo camminava, con una consolazione che non aveva mai più provata, dopo quel giorno terribile, ad espiare il quale tutta la sua vita doveva esser consacrata. Il silenzio ch’era imposto a’ novizi, l’osservava, senza avvedersene, assorto com’era, nel pensiero delle fatiche, delle privazioni e dell’ umiliazioni che avrebbe sofferte, per iscontare il suo fallo. Fermandosi, all’ora della refezione, presso un benefattore, mangiò, con una specie di voluttà, del pane del perdono: ma ne serbò un pezzo, e lo ripose nella sporta, per tenerlo, come un ricordo perpetuo. Non è nostro disegno di far la storia della sua vita claustrale: diremo soltanto che, adempiendo, sempre con gran voglia, e con gran cura, gli ufizi che gli venivano ordinariamente assegnati, di predicare e d’assistere i moribondi, non lasciava mai sfuggire un’occasione d’esercitarne due altri, che s’era imposti da sé: accomodar differenze, e proteggere oppressi. In questo genio entrava, per qualche parte, senza ch’egli se n’avvedesse, quella sua vecchia abitudine, e un resticciolo di spiriti guerreschi, che l’umiliazioni e le macerazioni non avevan potuto spegner del tutto. Il suo linguaggio era abitualmente umile e posato; ma, quando si trattasse di giustizia o di verità combattuta, l’uomo s’animava, a un tratto, dell’impeto antico, che, secondato e modificato da un’enfasi solenne, venutagli dall’uso del predicare, dava a quel linguaggio un carattere singolare. Tutto il suo contegno, come l’aspetto, annunziava una lunga guerra, tra un’indole focosa, risentita, e una volontà opposta, abitualmente vittoriosa, sempre all’erta, e diretta da motivi e da ispirazioni superiori. Un suo confratello ed amico, che lo conosceva bene, l’aveva una volta paragonato a quelle parole troppo espressive nella loro forma naturale, che alcuni, anche ben educati, pronunziano, quando la passione trabocca, smozzicate, con qualche lettera mutata; parole che, in quel travisamento, fanno però ricordare della loro energia primitiva. Se una poverella sconosciuta, nel tristo caso di Lucia, avesse chiesto l’aiuto del padre Cristoforo, egli sarebbe corso immediatamente. Trattandosi poi di Lucia, accorse con tanta più sollecitudine, in quanto conosceva e ammirava l’innocenza di lei, era già in pensiero per i suoi pericoli, e sentiva un’indegnazione santa, per la turpe persecuzione della quale era divenuta l’oggetto. Oltre di ciò, avendola consigliata, per il meno male, di non palesar nulla, e di starsene quieta, temeva ora che il consiglio potesse aver prodotto qualche tristo effetto; e alla sollecitudine di carità, ch’era in lui come ingenita, s’aggiungeva, in questo caso, quell’angustia scrupolosa che spesso tormenta i buoni. Ma, intanto che noi siamo stati a raccontare i fatti del padre Cristoforo, è arrivato, s’è affacciato all’uscio; e le donne, lasciando il manico dell’aspo che facevan girare e stridere, si sono alzate, dicendo, a una voce: “oh padre Cristoforo! sia benedetto!”
El sol nó l’era ancor levà dal tut, can che ‘l padre Cristoforo l’è partì dal convènt de Pescarenico, per nar su ‘nla ciaséta ‘ndo che i lo spetàva. Pescarenico l’è ‘n paesòt, su la sponda ‘nzancia de l’Adda, ma se pòl dir del lac’, arènt al pònt: en pugnàt de ciase, abitade perlopù da pes-ciadori, e dobàde cì e ìo da le ré destendùde a sugiàrse. El convènt l’era pozà (e chel ciasamént el g’è ancora) al de fòr e dinanzi al paés, con la strada che porta da Lecco a Bergamo, che gé passava ‘n mèz. El ziél l’era serén come l’ambra: man a man che ‘l sol el sé auzzàva dal de dré del mónt, se vedeva i só razi, da le zime dei monti al de là de la val, rodolàr, come se i se desplegiàs, zó per le còste, e ‘nla val. N’ariéta d’autón, la destaciàva dai rami le fòie passe del moràr, e i le portava a crodàr pòc’ lontàn da la plànta. De cà e de là, entéi vignalòti, sui rési ancor drìti, le fòie le sluséva con tute le tinte sul rós; la tèra lauràda da pòc’, negra come che l’era, la se distinguéva entéi ciampi de tópe biance che le slusegiàva per la rosàda. L’era tut en bel véder; ma ogni cristiàn che se vedéva, el tè féva 'n gran pecià. Ogni tant, se ‘ncontrava pouréti, sdrazzadi e che i era pèl e òssi, zèrti i era vècli del mistér, zèrti obligiàdi a slongiàr la man perché i era ‘n misèria. I passàva ziti dausìn al padre Cristoforo, i lo vardava che i féva pietà, e, ancia sé i séva che da el nó i podèva sperar engót, perché en frate capuzin nó ‘l tociàva mai en soldo, i gé féva na svérgla de ringraziamént, per la limòsina che i eva zapà o che i néva a zerciàr al convènt. A véder i contadìni sparpaiàdi per i ciampi, l’era ancor pù dolorós. Zèrti i seumnàva, e per sparagnàr, i tréva fòr le soménze come 'l fus òr, e malvolintéra, l’era come riszàr el pan da magnar; zèrti i ‘mplantava la vàngia a stènto, e i voutàva flàci le bléste de tèra. Na pòpa magra ‘mpiciada, ìo a past, la tegnìva per la ciavézza na vaciòta sinigìda, e la vardava inànzi, e ògni tant la sé sgobàva ‘mprèssa a robàrge calche erba da magnar a ciasa, erbe che la gran fam géva ‘nsegnà che le era bòne ancia per la zènt. A ogni pas, tuti sti spetàcoi nó i féva che aumentàr la malancolìa del frate che zà ‘l ciaminava col brut pensiér de nar a sentìr calche disgrazia. ― Ma perché po’ ‘l sé togéva tant pensiér per la Lucia? E perché po’, sùbit, al prìm avìso, el s’era movèst con tanta premùra, come sé i l’avés clamà el padre provinziàl? E cì èrel po’ sto padre Cristoforo? ― A tute ste domande gé vòl dàrge sodisfazión. El padre Cristoforo da *** l’era n’òm pù vizìn ai sesànta che ai zincànt’ani. La só testa pelàda, men che la coronàta de ciavéi che gé ziràva ‘ntórn, come che era tosà tuti i capuzini, ogni tant la sé levàva e la féva véder vergot de sevéro e de ansiós; e sùbit la sé sbassàva, en ségn de umiltà. El géva la barba biancia e lòngia, che gé scuertava le gòute e ‘l barbizòl, e che la mossàva ancor mèio el rèst del só vis che l’astinenza, che zà da ‘n gran pèz el pratigiàva, la gé aumentava la serietà. I só òcli s-ciavadi i vardava perlopù per tèra, ma a bòte, de cólp, i te fulminava; come dói ciavài col morbìn, menadi per la ciavézza da ‘n boiàr, e che i sa che con él nó i pòl vénzerla, però i fa lostes ogni tant, calche sgiambét, ma che i pàgia sùbit con na bòna tiràda del mòrs. El padre Cristoforo nó l’èra sèmper sta ‘nzì, e nó l’era nància sta sèmper Cristoforo: el só nòm de batésem l’èra Lodovico. L’era fiòl de ‘n marciàder da*** (tuti sti asterischi i là metùdi per paura chél che m’à contà tuta la storia) che, entéi ultimi ani, essèndo ‘n gran bacàn, e con chel fiòl ìo sol, la ‘mplantà ìo de laoràr e ‘l s’è metù a far el siór. Essèndose metù a far el sioràt, l’à scomenzià a avér en gran respét per tut el tèmp che l’éva petà via a laoràr. Sicome l’era ormai segùr de sta ròba, el féva de de tut per scònder via che l’era sta en merciandèl: e volintéra l’avròss volèst desmentegiàrlo ancia él. Ma la botègia, le stòfe, el lìber dei conti, el mètro, i era sèmper en la só testa, come l’ombra del Banco al Macbeth, ancia ‘ntant che ‘l magnava e ‘l bevéva, o che l’era con la só compagnìa de scrocóni. E nó sé pòl emmazinàrse l’atenzión che chésti i g’è metéva per schivar ogni paròla che podés fàrge nìr en mént al padrón de ciasa che ofrìva ‘l trigét, el só vècel mister. Per contàrnen una, en dì che i era dré a ruàr de magnàr, entél momento che se è pù alégri, can che nó sé pòl dir se è pù contènti i fraióni o ‘l padrón che eva ofèrto ‘l past, el sé godeva a coionàr un de chéi sòzi, el pù gran golosón del mondo. Chésto cì per risponder al schèrz, senza la minima intenzión de maliziar, anzi pròpi sclèt come ‘n pòpo, ‘l giâ respondù: «eh! caro mio, mì fón récle da comerziànte». Él pòver’òm el s’è acòrt sùbit che la paròla che l’éva dit nó la sonàva ben: la vardà, con na musara stralunada, chéla del padrón, che l’era putòst rabiósa: un e ancia l’àuter i avròs volèst tornar col mus de prima; ma ormai nó l’era pù possìbol. I àutri fraióni i pensava ‘ntrà de lóri de tòr via ca mèza vergogna, cambiando discórs; ma, ‘ntant che i pensava i taséva e ‘nte chél silènzi, el disonór l’aumentava. Tuti i era atènti a nó vardàrse un con l’àuter; ognun vedéva che tuti i pensava ‘l stes pensiér che tuti i voleva scònder. L’alegrìa, per chél dì ìo, l’era nada su per el ciamìn; e l’imprudènt, o a dirla pù sclèta, el scarognà, nó l’è pù sta ‘nvidà. Só pare del Lodovico l'à passà i ultimi ani a sto modo, sèmper con ste angósse, sèmper con ca paura de èsser coionà, e senza mai pensar che ‘l vénder nó l’è na ròba pù redìcola che ‘l compràr, e che ‘l mistér che ‘l géva rispèt de aver fat, i l’éva fat per tanti ani en mèz a la zènt, e senza tanti zìsmi. L’à tirà su só fiòl come ‘n nòbile, come che l’era a chei tèmpi, e per chel tant che la leze e le régole le gé permetéva, ‘l giâ fat dar lezion da maestri de lingua e de cavalerìa; e po’ l’è mòrt, e i l’à lagià siór e ‘ncór zovenòt. El Lodovico l’era nù su come se tira su ‘n nòbile; e ‘n mèz ai gratarécle ‘ndo che l’era cressù, i l’éva usà a èsser tratà con gran riguardo. Ma, cando che l’à volèst mesdàrse coi sioràti de la só zità, nó l’era pù come che l’era usà; e l’à ciapì sùbit, che, sé ‘l voléva èsser al par con lóri, come che giaveròs plasèst, ge convegnìva star ìo calmo, sbassàr le récle, star sèmper sóta e mandàrnen zó una de spés. En modo de viver enzì, nó ‘l néva d’acòrdi, né co l’educazion, e nancia col caràter del Lodovico. E alór en pòc’ secià, l’à arbandonà ca compagnia. Però a stàrge lontàn gé desplaséva; gé paréva che chesti i avròss dovèst èsser só sòzi; ma che però i l’averòs volèsti pù a la man. Sto misto de simpatìa e de rancòr vèrs i nòbili e ‘l nó podèr avér amìzi ‘ntrà ca zènt ìo, ma ‘n calche modo volér èsserge ént con chesti, el s’à metù a compèter coi lussi e ‘l splendór, vadagnàndose a sto modo antipatìe, invidie e redicoléz. El só caràter, onèst ma ancia spòtico, i l’éva portà a compèter su àutre ròbe ancór pù sèrie. El g’èva en sinzéro ribréz per le angiarìe e per le persecuzión: ribréz che ‘l cresséva ancór de pù per ca zentàia che i ne ‘n féva tante enten dì; e che l’èra pròpri chéi che nó ‘l podéva véder. Per calmar o per pratigiàr ste passión enten bòt sól, el togéva volintéra le part de ‘n pòr òm bastonà, el sé ‘ntestàva de far rigiàr drìt un de chéi buli, el sé ‘ntrometéva en le bègie, tiràndonse adòs n’àutra; man a man che ‘l néva avanti ‘nzì, l’è nù a èsser en protetór de la pòra zènt, e chel che ciastigiava ‘l padrón spòtico. L’era ‘n laóro fadigós; e podéo savér se ‘l pòer Lodovico, nó ‘l géva tanti de chei nemìzi, mistéri e pensiéri. Estra a le bègie con chésti, el tribulava de sèito con chel che l’era ‘l só caràter; perché a vénzerla ente una de che chestión (e per de pù ‘n chéle ‘ndo che ‘nvéze nó i la géva venzùda), el cognéva dopràr ancia él calche ‘mbròi o angiarìa, che però la só cossiènza nó la gé perdonava. El cognéva aver entórn en bel nùmer de róbleri; e, sicome ancia el ‘l gèva da portàrselo fòra e aver n’aiùt pù fòrt, el cognéva zernìrse i pù malandrìni, chei pù birbanti; e vìver ensèma a le canàie, per amór de zustìzia. Pù de ‘n bòt, o perchè l’era avelì dopo na chestión mal reussìda, o perché l’era sèmper con en pè levà per en perìcol, o perché l’era stuf de cognérse sèmper vardàr entórna, o stomegià de tuti chei lazeróni che ‘l géva ‘ntorn, col pensiér de ‘n domàn malsegùr, le sostanze che le sé asbassàva dì per dì sèmper de pù, a bòte per el ben a bòte per le só bulàde, per tut chesto, a bòte ‘l pensava de farse frate; che a chel’epoca l’era la strada pù còmoda per nó aver pù rògne. Ma ‘nfin ìo l’era sol fantasìe, pò è nù chel dì che l’à dezìso dal bon a ciàusa de n’azidènt, el pù serio che nó gé fus mai ciapità. En dì l’era con dói róbleri ente na strada de la só zità, ensèma a ‘n zèrto Cristoforo che l’era sta giarzón ente na botégia e che dopo che i l’éva serada su, l’era deventà ‘l capo dei servi en ciasa del Lodovico. Sto òm l’arà bu zirconzìrca zincant’ani, e ancór da cando che l’era zóven, l’era afezionà al Lodovico, che l’éva vìst nàsser, e ‘ntrà la pagia e calche regiàl el gé deva da vìver a el e ancia da mantégner la só familia che l’era putòst numerosa. El Lodovico l’à vìst nìr da lontàn en tale, spòdec’ de professión, che nó l’éva nancia mai parlà ‘nsèma en vita sóa, ma che però el ge steva su le azze, e naturalmént l’era ricambià, siccome ente chel mondo ìo podér odiar e èsser odiadi senza cognóserse l’era ‘n vantàzi. Sto cì l’era ‘nsèma a càter róbleri, e ‘l nidéva inanzi drìt, col pas da supèrbo, con la testa àuta, con na musara da galiòto che la vardava da sóra ‘n zó. Tuti dói i ciaminava rasènt el mur; ma ‘l Lodovico (notaben) i ló sfioràva da l’andrita; e chesto, da sèmper, el te deva ‘l dirìto (varda tì endo che ‘l va a ficiàrse el dirìto!) de nó destaciàrte dal mur, per far passàr calchedun àuter; e a sta regola, a chel tèmp, i ge féva ‘n gran caso tuti. L’àuter però el pretendeva, al contrari, che ‘l dirito i ló giavés el, dato che l’era nobile e che al Lodovico gé tociàs portàrse en mèz a la strada per farlo passàr e tuto chésto per via de n’àutra leze. Siché, come che suzét ‘nte tante d’àutre chestión g’era dói regole che nó le neva d’acòrdi una con l’àutra e nó èra mai sta dezìso cala che fus chela che valeva; e chesto nó ‘l feva che ciausàr bègie tut le bòte che un de chéi testóni nó ‘l se ‘ncontràs con n’àuter ancór pù testàrt. I dói buli i sé nidéva ‘ncòntra, tuti dói rasènt el mur, dói fegùre encolàde al mur, ma che le sé movéva. Cando che i è stadi a na carta dal nas, el siór supèrbo, vardando da sóra ‘n zó el Lodovico, con la testa àuta, e con chel far da bulo, ‘l giâ dit, vilanamént: «lagiàme passàr». «Lagiàme passàr voi,» giâ respondù el Lodovico. «La ‘ndrìta l’è mia.» «Ma con chéi come voi, giâi sèmper dirìto mì.» «Ma segùr, se la supèrbia de chei come voi, el fus léze per chei come mì.» I róbleri tant de un che de l’àuter i era restadi ìo fermi, tuti dré al só padrón, vardàndose de travèrs, con le man su le spade, e pronti a begiàr. La zènt che nidéva de cà e de là, la se tegnìva lontana, e la osservava ‘l fato; tuta ca fóla de zènt nó la féva che zaigiàr sèmper de pù l’empontadura de chei dói testóni. «Vèi cì ‘n mèz, manoàl vigliaco, che nó ses àuter; che tè l’ensegni mì come che se trata coi nòbili.» «Dìges na bosìa mì nó son vigliàco.» «E tì ses en bosiàdro a dir che mì ài dit bosìe.» Sta risposta cì la era de regola. «E, se tì fùstus en cavaliér, come che són mì,» giâ tacià chel siór, «te faròssi véder mì de cappa e spada, che a dìr bosìe ses tì.» «Chesta l’è na scùsa per schivàrve de passar ai fati ciàusa le vòsse paròle enzì sfazàde.» «Tirà stò birbànte 'n mèz a la strada,» l’à ordinà chel nòbile ai só róbleri. «Próvete!» l’à dit el Lodovico fasèndo ‘n pas endré, e metèndo man a la spada. «Ardìto!» l’à zigià l’àuter, sfodràndo la sóa: «Cando che la sarà enmaclàda del tó sànc, chésta mì la s-ciavizzerai.» E i s’è sautàdi adòs tuti dói; i servi de le dói pàrt, i s’è petàdi ‘nla barùfa per difènder i só padróni. El combatimént l’era besoàl, sìa per el nùmer, e ancia perché ‘l Lodovico el vardava de schivàr i cólpi, e a desarmàr el só nemìzi, putòst che a copàrlo; ma chel’ìo envéze el voléva pròpri copàrlo, a ogni cóst. El Lodovico l’éva zà zapà na stiletàda da una de che linzére, e na sgrafiàda soravia a na gòuta, e ‘l só nemìzi l’era dré a dàrge adòs per mazàrlo; el Cristoforo, vedèndo ‘l só padrón entel perìcol, l’è nà col só cortèl adòs a chél nobile spòdec’. E sto cì, con tuta la ràbia che ‘l g’eva ent, el s’è voutà contra de el, e i la ‘nfrizzà con la spada. A véder enzì, el Lodovico, nó ‘l giâ pù vist, e l’à ‘mplantà la soa enla pànza del siór, che l’è crodà per tèra en fin de vita ensèma al pòer Cristoforo. I róbleri del nobile, visto che l’era finida, i è s-ciampadi a giàmbe levade, smassacràdi: chéi del Lodovico redùti mal ancia lori, nó essèndoge pù ‘nzun da bàter, e per nó restàr empegoladi ‘ntrà la zènt, che zà la coréva ìo curiosa a véder, i è s-ciampadi da n’àutra banda: e ‘l Lodovico el s’è giatà ìo da só pòsta con chéi dói mòrti per tèra, en mèz a tuta ca fóla. «Com’èla stada po’? ― L’è un. ― I è dói. ― El giâ fat n’àsola ‘n la panza. ― Cì èl po’ che i à mazzà? ― Chel spòdec’. ― Oh, Maria Vèrzine, che gazèr! ― Cì che se le zércia i le trova. ― Basta na bòta e le pàges tute. ― L’à ruà ancia el. ― Che cólp! ― L’è na bruta fazènda. ― E chel’àuter disgrazià! ― Iòs! Che spetàcol! ― Salvàlo, salvàlo. ― L’è metù mal ancia el. ― Nó ‘l vedèo no come che l’è conzà, el pèrt sanc da tute la man. ― Che ‘l s-ciàmpia, che ‘l s-ciampia. Che nó ‘l se làgîa zapàr.» Tute ste paròle, l’era chele che se sentìva mèio en tuta ca trebiliana de la fóla e le voléva dir tute la stessa ròba; e, col consìlio de calchedun, è nù di fato ancia l’aiùt. Chel fato l’era suzèst vizìn a na glésia dei capuzini, che l’era, come tuti i sa, el refugio pù segùr per nó fàrse zapàr dai sbìri, e da tut chel complesso de ròbe e de zènt che se clamava zustìzia. El Lodovico ferì e che l’era perdù via, l’è sta portà da la zènt en ca glésia; i frati i l’à tot da le man del pòpol, con la racomandazión: «l’è ‘n gialantòm, l’à copà ‘n lazerón supèrbo: i l’à fat per difènderse: i l’à tirà ‘n mèz per i ciavéi». Prima de chel dì el Lodovico nó l’éva mai copà ‘nzun; e, ancia se i delìti a chéi tèmpi i suzzedeva de spes, e che tuti i era usadi a sentìr dìr de copaménti, epur a véder chel’òm che era mòrt per salvàrlo, e l’àuter che i l’éva copà pròpri el, l’à bù n’impressión che nó i l’éva mai provà prima. El só nemìzi per tèra col mus che l’era passà de cólp da furiós e ciatìo a mòla mòla da mòrt, l’è sta na ròba che giâ cambià enten àtimo, la só cossiènza. Strozzegià al convènt, nó ‘l seva nancia el endo che l’era, e chel che ‘l feva; e cando che ‘l s’è fat fòra el s’è giatà enten lèt de l’infermerìa, en le man de ‘n frate zerùdec’ (de sòlit i frati capuzìni i gé neva un per ogni convènt), che ‘l gé metéva su fasséte su le dói ferìde che l’éva zapà ‘ntel regòi. L’incombènza de chel padre l’era de assìster chéi che era en fìn de vita, e l’era nà de spés per le strade a far sto servìzi, e ancia sto bòt i l’éva clamà sùbit endo che g’era sta la barùfa. Cando che l’è tornà de vòuta ente l’infermeria del convènt, l’è nà dausìn al lèt endo che i eva metù el Lodovico l’à dit: «consolàve,» «almén l’è mòrt confessà, e ‘l m’à dit che ‘l vé perdona e de domandàrve ‘l vòs perdón». Al pòer Lodovico ste parole le giâ fat nir en mént ancor de pù l’angóssa e ‘l rimòrs per chel che l’éva combinà, e ‘ntel stes tèmp na gran compassión per chel’òm che l’éva copà. «E l’àuter?» l’à domandà po’ al frate. L’àuter l’èra apena mòrt, cando che son arivà mì.» E ‘ntànt fòr dai portóni e ìo ‘n ziro al convènt, s’era binà en mùcel de curiosi: però apena che è arivà i sbiri i à parà via tuta ca zènt e i s’è metùdi arènt al portón, en modo che ‘nzun podés nir fòr senza che ‘l fus vìst. En fradèl del mòrt, dói só cosìni e ‘n só zio anziàn, i s’era presentàdi armadi ‘n fin ai denti con dré na sclapada de róbleri; i s’èra metùdi a far la guardia ìo intorn e i osservava, col far da spòtici, i curiosi che s’era binà ìo e che nó i fidava a dir: la gé sta ben; ma i lo géva scrìt sul mus. Apena che ‘l Lodovico el s’era tirà su, l’à clamà ‘n frate confessór, e ‘l giâ domandà ‘l piazér de zerciàr la vedova del Cristoforo, e de domadàrge perdón a só nòm per èsser sta la ciàusa, ancia se nó i l’éva volèsta, de chel che era suzèst, e, ‘ntel stes tèmp, che ‘l giaveròs pensà el a mantègner la famìlia. Pù che ‘l pensava ai só fastìdi, pù gé nidéva ‘l desidèri de farse frate, pensiér che g’era nù àutre bòte per el passà: gé pareva che ‘l Sioredio ‘n persona i l’aves metù su ca strada ìo dàndoge ‘n segn de la só volontà, fasèndolo ciapitar ‘nten convènt, pròpri ‘nchel momènt, e l’à fat la sèlta. L’à fat clamàr el frate guardian, e ‘l giâ confessà ‘l só desidèri. Per risposta, el giâ dit che ‘l doveva star atènto a tòr dezisión senza pensàrge su; se però l’era pròpri chel che ‘l desiderava, nó i l’avròs refudà. E alor, l’à fat nir en notaio, ‘l giâ ‘ndetà na donazión de tut chel che ge restava (che l’era ‘n gran patrimòni) a la familia del Cristoforo: na sóma a la védoa come se ‘l fus na contradòta, e ai òt fiòi del Cristoforo ‘l rèst che l’éva lagià. La sèlta del Lodovico l’èra zùsta al vèrs per i frati, che, avèndol ospità, per colpa sóa i géva na bèla rògna. Mandàrlo fòra dal convènt voleva dir méterlo en le man de la zustìzia, che l’era come dàrgel en bócia ai só nemìzi e chésto nó se podéva nància tòrlo ‘n considerazión. Avròs volèst dir che i frati i perdeva tut el crèdit che i géva col pòpol e po’ i saròs stadi critegiàdi da tuti i capuzìni de l’univèrs per aver volèst trasgredìr el dirìto de tuti, i se saròs tiràdi adòs el fastìdi del Vésco che ‘l se sentiva ‘l tudór de chel dirìto. Da l’àutra, la famìlia del mòrt, che l’era potènta assà e che la géva ancia aleati nòbili e che la géva l’intenzión de vendiciàrse, e tuti chéi che se fus metùdi per travèrs i l’avròs consideradi nemìzi. Sta storia però nó la dis che ai parènti gé ‘nteressàs tant del mòrt e nó ‘mpar nancia che i abia planzù pù che tant: la storia la dis sol che tuti i era ciàudi per avér tra le man el sassìn o vìo o mòrt. Sicome sto sassìn l’era deventà frate capuzìn, el comodàva via ogni ròba. Enten zèrto modo l’era come se ‘l se fus pentì, come se ‘l se fus dat da só pòsta la punizión, el se togéva la colpa de tut, e ‘l se ritirava dal mondo, ensoma l’era ‘l nemìzi che eva molà le armi. E po’ ancia i parènti del mòrt i podeva, se i voleva, vantàrse che ‘l Lodovico l’era nà frate perché l’era desperà e per el terór de èsser vendicià. At ogni modo, véder sto òm redùrse a pèrder tut chel che ‘l géva, tosàrse la testa, ciaminàr coi pèi descóuzi, dormìr su ‘nten paión, vivér a domandàr la ciarità, el podéva èsser en bel castìgo, ancia per l’oféso pù orgoliós. El padre guardiàn el s’è presentà dal fradèl del mòrt, con la só umiltà sclèta e dopo mili complimenti a ca famìlia lustrissima, e promesse de far tut chel che l’era possìbol far per contentàrla, el giâ parlà del pentimént del Lodovico, e de la só sèlta de fàrse frate, fasèndoge ciapìr sóta sóta che la só famìlia la podeva èsser contenta e che comunque che gé plasés o nó, gè voleva tòrla come na ròba ormai fata. El fradèl el déva la testa ‘ntéi muri, e ‘l capuzìn el lagiava che se smamìs tut, e ogni tant, per tègnerlo calmo, el diséva «l’è ‘n dolór massa zust». Comunque l’à fat entènder che la só famìlia l’avròs fat tut per tòrse na sodisfazión: e ‘l frate guardian, qualunque ‘l fus stà la só opunión, nó ‘l giâ dit de no. A la fìn l’à domandà che chel che eva copà só fradèl el fus spedì for da la zità. El guardian, che l’éva zà stabilì chesto, fasèndo a finta de ubidìrge ‘l giâ ‘mpromès che i l’avròs mandà ente n’àuter convènt, e la fazènda la s’è ruàda ìo. Contenta ca famìlia, che la ge ‘n nidéva fòr con tut el só onór; contenti i frati che i eva salvà n’òm e ancia ‘l bòn nòm e senza fàrse nemìzi; contènti chéi cavalieri dal bòn marcià che i à vist n’afare che ‘l s’era ruà su benón, contènt el pòpol che la à vist chel’òm benvolù da tuti ciavà fòr da le rògne, e che l’era stimà ancia per la só conversión, e sóra tut era contènt el Lodovico, che pur entél dolór el scomenziava n’àutra vita de penitènza e al servìzi dei àutri, che la podés se nón varìr del tut, almen pagiàr el malfat e slizerìr el rimòrs. El géva ‘l sospèt che la zènt la pensàs che la só dezisión de nar frate i l’avés tòta per paura; ma la g’è passada sùbit, pensàndo che ancia se i l’aves empensada ‘nzì, l’era na zusta punizión, na penitènza che ‘l se meritava. A sto modo a trent’ani, l’à metù la tònegia; e dovèndo cambiar nòm, per tòrnen n’àuter, el n’à sèlto un che gé recordàs ente ogni momént, la penitenza che ‘l géva da soportar: e ‘l s’à clamà fra Cristoforo. Apena finì la funzión e che ‘l s’era metù la tònegia da frate, el guardian el giâ ‘ntimà che ‘l saròs nà a far el noviziàt a ***, zènto chilometri lontàn, e che ‘l saròs partì el dì dré. El frate l’à fat na gran svérgla, e l’à domandà ‘n piazér. «Permetéme, padre, che prima de partìr da sta zità endo che ài copà n’òm, e ‘ndo che rèsta na famìlia che ài oféso tant, che pòdia almen consolàrla, che pòdia almen fàrge véder el gran dispiazér che giâi de nó podér remediar al dan, che pòdia domandàrge scusa a só fradèl de chel che ài copà, e che ‘l Sioredio se i lo vorà el gé fagia passar el rancór.» Al guardian gé pareva che ‘n pas enzì, estra che èsser bòn, el podeva conzìliar sèmper de pù ca famìlia col convènt; e l’è nà sùbit da chel siór, a dìrge del desidèri de fra Cristoforo. El nobile nó ‘l se spetava sta domanda e ‘l sa fat gran maravéa, da na banda g’è nù ancór de pù ‘l nervóso, ma da l’àutra giâ fat ancia piazér. Dopo avérge pensà su n’àtimo, «Che ‘l vègnia doman», el dis e po’ ‘l giâ dit l’ora. El guardian l’è tornà de vòuta e ‘l giâ dit a fra Cristoforo che i eva azetà de véderlo. Chel nobile l’à pensà sùbit de dir a tuti de ca pòsta col frate, perché ‘nzì ‘l só crèdit enla só famìlia e ancia ‘ntra la zènt el saròs cressù; e per de pù ‘l saròs sta na bela pazìna ente la storia de la só zenìa. El giâ fat savér en prèssa a tuti i parènti che ‘l dì dré a mezdì i se fus tegnùdi liberi che i era ‘nvidadi a só ciasa. A mezdì ‘l palàz l’era ‘n formigiàr de sióri e sióre vècli e zóni: en ciarnevàl de gran mantèi, de plume e de spade scorlànt, en mòverse lizér de coléti inamidadi a plegiòte, en strozzegiàr de palandrane ricamade. Le ciàmere, la cort e la strada l’era ‘n formigiàr de sèrvi, de giarzóni, de róbleri, e tanti curiosi. Fra Cristoforo el s’è acòrt de chel bordèl e ‘l s’è ‘mmazinà sùbit la ciàusa e g’è nù ‘l pipacùl; ma dopo ‘n pezzòt, l’à pensà ― Ben ben: l’ài copà ‘n piazza a la presènza de tanti só nemìzi: l’è stà ‘n scàndol e chésto l’è ‘l castìgo. ― E alór coi òcli bassi, ensèma al frate che lo compagnàva de flànc’ l’è passà dal portón de ca ciasa, l’à traversà la cort tra tuta ca fóla sfazzada che i lo vardàva da la testa ai pèi; l’è nà su per le s-ciale e ‘n mèz a n’àutra fóla de sióri che cando che ‘l passàva i sé féva da na banda, tuti i ló osservàva e a la fin l’è arivà dinanzi al padrón de ciasa; sto cì, zircondà dai parènti pù strénti, l’era ìo en pè su drit en mèz a la sala, el vardàva per tèra col barbizòl per aria, con la ‘nzància el struciàva el mànec’ de la spada, co l’andrìta el strenzéva el bàver del mantèl sul stómec’. A bòte sé vét sùbit sul mus e ‘ntéla condóta de n’òm, chél che ‘l sènt énter enla só cossiènza, e na fóla che i lo vedéss, tuti i daròs el stés zudìzi. Ancia ‘l mus e ‘l portamént de fra Cristoforo i mossàva clar a tuti chéi che g’era ìo presenti, che nó ‘l s’èra fat frate e nancia che ‘l fus ìo ‘nchél pòsto per paura e chesto l’à scomenzià a méterlo d’acòrdi con tuti. Cando che l’à vist el fradèl de chel che l’éva copà, l’à pessegià e ‘l s’è metù ‘n zinoclón ai só pèi, l’à metù le man a crós sul stómec’, e sbassàndo la pelàda l’à dit ste paròle: «mì son chel che à copà só fradèl. El Sioredio ‘l sa che gé ‘l daròssi de vòuta ancia a costo de morìr mì; però nó podèndo far àuter che domandàrge scuse inutili e tardìve, el sùplichi, per amor de Dio, de azetàrle». Tuti i òcli i era per el novìzi e per l’òm che ló scoutàva; tuti i era con le récle su drìte. Cando che fra Cristoforo l’à ruà de parlar l’è levà su ‘n pè, e per tuta la sala se sentìva ‘n sussùrar de pietà e de respèt. El nòbile che ‘l cognéva mossàr bontà al pòer frate, ma che ‘l tegnìva scònta la rabia, l’era restà da che paròle; sgobàndose zó vèrs el zinoclatòri ‘l dis: «l’ofésa… el fato… ma la telàra che portào… ma nancia sól per chésto, ancia per voi… Padre levà su… Me fradèl… nó pòdi negiàrlo… l’era ‘n cavaliér… l’era n’òm… en pòc’ ribèle… en pòc’ nervós. Ma tut ciàpita per volér del Sioredio. Nó se ‘n pàrlia pù… Ma padre, nó ‘l stàgia ìo ‘nzinoclà». Po’ i l’à zapà per i brazzi e i l’à tirà su. Fra Cristoforo en pè ma sèmper coi òcli bassi l’à respondù: «ma mì alór pòdi sperar che el ‘l m’àbia perdonà! E se giâi el perdon da el, da cì èl po’ che nó pòdi speràrlo? Oh, se podéssite sentìr da la só bócia sta parola, perdón!» «Perdón?» el dis el nòbile. «El nó ‘l gé n’à de bisògn. Ma sicome i lo desìdera, segùr, segùr, mì gé perdóni de tuto còr, e tuti…» «Tuti, tuti!» i zigiàva ensèma i presènti. Sul mus del frate s’à vist sùbit na gran sodisfazión, ma se vedéva ancia tanta umiltà e dispiazer per el mal che l’éva fat e che sol el Sioredio podèva conzàr. El nòbile, el s’è ‘ngropà, el giâ trat i brazzi al còl, e ‘l giâ dat e l’à rizevù el bas de la paze. Da tuti i ciantóni del salón s’à sentù: «brao! benón!» e tuti i s’è svizinadi al frate. Entant e nù i sèrvi, con tanta de ca ròba bona da magnar e da béver. El nòbile el s’è tirà da na banda col fra Cristoforo, che ‘l féva ségn de volér nàrsen e ‘l giâ dit: «padre el se tògîa su ancia el vergot; el me dàgîa na prova de amicizia». E i l’à servì prima de tuti i àutri; ma el el s’è tirà da na banda, da bòn òm benarlevà, «ste ròbe,» ‘l dis «nó le è pù per mì; però nó vòi nancia refudar i vòssi regiài. Son dré a partìr: se pròpri ‘l vòl el mé fàgîa portar en panét, da podér dir che ài godèst de la vòssa ciarità, de aver magnà ‘l só pan, e de aver bù ‘l vòs perdon». El nòbile sèmper engropà, l’à ordenà che i gé portàs el pan, è ciapità sùbit en cameriér, tirà come ‘n ciauzzòt, che giâ portà ‘l panét su ‘nten piat de arzènt e i gé l’à presentà al padre, che i l’à tòt la ringrazià e i l’à metù ‘nla bussacia. Po’ l’à domandà de podér nàrsen, l’à brazzà de nòu el padrón de ciasa, e tuti chei che g’èra ìo dausìn e per liberàrse l’à fat en pòc’ de fadìgia; l’à cognèst combàter ancia ‘nle anticàmere per tòrse via dai servi e ancia dai róbleri che i gé basava la tònegia, ‘l cordón, el ciapùz; el s’è trovà ‘nla strada portà come ‘n trionfo, compagnà da na fóla de pòpol, enfìn al portón de la zità; e l’à scomenzià a nar a pè vèrs el posto endo che l’avròs fat el só noviziàt. El nòbile, fradèl del mòrt, e tuta la parentèla che i se spetava de godérse l’orgòi de smusàr el padre Cristoforo, i s’è trovadi ‘nveze contènti del perdón e de l’indulgenza vèrs chel frate. La compagnìa l’è stata ìo ancór per en pèz en alegrìa e calma come nó era mai suzèst, a far discorsi che prima de nar ente ca ciasa ‘nzun s’èra ‘mmazinà de far. Envéze de tòrse la sodisfazión de umiliàr e de vendicàrse, i discorsi i era tuti per lodar el novìzi, per èsser nadi d’acòrdi, per aver bù passienza. Calchedun che per la zincantesima bòta l’avròs contà ca storia del conte Muzio só pare, che ‘l géva strupà la bócia al marchés Stanislao che l’era chel bulo che tuti i cognoss, enveze i eva discorèst de le penitenze, e de la passiènza straodenaria de ‘n fra Simón mòrt tanti ani prima. Partìda che l’era la compagnìa, el padrón, engropà, el pensava ancor con maravéa, chel che l’éva ‘mparà, e chel che pròpri el l’éva dit; e ‘ntrà i denti ‘l brontolava: ― can da l’òstrega de ‘n frate! (gè vòl che scrivégen le só paròle prezìse) ― diàolo de ‘n frate! se ‘l restàva ìo ancora ‘n pezzòt en zinòcel, scàsi scàsi gé domandàvi scusa mì, che ‘l m’eva copà ‘l fradèl. ― La nòssa storia la conta pròpri che da chel dì, chel siór l’è sta en pòc’ pu prudente, e ‘n pòc’ pu a la man. El padre Cristoforo el ciaminava, con na consolazión che dopo chel dì tremendo nó l’avròs pù provà, e che per scanzelàrlo el doveva consacrar tuta la só vita ‘ntrégia. Ogni novìzi ‘l géva la consegna del silènzio, e i lo rispetava senza nascòrzerse, tanto l’era intento a pensar a le fadìge, ai sacrifìzi, e le umiliazión che l’averòs patì per scanzelàr el só pecià. El s’è fermà, entórn a mezdì, da ‘n benefatór e l’à magnà con en zèrto apetìt el pan del perdón; ma ‘l n’à sparagnà en tòc’, e i l’à metù ‘nla bussacia, con chela de tègnerlo per sèmper come ‘n recòrt. El nòs scòpo nó l’è chel de contàrve la storia de la só vita da frate, disén sol che l’osservava, sèmper con bòna volontà e gran riguardo i servìzi che i ge deva ordine de far, de prediciàr, e de assìster i maladi en fin de vita e ‘l vardava ancia de far àutre opere bòne che ‘l s’eva ‘mpensà el: comodar le bègie, e protézer i perseghitàdi. L’era chésto ‘l só talènt, e senza che ‘l se n’ascorzés, el mossava ancor la só vècla abitudine, e ‘n svanzaròt de spìrit da bulo, che le umiliazión e le penitènze nó le era stade bòne de smorzar dal tut. Can che ‘l parlava de sòlit l’era calmo e cossienziós; ma cando che se tratava de zustìzia e de verità combatùda, l’òm el se azitava de colp, come prima de nar frate e ‘l cognéva sforzàrse de star calmo. Tuta la só condóta e ‘l só portamént i mossàva da na bànda ‘n caràter sfèrs, rebùf, e da l’àutra na volontà che de sòlit la venzéva, el steva sèmper con le récle su drìte. En só compàgn e amìzi, che i ló cognosséva ben, en bòt i l’éva paragonà a che paròle, come che se dìs malgrazióse, che a bòte i le pronunzia ancià i pù benarlevadi, magiàri coi denti strénti, ma che però le se fa ciapìr benón come cando che le è dite ‘ntrége. Se na pora putèla che nó 'l cognosseva nancia, come ‘ntel caso de la Lucia, l’avés clamà 'l só aiùt, el saròss córs en prèssa. Sicóme po’ èstra l’era pròpri la Lucia, el s’è presentà ancór pù segùr, perché i la cognosséva e i la prezziava per el fato che la fus nozènta, e l’era zà ‘n pensiér per i perìcoi che la n’éva ‘ncontra, e ‘l géva na santa rabia per ca angiarìa che g’èra ciapità. Per àuter, sicome i l’éva consigliada el, per redur el pézi, de nó far véder engot, e de star ìo calma, el géva paura che chel consìli l’avéss procurà calche efèto stòrt; e alór a la prèssa de far en piazér che i lo géva ‘ntél sànc, ente sto caso se taciàva 'l scrùpol angóssiós che de spes tormenta la bòna zènt. Entant che sen stadi ìo a contàr la storia de padre Cristoforo, l’era arivà e l’à vardà ent da l’us; le doi feumne, le à molà l’aspi che le era dré a far ziràr e sgringenar, le è levade ‘n pè, e le à dit ensèma: «oh padre Cristoforo! Che ‘l sia benedét!»
Il qual padre Cristoforo si fermò ritto sulla soglia, e appena ebbe traguardate le donne, dovette accorgersi che i suoi presentimenti non erano fallaci. Onde, con quel tuono d’interrogazione che va incontro ad una trista risposta, levando la barba con un moto leggiero della testa all’indietro, disse: “e bene?” Lucia rispose con uno scoppio di pianto. La madre cominciava a fare scusa dell’avere osato...., ma egli si avanzò, e postosi a sedere sur un deschetto a tre piedi, troncò tutte le scuse, dicendo a Lucia: “quietatevi, povera figliuola. E voi,” disse poi ad Agnese, “contatemi che cosa c’è!” Mentre la buona donna faceva alla meglio la sua trista relazione, il frate diventava di mille colori, e quando alzava gli occhi al cielo, quando batteva i piedi. Terminata la storia, si coperse il volto con ambe le mani e sclamò: “o Dio benedetto! fino a quando....!” Ma senza compiere la frase, rivolto di nuovo alle donne: “poverette!” disse: “Dio vi ha visitate. Povera Lucia!” “Non ci abbandonerà, padre?” disse questa, singhiozzando. “Abbandonarvi!” rispose. “E con che faccia potrei io chieder a Dio qualcosa per me, quando v’avessi abbandonata? voi in questo stato! voi, ch’Egli mi confida! Non vi perdete d’animo: Egli v’assisterà: Egli vede tutto: Egli può servirsi anche d’un uomo da nulla come son io, per confondere un... Vediamo, pensiamo quel che si possa fare.” Così dicendo, appoggiò il gomito sinistro sul ginocchio, chinò la fronte nella palma, e con la destra strinse la barba e il mento, come per tener ferme e unite tutte le potenze dell’animo. Ma la più attenta considerazione non serviva che a fargli scorgere più distintamente quanto il caso fosse pressante e intrigato, e quanto scarsi, quanto incerti e pericolosi i ripieghi. — Mettere un po’ di vergogna a don Abbondio, e fargli sentire quanto manchi al suo dovere? Vergogna e dovere sono un nulla per lui, quando ha paura. E fargli paura? Che mezzi ho io mai di fargliene una che superi quella che ha d’una schioppettata? Informar di tutto il cardinale arcivescovo, e invocar la sua autorità? Ci vuol tempo: e intanto? e poi? Quand’anche questa povera innocente fosse maritata, sarebbe questo un freno per quell’uomo? Chi sa a qual segno possa arrivare?... E resistergli? Come? Ah! se potessi, pensava il povero frate, se potessi tirar dalla mia i miei frati di qui, que’ di Milano! Ma! non è un affare comune; sarei abbandonato. Costui fa l’amico del convento, si spaccia per partigiano de’ cappuccini: e i suoi bravi non son venuti più d’una volta a ricoverarsi da noi? Sarei solo in ballo; mi buscherei anche dell’inquieto, dell’imbroglione, dell’accattabrighe; e, quel ch’è più, potrei fors’anche, con un tentativo fuor di tempo, peggiorar la condizione di questa poveretta. — Contrappesato il pro e il contro di questo e di quel partito, il migliore gli parve d’affrontar don Rodrigo stesso, tentar di smoverlo dal suo infame proposito, con le preghiere, coi terrori dell’altra vita, anche di questa, se fosse possibile. Alla peggio, si potrebbe almeno conoscere, per questa via, più distintamente quanto colui fosse ostinato nel suo sporco impegno, scoprir di più le sue intenzioni, e prender consiglio da ciò. Mentre il frate stava così meditando, Renzo, il quale, per tutte le ragioni che ognun può indovinare, non sapeva star lontano da quella casa, era comparso sull’uscio; ma, visto il padre sopra pensiero, e le donne che facevan cenno di non disturbarlo, si fermò sulla soglia, in silenzio. Alzando la faccia, per comunicare alle donne il suo progetto, il frate s’accorse di lui, e lo salutò in un modo ch’esprimeva un’affezione consueta, resa più intensa dalla pietà. “Le hanno detto..., padre?” gli domandò Renzo, con voce commossa. “Pur troppo; e per questo son qui.” “Che dice di quel birbone...?” “Che vuoi ch’io dica di lui? Non è qui a sentire: che gioverebbero le mie parole? Dico a te, il mio Renzo, che tu confidi in Dio, e che Dio non t’abbandonerà.” “Benedette le sue parole!” esclamò il giovane. “Lei non è di quelli che dan sempre torto a’ poveri. Ma il signor curato, e quel signor dottor delle cause perse...” “Non rivangare quello che non può servire ad altro che a inquietarti inutilmente. Io sono un povero frate; ma ti ripeto quel che ho detto a queste donne: per quel poco che posso, non v’abbandonerò.” “Oh, lei non è come gli amici del mondo! Ciarloni! Chi avesse creduto alle proteste che mi facevan costoro, nel buon tempo; eh eh! Eran pronti a dare il sangue per me; m’avrebbero sostenuto contro il diavolo. S’io avessi avuto un nemico?... bastava che mi lasciassi intendere; avrebbe finito presto di mangiar pane. E ora, se vedesse come si ritirano...” A questo punto, alzando gli occhi al volto del padre, vide che s’era tutto rannuvolato, e s’accorse d’aver detto ciò che conveniva tacere. Ma volendo raccomodarla, s’andava intrigando e imbrogliando: “volevo dire... non intendo dire... cioè, volevo dire...” “Cosa volevi dire? E che? tu avevi dunque cominciato a guastar l’opera mia, prima che fosse intrapresa! Buon per te che sei stato disingannato in tempo. Che! tu andavi in cerca d’amici... quali amici!... che non t’avrebber potuto aiutare, neppur volendo! E cercavi di perder Quel solo che lo può e lo vuole! Non sai tu che Dio è l’amico de’ tribolati, che confidano in Lui? Non sai tu che, a metter fuori l’unghie, il debole non ci guadagna? E quando pure...” A questo punto, afferrò fortemente il braccio di Renzo: il suo aspetto, senza perder d’autorità, s’atteggiò d’una compunzione solenne, gli occhi s’abbassarono, la voce divenne lenta e come sotterranea: “quando pure... è un terribile guadagno! Renzo! vuoi tu confidare in me?... che dico in me, omiciattolo, fraticello? Vuoi tu confidare in Dio?” “Oh sì!” rispose Renzo. “Quello è il Signore davvero.” “Ebbene; prometti che non affronterai, che non provocherai nessuno, che ti lascerai guidar da me.” “Lo prometto.” Lucia fece un gran respiro, come se le avesser levato un peso d’addosso; e Agnese disse: “bravo figliuolo.” “Sentite, figliuoli,” riprese fra Cristoforo: “io anderò oggi a parlare a quell’uomo. Se Dio gli tocca il cuore, e dà forza alle mie parole, bene: se no, Egli ci farà trovare qualche altro rimedio. Voi intanto, statevi quieti, ritirati, scansate le ciarle, non vi fate vedere. Stasera, o domattina al più tardi, mi rivedrete.” Detto questo, troncò tutti i ringraziamenti e le benedizioni, e partì. S’avviò al convento, arrivò a tempo d’andare in coro a cantar sesta, desinò, e si mise subito in cammino, verso il covile della fiera che voleva provarsi d’ammansare. Il palazzotto di don Rodrigo sorgeva isolato, a somiglianza d’una bicocca, sulla cima d’uno de’ poggi ond’è sparsa e rilevata quella costiera. A questa indicazione l’anonimo aggiunge che il luogo (avrebbe fatto meglio a scriverne alla buona il nome) era più in su del paesello degli sposi, discosto da questo forse tre miglia, e quattro dal convento. Appiè del poggio, dalla parte che guarda a mezzogiorno, e verso il lago, giaceva un mucchietto di casupole, abitate da contadini di don Rodrigo; ed era come la piccola capitale del suo piccol regno. Bastava passarvi, per esser chiarito della condizione e de’ costumi del paese. Dando un’occhiata nelle stanze terrene, dove qualche uscio fosse aperto, si vedevano attaccati al muro schioppi, tromboni, zappe, rastrelli, cappelli di paglia, reticelle e fiaschetti da polvere, alla rinfusa. La gente che vi s’incontrava erano omacci tarchiati e arcigni, con un gran ciuffo arrovesciato sul capo, e chiuso in una reticella; vecchi che, perdute le zanne, parevan sempre pronti, chi nulla gli aizzasse, a digrignar le gengive; donne con certe facce maschie, e con certe braccia nerborute, buone da venire in aiuto della lingua, quando questa non bastasse: ne’ sembianti e nelle mosse de’ fanciulli stessi, che giocavan per la strada, si vedeva un non so che di petulante e di provocativo. Fra Cristoforo attraversò il villaggio, salì per una viuzza a chiocciola, e pervenne su una piccola spianata, davanti al palazzotto. La porta era chiusa, segno che il padrone stava desinando, e non voleva esser frastornato. Le rade e piccole finestre che davan sulla strada, chiuse da imposte sconnesse e consunte dagli anni, eran però difese da grosse inferriate, e quelle del pian terreno tant’alte che appena vi sarebbe arrivato un uomo sulle spalle d’un altro. — Regnava quivi un gran silenzio; e un passeggiero avrebbe potuto credere che fosse una casa abbandonata, se quattro creature, due vive e due morte, collocate in simmetria, di fuori, non avesser dato un indizio d’abitanti. Due grand’avoltoi, con l’ali spalancate, e co’ teschi penzoloni, l’uno spennacchiato e mezzo roso dal tempo, l’altro ancor saldo e pennuto, erano inchiodati, ciascuno sur un battente del portone; e due bravi, sdraiati, ciascuno sur una delle panche poste a destra e a sinistra, facevan la guardia, aspettando d’esser chiamati a goder gli avanzi della tavola del signore. Il padre si fermò ritto, in atto di chi si dispone ad aspettare; ma un de’ bravi s’alzò, e gli disse: “padre, padre, venga pure avanti: qui non si fanno aspettare i cappuccini: noi siamo amici del convento: e io ci sono stato in certi momenti che fuori non era troppo buon’aria per me; e se mi avesser tenuta la porta chiusa, la sarebbe andata male.” Così dicendo, diede due picchi col martello. A quel suono risposer subito di dentro gli urli e le strida di mastini e di cagnolini; e, pochi momenti dopo, giunse borbottando un vecchio servitore; ma, veduto il padre, gli fece un grand’inchino, acquietò le bestie, con le mani e con la voce, introdusse l’ospite in un angusto cortile, e richiuse la porta. Accompagnatolo poi in un salotto, e guardandolo con una cert’aria di maraviglia e di rispetto, disse: “non è lei... il padre Cristoforo di Pescarenico?” “Per l’appunto.” “Lei qui?” “Come vedete, buon uomo.” “Sarà per far del bene. Del bene,” continuò mormorando tra i denti, e rincamminandosi, “se ne può far per tutto.” Attraversati due o tre altri salotti oscuri, arrivarono all’uscio della sala del convito. Quivi un gran frastono confuso di forchette, di coltelli, di bicchieri, di piatti, e sopra tutto di voci discordi, che cercavano a vicenda di soverchiarsi. Il frate voleva ritirarsi, e stava contrastando dietro l’uscio col servitore, per ottenere d’essere lasciato in qualche canto della casa, fin che il pranzo fosse terminato; quando l’uscio s’aprì. Un certo conte Attilio, che stava seduto in faccia (era un cugino del padron di casa; e abbiam già fatta menzione di lui, senza nominarlo), veduta una testa rasa e una tonaca, e accortosi dell’intenzione modesta del buon frate, “ehi! ehi!” gridò: “non ci scappi, padre riverito: avanti, avanti.” Don Rodrigo, senza indovinar precisamente il soggetto di quella visita, pure, per non so qual presentimento confuso, n’avrebbe fatto di meno. Ma, poichè lo spensierato d’Attilio aveva fatta quella gran chiamata, non conveniva a lui di tirarsene indietro; e disse: “venga, padre, venga.” Il padre s’avanzò, inchinandosi al padrone, e rispondendo, a due mani, ai saluti de’ commensali. L’uomo onesto in faccia al malvagio, piace generalmente (non dico a tutti) immaginarselo con la fronte alta, con lo sguardo sicuro, col petto rilevato, con lo scilinguagnolo bene sciolto. Nel fatto però, per fargli prender quell’attitudine, si richiedon molte circostanze, le quali ben di rado si riscontrano insieme. Perciò, non vi maravigliate se fra Cristoforo, col buon testimonio della sua coscienza, col sentimento fermissimo della giustizia della causa che veniva a sostenere, con un sentimento misto d’orrore e di compassione per don Rodrigo, stesse con una cert’aria di suggezione e di rispetto, alla presenza di quello stesso don Rodrigo, ch’era lì in capo di tavola, in casa sua, nel suo regno, circondato d’amici, d’omaggi, di tanti segni della sua potenza, con un viso da far morire in bocca a chi si sia una preghiera, non che un consiglio, non che una correzione, non che un rimprovero. Alla sua destra sedeva quel conte Attilio suo cugino, e, se fa bisogno di dirlo, suo collega di libertinaggio e di soverchieria, il quale era venuto da Milano a villeggiare, per alcuni giorni, con lui. A sinistra, e a un altro lato della tavola, stava, con gran rispetto, temperato però d’una certa sicurezza, e d’una certa saccenteria, il signor podestà, quel medesimo a cui, in teoria, sarebbe toccato a far giustizia a Renzo Tramaglino, e a fare star a dovere don Rodrigo, come s’è visto di sopra. In faccia al podestà, in atto d’un rispetto il più puro, il più sviscerato, sedeva il nostro dottor Azzecca-garbugli, in cappa nera, e col naso più rubicondo del solito: in faccia ai due cugini, due convitati oscuri, de’ quali la nostra storia dice soltanto che non facevano altro che mangiare, chinare il capo, sorridere e approvare ogni cosa che dicesse un commensale, e a cui un altro non contraddicesse. “Da sedere al padre,” disse don Rodrigo. Un servitore presentò una sedia, sulla quale si mise il padre Cristoforo, facendo qualche scusa al signore, d’esser venuto in ora inopportuna. “Bramerei di parlarle da solo a solo, con suo comodo, per un affare d’importanza,” soggiunse poi, con voce più sommessa, all’orecchio di don Rodrigo. “Bene, bene, parleremo;” rispose questo: “ma intanto si porti da bere al padre.” Il padre voleva schermirsi; ma don Rodrigo, alzando la voce, in mezzo al trambusto ch’era ricominciato, gridava: “no, per bacco, non mi farà questo torto; non sarà mai vero che un cappuccino vada via da questa casa, senza aver gustato del mio vino, nè un creditore insolente, senza aver assaggiate le legna de’ miei boschi.” Queste parole eccitarono un riso universale, e interruppero un momento la questione che s’agitava caldamente tra i commensali. Un servitore, portando sur una sottocoppa un’ampolla di vino, e un lungo bicchiere in forma di calice, lo presentò al padre; il quale, non volendo resistere a un invito tanto pressante dell’uomo che gli premeva tanto di farsi propizio, non esitò a mescere, e si mise a sorbir lentamente il vino. “L’autorità del Tasso non serve al suo assunto, signor podestà riverito; anzi è contro di lei;” riprese a urlare il conte Attilio: “perchè quell’uomo erudito, quell’uomo grande, che sapeva a menadito tutte le regole della cavalleria, ha fatto che il messo d’Argante, prima d’esporre la sfida ai cavalieri cristiani, chieda licenza al pio Buglione...” “Ma questo” replicava, non meno urlando, il podestà, “questo è un di più, un mero di più, un ornamento poetico, giacchè il messaggiero è di sua natura inviolabile, per diritto delle genti, jure gentium: e, senza andar tanto a cercare, lo dice anche il proverbio: ambasciator non porta pena. E, i proverbi, signor conte, sono la sapienza del genere umano. E, non avendo il messaggiero detto nulla in suo proprio nome, ma solamente presentata la sfida in iscritto…” “Ma quando vorrà capire che quel messaggiero era un asino temerario, che non conosceva le prime...?” “Con buona licenza di lor signori, ” interruppe don Rodrigo, il quale non avrebbe voluto che la questione andasse troppo avanti: “rimettiamola nel padre Cristoforo; e si stia alla sua sentenza. ” “Bene, benissimo,” disse il conte Attilio, al quale parve cosa molto garbata il far decidere un punto di cavalleria da un cappuccino; mentre il podestà, più infervorato di cuore nella questione, si chetava a stento, e con un certo viso, che pareva volesse dire: ragazzate. “Ma, da quel che mi pare d’aver capito,” disse il padre, “non son cose di cui io mi deva intendere.” “Solite scuse di modestia di loro padri;” disse don Rodrigo: “ma non mi scapperà. Eh via! sappiam bene che lei non è venuta al mondo col cappuccio in capo, e che il mondo l’ha conosciuto. Via, via: ecco la questione.” “Il fatto è questo,” cominciava a gridare il conte Attilio. “Lasciate dir a me, che son neutrale, cugino,” riprese don Rodrigo. “Ecco la storia. Un cavaliere spagnolo manda una sfida a un cavalier milanese: il portatore, non trovando il provocato in casa, consegna il cartello a un fratello del cavaliere; il qual fratello legge la sfida, e in risposta dà alcune bastonate al portatore. Si tratta...” “Ben date, ben applicate,” gridò il conte Attilio. “Fu una vera ispirazione.” “Del demonio,” soggiunse il podestà. “Battere un ambasciatore! persona sacra! Anche lei, padre, mi dirà se questa è azione da cavaliere.” “Sì, signore, da cavaliere,” gridò il conte: “e lo lasci dire a me, che devo intendermi di ciò che conviene a un cavaliere. Oh, se fossero stati pugni, sarebbe un’altra faccenda; ma il bastone non isporca le mani a nessuno. Quello che non posso capire è perchè le premano tanto le spalle d’un mascalzone.” “Chi le ha parlato delle spalle, signor conte mio? Lei mi fa dire spropositi che non mi son mai passati per la mente. Ho parlato del carattere, e non di spalle, io. Parlo sopra tutto del diritto delle genti. Mi dica un poco, di grazia, se i feciali che gli antichi Romani mandavano a intimar le sfide agli altri popoli, chiedevan licenza d’esporre l’ambasciata: e mi trovi un poco uno scrittore che faccia menzione che un feciale sia mai stato bastonato.” “Che hanno a far con noi gli ufiziali degli antichi Romani? gente che andava alla buona, e che, in queste cose, era indietro, indietro. Ma, secondo le leggi della cavalleria moderna, ch’è la vera, dico e sostengo che un messo il quale ardisce di porre in mano a un cavaliere una sfida, senza avergliene chiesta licenza, è un temerario, violabile violabilissimo, bastonabile bastonabilissimo...” “Risponda un poco a questo sillogismo.” “Ma ascolti, ma ascolti, ma ascolti. Percotere un disarmato è atto proditorio; atqui il messo de quo era senz’arme; ergo...” “Piano, piano, signor podestà. ” “Che piano?” “Piano, le dico: cosa mi viene a dire? Atto proditorio è ferire uno con la spada, per di dietro, o dargli una schioppettata nella schiena: e, anche per questo, si posson dar certi casi... ma stiamo nella questione. Concedo che questo generalmente possa chiamarsi atto proditorio; ma appoggiar quattro bastonate a un mascalzone! Sarebbe bella che si dovesse dirgli: guarda che ti bastono: come si direbbe a un galantuomo: mano alla spada. — E lei, signor dottor riverito, in vece di farmi de’ sogghigni, per farmi capire ch’è del mio parere, perchè non sostiene le mie ragioni, con la sua buona tabella, per aiutarmi a persuader questo signore?” “Io...” rispose confusetto il dottore: “io godo di questa dotta disputa; e ringrazio il bell’accidente che ha dato occasione a una guerra d’ingegni così graziosa. E poi, a me non compete di dar sentenza: sua signoria illustrissima ha già delegato un giudice... qui il padre...” “È vero;” disse don Rodrigo: “ma come volete che il giudice parli, quando i litiganti non vogliono stare zitti?” “Ammutolisco,” disse il conte Attilio. Il podestà strinse le labbra, e alzò la mano, come in atto di rassegnazione. “Ah sia ringraziato il cielo! A lei, padre,” disse don Rodrigo, con una serietà mezzo canzonatoria. “Ho già fatte le mie scuse, col dire che non me n’intendo,” rispose fra Cristoforo, rendendo il bicchiere a un servitore. “Scuse magre:” gridarono i due cugini: “vogliamo la sentenza!” “Quand’è così,” riprese il frate, “il mio debole parere sarebbe che non vi fossero nè sfide, nè portatori, nè bastonate.” I commensali si guardarono l’un con l’altro maravigliati. “Oh questa è grossa!” disse il conte Attilio. “Mi perdoni, padre, ma è grossa. Si vede che lei non conosce il mondo.” “Lui?” disse don Rodrigo: “me lo volete far ridire: lo conosce, cugino mio, quanto voi: non è vero, padre? Dica, dica, se non ha fatta la sua carovana?” In vece di rispondere a quest’amorevole domanda, il padre disse una parolina in segreto a sè medesimo: — queste vengono a te; ma ricordati, frate, che non sei qui per te, e che tutto ciò che tocca te solo, non entra nel conto. “Sarà,” disse il cugino: “ma il padre... come si chiama il padre?” “Padre Cristoforo” rispose più d’uno. “Ma, padre Cristoforo, padron mio colendissimo, con queste sue massime, lei vorrebbe mandare il mondo sottosopra. Senza sfide! Senza bastonate! Addio il punto d’onore: impunità per tutti i mascalzoni. Per buona sorte che il supposto è impossibile.” “Animo, dottore,” scappò fuori don Rodrigo, che voleva sempre più divertire la disputa dai due primi contendenti, “animo, a voi, che, per dar ragione a tutti, siete un uomo. Vediamo un poco come farete per dar ragione in questo al padre Cristoforo.” “In verità,” rispose il dottore, tenendo brandita in aria la forchetta, e rivolgendosi al padre, “in verità io non so intendere come il padre Cristoforo, il quale è insieme il perfetto religioso e l’uomo di mondo, non abbia pensato che la sua sentenza, buona, ottima e di giusto peso sul pulpito, non val niente, sia detto col dovuto rispetto, in una disputa cavalleresca. Ma il padre sa, meglio di me, che ogni cosa è buona a suo luogo; e io credo che, questa volta, abbia voluto cavarsi, con una celia, dall’impiccio di proferire una sentenza.” Che si poteva mai rispondere a ragionamenti dedotti da una sapienza così antica, e sempre nuova? Niente: e così fece il nostro frate. Ma don Rodrigo, per voler troncare quella questione, ne venne a suscitare un’altra. “A proposito,” disse, “ho sentito che a Milano correvan voci d’accomodamento.” Il lettore sa che in quell’anno si combatteva per la successione al ducato di Mantova, del quale, alla morte di Vincenzo Gonzaga, che non aveva lasciata prole legittima, era entrato in possesso il duca di Nevers, suo parente più prossimo. Luigi XIII, ossia il cardinale di Richelieu, sosteneva quel principe, suo ben affetto, e naturalizzato francese: Filippo IV, ossia il conte d’Olivares, comunemente chiamato il conte duca, non lo voleva lì, per le stesse ragioni; e gli aveva mosso guerra. Siccome poi quel ducato era feudo dell’impero, così le due parti s’adoperavano, con pratiche, con istanze, con minacce, presso l’imperator Ferdinando II, la prima perchè accordasse l’investitura al nuovo duca; la seconda perchè gliela negasse, anzi aiutasse a cacciarlo da quello stato. “Non son lontano dal credere,” disse il conte Attilio, “che le cose si possano accomodare. Ho certi indizi...” “Non creda, signor conte, non creda,” interruppe il podestà. “Io, in questo cantuccio, posso saperle le cose; perchè il signor castellano spagnolo, che, per sua bontà, mi vuole un po’ di bene, e per esser figliuolo d’un creato del conte duca, è informato d’ogni cosa...” “Le dico che a me accade ogni giorno di parlare in Milano con ben altri personaggi; e so di buon luogo che il papa, interessatissimo, com’è, per la pace, ha fatto proposizioni...” “Così dev’essere; la cosa è in regola; sua santità fa il suo dovere; un papa deve sempre metter bene tra i principi cristiani; ma il conte duca ha la sua politica, e...” “E, e, e; sa lei, signor mio, come la pensi l’imperatore, in questo momento? Crede lei che non ci sia altro che Mantova a questo mondo? le cose a cui si deve pensare son molte, signor mio. Sa lei, per esempio, fino a che segno l’imperatore possa ora fidarsi di quel suo principe di Valdistano o di Vallistai, o come lo chiamano, e se...” “Il nome legittimo in lingua alemanna,” interruppe ancora il podestà, “è Vagliensteino, come l’ho sentito proferir più volte dal nostro signor castellano spagnolo. Ma stia pur di buon animo, che...” “Mi vuole insegnare...?” riprendeva il conte; ma don Rodrigo gli diè d’occhio, per fargli intendere che, per amor suo, cessasse di contraddire. Il conte tacque, e il podestà, come un bastimento disimbrogliato da una secca, continuò, a vele gonfie, il corso della sua eloquenza. “Vagliensteino mi dà poco fastidio; perchè il conte duca ha l’occhio a tutto, e per tutto; e se Vagliensteino vorrà fare il bell’umore, saprà ben lui farlo rigar diritto, con le buone, o con le cattive. Ha l’occhio per tutto, dico, e le mani lunghe; e, se ha fisso il chiodo, come l’ha fisso, e giustamente, da quel gran politico che è, che il signor duca di Nivers non metta le radici in Mantova, il signor duca di Nivers non ce le metterà; e il signor cardinale di Riciliù farà un buco nell’acqua. Mi fa pur ridere quel caro signor cardinale, a voler cozzare con un conte duca, con un Olivares. Dico il vero, che vorrei rinascere di qui a dugent’anni, per sentir cosa diranno i posteri, di questa bella pretensione. Ci vuol altro che invidia; testa vuol essere: e teste come la testa d’un conte duca, ce n’è una sola al mondo. Il conte duca, signori miei,” proseguiva il podestà, sempre col vento in poppa, e un po’ maravigliato anche lui di non incontrar mai uno scoglio: “il conte duca è una volpe vecchia, parlando col dovuto rispetto, che farebbe perder la traccia a chi si sia: e, quando accenna a destra, si può esser sicuri che batterà a sinistra: ond’è che nessuno può mai vantarsi di conoscere i suoi disegni; e quegli stessi che devon metterli in esecuzione, quegli stessi che scrivono i dispacci, non ne capiscon niente. Io posso parlare con qualche cognizion di causa; perchè quel brav’uomo del signor castellano si degna di trattenersi meco, con qualche confidenza. Il conte duca, viceversa, sa appuntino cosa bolle in pentola di tutte l’altre corti; e tutti que’ politiconi (che ce n’è di diritti assai, non si può negare) hanno appena immaginato un disegno, che il conte duca te l’ha già indovinato, con quella sua testa, con quelle sue strade coperte, con que’ suoi fili tesi per tutto. Quel pover’uomo del cardinale di Riciliù tenta di qua, fiuta di là, suda, s’ingegna: e poi? quando gli è riuscito di scavare una mina, trova la contrammina già bell’e fatta dal conte duca...” Sa il cielo quando il podestà avrebbe preso terra; ma don Rodrigo, stimolato anche da’ versacci che faceva il cugino, si voltò all’improvviso, come se gli venisse un’ispirazione, a un servitore, e gli accennò che portasse un certo fiasco. “Signor podestà, e signori miei!” disse poi: “un brindisi al conte duca; e mi sapranno dire se il vino sia degno del personaggio.” Il podestà rispose con un inchino, nel quale traspariva un sentimento di riconoscenza particolare; perchè tutto ciò che si faceva o si diceva in onore del conte duca, lo riteneva in parte come fatto a sè. “Viva mill’anni don Gasparo Guzman, conte d’Olivares, duca di san Lucar, gran privato del re don Filippo il grande, nostro signore!” esclamò, alzando il bicchiere. Privato, chi non lo sapesse, era il termine in uso, a que’ tempi, per significare il favorito d’un principe. “Viva mill’anni!” risposer tutti. “Servite il padre,” disse don Rodrigo. “Mi perdoni;” rispose il padre: “ma ho già fatto un disordine, e non potrei...” “Come!” disse don Rodrigo: “si tratta d’un brindisi al conte duca. Vuol dunque far credere ch’ella tenga dai navarrini?” Così si chiamavano allora, per ischerno, i Francesi, dai principi di Navarra, che avevan cominciato, con Enrico IV, a regnar sopra di loro. A tale scongiuro, convenne bere. Tutti i commensali proruppero in esclamazioni, e in elogi del vino; fuor che il dottore, il quale, col capo alzato, con gli occhi fissi, con le labbra strette, esprimeva molto più che non avrebbe potuto far con parole. “Che ne dite eh, dottore?” domandò don Rodrigo. Tirato fuor del bicchiere un naso più vermiglio e più lucente di quello, il dottore rispose, battendo con enfasi ogni sillaba: “dico, proferisco, e sentenzio che questo è l’Olivares de’ vini: censui, et in eam ivi sententiam, che un liquor simile non si trova in tutti i ventidue regni del re nostro signore, che Dio guardi: dichiaro e definisco che i pranzi dell’illustrissimo signor don Rodrigo vincono le cene d’Eliogabalo; e che la carestia è bandita e confinata in perpetuo da questo palazzo, dove siede e regna la splendidezza.” “Ben detto! ben definito!” gridarono, a una voce, i commensali: ma quella parola, carestia, che il dottore aveva buttata fuori a caso, rivolse in un punto tutte le menti a quel tristo soggetto; e tutti parlarono della carestia. Qui andavan tutti d’accordo, almeno nel principale; ma il fracasso era forse più grande che se ci fosse stato disparere. Parlavan tutti insieme. “Non c’è carestia,” diceva uno: “sono gl’incettatori....” “E i fornai,” diceva un altro: “che nascondono il grano. Impiccarli.” “Appunto; impiccarli, senza misericordia.” “De’ buoni processi,” gridava il podestà. “Che processi?” gridava più forte il conte Attilio: “giustizia sommaria. Pigliarne tre o quattro o cinque o sei, di quelli che, per voce pubblica, son conosciuti come i più ricchi e i più cani, e impiccarli.” “Esempi! esempi! senza esempi non si fa nulla.” “Impiccarli! impiccarli!; e salterà fuori grano da tutte le parti.” Chi, passando per una fiera, s’è trovato a goder l’armonia che fa una compagnia di cantambanchi, quando, tra una sonata e l’altra, ognuno accorda il suo stromento, facendolo stridere quanto più può, affine di sentirlo distintamente, in mezzo al rumore degli altri, s’immagini che tale fosse la consonanza di quei, se si può dire, discorsi. S’andava intanto mescendo e rimescendo di quel tal vino; e le lodi di esso venivano, com’era giusto, frammischiate alle sentenze di giurisprudenza economica; sicchè le parole che s’udivan più sonore e più frequenti, erano: ambrosia, e impiccarli. Don Rodrigo intanto dava dell’occhiate al solo che stava zitto; e lo vedeva sempre lì fermo, senza dar segno d’impazienza nè di fretta, senza far atto che tendesse a ricordare che stava aspettando; ma in aria di non voler andarsene, prima d’essere stato ascoltato. L’avrebbe mandato a spasso volentieri, e fatto di meno di quel colloquio; ma congedare un cappuccino, senza avergli dato udienza, non era secondo le regole della sua politica. Poichè la seccatura non si poteva scansare, si risolvette d’affrontarla subito, e di liberarsene; s’alzò da tavola, e seco tutta la rubiconda brigata, senza interrompere il chiasso. Chiesta poi licenza agli ospiti, s’avvicinò, in atto contegnoso, al frate, che s’era subito alzato con gli altri; gli disse: “eccomi a’ suoi comandi;” e lo condusse in un’altra sala.
Pròpri ‘l padre Cristoforo el s’è fermà su drìt su la sòlia, e apena vìst le feumne, l’à dovèst nascòrzerse che le so sensazión le era propri come che ‘l se leva ‘mmazinàde. Sichè la domandà, auzzando la barba lòngia col zèsto de trar endré la testa, e savèndo zà che la risposta la era trista e ‘l dis: “e alor?” La Lucia sùbit l’a s’è metùda a plànzer. So mama la s’è fata avanti con chela de domandàrge scusa…, ma ‘l padre el s’è sentà zó su ‘n scagnèl a trei pèi, l’à fermà sùbit che scuse, disèndoge a la Lucia: “ste calma, pòra fiòla. E voi,” el dis po’ a l’Agnés, contàme chel che g’è!” Entant che ca la bòna dòna la gé contava pù ben che la podéva la situazión, el frate ‘l deventàva de mili colori, e ogni tant l’auzzàva i òcli su sót, o ‘l batéva i pèi per tèra. Ruà la storia, ‘l s’è scuertà 'l mus con tute dói le man e l’à sclamà: “o Dio benedét! enfìn a cando…!” Ma senza finìr che parole, el giâ dit a che pòre feumne: “poréte, el Sioredio l'à volèst méterve a la prova. Pòra Lucia!”. “Nó ‘l ne abandonerà migia, Padre?” la dis la Lucia sanglotànt. El padre l’à respondù: “Arbandonàrve! con che fazza poderòssite po’ domàndar al Sioredio vergot per mì se ve arbandonàssi? voi ente ste condizion! pròpri voi che Chel su sora ‘l me consegna! Nó ste disperàrve: che ‘l Padreterno ‘l vàrda ‘n zó: el vét tut: El el pòl dopràr ancia ‘n pòr òm d’angot come che son mì per confónder en… Vardàn, pensàn a chel che se pòl far.” Entant che ‘l parlava, l’à pozà ‘l gómbet anzànc’ sul zinòcel, l’à metù ‘l vis enla man, e con l’andrìta l’à strucià la barba e ‘l barbizzòl, come per tègner ferme e ‘nsema tute le potenze de l’anima. Ma pù che ‘l ge pensava su con atenzión e pù ben el se nascorzéva che ‘l caso l’era pròpri complicà, e cant che i era s-ciarsi, dubiosi e malsegùri i remèdi. — Mèterge ‘n pòc’ de vergògna a don Abondio e fàrge ciapìr che nó ‘l feva ‘l só dovér? La vergògna e ‘l só dovér nó i conta ‘ngot per el, che l’è plén de riòma. E fàrge paura? Ma che paura pòdite fàrge po’ mì che la sia de pù de na szopetada? Dìrge tut al Cardinal Vesco, e supliciar la só aotorità? Gé vòl en mùcel de tèmp: e po’, che far po’ ‘ntant? E dopo? E ancia se ‘l fus che sta pòra putèla nozènte la podés maridàrse, saròssel assà per fàrgela passar a chel ‘òm? Cissà chel che poròs combinar? E dàrge contra? Ma come po’? Ah, se podéssite, se podéssite tirar da la mia i frati de cacì, chéi da Milan, el pensava ‘l pòver frate! Ma! nó l’è n’afàre da tuti i dì; resteròssi da me pòsta arbandonà. Chel galiòto ‘l fa véder de èsser amìzi del convent, ‘l fa véder de èsser protetór dei zocolanti: e i só róbleri nó èi nudi pù de ‘n bòt a refugiàrse da noiàutri? Saròssi mì sol sul bal; me zaperòssi ancia del ribèle, de l’embroión che vòl méter el bèc’ entei afari dei àutri, de un che tàcia rògne; e, per nó dir che forse poderòssi ancia far pù dani che àuter con na mòssa sbagliada per la situazion de sta pòra putèla. — Pesà per bèn tut chel che l’era ‘l bòn e ‘l trìst de tute le ‘mpensade, la ròba mióra da far giâ parèst chela de ‘nfrontar pròpri don Rodrigo, e vardar se l’era bòn de fàrge passàr chel brut pròposit, col pregiar, provar, se fus possìbol a spaventàrlo metèndoge dinanzi l’infèrn. A la malparàda se poròss almen véder enfìn endo che ‘l poròs arivar entele so mire, ciapìr de pù de le so intenzion, e da ìo tòr na soluzion. Entant che ‘l frate l’era dré a masnar tuti chei pensieri, ‘l Renzo, che nó l’era bòn de star lontan da ca ciasa, e ognun pòl endovinar el perché, l’è ciapità su l’us; ma, vìst el padre sora pensier, e le dòne che gé feva ségn de nó disturbàrlo, ‘l s’è fermà su la sòlia, en silenzio. Auzzà ‘l vis, per dìrge a le feumne chel che ‘l geva ‘n ment, el frate ‘l s’è acòrt che ‘l g’èra ìo e i l’à saludà enten modo che voleva fàrge sentìr la sòlita afezión, ancor pù sinzéra perché ‘l ge feva ancia pecià. “Giàle zà dit…, padre?” El giâ domandà ‘l Renzo, con la ós engropada. “Purtròpo; l’è ben per chel che son cì.” “Che dìgel po’ de chel lazerón…?” “Che vòs che te digia po’ de chél mostro? Nó ‘l g’è cì a sentìr: che serviròssele po’ le me parole? Te ‘l dìgi a tì Renzo, tì che te fìdes del Sioredio, e che ‘l Sioredio nó ‘l te arbandonerà mai.” “Benedéte le só parole!” l’à sclamà ‘l putèl. “El nó l’è de segùr de chei che ge dà sèmper tòrt a la pòra zènt. Ma ‘l siór curat, e chel siór dotór da le ciàuse pèrse…” “Nó vai a remenàr chel che nó pòl servìr a àuter che azitàrte ancor de pù e per engot. Mì son en pòer frate; ma te digi de nòu chel che giâi zà dit a ste feumne: per tut chel che pòdi, vardi de nó arbandonarve.” “Oh, el nó l’è de segur come i sòliti amìzi! Zacolóni! Cando che la neva per el vèrs zust, i era tuti pronti ancia a zontàrgela per mì; ah sì, sì… i saròs stadi da la me part ancia contra ‘l diàul. Se avéssite bu ‘n nemìzi?... bastava che ge l’avéssite fat ‘ntènder; e l’avròs ruà sùbit de magnar pan. E adès, se ‘l vedés come che i se tira ‘ndré…” Enchel momént, auzzàndo i òcli vèrs el padre, l’à vist che l’era tut preocupà, e l’à ciapì sùbit de aver dìt chel che l’era mèio tàser. Volendo comodàrla via, ‘l se ‘ntrigiava e ‘l se ‘mbroiava co le so man: “volevi dir… nó volevi dir… putòst, volevi dir…” “Che voléves dir po’? Che po’? tì che evés zà scomenzià a far nar de mal el me prozèto, prima ancor de scomenziàrlo via! Bòn per tì che te sés rendù cont en tèmp. Che! Tì néves a zerciàr amìzi… che amìzi estra! Che nó i t’averòs podèst aidàr, nancia se i voléva! E zerciàves de pèrder Chel sol che pòl e che vòl aidàrte! Sas no che ‘l Sioredio l’è amìzi de chei che trìbula, che se fida de El? El sas no che a tiràr fòr le óngle el por òm nó ‘l gé vadàgna mai? E ancia se ‘l fus…” A sto punto, l’à zapà per en braz el Renzo struciàndogel fòrt: el só aspèto, senza perder la severità che ‘l geva, el mossàva ‘n gran dispiazer, l’à sbassà i òcli, la só ós l’è deventada lènta e fonda come sotatèra: “ancia se fus… l’è ‘n gadàgn tremendo! Renzo! te fìdes de mì?... ma no che dìgite su po’, de mì, che son ‘n omét, en fratìn? Vòs fìdàrte del Sioredio?” “Ma segùr!” à respondù ‘l Renzo. “Chel l’è ‘l vero Sior.” “Bòn; alor emprométeme che nó naràstus a ‘nfróntar o a zinzegiàr enzun, che te lageràstus guidar da mì.” “L’amprométi.” La Lucia l’à fat en gran sospìr, come se i giavés tòt via cissà che ciàrgia da adòs; e l’Agnese la dis: “brào putèl.” “Sentìme, putèi,” dis el fra Cristoforo: “mì ancòi narài a parlàrge a chel’òm. Se ‘l Sioredio ‘l gé tócia ‘l còr, e ‘l ge dà forza a le me paròle, ben: se no, Chel su sora ‘l ne darà modo de giatàr n’àuter remèdi. Voi entant, sté cì dabèni, dénter da le vòsse porte, vardà de nó baderlar con enzuni, nó féve véder. Stasera o al pù tardi doman matina, me farai véder mì.” E po', l’à zonclà tuti i ringraziamenti e le benedizión, e l’è partì. El s’è ‘nvià vèrs el convènt, e l’è arivà zust a ora a ciantàr la sesta entel coro, l’à disnà e ‘l s’è metù sùbit en viaz vers la tana de ca bèstia che ‘l voleva provàr a domestegiàr. El palazòt de don Rodrigo l’era ‘n pòc’ fòr de man, l’era na sòrt de fortìn enzima a un de chei tanti dòssi sparpaiadi su ca costéra. Chel’un che à lagià scrìt sta storia, a sta notìzia (l’averòs fat meio scrìver el nòm) el ge tacia che sto posto l’era sora ‘l paesòt dei spósi lontan càter o zìnc’ chilometri e sei dal convènt. Ai pèi del dòs, da ca banda che vàrda vèrs mezdì e vèrs el lac’ g’era ‘n muclét de ciasòte, abitade dai contadini de don Rodrigo; l’era come la capitale pìzzola de chél regno pizzolòt. Bastava passàr ìo per ciapìr sùbit en che condizión che viveva ‘l paes. Dando n’oclada dent entei somassi de che ciase che le geva ‘l portón davèrt, se vedeva tacià sui muri szòpi, szòpi de chèi col trombón fòr enzìma, zape, restèi, ciapèi de paia, redesèle e fias-céti da la pólver, trati ìo ‘ncalche vèrs. La zènt che se ‘ncontrava l’èra tut oumnazi tracagnòti e ‘ngrintadi con en gran zuf rebaltà su la testa serà ent ente na redesèla; vècli che eva perdù le zane, che ‘mpareva sèmper pronti ancia sol a vardàrli a mossàr le zanzìve; donère con zèrte fazze da òm, e con zèrti brazzi giaiàrti pronti per nìr dopradi cando che la lénga nó l’era assà: e perfìn entei zògi che feva i pòpi per la strada se vedeva che g’èra vergot de sfazzà e de disonèst. Fra Cristoforo l’à traversà ‘l paesòt e l’è nà su per na stradèla a ghìda, e l’è arivà su ‘nte ‘n planét, dinanzi al ciastèl. La porta la era serada, ségn che ‘l padrón l’era dré a disnar e nó ‘l voléva èsser disturbà. Le pòce finestre che vardava su la strada le era putòst pìzzole e le geva i scuri a scorlón e smassacradi dal tèmp, però le geva le so ‘nferiade per difènderse, e chele che era al pianotèra le era ‘nzì àute che n’òm su le spale de n’àuter el saròs arivà su a stento. — Cacì g’era ‘n gran silenzio; un che fus passà per caso l’averòs pensà de èsser ente na ciasa arbandonada, se nó l’aves fat caso de fòra a càter creature, doi vive e doi morte che le podèva far sospetar che ge fus calchedun. Doi grant agolìni, con le ale spalancade e con la zùcia a spindorlón, un che eva perdù le plume e l’era mèz rozià dal tèmp, chel’àuter ancor bòn e con tute le só plume, tuti doi i era ‘ncloudadi sul portón; po’ su ‘nten doi bance che era ìo, doi róbleri sdravacadi un da banda e un da l’àutra che i féva la guardia e i aspetava de èsser clamadi per magnar i svanzaròti del siór padrón. El padre ‘l s’è fermà su drìt, e l’aspetava che calchedun i lo clamàs; ma un de chei doi galiòti l’è nù ‘n pè e ‘l dis: “padre, padre, ‘l vègnia pur avanti: cacì nó fen mai spetar i franzescani: noi sen amìzi del convènt: e mì son sta entel convènt, cando che de fòr per mì nó l’era aria bòna; e se i m’aves tegnù la porta serada, la saròss nada pròpri mal.” Disèndo ‘nzì, l’à dat doi colpi col batòcel del portón. A sentìr chei bòti de là enter se à sentù sùbit urli e zìgi de ciagnazzi e ciagnòti; e po’ pocì momenti dopo, è arivà brontolant el vèzzo servo; ma come che l’à vist el padre, ‘l giâ fat en grant inchino, l’à vardà de tègner calme le bestie con le man e ancia con la ós, e l’à fat nar ént el frate enten cortìu putòst strentòt e pìzzol e l’à serà la porta. Po’ i l’à compagnà ente na saléta, e vardàndol con na zèrta maravéa e respèt, el dis: “ma èl… el padre Cristoforo da Pescarenico?” “Sì, son propri chel.” “Pròpri el cì?” “Come che vedéo, bòn òm.” “El sarà per far del ben.” El seghitava a mormorar entrà i denti, e ‘nviàndose ancora, el dis: “del bèn, se pòl fàrnen dapertut.” Traversade doi o trei saléte scure, i è arivadi su l’us de la sala endo che i féva trigét. Cacì gera ‘n gran rumór desordenà de piróni, de cortèi, de bicéri, de piati, e pù de tut ós stonade, che le se deva sora una con l’àutra. El frate l’aròs volèst nàrsen e dré a l’us el chestionava col servo per far en modo che i lo lagiàs ente ‘n calche ciantón de la ciasa enfìn che i eva ruà de magnar, ma ‘nte chela s’è daverzù l’us. En zèrto conte Tìlio, che l’era sentà zó davanti (l’era só cosìn del padron de ciasa, e de chesto en zà dit senza nominarlo), come che l’à vist na crapa pelada e na tònegia, e come che ‘l s’è nascòrt che ‘l frate ‘l voleva spetàr enfìn che i eva ruà ‘l disnar, l’à zigià: “ehi, ehi! reverendo padre, nó ‘l né s-ciampia no: avanti, avanti. ” Don Rodrigo, nó l’eva ciapì pròpri ben cì che l’era chel che era nù a trovarlo, epur, per no sai che impression, de ca visita l’aròs pròpri fat a men. Ma sicome chel materiós del Tìlio l’eva fat chel grant saluto, a él nó ge convenìva tiràrse ‘ndré; e alor ‘l dis: “el vègnia, padre el vègnia pur.” El padre l’è nà avanti, fasendo ‘n inchino al padron, l’à respondù con tute doi le man ai saluti de chei che era a tàula. L’òm onèst dinanzi al crudél, en zènere ne plas (nó dìgi a tuti) emmazinàrsel con la testa àuta, con i òcli che vàrda segùr, drìt, col stómec’ en fòra, con na bòna parlantina. A dir la verità però, per fàrge tòr chel portamént ìo, ge vòl che ge sia tante robe metùde ensema, che però tute adùn le suzét pòce bòte. Sichè nó ste farve maravéa se fra Cristoforo, pur con la só cosiènza pù che a posto, pur con chel fortìssim sentimént de zustìzia per ca càusa che l’era dezìso a sostègner, pur avendo ‘n sentimént misto de ribréz e de compassión per don Rodrigo, epur l’era ìo con na zèrta sudizión e plen de respét, pròpri davanti a don Rodrigo, che l’era ìo a tàula, a só ciasa, entel só règno, zircondà dai só amìzi, da tanti onori, e con tanti segni de la só potènza, frate Cristoforo l’era ìo con en mus da far morìr su la bócia a chiunque en piazér o ‘n consìlio, na corezión, o na brontolada. Da na banda g’era sentà zó chel conte Tìlio che l’era só cosìn, e, se ocór dìrlo, l’era só sòzi de sbaracade e de brigantade, che l’era nù da Milan en vizilatura per pòci dì pròpri da el. A man zància da n’àutra banda de la tàula, gera ìo, con grant aotorità, ma con na baldanza e ‘n zèrto sai-tut-mì, el siór podestà, pròpri chel che en pràtigia, ge saròs tocià de far zustìzia al Renzo Tramaglino, e a méter su l’atènti don Rodrigo, come s’à vist prima. Davanti al podestà, con en far da rufiàn come mai pù, gera sentà zó ‘l nòs dotor Azecca-garbugli, col tabàr néger, e col nas pù rós del sòlit: davanti ai doi cosìni, g’era doi òumni che nó se sa cì che l’era, e de chesti la nòssa storia la dis sol che nó i féva àuter che magnar, sbassar la testa, grignar e dir sèmper de sì per aprovar ogni ròba che aves dit un de chei a tàula, a men che n’àuter nó ‘l ge contradisés. “Dége da sentàrse zó al padre,” dis don Rodrigo. En sèrvo l’à portà sùbit na ciarégia, e su chesta s’è sentà zó padre Cristoforo, disèndo calche scusa al padrón per èsserse presentà ente n’ora sfazzàda. Po’ ‘l giâ dit con na ós setìla ente na récla a don Rodrigo: “Voròssi parlàrve a càter òcli, cando che ve fa còmot, per n’afare de na zèrta ‘mportanza.” “Bòn, bòn parleren;” l’à respondù: “ma ‘ntant portàge da béver al padre.” El padre ‘l voleva schivàrsela dal béver con ca zènt; ma don Rodrigo, l’à auzzà la ós en mèz a chel traboldéri che l’era scomenzià de nòu, e ‘l zigiava: “ma no, demóscol, nó ‘l me farà migia sto tòrt; nó s’à mai vìst che ‘n ciapuzìn l’è ciapinà da sta ciasa, senza avér tastà ‘l me vin, e nancia che ‘n seciacoioni che ge resti vergot senza avérge fat tastàr la legna dei me bós-ci.” Ste parole le à ciausà gran risade de tuti, e per en momént le à zonclà na chestion che se tratàva entrà cas combriccola. En sèrvo, portando su ‘nten cabarè ‘l fiàsc’ de vin e un de chei biceróni lòngi a forma de càlize, i l’à esebì al padre; chesto, nó volèndo far complimenti con l’òm che ge premeva tègnerse en bòna, el s’à trat fòr el vin e ‘l s’è metù a béverlo plan planìn. “La stima del Tasso nó la val engot per la só resón, caro siór podestà riverì; anzi l’à ge va còntra,” l’à tornà a urlar el conte Tìlio: “perché chel’òm sapiente, chel grant’òm che l’era, che ‘l seva a menadé tute le régole de la cavalarìa, l’à scrìt che ‘l viàder de l’Argante, prima de sfidar i cavaliéri cristiani, l’avés bù da domandar el permés al bòn Buglione…” “Ma ‘l Buglione” ge ribatéva, sèmper a urli, ‘l podestà, “chesto l’è ‘n de pù, en sèmplize de pù, n’ornament de ‘n poeta, perché ‘l viàder per só natura nó se pòl tociàrlo, come che dis el dirìto de tute le zènt del mondo, jure gentium: e, senza zerciàr tante ròbe, i lo dis ancia el provèrbi: el viàder nó ‘l porta pena. E i provèrbi, caro siór conte, l’è la sapienza de tute le zent. E ‘l viàder nó avèndo dit engot a só nòm, ma avèndo sol presentà la sfida scrita…” “Ma vòlel ciapìr che chel viàder l’era n’àsen sventà, che nó ‘l cognosséva le regole del vìver…?” “Col vòs permesso, cari sióri,” s’à ‘ntrometù don Rodrigo, che nó l’averòs volèst che ca chestión la nés inanzi massa: “domandan al padre Cristoforo; e po’ che tuti i stàgîa al só decrèt.” “Ben, benón,” dis el conte Tìlio, che ge pareva fus na ròba educada far dezìder na chestion de cavalarìa a ‘n ciapuzìn; però ‘l podestà, che l’era ‘l pù s-ciaudà ‘n ca discussion, el stentava a calmàrse, e l’à metù zó na zèrta fazzada che ‘mpareva che la voles dir: piazzarolàde. “Ma, da chel che me par de aver ciapì,” dis el padre, “nó l’è robe che mi doròssi ‘ntèndermen no.” “Le solite scuse de moderazion che tirào fòr voi padri;” ‘l dis don Rodrigo: “ma nó ‘l me s-ciamperà. Dai mò! el sen ben che el nó l’è nù al mondo con la tònegia adòs, el sa ben chel che l’è ‘l vìver del mondo. Dai, dai: la chestion l’è chesta.” “El fato l’è che,” el scomenziava a zigiàr el conte Tìlio. “Caro cosìn, lagiàme parlar mì, che son fòr da la chestion,” el dis don Rodrigo. “Eco la storia. En cavalier spagnòl l’à mandà na sfida a ‘n cavalier milanés: el viàder, nó avendo trovà ‘l destinatàri ‘n ciasa, l’à consegnà la sfida a só fradèl del cavalier; e sto fradèl l’à lezù la sfida, e ‘n tuta risposta l’à bastonà ‘l viàder. Se trata…” “Ben date, ben sestàde,” à urlà ‘l conte Tìlio. “L’è sta pròpri na grant empensada.” “Del demòni,” giâ tacià ‘l podestà. “Bastonar en viàder! Persona sacra! Ancia el padre, ‘l me dìgia se chesta pòl èsser n’azion da cavalier.” “Sì, siór, pròpri ‘nzì, da cavalier,” zigiava ‘l conte: “e lagiàmel dir, che mì me n’antèndi de chel che ge convièn a ‘n cavalier. Oh, se ‘l fus sta pugni, saròs sta n’àutra fazènda; ma ‘l baston nó ‘l ge sporcia le man a ‘nzun. Chel che nó son bòn de ciapìr l’è perché ve prèm enzì tant le spale de ‘n lazerón.” “Cì èl po’ che v’à parlà de le spale, caro siór conte? El ‘l me met en bócia spropòsiti che nó m’è nancia passà per le tane del zervèl. Mì ài parlà del caràter, no de le spale. Mi parli sora tut del dirìto che giâ le zènt. Ma per piazer, ‘l me dìgia cì ‘n pòc, se i viàdri che i antichi Romani i mandava a ‘ntimar le sfide ai àutri pòpoi e i domandava de podèr taciàr fòra ‘l pefèl. El me tróvia en scritór sol che l’abia scrit che ‘n viàder dei Romani ‘l sia sta bastonà.” “Che giâi da che far po' con noi i ufiziài dei Romani? zènt che néva a la bòna, e che ‘nte ste robe i era ‘ndré, ma ‘ndrè polìto. Ma a dar fé a le lezi de la cavalarìa d’ancòi, che l’è la pù zusta, dìgi convìnto che ‘n viàder che ‘l se risza a méterge ‘nle man a ‘n cavalier na sfida, senza avérge domandà ‘l permesso, l’è ‘n sfazzadón da castigar eccome se l’è da castigar, da bastonar, eccome se ‘l saròs da bastonar…” “El me respòndia mò a sto rasonament.” “Ma ‘l scóltia, ma ‘l scóltia, ma ‘l scóltia.” Bastonar un che l’è disarmà l’è n’ato da viliaco; atqui ‘l viàder de quo l’era senza armi; ergo…” “Plan, plan, siór podestà.” “Che plan po’?” “Plan, ge digi: che nidéo a dìrme su po'? Ato da viliaco l’è ferir un con la spada, dal de dré, o sbaràrge na szopetada ‘nla s-cena: e, ancia per chesto, a bote se poròs… ma stente a la chestion. Améti che chesto el pù de le bòte ‘l pòdia clamàrse ato da viliaco; ma postàrge càter bèle bastonade a ‘n lazerón! La saròss ben bèla che ge voles dìrge: varda che te bastoni: come che se ge diròs a ‘n gialantòm: man a la spada. — E el, siór dotor riverì, enveze che grignàr sóta i bafi, per fàrme ciapìr che l’è da la mia, perché po’ nó ‘l sostègn le me resón, con la so bèla bàtola, per aidàrme a convìnzer sto siór?” “Mì…” dis confondù el dotor: “mì me godi a scoutar sta discussiontra lezùdi; e ringrazi ‘l caso che l’à dat ocasion de na ghera tra gran sapienti enzì ‘nteressante. E po’, mì nó me n’entèndi e nó pòdi dar en zudìzi: la siorìa lustrìssima l’à zà dezìso cì che giâ da èsser el zùdize… el padre cì…” “L’è vera;” dis don Rodrigo: “ma come feo po’ a pretènder che ‘l zùdize ‘l pàrlia, entant che i letegianti nó i vòl tàser?” “Mì ston zito,” dis el conte Tìlio. El podestà l’à strucià i làuri, e l’à auzzà la man, come per rassegnarse. “Oh, sia ringrazià ‘l ziél! El dìgia pur, padre,” dis don Rodrigo, serio, ma con na ponta da tòi per ziro. “Mì me son zà scusà, col dir che pròpri nó me n’antèndi de ste robe,” à respondù fra Cristoforo, dàndoge ‘ndré ‘l bicér al servo. “Scuse magre:” urlava i doi cusìni: “Volèn la sentenza!” “Bòn, bòn se l’è ‘nzì,” dis el frate, “el me parér che val pòc’ el saròs che nó giaveròs da èsserge né sfide, né viadri, né bastonade.” I slapóni i s’è vardàdi un co l’àuter sbalordìdi. “Oh, chesta l’è ben grossa!” dis el conte Tìlio. “El me scùsia, padre, ma l’è grossa. Se vét che el nó ‘l cognos el mondo.” “El?” dis don Rodrigo: “voléo che vé ‘l dìgia n’àutra bòta: i lo cognos, ecome, caro cusìn, tant che voi: el verà o no padre? I lo dìgia, i lo dìgia, àl fat o no a só speriènza?” Enveze che risponder a sta domanda sdolzinada, ‘l padre ‘l s’à dit a se stes na paroléta entrà de él: ― cheste le te vèn a tì; ma ricòrdete, frate, che nó ses cì per tì, e che tut chel che tócia tì sol, nó ‘l và sul cont. “Sarà,” dis el cusìn: “ma ‘l padre… come se clàmel po’ ‘l padre? ” “Padre Cristoforo” à respondù pù de un. “Ma, padre Cristoforo, padrón lustrissim, con sti vòssi prezèti, ‘l voròss rebaltar el mondo da sota ‘n su. Senza sfide! Senza bastonade! Adio crèdit de ogni ciasa: tuti i lazeróni perdonadi. Per fortuna che tuto chesto l’è ‘mpossìbol.” “Animo, dotor,” g’è s-ciampà fora a don Rodrigo, che ‘l voleva a tuti i costi spostar la lita dai doi primi litegianti, “animo, a voi, che a dar resón a tuti seo en campion. Volen ben véder come che faréo a dàrge reson a padre Cristoforo.” “A dir la verità,” à respondù ‘l dotor, tegnèndo ‘l pirón su drìt per aria, e parlando vèrs el padre, “a dir la verità nó son bòn de ciapìr come che padre Cristoforo, che l’è ‘nsema perfèt òm de glesia e ancia òm de mondo, nó l’abia pensà che la só sentenza l’è sì bòna, anzi bonissima e zusta prediciada zó dal pùlpit, ma, vardà che ‘l digi con tuta la prudenza veh, nó la val engot, ente na lita de cavalarìa. Ma ‘l padre ‘l sa mèio de mì che ogni roba l’è bona entel momento zust; e mì credi che sta bòta l’abia volèst cavàrsela, con en schèrz, da la pégola de cognér dar na sentenza.” Che se podéva risponder po’ a rasonamenti toti da la sapienza dei antìchi, ma sèmper ancor bòni? Engot: e ‘nzì à fat el nos frate. Ma don Rodrigo, per volér emplantar ìo la chestion, el n’à ‘nviada via n’àutra. “A proposit,” el dis, “ài sentù che a Milan zira ós che i era dré a nar d’acòrdi.” El lezidor el sa che ‘nchel an se combateva la ghèra per dezìder cì che geva da comandar entel ducato de Màntua, sicome cando che è mòrt el Zènzele Gonzaga, che nó ‘l geva ritadìni lezìtimi, l’era nà ‘n man del duca de Nevers, só parènt pù vizìn. El Luizi XIII, cioè ‘l cardinal de Richelieu, el tegnìva la part de sto duca, prìnzipe che l’era só divòt, e che ‘n pràtigia l’era franzés: enveze el Filìpo IV, cioè ‘l conte d’Olivares, che tuti i clamàva el conte duca, nó i lo voleva ìo ‘nchel pòsto, pròpri perché l’era franzés; alor el geva fat ghèra. Sicome chel ducato l’era ‘n fèodo de l’impero, le doi part le se deva da far, con ati, con reclami, con sfide a l’imperator Ferdinando II, la prima perché la gé des l’incarico al duca; la seconda perché i ge la negiàs, anzi che i la aiutàs a paràrlo via da chel ducato. “Me par de aver ciapì,” dis el conte Tìlio, “che che fazènde le pòdia èsserse comodade. Sài calche vergot…” “Mah, nó ‘l crédia siór conte, nó ‘l crédia,” s’à ‘ntromes el podestà. “Mì cì ‘ntel mé ciantón, sai ben come che la è; perché ‘l sior ciastelàn spagnol, che ‘l me vòl enzì ben, e sicome l’è fiòl de un protèt dal conte duca, el sa tut de ste robe…” “Ge digi che mì a Milan me suzét ogni dì de parlar de ste chestion con personazi ben pù àuti ‘n grado; e sai ancia che ‘l papa, ‘nteressà come che l’è perche i fàgia la paze, l’à fat le só propòste…” “L’è ben enzì che ‘l giâ da èsser; la fazènda la è ‘n regola; el papa ‘l fa ‘l só dovér; en papa ‘l cògn sèmper comodar le robe tra doi prinzipi cristiani; ma ‘l conte duca ‘l giâ la só politica, e…” “E, e, e; sal el, caro siór, come che i la vét ente sto mement l’imperator? Crédel che a sto mondo nó ge sia àuter che Màntua? Le ròbe che ‘l giâ da pensàrge le è tante, caro siór. Per esèmpi sal enfin a che punto l’imperator el pòl fidarse del só prinzipe de Valdistano o de Vallistai, o come che i lo clama, e se… ” “El nòm zust enla parlada todes-cia,” dis el podestà “l’è Vagliensteino, come che l’ài sentù proferìr tante bòte dal nòs siór comandante spagnòl. Ma ‘l stàgia pur calmo, che…” “Vòlel ansegnàrme a mì…?” tornava a dir el conte; ma don Rodrigo ‘l giâ fat i òcli, per fàrge ‘ntènder che, ‘ntel só ‘nterès, l’amplantàs ìo de contradir. El conte l’à tasèst, e ‘l podestà, come se ‘l fus sta ‘n bastiment desenflopà da l’aca bassa, l’à seghità a la granda, senza fermarse con la so parlantina. “Vagliensteino ‘l me dà pòc’ fastìdi; perche ‘l conte duca el giâ òcel a tut e per tut; e se Vagliensteino ‘l vòl auzzàr la grésta, l’è ben bòn de farlo rigiàr drìt, con le bòne o con le ciatìve. El giâ òcel per tut ve digi, e le man lònge; e se i l’amponta, come che i là ‘mpontada, e l’è zusta, da gran politico come che l’è, che ‘l siór duca de Nivers nó ‘l g’àbia da méter raìs a Màntua, el siór duca de Nivers le raìs a Màntua nó i le meterà mai; e ‘l siór cardinal Riciliù ‘l farà ‘n bus ente l’aca. El me fa nìr ancia da grignar chel siór cardinal, a volèrge dàrge contra a ‘n conte duca, contra n’Olivares. Ve digi la verità, voròssi èsserge enten doizènto ani per sentìr chel che dirà chei che vèn dopo, de sta bela pretesa.” “Ge vòl àuter che invidia: ge vòl testa: e teste fine come chela de ‘n conte duca, ge n’è una sola al mondo. El conte duca, cari sióri,” el podestà el neva avanti, a fèri molàdi, ancia con en pòc’ de maravea che enzun lo contradisès: “el conte duca l’è na vècla bólp, parlando con rispèto, che ‘l faròs perder la tracia a calunque: e cando che empar che ‘l péndia da l’andrìta, stai pur segùr che ‘l va a man zancia: e ‘nzì ‘nzun pòl dir de cognósser i so intènti; e ancia chei che cògn eseguirli, chei che scrìu i pefèi, nó i ge’n ciapìss dént engot. Mì pòdi parlar perché vergot sai; chel brào òm del siór comandante spagnòl ogni tant el parla con mì e ‘l me fa calche confidanza. El conte duca, enveze, ‘l sa tut de chel che bói enla marmìta de tute le àutre cort; e tuti chéi politicanti (che ge n’è ben ancia de drìti, nó se pòl negiarlo) cando che i à apena ‘mmazinà ‘n progèto, ‘l conte duca i l’à zà ‘ndovinà, con ca testa fina che ‘l giâ, con che furbarìe scondùde, con chè taiòle che l’à metù dapertut. Chel pover’òm del cardinal Riciliù ‘l tenta de cà, el snasa de là, el sgéngia, ‘l se ‘nzìgna: e dopo? Cando che l’è sta bòn de trovar na soluzion el trova sùbit n’àutra soluzion zà bel e fata dal conte duca…” Dio sol lo sa cando che ‘l podestà l’averòs emplantà ìo de prediciar; ma don Rodrigo, stizzà ancia dai zèsti che feva só cosìn, el s’è voutà de cólp vèrs en servo, come ge fus nù cissà che ‘mpensada, e ‘l giâ dit che ‘l portàs en zèrto fiàsc’. “Siór podestà, e cari sióri!” el dis: “na bicéra al conte duca; e me saveréo a dir se sto vin l’è dégn del personazi.” El podestà l’à respondù con na svérgla, come per dir che nó ‘l vedeva l’ora de sentìrse dir enzì; perché tut chel che se feva o che se diseva de ben e bòn del conte duca, ge pareva che ‘n pòc’ l’era ‘n compliment ancia per el. “Che don Gasparo Guzman, conte de Olivares, duca de san Lucar, gran privato del re don Filìpo ‘l grant, nòs siór! el vìvia mili ani!” l’à sclamà auzzàndo ‘l bicér. Privato, per cì che nó i lo savés, l’era na parola che se usava dir a chei tempi per dir el preferì da ‘n prìnzipe. “Che ‘l vìvia mili ani!” tuti ‘n coro. “Dégen fòr ancia al padre,” ‘l dis don Rodrigo. “El me scùsia;” à respondù ‘l padre: “ma ài zà dat disturbo assà, e nó poròssi…” “Come po’!” dis don Rodrigo: “se parla de béver en bicér al conte duca. O vòlel far créder che ‘l tègn dai navarrini?” Enzì i clamava alór, per schèrz, i franzési, dai prìnzipi de Navarra, che i eva scomenzià, col Rico IV, a regnar sora la Franza. Con che parole, l’era mèio béver. Tuti chei slapóni i è nudi fòr con le sóe, a fàrge complimenti al vin; men che ‘l dotor, che, con la testa àuzzàda, coi òcli sbaradi, con i làuri struciadi, ‘l diseva tant de pù de chel che l’averòs podèst far con le parole.. “Che diséo po’ dotor, ah?” à domandà don Rodrigo. Tirà fòr dal bicér en nas ancor pù ros e lùster del bicér stes, el dotor la respondù, dàndoge sora bèn a tute le sìlabe: “dìgi, proferìsi, e prèdici che sto cì l’è l’Olivares de tuti i vini: censui, et in eam ivi sententiam che ‘n rosòlio ‘nzì nó se ‘l trova ‘n tuti i vintidoi regni del nòs siór el re, che ‘l Sioredio i lo consèrvia: dichiari e proferìsi che i pasti del lustrìssim siór don Rodrigo i vénz le zéne de l’Eliogabalo; e che la ciarestìa l’è proibìda e confinada per sèmper da sto palàz, endo che sta e regna ‘l pù grant splendor.” “Bèn dit! ben presentà!” i zigiava, a na ós sola, i sòzi: però ca parola, ciarestìa, che ‘l dotor eva dit fòr a caso, l’à fat en modo che tuti i pensàs pròpri a ca bruta ròba; enzì tuti i parlava de ciarestia. E su chesto i neva tuti d’acòrdi almen sul pù gros; ma ‘l fracàs l’era forse pù fòrt che se i fus stadi en discòrdia. I parlava tuti ‘nsema. “Nó g’è ciarestìa,” diseva un: “l’è chei che se ciapara tut…” “E i pistóri,” ‘l diseva n’àuter: “che i scònt el gran. Empiciàrli.” “Apunto; empiciàrli, senza misericordia.” “Ge vòl bòni prozèssi,” zigiava ‘l podestà. “Che prozèssi po’?” l’urlava pù fòrt el conte Tìlio: “coparli tuti. Zapàrnen trei o càter o zìnc’ o sei, de chei che la zènt la cognos come i pù sióri e i pù ciagni, e po’ ‘mpiciarli.” “Esèmpi! esèmpi! senza esèmpi nó se fa ‘ngot no.” “Empiciarli! empiciarli!; vederéo che dopo sàuta fòr gran da tute le part.” Cì che fus passà per na féra, e ‘l se fus trovà a sentìr el conzèrto de na compagnìa de zarlatàni, cando tra na sonada e l’àutra i próva ‘l só strumént, fasèndol zigiar pù che ‘l pòl, per sentìrlo pròpi ben en mez al rumor dei àutri, el pòl emmazinarse come che i neva d’acòrdi chei discorsi, se se pòl clamàrli ‘nzì. Entant se seghitàva a trar fòr e po’ ancor trar fòr de chel vin; e lodar chel vin el se mesdava come che l’era zusto, a le sentènze de leze colòmica; sichè le parole che se sentiva pù de spes l’era: ambrosia, e ’mpiciarli. Entant don Rodrigo ‘l deva oclade a l’unico che nó diseva ‘ngot; e i lo vedeva sèmper ìo fermo, senza dar segn de azitazion né de aver prèssa, senza far véder che l’era ìo che l’aspetava; però convinto a nó nàrsen da ìo prima de èsser scoutà. I l’avròs mandà volintéra a spas, e fat a men de chel consulto; però paràr via ‘n ciapuzìn, senza avérge dat òra, nó ‘l feva part de le regole de la só politica. Sicome la seciadura nó se podeva schivàrla, l’à dezìso de tòrla sùbit a pèto, e de liberàrsen; l’è levà su da tàula, e ancia tuta ca alegra combrìcola de mezi ‘mbriàgi, ma senza desméter el bacàn. Po’ la domandà ‘l permés ai envidadi e l’è nà tut complimentós arènt al frate, che sùbit l’era levà ‘n pè come tuti; e ‘l giâ dit: “eccome ai só comandi;” e i l’à portà ente n’àutra sala.
“In che posso ubbidirla?” disse don Rodrigo, piantandosi in piedi nel mezzo della sala. Il suono delle parole era tale; ma il modo con cui eran proferite, voleva dir chiaramente, bada a chi sei davanti, pesa le parole, e sbrigati. Per dar coraggio al nostro fra Cristoforo, non c’era mezzo più sicuro e più spedito, che prenderlo con maniera arrogante. Egli che stava sospeso, cercando le parole, e facendo scorrere tra le dita le ave marie della corona che teneva a cintola, come se in qualcheduna di quelle sperasse di trovare il suo esordio; a quel fare di don Rodrigo, si sentì subito venir sulle labbra più parole del bisogno. Ma pensando quanto importasse di non guastare i fatti suoi o, ciò ch’era assai più, i fatti altrui, corresse e temperò le frasi che gli si eran presentate alla mente, e disse, con guardinga umiltà: “vengo a proporle un atto di giustizia, a pregarla d’una carità. Cert’uomini di mal affare hanno messo innanzi il nome di vossignoria illustrissima, per far paura a un povero curato, e impedirgli di compire il suo dovere, e per soverchiare due innocenti. Lei può, con una parola, confonder coloro, restituire al diritto la sua forza, e sollevar quelli a cui è fatta una così crudel violenza. Lo può; e potendolo... la coscienza, l’onore...” “Lei mi parlerà della mia coscienza, quando verrò a confessarmi da lei. In quanto al mio onore, ha da sapere che il custode ne son io, e io solo; e che chiunque ardisce entrare a parte con me di questa cura, lo riguardo come il temerario che l’offende.” Fra Cristoforo, avvertito da queste parole che quel signore cercava di tirare al peggio le sue, per volgere il discorso in contesa, e non dargli luogo di venire alle strette, s’impegnò tanto più alla sofferenza, risolvette di mandar giù qualunque cosa piacesse all’altro di dire, e rispose subito, con un tono sommesso: “se ho detto cosa che le dispiaccia, è stato certamente contro la mia intenzione. Mi corregga pure, mi riprenda, se non so parlare come si conviene; ma si degni ascoltarmi. Per amor del cielo, per quel Dio, al cui cospetto dobbiam tutti comparire...” e, così dicendo, aveva preso tra le dita, e metteva davanti agli occhi del suo accigliato ascoltatore il teschietto di legno attaccato alla sua corona, ” non s’ostini a negare una giustizia così facile, e così dovuta a de’ poverelli. Pensi che Dio ha sempre gli occhi sopra di loro, e che le loro grida, i loro gemiti sono ascoltati lassù. L’innocenza è potente al suo...” “Eh, padre!” interruppe bruscamente don Rodrigo: “il rispetto ch’io porto al suo abito è grande: ma se qualche cosa potesse farmelo dimenticare, sarebbe il vederlo indosso a uno che ardisse di venire a farmi la spia in casa.” Questa parola fece venir le fiamme sul viso del frate: il quale però, col sembiante di chi inghiottisce una medicina molto amara, riprese: “lei non crede che un tal titolo mi si convenga. Lei sente in cuor suo, che il passo ch’io fo ora qui, non è nè vile nè spregevole. M’ascolti, signor don Rodrigo; e voglia il cielo che non venga un giorno in cui si penta di non avermi ascoltato. Non voglia metter la sua gloria... qual gloria, signor don Rodrigo! qual gloria dinanzi agli uomini! E dinanzi a Dio! Lei può molto quaggiù; ma...” “Sa lei,” disse don Rodrigo, interrompendo, con istizza, ma non senza qualche raccapriccio, “sa lei che, quando mi viene lo schiribizzo di sentire una predica, so benissimo andare in chiesa, come fanno gli altri? Ma in casa mia! Oh!” e continuò, con un sorriso forzato di scherno: “lei mi tratta da più di quel che sono. Il predicatore in casa! Non l’hanno che i principi.” “E quel Dio che chiede conto ai principi della parola che fa loro sentire, nelle loro regge; quel Dio le usa ora un tratto di misericordia, mandando un suo ministro, indegno e miserabile, ma un suo ministro, a pregar per una innocente...” “In somma, padre,” disse don Rodrigo, facendo atto d’andarsene, “io non so quel che lei voglia dire: non capisco altro se non che ci dev’essere qualche fanciulla che le preme molto. Vada a far le sue confidenze a chi le piace; e non si prenda la libertà d’infastidir più a lungo un gentiluomo. Al moversi di don Rodrigo, il nostro frate gli s’era messo davanti, ma con gran rispetto; e, alzate le mani, come per supplicare e per trattenerlo ad un punto, rispose ancora: “la mi preme, è vero, ma non più di lei; son due anime che, l’una e l’altra, mi premon più del mio sangue. Don Rodrigo! io non posso far altro per lei, che pregar Dio; ma lo farò ben di cuore. Non mi dica di no: non voglia tener nell’angoscia e nel terrore una povera innocente. Una parola di lei può far tutto.” “Ebbene,” disse don Rodrigo, “giacché lei crede ch’io possa far molto per questa persona; giacché questa persona le sta tanto a cuore...” “Ebbene?” riprese ansiosamente il padre Cristoforo, al quale l’atto e il contegno di don Rodrigo non permettevano d’abbandonarsi alla speranza che parevano annunziare quelle parole. “Ebbene, la consigli di venire a mettersi sotto la mia protezione. Non le mancherà più nulla, e nessuno ardirà d’inquietarla, o ch’io non son cavaliere.” A siffatta proposta, l’indegnazione del frate, rattenuta a stento fin allora, traboccò. Tutti que’ bei proponimenti di prudenza e di pazienza andarono in fumo: l’uomo vecchio si trovò d’accordo col nuovo; e, in que’ casi, fra Cristoforo valeva veramente per due. “La vostra protezione!” esclamò, dando indietro due passi, postandosi fieramente sul piede destro, mettendo la destra sull’anca, alzando la sinistra con l’indice teso verso don Rodrigo, e piantandogli in faccia due occhi infiammati: “la vostra protezione! È meglio che abbiate parlato così, che abbiate fatta a me una tale proposta. Avete colmata la misura; e non vi temo più.” “Come parli, frate?...” “Parlo come si parla a chi è abbandonato da Dio, e non può più far paura. La vostra protezione! Sapevo bene che quella innocente è sotto la protezione di Dio; ma voi, voi me lo fate sentire ora, con tanta certezza, che non ho più bisogno di riguardi a parlarvene. Lucia, dico: vedete come io pronunzio questo nome con la fronte alta, e con gli occhi immobili.” “Come! in questa casa...!” “Ho compassione di questa casa: la maledizione le sta sopra sospesa. State a vedere che la giustizia di Dio avrà riguardo a quattro pietre, e suggezione di quattro sgherri. Voi avete creduto che Dio abbia fatta una creatura a sua immagine, per darvi il piacere di tormentarla! Voi avete creduto che Dio non saprebbe difenderla! Voi avete disprezzato il suo avviso! Vi siete giudicato. Il cuore di Faraone era indurito quanto il vostro; e Dio ha saputo spezzarlo. Lucia è sicura da voi: ve lo dico io povero frate; e in quanto a voi, sentite bene quel ch’io vi prometto. Verrà un giorno...” Don Rodrigo era fin allora rimasto tra la rabbia e la maraviglia, attonito, non trovando parole; ma, quando sentì intonare una predizione, s’aggiunse alla rabbia un lontano e misterioso spavento. Afferrò rapidamente per aria quella mano minacciosa, e, alzando la voce, per troncar quella dell’infausto profeta, gridò: “escimi di tra' piedi, villano temerario, poltrone incappucciato.” Queste parole così chiare acquietarono in un momento il padre Cristoforo. All’idea di strapazzo e di villania, era, nella sua mente, così bene, e da tanto tempo, associata l’idea di sofferenza e di silenzio, che, a quel complimento, gli cadde ogni spirito d’ira e d’entusiasmo, e non gli restò altra risoluzione che quella d’udir tranquillamente ciò che a don Rodrigo piacesse d’aggiungere. Onde, ritirata placidamente la mano dagli artigli del gentiluomo, abbassò il capo, e rimase immobile, come, al cader del vento, nel forte della burrasca, un albero agitato ricompone naturalmente i suoi rami, e riceve la grandine come il ciel la manda. “Villano rincivilito! ” proseguì don Rodrigo: “ tu tratti da par tuo. Ma ringrazia il saio che ti copre codeste spalle di mascalzone, e ti salva dalle carezze che si fanno a’ tuoi pari, per insegnar loro a parlare. Esci con le tue gambe, per questa volta; e la vedremo.” Così dicendo, additò, con impero sprezzante, un uscio in faccia a quello per cui erano entrati; il padre Cristoforo chinò il capo, e se n’andò, lasciando don Rodrigo a misurare, a passi infuriati, il campo di battaglia. Quando il frate ebbe serrato l’uscio dietro a sé, vide nell’altra stanza dove entrava, un uomo ritirarsi pian piano, strisciando il muro, come per non esser veduto dalla stanza del colloquio; e riconobbe il vecchio servitore ch’era venuto a riceverlo alla porta di strada. Era costui in quella casa, forse da quarant’anni, cioè prima che nascesse don Rodrigo; entratovi al servizio del padre, il quale era stato tutt’un’altra cosa. Morto lui, il nuovo padrone, dando lo sfratto a tutta la famiglia, e facendo brigata nuova, aveva però ritenuto quel servitore, e per esser già vecchio, e perchè, sebben di massime e di costume diverso interamente dal suo, compensava però questo difetto con due qualità: un’alta opinione della dignità della casa, e una gran pratica del cerimoniale, di cui conosceva, meglio d’ogni altro, le più antiche tradizioni, e i più minuti particolari. In faccia al signore, il povero vecchio non si sarebbe mai arrischiato d’accennare, non che d’esprimere la sua disapprovazione di ciò che vedeva tutto il giorno: appena ne faceva qualche esclamazione, qualche rimprovero tra i denti a’ suoi colleghi di servizio; i quali se ne ridevano, e prendevano anzi piacere qualche volta a toccargli quel tasto, per fargli dir di più che non avrebbe voluto, e per sentirlo ricantar le lodi dell’antico modo di vivere in quella casa. Le sue censure non arrivavano agli orecchi del padrone che accompagnate dal racconto delle risa che se n’eran fatte; dimodochè riuscivano anche per lui un soggetto di scherno, senza risentimento. Ne’ giorni poi d’invito e di ricevimento, il vecchio diventava un personaggio serio e d’importanza. Il padre Cristoforo lo guardò, passando, lo salutò, e seguitava la sua strada; ma il vecchio se gli accostò misteriosamente, mise il dito alla bocca, e poi, col dito stesso, gli fece un cenno, per invitarlo a entrar con lui in un andito buio. Quando furon lì, gli disse sotto voce: - padre, ho sentito tutto, e ho bisogno di parlarle. “Dite presto, buon uomo.” “Qui no: guai se il padrone s’avvede... Ma io so molte cose; e vedrò di venir domani al convento.” “C’è qualche disegno?” “Qualcosa per aria c’è di sicuro: già me ne son potuto accorgere. Ma ora starò sull’intesa, e spero di scoprir tutto. Lasci fare a me. Mi tocca a vedere e a sentir cose...! cose di fuoco! Sono in una casa...! Ma io vorrei salvar l’anima mia.” “Il Signore vi benedica!” e, proferendo sottovoce queste parole, il frate mise la mano sul capo bianco del servitore, che, quantunque più vecchio di lui, gli stava curvo dinanzi, nell’attitudine d’un figliuolo. “Il Signore vi ricompenserà,” proseguì il frate: “non mancate di venir domani.” “Verrò,” rispose il servitore: “ma lei vada via subito e… per amor del cielo... non mi nomini.” Così dicendo, e guardando intorno, uscì, per l’altra parte dell’andito, in un salotto, che rispondeva nel cortile; e, visto il campo libero, chiamò fuori il buon frate, il volto del quale rispose a quell’ultima parola più chiaro che non avrebbe potuto fare qualunque protesta. Il servitore gli additò l’uscita; e il frate, senza dir altro, partì. Quell’uomo era stato a sentire all’uscio del suo padrone: aveva fatto bene? E fra Cristoforo faceva bene a lodarlo di ciò? Secondo le regole più comuni e men contraddette, è cosa molto brutta; ma quel caso non poteva riguardarsi come un’eccezione? E ci sono dell’eccezioni alle regole più comuni e men contraddette? Questioni importanti; ma che il lettore risolverà da sè, se ne ha voglia. Noi non intendiamo di dar giudizi: ci basta d’aver dei fatti da raccontare. Uscito fuori, e voltate le spalle a quella casaccia, fra Cristoforo respirò più liberamente, e s’avviò in fretta per la scesa, tutto infocato in volto, commosso e sottosopra, come ognuno può immaginarsi, per quel che aveva sentito, e per quel che aveva detto. Ma quella così inaspettata esibizione del vecchio era stata un gran ristorativo per lui: gli pareva che il cielo gli avesse dato un segno visibile della sua protezione. — Ecco un filo, pensava, un filo che la provvidenza mi mette nelle mani. E in quella casa medesima! E senza ch’io sognassi neppure di cercarlo! — Così ruminando, alzò gli occhi verso l’occidente, vide il sole inclinato, che già già toccava la cima del monte, e pensò che rimaneva ben poco del giorno. Allora, benchè sentisse le ossa gravi e fiaccate da’ vari strapazzi di quella giornata, pure studiò di più il passo, per poter riportare un avviso, qual si fosse, a’ suoi protetti, e arrivar poi al convento, prima di notte: che era una delle leggi più precise, e più severamente mantenute del codice cappuccinesco. Intanto, nella casetta di Lucia, erano stati messi in campo e ventilati disegni, de’ quali ci conviene informare il lettore. Dopo la partenza del frate, i tre rimasti erano stati qualche tempo in silenzio; Lucia preparando tristamente il desinare; Renzo sul punto d’andarsene ogni momento, per levarsi dalla vista di lei così accorata, e non sapendo staccarsi; Agnese tutta intenta, in apparenza, all’aspo che faceva girare. Ma, in realtà, stava maturando un progetto; e, quando le parve maturo, ruppe il silenzio in questi termini: “Sentite, figliuoli! Se volete aver cuore e destrezza, quanto bisogna, se vi fidate di vostra madre,” a quel vostra Lucia si riscosse, “io m’impegno di cavarvi di quest’impiccio, meglio forse, e più presto del padre Cristoforo, quantunque sia quell’uomo che è.” Lucia rimase lì, e la guardò con un volto ch’esprimeva più maraviglia che fiducia in una promessa tanto magnifica; e Renzo disse subitamente: “cuore? destrezza? dite, dite pure quel che si può fare.” “Non è vero,” proseguì Agnese, “che, se foste maritati, si sarebbe già un pezzo avanti? E che a tutto il resto si troverebbe più facilmente ripiego?” “C’è dubbio?” disse Renzo: “maritati che fossimo... tutto il mondo è paese; e, a due passi di qui, sul bergamasco, chi lavora seta è ricevuto a braccia aperte. Sapete quante volte Bortolo mio cugino m’ha fatto sollecitare d’andar là a star con lui, che farei fortuna, com’ha fatto lui: e se non gli ho mai dato retta, gli è... che serve? perchè il mio cuore era qui. Maritati, si va tutti insieme, si mette su casa là, si vive in santa pace, fuor dell’unghie di questo ribaldo, lontano dalla tentazione di fare uno sproposito. N’è vero, Lucia?” “Sì,” disse Lucia: “ma come...?” “Come ho detto io,” riprese la madre: “cuore e destrezza; e la cosa è facile.” “Facile!” dissero insieme que’ due, per cui la cosa era divenuta tanto stranamente e dolorosamente difficile. “Facile, a saperla fare,” replicò Agnese. “Ascoltatemi bene, che vedrò di farvela intendere. Io ho sentito dire da gente che sa, e anzi ne ho veduto io un caso, che, per fare un matrimonio, ci vuole bensì il curato, ma non è necessario che voglia; basta che ci sia.” “Come sta questa faccenda?” domandò Renzo. “Ascoltate e sentirete. Bisogna aver due testimoni ben lesti e ben d'accordo. Si va dal curato: il punto sta di chiapparlo all'improvviso, che non abbia tempo di scappare. L'uomo dice: signor curato, questa è mia moglie; la donna dice: signor curato, questo è mio marito. Bisogna che il curato senta, che i testimoni sentano; e il matrimonio è bell'e fatto, sacrosanto come se l'avesse fatto il papa. Quando le parole son dette, il curato può strillare, strepitare, fare il diavolo; è inutile; siete marito e moglie.” “Possibile?” esclamò Lucia. “Come!” disse Agnese: “state a vedere che, in trent’anni che ho passati in questo mondo, prima che nasceste voi altri, non avrò imparato nulla. La cosa è tale quale ve la dico: per segno tale che una mia amica, che voleva prender uno contro la volontà de’ suoi parenti, facendo in quella maniera, ottenne il suo intento. Il curato, che ne aveva sospetto, stava all’erta; ma i due diavoli seppero far così bene, che lo colsero in un punto giusto, dissero le parole, e furon marito e moglie: benchè la poveretta se ne pentì poi, in capo a tre giorni.” Agnese diceva il vero, e riguardo alla possibilità, e riguardo al pericolo di non ci riuscire: chè, siccome non ricorrevano a un tale espediente, se non persone che avesser trovato ostacolo o rifiuto nella via ordinaria, così i parrochi mettevan gran cura a scansare quella cooperazione forzata; e, quando un d’essi venisse pure sorpreso da una di quelle coppie, accompagnata da testimoni, faceva di tutto per iscapolarsene, come Proteo dalle mani di coloro che volevano farlo vaticinare per forza. “Se fosse vero, Lucia!” disse Renzo, guardandola con un’aria d’aspettazione supplichevole. “Come! se fosse vero!” disse Agnese. “Anche voi credete ch’io dica fandonie. Io m’affanno per voi, e non sono creduta: bene bene; cavatevi d’impiccio come potete: io me ne lavo le mani.” “Ah no! non ci abbandonate,” disse Renzo. “Parlo così, perchè la cosa mi par troppo bella. Sono nelle vostre mani; vi considero come se foste proprio mia madre.” Queste parole fecero svanire il piccolo sdegno d’Agnese, e dimenticare un proponimento che, per verità, non era stato serio. “Ma perchè dunque, mamma,” disse Lucia, con quel suo contegno sommesso, “ perchè questa cosa non è venuta in mente al padre Cristoforo? ” “In mente?” rispose Agnese: “pensa se non gli sarà venuta in mente! Ma non ne avrà voluto parlare.” “Perchè?” domandarono a un tratto i due giovani. “Perchè... perchè, quando lo volete sapere, i religiosi dicono che veramente è cosa che non istà bene.” “Come può essere che non istia bene, e che sia ben fatta, quand’è fatta?” disse Renzo. “Che volete ch’io vi dica?” rispose Agnese. “La legge l’hanno fatta loro, come gli è piaciuto; e noi poverelli non possiamo capir tutto. E poi quante cose... Ecco; è come lasciar andare un pugno a un cristiano. Non istà bene; ma, dato che gliel abbiate, nè anche il papa non glielo può levare.” “Se è cosa che non istà bene,” disse Lucia, “non bisogna farla.” “Che!” disse Agnese, “ti vorrei forse dare un parere contro il timor di Dio? Se fosse contro la volontà de’ tuoi parenti, per prendere un rompicollo... ma, contenta me, e per prender questo figliuolo; e chi fa nascer tutte le difficoltà è un birbone; e il signor curato...” “L’è chiara, che l’intenderebbe ognuno,” disse Renzo. “Non bisogna parlarne al padre Cristoforo, prima di far la cosa,” proseguì Agnese: “ma, fatta che sia, e ben riuscita, che pensi tu che ti dirà il padre? — Ah figliuola! è una scappata grossa; me l’avete fatta. — I religiosi devon parlar così. Ma credi pure che, in cuor suo, sarà contento anche lui.” Lucia, senza trovar che rispondere a quel ragionamento, non ne sembrava però capacitata: ma Renzo, tutto rincorato, disse: “quand’è così, la cosa è fatta.” “Piano,” disse Agnese. - “E i testimoni? Trovar due che vogliano, e che intanto sappiano stare zitti! E poter cogliere il signor curato che, da due giorni, se ne sta rintanato in casa? E farlo star lì? chè, benchè sia pesante di sua natura, vi so dir io che, al vedervi comparire in quella conformità, diventerà lesto come un gatto, e scapperà come il diavolo dall’acqua santa.” “L’ho trovato io il verso, l’ho trovato,” disse Renzo, battendo il pugno sulla tavola, e facendo balzellare le stoviglie apparecchiate per il desinare. E seguitò esponendo il suo pensiero, che Agnese approvò in tutto e per tutto. “Son imbrogli,” disse Lucia: “non son cose lisce. Finora abbiamo operato sinceramente: tiriamo avanti con fede, e Dio ci aiuterà: il padre Cristoforo l’ha detto. Sentiamo il suo parere.” “Lasciati guidare da chi ne sa più di te,” disse Agnese, con volto grave. - “Che bisogno c’è di chieder pareri? Dio dice: aiutati, ch’io t’aiuto. Al padre racconteremo tutto, a cose fatte.” “Lucia,” disse Renzo, “volete voi mancarmi ora? Non avevamo noi fatto tutte le cose da buon cristiani? Non dovremmo esser già marito e moglie? Il curato non ci aveva fissato lui il giorno e l’ora? E di chi è la colpa, se dobbiamo ora aiutarci con un po’ d’ingegno? No, non mi mancherete. Vado e torno con la risposta.” E, salutando Lucia, con un atto di preghiera, e Agnese, con un’aria d’intelligenza, partì in fretta. Le tribolazioni aguzzano il cervello: e Renzo il quale, nel sentiero retto e piano di vita percorso da lui fin allora, non s’era mai trovato nell’occasione d’assottigliar molto il suo, ne aveva, in questo caso, immaginata una, da far onore a un giureconsulto. Andò addirittura, secondo che aveva disegnato, alla casetta d’un certo Tonio, ch’era lì poco distante; e lo trovò in cucina, che, con un ginocchio sullo scalino del focolare, e tenendo, con una mano, l’orlo d’un paiolo, messo sulle ceneri calde, dimenava, col matterello ricurvo, una piccola polenta bigia, di gran saraceno. La madre, un fratello, la moglie di Tonio, erano a tavola; e tre o quattro ragazzetti, ritti accanto al babbo, stavano aspettando, con gli occhi fissi al paiolo, che venisse il momento di scodellare. Ma non c’era quell’allegria che la vista del desinare suol pur dare a chi se l’è meritato con la fatica. La mole della polenta era in ragion dell’annata, e non del numero e della buona voglia de’ commensali: e ognun d’essi, fissando, con uno sguardo bieco d’amor rabbioso, la vivanda comune, pareva pensare alla porzione d’appetito che le doveva sopravvivere. Mentre Renzo barattava i saluti con la famiglia, Tonio scodellò la polenta sulla tafferìa di faggio, che stava apparecchiata a riceverla: e parve una piccola luna, in un gran cerchio di vapori. Nondimeno le donne dissero cortesemente a Renzo: “volete restar servito?” complimento che il contadino di Lombardia, e chi sa di quant’altri paesi! non lascia mai di fare a chi lo trovi a mangiare, quand’anche questo fosse un ricco epulone alzatosi allora da tavola, e lui fosse all’ultimo boccone. “Vi ringrazio,” rispose Renzo: “venivo solamente per dire una parolina a Tonio; e, se vuoi, Tonio, per non disturbar le tue donne, possiamo andar a desinare all’osteria, e lì parleremo.” La proposta fu per Tonio tanto più gradita, quanto meno aspettata; e le donne, e anche i bimbi (giacchè, su questa materia, principian presto a ragionare) non videro mal volentieri che si sottraesse alla polenta un concorrente, e il più formidabile. L’invitato non istette a domandar altro, e andò con Renzo. Giunti all’osteria del villaggio; seduti, con tutta libertà, in una perfetta solitudine, giacchè la miseria aveva divezzati tutti i frequentatori di quel luogo di delizie; fatto portare quel poco che si trovava; votato un boccale di vino; Renzo, con aria di mistero, disse a Tonio: - se tu vuoi farmi un piccolo servizio, io te ne voglio fare uno grande. “Parla, parla; comandami pure,” rispose Tonio, mescendo. “Oggi mi butterei nel fuoco per te.” “Tu hai un debito di venticinque lire col signor curato, per fitto del suo campo, che lavoravi, l’anno passato.” “Ah, Renzo, Renzo! tu mi guasti il benefizio. Con che cosa mi vieni fuori? M’hai fatto andar via il buon umore.” “Se ti parlo del debito,” disse Renzo, “è perchè, se tu vuoi, io intendo di darti il mezzo di pagarlo.” “Dici davvero?” “Davvero. Eh? saresti contento?” “Contento? Per diana, se sarei contento! Se non foss’altro, per non veder più que’ versacci, e que’ cenni col capo, che mi fa il signor curato, ogni volta che c’incontriamo. E poi sempre: Tonio, ricordatevi: Tonio, quando ci vediamo, per quel negozio? A tal segno che quando, nel predicare, mi fissa quegli occhi addosso, io sto quasi in timore che abbia a dirmi, lì in pubblico: quelle venticinque lire! Che maledette siano le venticinque lire! E poi, m’avrebbe a restituir la collana d’oro di mia moglie, che la baratterei in tanta polenta. Ma...” “Ma, ma, se tu mi vuoi fare un servizietto, le venticinque lire son preparate.” “Di’ su.” “Ma...!” disse Renzo, mettendo il dito alla bocca. “Fa bisogno di queste cose? tu mi conosci.” “Il signor curato va cavando fuori certe ragioni senza sugo, per tirare in lungo il mio matrimonio; e io in vece vorrei spicciarmi. Mi dicon di sicuro che, presentandosegli davanti i due sposi, con due testimoni, e dicendo io: questa è mia moglie, e Lucia: questo è mio marito, il matrimonio è bell’e fatto. M’hai tu inteso?” “Tu vuoi ch’io venga per testimonio?” “Per l’appunto.” “E pagherai per me le venticinque lire?” “Così l’intendo.” “Birba chi manca.” “Ma bisogna trovare un altro testimonio.” “L’ho trovato. Quel sempliciotto di mio fratel Gervaso farà quello che gli dirò io. Tu gli pagherai da bere?” “E da mangiare,” rispose Renzo. “Lo condurremo qui a stare allegro con noi. Ma saprà fare?” “Gl’insegnerò io: tu sai bene ch’io ho avuta anche la sua parte di cervello.” “Domani...” “Bene.” “Verso sera...” “Benone.” “Ma...!” disse Renzo, mettendo di nuovo il dito alla bocca. “Poh...!” rispose Tonio, piegando il capo sulla spalla destra, e alzando la mano sinistra, con un viso che diceva: mi fai torto. “Ma, se tua moglie ti domanda, come ti domanderà, senza dubbio...” “Di bugie, sono in debito io con mia moglie, e tanto tanto, che non so se arriverò mai a saldare il conto. Qualche pastocchia la troverò, da metterle il cuore in pace.” “Domattina,” disse Renzo, “discorreremo con più comodo, per intenderci bene su tutto.” Con questo, uscirono dall’osteria, Tonio avviandosi a casa, e studiando la fandonia che racconterebbe alle donne, e Renzo, a render conto de’ concerti presi. In questo tempo Agnese, s’era affaticata invano a persuader la figliuola. Questa andava opponendo a ogni ragione, ora l’una, ora l’altra parte del suo dilemma: o la cosa è cattiva, e non bisogna farla; o non è, e perchè non dirla al padre Cristoforo? Renzo arrivò tutto trionfante, fece il suo rapporto, e terminò con un ahn? interiezione che significa: sono o non sono un uomo io? si poteva trovar di meglio? vi sarebbe venuta in mente? e cento cose simili. Lucia tentennava mollemente il capo; ma i due infervorati le badavan poco, come si suol fare con un fanciullo, al quale non si spera di far intendere tutta la ragione d’una cosa, e che s’indurrà poi, con le preghiere e con l’autorità, a ciò che si vuol da lui. “Va bene,” disse Agnese: “va bene; ma... non avete pensato a tutto.” “Cosa ci manca?” rispose Renzo. “E Perpetua? non avete pensato a Perpetua. Tonio e suo fratello, li lascerà entrare; ma voi! voi due! pensate! avrà ordine di tenervi lontani, più che un ragazzo da un pero che ha le frutte mature.” “Come faremo?” disse Renzo, un po’ imbrogliato. “Ecco: ci ho pensato io. Verrò io con voi; e ho un segreto per attirarla, e per incantarla di maniera che non s’accorga di voi altri, e possiate entrare. La chiamerò io, e le toccherò una corda... vedrete.” “Benedetta voi!” esclamò Renzo: “l’ho sempre detto che siete nostro aiuto in tutto.” “Ma tutto questo non serve a nulla,” disse Agnese, “se non si persuade costei, che si ostina a dire che è peccato.” Renzo mise in campo anche lui la sua eloquenza; ma Lucia non si lasciava smovere. “Io non so che rispondere a queste vostre ragioni,” diceva: “ma vedo che, per far questa cosa, come dite voi, bisogna andar avanti a furia di sotterfugi, di bugie, di finzioni. Ah Renzo! non abbiam cominciato così. Io voglio esser vostra moglie,” e non c’era verso che potesse proferir quella parola, e spiegar quell’intenzione, senza fare il viso rosso: “io voglio esser vostra moglie, ma per la strada diritta, col timor di Dio, all’altare. Lasciamo fare a Quello lassù. Non volete che sappia trovar Lui il bandolo d’aiutarci, meglio che non possiamo far noi, con tutte codeste furberie? E perchè far misteri al padre Cristoforo?” La disputa durava tuttavia, e non pareva vicina a finire, quando un calpestìo affrettato di sandali, e un rumore di tonaca sbattuta, somigliante a quello che fanno in una vela allentata i soffi ripetuti del vento, annunziarono il padre Cristoforo. Si chetaron tutti; e Agnese ebbe appena tempo di susurrare all’orecchio di Lucia: “bada bene, ve’, di non dirgli nulla.”
“De che èl po’ che ‘l giâ bisògn?” el dis don Rodrigo, emplantà ‘n pè en mez a la sala. El tono de le so parole l’era tale; ma ‘l modo che i l’eva proferìde, le voleva dir nèt e sclèt, varda ben cì che giâs dinanzi, pesa le parole e fai prést. Per dàrge coràzo al fra Cristoforo, nó podeva èsserge àuter de pù segur e zèrto, che parlàrge en modo superbo. El che l’era ìo con en pè levà, che ‘l zerciava le parole, e ‘l feva nar coi dedi i grani de le ave marie del rosari che tacià via sul cordon, come se ‘n caluna de chele el speràs de giatàr le parole per scomenziar via a parlar; chel far de don Rodrigo, el giâ fat nìr sùbit su la lénga pù paròle del bisògn. Però pensàndo ancia che, per nó far nar tut a mont, sia i fati sòi, ma sora tut i fati dei àutri, l’à corezù le parole che sùbit per sùbit g’era nù ‘n ment de dir e prudènte e con con grant umiltà ‘l dis: “son cì a domandàrge n’ato de zustìzia, a ‘mpregiàrlo de far na ciarità. Zèrti òumni disonèsti i à metù fòra ‘l nòm de vossiorìa lustrissima, per fàrge paura a ‘n pòer curat, per encriciàrge de far el só dover e per sotométer doi pòri nozènti. El el pòl con na parola convìnzer chesti, el pòl far en modo de dar de vòuta al derito la so forza, e solevar chei che è dré A subìr na ‘nzì crudele angiarìa. El el pòl; e podèndol… la cosiènza, l’onor…” “El me parlerà de la me cosiènza cando che nirai a confesarme da el. E po’ cant al me onor el giâ da savér che cì che lo difènt son mì e sol mì; e calunque che ‘l se riszas a méter el bèc’ ente le chestion del me onor, el ritegneròssi come n’ardito che vòl ofènderlo.” Fra Cristoforo, che l’era restà colpì da le parole de chel siór, che ‘l zerciava de trasformar ente n’ofèsa le sóe, en modo da ‘nviar via na bègia ‘nzì da tègnerlo lontan dal fato pù ‘mportante del discorso, el s’è sforzà pù che ‘l podéva a star calmo e l’à pensà de mandàr zó tut chel che ge saròs plasèst de dir a l’àuter, e sùbit tegnèndo la ós bassa l’à dit: “se ài dit vergot che ge desplas, l’è sta de segùr senza volérlo. El me corézia pur, el me bróntolia pur se nó son bòn de parlar come se deve; ma per piazer el me scóltia. Per amor del ziél, per chel Sioredio, che tuti prima o dopo gen da ‘ncontrar…” e ‘ntant che ‘l diseva chesto, l’èva tòt tra le man na testòta de schèletro de legn taciàda via a la só corona e ‘l ge metéva davanti ai òcli, “nó ‘l se ‘mpóntia a negiàrge na zustìzia ‘nzì fàzile e che ca pòra zènt giâ dirito de aver. El vàrdia che ‘l Sioredio ‘l giâ sèmper i òcli per i poréti, e che le só orazion, i só lamenti i è scoutàdi lassù. L’inocènza l’è potente al só… “Ehi, padre!” l’à taià vilanament don Rodrigo: “mì ge pòrti rispèt a l’àbit che ‘l pòrta: ma se g’è na ròba che poròs fàrmel desmentegiàr saròs de véderlo ‘ndòs a un che ‘l se risza de nìrme ‘n ciasa a farme la spia.” Con sta parola ‘l frate ‘l s’è ‘nzispà e l’è nù rós come na brasa da la rabia: però l’è restà calmo, come cì che tòl zó na medizìna amara, e l’à dit: “nó ‘l pòl créder de segùr che mì pòdia èsser na spia. En cossiènza el sènt che ‘l pas che fón mì cì nó l’è de ‘n viliàco né vergognós. El me scóltia siór don Rodrigo; e vòbia ‘l ziél che nó vègnia chel dì che ve pentìo de nó avérme scoutà. Nó ‘l métia ‘l so crèdit… cal po’ crèdit, siór don Rodrigo! cal po’ crèdit dinanzi ai òumni! E dinanzi al Sioredio! El el pòl far tant cazó; ma…” “Sal el,” dis don Rodrigo, sautàndo su con rabia, ma ancia con en pòc’ de terór, “el vàrdia che, cando che me vèn la spizza de scoutar na prèdicia son bon de nar en glésia, come che fa i àutri? Ma a me ciasa! Oh!” e po' ancor con chel mèz risolìn fàus da tòr per ziro: “el me trata da pù de chel che son. El prediciadór en ciasa! I la giâ sol i prìnzipi.” “E chel Sioredio che ge domanda cont ai prìnzipi de la parola che ‘l ge fa sentìr entei so palazi; sèmper chel Sioredio el ge offre ades la só misericordia, mandàndoge ‘n só ministro, senza meritàrsel e gran pòver òm, ma sèmper só ministro, a pregiar per na nozènta…” “Ensoma, padre,” dis don Rodrigo, entant che ‘l féva per nàrsen, “mì nó ciapìssi chel che ‘l vòl dir: nó ciapìssi àuter che dev’èsserge per mèz na calche putelòta che ge prèm assà. El vàgia pur a far le só confessión a cì che ge plàs a el; e nó ‘l se tògia la libertà de ‘nzigerar pù che tant en gialantòm.” Come che don Rodrigo l’à fat per mòverse, ‘l frate ‘l s’è metù dinanzi, ma con gran rispèt; e auzzà le man come per supliciar e per tegnìrlo ìo ‘ncor ‘n pòc’, l’à respondù: “zèrto che la me prèm, l’è vera, ma nancia de pù che el; l’è doi anime che una e l’àutra me prèm pù del me sanc. Don Rodrigo! mì per el nó pòdi far àuter che pregiar el Sioredio; e ‘l farài con tut el còr. Nó ‘l me dìgia de no: nó ‘l vorà mìgia tègner ente l’angóssa e ‘ntel teror na pòra nozènta no. Na só parola la pòl sistemar tut.“ “Bòn bòn,” el dis don Rodrigo, “se ‘l crét che mì pòdia far tant per sta persona; sicome ‘l ge tègn enzì tant a sta persona…” “E alor?” el dis ansios el padre Cristoforo, che però el comportament de don Rodrigo nó i lo convinzeva pù che tant, ancia se le parole che l’eva dit le podeva dar calche speranza. “Alor i la consìlia de nìr cì e de méterse sota la me protezion. De segùr nó ge mancerà engot, e nó ge sarà ‘nzun che ‘l giaverà l’ardiment de dàrge da dir, la va del me onór de cavalier.” A sta proposta, el frate l'è sautà su come 'n bis', e sicome ‘l s’èra tegnù a stento ‘nfin a chel moment, l’è sbrocià. Tuti chei propòsiti de star prudente e de èsser paziènt i è nadi su per el ciamìn: l’òm che l’era ‘n bòt el néva d’acòrdi con chel nòu; e ge vòl dir che ‘nchei casi ìo fra Cristoforo el valeva pròpri per doi. “La vòssa protezion!” l’à sclamà, dando ‘ndré doi passi, postàndose plen de orgòi sul pè ‘ndrìt, e metèndo la man endrita sul flànc’, l'à arcià la zancia col dé for drìt vèrs don Rodrigo, e ‘mplantàndoge adòs doi òcli enfuriadi: “la vòssa protezion! L’è meio che ébieo parlà ‘nzì che m’ébieo fat sta proposta a mì. Adès seo nà sora la bròcia; e nó me feo pù paura.” “Come pàrles pò, tòi frate?...” “Parli come che se ge parla a ‘n luteràn, e che nó ‘l pòl pù far paura. La vòssa protezión! El sévi bèn che ca pòra nozènta la è sota la protezión del Sioredio; ma voi, pròpri voi me ‘l féo véder adès con tanta segurezza, che nó g’è pù bisògn de riguardo a parlàrven. La Lucia, digi: el vedéo che mì pronónzi sto nòm a testa àuta, e vardàndol entei òcli.” “Ma come pò! ente sta ciasa…!” “Sta ciasa la me fa pecià: la giâ sora la maledizión. Vederéo bèn se la zustìzia del Sioredio la giaverà riguardo de càter préde, o sudizión de càter sbìri. Voi credéo che ‘l Sioredio l’abia fat na criatura compagna al só aspèto, per dàrve la sodisfazión de tormentarla! Voi credéo che ‘l Sioredio nó ‘l sia bòn de difènderla! Voi éo disprezzà ‘l só avìso! Ve sèo palesà per chel che séo. El còr del Faraón l’era dur come ‘l vòs; e ‘l Sioredio ì l’à spezzà. La Lucia la saròs segùra con voi: ve ‘l dìgi mì che son en pòer frate; e cant a voi, sentìme bèn chel che ve ‘mprométi. Nirà ‘n dì…” Don Rodrigo l’è restà ìo enfìn cì ‘ntra la rabia e la maravéa, sbarlordì, senza giatàr àutre parole; ma cando che l’à sentù proferìr na profezìa, a la rabia se giâ tacià sota sota en misteriós spavènt. L’à brancà per aria ca man spaventosa, e auzzàndo la ós, per strupàrgela a chel malaugurà profèta, l’à urlà: “vame fòr dai pèi, vilanàz sfazzàdón, fratón fàuss col capùz.” Ste parole ‘nzì sclète le à calmà sùbit ente ‘n àtimo ‘l padre Cristoforo. A l’idea de strapàz e de vilanarìa, che l’era ‘nla só testa enzì bèn e da tant tèmp, ge nideva naturale l’idea de dolor e de silenzio, e a chel complimént che geva fat chel spòdec’, ge s’è smorzà ogni spìrit de rabia e de passion, e nó g’è restà àuter che scoutar con calma chel che a don Rodrigo ge saròs plasèst de taciàrge. Sichè plan plan l’à ritirà la man da le zàte de chel gialantòm, l’à sbassà la testa e l’è restà ìo fermo, come n’àrbol azità che ruà de soflàr el vènt ente la boras-cia, el mét en sèsti i só rami, e ‘l zapa la tompèsta come Dio la manda. “Vilanàz piòcel refat!” dis ancor don Rodrigo: “tì pàrles enzì. Ma ringrazia la tònegia che giâs su le spale da lazerón, e che ‘l te salva da le caréze che se ge fa a chei come tì per ensegnàrge come che se parla. Per sto bòt vai fòr co le tó giambe; e po’ farén i conti.” E ‘l giâ ‘nsegnà con superbia, na pòrta ìo davanti de chela che i era nudi ént; el padre Cristoforo l’à sbassà la testa, e ‘l se n’è nà, lagiando ìo don Rodrigo a mesurar, come ‘n leon en giàbia, el ciamp de batalia. Cando che ‘l frate el s’eva serà la porta dré ‘l cul, l’à vist ente la sala ‘ndo che l’èra dré a nar ént, n’òm che s’è tirava ‘ndré plan plan, struciàndose dré al mur per nó èsser vist da la ciàmera de la fasolada ; e la cognossù chel servo vècel che era nù a davèrgerze ‘l portón su la strada. Chesto cì l’era ‘n ca ciasa almen da carant’ani, sichè prima che nassés don Rodrigo; l’era nà a servìr ancor só pare, che l’era tut n’àutra pasta de òm. Mòrt só pare, el fiòl l’à sfratà tuta la servitù, e però sto servo cì el se l’eva tegnù perchè l’era zà vècel, ma ancia perché, se bèn col padrón el fus come dal dì a la nòt, el sgalivava sto difèt con doi calità: el gran crèdit che ‘l ge deva a ca ciasa, e po’ nó ge n’èra de pù bravi can che g’èra da far azèti; el cognosséva meio de qualunque, tute le tradizion ancia le pù antiche, e tute le part ancia le pù pìzzole. El pòer vècel nó l’averòs mai bù ‘l coràzo de dìrge sul mus chel che ‘l pensava e men che men de critegiàrlo de chel che ‘l vedeva tuti i dì: a la pù el feva na calche crìtegia, calche brontolàda ‘ntra i denti coi só compagni de laoro; ma chésti i lo grignava fòr, e anzì i se godéva a zaigiàrlo su chel punto, per fàrge dir vergot de pù de chel che ‘l voléva e po’ per sentìrlo lodar ancor i tempi cando che ‘nte ca ciasa se viveva da gialantòm. Le só brontolade le arivava enle récle del padrón sèmper compagnade da gran risade en modo tale che l’era deventà el zambèl de tuti. Entei dì che g’era feste o calche ‘nvidà de riguardo, chel vècel el deventava ‘n personazi serio e che deva importanza. El padre Cristoforo i l’à vardà ‘ntel passàr, i l’à saludà, e l’è nà per la só strada; ma ‘l vècel ‘l g’è nà dausìn e ‘n pòc’ misteriós l’à metù ‘l dé su la bócia, e po’ con chel dé ‘l giâ fat segn de nàrge dré ente n’àndit scur. Cando che i è stadi ìo ‘l giâ dit sota ós: ― padre, ài sentù tut, e giâi bisògn de parlàrge. “Presto diséme, bon òm.” “Cacì nó pòdi: guai a mì se ‘l padrón el se nascòrz… Ma mì sai tante ròbe; e vardi de nìr doman al convènt.” “Gial en ment calche vergot?” “Vergot en l’aria g’è de segùr: ài zà podèst nascòrzerme. Ma ades vardi de savér de pù e speri de nìrgen sora a tut. El me làgia far a mì. Me tócia véder e sentìr de che ròbe…! ròbe de fòc’! Son ente na ciasa…! Però mì voròssi salvàrme l’anima.” “El Sioredio el ve ‘mbenedìsia!” E disendo sota ós ste parole, el frate la metù la man su la testa biancia del servo, che, ancia se l’era pù vècel de el, el gé steva ìo inchinà dinanzi, come se ‘l fus so fiòl. “El Sioredio a so tèmp el ve pagerà,” dis el frate: “Vardà de nìr doman al convènt.” “Vèni, vèni,” à respondù ‘l servo: “ma ‘l vàgia via sùbit e… per amor del ziél… nó ‘l fàgia ‘l me nòm.” E disèndo ‘nzì, el s’è vardà ‘ntorn, e l’è sortì, da n’àutra banda de chel’àndit, ente na saléta, che la portava entel cortìu; e vist che nó g’èra ‘nzun, l’à clamà fòr el frate, che con n’oclada ‘l giâ respondù mèio che con zento parole. El servo ‘l giâ mossà da ‘ndo che ‘l geva da nar fòr; el frate, senza dìr àuter, l’è partì. Chel’òm l’èra sta ìo a scoutàr su l’us del só padron: ével fat ben? E fra Cristoforo fével ben a lodarlo per chesto? A vardar le regole pù sèmplizi e che de sòlit le val sèmper, l’è na ròba putòst bruta; ma per chel caso ìo nó se podéva seràr n’òcel no? e po’ per che regole pù sèmplizi e che de sòlit le è sèmper azetàde ge pòl èsser casi che se pòl seràr n’òcel? L’era chestión serie; ma ‘l lezidor el la penserà come che ‘l vòl. Noi nó gen intenzion de dar zudìzi: ne basta aver fati da contàr. Embòt che l’è sta fòra, e voutà le spale a ca ciasàzza, fra Cristoforo ‘l podeva tirar el flà pù ben, e ‘l s’è ‘nvià ‘n prèssa zó per la chìpa, col mus tut ros, avelì e sot sora, come tuti i pòl emmazinarse, per chel che l’eva sentù, e per chel che l’eva dit. Però ca esebizión del vècel che nó ‘l se spetava, l’era sta per el en gra soliévo: ge paréva che Chel su sóra el giaves dat na prova che se podeva véder de la só protezion. — Eco ‘n fìl, el pensava, en fìl che la providènza la me mét enle man. E pròpri ‘n ca ciasa ìo! e senza che mì me ‘nsognàsite de zerciàrlo! — E ‘ntant che ‘l masnava sti pensieri, l’à levà i òcli e l’à vist el sol che era dré a nar zó e che ‘l tociava zà la zima del mont, e l’à pensà che ormai de chel dì restava pròpri pòc’. Alor, ancia se ‘l sentìva mal dapertut per via de tuti i strapazi de ca zornada, l’à pessegià ancor de pù, per podér portàrge na nòva, chela che fus, ai só protèti, e po’ arivar al convènt prima che fus nù nòt: che per àuter l’èra una de le régole pù severe che geva i frati capuzini. Entant, enla ciasòta de la Lucia, i eva pensà e ‘mmazinà prozèti, che ne convièn dìrge al lezidor. Dopo che era partì ‘l frate, chei trei i era restàdi ìo senza dir engot; la Lucia trista la preparava disnàr; el Renzo l’era ìo per nàrsen ente ogni momént, per tòrse via da ela che l’era ‘ngropada, ma però nó l’era bòn de destaciàrse; l’Agnese l’emparéva tuta zapàda a l’àspol che la féva ziràr. Ma, sota sota l’era dré a maduràr na trovada; e, cando che g’è parèst che la fus madura, l’è nuda fòr con ste parole: “Sentìme putèì! Se voléo aver còr e braùra cant che ge ‘n vòl, se voléo fidàrve de vòssa mare,” come che l’à dit vòssa la Lucia l’à s’è fata fòr, “mì me don da far a tiràrve fòr da sta pégola, forse mèio e pù prest del padre Cristoforo ancia se l’è l’òm che l’è.” La Lucia l’è restàda ìo col vis plen de maravéa pù che de fidament per na pensada enzì bela; e ‘l Renzo ‘l dis sùbit: “còr? braùra? disé, disé pur che che se pòl far.” Dis l’Agnese: “Nó èl vera no, che se fùsseo sposadi ‘l saròs en bel pas inanzi? E che a tut el rest se troveròs pù fazilment en rimèdi?” “G’è da dubitar?” dis el Renzo: “Maridàdi che fùssente… tut el mondo l’è paes; e, cì a doi passi, entela bergamasca, cì che laóra a far el tessàder i lo tòl a brazi avèrti. Nó séo cante bòte che me cosìn el Bórtol el m’à domandà de nar a star ìo da el, che faròssi fortuna, come che à fat el: e se mì nó giâi mai dat fé, l’è perché… ma nó serve? l’è perché el me còr l’era cì. Maridàdi, se va tuti ‘nsèma, se mét su ciasa ìo e se viò en santa paze, for da le sgrìnfe de sto spòtico, lontan da la tentazion de combinàr calche spropòsit. Èl vera no, Lucia?” “Sì,” la dis la Lucia: “ma come po’?” “Come che ài dit mì,” a dit só mama: “còr e astuzia; e la ròba l’è fàzile.” “Come dìrlo!” i dis tuti doi ensèma, ma per lori la chestión, senza spiegiàrsel, adès l’era deventàda pròpri difìzile. “Fàzile, per cì che è bòn de fàrla,” giâ replicà l’Agnese. “Scoutàme ben, che vardi de fàrvela ‘ntènder. Mì ài sentù dir da zènt che sa, e che anzi enten caso l’ài vìst pròpri mì, che, per far en matrimòni, ge vòl sì ‘l curàt, ma nó l’è nezessàri che i lo vòbia, basta che ‘l ge sia.” “Com’èla sta fazènda?” à domandà ‘l Renzo. “Scoutàme e sentiréo. Ge vòl doi testimòni dritóni e che i vàgia d’acòrdi. Se và dal curàt: però ge vòl fàrge n’emprovisàda, che nó ‘l g’àbia ‘l tèmp de s-ciampar. L’òm el dis: siór curàt, chesta l’è la mé spósa; la feumna la dis: chesto l’è ‘l me òm. Ge vòl che ‘l curàt el sèntia, che i testimòni i sèntia; e ‘l matrimòni l’è bel e fat, sacrosànt come se i l’aves fat el papa. Cando che le parole le è stade dite, el curàt el pòl urlar, zigiar, far tut el rebaltón che se vòl; l’è inutile; séo òm e feumna.” “Possìbol?” l’à sclamà la Lucia. “Come po’!” la dis l’Agnese: “ma nó voréo migia pensar che, ‘nten trent’ani che ài passà a sto mondo prima che voi nasséseo, nó abia ‘mparà ‘ngot no.” La ròba l’è come che ve la digi mì: tanto che na me amica, che la voleva tòr un contra la volontà dei sòi, fasèndo enchel modo ìo, l’è arivada sul so. El curàt, che g’èra nà ‘n pùles enla récla, el stéva atènto; ma chei doi diàuli ì à savèst far le ròbe enzì ben, che i l’à zapà entel moment zust, i à dit le parole, e i è deventadi òm e feumna: ancia se dopo apena trei dì ca poréta la s’èra pentìda.” L’Agnese la geva resón, sia per el fato de podérlo far, sia per el perìcol de nó èsser bòni: perché sicome enzuni doprava na ‘mpensada tale se nó l’era zènt che eva bù calche ostàcol o sgnapada per la strada ordenaria, i pàroci i steva su con le récle ben atenti a schivarse ca situazion sforzada; e ancia, se per caso un de chei prèti ‘l se fus trovà davanti a doi sposi enzì, compagnadi dai testimòni, el feva de tut per liberàrsen, come ‘l Proteo da le man de chei che voleva fàrge far le profezìe per forza. “Se ‘l fus vera, Lucia!” dis el Renzo, vardàndola col vis come per supliciarla. “Come pò! se ‘l fus vera!” la dis l’Agnese. “Ancia voi credéo che mì dìgia fandògne. Mì me fon en càter per voiàutri, e nó me credéo: bòn bòn; ranzàve da vòssapòsta alor: mì me ‘n lavi le man.” “Ah no! nó ste ‘mplantàrne cì adès no,” dis el Renzo. “Parli ‘nzì perché sta ròba la me par ancia massa bèla. Me méti enle vòsse man; mì ve tègni pròpri come se fùsseo me mama.” A ste parole l’Agnese, che ‘n pòc’ la g’èra nada su per el nas, l’à desmentegià sùbit chel proponiment che, a dir la verità nó l’averòs mai fat per dal bòn. “Ma perché po’ alor, mama,” dis la Lucia, col só far en pòc’ respetos, “perché po’ nó la g’è nuda ‘n ment al fra Cristoforo?” “En ment?” à respondù l’Agnese: “vòs che nó la ge sia nuda ‘n ment no! ma nó l’avrà volèst parlàrnen.” “Perché?” à domandà ensèma a l’emprovisa i doi putèi. “Perché… perché, se voléo savérlo i prèti i dis che nó ‘l saròss pròpri na bèla ròba da far.” “Ma com’èla po’ che na ròba che nó la va ben fata, cando che l’è fata l’è fata ben?” dis el Renzo. “Che voléo che ve dìgia po’ mì?” à respondù l’Agnese. “La leze i l’à fata lori, come che giâ plasèst fàrla; e noi pòra zènt nó podén ciapìr tut. E po’ cante ròbe le va ben en pràtigia e le è sbagliade ‘n teoria… Ecco; l’è come dàrge ‘n pugn a ‘n cristian. Nó l’è na bela roba; ma, ‘n bòt che ge l’éo dat, nó pòl tòrgel nancia ‘l papa.” “Se l’è na ròba che nó sta ben far,” dis la Lucia, “nó ge vòl fàrla.” “Ma sì!” dis l’Agnese, “nó voràstus mìgia che te dàgia ‘n consìli contra ‘l timor de Dio no? Se ‘l fus contra la volontà dei tó parenti, che nó i vòl che tògies en s-ciavizzacòl… ma, contenta mì, e per tòr sto brào fiòl; e cì che met tute ste angiarìe l’è ‘n birbante; e ‘l siór curàt…” “L’è ‘nzì palesàda che i la ciapiròs tuti,” dis el Renzo. La dis l’Agnese: “Nó ge vòl parlàrgen al fra Cristoforo, prima de farla fòra, e ‘n bòt che l’è fata e che la è reussìda, che pénses che ‘l te dìgia po’ ‘l padre? ― Ah pòpa! Me l’éo fata pròpri grossa. ― I preti i cògn parlar enzì. Ma crédeme a mì che sota sota l’è content ancia el.” La Lucia, nó l’à podèst dir àuter a chel resonament, però nó la era ‘ncor convìnta: ma ‘l Renzo, tut resoluto, ‘l dis: “se l’è ‘nzì, la ròba l’è fata.” “Plan, plan,” la dis l’Agnese. – “E i testimòni? Ge vòl trovar doi che i è d’acòrdi ma che ‘ntant i stàgia ziti! E po’ emprovisàrse dal siór curàt che l’è doi dì che l’è serà ént en ciasa? E fàrlo star ìo? perché ancia se l’è péger de so, de segùr a véderve comparìr tuti canti ensèma, ‘l deventerà lèst come ‘n giat e ‘l ve s-ciamperà come ‘l diàul da l’aca santa.” “L’ài trovà mì ‘l modo, l’ài trovà,” dis el Renzo, batèndo ‘l pugn su la tàula, fasèndo scorlar piati e scudèle parezàdi per el disnar. E po’ l’à spiegià le só intenzion, che l’Agnese l’à aprovà ‘n tut e per tut. “L’è sfrugnade,” dis la Lucia: “nó l’è ròbe da far. Enfìn adès sen nadi avanti onestament: l’è mèio che néntie avanti con fede, e ‘l Sioredio ‘l ne aiderà: el padre Cristoforo i l’à dit. L’è mèio sentìr el só parér.” “Làgete compagnar da cì che ‘l né ‘n sa pù de tì,” dis l’Agnese, che la féva sul serio. – “Perché po’ ge vòl domandar opunión? El Sioredio ‘l dis: aiùtete, che mì te aiuti. Al padre ge conterén tut, a ròbe fate.” “Lucia,” dis el Renzo, “nó voréo mìgia tiràrve ‘ndré ades no? Nó évente fat tute le nòsse ròbe da bòni cristiani? Nó doròssente zà èsser mì ‘l to òm e tì la me feumna? El curàt nó ével zà fissà el el dì e l’ora? De cì èla po’ la colpa, se adès cognén enzignàrne come che podén? No, nó vé tireréo endré. Vón e vèni con la rispòsta.” Saludando la Lucia con n’ato de racomandazion e po’ l’Agnese con l’aria da cautrìn l’è partì ‘mprèssa. Le tribolazion le fa nar el zervèl: e ‘l Renzo che sul sintér drìt e plan de la só esistenza viazàda enfìn a alór, nó ‘l s’era mai giatà ente la situazión che l’era, e ‘l s’eva ‘nventà una de le sóe che la giaveròs fat onor ancia a ‘n zùdize. L’è nà drìt come ‘n fil, come che l’eva ‘mpensà, vèrs la ciaséta de ‘n zèrto Tòni, che l’era ìo arènt; i l’à giatà ‘n cosìna ‘ntant che col zinòcel sul s-cialìn del foglàr el tegnìva ‘n man l’ór del paròl che l’eva metù su le brase, e ‘l mesdava con la glava na polentòta grìsa de formentón. Só mare, ‘n fradèl, la spósa del Tòni, i era sentàdi zó a tàula; trei o càter popàti ‘n pè arènt a só pare i spetàva coi òcli fissi sul paròl che nidés ora de trar fòr la polènta. Nó g’èra l’alegrìa che ge doròs èsserge a véder el disnar can che se se l’à gadagnà con fadìgia. La polènta l’era tanta canta che che l’an ìo se podéva magnar, ma no de zèrto canta che ge ‘n avròs volèst per l’apetìt dei vantori. Tuti i enfissava coi òcli de sbiéc’ famadi luzzi, la polènta che la geva da èsser assà per tuti. Entant che ‘l Renzo ‘l saludava tuta la famìlia, ‘l Tòni l’à tràt fòr la polènta sul taiér de fòu ìo pronto a zapàrla: emparéva na luna pìzzola en mèz a ‘n zércel de vapór. Le feumne per complimént le giâ domandà al Renzo: “voléo fermàrve a magnàr en bocón?” en compliment che ogni contadìn de la Lombardia, e cissà de canti àutri pòsti! ‘l fa sèmper a cì che lo giàta ‘ntant che ‘l magna, ‘l fus ancia ‘n sioràz che l’è apena levà su ténc’ da la tàula, e per el el fus l’ultim bocón. “Ve ringrazi,” à respondù ‘l Renzo: “vèni sol per dìrge na ròba al Tòni; anzi se vòs Tòni per nó dàrge da dìr a le tó feumne podén nar a disnar a l’ostarìa e te parlerài ìo.” El Tòni che nó ‘l se spetava chel vada e l’era pròpri contentón; le feumne e ancia chei pòri pòpi (che su l’emplenìr la panza i eva emparà sùbit a far i conti) ancor de pù perché nó i à vist malvolintera che ge ‘n fus un de men da spartìr la polènta e estra un che l’era de zaco. Siché ‘l Tòni nó ‘l se l’à fat dir doi bòte e l’è nà col Renzo. Arivadi a l’ostarìa del paes, i s’è sentàdi zó, ‘n tuta comodità e da só pòsta, perchè la gran misèria l’eva desusà i avantóri de chel posto de lovarìe; i s’à fati portar chel pòc’ che se trovava e i à svoidà ‘n fiàsc’ de vin; po’ ‘l Renzo con en far misteriós el dis al Tòni: - se me fas en piazeròt, mì vòi fàrten un pù grant. “Parla, parla pur; comàndeme pur,” à respondù ‘l Tòni, svidàndose fòr en bicér. “Ancòi per tì me peteròssi ‘ntel fòc’.” “Tì giâs en dèbit de vintizìnc’ lire col siór curàt, per el fit del só ciamp, che lauràves l’an passà.” “Ah, Renzo, Renzo! tì me rovìnes la zornada. Con che ròba me vènes fòra po' adès? M’às fat passar el bonumor.” El Renzo: “Se te parli del dèbit, l’è perché, se vòs, mì giâi en ment de dàrte ‘l mèzo per pagiàrlo.” “Dìges dalbòn?” “Dalbòn sì. Ah? saròstus contènt no?” “Contènt? Ostizia, se saròssi contènt! Demò per nó véder pù chei zestàzzi, e chei mòti con la testa che me fa ‘l siór curàt ogni bòt che ne ‘ncontràn. E po’ sèmper: Tòni, ricòrdete vè: Tòni, cand’èl po’ che ne vedén per chel’afàre? Adiritura cando che ‘l fa la prèdicia el me fìcia chei òcli adòs e mì giâi scasi paura che ì lo dìgia zó dal pùlpit, che i lo sèntia tuti: che vintizìnc’ lire! Che le sia maledete che vintizìnc’ lire! E po’ ‘l doròs dàrme de vòuta la colana de òr de la me sposa, che barateròssi con tanta polenta. Ma…” “Ma, ma, se tì vòs fàrme ‘n piazeròt, le vintizìnc’ lire le è zà bel e che pronte. ” “Dìme, dai.” “Ma…!” dis el Renzo metèndo ‘l dé su la bócia. “Ocór che me dìgies ste ròbe? me cognósses ben no?” “El siór curàt l’è dré a tiràr fòr en mùcel de pégole senza sugo per tiràr en lòngia ‘l me matrimòni; mì ‘nveze voròssi far emprèssa. I m’à dit che se ne presentàn davanti a el noi doi spósi con doi testimòni, e disèndo mì: chésta l’è la me spósa, e la Lucia: chesto l’è ‘l me marì, el matrimòni l’è bel e fat. M’às ciapì?” “Vòs che vègnia mì a far da testimòni?” “Apunto.” “E tì me pàges le vintizìnc’ lire?” “Enzì giâi en ment.” “Coión cì che mància.” “Però ge vòl trovar n’àuter testimòni.” “L’ài trovà. Chel pìnco de me fradèl el Zervàso el fa chel che ge dìgi mì. Tì ge pageràstus ben da béver no?” “E da magnar,” à respondù ‘l Renzo. “Prima ‘l portàn cì con noi a béver na taza. Ma saràl bòn de farla?” “Ge ‘nsegni mì: sas ben che la só part de zervèl l’ài tòta mì.” “Doman…” “Bón.” “Vèrs l’embrunìr…” “Benón.” “Ma…! dis el Renzo, metèndo de nòu el dé su la bócia.” El Tòni plegiando la testa su la spala e auzzàndo la zancia come a dir nó fàme tòrt, el dis: “Poh…!” “Ma, se la tó spósa la te domanda, che la te domanderà de segùr…” “De bosìe, son en dèbit mì con la me feumna, e pròpri tant, che nó sai nancia se ariverài a nar pari. Calche sbrómbola ge giaterài fòr, tanto da fàrla star col còr en paze.” Dis el Renzo: “Doman matina discorerén con còmot, per méterne d’acòrdi ben su tut.” Con chesta, i è partìdi da l’ostarìa, el Tòni ‘nvià vèrs só ciasa, studiando la fandògna da contàrge a le só feumne, e ‘l Renzo a rènder cont dei pati che l’eva tòt. Entant l’Agnese l’eva sfadigià assà e perengót a convìnzer só fiòla. Chesta la contradìva ogni resón e la tiràva fòr adès una e po' l’àutra part del só gran dubi: o la ròba l’è disonèsta e alor nó ge vòl fàrla; o nó la è, e perché alór nó dìrla a padre Cristoforo? El Renzo l’è arivà tut contènt, l’à fate l só rapòrto, e a la fìn l’à sclamà: ahn? Come per dir: sónte o nó sónte n’òm mì? se podéva trovàrnen un mèio? Ve saròssela nuda ‘n ment a voi? E àutre zènto ròbe del zènere. La Lucia la scorlava plan plan la testa, ma chei doi s-ciaudadi i ge feva pòc’ caso, come che se fa con en pòpo che nó se pòl pretènder de fàrge ‘ntènder tuta la resón de na ròba, e che dopo se convinzerà prima con le bòne e po' con l’autorità a fàrge far chel che se vòl da el. “Va ben,” dis l’Agnese: “va ben; ma… nó en pensà a tut.” “Che èl po’ che ne mancia?” à respondù ‘l Renzo. “E la Perpetua? nó éo pensà a la Perpetua. El Tòni e só fradèl i li lagerà nar ent; ma voi! voi doi! pensà! la giaverà l’ordine de tègnerve lontani, pù che ‘n putèl da ‘n peràr coi fruti maduri.” “Come farénte po’?” dis el Renzo ‘n pòc’ empazzà. “Eco: giâi pensà mì. vèni ancia mì con voi; giâi en segrèt per tiràrla e per ‘nciantarla ‘n modo che nó la se nascòrzia de voi e podégieo nar ent. La clamerai mì, e ge tirerai fòr mì na robéta… vederéo.” “Benedeta voi!” l’à sclamà ‘l Renzo: “l’ài sèmper dit mì che seo voi el nòs aiùt en tut.” “Ma tut chesto nó ‘l val engot,” dis l’Agnese, “se nó se convìnz chesta cì che la se ‘mponta a dir che l’è pecià.” Ancia ‘l Renzo la tirà fòr tuta la só bàtola: ma la Lucia nó la se lagiava convìnzer. La Lucia la diseva: “Mì nó sai chel che risponder a le vòsse resón, ma vedi che a far sta ròba, come che diséo voi, ge vòl nar avanti a furia de sfrugnade, bosìe, de sfausarìe. Ah Renzo! nó en mìgia scomenzià ‘nzì no. Mì voi èsser la vòssa spósa,” e nó g’èra vèrs de proferìr ca paròla e spiegiar ca intenzion senza deventar rossa come na brasa: “mì vòi èsser la vòssa spósa, ma per la strada drita, col timor de Dio, dinanzi a l’autar. Lagiàntege far a Chel su sora. Voléo che nó ‘l sàpia trovar el ciào per aidàrne no, mèio de chel che poden far noiàutri, con tute ste furbarìe? E po’, perché po’ fàrge mistèro al padre Cristoforo?” La discussion la neva inanzi, e ‘mpareva che nó la giaves da ruàr pù, cando che s’è sentù ‘n pestolar pessegènt de zopèle e ‘n rumor de tònegia sbatuda, che ‘l ge ‘nsomiava a chel che fa ‘l vent cando che ‘l sófla ente na vela flapa, l’era padre Cristoforo. Tuti i à tasèst; l’Agnese l’abù apena ‘l tèmp de susuràrge ‘n la récla de la Lucia: “Varda vè, nó dìge ‘ngot vè no.”
Il padre Cristoforo arrivava nell’attitudine d’un buon capitano che, perduta, senza sua colpa, una battaglia importante, afflitto ma non scoraggito, sopra pensiero ma non sbalordito, di corsa e non in fuga, si porta dove il bisogno lo chiede, a premunire i luoghi minacciati, a raccoglier le truppe, a dar nuovi ordini. “La pace sia con voi,” disse, nell’entrare. “Non c’è nulla da sperare dall’uomo: tanto più bisogna confidare in Dio: e già ho qualche pegno della sua protezione.” Sebbene nessuno dei tre sperasse molto nel tentativo del padre Cristoforo, giacchè il vedere un potente ritirarsi da una soverchieria, senza esserci costretto, e per mera condiscendenza a preghiere disarmate, era cosa piuttosto inaudita che rara; nulladimeno la trista certezza fu un colpo per tutti. Le donne abbassarono il capo; ma nell’animo di Renzo, l’ira prevalse all’abbattimento. Quell’annunzio lo trovava già amareggiato da tante sorprese dolorose, da tanti tentativi andati a voto, da tante speranze deluse, e, per di più, esacerbato, in quel momento, dalle ripulse di Lucia. “Vorrei sapere,” gridò, digrignando i denti, e alzando la voce, quanto non aveva mai fatto prima d’allora, alla presenza del padre Cristoforo; “vorrei sapere che ragioni ha dette quel cane, per sostenere... per sostenere che la mia sposa non dev’essere la mia sposa.” “Povero Renzo!” rispose il frate, con una voce grave e pietosa, e con uno sguardo che comandava amorevolmente la pacatezza: “se il potente che vuol commettere l’ingiustizia fosse sempre obbligato a dir le sue ragioni, le cose non anderebbero come vanno.” “Ha detto dunque quel cane, che non vuole, perchè non vuole?” “Non ha detto nemmen questo, povero Renzo! Sarebbe ancora un vantaggio se, per commetter l’iniquità, dovessero confessarla apertamente.” “Ma qualcosa ha dovuto dire: cos’ha detto quel tizzone d’inferno?” “Le sue parole, io l’ho sentite, e non te le saprei ripetere. Le parole dell’iniquo che è forte, penetrano e sfuggono. Può adirarsi che tu mostri sospetto di lui, e, nello stesso tempo, farti sentire che quello di che tu sospetti è certo: può insultare e chiamarsi offeso, schernire e chieder ragione, atterrire e lagnarsi, essere sfacciato e irreprensibile. Non chieder più in là. Colui non ha proferito il nome di questa innocente, nè il tuo, non ha figurato nemmen di conoscervi, non ha detto di pretender nulla; ma... ma pur troppo ho dovuto intendere ch’è irremovibile. Nondimeno, confidenza in Dio! Voi, poverette, non vi perdete d’animo; e tu, Renzo... oh! credi pure, ch’io so mettermi ne’ tuoi panni, ch’io sento quello che passa nel tuo cuore. Ma, pazienza! È una magra parola, una parola amara, per chi non crede; ma tu...! non vorrai tu concedere a Dio un giorno, due giorni, il tempo che vorrà prendere, per far trionfare la giustizia? Il tempo è suo; e ce n’ha promesso tanto! Lascia fare a Lui, Renzo; e sappi... sappiate tutti ch’io ho già in mano un filo, per aiutarvi. Per ora, non posso dirvi di più. Domani io non verrò quassù; devo stare al convento tutto il giorno, per voi. Tu, Renzo, procura di venirci: o se, per caso impensato, tu non potessi, mandate un uomo fidato, un garzoncello di giudizio, per mezzo del quale io possa farvi sapere quello che occorrerà. Si fa buio; bisogna ch’io corra al convento. Fede, coraggio; e addio.” Detto questo, uscì in fretta, e se n’andò, correndo, e quasi saltelloni, giù per quella viottola storta e sassosa, per non arrivar tardi al convento, a rischio di buscarsi una buona sgridata, o quel che gli sarebbe pesato ancor più, una penitenza, che gl’impedisse, il giorno dopo, di trovarsi pronto e spedito a ciò che potesse richiedere il bisogno de’ suoi protetti. “Avete sentito cos’ha detto d’un non so che... d’un filo che ha, per aiutarci?” disse Lucia. “Convien fidarsi a lui; è un uomo che, quando promette dieci...” “Se non c’è altro...!” interruppe Agnese. “Avrebbe dovuto parlar più chiaro, o chiamar me da una parte, e dirmi cosa sia questo...” “Chiacchiere! la finirò io: io la finirò!” interruppe Renzo, questa volta, andando in su e in giù per la stanza, e con una voce, con un viso, da non lasciar dubbio sul senso di quelle parole. “Oh Renzo!” esclamò Lucia. “Cosa volete dire?” esclamò Agnese. “Che bisogno c’è di dire? La finirò io. Abbia pur cento, mille diavoli nell’anima, finalmente è di carne e ossa anche lui...” “No, no, per amor del cielo...!” cominciò Lucia; ma il pianto le troncò la voce. “Non son discorsi da farsi, neppur per burla,” disse Agnese. “Per burla?” gridò Renzo, fermandosi ritto in faccia ad Agnese seduta, e piantandole in faccia due occhi stralunati. “Per burla! vedrete se sarà burla.” “Oh Renzo!” disse Lucia, a stento, tra i singhiozzi: “non v’ho mai visto così.” “Non dite queste cose, per amor del cielo,” riprese ancora in fretta Agnese, abbassando la voce. “Non vi ricordate quante braccia ha al suo comando colui? E quand’ anche... Dio liberi! ... contro i poveri c’è sempre giustizia.” “La farò io, la giustizia, io! È ormai tempo. La cosa non è facile: lo so anch’io. Si guarda bene, il cane assassino: sa come sta; ma non importa. Risoluzione e pazienza... e il momento arriva. Sì, la farò io, la giustizia: lo libererò io, il paese: quanta gente mi benedirà...! e poi in tre salti...!” L’orrore che Lucia sentì di queste più chiare parole, le sospese il pianto, e le diede forza di parlare. Levando dalle palme il viso lagrimoso, disse a Renzo, con voce accorata, ma risoluta: “non v’importa più dunque d’avermi per moglie. Io m’era promessa a un giovine che aveva il timor di Dio; ma un uomo che avesse... Fosse al sicuro d’ogni giustizia e d’ogni vendetta, foss’anche il figlio del re...” “E bene!” gridò Renzo, con un viso più che mai stravolto: “io non v’avrò; ma non v’avrà nè anche lui. Io qui senza di voi, e lui a casa del...” “Ah no! per carità, non dite così, non fate quegli occhi: no, non posso vedervi così,” esclamò Lucia, piangendo, supplicando, con le mani giunte; mentre Agnese chiamava e richiamava il giovine per nome, e gli palpava le spalle, le braccia, le mani, per acquietarlo. Stette egli immobile e pensieroso, qualche tempo, a contemplar quella faccia supplichevole di Lucia; poi, tutt’a un tratto, la guardò torvo, diede addietro, tese il braccio e l’indice verso di essa, e gridò: “questa! sì questa egli vuole. Ha da morire!” “E io che male v’ho fatto, perchè mi facciate morire? disse Lucia, buttandosegli inginocchioni davanti. “Voi!” rispose, con una voce ch’esprimeva un’ira ben diversa, ma un’ira tuttavia: “voi! Che bene mi volete voi? Che prova m’avete data? Non v’ho io pregata, e pregata, e pregata? E voi: no! no!” “Sì sì,” rispose precipitosamente Lucia: “verrò dal curato, domani, ora, se volete; verrò. Tornate quello di prima; verrò.” “Me lo promettete?” disse Renzo, con una voce e con un viso divenuto, tutt’a un tratto, più umano. “Ve lo prometto.” “Me l’avete promesso.” “Signore, vi ringrazio!” esclamò Agnese, doppiamente contenta. In mezzo a quella sua gran collera, aveva Renzo pensato di che profitto poteva esser per lui lo spavento di Lucia? E non aveva adoperato un po’ d’artifizio a farlo crescere, per farlo fruttare? Il nostro autore protesta di non ne saper nulla; e io credo che nemmen Renzo non lo sapesse bene. Il fatto sta ch’era realmente infuriato contro don Rodrigo, e che bramava ardentemente il consenso di Lucia; e quando due forti passioni schiamazzano insieme nel cuor d’un uomo, nessuno, neppure il paziente, può sempre distinguer chiaramente una voce dall’altra, e dir con sicurezza qual sia quella che predomini. “Ve l’ho promesso,” rispose Lucia, con un tono di rimprovero timido e affettuoso: “ma anche voi avevate promesso di non fare scandoli, di rimettervene al padre...” “Oh via! per amor di chi vado in furia? Volete tornare indietro, ora? e farmi fare uno sproposito?” “No no,” disse Lucia, cominciando a rispaventarsi. “Ho promesso, e non mi ritiro. Ma vedete voi come mi avete fatto promettere. Dio non voglia...” “Perchè volete far de’ cattivi augùri, Lucia? Dio sa che non facciam male a nessuno.” “Promettetemi almeno che questa sarà l’ultima.” “Ve lo prometto, da povero figliuolo.” “Ma, questa volta, mantenete poi,” disse Agnese. Qui l’autore confessa di non sapere un’altra cosa: se Lucia fosse, in tutto e per tutto, malcontenta d’essere stata spinta ad acconsentire. Noi lasciamo, come lui, la cosa in dubbio. Renzo avrebbe voluto prolungare il discorso, e fissare, a parte a parte, quello che si doveva fare il giorno dopo; ma era già notte, e le donne gliel’augurarono buona; non parendo loro cosa conveniente che, a quell’ora, si trattenesse più a lungo. La notte però fu a tutt’e tre così buona come può essere quella che succede a un giorno pieno d’agitazione e di guai, e che ne precede uno destinato a un’impresa importante, e d’esito incerto. Renzo si lasciò veder di buon’ora, e concertò con le donne, o piuttosto con Agnese, la grand’operazione della sera, proponendo e sciogliendo a vicenda difficoltà, antivedendo contrattempi, e ricominciando, ora l’uno ora l’altra, a descriver la faccenda, come si racconterebbe una cosa fatta. Lucia ascoltava; e, senza approvar con parole ciò che non poteva approvare in cuor suo, prometteva di far meglio che saprebbe. “Anderete voi giù al convento, per parlare al padre Cristoforo, come v’ha detto ier sera?” domandò Agnese a Renzo. “Le zucche!” rispose questo: “sapete che diavoli d’occhi ha il padre: mi leggerebbe in viso, come sur un libro, che c’è qualcosa per aria; e se cominciasse a farmi dell’interrogazioni, non potrei uscirne a bene. E poi, io devo star qui, per accudire all’affare. Sarà meglio che mandiate voi qualcheduno.” “Manderò Menico.” “Va bene,” rispose Renzo; e partì, per accudire all’affare, come aveva detto. Agnese andò a una casa vicina, a cercar Menico, ch’era un ragazzetto di circa dodici anni, sveglio la sua parte, e che, per via di cugini e di cognati, veniva a essere un po’ suo nipote. Lo chiese ai parenti, come in prestito, per tutto quel giorno, - per un certo servizio, - diceva. Avutolo, lo condusse nella sua cucina, gli diede da colazione, e gli disse che andasse a Pescarenico, e si facesse vedere al padre Cristoforo, il quale lo rimanderebbe poi, con una risposta, quando sarebbe tempo. - Il padre Cristoforo, quel bel vecchio, tu sai, con la barba bianca, quello che chiamano il santo... “Ho capito,” disse Menico: “quello che ci accarezza sempre, noi altri ragazzi, e ci dà, ogni tanto, qualche santino.” “Appunto, Menico. E se ti dirà che tu aspetti qualche poco, lì vicino al convento, non ti sviare: bada di non andar, con de’ compagni, al lago, a veder pescare, nè a divertirti con le reti attaccate al muro ad asciugare, nè a far quell’altro tuo giochetto solito...” Bisogna saper che Menico era bravissimo per fare a rimbalzello; e si sa che tutti, grandi e piccoli, facciam volentieri le cose alle quali abbiamo abilità: non dico quelle sole. “Poh! zia; non son poi un ragazzo.” “Bene, abbi giudizio; e, quando tornerai con la risposta... guarda; queste due belle parpagliole nuove son per te.” “Datemele ora, ch’è lo stesso.” “No, no, tu le giocheresti. Va, e portati bene; che n’avrai anche di più.” Nel rimanente di quella lunga mattinata, si videro certe novità che misero non poco in sospetto l’animo già conturbato delle donne. Un mendico, nè rifinito nè cencioso come i suoi pari, e con un non so che d’oscuro e di sinistro nel sembiante, entrò a chieder la carità, dando in qua e in là cert’occhiate da spione. Gli fu dato un pezzo di pane, che ricevette e ripose, con un’indifferenza mal dissimulata. Si trattenne poi, con una certa sfacciataggine, e, nello stesso tempo, con esitazione, facendo molte domande, alle quali Agnese s’affrettò di risponder sempre il contrario di quello che era. Movendosi, come per andar via, finse di sbagliar l’uscio, entrò in quello che metteva alla scala, e lì diede un’altra occhiata in fretta, come potè. Gridatogli dietro: - ehi ehi! dove andate galantuomo? di qua! di qua! - tornò indietro, e uscì dalla parte che gli veniva indicata, scusandosi, con una sommissione, con un’umiltà affettata, che stentava a collocarsi nei lineamenti duri di quella faccia. Dopo costui, continuarono a farsi vedere, di tempo in tempo, altre strane figure. Che razza d’uomini fossero, non si sarebbe potuto dir facilmente; ma non si poteva creder neppure che fossero quegli onesti viandanti che volevan parere. Uno entrava col pretesto di farsi insegnar la strada; altri, passando davanti all’uscio, rallentavano il passo, e guardavan sott’occhio nella stanza, a traverso il cortile, come chi vuol vedere senza dar sospetto. Finalmente, verso il mezzogiorno, quella fastidiosa processione finì. Agnese s’alzava ogni tanto, attraversava il cortile, s’affacciava all’uscio di strada, guardava a destra e a sinistra, e tornava dicendo: “nessuno”: parola che proferiva con piacere, e che Lucia con piacere sentiva, senza che nè l’una nè l’altra ne sapessero ben chiaramente il perchè. Ma ne rimase a tutt’e due una non so quale inquietudine, che levò loro, e alla figliuola principalmente, una gran parte del coraggio che avevan messo in serbo per la sera. Convien però che il lettore sappia qualcosa di più preciso, intorno a que’ ronzatori misteriosi: e, per informarlo di tutto, dobbiam tornare un passo indietro, e ritrovar don Rodrigo, che abbiam lasciato ieri, solo in una sala del suo palazzotto, al partir del padre Cristoforo. Don Rodrigo, come abbiam detto, misurava innanzi e indietro, a passi lunghi, quella sala, dalle pareti della quale pendevano ritratti di famiglia, di varie generazioni. Quando si trovava col viso a una parete, e voltava, si vedeva in faccia un suo antenato guerriero, terrore de’ nemici e de’ suoi soldati, torvo nella guardatura, co’ capelli corti e ritti, co’ baffi tirati e a punta, che sporgevan dalle guance, col mento obliquo: ritto in piedi l’eroe, con le gambiere, co’ cosciali, con la corazza, co’ bracciali, co’ guanti, tutto di ferro; con la destra sul fianco, e la sinistra sul pomo della spada. Don Rodrigo lo guardava; e quando gli era arrivato sotto, e voltava, ecco in faccia un altro antenato, magistrato, terrore de’ litiganti e degli avvocati, a sedere sur una gran seggiola coperta di velluto rosso, ravvolto in un’ampia toga nera; tutto nero, fuorchè un collare bianco, con due larghe facciole, e una fodera di zibellino arrovesciata (era il distintivo de’ senatori, e non lo portavan che l’inverno, ragion per cui non si troverà mai un ritratto di senatore vestito d’estate); macilento, con le ciglia aggrottate: teneva in mano una supplica, e pareva che dicesse: vedremo. Di qua una matrona, terrore delle sue cameriere; di là un abate, terrore de’ suoi monaci: tutta gente in somma che aveva fatto terrore, e lo spirava ancora dalle tele. Alla presenza di tali memorie, don Rodrigo tanto più s’arrovellava, si vergognava, non poteva darsi pace, che un frate avesse osato venirgli addosso, con la prosopopea di Nathan. Formava un disegno di vendetta, l’abbandonava, pensava come soddisfare insieme alla passione, e a ciò che chiamava onore; e talvolta (vedete un poco!) sentendosi fischiare ancora agli orecchi quell’esordio di profezia, si sentiva venir, come si dice, i bordoni, e stava quasi per deporre il pensiero delle due soddisfazioni. Finalmente, per far qualche cosa, chiamò un servitore, e gli ordinò che lo scusasse con la compagnia, dicendo ch’era trattenuto da un affare urgente. Quando quello tornò a riferire che que’ signori eran partiti, lasciando i loro rispetti: - e il conte Attilio? - domandò, sempre camminando, don Rodrigo. “È uscito con que’ signori, illustrissimo.” “Bene: sei persone di seguito, per la passeggiata: subito. La spada, la cappa, il cappello: subito.” Il servitore partì, rispondendo con un inchino; e, poco dopo, tornò, portando la ricca spada, che il padrone si cinse; la cappa, che si buttò sulle spalle; il cappello a gran penne, che mise e inchiodò, con una manata, fieramente sul capo: segno di marina torbida. Si mosse, e, alla porta, trovò i sei ribaldi tutti armati, i quali, fatto ala, e inchinatolo, gli andaron dietro. Più burbero, più superbioso, più accigliato del solito, uscì, e andò passeggiando verso Lecco. I contadini, gli artigiani, al vederlo venire, si ritiravan rasente al muro, e di lì facevano scappellate e inchini profondi, ai quali non rispondeva. Come inferiori, l’inchinavano anche quelli che da questi eran detti signori; chè, in que’ contorni, non ce n’era uno che potesse, a mille miglia, competer con lui, di nome, di ricchezze, d’aderenze e della voglia di servirsi di tutto ciò, per istare al di sopra degli altri. E a questi corrispondeva con una degnazione contegnosa. Quel giorno non avvenne, ma quando avveniva che s’incontrasse col signor castellano spagnolo, l’inchino allora era ugualmente profondo dalle due parti; la cosa era come tra due potentati, i quali non abbiano nulla da spartire tra loro; ma, per convenienza, fanno onore al grado l’uno dell’altro. Per passare un poco la mattana, e per contrapporre all’immagine del frate che gli assediava la fantasia, immagini in tutto diverse, don Rodrigo entrò, quel giorno, in una casa, dove andava, per il solito, molta gente, e dove fu ricevuto con quella cordialità affaccendata e rispettosa, ch’è riserbata agli uomini che si fanno molto amare o molto temere; e, a notte già fatta, tornò al suo palazzotto. Il conte Attilio era anche lui tornato in quel momento; e fu messa in tavola la cena, durante la quale, don Rodrigo fu sempre sopra pensiero, e parlò poco. “Cugino, quando pagate questa scommessa?” disse, con un fare di malizia e di scherno, il conte Attilio, appena sparecchiato, e andati via i servitori. “San Martino non è ancor passato.” “Tant’è che la paghiate subito; perché passeranno tutti i santi del lunario, prima che...” “Questo è quel che si vedrà.” “Cugino, voi volete fare il politico; ma io ho capito tutto, e son tanto certo d’aver vinta la scommessa, che son pronto a farne un’altra.” “Sentiamo.” “Che il padre... il padre... che so io? quel frate in somma v’ha convertito.” “Eccone un’altra delle vostre.” “Convertito, cugino; convertito, vi dico. Io per me, ne godo. Sapete che sarà un bello spettacolo vedervi tutto compunto, e con gli occhi bassi! E che gloria per quel padre! Come sarà tornato a casa gonfio e pettoruto! Non son pesci che si piglino tutti i giorni, né con tutte le reti. Siate certo che vi porterà per esempio; e, quando anderà a far qualche missione un po’ lontano, parlerà de’ fatti vostri. Mi par di sentirlo -. E qui, parlando col naso, accompagnando le parole con gesti caricati, continuò, in tono di predica: - in una parte di questo mondo, che, per degni rispetti, non nomino, viveva, uditori carissimi, e vive tuttavia, un cavaliere scapestrato, più amico delle femmine, che degli uomini dabbene, il quale, avvezzo a far d’ogni erba un fascio, aveva messo gli occhi...” “Basta, basta,” interruppe don Rodrigo, mezzo sogghignando, e mezzo annoiato. “Se volete raddoppiar la scommessa, son pronto anch’io.” “Diavolo! che aveste voi convertito il padre!” “Non mi parlate di colui: e in quanto alla scommessa, san Martino deciderà.” La curiosità del conte era stuzzicata; non gli risparmiò interrogazioni, ma don Rodrigo le seppe eluder tutte, rimettendosi sempre al giorno della decisione, e non volendo comunicare alla parte avversa disegni che non erano nè incamminati, nè assolutamente fissati. La mattina seguente, don Rodrigo si destò don Rodrigo. L’apprensione che quel verrà un giorno gli aveva messa in corpo, era svanita del tutto, co’ sogni della notte; e gli rimaneva la rabbia sola, esacerbata anche dalla vergogna di quella debolezza passeggiera. L’immagini più recenti della passeggiata trionfale, degl’inchini, dell’accoglienze, e il canzonare del cugino, avevano contribuito non poco a rendergli l’animo antico. Appena alzato, fece chiamare il Griso. — Cose grosse — disse tra sè il servitore a cui fu dato l’ordine; perchè l’uomo che aveva quel soprannome, non era niente meno che il capo de’ bravi, quello a cui s’imponevano le imprese più rischiose e più inique, il fidatissimo del padrone, l’uomo tutto suo, per gratitudine e per interesse. Dopo aver ammazzato uno, di giorno, in piazza, era andato ad implorar la protezione di don Rodrigo; e questo, vestendolo della sua livrea, l’aveva messo al coperto da ogni ricerca della giustizia. Così, impegnandosi a ogni delitto che gli venisse comandato, colui si era assicurata l’impunità del primo. Per don Rodrigo, l’acquisto non era stato di poca importanza; perchè il Griso, oltre all’essere, senza paragone, il più valente della famiglia, era anche una prova di ciò che il suo padrone aveva potuto attentar felicemente contro le leggi; di modo che la sua potenza ne veniva ingrandita, nel fatto e nell’opinione. “Griso!” disse don Rodrigo: “in questa congiuntura, si vedrà quel che tu vali. Prima di domani, quella Lucia deve trovarsi in questo palazzo.” “Non si dirà mai che il Griso si sia ritirato da un comando dell’illustrissimo signor padrone.” “Piglia quanti uomini ti possono bisognare, ordina e disponi, come ti par meglio; purchè la cosa riesca a buon fine. Ma bada sopra tutto, che non le sia fatto male.” “Signore, un po’ di spavento, perchè la non faccia troppo strepito... non si potrà far di meno.” “Spavento... capisco... è inevitabile. Ma non le si torca un capello; e sopra tutto, le si porti rispetto in ogni maniera. Hai inteso?” “Signore, non si può levare un fiore dalla pianta, e portarlo a vossignoria, senza toccarlo. Ma non si farà che il puro necessario.” “Sotto la tua sicurtà. E... come farai?” “Ci stavo pensando, signore. Siam fortunati che la casa è in fondo al paese. Abbiam bisogno d’un luogo per andarci a postare: e appunto c’è, poco distante di là, quel casolare disabitato e solo, in mezzo ai campi, quella casa... vossignoria non saprà niente di queste cose... una casa che bruciò, pochi anni sono, e non hanno avuto danari da riattarla, e l’hanno abbandonata, e ora ci vanno le streghe: ma non è sabato, e me ne rido. Questi villani, che son pieni d’ubbie, non ci bazzicherebbero, in nessuna notte della settimana, per tutto l’oro del mondo: sicché possiamo andare a fermarci là, con sicurezza che nessuno verrà a guastare i fatti nostri.” “Va bene; e poi?” Qui, il Griso a proporre, don Rodrigo a discutere, finché d’accordo ebbero concertata la maniera di condurre a fine l’impresa, senza che rimanesse traccia degli autori, la maniera anche di rivolgere, con falsi indizi, i sospetti altrove, d’impor silenzio alla povera Agnese, d’incutere a Renzo tale spavento, da fargli passare il dolore, e il pensiero di ricorrere alla giustizia, e anche la volontà di lagnarsi; e tutte l’altre bricconerie necessarie alla riuscita della bricconeria principale. Noi tralasciamo di riferir que’ concerti, perché, come il lettore vedrà, non son necessari all’intelligenza della storia; e siam contenti anche noi di non doverlo trattener più lungamente a sentir parlamentare que’ due fastidiosi ribaldi. Basta che, mentre il Griso se n’andava, per metter mano all’esecuzione, don Rodrigo lo richiamò, e gli disse: - senti: se per caso, quel tanghero temerario vi desse nell’unghie questa sera, non sarà male che gli sia dato anticipatamente un buon ricordo sulle spalle. Così, l’ordine che gli verrà intimato domani di stare zitto, farà più sicuramente l’effetto. Ma non l’andate a cercare, per non guastare quello che più importa: tu m’hai inteso. “Lasci fare a me,” rispose il Griso, inchinandosi, con un atto d’ossequio e di millanteria; e se n’andò. La mattina fu spesa in giri, per riconoscere il paese. Quel falso pezzente che s’era inoltrato a quel modo nella povera casetta, non era altro che il Griso, il quale veniva per levarne a occhio la pianta: i falsi viandanti eran suoi ribaldi, ai quali, per operare sotto i suoi ordini, bastava una cognizione più superficiale del luogo. E, fatta la scoperta, non s’eran più lasciati vedere, per non dar troppo sospetto. Tornati che furon tutti al palazzotto, il Griso rese conto, e fissò definitivamente il disegno dell’impresa; assegnò le parti, diede istruzioni. Tutto ciò non si potè fare, senza che quel vecchio servitore, il quale stava a occhi aperti, e a orecchi tesi, s’accorgesse che qualche gran cosa si macchinava. A forza di stare attento e di domandare; accattando una mezza notizia di qua, una mezza di là, commentando tra sè una parola oscura, interpretando un andare misterioso, tanto fece, che venne in chiaro di ciò che si doveva eseguir quella notte. Ma quando ci fu riuscito, essa era già poco lontana, e già una piccola vanguardia di bravi era andata a imboscarsi in quel casolare diroccato. Il povero vecchio, quantunque sentisse bene a che rischioso giuoco giocava, e avesse anche paura di portare il soccorso di Pisa, pure non volle mancare: uscì, con la scusa di prendere un po’ d’aria, e s’incamminò in fretta in fretta al convento, per dare al padre Cristoforo l’avviso promesso. Poco dopo, si mossero gli altri bravi, e discesero spicciolati, per non parere una compagnia: il Griso venne dopo; e non rimase indietro che una bussola, la quale doveva esser portata al casolare, a sera inoltrata; come fu fatto. Radunati che furono in quel luogo, il Griso spedì tre di coloro all’osteria del paesetto; uno che si mettesse sull’uscio, a osservar ciò che accadesse nella strada, e a veder quando tutti gli abitanti fossero ritirati: gli altri due che stessero dentro a giocare e a bere, come dilettanti; e attendessero intanto a spiare, se qualche cosa da spiare ci fosse. Egli, col grosso della truppa, rimase nell’agguato ad aspettare. Il povero vecchio trottava ancora; i tre esploratori arrivavano al loro posto; il sole cadeva; quando Renzo entrò dalle donne, e disse: “Tonio e Gervaso m’aspettan fuori: vo con loro all’osteria, a mangiare un boccone; e, quando sonerà l’ave maria, verremo a prendervi. Su, coraggio, Lucia! tutto dipende da un momento.” Lucia sospirò, e ripetè: “coraggio,” con una voce che smentiva la parola. Quando Renzo e i due compagni giunsero all’osteria, vi trovaron quel tale già piantato in sentinella, che ingombrava mezzo il vano della porta, appoggiata con la schiena a uno stipite, con le braccia incrociate sul petto; e guardava e riguardava, a destra e a sinistra, facendo lampeggiare ora il bianco, ora il nero di due occhi grifagni. Un berretto piatto di velluto chermisi, messo storto, gli copriva la metà del ciuffo, che, dividendosi sur una fronte fosca, girava, da una parte e dall’altra, sotto gli orecchi, e terminava in trecce, fermate con un pettine sulla nuca. Teneva sospeso in una mano un grosso randello; arme propriamente, non ne portava in vista; ma, solo a guardargli in viso, anche un fanciullo avrebbe pensato che doveva averne sotto quante ce ne poteva stare. Quando Renzo, ch’era innanzi agli altri, fu lì per entrare, colui, senza scomodarsi, lo guardò fisso fisso; ma il giovine, intento a schivare ogni questione, come suole ognuno che abbia un’impresa scabrosa alle mani, non fece vista d’accorgersene, non disse neppure: fatevi in là; e, rasentando l’altro stipite, passò per isbieco, col fianco innanzi, per l’apertura lasciata da quella cariatide. I due compagni dovettero far la stessa evoluzione, se vollero entrare. Entrati, videro gli altri, de’ quali avevan già sentita la voce, cioè que’ due bravacci, che seduti a un canto della tavola, giocavano alla mora, gridando tutt’e due insieme (lì, è il giuoco che lo richiede), e mescendosi or l’uno or l’altro da bere, con un gran fiasco ch’era tra loro. Questi pure guardaron fisso la nuova compagnia; e un de’ due specialmente, tenendo una mano in aria, con tre ditacci tesi e allargati, e avendo la bocca ancora aperta, per un gran " sei " che n’era scoppiato fuori in quel momento, squadrò Renzo da capo a piedi; poi diede d’occhio al compagno, poi a quel dell’uscio, che rispose con un cenno del capo. Renzo insospettito e incerto guardava ai suoi due convitati, come se volesse cercare ne’ loro aspetti un’interpretazione di tutti que’ segni: ma i loro aspetti non indicavano altro che un buon appetito. L’oste guardava in viso a lui, come per aspettar gli ordini: egli lo fece venir con sè in una stanza vicina, e ordinò la cena. “Chi sono que’ forestieri?” gli domandò poi a voce bassa, quando quello tornò, con una tovaglia grossolana sotto il braccio, e un fiasco in mano. “Non li conosco,” rispose l’oste, spiegando la tovaglia. “Come? nè anche uno?” “Sapete bene,” rispose ancora colui, stirando, con tutt’e due le mani, la tovaglia sulla tavola, “che la prima regola del nostro mestiere, è di non domandare i fatti degli altri: tanto che, fin le nostre donne non son curiose. Si starebbe freschi, con tanta gente che va e viene: è sempre un porto di mare: quando le annate son ragionevoli, voglio dire; ma stiamo allegri, che tornerà il buon tempo. A noi basta che gli avventori siano galantuomini: chi siano poi, o chi non siano, non fa niente. E ora vi porterò un piatto di polpette, che le simili non le avete mai mangiate.” “Come potete sapere...?” ripigliava Renzo; ma l’oste, già avviato alla cucina, seguitò la sua strada. E lì, mentre prendeva il tegame delle polpette summentovate, gli s’accostò pian piano quel bravaccio che aveva squadrato il nostro giovine, e gli disse sottovoce: “Chi sono que’ galantuomini?” “Buona gente qui del paese,” rispose l’oste, scodellando le polpette nel piatto. “Va bene; ma come si chiamano? chi sono?” insistette colui, con voce alquanto sgarbata. “Uno si chiama Renzo,” rispose l’oste, pur sottovoce: “un buon giovine, assestato; filatore di seta, che sa bene il suo mestiere. L’altro è un contadino che ha nome Tonio: buon camerata, allegro: peccato che n’abbia pochi; che gli spenderebbe tutti qui. L’altro è un sempliciotto, che mangia però volentieri, quando gliene danno. Con permesso.” E, con uno sgambetto, uscì tra il fornello e l’interrogante; e andò a portare il piatto a chi si doveva. “Come potete sapere,” riattaccò Renzo, quando lo vide ricomparire, “che siano galantuomini, se non li conoscete?” “Le azioni, caro mio: l’uomo si conosce all’azioni. Quelli che bevono il vino senza criticarlo, che pagano il conto senza tirare, che non metton su lite con gli altri avventori, e se hanno una coltellata da consegnare a uno, lo vanno ad aspettar fuori, e lontano dall’osteria, tanto che il povero oste non ne vada di mezzo, quelli sono i galantuomini. Però, se si può conoscer la gente bene, come ci conosciamo tra noi quattro, è meglio. E che diavolo vi vien voglia di saper tante cose, quando siete sposo, e dovete aver tutt’altro in testa? e con davanti quelle polpette, che farebbero resuscitare un morto? - Così dicendo, se ne tornò in cucina. Il nostro autore, osservando al diverso modo che teneva costui nel soddisfare alle domande, dice ch’era un uomo così fatto, che, in tutti i suoi discorsi, faceva professione d’esser molto amico de’ galantuomini in generale; ma, in atto pratico, usava molto maggior compiacenza con quelli che avessero riputazione o sembianza di birboni. Che carattere singolare! eh? La cena non fu molto allegra. I due convitati avrebbero voluto godersela con tutto loro comodo; ma l’invitante, preoccupato di ciò che il lettore sa, e infastidito, e anche un po’ inquieto del contegno strano di quegli sconosciuti, non vedeva l’ora d’andarsene. Si parlava sottovoce, per causa loro; ed eran parole tronche e svogliate. “Che bella cosa,” scappò fuori di punto in bianco Gervaso, “che Renzo voglia prender moglie, e abbia bisogno...! - Renzo gli fece un viso brusco.” Vuoi stare zitto, bestia? - gli disse Tonio, accompagnando il titolo con una gomitata. La conversazione fu sempre più fredda, fino alla fine. Renzo, stando indietro nel mangiare, come nel bere, attese a mescere ai due testimoni, con discrezione, in maniera di dar loro un po’ di brio, senza farli uscir di cervello. Sparecchiato, pagato il conto da colui che aveva fatto men guasto, dovettero tutti e tre passar novamente davanti a quelle facce, le quali tutte si voltarono a Renzo, come quand’era entrato. Questo, fatti ch’ebbe pochi passi fuori dell’osteria, si voltò indietro, e vide che i due che aveva lasciati seduti in cucina, lo seguitavano: si fermò allora, co’ suoi compagni, come se dicesse: vediamo cosa voglion da me costoro. Ma i due, quando s’accorsero d’essere osservati, si fermarono anch’essi, si parlaron sottovoce, e tornarono indietro. Se Renzo fosse stato tanto vicino da sentir le loro parole, gli sarebbero parse molto strane. “Sarebbe però un bell’onore, senza contar la mancia,” diceva uno de’ malandrini, “se, tornando al palazzo, potessimo raccontare d’avergli spianate le costole in fretta in fretta, e così da noi, senza che il signor Griso fosse qui a regolare.” “E guastare il negozio principale!” rispondeva l’altro. “Ecco: s’è avvisto di qualche cosa; si ferma a guardarci. Ih! se fosse più tardi! Torniamo indietro, per non dar sospetto. Vedi che vien gente da tutte le parti: lasciamoli andar tutti a pollaio.” C’era in fatti quel brulichìo, quel ronzìo che si sente in un villaggio, sulla sera, e che, dopo pochi momenti, dà luogo alla quiete solenne della notte. Le donne venivan dal campo, portandosi in collo i bambini, e tenendo per la mano i ragazzi più grandini, ai quali facevan dire le divozioni della sera; venivan gli uomini, con le vanghe, e con le zappe sulle spalle. All’aprirsi degli usci, si vedevan luccicare qua e là i fuochi accesi per le povere cene: si sentiva nella strada barattare i saluti, e qualche parola, sulla scarsità della raccolta, e sulla miseria dell’annata; e più delle parole, si sentivano i tocchi misurati e sonori della campana, che annunziava il finir del giorno. Quando Renzo vide che i due indiscreti s’eran ritirati, continuò la sua strada nelle tenebre crescenti, dando sottovoce ora un ricordo, ora un altro, ora all’uno, ora all’altro fratello. Arrivarono alla casetta di Lucia, ch’era già notte. Tra il primo pensiero d’una impresa terribile, e l’esecuzione di essa (ha detto un barbaro che non era privo d’ingegno), l’intervallo è un sogno, pieno di fantasmi e di paure. Lucia era, da molte ore, nell’angosce d’un tal sogno: e Agnese, Agnese medesima, l’autrice del consiglio, stava sopra pensiero, e trovava a stento parole per rincorare la figlia. Ma, al momento di destarsi, al momento cioè di dar principio all’opera, l’animo si trova tutto trasformato. Al terrore e al coraggio che vi contrastavano, succede un altro terrore e un altro coraggio: l’impresa s’affaccia alla mente, come una nuova apparizione: ciò che prima spaventava di più, sembra talvolta divenuto agevole tutt’a un tratto: talvolta comparisce grande l’ostacolo a cui s’era appena badato; l’immaginazione dà indietro sgomentata; le membra par che ricusino d’ubbidire; e il cuore manca alle promesse che aveva fatte con più sicurezza. Al picchiare sommesso di Renzo, Lucia fu assalita da tanto terrore, che risolvette, in quel momento, di soffrire ogni cosa, di star sempre divisa da lui, piùttosto ch’eseguire quella risoluzione; ma quando si fu fatto vedere, ed ebbe detto: “ son qui, andiamo; ” quando tutti si mostraron pronti ad avviarsi, senza esitazione, come a cosa stabilita, irrevocabile; Lucia non ebbe tempo nè forza di far difficoltà, e, come strascinata, prese tremando un braccio della madre, un braccio del promesso sposo, e si mosse con la brigata avventuriera. Zitti zitti, nelle tenebre, a passo misurato, usciron dalla casetta, e preser la strada fuori del paese. La più corta sarebbe stata d’attraversarlo: che s’andava diritto alla casa di don Abbondio; ma scelsero quella, per non esser visti. Per viottole, tra gli orti e i campi, arrivaron vicino a quella casa, e lì si divisero. I due promessi rimaser nascosti dietro l’angolo di essa; Agnese con loro, ma un po’ più innanzi, per accorrere in tempo a fermar Perpetua, e a impadronirsene; Tonio, con lo scempiato di Gervaso, che non sapeva far nulla da sè, e senza il quale non si poteva far nulla, s’affacciaron bravamente alla porta, e picchiarono. “Chi è, a quest’ora?” gridò una voce dalla finestra, che s’aprì in quel momento: era la voce di Perpetua. “Ammalati non ce n’è, ch’io sappia. È forse accaduta qualche disgrazia?” “Son io,” rispose Tonio, “con mio fratello, che abbiam bisogno di parlare al signor curato.” “È ora da cristiani questa?” disse bruscamente Perpetua. “Che discrezione? Tornate domani.” “Sentite: tornerò o non tornerò: ho riscosso non so che danari, e venivo a saldar quel debituccio che sapete: aveva qui venticinque belle berlinghe nuove; ma se non si può, pazienza: questi, so come spenderli, e tornerò quando n’abbia messi insieme degli altri.” “Aspettate, aspettate: vo e torno. Ma perchè venire a quest’ora?” “Gli ho ricevuti, anch’io, poco fa; e ho pensato, come vi dico, che, se li tengo a dormir con me, non so di che parere sarò domattina. Però, se l’ora non vi piace, non so che dire: per me, son qui; e se non mi volete, me ne vo.” “No, no, aspettate un momento: torno con la risposta.” Così dicendo, richiuse la finestra. A questo punto, Agnese si staccò dai promessi, e, detto sottovoce a Lucia: “coraggio; è un momento; è come farsi cavar un dente,” si riunì ai due fratelli, davanti all’uscio; e si mise a ciarlare con Tonio, in maniera che Perpetua, venendo ad aprire, dovesse credere che si fosse abbattuta lì a caso, e che Tonio l’avesse trattenuta un momento.
El padre Cristoforo l’arivava segùr de èsser en bon capetano che l’eva sì perdù na batalia importanta ma senza avérgen colpa, en pòc’ avelì, ma senza aver perdù ‘l coràzo, sora pensiér, ma no empressionà, de corsa e senza s-ciampar, el neva ‘ndo che gera ‘l bisògn, a difender i pòsti ‘n perìcol, a méter ensèma la trupa, a dar ordini nòvi. “Paze e ben a voi,” el dis entel nar ént. “Nó g’è ‘ngot da sperar ente la zènt: ge vòl fidàrse tant de pù del Sioredio: e giâi zà calche pégn de la só protezión.” Ancia se nó gera ‘nzun de chei trei che speras tant entel sfòrz del padre Cristoforo, zà che a véder el padre che ‘l se arendeva dinanzi a n’angiarìa, senza èsser sta obligià, e per el puro créder enle orazión e basta, l’era pròpri na ròba che nó se era mai sentù; fato sta che la verità l’è sta ‘n colp per tuti. Le dòne le à sbassà la testa; ma al Renzo pù che l’aveliment g’è sautà ‘l morbìn. Cando che l’à sentù ca nòva l’era zà avelì da tante ròbe stòrte, da tanti passi fati e nadi de mal, da tante speranze tradìde e per de pù stomegià, enchel moment da le sgnapade de la Lucia. Zigiant el mossava i denti, auzzàndo la ós, come che nó l’eva mai fat prima en presenza del padre Cristoforo ‘l dis: “Voròsi savér, che resón che l’à tirà fòr chel ciagn, per sostègner… per sostègner che la me spósa nó ‘l dev’èsser la me spósa.” “Pòer Renzo!” dis el frate plen de compassión con la ós bassa e pietosa e con n’oclada che la ge comandava de star calmo: “se ‘l spòtico che vòl far n’angiarìa el fus sèmper obligià a dir le só resón, le robe nó le naròss come che le va.” “Ma alor chel ciàgn l’à dit che nó ‘l vòl, perché nó ‘l vòl?” “Nó l’à dit nancia chesto, pòer Renzo! Saròss ancor en vantàzi se, per far n’angiarìa, i cognés confesàrla davanti a tuti.” “Ma vergot l’avrà ben bu da dir: che àl dit po' chel stizón d’infèrn?” “Mì le só paròle l’ài sentùde, ma nó saròssi bòn de ripèterle. Le parole de ‘n òm ciatìo che l’è fòrt, le va ent da na récla e le và fòr da l’àutra. L’ariva a ‘nrabiàrse se fas véder de sospètar de el, e ‘ntel stes tèmp el te fa ciapìr che che chel che sospètes l’è pròpri vera: el pòl ofènder e clamàrse oféso, grignàrte fòra e pretènder ancor de aver resón, stremìrte e lamentàrse, fa el vilanàz e ‘l benarlevà. Nó sta domandarme de pù. Chel’ìo nó l’à mai fate l nòm de sta pòra nozènta, e nancia ‘l tò, anzi nó l’à mossà nancia de cognósserve, nó l’à dit de nó pretènder engot; ma… ma purtròpo ài cognèst rènderme cont che l’è restìu a zéder. Epur, confidànte ‘ntel Sioredio! Voi, poréte, nó ste petàrve zó; e tì Renzo… oh! Crédeme, mì sai méterme ‘ntei tó pani, e sai chel che ses dré a passar. Ma, pasiènza! L’è na magra parola, na parola dura da ‘nglotìr per cì che nó ge crét; ma ti…! Nó vòs dàrge al Sioredio en dì, doi dì, el tèmp che ‘l vorà tòrse, per far vénzer la zustìzia? El tèmp l’è so; e ‘l ne n’à ‘mprometù tant! Renzo, làgia far a El; e sapi… e sépieu tuti che mì giâi zà ‘n man en fil per aidàrve. Entant nó pòdi dìrve àuter. Doman mì nó nirai cassù; cògni star entel convènt tut el dì, per voi. Tì Renzo, varda de nìr: e se percaso, sperante de no, nó podéstus nir tì, mandàme n’òm de fiducia, en putelòt che à fat zudìzi, per fàrve savér chel che ocór. È dré e nìr nòt; cògni pròpri córer al convènt. Féde, coràzo; e adio.” Dit enzì, l’è partì ‘mprèssa, e ‘l se n’ nà, de corsa, scasi a giambe levàde, zó per el viòtol stòrt plen de sassi, per nó arivàr tardi al convent, col riszo de zapàrse 'n bel verboncaro, o magiari, chel che ge saròs premèst de pù, na penitenza che la ge ‘mpedìs el di dré de giatàrse pronto se g’era bisògn per i só protèti. “Eo sentù chel che l’à dit de mì nó sai che… de ‘n fil che ‘l giâ per aidàrne?” dis la Lucia. “Ne convièn fidàrne de el; l’è n’òm che cando che l’ampromét dés…” “Se nó g’è àuter…! à proferì l’Agnese. L’averòs dovèst parlar pù ben, o clamàrme da na banda e dìrme chel che l’è sto…” “Zàcole! l’à sistèmi mì: mì l’à sistèmi!” dis el Renzo, sto bòt, nando su e zó per la ciàmera come ‘n leon e con na ós, e na musara, che nó gera dubi che la mossàs pròpri chel che s’entendeva de dir. “Oh Renzo!” l’à sclamà la Lucia. “Che che voléo dir pò? dis l’Agnese.” “Che g’è po' da dir? La sistèmi mì. El giàbia pur zènto, mili diàuli ‘n l’anima, ma a la fin l’è de carne e òssi ancia el…” “No, no per amor del ziél…!” à ‘nvià via la Lucia; ma na planzùda la giâ blocà la ós. “Nó l’è ròbe da dir, nancia per schèrz,” dis l’Agnese. “Per schèrz?” l’à zigià ‘l Renzo, che ‘l s’era fermà su drìt en pè dinanzi a l’Agnese che l’era sentada zó, con doi òcli fòr da la testa. “Per schèrz! vederéo ben se l’è ‘n schèrz.” “Oh Renzo!” dis la Lucia a stènto tra ‘n sanglót e l’àuter: “nó v’ài mai vìst enzì.” “Nó ste dìr ste ròbe, per amor del ziel,” dis ancor l’Agnese sbassando la ós. “Nó ve ricordào pù de canti brazzi che ‘l comanda chel’ìo no? E ancia se ‘l fus… libera nos Domine!... contra la pòra zènt la zustìzia la laora sèmper benón.” “La fón mì, la zustìzia, mì! Ormai l’è ora passada. Ah la ròba nó l’è fazilà: el sai ben ancia mì. Che ciagn sassìn el varda de tègnerse ben scònt: el sa ben come che l’è la chestion; ma nó me ‘nterèssa. Ardiment e pasiènza… e prima o dopo el moment el vèn. Sì, sì la zustìzia la fón mì: el liberi mì, ‘l comun: canta zènt che me benedirà…! e po’ ‘n trei sàuti…!” El ribréz de la Lucia, cando che l’à sentù ste parole dite fòr dai denti, el giâ fat desméter la planzuda e ‘l giâ dat la forza de parlar. Desquertando ‘l vis ‘nlagrimà da le man la giâ dit al Renzo con na ós angossàda, ma dezìsa: “nó ve ‘nterèssa alor de tòrme come sposa. Mì pensavi de maridàrme con en putèl che g’eva timor de Dio; ma no n’òm che ‘l faròs… ma ‘l la fés ancia francia da la zustìzia e da ogni vendeta, ma ‘l fus ancia ‘l fiòl del re…” “Bòn, bòn!” à urlà ‘l Renzo, con na musara che feva paura: “mì nó ve giaverài come spósa; ma nancia el veh no. Mì cì senza de voi, e el en ciasa del…” “Ah no! per ciarità, nó ste dir enzì, nó feme chei òcli ìo no: no, nó pòdi véderve ‘nzì,” l’à sclamà la Lucia, planziànt e ‘mpregiando con le man conzade su; entant l’Agnese la seitava a clamar el putèl per nom, e la ge palpava le spale, i brazzi e le man per calmàrlo. Po’ ‘l s’è fermà ìo fic’ e pensierós, en pezzòt, e ‘l vardava chel vis che lo supliciava de la Lucia; po’ tut de colp i la vardàda sguèrz, el s’è tirà en pas endré, l’à auzzà ‘l braz e col dé fòr drit, la zigià: “chesto! sì pròpri chesto ‘l vòl. El giâ da morìr!” “Ma mì che mal v’àite fat po’, per fàrme morìr?” dis la Lucia, petàndosege davanti ‘nzinoclón. El Renzo ‘l giâ respondù con na ós che la palesava rabia, na rabia diferènta sì, ma pur sèmper rabia: “Voi! Che ben me volèo po’? M’éo dat na prova? Mì nó vé àite supliciada, e supliciada, e supliciada? E voi: no! no!” “Sì, sì,” à dit en prèssa la Lucia: “Vèni, vèni dal curàt, doman, adès, se voléo; nirài. Tornà a èsser chel da prima; nirài.” “Me l’amprometéo?” dis el Renzo con na ós e 'n mus deventadi de colp pù da cristian. “Ve l’amprométi.” “Me l’éo ‘mprometù.” “Sioredio ve ringrazi!” l’à sclamà l’Agnese, contenta doi bòte. Ma ‘l Renzo, en mèz a tut chel delirio che ‘l geva adòs, ével pensà a chel che ge ‘n nideva a el a spaventàr enzì la Lucia? E ancia el nó ével doprà en pòc’ de ingiagn per stremìrla ancor de pù, enzì da tiràrla sul sò? El nòs scritór el dis de nó savér engot; e mì credi che nancia ‘l Renzo nó i lo savés pròpri ben. Fato sta che l’era de segùr enfurià contra don Rodrigo e però ‘l voleva a tuti i costi nar d’acòrdi con la so Lucia; e cando che doi passión fòrte le urla e le zigia ensèma entel còr de n’òm, enzun, nancia cì che patìs, l’è sèmper bòn de distìnguer ben na ós da l’àutra, e dir con segurezza chela che è sóra l’àutra. “Vé l’ài amprometù,” à dit la Lucia, col far da brontolóna, ma sóta sóta ancia da spàvi e plén de premura: “ma ancia voi m’éveo emprometù de nó far scàndoi, de méterve ‘nle man del padre…” “Né là mò! Per cì èl po’ che me ‘nrabi? Voléo tornar endré, adès? e farme far en spropòsit?” “No, no,” dis la Lucia che la scomenziava a stremìrse n’àuter bòt. “Ài emprometù, e nó me tiri ‘ndré. Ma vardà voi come che éo fat a farme ‘mprométer. Che Dio nó ‘l vòbia…” “Perché po’ voléo portàr pégola, Lucia? El Sioredio i lo sa bèn che nó ge fen mal a ‘nzun.” “Emprometéme almen che chésta ‘l sarà l’ultima.” “Vé l’amprométi, da pover putèl.” “Ma, sto bòt, vardà de mantègnerla,” à dit l’Agnese. Cacì el scritór l’amét de nó savér n’àutra ròba: se la Lucia la fus stada pròpi malcontenta en tut e per tut per èsser stada spenzùda a azetàr. Noi, come el, lagiàn sta chestión entel dubi. El Renzo l’averòs volèst tiràrla ‘n lòngia e méter zó ben chel che ge voléva far el dì dré; ma l’era zà nòt, e le feumne le giâ agorà bonanòt; perché a lore nó ge pareva bèl che a che l’ora el stés ìo ‘ncor de pù. Ca nòt però l’era stada per tuti trei come che la pòl èsser chela che vèn dré a na zornàda scombussolada e plena de rògne, e che la vèn prima de n’àutra destinada a ‘n impresa difìzile e per de pù che nó se séva come che la podéva nar a ruar. El Renzo ‘l s’è presentà bonora, e ‘l s’è metù d’acòrdi con le feumne, o per dìrla zusta, con l’Agnese, la grant empensada de ca sera, metèndo dinanzi tuti i ostàcoi che podeva suzzéder, e come far a scivarli, e i se la contava e ricontava come ‘l fus sta na ròba zà fata. La Lucia la scoutava; e, senza aprovar con le parole chel che nó la podeva aprovar enla só cossiènza, la ‘mprometéva che l’avròs fat meio che la podeva. “Néo zó voi al convènt a parlar col padre Cristoforo come che ‘l v’à dit ieri sera?” l’à giâ domandà l’Agnese al Renzo: “Ma, zuce che nó séo àuter!” l’à respondù: “el seo ben che diàuli de òcli che giâ ‘l padre: el me lezeròs sul mus, come su ‘nte ‘n lìber, che g’è vergot per aria; e se ‘l scomenziàs a farme domande, poderòssi ‘mbroiarme come ‘n dugo. E po’, mi cògni star cì, per starge dré a l’afare. L’è mèio che mandàgieo voi calchedun.” “Manderài el Ménec’.” “Va benón,” dis el Renzo; e l’è partì aplicarse a l’afare come che l’eva dit. L’Agnese l’è nada ‘nte na ciasa ìo vizìna, a zerciar el Ménec’, che l’era ‘n putelòt che geva zirconzirca dódes ani, asvèlto la só part, e che, per via de cusìni e cugnadi, el nidéva a èsser en pòc’ só neó. I l’à domandà ‘n prést ai parènti per tut el dì, ― per en zèrto mistér ― la geva dìt. Come che i l’à bù ‘n consegna, i l’à portà ‘n cosìna, la giâ dat da colazión, e la giâ dit de nar a Pescarenico, de farse véder al padre Cristoforo, che i l’averòs mandà ‘ndré con na risposta, cando che l’era ‘l tèmp. ― El padre Cristoforo, chel vècel, sas ben no, con la barba biancia, chel che i clamà ‘l sant… “Ài ciapì,” dis el Ménec’: “chel che ne carézza sèmper noiàutri putèi, e che ogni tant el ne dà ‘n santìn.” “Apunto, pròpri chel, Ménec’. E se ‘l te dirà de spetàr en pòc’, ìo dausìn al convènt, nó sta nar entorna: varda de nó nar con calche compagn, al lac’, a véder pes-ciar, o a far matérie con le ré taciade sul mur a sugiàrse, o a far calche àuter zogét come ‘l sòlit…” Ge vòl savér che ‘l Ménec’ l’era ‘n campión a far sautàr i sassi su l’aca; e se sa che tuti, grandi e pìzzoi, fen volintéra le ròbe che sen bòni de far mèio: nó dìgi sol chele. “Ma dai! zia; nó son migia ‘n putelòt no.” “Bòn, bòn stai atento veh; e cando che niràstus de vòuta con la risposta… varda cì; ste doi bèle parpaiòle nòve le è per tì.” “Démele adès che l’è lostes.” “Ah no vè no, tì le magneròstus fòr sùbit. Vai pur, e varda de comportàrte bèn; che ge n’avràstus ancia de pù.” Per tut el rèst de ca matìna, g’era sta zèrte novità che le eva metù ‘n pòc’ de suspèt entei pensieri zà scombussoladi assà de le feumne. En pourét, nancia tant sdrazzà come tuti chei come el, che ‘l geva ‘n far pòc’ de bòn, l’era nù ent en ciasa a domandàr la ciarità, e ‘ntant el déva cà e là oclade da spión. Le geva dat en tòc’ de pan che l’eva tòt come se nó fudés engot. Po’ ‘l s’era fermà ìo, con na zèrta fazza, e ‘ntel stes tèmp en pòc’ indezìso, a fàrge domande a l’Agnese che però, pronta, la ge rispondeva sèmper el contràri de chel che l’era. Cando che l’era dré a nàrsen, la fat a finta de sbagliar l’us e l’è nà enter en chel che deva su la s-ciala, e ìo l’à dat n’oclada ‘n prèssa, come che l’à podèst. Cando che i giâ zigià dré: ― ehi, ehi, endo néo po’ bòn òm? nidé da chesta! da chesta! l’è nù de vòuta e l’è nà fòr da chela che le feumne le ge feva véder, scusàndose, con na fàussa umiltà che se stentava a créder su ca musara ‘nzì dura. Dopo chesto, seghitava a fàrse véder ogni tant àutri bruti zeffi. Che razza de òumni che ‘l fus, nó se podéva dir fazilment; ma na ròba l’era segùra, nó l’era da créder che ‘l fus i onèsti pelegrìni che i voleva far créder de èsser. Un l’era nù ent con la scusa de fàrse ‘nsegnar la strada, àutri i neva pù plan cando che i passava davanti a l’us per curiosar dent entel somas e travèrs la cort, come chei che vòl vardar senza dar ente l’òcel. A la fin, vèrs mezdì ca prozession l’è ruada. L’Agnese la levava su ogni tant, la traversava la cort e la vardava fòr da l’us enla strada, la vardava da na man e da l’àutra e po’ la tornava de vòuta disèndo: “enzuni”: na parola che la diséva con solievo e che ancia la Lucia la sentiva con piazér, senza che né una né l’àutra le savés bèn perché. Però a tute doi g’era restà ‘n pòc’ de preocupazion, che giâ tòt via, spezialment a la Lucia, el pù gròs del coràzo che l’eva metù via per ca sera. L’è meio che ‘l lezidór el sapia vergot de pù prezìso su chei szandóni misteriósi: e per savér tut tut ge vòl tornar en pòc’ endré e trovar de nòu don Rodrigo che l’éven lagià ieri da so pòsta enla sala del só palàz, cando che fra Cristoforo l’era partì. Don Rodrigo, come che en dit, el neva inanzi e ‘ndré nervós, a passi lòngi, per ca sala con le paré plena dei ritrati de la só famìlia de arcante zenìe. Cando che ‘l se trovava col mus davanti a na paré, el se voutava e ‘l vedeva ‘ntela musara en só nòn che eva fat la guèra, terór dei nemìzi e dei só soldàdi, sguèrz entel vardar, coi ciavéi curti e su drìti, coi bafi tiràdi e a pónta che i piciava fòr da le gòute, col barbizzòl de sbiéc’: drìt en pè ‘l modèl, con i giambài enfìn su ai gialóni, con la coraza, coi brazzài, coi ganti, tut de fèr; con l’andrìta sul flànc’, e l’anzància sul pómol de la spada. Don Rodrigo i lo vardava; e cando che ‘l g’èra arivà sota e ‘l se voutava, eco che dinanzi g’èra n’àuter nòn, zùdize, terór dei litegianti e dei avocàti, sentà zó su ‘nte na gran ciarégia scuertada de veludo ros, plegià dent ente na tònegia negra; tut néger men che ‘l colarìn bianc’, con doi nastri largi e na fòdra de peliza de màrden reversàda (che l’èra la mostrìna dei senatori e che i se metéva sol l’invèrn e l’è per chesto che nó se giaterà mai en ritràt de ‘n senator vestì da l’istà); màger empicià, con le zìlie ‘nzispade: el tegnìva ‘n man na petizión e ‘mpareva che ‘l disés: vederén. Da chesta na gran siora terór de le cameriere; da l’àutra ‘n priór, terór dei só frati: ensoma tut zènt che eva fat terór e che i ne ‘n feva ancor da chei ritrati. Con tute che memòrie ìo, don Rodrigo el seghitava a tormentàrse, e ‘l se vergognava, nó ‘l podeva dàrse paze che ‘n frate l’aves bù l’ardiment de dàrge adòs, con la supèrbia de Nathan. El pensava na ròba per vendiciarse, po’ i l’amplantava ìo, e ‘l pensava a come far per contentàr sia ‘l ciaprìz sia chel che ‘l clamava onor; a moménti (ma varda tì!) a sentìrse sigolar enle récle ca profezìa, ge nideva, come che se dis, la pèl de gialìna, e scasi scasi l’arbandonava ‘l pensier de che doi sodisfazion. A la fin, per far vergot, l’à clamà ‘n servo e ‘l giâ ordenà che ‘l portàs le scuse a la só compagnìa, disendo che ‘l cogneva nar dré a n’afare sùbit. Cando che sto servo l’è tornà ‘ndré a riferìrge a chei siori i era partìdi, lagiàndoge le só scuse, don Rodrigo, sèmper ciaminant avanti e ‘ndré l’à domandà: ― e ‘l conte Tìlio? “L’è partì con chei siori, lustrìssim.” “Bòn: sei persone per nìrme dré, per la me spassezada: sùbit. La spada, ‘l mantèl, el ciapèl: sùbit.” El servo l’è partì, fasèndo na svérgla; e dopo ‘n pezzòt le nù de vòuta, con la spada rìcia che ‘l padrón el s’à metù; el s’è petà su le spale ‘l mantèl; el s’à metù e ‘mplantà con na manada ‘l ciapèl con gran plume su la testa: segn che l’era de malumor. Po’ l'è partì e fòr da la porta l’à giatà i sei robleri tuti armadi che i s’è ‘nchinadi e po’ i g’è nadi dré. Pù selvàdec’, pù superbo, pù ‘nrabià del sòlit, l’è partì e spassezando l’è nà vers Lecco. I contadini e i artesani a véderlo nir i se strozzegiava su per i muri, e i se s-ciapelava e i ge feva grant inchini, ma el nó ‘l rispondeva nancia. Come i fus da men, se ‘nchinava ancia chei che i contadini e i artesani i clamava siori; perché ìo ‘ntorna a zènto chilometri, nó ge n’èra un che podés compèter con el, per nòm, per lussi, per le spòne e la vòia per far de de tut per èsser sora come l’òio. E ‘l geva pròpri ‘l portament zust per far véder chesto. Enchel dì nó l’èra suzèst, ma cando che ge suzzedeva de ‘ncontrar el sior conte del ciastel spagnòl, l’inchino alor l’èra fónt per tuti doi; l’era come tra doi siorazzi che nó i geva da spartìr engot un con l’àuter, ma per tornacont i se fa onór tra de lori. Per fàrse passar en pòc’ la luna che ‘l geva ‘ntorn e per dar còntra a ‘l pensier de chel frate che nó l’era bòn de desmentegiàrse, don Rodrigo l’è nà ente una de che ciase endo che de sòlit va tanta zènt, e ‘ndo che i giâ fat n’azèt en pòc’ enteressà, ma ancia rispetós, che se ge destina ai òumni che se fa volér ben o a chei che se fa temér; e cando che l’èra zà nòt fata, l’è tornà entel só palàz. Ancia ‘l conte Tilio l’era zust arivà enchel momént; i giâ servì a tuti doi la zena, ma don Rodrigo l’era sèmper sora pensier e l’à parlà pòc’. Con en far de ciativèria e de scornada el conte Tilio, apena che i eva sgombrà la tàula e che i servi i era nadi via, ‘l dis: “Tòi cusìn, cando èl po’ che pagiào sta scomessa?” “Nó me par che San Martìn el sia ancor passà.” “Podéo ben pagiàrla sùbit; tanto passerà tuti i santi del cialandari, prima che…” “Chesto l’è chel che vederén.” “Parènte, voi voléo far el politicón; ma mì ài ciapì tut e son enzì segùr de aver venzù la scomesa, che son pronto a fàrnen n’àutra.” “Sentìnte.” “El padre… el frate… che sàite mì po’? ensoma, chel frate ‘l v’à convertì.” “Eco mò, n’àutra de le vòsse.” “Convertì, cusìn, convertì, ve dìgi. Mì per mì, son contènt. Seo che bèl spetàcol véderve tut pentì e con i òcli bassi! E che nòm per chel padre! El sarà tornà a ciasa sgónfel e orgolios! Nó l’è ròbe che suzét tuti i dì e nancia con tute le persone. Ste pur segùr che ‘l ve porterà come esèmpi; e cando che ‘l narà ‘n pòc’ lontan a far le só mission el parlerà dei fati vòssi. Me par de sentìrlo ―. E cì parlando col nas, compagnando le paròle con zèsti esazeradi con le man, el feva a finta de far na prèdicia: ― enten zèrto posto de sto mondo, che per pura prudenza nó ve nòmini, viveva, carissimi, e vìu ancor adès, en cavaliér s-ciavizzacòl, amico pù de le feumne che dei òumni da gialantòm, che, malusà a far de ògni erba ‘n fas, l’eva metù i òcli…” “Bòn, bòn,” dis don Rodrigo, en pòc’ maliziós e mez stuf; nó ‘l geva tanta vòia de scoutàr. “Se voléo ardoplar la scoméssa, son pronto ancia mì.” “Demóscol! Che sìeo sta voi a convertìr el padre!” “Nó sté parlàrme de chel’ìo: e per la scomessa vederén, san Martìn el deziderà.” El conte però l’era curiós de savér chel che ‘l geva ‘nla testa; e ‘l seghitava a fàrge domande, ma don Rodrigo l’è sta bòn de schivarle tute, e ‘l se rimeteva sèmper al dì de la dezisión, ancia perché nó ‘l voleva contàrge al conte Tìlio chel che ‘l geva ‘n ment, tanto pù che l’era idee né ‘nviàde né pròpri dezìse. La doman dré, don Rodrigo ‘l s’è desdromenzà don Rodrigo. La paura che chel “nirà ‘n dì”, ‘l geva metù adòs, l’era sparìda dal tut coi ensòni de ca nòt; e ge restava sol la rabia, e estra ‘l respèt per aver zedù a ca paura ancia se per pòc’ tèmp. Al pensier de ca spassezada superba, de tuti chei inchini, de chei azèti, de le coionadure de so cosìn, i l’eva fat tornar en pressa chel che l’era sèmper sta. Apena levà l’eva fat clamar el Gris. ― Ròbe grosse ― eva pensà ‘l servo che eva zapà l’órden: perché l’òm che geva chel soranòm l’era adiritura ‘l capo dei róbleri, chel che i ge deva da far le imprese pù riszóse e pù crudéle, el pù fedél al padron, l’òm tut so, sia perché l’era obligià ma ancia per interès. Dopo che l’eva mazzà un, dal dì ‘n piazza, l’era nà da don Rodrigo a sconzurarlo de tòrlo sóta la só protezión; e sto cì avèndol vestì col só lustro, i l’eva tegnù al cuèrt da ogni tamisàda de la giustìzia. A sto modo, pronto a combinàr qualsiasi angiarìa che ge nidés comandà, chesto ‘l geva l’impunità che ge segurava ‘l prìm. A don Rodrigo avérsel tòt emsèma ‘l geva pròpi fat còmot, perché ‘l Gris oltre che èsser, senza paragon, el pù capàze de la masnada, l’era ancia la prova de chel che ‘l só padrón l’eva podèst ancia contra la leze e farla francia; e ‘nzì la só potenza la nidéva a sgonflàrse sia ‘ntei fati, ma ancia ‘n l’opunión de la zènt. El dis Don Rodrigo: “Ehi Gris! Vòi véder chel che sés bòn de far ente sta ocasion. Prima de doman, ca Lucia la cògn èsser ente sto palàz.” “Nó se dirà mai che ‘l Gris el se sia tirà ‘ndré a ‘n comando del lustrìssim siór padron.” “Tòite canti òumni che te ocór, varda tì, rànzite come che te par mèio far; pur che la fazènda la vàgia ben. E sora tut varda che ‘nzun ge fàgia del mal.” “Siór padron, en pòc’ de spavènt, perché nó la fàgia massa strèpit… de men nó se pòdrà far.” “En pòc’ de spavènt… ciapìssi… l’è nezessàri. Ma vàrda che nó gé se tortìclia ‘n ciavél; e pù de tut, che se gé pòrtia riguardo en tute le maniére. As ciapì?” “Siór padron, nó se pòl tòr zó ‘n fior da la planta e portàrlo a vossignoria senza tociàrlo. Ma nó se farà che ‘l puro nezessàri.” “Sas tì come far. Ma… come giâs en ment de far po’?” “Eri pròpri cì che pensavi, sior padron. Sen fortunadi che la ciasa la è zó ‘n font al paes. Gen bisògn de ‘n posto ‘ndo che nar a tènder: e ‘nfati pròpri ìo dausìn g’è na bàita che nó g’è dént enzun, en mèz ai ciampi, ca ciasa… ma vossignoria nó la saverà engot de ste robe… na ciasa che s’è brusà, pòci ani ‘ndré, e nó i geva i soldi da farla fòra, e alor i l’à arbandonada e adès va ént sol le strìe: ma sicome nó l’è sabo, mì me fón na grignada. I contadini, i è pléni de simpazìe, nó i naròs mai dént ente ca ciasa per tut l’òr del mondo: sichè noi podén star ìo pazìfici che tanto nó vèn enzuni a seciàrne i còrni.” “Va bèn, ma e dopo?” E ades, ‘l Gris che ‘l proponeva e don Rodrigo che ‘l discuteva, enfìn che tuti doi d’acòrdi i à trovà ‘l modo zùst per ruàr su l’impresa, senza che ‘nzun nidès a savér cì che l’era sta, e ancia far en modo de portar i sospèti da n’àutra banda lagiando apòsta segni fàussi, e po’ come far per strupàrgela a l’Agnese, e come far a stremìr el Renzo tant da fàrgela passar, e che nó ge nidés el pensier de nar da ‘n avocàt, e fàrge passar la vòia de lamentarse; ensoma tut en gróp de angiarìe bòne a che nés bèn l’angiarìa pù gròssa. No sten cì a contàr i acòrdi perché, come che ‘l lezidor el vederà, nó i è nezessari a ciapìr la storia; a ancia noi sen pù contenti de nó obligiàrlo a star cì a sentìr zacolar chei doi secia còrni de slandróni. Sol na roba, cando che ‘l Gris l’era dré a nar, per méter man a la lazeronada, don Rodrigo i l’à clamà ‘ndré e ‘l giâ dit: ― senti: se per caso, chel bulét de ‘n tànger el ve des fastìdi ancor stasera, forse l’è meio se l’onzéo con l’ónt del bos-c’. Ente sto modo doman, cando che se ge darà l’ordine de tàser, el farà de segùr pù efèto. Ma nó ste nar a zerciàrlo, per nó rovinar chel che conta de pù: ne sen bèn ciapìdi no? “El mé làgia far a mì,” à dit el Gris, enchinandose con riguardo e ‘n far da blagón; e pò l’è partì. Tuta la doman i l’à dopràda a far ziri per studiar el paes. Chel’òm che féva a finta de èsser en pourét e che l’era nà ent enchel modo a scuriosar en ca pòra ciaséta, nó l’era àuter che ‘l Gris, che l’à volèst véder come che l’era fata la ciasa: i fàussi viazadori l’era i só róbleri, e a chesti, per operar sota i so ordini, bastava cognósser el pòsto en pressapòc’. Po’, dopo fat el sopralògo, nó i s’era pù fati véder per nó dar massa ente l’òcel. En bòt che i era tornadi tuti ‘ntel palàz de don Rodrigo, el Gris l’à fat el so rapòrto e l’à fissà ‘n bòt per sèmper, el progèto de l’azion; l’à spartì fòra le part de tuti, e l’à dat le istruzion. Ma tut chesto entant che chel servo vècel, che ‘l steva coi òcli davèrti e le récle su drìte, el s’era acòrt che che se preparava vergot de gròs. A forza de star atento e de domandar; togèndo na mèza notizia de cà e na mèza de là, considerando ‘ntra de el na parola che nó l’eva ciapì ben, e zerciando de ciapìr calche far misterós, l’à fat tant che a la fìn l’è nù a savér chel che i voleva combinàr ca nòt. Ma cando che l’eva ciapì tut l’era zà ìo per scomenziar e na sclapéta de lazeróni l’era zà nada a ‘mbos-ciarse ente ca bàita en rovìna. El pòer vècel, ancia se ‘l seva benón chel che ‘l riszava, el giavés ancia paura de portar l’aiut endo che nó ge n’èra de bisògn, e pur nó la volèst manciar: l’è partì ‘n prèssa con la scusa de zapàr en pòc’ de aria, e l’è nà drìt al convènt, per dìrge a padre Cristoforo chel che ‘l geva ‘mpromés. Pòc’ tèmp dopo è partì ancia i àutri róbleri, e i è nadi zó sparpaiadi per nó far véder de èsser en compagnìa: el Gris l’è partì sùbit dopo; è restà ìo sol na portantìna che la dovéva èsser portada enla bàita dopo nòt; e difati è sta fat enzì. Radunadi tuti ‘nchel posto, el Gris l’à spedì trei de chei briganti ‘n l’osteria del paesòt; un el geva da star su l’us, a véder chel che suzzedeva su la strada, e a controlar cando che tuti i paesani i fus tuti ‘n ciasa: i àutri doi che i stés dénter a zugiar e a béver, come fus doi avantori normali; e ‘ntant che i spiàs se gera vergot da spiàr. El entant l’è restà a spetàr col rèst de la trupa. El pòr vècel el galopava ancor; entant i trei róbleri i arivava al so posto a l’osteria; neva zó ‘l sol; el Renzo l’è na ént da le feumne e ‘l dis: “El Tonio e ‘l Zervaso i me spèta de fòr: vón a l’ostaria a magnar en bocón; e, cando che sòna l’avemaria, nidén a tòrve. Déhi coràzo, Lucia! L’è po’ n’atimo.” La Lucia sospirando, la ripeteva: “coràzo,” con na osata che la mossàva el contrari. Cando che ‘l Renzo e i so doi sòzi i è arivadi a l’ostaria, i à trovà chel tale emplantà ìo a far la sentinèla, con la s-cena pozàda a na spaléta con i brazzi ‘ncrosadi sul stómec’ el togéva ent mèz vano de la porta; el vardava e ‘l tornava a vardar da na banda e da l’àutra fasendo lùser el bianc’ e ‘l néger dei só doi oclazzi. Na beréta plata de velùdo ros, metù su stòrt, el ge scuertava la metà del zuf, che ‘l se spartìva su chel mus da zèlbero e ‘l zirava drè da na banda e da l’àutra sota le récle e la ruava con doi drézze fermade da ‘n pèten de dré su la copa. Ente na man el tegnìva ‘n mangianèl a spindorlón; a véder dal de fòra nó ‘mpareva che ‘l giaves armi, ma ancia ‘n pòpo, a vardàrlo ‘ntel mus, l’averòs pensà che scònte sota ‘l ge neva cante che podeva stàrgen. Cando che ‘l Renzo, che l’era dinanzi ai àutri doi, l’era ìo per nar ént, chel tale senza scassarse de ‘n dé, i l’à vardà fìs; ma ‘l putèl, che ‘l voleva schivar ogni rògna dato chel che l’era dré a far ca azion difìzile, nó l’à mossà de nascòrzerse, e nó l’à dit nancia: spostàve; e stroziando l’àutra spaléta l’è nà ent en còsta, per el bus che ‘l lagiava ca mùmia. I só doi sòzi se i à volèst passar, i à cognèst far compàgn. Enbòt che i èra dént i à vist ancia i àutri, ma i eva zà sentù i zigi, sicome g’e n’era doi che zugiava a la móra sul ciantón de la tàula urlando ensèma (ma ìo l’è ‘l zòc’ che vòl i zìgi) e i se tréva fòr da béver en bòt un e ‘n bòt l’àuter da ‘n grant fiasc’ ìo ‘n mèz. Ancia chesti i à vardà fis la compagnìa nòva; spezialment un de chei doi, tegnèndo na man per aria e trei dedàzzi drìti e slargiadi fòr, e avendo ‘n bócia, ancor davèrta en grant “sei”, che l’era nù fòr pròpri ‘nchel momént, l’à squadrà ‘l Renzo da la testa ai pèi; po’ l’à dat n’òcel al compagn e dopo a chel che era su l’us che l’à respondù con en zèsto de la testa. El Renzo sospetós e nó savèndo come far, el vardava i só doi sòzi per véder se lori i eva ciapì vergot de pù de tuti chei zèsti: ma a vardarli se vedeva che i pensava sol a magnar. L’òst el vardava ‘l Renzo e l’aspetava i ordini: po’ i l’à fat nar ente na ciàmera vizìna e l’à ordinà la zena. Cando che l’òst l’è nù de vòuta con na tovàia grossolana sota ‘l braz e con en man en fiàsc’, el Renzo ‘l giâ domandà: “Cì èl po’ chei furèsti?” “Nó i cognóssi,” giâ respondù l’òst, ‘ntant che ‘l desplegiava fòr la tovàia. “Come po’? nancia un no?” Entant che l’òst el stirava ben la tovaia su la taula con tute doi le man, l’à respondù: “Seo ben che la prima regola del nòs mistér l’è de nó domandar mai i afari dei àutri, perfìn le nòsse feumne nó le è curiose. Con tuta la zènt che va e che vèn, staròssen bèn fres-ci: cì ciàpita de tut: vòi dir, cando che le anade le va via bèn assà; ma sténte alegri nirà ancia tempi pù bòni. A noi ne ‘nterèssa che i avantori i sia zènt da gialantòm: cì po' che i sìa o nó i sìa, l’è lostés. E adès ve porti ‘n bel piat de polpéte che ‘nzì nó l’eo mai magnàde ‘nzulòc’.” “Come féo po’ a savér…?” l’à provà a dir el Renzo, ma l’òst che ‘l s’era zà ‘nvià vèrs la cosìna l’è nà per la só strada. E ìo, ‘ntant che ‘l togéva la padèla de che famose polpéte, plan plan, g’è nà ìo dausìn chel brigante che eva squadrà ‘l nòs Renzo, e ‘l giâ dit sota ós: “Cì èl po’ chei gialantòumni?” “Bòna zènt cì del paes,” à respondù l’òst, svidàndo le polpete ‘ntel piat. “Ài ciapì; ma come se clàmei po’? cì èl po’?” el segitava chel ìo, con na ós arcant vilana. “Un el se clama Renzo,” dis l’òst, sèmper sota ós: “en bòn putèl zudiziós; tessàder de seda che ‘l sa far bè nel só mistér. L’àuter l’è ‘n contadìn che ‘l giâ nòm Tonio: en bòn òm alegron: pecià che ‘l ge n’à pòci, che ‘l spederòs tuti cì. L’àuter l’è ‘n sèmplize, che ‘l magna volintera, cando che i ge ‘n dà. Compermesso.” Con na mòssa l’è nù fòr tra ‘l foglar e ‘l galiòto; e l’è nà a portàrge ‘l piat a cì che ‘l doveva. El Renzo cando che i l’à vist arivar l’à tacià: “Come féo po’ a savér che l’è gialantòumni se nó i cognosséo nancia?” “I fati, caro mio: l’òm se ‘l cognoss dai fati. Chei che béo el vin senza critegiàrlo, che pagia ‘l cont senza contratar, che nó bègia coi àutri avantori, e se i giâ da ‘mplantàrge el cortèl a calchedun i lo spèta de fòra e lontan da l’ostarìa, che ‘nzì l’òst nó ‘l va ‘nle rògne, chesti l’è i gialantòmni. Però l'è mèio’cognosser la zènt onesta come che ne cognossen noi càter. Ma perché po’ voléo savér tute ste robe, nó ve sposào, doròsseo aver àutre ròbe ‘nla zucia? e po’ con che polpete sota ‘l nas che le faròss resussitar en mòrt? ― E ‘ntant l’è tornà ‘n cosìna.” El nòs scritor, osservando come che l’òst el rispondeva en modo divèrs a le domande, el dis che l’era n’òm fat enzì, che ‘n tuti i só discorsi nó ‘l feva àuter che dir che l’era perlopù grant amìzi dei gialantòmni; ma ‘n pràtigia l’era tant pù complimentós con chei che geva pù reputazion o che ge ‘nsomiava ai briganti. Che ciaraterìn! ah? La zena nó l’èra stada tant alegra. I doi envidadi i averòs volèst gòdersela con tuta la só calma; ma chel che pagiava, preocupà de chel che ‘l lezidor el sa, e secià, e azità per el comportament enzì strano de chei furesti, nó ‘l vedeva l’ora de nàrsen. A ciàusa de chei ìo se parlava sota ós; e l’era tut parole dite a metà e senza vòia. Tut de colp g’è s-ciampà fòra al Zervaso: “Che bèla ròba, che ‘l Renzo ‘l vòbia sposarse, e ‘l g’àbia bisògn…!” ― El Renzo el giâ fat sùbit i òcli. “Ses bòn de tàser, bestia che nó ses àuter?” ― giâ dit el Tonio, dàndoge na sgombetada. La conversazion l’à s’è sfredida sèmper de pù enfìn a la fìn. El Renzo, che ‘l s’èra tegnù sia col magnar che col béver, nó l’à fat àuter che tràrge fòr da béver ai doi sòzi, ma con prudenza, sol per dàrge ‘n pòc’ de morbìn, ma senza ‘mbriagiàrli. Finì de zenar, e pagià ‘l cont da cì che eva magnà de men, tuti trei i à cognèst passar de nòu en mèz a che musare, che le s’è voutade tute vèrs el Renzo, come cando che l’era nù ent. El Renzo, cando che l’eva fat pòci passi fòr da l’osterìa el s’è voutà ‘ndré e l’à vist che chei doi che era sentàdi zó ‘n cosìna i ge neva dré. Alor el s’è fermà con i só sòzi, come per dir: vardàn chel che i vòl da mì sti cì. Però chei doi cando che i s’è acòrti che i era oservadi, i s’è fermadi ancia lori, i s’è parladi sota ós e i è tornadi ‘ndré. Se ‘l Renzo el fus sta pù vizìn da sentìr le só parole, le ge saròs emparèste strane. “Saròs en bèl onor, senza contar la bonaman,” diséva un de chei lazeroni, “se, cando che tornan al palàz, podèssente contàrge de avérge palpà i òssi empressa, e noiàutri, senza che fus cì ‘l sior Gris a ordenar tut.” “E rovinar el sequestro de la Lucia!” ge rispondeva chel’àuter. “Vàrda: ‘l s’è acòrt de vergot; el se ferma a vardàrne. Ih! Se ‘l fus pù tardi! Vèi che tornàn de vòuta che nó dégiente ente l’òcel. Vèn zènt da tute le man: lagiàntei nar tuti ‘ntel polinàr.” Enfati g’èra chel brigolar, chel zonzonar che se sènt enten paesòt cando che và zó ‘l sol, e che sùbit dopo vèn la calma de la nòt. Le feumne le nideva dal ciamp, portàndose i pòpi a òle bidòle, per man i popati pù grandòti e a chesti le ge feva dir su le orazión; po’ dré nidéva i òumni, con le vange e con le zape su le spale. Al davèrzerse de le porte, se vedéva slùser cà e là i fòglari ‘mpizzadi per cosinar le pòre zene: per la strada se sentiva scambiarse la bòna nòt e calche parola su la s-ciarsità de la produzion e la miseria de ca anada; pu àut de le parole se sentiva i bòti fòrti de la ciampana che la segnava la fin de la zornada. Cando che ‘l Renzo la vist che chei doi curiosoni i s’era fermadi, l’à seghità a nar per la so strada entant che la nòt l’era ormai ìo per nir, ogni tant sota ós el ge ricordava a un e a l’àuter dei fradèi chel che i neva a far. Po’ i è arivadi alla ciasòta de la Lucia, che l’era zà nòt. Tra ‘l prim pensier de n’azion tremenda, e la só esecuzion (à dit en barbaro che nó se pòl dir che l’era senza inzègn), g’è ‘n mez n’ensògni plen de spiriti e paure. La Lucia l’era tut el dì che l’era angossada: e l’Agnese, pròpri l’Agnese che l’èva dat ela ‘l consìli, l’era sora pensier, e a stento la provava a fàrge corazo a só fiòla. Ma ‘ntel moment de ‘nviar via l’impresa tut s’era trasformà. Al terór e al corazo, che se contradìva, nideva dré n’àuter terór e n’àuter corazo: te vèn en ment l’impresa, come se nó l’avestus mai pensada: chel che prima te spaventava de pù, empar che ‘l sia deventà tut de colp pù sèmplize: a le bòte empar che l’ostàcol che as apena superà ‘l sia grant; che che se eva ‘mmazinà ‘ zèssa; empar che le giambe e i brazzi nó i vòbia pù ubidìr; e ‘l còr nó ‘l vòl pù mantègner le promésse che prima l’eva fat con pù segurezza. Cando che l’à sentù ‘l Renzo bàter su la porta, a la Lucia g’è nù tant de chel teror, che l’à pensà enchel momént ìo, de azetàr ogni ròba, perfìn de destaciàrse per sèmper dal só moros, putòst che tòr ca soluzion; però cando che ‘l ge s’è presentà davanti, e l’à dit: “son cì, nidé che nen;” cando che tuti i era pronti a ‘nviàrse senza ‘l minimo dubi, come che l’èra stabilì, na dezision che ormai nó se podeva pù scanzelàr; la Lucia nó l’à bù ‘l tèmp né la forza de far dificoltà, e come la fus strozzegiada la s’è zapàda con en braz de só mama, e l’àuter del só moros, e l’à s’è ‘nviada ensèma a ca compagnìa. Ziti, ziti, al scur, con en pas mesurà i è partìdi da la ciaséta e i à zapà la strada fòr dal paes. La pù curta ‘l saròs stà chela de traversàrlo perché se neva driti a la ciasa de don Abondio; però i à tòt chela ìo per nó fàrse véder. Per sinteri, ‘ntrà i òrti e i ciampi, i è arivadi vizìni a la cialòngia, e ìo i s’è separadi. I doi morosi i è restadi scònti dré al cianton de la ciasa ensèma a l’Agnese che la era ‘n pòc’ pù inanzi per córer en tèmp a tègner la Perpetua ìo ferma; el Tonio, con chel sterlùc’ del Zervaso, che nó l’èra bon de far engot da só posta, che però nó se podeva far a men de averlo ìo, i s’è presentadi arditi davanti a la porta e i à batù. “Cì èl po’ da st’ora?” s’à sentù zigiar da la finestra che ‘nchel moment s’è daverzù: l’era la ós de la Perpetua. “Maladi nó ge n’è, che mì sapia. È suzèst calche disgrazia?” “Son mì,” à respondù ‘l Tonio, “son cì con me fradèl che gen bisògn de parlar col sior curàt.” “Ma èl n’ora da cristiani chesta?” dis la Perpetua da vilana: “ancia voi, nó ge neo prudenza no? Nidé cì doman.” “Ma sentìme cì: nìr doman o nó nir doman, sicome ài tirà calche soldo, son nù per pagiàr el dèbit che seo: giâi cì vintizinc’ bele berlinghe nòve; ma se nó se pòl, pasiènza: sai ben mì come spenderli, e nirai cando che n’ài metù via àutri vintizìnc’.” “Spetà, spetà: von e veni. Ma perché po’ nidéo a st’ora?” “L’ài tiràdi ancia mì pròpri adès; e ài pensà come ve digi che se i tègni a dormìr con mì, nó sai come che la pensi doman matina. Però, se nó ve plas l’ora, nó sai che dìrve: per mì, son cì; e se nó me voléo, me ‘n von.” “No, no spetà n’atimo: vèni sùbit con la risposta.” E disèndo ‘nzì l’à serà la finestra. A sto punto l’Agnese la s’è destaciada dai morosi, e sotaós la giâ dit a la Lucia: “corazo; l’è n’atimo; l’è come ciavàrse ‘n dènt,” l’è nada dausìna ai doi fradèi, davanti a l’us e la s’è metùda a zacolar col Tonio, en modo che la Perpetua, nidèndo a davèrzer la credés che l’era ciapitada ìo pròpri ‘nchel momént per caso, e che ‘l Tonio i l’aves tegnùda ìo a zàcole n’atimo.
Carneade! Chi era costui? — ruminava tra se don Abbondio seduto sul suo seggiolone, in una stanza del piano superiore, con un libricciolo aperto davanti, quando Perpetua entrò a portargli l'imbasciata. — Carneade! questo nome mi par bene d'averlo letto o sentito; doveva essere un uomo di studio, un letteratone del tempo antico: è un nome di quelli; ma chi diavolo era costui? — Tanto il pover'uomo era lontano da prevedere che burrasca gli si addensasse sul capo! Bisogna sapere che don Abbondio si dilettava di leggere un pochino ogni giorno; e un curato suo vicino, che aveva un po’ di libreria, gli prestava un libro dopo l’altro, il primo che gli veniva alle mani. Quello su cui meditava in quel momento don Abbondio, convalescente della febbre dello spavento, anzi più guarito (quanto alla febbre) che non volesse lasciar credere, era un panegirico in onore di san Carlo, detto con molta enfasi, e udito con molta ammirazione nel duomo di Milano, due anni prima. Il santo v’era paragonato, per l’amore allo studio, ad Archimede; e fin qui don Abbondio non trovava inciampo; perché Archimede ne ha fatte di così curiose, ha fatto dir tanto di sè, che, per saperne qualche cosa, non c’è bisogno d’un’erudizione molto vasta. Ma, dopo Archimede, l’oratore chiamava a paragone anche Carneade: e lì il lettore era rimasto arrenato. In quel momento entrò Perpetua ad annunziar la visita di Tonio. “A quest’ora?” disse anche don Abbondio, com’era naturale. “Cosa vuole? Non hanno discrezione: ma se non lo piglia al volo...” “Già: se non lo piglio ora, chi sa quando lo potrò pigliare! Fatelo venire... Ehi! ehi! siete poi ben sicura che sia proprio lui?” “Diavolo!” rispose Perpetua, e scese; aprì l’uscio, e disse: “dove siete?” Tonio si fece vedere; e, nello stesso tempo, venne avanti anche Agnese, e salutò Perpetua per nome. “Buona sera, Agnese,” disse Perpetua: “di dove si viene, a quest’ora?” “Vengo da...” e nominò un paesetto vicino. “E se sapeste...” continuò: “mi son fermata di più, appunto in grazia vostra.” “Oh perché?” domandò Perpetua; e voltandosi a’ due fratelli, “entrate,” disse, “che vengo anch’io.” “Perché,” rispose Agnese, “una donna di quelle che non sanno le cose, e voglion parlare... credereste? s’ostinava a dire che voi non vi siete maritata con Beppe Suolavecchia, né con Anselmo Lunghigna, perché non v’hanno voluta. Io sostenevo che siete stata voi che gli avete rifiutati, l’uno e l’altro...” “Sicuro. Oh la bugiarda! la bugiardona! Chi è costei?” “Non me lo domandate, che non mi piace metter male.” “Me lo direte, me l’avete a dire: oh la bugiarda!” “Basta... ma non potete credere quanto mi sia dispiaciuto di non saper bene tutta la storia, per confonder colei.” “Guardate se si può inventare, a questo modo!” esclamò di nuovo Perpetua; e riprese subito: “in quanto a Beppe, tutti sanno, e hanno potuto vedere.... Ehi, Tonio! accostate l’uscio, e salite pure, che vengo.” Tonio, di dentro, rispose di sì; e Perpetua continuò la sua narrazione appassionata. In faccia all’uscio di don Abbondio, s’apriva, tra due casipole, una stradetta, che, finite quelle, voltava in un campo. Agnese vi s’avviò, come se volesse tirarsi alquanto in disparte, per parlar più liberamente; e Perpetua dietro. Quand’ebbero voltato, e furono in luogo, donde non si poteva più veder ciò che accadesse davanti alla casa di don Abbondio, Agnese tossì forte. Era il segnale: Renzo lo sentì, fece coraggio a Lucia, con una stretta di braccio; e tutt’e due, in punta di piedi, vennero avanti, rasentando il muro, zitti zitti; arrivarono all’uscio, lo spinsero adagino adagino; cheti e chinati, entraron nell’andito, dov’erano i due fratelli ad aspettarli. Renzo accostò di nuovo l’uscio pian piano; e tutt’e quattro su per le scale, non facendo rumore neppur per uno. Giunti sul pianerottolo, i due fratelli s’avvicinarono all’uscio della stanza, ch’era di fianco alla scala; gli sposi si strinsero al muro. “Deo gratias,” disse Tonio, a voce chiara. “Tonio, eh? Entrate,” rispose la voce di dentro. Il chiamato aprì l’uscio, appena quanto bastava per poter passar lui e il fratello, a un per volta. La striscia di luce, che uscì d’improvviso per quella apertura, e si disegnò sul pavimento oscuro del pianerottolo, fece riscoter Lucia, come se fosse scoperta. Entrati i fratelli, Tonio si tirò dietro l’uscio: gli sposi rimasero immobili nelle tenebre, con l’orecchie tese, tenendo il fiato: il rumore più forte era il martellar che faceva il povero cuore di Lucia. Don Abbondio stava, come abbiam detto, sur una vecchia seggiola, ravvolto in una vecchia zimarra, con in capo una vecchia papalina, che gli faceva cornice intorno alla faccia, al lume scarso d’una piccola lucerna. Due folte ciocche di capelli, che gli scappavano fuor della papalina, due folti sopraccigli, due folti baffi, un folto pizzo, tutti canuti, e sparsi su quella faccia bruna e rugosa, potevano assomigliarsi a cespugli coperti di neve, sporgenti da un dirupo, al chiaro di luna. “Ah! ah!” fu il suo saluto, mentre si levava gli occhiali, e li riponeva nel libricciolo. “Dirà il signor curato, che son venuto tardi,” disse Tonio, inchinandosi, come pure fece, ma più goffamente, Gervaso. “Sicuro ch’è tardi: tardi in tutte le maniere. Lo sapete, che sono ammalato?” “Oh! mi dispiace.” “L’avrete sentito dire; sono ammalato, e non so quando potrò lasciarmi vedere... Ma perchè vi siete condotto dietro quel... quel figliuolo?” “Così per compagnia, signor curato.” “Basta, vediamo.” “Son venticinque berlinghe nuove, di quelle col sant’Ambrogio a cavallo,” disse Tonio, levandosi un involtino di tasca. “Vediamo,” replicò don Abbondio: e, preso l’involtino, si rimesse gli occhiali, l’aprì, cavò le berlinghe, le contò, le voltò, le rivoltò, le trovò senza difetto. “Ora, signor curato, mi darà la collana della mia Tecla.” “È giusto,” rispose don Abbondio; poi andò a un armadio, si levò una chiave di tasca, e, guardandosi intorno, come per tener lontani gli spettatori, aprì una parte di sportello, riempì l’apertura con la persona, mise dentro la testa, per guardare, e un braccio, per prender la collana; la prese, e, chiuso l’armadio, la consegnò a Tonio, dicendo: “va bene?” “Ora,” disse Tonio, “si contenti di mettere un po’ di nero sul bianco.” “Anche questa!” disse don Abbondio: “le sanno tutte. Ih! com’è divenuto sospettoso il mondo! Non vi fidate di me?” “Come, signor curato! s’io mi fido? Lei mi fa torto. Ma siccome il mio nome è sul suo libraccio, dalla parte del debito... dunque, giacchè ha già avuto l’incomodo di scrivere una volta, così... dalla vita alla morte...” “Bene bene,” interruppe don Abbondio, e brontolando, tirò a sè una cassetta del tavolino, levò fuori carta, penna e calamaio, e si mise a scrivere, ripetendo a viva voce le parole, di mano in mano che gli uscivan dalla penna. Frattanto Tonio e, a un suo cenno, Gervaso, si piantaron ritti davanti al tavolino, in maniera d’impedire allo scrivente la vista dell’uscio; e, come per ozio, andavano stropicciando, co’ piedi, il pavimento, per dar segno a quei ch’erano fuori, d’entrare, e per confondere nello stesso tempo il rumore delle loro pedate. Don Abbondio, immerso nella sua scrittura, non badava ad altro. Allo stropiccìo de’ quattro piedi, Renzo prese un braccio di Lucia, lo strinse, per darle coraggio, e si mosse, tirandosela dietro tutta tremante, che da sè non vi sarebbe potuta venire. Entraron pian piano, in punta di piedi, rattenendo il respiro; e si nascosero dietro i due fratelli. Intanto don Abbondio, finito di scrivere, rilesse attentamente, senza alzar gli occhi dalla carta; la piegò in quattro, dicendo: - ora, sarete contento? - e, levatosi con una mano gli occhiali dal naso, la porse con l’altra a Tonio, alzando il viso. Tonio, allungando la mano per prender la carta, si ritirò da una parte; Gervaso, a un suo cenno, dall’altra; e, nel mezzo, come al dividersi d’una scena, apparvero Renzo e Lucia. Don Abbondio, vide confusamente, poi vide chiaro, si spaventò, si stupì, s’infuriò, pensò, prese una risoluzione: tutto questo nel tempo che Renzo mise a proferire le parole: “signor curato, in presenza di questi testimoni, quest’è mia moglie.” Le sue labbra non erano ancora tornate al posto, che don Abbondio, lasciando cader la carta, aveva già afferrata e alzata, con la mancina, la lucerna, ghermito, con la diritta, il tappeto del tavolino, e tiratolo a sè, con furia, buttando in terra libro, carta, calamaio e polverino; e, balzando tra la seggiola e il tavolino, s’era avvicinato a Lucia. La poveretta, con quella sua voce soave, e allora tutta tremante, aveva appena potuto proferire: “e questo...” che don Abbondio le aveva buttato sgarbatamente il tappeto sulla testa e sul viso, per impedirle di pronunziare intera la formola. E subito, lasciata cader la lucerna che teneva nell’altra mano, s’aiutò anche con quella a imbacuccarla col tappeto, che quasi la soffogava; e intanto gridava quanto n’aveva in canna: “Perpetua! Perpetua! tradimento! aiuto!” Il lucignolo, che moriva sul pavimento, mandava una luce languida e saltellante sopra Lucia, la quale, affatto smarrita, non tentava neppure di svolgersi, e poteva parere una statua abbozzata in creta, sulla quale l’artefice ha gettato un umido panno. Cessata ogni luce, don Abbondio lasciò la poveretta, e andò cercando a tastoni l’uscio che metteva a una stanza più interna; lo trovò, entrò in quella, si chiuse dentro, gridando tuttavia: “Perpetua! tradimento! aiuto! fuori di questa casa! fuori di questa casa!” Nell’altra stanza, tutto era confusione: Renzo, cercando di fermare il curato, e remando con le mani, come se facesse a mosca cieca, era arrivato all’uscio, e picchiava, gridando: “apra, apra; non faccia schiamazzo.” Lucia chiamava Renzo, con voce fioca, e diceva, pregando: “andiamo, andiamo, per l’amor di Dio.” Tonio, carpone, andava spazzando con le mani il pavimento, per veder di raccapezzare la sua ricevuta. Gervaso, spiritato, gridava e saltellava, cercando l’uscio di scala, per uscire a salvamento. In mezzo a questo serra serra, non possiam lasciar di fermarci un momento a fare una riflessione. Renzo, che strepitava di notte in casa altrui, che vi s’era introdotto di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha tutta l’apparenza d’un oppressore; eppure, alla fin de’ fatti, era l’oppresso. Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente a’ fatti suoi, parrebbe la vittima; eppure, in realtà, era lui che faceva un sopruso. Così va spesso il mondo... voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo. L’assediato, vedendo che il nemico non dava segno di ritirarsi, aprì una finestra che guardava sulla piazza della chiesa, e si diede a gridare: - aiuto! aiuto! - Era il più bel chiaro di luna; l’ombra della chiesa, e più in fuori l’ombra lunga ed acuta del campanile, si stendeva bruna e spiccata sul piano erboso e lucente della piazza: ogni oggetto si poteva distinguere, quasi come di giorno. Ma, fin dove arrivava lo sguardo, non appariva indizio di persona vivente. Contiguo però al muro laterale della chiesa, e appunto dal lato che rispondeva verso la casa parrocchiale, era un piccolo abituro, un bugigattolo, dove dormiva il sagrestano. Fu questo riscosso da quel disordinato grido, fece un salto, scese il letto in furia, aprì l’impannata d’una sua finestrina, mise fuori la testa, con gli occhi tra’ peli, e disse: “cosa c’è?” “Correte, Ambrogio! aiuto! gente in casa,” gridò verso lui don Abbondio. - “Vengo subito,” rispose quello; tirò indietro la testa, richiuse la sua impannata, e, quantunque mezzo tra ’l sonno, e più che mezzo sbigottito, trovò su due piedi un espediente per dar più aiuto di quello che gli si chiedeva, senza mettersi lui nel tafferuglio, quale si fosse. Dà di piglio alle brache, che teneva sul letto; se le caccia sotto il braccio, come un cappello di gala, e giù balzelloni per una scaletta di legno; corre al campanile, afferra la corda della più grossa di due campanette che c’erano, e suona a martello. Ton, ton, ton, ton: i contadini balzano a sedere sul letto; i giovinetti sdraiati sul fenile, tendon l’orecchio, si rizzano. “Cos’è? Cos’è? Campana a martello! fuoco? ladri? banditi?” Molte donne consigliano, pregano i mariti, di non moversi, di lasciar correre gli altri: alcuni s’alzano, e vanno alla finestra: i poltroni, come se si arrendessero alle preghiere, ritornan sotto: i più curiosi e più bravi scendono a prender le forche e gli schioppi, per correre al rumore: altri stanno a vedere. Ma, prima che quelli fossero all’ordine, prima anzi che fosser ben desti, il rumore era giunto agli orecchi d’altre persone che vegliavano, non lontano, ritte e vestite: i bravi in un luogo, Agnese e Perpetua in un altro. Diremo prima brevemente ciò che facesser coloro, dal momento in cui gli abbiamo lasciati, parte nel casolare e parte all’osteria. Questi tre, quando videro tutti gli usci chiusi e la strada deserta, uscirono in fretta, come se si fossero avvisti d’aver fatto tardi, e dicendo di voler andar subito a casa; diedero una giravolta per il paese, per venire in chiaro se tutti eran ritirati- e in fatti, non incontrarono anima vivente, nè sentirono il più piccolo strepito. Passarono anche, pian piano, davanti alla nostra povera casetta: la più quieta di tutte, giacchè non c’era più nessuno. Andarono allora diviato al casolare, e fecero la loro relazione al signor Griso. Subito, questo si mise in testa un cappellaccio, sulle spalle un sanrocchino di tela incerata, sparso di conchiglie; prese un bordone da pellegrino, disse: - andiamo da bravi: zitti, e attenti agli ordini -, s’incamminò il primo, gli altri dietro; e, in un momento, arrivarono alla casetta, per una strada opposta a quella per cui se n’era allontanata la nostra brigatella, andando anch’essa alla sua spedizione. Il Griso trattenne la truppa, alcuni passi lontano, andò innanzi solo ad esplorare, e, visto tutto deserto e tranquillo di fuori fece venire avanti due di quei tristi, diede loro ordine di scalar adagino il muro che chiudeva il cortiletto, e, calati dentro, nascondersi in un angolo, dietro un folto fico, sul quale aveva messo l’occhio, la mattina. Ciò fatto, picchiò pian piano, con intenzione di dirsi un pellegrino smarrito, che chiedeva ricovero, fino a giorno. Nessun risponde: ripicchia un po’ più forte; nemmeno uno zitto. Allora, va a chiamare un terzo malandrino, lo fa scendere nel cortiletto, come gli altri due, con l’ordine di sconficcare adagio il paletto, per aver libero l’ingresso e la ritirata. Tutto s’eseguisce con gran cautela, e con prospero successo. Va a chiamar gli altri, li fa entrar con sè, li manda a nascondersi accanto ai primi; accosta adagio adagio l’uscio di strada, vi posta due sentinelle di dentro; e va diritto all’uscio del terreno. Picchia anche lì, e aspetta: e’ poteva ben aspettare. Sconficca pian pianissimo anche quell’uscio: nessuno di dentro dice: chi va là?; nessuno si fa sentire: meglio non può andare. Avanti dunque: “st,” chiama quei del fico, entra con loro nella stanza terrena, dove, la mattina, aveva scelleratamente accattato quel pezzo di pane. Cava fuori esca, pietra, acciarino e zolfanelli, accende un suo lanternino, entra nell’altra stanza più interna, per accertarsi che nessun ci sia: non c’è nessuno. Torna indietro, va all’uscio di scala, guarda, porge l’orecchio: solitudine e silenzio. Lascia due altre sentinelle a terreno, si fa venir dietro il Grignapoco, ch’era un bravo del contado di Bergamo, il quale solo doveva minacciare, acchetare, comandare, essere in somma il dicitore, affinchè il suo linguaggio potesse far credere ad Agnese che la spedizione veniva da quella parte. Con costui al fianco, e gli altri dietro, il Griso sale adagio adagio, bestemmiando in cuor suo ogni scalino che scricchiolasse, ogni passo di que’ mascalzoni che facesse rumore. Finalmente è in cima. Qui giace la lepre. Spinge mollemente l’uscio che mette alla prima stanza; l’uscio cede, si fa spiraglio: vi mette l’occhio; è buio: vi mette l’orecchio, per sentire se qualcheduno russa, fiata, brulica là dentro; niente. Dunque avanti: si mette la lanterna davanti al viso, per vedere, senza esser veduto, spalanca l’uscio, vede un letto; addosso: il letto è fatto e spianato, con la rimboccatura arrovesciata, e composta sul capezzale. Si stringe nelle spalle, si volta alla compagnia, accenna loro che va a vedere nell’altra stanza, e che gli vengan dietro pian piano; entra, fa le stesse cerimonie, trova la stessa cosa. “Che diavolo è questo?” dice allora: “che qualche cane traditore abbia fatto la spia?” Si metton tutti, con men cautela, a guardare, a tastare per ogni canto, buttan sottosopra la casa. Mentre costoro sono in tali faccende, i due che fan la guardia all’uscio di strada, sentono un calpestìo di passini frettolosi, che s’avvicinano in fretta; s’immaginano che, chiunque sia, passerà diritto; stan quieti, e, a buon conto, si mettono all’erta. In fatti, il calpestìo si ferma appunto all’uscio. Era Menico che veniva di corsa, mandato dal padre Cristoforo ad avvisar le due donne che, per l’amor del cielo, scappassero subito di casa, e si rifugiassero al convento, perchè... il perchè lo sapete. Prende la maniglia del paletto, per picchiare, e se lo sente tentennare in mano, schiodato e sconficcato. — Che è questo? — pensa; e spinge l’uscio con paura: quello s’apre. Menico mette il piede dentro, in gran sospetto, e si sente a un punto acchiappar per le braccia, e due voci sommesse, a destra e a sinistra, che dicono, in tono minaccioso: “zitto! o sei morto.” Lui in vece caccia un urlo: uno di que’ malandrini gli mette una mano alla bocca; l’altro tira fuori un coltellaccio, per fargli paura. Il garzoncello trema come una foglia, e non tenta neppur di gridare; ma, tutt'a un tratto, in vece di lui, e con ben altro tono, si fa sentir quel primo tocco di campana così fatto, e dietro una tempesta di rintocchi in fila. Chi è in difetto è in sospetto, dice il proverbio milanese: all'uno e all'altro furfante parve di sentire in que' tocchi il suo nome, cognome e soprannome: lasciano andar le braccia di Menico, ritirano le loro in furia, spalancan la mano e la bocca, si guardano in viso, e corrono alla casa, dov'era il grosso della compagnia. Menico, via a gambe per la strada, alla volta del campanile, dove a buon conto qualcheduno ci doveva essere. Agli altri furfanti che frugavan la casa, dall’alto al basso, il terribile tocco fece la stessa impressione: si confondono, si scompigliano, s’urtano a vicenda: ognuno cerca la strada più corta, per arrivare all’uscio. Eppure era tutta gente provata e avvezza a mostrare il viso; ma non poterono star saldi contro un pericolo indeterminato, e che non s’era fatto vedere un po’ da lontano, prima di venir loro addosso. Ci volle tutta la superiorità del Griso a tenerli insieme, tanto che fosse ritirata e non fuga. Come il cane che scorta una mandra di porci, corre or qua or là a quei che si sbandano; ne addenta uno per un orecchio, e lo tira in ischiera; ne spinge un altro col muso; abbaia a un altro che esce di fila in quel momento; così il pellegrino acciuffa un di coloro, che già toccava la soglia, e lo strappa indietro; caccia indietro col bordone uno e un altro che s’avviavan da quella parte: grida agli altri che corron qua e là, senza saper dove; tanto che li raccozzò tutti nel mezzo del cortiletto. “Presto, presto! pistole in mano, coltelli in pronto, tutti insieme; e poi anderemo: così si va. Chi volete che ci tocchi, se stiam ben insieme, sciocconi? Ma, se ci lasciamo acchiappare a uno a uno, anche i villani ce ne daranno. Vergogna! Dietro a me, e uniti.” Dopo questa breve aringa, si mise alla fronte, e uscì il primo. La casa, come abbiam detto, era in fondo al villaggio; il Griso prese la strada che metteva fuori, e tutti gli andaron dietro in buon ordine. Lasciamoli andare, e torniamo un passo indietro a prendere Agnese e Perpetua, che abbiam lasciate in una certa stradetta. Agnese aveva procurato d’allontanar l’altra dalla casa di don Abbondio, il più che fosse possibile; e, fino a un certo punto, la cosa era andata bene. Ma tutt’a un tratto, la serva s’era ricordata dell’uscio rimasto aperto, e aveva voluto tornare indietro. Non c’era che ridire: Agnese, per non farle nascere qualche sospetto, aveva dovuto voltar con lei, e andarle dietro, cercando di trattenerla, ogni volta che la vedesse riscaldata ben bene nel racconto di que’ tali matrimoni andati a monte. Mostrava di darle molta udienza, e, ogni tanto, per far vedere che stava attenta, o per ravviare il cicalìo, diceva: “sicuro: adesso capisco: va benissimo: è chiara: e poi? e lui? e voi?” Ma intanto, faceva un altro discorso con sè stessa. — Saranno usciti a quest’ora? o saranno ancor dentro? Che sciocchi che siamo stati tutt’e tre, a non concertar qualche segnale, per avvisarmi, quando la cosa fosse riuscita! È stata proprio grossa! Ma è fatta: ora non c’è altro che tener costei a bada, più che posso: alla peggio, sarà un po’ di tempo perduto. — Così, a corserelle e a fermatine, eran tornate poco distante dalla casa di don Abbondio, la quale però non vedevano, per ragione di quella cantonata: e Perpetua, trovandosi a un punto importante del racconto, s’era lasciata fermare senza far resistenza, anzi senza avvedersene; quando, tutt’a un tratto, si sentì venir rimbombando dall’alto, nel vano immoto dell’aria, per l’ampio silenzio della notte, quel primo sgangherato grido di don Abbondio: “aiuto! aiuto!” “Misericordia! cos’è stato?” gridò Perpetua, e volle correre. “Cosa c’è? cosa c’è?” disse Agnese, tenendola per la sottana. “Misericordia! non avete sentito?” replicò quella, svincolandosi. “Cosa c’è? cosa c’è?” ripetè Agnese, afferrandola per un braccio. “Diavolo d’una donna!” esclamò Perpetua, rispingendola, per mettersi in libertà; e prese la rincorsa. Quando, più lontano, più acuto, più istantaneo, si sente l’urlo di Menico. “Misericordia!” grida anche Agnese; e di galoppo dietro l’altra. Avevan quasi appena alzati i calcagni, quando scoccò la campana: un tocco, e due, e tre, e seguita: sarebbero stati sproni, se quelle ne avessero avuto bisogno. Perpetua arriva, un momento prima dell’altra; mentre vuole spinger l’uscio, l’uscio si spalanca di dentro, e sulla soglia compariscono Tonio, Gervaso, Renzo, Lucia, che, trovata la scala, eran venuti giù saltelloni; e, sentendo poi quel terribile scampanìo, correvano in furia, a mettersi in salvo. “Cosa c’è? cosa c’è?” domandò Perpetua ansante ai fratelli, che le risposero con un urtone, e scantonarono. “E voi! come! che fate qui voi?” domandò poscia all’altra coppia, quando l’ebbe raffigurata. Ma quelli pure usciron senza rispondere. Perpetua, per accorrere dove il bisogno era maggiore, non domandò altro, entrò in fretta nell’andito, e corse, come poteva al buio, verso la scala. I due sposi rimasti promessi si trovarono in faccia Agnese, che arrivava tutt’affannata. “Ah siete qui!” disse questa, cavando fuori la parola a stento: “com’è andata? cos’è la campana? mi par d’aver sentito...” “A casa, a casa,” diceva Renzo, “prima che venga gente.” E s’ avviavano; ma arriva Menico di corsa, li riconosce, li ferma, e, ancor tutto tremante, con voce mezza fioca, dice: “dove andate? indietro, indietro! per di qua, al convento!” “Sei tu che...?” cominciava Agnese. “Cosa c’è d’altro?” domandava Renzo. Lucia, tutta smarrita, taceva e tremava. “C’è il diavolo in casa,” riprese Menico ansante. “Gli ho visti io: m’hanno voluto ammazzare: l’ha detto il padre Cristoforo: e anche voi, Renzo, ha detto che veniate subito; e poi gli ho visti io: provvidenza che vi trovo qui tutti! vi dirò poi, quando saremo fuori.” Renzo, ch’era il più in sè di tutti, pensò che, di qua o di là, conveniva andar subito, prima che la gente accorresse; e che la più sicura era di far ciò che Menico consigliava, anzi comandava, con la forza d’uno spaventato. Per istrada poi, e fuor del pericolo, si potrebbe domandare al ragazzo una spiegazione più chiara. “Cammina avanti,” gli disse. “Andiam con lui,” disse alle donne. Voltarono, s’incamminarono in fretta verso la chiesa, attraversaron la piazza, dove per grazia del cielo, non c’era ancora anima vivente; entrarono in una stradetta che era tra la chiesa e la casa di don Abbondio; al primo buco che videro in una siepe, dentro, e via per i campi. Non s’eran forse allontanati un cinquanta passi, quando la gente cominciò ad accorrere sulla piazza, e ingrossava ogni momento. Si guardavano in viso gli uni con gli altri: ognuno aveva una domanda da fare, nessuno una risposta da dare. I primi arrivati corsero alla porta della chiesa: era serrata. Corsero al campanile di fuori; e uno di quelli, messa la bocca a un finestrino, una specie di feritoia, cacciò dentro un: “che diavolo c’è?” Quando Ambrogio sentì una voce conosciuta, lasciò andar la corda; e assicurato dal ronzìo, ch’era accorso molto popolo, rispose: “vengo ad aprire.” Si mise in fretta l’arnese che aveva portato sotto il braccio, venne, dalla parte di dentro, alla porta della chiesa, e l’aprì. “Cos’è tutto questo fracasso? — Cos’è? — Dov’è? — Chi è?” “Come, chi è?” disse Ambrogio, tenendo con una mano un battente della porta, e, con l’altra, il lembo di quel tale arnese, che s’era messo così in fretta: “come! non lo sapete? gente in casa del signor curato. Animo, figliuoli: aiuto.” Si voltan tutti a quella casa, vi s’avvicinano in folla, guardano in su, stanno in orecchi: tutto quieto. Altri corrono dalla parte dove c’era l’uscio: è chiuso, e non par che sia stato toccato. Guardano in su anche loro: non c’è una finestra aperta: non si sente uno zitto. “Chi è là dentro? — Ohe, ohe! — Signor curato! - Signor curato!” Don Abbondio, il quale, appena accortosi della fuga degl’invasori, s’era ritirato dalla finestra, e l’aveva richiusa, e che in questo momento stava a bisticciar sottovoce con Perpetua, che l’aveva lasciato solo in quell’imbroglio, dovette, quando si sentì chiamare a voce di popolo, venir di nuovo alla finestra; e visto quel gran soccorso, si pentì d’averlo chiesto. “Cos’è stato? — Che le hanno fatto? — Chi sono costoro? - Dove sono?” gli veniva gridato da cinquanta voci a un tratto. “Non c’è più nessuno: vi ringrazio: tornate pure a casa.” “Ma chi è stato? — Dove sono andati? — Che è accaduto?” “Cattiva gente, gente che gira di notte; ma sono fuggiti: tornate a casa; non c’è più niente: un’altra volta, figliuoli: vi ringrazio del vostro buon cuore.” E, detto questo, si ritirò, e chiuse la finestra. Qui alcuni cominciarono a brontolare, altri a canzonare, altri a sagrare; altri si stringevan nelle spalle, e se n’andavano: quando arriva uno tutto trafelato, che stentava a formar le parole. Stava costui di casa quasi dirimpetto alle nostre donne, ed essendosi, al rumore, affacciato alla finestra, aveva veduto nel cortiletto quello scompiglio de’ bravi, quando il Griso s’affannava a raccoglierli. Quand’ebbe ripreso fiato, gridò: - che fate qui, figliuoli? non è qui il diavolo; è giù in fondo alla strada, alla casa d’Agnese Mondella: gente armata; son dentro; par che vogliano ammazzare un pellegrino; chi sa che diavolo c’è!” “Che? — Che? — Che?” E comincia una consulta tumultuosa. “Bisogna andare. — Bisogna vedere. — Quanti sono? — Quanti siamo? — Chi sono? — Il console! il console!” “Son qui,” risponde il console, di mezzo alla folla: “son qui; ma bisogna aiutarmi, bisogna ubbidire. Presto: dov’è il sagrestano? Alla campana, alla campana. Presto: uno che corra a Lecco a cercar soccorso: venite qui tutti... Chi accorre, chi sguizza tra uomo e uomo, e se la batte; il tumulto era grande, quando arriva un altro, che gli aveva veduti partire in fretta, e grida: “correte, figliuoli: ladri, o banditi che scappano con un pellegrino: son già fuori del paese: addosso! addosso!” A quest’avviso, senza aspettar gli ordini del capitano, si movono in massa, e giù alla rinfusa per la strada; di mano in mano che l’esercito s’avanza, qualcheduno di quei della vanguardia rallenta il passo, si lascia sopravanzare, e si ficca nel corpo della battaglia: gli ultimi spingono innanzi: lo sciame confuso giunge finalmente al luogo indicato. Le tracce dell’invasione eran fresche e manifeste: l’uscio spalancato, la serratura sconficcata; ma gl’invasori erano spariti. S’entra nel cortile; si va all’uscio del terreno: aperto e sconficcato anche quello: si chiama: “Agnese! Lucia! Il pellegrino! Dov’è il pellegrino? L’avrà sognato Stefano, il pellegrino. — No, no: l’ha visto anche Carlandrea. Ohe, pellegrino! — Agnese! Lucia!” Nessuno risponde. “Le hanno portate via! Le hanno portate via!” Ci fu allora di quelli che, alzando la voce, proposero d’inseguire i rapitori: che era un’infamità; e sarebbe una vergogna per il paese, se ogni birbone potesse a man salva venire a portar via le donne, come il nibbio i pulcini da un’aia deserta. Nuova consulta e più tumultuosa: ma uno (e non si seppe mai bene chi fosse stato) gettò nella brigata una voce, che Agnese e Lucia s’eran messe in salvo in una casa. La voce corse rapidamente, ottenne credenza; non si parlò più di dar la caccia ai fuggitivi; e la brigata si sparpagliò, andando ognuno a casa sua. Era un bisbiglio, uno strepito, un picchiare e un aprir d’usci, un apparire e uno sparir di lucerne, un interrogare di donne dalle finestre, un rispondere dalla strada. Tornata questa deserta e silenziosa, i discorsi continuaron nelle case, e moriron negli sbadigli, per ricominciar poi la mattina. Fatti però, non ce ne fu altri; se non che, quella medesima mattina, il console, stando nel suo campo, col mento in una mano, e il gomito appoggiato sul manico della vanga mezza ficcata nel terreno, e con un piede sul vangile; stando, dico, a speculare tra sè sui misteri della notte passata, e sulla ragion composta di ciò che gli toccase a fare, e di ciò che gli convenisse fare, vide venirsi incontro due uomini d’assai gagliarda presenza, chiomati come due re de’ Franchi della prima razza, e somigliantissimi nel resto a que’ due che cinque giorni prima avevano affrontato don Abbondio, se pur non eran que’ medesimi. Costoro, con un fare ancor men cerimonioso, intimarono al console che guardasse bene di non far deposizione al podestà dell’accaduto, di non rispondere il vero, caso che ne venisse interrogato, di non ciarlare, di non fomentar le ciarle de’ villani, per quanto aveva cara la speranza di morir di malattia. I nostri fuggiaschi camminarono un pezzo di buon trotto, in silenzio, voltandosi, ora l’uno ora l’altro, a guardare se nessuno gl’inseguiva, tutti in affanno per la fatica della fuga, per il batticuore e per la sospensione in cui erano stati, per il dolore della cattiva riuscita, per l’apprensione confusa del nuovo oscuro pericolo. E ancor più in affanno li teneva l’incalzare continuo di que’ rintocchi, i quali, quanto, per l’allontanarsi, venivan più fiochi e ottusi, tanto pareva che prendessero un non so che di più lugubre e sinistro. Finalmente cessarono. I fuggiaschi allora, trovandosi in un campo disabitato, e non sentendo un alito all’intorno, rallentarono il passo; e fu la prima Agnese che, ripreso fiato, ruppe il silenzio, domandando a Renzo com’era andata, domandando a Menico cosa fosse quel diavolo in casa. Renzo raccontò brevemente la sua trista storia; e tutt’e tre si voltarono al fanciullo, il quale riferì più espressamente l’avviso del padre, e raccontò quello ch’egli stesso aveva veduto e rischiato, e che pur troppo confermava l’avviso. Gli ascoltatori compresero più di quel che Menico avesse saputo dire: a quella scoperta, si sentiron rabbrividire; si fermaron tutt’e tre a un tratto, si guardarono in viso l’un con l’altro, spaventati; e subito, con un movimento unanime, tutt’e tre posero una mano, chi sul capo, chi sulle spalle del ragazzo, come per accarezzarlo, per ringraziarlo tacitamente che fosse stato per loro un angelo tutelare, per dimostrargli la compassione che sentivano dell’angoscia a lui sofferta, e del pericolo corso per la loro salvezza; e quasi per chiedergliene scusa. “Ora torna a casa, perchè i tuoi non abbiano a star più in pena per te,” gli disse Agnese; e rammentandosi delle due parpagliole promesse, se ne levò quattro di tasca, e gliele diede, aggiungendo: “basta; prega il Signore che ci rivediamo presto: e allora...” Renzo gli diede una berlinga nuova, e gli raccomandò molto di non dir nulla della commissione avuta dal frate; Lucia l’accarezzò di nuovo, lo salutò con voce accorata; il ragazzo li salutò tutti, intenerito; e tornò indietro. Quelli ripresero la loro strada, tutti pensierosi; le donne innanzi, e Renzo dietro, come per guardia. Lucia stava stretta al braccio della madre, e scansava dolcemente, e con destrezza, l’aiuto che il giovine le offriva ne’ passi malagevoli di quel viaggio fuor di strada; vergognosa in sè, anche in un tale turbamento, d’esser già stata tanto sola con lui, e tanto famigliarmente, quando s’aspettava di divenir sua moglie, tra pochi momenti. Ora, svanito così dolorosamente quel sogno, si pentiva d’essere andata troppo avanti, e, tra tante cagioni di tremare, tremava anche per quel pudore che non nasce dalla trista scienza del male, per quel pudore che ignora se stesso, somigliante alla paura del fanciullo, che trema nelle tenebre, senza saper di che. “E la casa?” disse a un tratto Agnese. Ma, per quanto la domanda fosse importante, nessuno rispose, perchè nessuno poteva darle una risposta soddisfacente. Continuarono in silenzio la loro strada, e poco dopo, sboccarono finalmente sulla piazzetta davanti alla chiesa del convento. Renzo s’affacciò alla porta, e la sospinse bel bello. La porta di fatto s’aprì; e la luna, entrando per lo spiraglio, illuminò la faccia pallida, e la barba d’argento del padre Cristoforo, che stava quivi ritto in aspettativa. Visto che non ci mancava nessuno, “Dio sia benedetto!” disse, e fece lor cenno ch’entrassero. Accanto a lui, stava un altro cappuccino; ed era il laico sagrestano, ch’egli, con preghiere e con ragioni, aveva persuaso a vegliar con lui, a lasciar socchiusa la porta, e a starci in sentinella, per accogliere que’ poveri minacciati: e non si richiedeva meno dell’autorità del padre, della sua fama di santo, per ottener dal laico una condiscendenza incomoda, pericolosa e irregolare. Entrati che furono, il padre Cristoforo riaccostò la porta adagio adagio. Allora il sagrestano non potè più reggere, e, chiamato il padre da una parte, gli andava susurrando all’orecchio: “ma padre, padre! di notte... in chiesa... con donne... chiudere... la regola... ma padre!” E tentennava la testa. Mentre diceva stentatamente quelle parole, — vedete un poco! — pensava il padre Cristoforo, — se fosse un masnadiero inseguito, fra Fazio non gli farebbe una difficoltà al mondo; e una povera innocente, che scappa dagli artigli del lupo... — “Omnia munda mundis,” disse poi, voltandosi tutt’a un tratto a fra Fazio, e dimenticando che questo non intendeva il latino. Ma una tale dimenticanza fu appunto quella che fece l’effetto. Se il padre si fosse messo a questionare con ragioni, a fra Fazio non sarebber mancate altre ragioni da opporre; e sa il cielo quando e come la cosa sarebbe finita. Ma, al sentir quelle parole gravide d’un senso misterioso, e proferite così risolutamente, gli parve che in quelle dovesse contenersi la soluzione di tutti i suoi dubbi. S’acquietò, e disse: “basta! lei ne sa più di me.” “Fidatevi pure,” rispose il padre Cristoforo; e, all’incerto chiarore della lampada che ardeva davanti all’altare, s’accostò ai ricoverati, i quali stavano sospesi aspettando, e disse loro: “figliuoli! ringraziate il Signore, che v’ha scampati da un gran pericolo. Forse in questo momento...!” E qui si mise a spiegare ciò che aveva fatto accennare dal piccol messo: giacchè non sospettava ch’essi ne sapesser più di lui, e supponeva che Menico gli avesse trovati tranquilli in casa, prima che arrivassero i malandrini. Nessuno lo disingannò, nemmeno Lucia, la quale però sentiva un rimorso segreto d’una tale dissimulazione, con un tal uomo; ma era la notte degl’imbrogli e de’ sotterfugi. “Dopo di ciò,” continuò egli, “vedete bene, figliuoli, che ora questo paese non è sicuro per voi il vostro; ci siete nati; non avete fatto male a nessuno; ma Dio vuol così. È una prova, figliuoli: sopportatela con pazienza, con fiducia, senza odio, e siate sicuri che verrà un tempo in cui vi troverete contenti di ciò che ora accade. Io ho pensato a trovarvi un rifugio, per questi primi momenti. Presto, io spero, potrete ritornar sicuri a casa vostra; a ogni modo, Dio vi provvederà, per il vostro meglio; e io certo mi studierò di non mancare alla grazia che mi fa, scegliendomi per suo ministro, nel servizio di voi suoi poveri cari tribolati. Voi,” continuò volgendosi alle due donne, “potrete fermarvi a ***. Là sarete abbastanza fuori d’ogni pericolo, e, nello stesso tempo, non troppo lontane da casa vostra. Cercate del nostro convento, fate chiamare il padre guardiano, dategli questa lettera: sarà per voi un altro fra Cristoforo. E anche tu, il mio Renzo, anche tu devi metterti, per ora, in salvo dalla rabbia degli altri, e dalla tua. Porta questa lettera al padre Bonaventura da Lodi, nel nostro convento di Porta Orientale in Milano. Egli ti farà da padre, ti guiderà, ti troverà del lavoro, per fin che tu non possa tornare a viver qui tranquillamente. Andate alla riva del lago, vicino allo sbocco del Bione.” È un torrente a pochi passi da Pescarenico. “Lì vedrete un battello fermo; direte: barca; vi sarà domandato per chi; risponderete: san Francesco. La barca vi riceverà, vi trasporterà all’altra riva, dove troverete un baroccio che vi condurrà addirittura fino a ***.” Chi domandasse come fra Cristoforo avesse così subito a sua disposizione que’ mezzi di trasporto, per acqua e per terra, farebbe vedere di non conoscere qual fosse il potere d’un cappuccino tenuto in concetto di santo. Restava da pensare alla custodia delle case. Il padre ne ricevette le chiavi, incaricandosi di consegnarle a quelli che Renzo e Agnese gl’indicarono. Quest’ultima, levandosi di tasca la sua, mise un gran sospiro, pensando che, in quel momento, la casa era aperta, che c’era stato il diavolo, e chi sa cosa ci rimaneva da custodire! “Prima che partiate,” disse il padre, “preghiamo tutti insieme il Signore, perchè sia con voi, in codesto viaggio, e sempre; e sopra tutto vi dia forza, vi dia amore di volere ciò ch’Egli ha voluto.” Così dicendo s’inginocchiò nel mezzo della chiesa; e tutti fecer lo stesso. Dopo ch’ebbero pregato, alcuni momenti, in silenzio, il padre, con voce sommessa, ma distinta, articolò queste parole: “noi vi preghiamo ancora per quel poveretto che ci ha condotti a questo passo. Noi saremmo indegni della vostra misericordia, se non ve la chiedessimo di cuore per lui; ne ha tanto bisogno! Noi, nella nostra tribolazione, abbiamo questo conforto, che siamo nella strada dove ci avete messi Voi: possiamo offrirvi i nostri guai; e diventano un guadagno. Ma lui!... è vostro nemico. Oh disgraziato! compete con Voi! Abbiate pietà di lui, o Signore, toccategli il cuore, rendetelo vostro amico, concedetegli tutti i beni che noi possiamo desiderare a noi stessi.” Alzatosi poi, come in fretta, disse: “via, figliuoli, non c’è tempo da perdere: Dio vi guardi, il suo angelo v’accompagni: andate.” E mentre s’avviavano, con quella commozione che non trova parole, e che si manifesta senza di esse, il padre soggiunse, con voce alterata: “il cuor mi dice che ci rivedremo presto.” Certo, il cuore, chi gli dà retta, ha sempre qualche cosa da dire su quello che sarà. Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che è già accaduto. Senza aspettar risposta, fra Cristoforo, andò verso la sagrestia; i viaggiatori usciron di chiesa; e fra Fazio chiuse la porta, dando loro un addio, con la voce alterata anche lui. Essi s’avviarono zitti zitti alla riva ch’era stata loro indicata; videro il battello pronto, e data e barattata la parola, c’entrarono. Il barcaiolo, puntando un remo alla proda, se ne staccò; afferrato poi l’altro remo, e vogando a due braccia, prese il largo, verso la spiaggia opposta. Non tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e sarebbe parso immobile, se non fosse stato il tremolare e l’ondeggiar leggiero della luna, che vi si specchiava da mezzo il cielo. S’udiva soltanto il fiotto morto e lento frangersi sulle ghiaie del lido, il gorgoglìo più lontano dell’acqua rotta tra le pile del ponte, e il tonfo misurato di que’ due remi, che tagliavano la superficie azzurra del lago, uscivano a un colpo grondanti, e si rituffavano. L’onda segata dalla barca, riunendosi dietro la poppa, segnava una striscia increspata, che s’andava allontanando dal lido. I passeggieri silenziosi, con la testa voltata indietro, guardavano i monti, e il paese rischiarato dalla luna, e variato qua e là di grand’ombre. Si distinguevano i villaggi, le case, le capanne: il palazzotto di don Rodrigo, con la sua torre piatta, elevato sopra le casucce ammucchiate alla falda del promontorio, pareva un feroce che, ritto nelle tenebre, in mezzo a una compagnia d’addormentati, vegliasse, meditando un delitto. Lucia lo vide, e rabbrividì; scese con l’occhio giù giù per la china, fino al suo paesello, guardò fisso all’estremità, scoprì la sua casetta, scoprì la chioma folta del fico che sopravanzava il muro del cortile, scoprì la finestra della sua camera; e, seduta, com’era, nel fondo della barca, posò il braccio sulla sponda, posò sul braccio la fronte, come per dormire, e pianse segretamente. Addio, monti sorgenti dall'acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l'aspetto de' suoi più familiari; torrenti, de' quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia d'essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso. Quanto più si avanza nel piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell'ampiezza uniforme; l'aria gli par gravosa e morta; s'inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che gli levino il respiro; e davanti agli edifizi ammirati dallo straniero, pensa, con desiderio inquieto, al campicello del suo paese, alla casuccia a cui ha già messo gli occhi addosso, da gran tempo, e che comprerà, tornando ricco a' suoi monti. Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli neppure un desiderio fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dell'avvenire, e n'è sbalzato lontano, da una forza perversa! Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia que' monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con l'immaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno! Addio, casa natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s'imparò a distinguere dal rumore de' passi comuni il rumore d'un passo aspettato con un misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, dove l'animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov'era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l'amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio! Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia de' suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande. Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia, e poco diversi i pensieri degli altri due pellegrini, mentre la barca gli andava avvicinando alla riva destra dell’Adda.
Carneade! Cì èrel po’ sto cì? ― el rongiava ‘ntrà de el don Abondio sentà zó sul só ciaregión, ente na ciàmera su àut, con davanti ‘n librét davèrt, enchela che la Perpetua l’è nuda ént a portàrge l’avìso. ― Carneade! Mé par ben de averlo lezù o sentù sto nòm; el geva da èsser n’òm che l’eva studià, en lezù dei tempi ‘ndré: l’è ‘n nòm de chei; ma cì diàul èrel po’ sto cì? ― El pover òm nó ‘l se ‘mmazinava mai la boras-cia che era dré a nìrge su la zucia! Ge vòl savér che don Abondio ‘l se godeva a lézer almen en pocetìn tuti i dì; e ‘n curàt só visìn, che ‘l geva ‘n pòc’ de libri, el ge ‘mprestava ‘n lìber dopo l’àuter, el prim che ge nideva ‘n man. Chel che era dré a lézer enchel moment don Abondio, che l’era convalessènt da la féver che g’èra nù con chel spavènt, anzi pù varì che àuter (almen da la féver) de chel che ‘l voleva far véder, l’era ‘n lìber che ‘l lodava san Carlo, se tratava de na prèdicia scoutada con tanto de maravea da la zènt entel dòm de Milan doi ani prima. Per el só amor dei studi, ‘l sant l’era paragonà a l’Archimede; e ‘nfin cì don Abondio nó l’eva trovà dificoltà; perché l’Archimede el n’à fat de ròbe de tut le sòrt, che l’à fat parlar de se stes tant che basta, e per savér vergot nó ocoreva avér cissà che de sapienza. Ma però dopo l’Archimede, el prediciatór l’eva paragonà san Carlo ancia a sto Carneade: e cì ‘l lezidór l’era restà ìo fermo perché nó ‘l seva cì che l’era sto cì. Enchela è nù ent la Perpetua che i lo ‘nformava che era nù ‘l Tonio. “A st’ora?” giâ dit don Abondio, come che l’era naturàl. “Che vòlel po’? Nó i giâ ‘n minimo de prudenza: ma se nó i lo zàpa ades…” “Eh zà: se nó ‘l zàpi ades, cissà cando che poderai zapàrlo! Felo nìr dént… Ehi! ehi! seo bèn segura che l’è pròpri el?” “Diàolo!” à respondù la Perpetua, e l’è nada zó bas; l’à daverzù l’us e la dis: “endo seo po’?” El Tonio ‘l s’è fat véder; e ‘ntel stes tèmp è nù avanti ancia l’Agnese, e l’à saludà la Perpetua per nòm. “Bona sera, Agnese,” dis la Perpetua: “da ‘ndo nidéo po’ da st’ora?” “Veni da…” e l’à nominà ‘n paesòt ìo vizìn. E la giâ tacià: “E se savésseo… me son fermada de pù, pròpri per colpa vòssa.” La Perpetua l’à domandà sùbit: “Oh perché po’?” e po’ vardàndo i doi fradèi, l’à dis “nidé, nidé dént che vèni ancia mì.” “Perché,” à respondù l’Agnese, “na feumna de chele che nó le sa ‘ngota e le vòl parlar… voléo sentìr? La voleva a tuti i costi dir che voi nó ve seo maridada col Bepi Solavècla, e nancia col Selmo Lunghigna, perché nó i v’à volèst. Mì ‘nveze disévi che seo stada voi a refudàrli, un e ancia l’àuter…” “Ma segùr. Ca bosiàdra! Ca bosiadróna! Cì èl po’ sta cì?” “Nó ste domandàrmel no, perché nó me plas méter zizanie.” “Me ‘l diréo, g’eo da dìrmel: ah ca bosiadra!” “Bòn bòn… ma nó podéo créder cant che m’è desplasèst de nó savér ben tuta la storia, per contradìrla.” “Ma varda tì se s’ podrà ‘nventàrsele a sto modo cì!” l’à sclamà de nòu la Perpetua; e po’ sùbit: “cant al Bèpi, i lo sa tuti, tuti i à podèst véder… Ehi Tonio! Serà la porta, e né pur su su àut che vèni sùbit.” E dal de ént el Tonio, l’à respondù de sì; e la Perpetua ‘ntant l’à seghitava a contàr la só resón tuta zapàda. Pròpri dinanzi a l’us de la ciasa de don Abondio, tra doi ciasòte, partìva na stradèla che sùbit dopo la svoutàva ‘nten ciamp. L’Agnese la s’è ‘nviàda per ca stradèla, come se la volés tiràrse da na banda, per podér parlar en libertà; e la Perpetua de dré. Cando che nó sé vedeva pù chel che suzzedeva davanti a la ciasa de don Abondio, l’Agnese l’à dat doi colpi de tòs forti. L’era ‘l segnal: el Renzo i l’à sentù, el giâ strucià ‘n mìgol el braz per fàrge coràzo a la Lucia; tuti doi en pónta de pè i s’è portadi avanti rasènt al mur, ziti, ziti; i è arivadi davanti a l’us de la cialòngia e i l’à spenzù plan planìn; pò sèmper chièti e sgobàdi i è nadi ent entel àndit endo che g’era i doi fradèi che li spetava. El Renzo l’à serà ‘n via l’us plan plan; e po’ tuti càter su per le s-ciale atènti a nó far rumór. Arivadi su ‘nzìma a le s-ciale, i doi fradèi i s’è svizinadi a la porta de la ciàmera de flanc’ a la s-ciala; i doi spósi i s’è struciàdi sul mur. “Deograzia,” dis el Tonio, con na bèla ós. “Ehi, seo voi Tonio? Nidé pur ént” à respondù la ós de ént. El Tonio l’à daverzù l’us, apena chel tant che l’era assà per podér passar el e só fradèl un a la bòta. La strisa de luze che è nù fòr de colp entel davèrzerse dela porta l’à disegnà sul paviment scur del pato l’à fat fòr la Lucia, come se i l’avés vista. Nà ent i doi fradèi, el Tonio ‘l s’è tirà dré l’us: i spósi ‘ntant i è restadi fermi ente ca scurèra con le récle su drìte senza nancia tiràr el flà: el rumòr pu fòrt l’era chel del pòer còr de Lucia. Come che én zà dit, don Abondio l’era sentà zó su ‘nte na ciarégia vècla, plegià ént ente ‘n vècel sora àbit e ‘l geva su la testa na beréta, ancia chesta vècla, che la ge ‘ncornisava la fazza, a la lum de na luserna pizzolòta. Doi zufóni de ciavéi che ge nidéva fòr da la beréta, e doi gran zìlie, doi bafóni, e na bela moschéta, tuti bianci, sparpaiadi su ca fazza scura e ‘nfizzada, i podeva ‘nsomiàrge a zéspeni con su la neo, che piciava fòr da na chìpa, sota ‘l clar de la luna. “Ah, ah!” l’è sta ‘l salùt, entant che ‘l se tirava zó i oclài e i li pozàva sul librét. “El dirà che son nù tardi, sior curàt,” dis el Tonio enchinàndose, e compàgn la fat ancia ‘l Zervaso ma pù da tànger. “Segùr che l’è tardi: tardi ‘n tut i modi. El seo che son malà?” “Oh, me desplàs.” “L’averéo sentù dir; son malà e nó sai nancia mì cando che poderài lagiàrme véder… Ma perché po’ ve séo portà dré chel… chel bonòm?” “L’ài tòt dré per fàrme compagnìa, sior curàt.” “Bòn, bòn, feme véder.” “L’è vintizìnc’ berlìnghe nòve, de chele col sant’Agostìn sul ciavàl,” dis el Tonio, tiràndo fòr da la s-ciarsèla ‘n fagotèl. “Fàme véder,” dis ancor don Abondio: e l’à tòt chel fagotèl, l’à metù de nòu i oclài, i l’à daverzù e l’à tòt fòr le berlìnghe, i l’à contade, i l’à voutade e rivoutade senza trovàrge difèti. “Ades, sior curàt, me daréo de vòuta la colana de la me Tecla.” “L’è zusto,” dis don Abondio; po’ l’è nà vèrs n’asmàr, l’à tirà fòr na clao da la s-ciarsèla, e vardàndose ‘ntorn, come per tègner lontàn i curiosi, la daverzù na part de portèla, e l’à ‘mplenù la daverzidura con tuta la só persona, l’à metù dent la testa, per vardàr e ‘n braz per tòr la colana; i l’à tòta ‘n man e l’à serà l’asmàr e ‘l ge l’à data al Tonio disèndoge: “va bèn?” El Tonio ‘l dis: “Ades, el me fàgia el piazer de méter en pòc’ de néger sul bianc’.” “Oh, mostro, ancia chesta!” dis don Abondio: “i le sa tute. Ih! Come che l’è deventà sospetós el mondo! Nó vé fidao de mì no?” “Come po’, sior curat! Me fideràite no? Vòlel ofènderme? Ma sicome ‘l me nòm l’è sul só libràz da la banda del dèbit… alor, sicome che l’à zà bù ‘l fastìdi de scrìverlo ‘n bòt, e alor… da la vita a la mòrt…” “Bòn, bòn,” à taià don Abondio, e brontolànt l’à tirà fòr el ciassetìn del taulìn, l’à tòt fòr ciarta, pena e cialamàr, e ‘l s’è metù a scrìver, ripetèndo le parole con la ós àuta man a man che le ge nidéva fòr da la pena. Entant el Tonio ‘l giâ fat segn al Zervaso e i s’è metùdi su drìti dinanzi al taulìn, en modo che ‘l scrivente nó ‘l vedés l’us; come per far finta d’angot i strozzègiava i pèi sul paviment per fàrge segn a chei foróutra de nir énter e per scònder el rumor dei só passi. Don Abondio, tut intènto a scrìver la so quitanza nó ‘l pensava a àuter. Come che l’à sentù ‘l fregiar dei càter pèi, el Renzo l’à zapà la Lucia per en braz, i l’à strucià, per fàrge coràzo, e ‘l s’è ‘nvià, tiràndosela dré tuta tremolènta come na fòia, da só pòsta nó la se saròs movèsta nancia de ‘n pas. I è nadi dént plan planìn, en ponta de pè, e nó i tiràva nancia ‘l flà; i s’è scondùdi dré ai doi fradèi. Enfratant don Abondio la ruà de scrìver, l’à rilezù tut con atenzion, senza auzzàr i òcli da la ciarta; i l’à plegiada ‘n càter, disèndo: ― saréo ben contènt ades? ― e tiràndose zó i oclài dal nas con na man, con l’àutra i ge l’à data al Tonio, auzzàndo la testa. El Tonio l’à slongià la man per tòr la ciarta, el s’è tirà da na banda; el Zervaso da l’àutra; e ‘n mèz come ‘l fus n’àutra sèna de na comèdia è nù fòr el Renzo e la Lucia. Don Abondio, sùbit per sùbit l’à vist tut tórbol, po’ l’à vist benón, el s’è spaventà, l’è restà ìo come ‘n mèrlo, el s’è ‘nrabià come na bèstia, l’à pensà e l’à tòt na dezision: tut chesto entel tèmp che ‘l Renzo ‘l giâ metù a proferìr le parole: “sior curat, en presenza de sti testimòni, chesta l’è la mé spósa.” I só làuri nó i era ancor tornadi al so posto, che don Abondio, lagiàndo crodàr per tera la ciarta l’eva zà brancà e auzzà co l’anzancia la lum, e con l’andrìta ‘l tapé del taulìn e tiràndol vèrs de el con na furia de chele, petàndo per tera lìber, ciarta, cialamàr e polverìn; po’ sautàndo ‘ntrà la ciarégia e ‘l taulìn l’era nà dausìn a Lucia. Ca pòra putèla con ca osata dolza, che tremolava l’eva podèst dir: “e chesto…” ma don Abondio el geva trat ados el tapé su la testa e sul vis en modo da empedìrge de pronunziar dal tut el rèpize. E sùbit, lagiàndo crodàr per tera la lum che ‘l tegnìva ‘n l’àutra man, el s’è aidà ancia con chela per embacucarla col tapé, che scasi i la stofegiava; e ‘ntant el zigiava come n’ossès: “Perpetua! Perpetua! tradiment! aiut!” El stopìn, che limegiava sul paviment, el feva na luze palida che ‘nluminava la Lucia, che l’era ‘nzì spaventada che nó l’era bòna nancia de tiràrse zó ca cuèrta, e ‘mpareva che ‘l fus na statua de créda apena ‘mbastìda che l’artista el tegnìva scònta con na sdrazza umida. Cando che ‘ntorna l’era tut stróu, don Abondio l’à molà ca poréta, e l’è nà a zerciàr a tastón l’us che ‘l metéva ente n’àutra ciàmera pù interna; i l’à trovà e l’è nà ent en ca stanza, el s’è serà dént e ‘ntant el zigiàva come n’àchila: “Perpetua! tradiment! aiut! fòr da sta ciasa! fòr da sta ciasa!” ente l’àutra ciàmera, l’era tut na confusion: el Renzo che zerciava de fermar el curàt, e remenàndo con le man, come se ‘l zugias a mosca-cieca l’era arivà a l’us, e ‘l bateva urlando: “el davèrzia, el davèrzia; nó ‘l fàgia tut sto regòi.” La Lucia la clamàva ‘l Renzo, con na ós débolòta e la diseva pregiàndo: “Vèi che nén, nén, per l’amor de Dio.” El Tonio a bóf a bóf el feva tut el paviment per véder se l’era bòn de recuperar la só quitanza. El Zervaso spirità, el zigiava e ‘l sautava, zerciando l’us de le s-ciale, per s-ciampar e salvàrse. En mèz a chel mismàs, nó se pòl far a men de fermarse n’àtimo a resonàrge sóra. El Renzo, che ‘l sbràitava de nòt en ciasa d’àutri, che l’era nà ent con l’ingiàgn, che ‘l tegnìva serà via ente na ciàmera ‘l padrón de ciasa, empareva pròpri ‘n zèlbero; epur zó ‘n fónt a tut l’era el chel che era perseguità. Don Abondio, sbalordì, fat s-ciampar, spaventà, entant che l’era dré pazìfico a far i só afari, empareròs che fus la vitima; epur l’era pròpri el dré a far n’angiarìa. Enzì va de spes el mondo… vòi dir che ‘nzì el neva entel sècol dèzimo sètimo. L’assedià, vedèndo che ‘l nemico nó ‘l deva segn de ritiràrse, l’à daverzù na finestra che vardava su la piaza de la glésia e ‘l s’è metù a zigiar: ― aiut! aiut! ― La luna l’era come ‘n sdràz; se distingueva l’ombra de la glésia e pù ‘n fòra l’ombra lòngia e a ponta del ciampanìl, sul prà de erba slusènta de la piaza: se podeva distìnguer ogni roba, scasi come fus dal dì. Ma, ‘nfìn a ‘ndo che se podeva véder, nó gera segn de n’ànima viva. Però taciàda al mur de la glésia pròpri da la banda de la cialòngia gera ‘n cartieròt, en sgabuzzìn endo che dormìva ‘l sagrestan. Sto cì sveglà da tuti chei zigi l’à fat en sàut l’è nù fòr dal lèt en prèssa e ‘n furia, l’à daverzù ‘n scur de na finestrèla l’à metù fòr la testa mèz entopà e l’à dit: “che g’è po’?” “Coré, Ambrògio! aiut! g’è zènt en ciasa,” el ge urlava zó don Abondio. ― “Vèni sùbit,” l’à rispondù; l’à tirà ‘ndré la testa, la serà ‘l scur, e, ancia se l’era mèz endromenzà e de pù che mèz sbalordì, l’à giatà ìo per ìo en rimèdi per dar pù aiut de chel che gèra bisògn, senza ‘ntrométerse entel gazèr; l’à brancà le brage che ‘l geva sul let; el se l’à metude sóta ‘l braz, come fus en ciapèl da gran gala, e zó a sàuti per na s-cialéta de legn; l’è córs vèrs el ciampanìl e brancà la fum de chela pù grossa de doi ciampanòte che gera su, l’à scomenzià a sonar a martèl. Ton, ton, ton, ton: i contadini i è sautàdi su a sentàrse sul let; i putelòti sdravacadi sul stàbel, i à ‘ndrizzà le récle, e i è levadu ‘n pè. “Che èl po’? Che èl po’? Le ciampane a martèl! G’è fòc’? ladri? banditi?” Tante feumne le consìlia, le ‘mprégia i òumni de nó mòverse, de lagiar córer i àutri: zèrti i è levadi su, e i à vardà fòr da la finestra: i pù poltroni, fasèndo finta de zéder ai consìli de le feumne, i è tornadi sota le cuèrte: chei curiosi e i pù bravi i è nadi zó bas a tòr force e szòpi, per córer endo che gera rumor: zèrti i resta ìo a vardar. Ma, prima che tuti i fus zerlàdi , anzi prima che i se fus desdromenzadi dal tut, el rumor l’era arivà ‘n le rècle de àutra zènt che le tendéva ìo vizìn su dritte e vestìde: i róbleri ente ‘n posto, l’Agnese e la Perpetua ente n’àuter. Prima de tut ge vòl savér chel che i feva tuti chesti dal moment che l’even lagiadi na part ‘nte ca bàita e na part en l’ostarìa. Sti trei, cando che i eva vist che tute le porte le era seràde e la strada l’era deserta, i è partìdi ‘mprèssa, come se i se fus acòrti de èsser tardìvi, e disèndo de volér nar sùbit a ciasa; i eva fat na vòuta per el paes per èsser seguri che tuti i fus a ciasa ― e di fati nó i eva ‘ncontrà n’ànima viva e nó i eva sentù ‘l minimo sussur. I era passadi plan planìn ancia dinanzi a la nòssa pòra ciasòta: che l’era la pù calma de tute perchè nó gera dént pù ‘nzun. Alor i era nadi drìti filadi vèrs la bàita e i giâ fat la só bela relazion al sior Gris. Sto cì ‘l s’à metù sùbit su la testa ‘n ciaplàz, su le spale na pelegrina de tela ‘nzerada, sparpaià de conchìlie; ‘l s’à tòt en baston da pelegrìn e l’à dit: ― Nén da bravi: ziti e sté atenti ai ordini ― el s’à ‘nvià ‘l prìm e dré i àutri; enten n’àtimo i è arivadi a la ciasòta, per na strada contrària a chela che eva zapà ‘l nòs sclapét, che ancia chel el neva a far la só spedizión. El Gris l’à fermà la trupa en pòc’ lontan e l’è nà avanti da so posta a tastar el terén, e visto che l’era tut desèrt e calmo l’à fat nìr avanti doi de chei slàizeri e ‘l giâ dat ordine de rampegiàrse plan plan sul mur che serava via la córt pizzolòta, e cando che i fus stadi ent de scònderse ente ‘n ciantón, dré al gran figiar che l’eva d’oclà ca doman. Fat chesto, l’à batù plan plan sul porton con chela de dìrse che l’era ‘n pelegrìn che se era perdù e che ‘l domandava de podér fermarse per ca nòt enfin a la doman dré. Enzun rispondeva; l’à batù de nòu en pòc’ pù fòrt; risposte, nèzza. Alor l’à clamà ‘l tèrz malandrìn e i l’à fat nar entel cortìu come i àutri doi, con l’ordine de tòr via plan plan el s-ciarnaz per davèrzer l’us e per aver libero da s-ciampar. Se fa tut con gran prudènza e tut neva ben. Po’ l’è nà a clamàr i àutri e i l’à fati nìr ént ensèma a el, po’ i l’à mandadi a scònderse dausìn ai primi; l’à serà ‘l porton su la strada e ‘l giâ metù ìo doi sentinèle dal de ént; e po’ ‘l va drìt vers l’us del somas. L’à batù ancia ìo e l’à spetà: ma ‘l podéva ben aspetar. Plan planìssim l’à daverzù ancia chel porton ìo: dal de ént enzun che dìgia: chi va là?; Enzun se fa sentìr: meio de ‘nzì nó la podeva nar. Donche avanti: “st,” el clama chei del figiar e ‘l và ent con lori ‘ntel somàs, endo che ca matina l’eva azetà disonestament chel tòc’ de pan. L’à tòt fòr da la s-ciarsèla zalìn e fulminànti e l’à ‘mpizzà ‘l só lanternìn, l’è nà ent en la ciàmera pù fonda per èsser segùr che nó ge fus enzun. Tornà ‘ndré, l’è nà vers l’us de la s-ciala, l’à vardà, scoutà ben: ànima viva, e silenzio. L’à lagià ìo àutre doi sentinèle al piano tèra e ‘l s’à fat nìr drè ‘l Grignapòc’, che l’era ‘n róbler de la bergamasca, che ‘l doveva spaventar, calmar, comandar, ensoma èsser chel che parlava, per fàrge créder a l’Agnese che la masnada la nideva da ca banda ìo. con chesto ‘nsèma e i àutri de dré, el Gris l’è nà su per la s-ciala plan planìn, e a ogni s-cialìn che sgringenava, a ogni pas che feva rumor de ca sclapàda de lazeróni, ‘l pensava na blestéma. A la fìn l’è arivà su ‘n zìma. Cì g’è ‘l léver. L’à spenzù la porta che neva ‘nla prima ciàmera; l’us el s’è daverzù sùbit e l’à vardà ént ma l’era scur come la bócia del lof, l’à scoutà per sentìr se g’era calchedun che ronzegiava, fladava o se moveva dénter ìo; engotiènto. Alor avanti: el s’è metù la lanterna davanti al mus, per véder senza èsser vist, spalanca la porta e ‘l vet en let; adòs: el let l’è fat su e splanà, con tute le só cuèrte e i linzòi a posto. El se strénz enle spale, ‘l s’è voutà vèrs la compagnìa e l’à fat segn che de nar en l’àutra ciàmera e che i ge nes dré plan plan; l’è nà ent fasèndo le stese zerimònie e l’à trovà la stessa ròba. “Ma, che diàulo èl po’ cì alor? Vòs dir che g’è calche ciagn de ‘n spión?” E tuti i s’era metùdi a vardàr pù ben, a tastar dapertut ente ogni ciantón, a petar sot sora la ciasa. Entant che chesti i feva ste ròbe, i doi che feva la guardia a l’us de la strada i eva sentù ‘n pestolòt de passòti slanziènti, che i se svizinava en prèssa; i s’era ‘mmazinadi che, calunque fus sta, el saròss passà via drìt; i s’era metùdi ‘l còr en paze e ad ogni modo i steva con le récle su drìte. Enfati chel pestolòt el s’era fermà pròpri ìo sul portón. L’era ‘l Domènico che ‘l nideva de corsa, mandà dal padre Cristoforo, per avisàr le doi feumne che, per amor del ziél, le s-ciampàs sùbit da ciasa e che le nides al convènt, perché… el perché ‘l séo. L’à brancà ‘l batòcel del portón per bàter, e i se l’à sentù batoclar en man descloudà. ― Com’èla po' chesta? ― l’à pensà; e po’ l’à spenzù l’us con en pòc’ de pipacul: e ‘l s’è daverzù. El Domènico l’à metù dénter en pè con gran sospèt, e de colp ‘l s’è sentù brancàr per i brazzi e doi ós che parlava plan planìn da l’andrita e da l’anzància, che le diseva con en tono ciatìo: “zìto! se no ses mòrt.” Envéze l’eva trat fòr n’urlo: un de chei doi lazeróni ‘l giâ metù la man su la bócia; l’àuter l’à tirà fòr en cortèlàz per fàrge paura. El faméi el tremava come na fòia e nó ‘l provava nancia a zigiar; però tut de colp enveze che el, e con en rumor bèn pù àut, s’era fat sentìr chel prìm bòt de la ciampana e po’ dré ca gran sgranelada de bòti. Cì che scònt el só pecià el giâ paura de èsser palesà e ‘l vét critegianti ancia ‘ndo che nó i g’è, dis el provèrbi milanes: a l’un e a l’àuter de chei briganti g’era parèst che chei bòti de ciampana nó i fus àuter che i só nòmi, cognòmi e soranòmi: i eva molà i brazzi del Domènico, spalancà le man e la bócia, i s’è vardadi entel mus, e i è s-ciampadi a giambe levade dent en ciasa endo che g’era ‘l gròs de la sclapada. El Domènico, vàrda che nare per la strada, vèrs el ciampanìl, endo che, at ogni bòn cont, calchedun geva da èsserge. Ai àutri malandrini che sfodegiava dapertut en ciasa, chel bòt el geva fat la stessa ‘mpression: i s’era confondùdi, sparpaiadi, e i s’era dati dént un con l’àuter: tuti i zerciava la strada pù curta per arivar al portón. Epur l’era tut zènt usada a èsser buli; ma nó i se sentiva tant seguri con en perìcol che nó i seva nancia lori e che nó ‘l s’era fat véder en pòc’ prima de nìrge adòs. G’è volèst tuta l’otorità del Gris a tegnìrli tuti ‘nsema, tant che l’amparés na ritirata pù che na fugia. Come ‘n ciagn che compagna ‘n sclap de rugianti, el cór de cà e de là per tègner dént chei che va fòr dal ròz; el zàcia un per na récla e i lo tirà dént; n’àuter i lo spénz col mus; e ‘nchel momént el sbùfa a n’àuter che va fòr da la fila; al stes modo ‘l pelegrìn [el Gris] el zapa per i zuffi un de chei che era zà su la sòlia, e i lo tira ‘ndré; e col baston el tira ‘ndré un e n’àuter che neva da ca banda: el gé zigiava ai àutri che coréva da tute le bande senza savér endó; a la fìn i l’à radunadi tuti ‘n mèz al cortìu. “Presti, presti! le pistòle en man, i cortèi pronti, tuti ‘nsèma; e po’ partiren: enzì se va. Cì voléo che né tócia po’, se restan tuti ‘nsèma, coioni? Se ne lagiàn zapàr un per un, le zaperén ancia dai contadini. Vergognave! Nidé dré a mì, e ste ‘nsèma.” Dopo che l’eva fat sta predicòta, ‘l s’è metù dinanzi e l’è nà fòr el per prìm. La ciasa, come che én zà dit, l’era zó ‘n font al paes; el Gris l’à zapà la strada che néva fòr dal paes e tuti i g’è nadi dré come agnelòti. Lagiàntei nar, e tornan en pas endré a véder come che i se l’eva fata l’Agnese e la Perpetua ente ca stradèla dré la cialòngia. L’Agnese l’eva fat en modo de tègner lontana l’àutra da la ciasa de don Abondio, pù che l’era possìbol; e ‘nfìn a ‘n zèrto punto la ròba l’era nada ben. Ma tut de colp, la cògia l’à s’era ricordada de avér lagià la porta davèrta e l’eva volèst tornar endré. Nó se podea contradìrge engot: l’Agnese, per nó fàrge nìr calche sospèt, l’eva cognèst nàrge dré anc’ela zerciando de tègnerla ìo ferma ogni bòta che la relazion su chei matrimòni nadi a mónt, i la s-ciaudava su ben ben. L’Agnese la mossàva de dàrge udienza, e ogni tant per fàrge véder che l’era atènta a chel che la gé diséva, o ancia per enviàr via ancor le scomarade, la diseva: “ma segùr: adès ài ciapì: va benón: ài ciapì: e po’? e el? E voi?” Ma ‘ntant dénter de ela la féva n’àuter discors. ― Sarài nudi fòr a st’ora? o sarài ancor dént? Che siòchi che sén stadi tuti trei a nó méterne d’acòrdi de ‘n segnàl per avisàrme cando che la ròba la fus reussìda! L’én fata pròpri grossa! Ma l’è fata: ades nó g’è àuter da far che tènderge a sta cì pù che pòdi: mal che la vàgia ‘l sarà ‘n pòc’ de tèmp pèrs. ― E ‘nzì, a corsàte e poussadèle, le era tornàde dausìne arènt a la ciasa de don Abondio, che però nó le vedéva, essèndo dré al ciantón: sicome la Perpetua la era sul pù bèl a contàr la só storia, la s’era lagiada fermar senza fadìgia, anzi senza nancia nascòrzerse; tut de colp, l’eva sentù rimbombar da sora en tut chel silenzio de la nòt el prìm begelamént sdramenà de don Abondio: “aiut! aiut!” “Misericordia! che è suzèst po’?” zigiàva la Perpetua, e l’eva volèst córer. “Che g’è po’? che g’è po’?” la diseva l’Agnese, e ‘ntant i la tegnìva per la vèsta. “Misericordia! ma nó eo sentù no?” l’eva dit la Perpetua, remenando. “Che g’è po’? che g’è po’?” la ripeteva l’Agnese, tegnèndola per en braz. “Mostro de na feumna!” l’eva sclamà la Perpetua spintonandola per liberàrse, e l’eva zapà a córer. Enchela, pù lontàn e pù fort s’era sentù l’urlo del Domènico. “Misericordia!” zigiàva ancia l’Agnese; e via de corsa dré a l’àutra. Le eva zust scomenzià a córer cando che s’era sentù ‘l prìm bòt de la ciampana: en bòt, e doi e trei e po’ zó: el saròs sta fugiade, se che doi le n’avés bù bisògn. La Perpetua l’era arivada sùbit prima de l’àutra; e ‘ntant che l’era ìo per davèrzer l’us, l’us el se daverzéva dal de ént e su la sòlia g’era ‘l Tonio, ‘l Zervaso, el Renzo e la Lucia, che trovà la s-ciala i era nudi zó a sàuti; po’ avèndo sentù le ciampane a martèl, i coréva pù che ‘mprèssa a méterse al segur. “Che g’è po’? che g’è po’?” à domandà la Perpetua smendolada ai fradèi, che i giâ respondù con en spintón e i era s-ciampadi. “E voi! come! Che féo po’ voi cacì?” l’à domandà dopo ai àutri doi cando che i l’à cognossudi. Ma ancia chei i è nadi senza risponder. La Perpetua, per nar endo che g’era pù bisògn, nó l’eva domandà àuter, l’è nada entel somas, e l’à corèst come che la podeva al stròu, vèrs la s-ciala. I doi sposi, ancora morosi e i s’è giatadi dinanzi a l’Agnese che l’arivava anc’ela tuta azitada. “Ah seo cì!” l’à dit tirando fòr le parole a stento: “com’ela nada po’? che vòl dir po’ la ciampana? Me par de aver sentù…” “Nidé a ciasa, presto nidé a ciasa,” diseva ‘l Renzo, “prima che nó vègnia zènt.” E i s’è ‘nviadi; ente chela è arivà de corsa ‘l Domènico, e ancor tut tremolènt, i l’à cognossudi, i l’à fermadi e con na osata ‘l geva dit: “endo néo po’? tornà ‘ndré, tornà ‘ndré, nidè da chesta che nén al convènt!” “Ses tì che…?” scomenziava l’Agnese. “Che g’è po’ ‘ncor?” domandava ‘l Renzo. la Lucia, tuta stremìda, la taseva e la tremolava. “A ciasa g’è ‘l diàul,” dis el Domènico azità. “L’ài visti mì: i voleva mazàrme: i l’à dit padre Cristoforo: e ancia voi, Renzo, l’à dit che nidégeo sùbit; e po’ l’ài visti mì: l’è la Providenza che v’ài trovadi cì! Ve dirài dopo, cando che sarén en pòc’ lontani.” El Renzo che l’era chel pù ‘n sè de tuti, l’eva pensà che cì o ìo da calche banda convegnìva nar e sùbit, prima che la zènt nó la fés traboldéri; e che la pù segùra l’era chela de far chel che consiliava ‘l Domènico, anzi che ‘l comandava, con la forza del spavènt che l’eva zapà. Per strada po’ dopo, e fòr dal perìcol, se poderòs domandar al putèl de savèr vergot de pù. “Ciamina davanti,” ‘l giâ dit. “Nén dré a el,” el giâ dit a le feumne. I è tornadi de vòuta e i è nadi vèrs la glésia, i à traversà la piaza, endo che, grazie a Dio, nó g’era ancor anima viva; i à zapà na stradèla che l’era ‘ntrà la glésia e la ciasa de don Abondio; al prim bus che i eva giatà ‘n la strupaia, dénter, e via per i ciampi. I era forse lontani zincanta passi, cando che la zènt l’a scomenzià a córer en piaza e ogni moment ge n’era sèmper de pù. I se vardava un co l’àuter: ognun el geva na domanda da far, ma ‘nzun la risposta da dar. I primi che era arivà i era corsi ‘n glésia ma l’era serada. I era corsi alor vèrs el ciampanìl, e un de chei ìo l’à zigià dént da na finestrèla: “che diaulo g’è pò?” Cando che l’Ambrògio l’à sentù na ós che ‘l cognosséva, l’à molà la corda; e segurà dal traboldéri de tuta la zènt del paes che era corsa ìo, l’à respondù: “vèni a davèrzer.” El s’è metù le brage che l’eva més sota ‘l braz, e dal de ént, l’è nà vers la porta de la glésia e i l’à davèrta. “Che èl po’ tut sto fracass? ― Che èl po’? ― Endo èl po’? ― Cì èl po’?” “Come po’, cì che l’è?” dis l’Ambrògio, tegnèndo con na man la porta e con l’àutra na récla de le brage che ‘l s’eva metù ‘n prèssa: “come po’! nó ‘l séo no? zènt en ciasa del sior curàt. Ànem putèi: aiut.” tuti i s’è voutadi vers ca ciasa e la fóla la s’è svizinada, vardando ‘n su, e con le récle atente: tut calmo. Àutri i cór da la banda endo che g’era l’us: l’è serà, e ‘mpar che nó ‘l sia stà tocià. Vardava ‘n su ancia lori: nó g’è na finestra davèrta: nó se sènt engot, tuti ziti. “Altolà, cì g’è dénter po’? ― Ohe, ohe! ― Sior curàt! ― Sior curàt!” Don Abondio, che apena che ‘l s’era acòrt che i ocupanti i era s-ciampadi, el s’era tirà ént da la finesta e i l’eva serada, e ‘nchel momént l’era dré a sbegotar sota ós con la Perpetua, che i l’eva lagià da só posta enchel embròi, cando che l’à sentù che i clamàva pròpri el, la cognèst nìr de nòu su la finestra; e vist tuta ca zènt che era nù a aidàrlo, el s’è pentì de averlo domandà. “Che g’è sta po’? ― Che giâi fat po’? ― Cì èrel po’ chesti? ― Endo èi po’?” ge zigiàva su zincanta ós tute ‘nsèma. “Nó g’è pù ‘nzun: ve ringrazi: né pur a ciasa.” “Ma cì èl sta po’? ― Endo èi nadi po’? ― Che è suzèst po’?” “Zentaia ciatìva, zènt che zira la nòt; ma i è s-ciampadi: né pur a ciasa; nó g’è pù ‘ngot no: n’àutra bòta fiòi: ve ringrazi del vòs bòn còr.” E, dit chesto, el s’è tirà dent e l’à serà la finestra. Calchedun eva scomenzià a brontolar, calchedun a coionar, zèrti àutri a sacramentar; àutri nó i s’è pù ‘nteressadi e i se ‘n neva: cando che ariva un soflànt che ‘l stentava a parlar. Chesto l’abitava scasi davanti a la ciasa de le nòsse dòne, e avèndo sentù ‘l rumor, l’eva vardà fòr da la finestra e l’eva vist entel cortìu el rafanas dei róbleri, cando che ‘l Gris el se desperava a méterli ’nsèma. Can che l’eva zapà ‘l flà, l’à zigià: ― che féo pò cì putèi? El diàul nó l’è cì no; l’è zó ‘nfont a la strada, enla ciasa de l’Agnese Mondella: zènt armada; i g’è dént e ‘mpar che i vòbia mazzar en pelegrìn; cissà che diaulerìa che l’è!” “Che? — Che? — Che?” È scomenzia n’assemblea confusionaria. “Ge vòl nar. ― Ge vòl véder. ― Canti èi po’? ― Canti sénte po’ noiàutri? ― Cì sarài po’? ― El cònsole! el cònsole!” “Son cì,” à respondù ‘l cònsole, en mèz a la fóla: “son cì; ma giâi bisògn de aiut, ge vòl che ubidìgeo. Presti: endo èl po’ ‘l sagrestan? A la ciampana, a la ciampana. Presti: un che ‘l cória a Lecco a zerciar aiut: nidé tuti cì…” Cì che cór, cì che sita tra òm e òm e ‘l se la mòca; el tumulto l’era grant, can che ariva n’àuter, che i l’eva visti partìr en prèssa e ‘l zigia: “coré, putèi: ladri o banditi che s-ciampa con en pelegrìn: i è zà fòr dal paes: adòs! adòs!” A sentìr sto aviso, senza spetar i órdeni del capitano, i s’è ‘nviadi ‘n massa, e zó a calche vèrs per la strada; man a man che l’armada l’avanzava, calchedun de chei che era davanti i neva pù plan, e i se lagiava passar via e ‘l se meteva en mez al ròz. I ultimi i spenzéva inant: el sém engazerà l’è arivà a la fin entel posto fissà. Le trace de l’invasion le era fres-ce e se podeva véderle benón: l’us spalancà, la seradura descloudada; però nó se vedéva pù ‘nzun tuti i era sparìdi. I è nadi ‘ntel cortìu; po’ vèrs la porta sul somas: ancia chesto davèrt e col s-ciarnaz destacià: i clama: “Agnese! Lucia! El pelegrìn! Endo èl po’ ‘l pelegrìn? El pelegrìn el se l’averà ‘nsonià ‘l Stèfen. ― No, no: i l’à vist ancia ‘l Carlandrea. Ohe, pelegrìn! ― Agnese! Lucia!” Enzun che respònt. “I l’à portade via! I l’à portade via!” Alor g’è sta calchedun che auzzàndo la ós, i proponeva de córerge dré ai bandìti che i l’eva portade via: che l’era na barbària; e ‘l saròs na vergogna per tut el paes, se calunque birbante ‘l podés, senza dir né doi né trei, portàrse via le feumne, come n’agolìn i poiàti da ‘n polinar desèrt. N’àutra assemblea ancor pù confusionaria: ma un (e nó se à mai savèst ben cì che ‘l fus) l’à petà ìo na ós che l’Agnese e la Lucia l’e s’era metùde al segur ente na ciasa. Sta ós l’è corèsta via ‘mpressa, e adès tuti i credeva a chesto; enzun parlava pù de nar a ciazzar chei briganti; e tuta la sclapada de zènt la s’è sparpaiada, ognun è nà a só ciasa. L’era tut en sussur, en strèpit, en bàter e ‘n davèrzerse de porte, en véder e ‘n sparìr de lantèrne, en domandar de le feumne da le finestre, en risponder da la strada. Cando che la strada l’era restada desèrta, i discorsi i seghitava ‘n ciasa, però dopo ‘n pezzòt i ruava ente grant sbadazzade, per scomenziar de nòu la doman dré. Àutri fati però nó ge n’è sta pù; però, pròpri ca medesema doman, el cònsole, che l’era ente ‘l só ciamp pozà al mànec’ de la vangia mèza ‘mplantada ‘ntel terén, e con en pè sul vangìl; l’era ìo a considerar entrà de el sui mistèri de la nòt passada, e su come ‘l giavés da comportàrse e de chel che ge fus convenièst de far, l’à vist che ge nideva encòntra doi oumni gaiardi de bèla presenza, con tant de splumòzzi come fus doi re dei Franchi e che ge ‘nsomiava tantìssim a chei doi che zìnc’ dì prima i eva enfrontà don Abondio, ma però nó l’era pròpri chei. Chesti cì, con en far da vilani i giâ ‘ntimà al cònsole che ‘l se vardàs ben da far denònzia al podestà de chel che era suzèst, de nó dir la verità entel caso ‘l fus stà ‘nterogà, de nó zacolar en zìro e de nó zaigiàr i contadini a baderlar, se ‘l voleva ancor coltivar la speranza de morìr de malatia. El Renzo e ‘l Domènico con le doi feumne ‘ntant, i eva ciaminà con en bòn pas, ziti, e ogni tant un e l’àuter i se voutava a vardàr che ‘nzun ge nes dré, a tuti ge manciava ‘l flà per la fadìgia de s-ciampar, per el baticòr, per i momenti de ansia che i eva passà, per el dispiazér che era nà tut a mont e per el pensier de n’àuter perìcol misteriós. E ancor pù en ansia, l’era chei bòti che pù che i se slontanava se i sentiva sèmper de men, ma che però i feva ancor pù ‘n efèto pedimentós e scarognà. Per fortuna i l’à fermadi. Trovàndose enten ciamp che nó g’era anima viva, e nó sentèndo ‘nzun ìo ‘n zìro, i à cialà ‘l pas; la prima a parlar è stà l’Agnese, domandàndoge al Renzo come che l’era nada, domandàndoge al Domènico chel che l’era chel diauléri ‘n ciasa. El Renzo ‘l giâ contà ‘n pòce parole la só bruta storia; e tuti trei i s’è voutadi vèrs el putelòt che ‘l giâ riferì per ben l’aviso del padre, e ‘l giâ contà chel che pròpri el l’eva vist e riszà, e che purtropo l’era l’aviso che ‘l padre el geva dit de portàrge. El Renzo e le doi feumne i eva ciapì de pù de chel che ‘l Domènico l’era sta bòn de dir: e nudi a savér ca ròba i sentiva i sgrisolóni; a ‘n zèrto punto i s’è fermadi tuti trei i s’è vardadi un co l’àuter, spaventadi; e sùbit scasi ‘nsèma tuti trei i giâ pozà la man cì su la testa, cì su le spale del putèl, come per dodolarlo per ringraziarlo en silenzio per èsser sta per lori ‘l só angelo custòde, per palesàrge la compassion che i sentìva de l’angossa che l’eva patì e per el perìcol che l’eva passà per salvar lori; e scasi scasi per domandàrge scusa. “Vai a ciasa adès, perché i tòi nó i g’àbia da star en pensier per tì,” giâ dit l’Agnese; e ricordàndose de le doi parpaiòle che la geva ‘mprometù, la n’à tòt fòr càter da la s-ciarsèla e ‘l ge l’à date disèndoge: “basta; pregia ‘l Sioredio che ne vediénte prést: e allora…” el Renzo ‘l giâ dat na berlinga nòva e ‘l giâ racomandà come ‘n sant de nó dìr engot de l’incombènza che l’eva bù dal frate; la Lucia i l’à dodolà ancor e i l’à saludà con na ós engropada; el putèl i l’à saludadi tuti e l’è tornà a só ciasa. I àutri ‘ntant i à seghità per la só strada, tuti pensierósi; le feumne dinanzi e ‘l Renzo de dré, come per far la guardia. La Lucia la se tegnìva strénta al braz de só mama, e la refudava con educazion e con astuzia l’aiut che ge ofrìva ‘l Renzo entei posti pù descòmodi de chel viaz fòr da la strada; e ‘ntrà de ela la se vergognava de èsser zà stada assà da só posta ensèma a el, un dausìn a l’àutra cando che la se spetava de deventàr la só spósa da ìo a pòc’. Adès che l’era svanì ‘nzì malament chel gran desidèri la s’era clamada malpentìda de èsser nada massa inanzi e tra tute le ciause che la geva per tremar, la tremava ancia per el respèt che nó gias per aver provà ‘l pecià, per chel respèt che gias senza saver de avérlo, che ge ‘nsomìa a la paura de ‘n pòpo che ‘l trèmola al stròu, senza savèr perchè. “E la ciasa?” la dis debòt l’Agnese. Però, per cant che la domanda la podès èsser importante, nó giâ rispondù ‘nzun, perché ‘nzuni podeva dàrge na risposta da contentàrla. I à seghità ‘n silenzio a nar per la strada e dopo ‘n pezzòt i s’è trovadi enla piazéta davanti a la glésia del convent. El Renzo l’à vardà dént da la porta e i l’à spenzuda plan plan. Difati la porta la s’è davèrta; la luze de la luna, passando per la crèpa del porton, l’à ‘nluminà la barba biancia de padre Cristoforo che l’era ìo ‘n pè a spetarli. Vist che nó manciava ‘nzun, el dis: “Dio sia benedét!” e ‘l giâ fat segn de nar ént. Ensèma a el g’era ìo ancia n’àuter ciapuzìn; l’era ‘l sagrestan laico, che ‘l frate l’eva ‘mpregià spiegiàndoge le só resón, e i l’eva convinto a star su con el e a lagiar el portón davèrt e far da sentinèla, per azetar chei pòri perseghitadi: e sol l’otorità del padre e ‘l nòm de sant che ‘l geva, eva podèst otègner da chel laico en piazer compagn, en piazer che l’era descòmot, pericolos e fòr da le regole del convent. Nadi ént, el padre Cristoforo l’à serà via plan planìn la porta. Alor el sagrestan nó l’à pù podèst tàser, e clamà da na banda ‘l padre, ‘l giâ sussurà ‘nte na récla: “ma, padre, padre! de nòt… en glésia… con dòne… serar… le regole… ma padre!” E ‘l scorlava la testa. Entant che ‘l diseva scasi bezgolant che parole, ― ma varda tì! ― el pensava fra Cristoforo, ― se ‘l fus en sassìn de strada che ‘l s-ciampa, fra Fazio nó ‘l ge faròs nancia na dificoltà; na pòra nozènta, che la s-ciampa da le sgrinfie del lupo… ― “Omnia munda mundis,” el dis, voutàndose vèrs fra Fazio, desmentegiàndose che chesto nó ‘l ciapìva ‘l latin. Però sto èsserse desmentegià l’è sta chel che à fat efèto. Difati se ‘l padre ‘l fus sta ìo a chestionar ancia con bèle resón, fra Fazio l’avròs trovà àutre bèle reson per dàrge contra; è po’ sa ‘l ziel come che la saròs nada a ruàr. Ma, a sentìr che parole pléne de mistèro, proferìde con tanta segurézza, ge pareva che ‘n che parole ge fus la soluzion de tuti i só dubi. El s’è calmà, e ‘l dis: “basta! voi en séo de pù che mì.” “Fidave pur,” dis el padre Cristoforo; e col pòc’ slusór de la lanterna che ardeva dinanzi a l’autàr, l’è nà dausìn ai pòri assistidi che i era restadi ìo a spetar, e ‘l giâ dit: “fiòi! ringrazià ‘l Sioredio che ‘l v’à salvà da ‘n gran perìcol. Forse ente sto memént…!” E cì ‘l s’è més a spiegiar chel che ‘l geva fat apena motivàr dal putelòt: zà che nó ‘l sospetava nancia ‘n mìgol che lori i ‘n savés de pù che el, e ‘l pensava che ‘l Domènico i l’aves giatadi calmi ‘n ciasa, prima che arivas i banditi. Enzun se l’à sentida de dìrge chel che era suzèst, nancia la Lucia che però la sentiva ‘n rimòrs segrèt, a scònderge na ròba come chesta a ‘n tal òm come che l’era fra Cristoforo; ma l’era la nòt dei embròi e dei ‘ngiagni. “Dopo chesto,” el dis ancor, “vedéo ben fiòi, ades nó seo pù seguri ente sto paes; cì seo nudi al mondo; nó eo fat del mal a ‘nzuni; ma ‘l Sioredio ‘l vòl enzì. L’è na prova, fiòi, soportàla con passiènza, con fiducia, senza fél, e ste segùri che nirà ‘l tèmp che vé troveréo contenti de chel che suzét adès. Mì ài pensà de trovàrve ‘n refugio, per sti primi moménti. Mi speri che prest, poderéo ancia voiàutri tornar segùri a ciasa vòssa; a ogni modo, ‘l Sioredio ‘l ve protezerà, per el vòs ben; e mì de segùr varderài de nó manciar a la grazia che ‘l me fa a tòrme come vòs tudor, a protézerve, voi poréti che tribolào. Voi” el dis vèrs le doi feumne, “poderéo fermàrve a ***. Ìo saréo scasi fòr da ogni perìcol, e ‘ntel stes tèmp, nancia massa lontane da vòssa ciasa. Zercià del nòs convent, fé clamar el frate guardian, dége sta lìtera: el sarà per voi n’àuter fra Cristoforo. E ancia tì, el me Renzo, ancia tì ‘ntant cògnes méterte en salvo, da la rabia dei àutri, e da la tóa. Porta sta lìtera al padre Bonaventura da Lodi, entel nòs convent de Porta orientale de Milan. Chesto ‘l te farà da pare, ‘l te guiderà, el te giaterà ‘n laoro, enfìn che poderàstus tornar a vìver cacì con calma. Né su la sponda del lac’, vizìn a ‘ndo che se trà ent el Bione.” L’è ‘n rì a pòci passi da Pescarenico. “Ìo vederéo en batèl fermo: diréo: barcia; ve sarà domandà per cì; risponderéo: san Francesco. La barcia la ve rizeverà, e la ve porterà da l’àutra del lac’, endo che troveréo en ciarét che ‘l ve porterà adiritura enfìn a ***.” Cì che se domandas come che ‘l feva fra Cristoforo, enzì su doi pèi, a aver ai só ordini tuti chei mèzi, per aca e per tèra, el faròu véder de nó cognósser chel che l’era la potenza de ‘n ciapuzìn che ‘l geva la reputazion de èsser en sant. Restava sol da pensar a come custodìr le ciase. El padre l’à tegnù le clao, con l’incombenza de consegnarle a chei che ‘l Renzo e l’Agnese i g’eva dit. L’Agnese, togèndose fòr da la s-ciarsèla la sóa, la far en gran sospìr, pensando che ‘nchel momént la ciasa l’era davèrta, che g’èra sta ent el diàol, e cissà chel che era restà da custodìr! “Prima che partìgeo,” dis el padre, “pregian tuti ‘nsèma ‘l Sioredio, perché ‘l ve protézia ente sto viaz, e sèmper; e sora tut che ‘l ve dàgia la forza e l’amor de voler chel che El l’à volèst.” Disèndo ‘nzì ‘l s’è ‘nzinoclà en mez a la glésia; e tuti i à fat compagn. Dopo che i eva pregià, per en bel pezzòt, en silenzio, el padre, sota ós, ma da farse sentìr ben, l’à dit ste parole: “noi ve pregian ancor per chel pover’òm che ‘l n’à portà a ste condizion. Noi nó ne meriteròssen la vòssa misericordia, se nó ve la domadàssen col còr en man ancia per el; el ge n’à tant de bisògn! Noi ‘nla nòssa tribolazion, gen sta consolazion che sen enla strada endo che neo metù Voi: poden offrìrve i nòssi fastìdi; e i devènta ‘n vadàgn. Ma el! l’è vòs nemìzi. Oh pòr disgrazià! El vòl compèter con Voi! Ebieo pietà de el, Sioredio, tociàge ‘l còr, félo vòs amìzi, dége tut el ben che noi poden desiderar per noi stessi.” Po’ l’è levà su ‘n pè ‘n prèssa e ‘l dis: “né là, fiòi, nó g’è tèmp da pèrder: che ‘l Sioredio ‘l vàrdia ‘n zó, e che ‘l só ànzol el ve compàgnia: né là adès.” E ‘ntant che i se ‘nviava, engropà, che nó l’era nancia bòn de parlar, el padre con na grant avelizion l’à dit ancor: “el còr el me dis che ne vederén prést.” De zèrto, a cì che lo scóuta, el còr el giâ sèmper vergot da dir su chel che sarà. Ma che sal po’ ‘l còr? Apena ‘n pòc’ de chel che è zà suzèst. Senza spetar la risposta, fra Cristoforo l’è nà vèrs la sagrestia; i nòssi viazadori i è partìdi da la glésia; e fra Fazio l’à serà la porta, saludàndoi engropà ancia el. I s’è ‘nviadi ziti ziti vèrs la sponda che g’era sta dit; i à vist el batèl pronto, e dita ca parola, i è montadi ént. L’òm de la barcia, l’à ‘mpontà ‘n rèm a la sponda e ‘l s’è destacià; brancà po’ l’àuter rèm e remando con doi brazzi, l’è nà fòr per el lac’, vèrs l’àutra sponda. Nó g’èra ‘n fil d’aria; el lac’ l’era slìssi e plan e l’amparéva fermo se nó ‘l fus sta per el tremolar e ‘l ninar lizér de la luna, che la se speglava dal ziél. Se sentìva sol l’aca che se sbolfrava plan plan su le glare de la riva, el scrocolar pù lontan de l’aca ‘ntrà i pilóni del pònt, e ‘l rumor de chei doi rèmi, che i taiàva l’aca azura del lac’, e che i nidéva fòr ensèma sgrondazànt e che po’ i tornava ‘n l’aca. L’onda che féva la barcia, seràndose de dré, la féva na strìsa enrizolada che la se slontanava da la riva. I viazadori en silenzio, con la testa voutada ‘ndré i vardava i monti, ‘l paes enluminà da la luna, e cì e ìo come ‘mmaclà per via de grant ombrìe. Se togéva fòr i paesi, le ciase, le bàite: el palàz de don Rodrigo, con la só tór plàta, pù àut sóra le ciasòte ‘mmuclade su la costéra del mont, ‘mpareva ‘n zèlbero che, su drìt ente ca scurèra en mèz a na sclapada de ‘ndormenzadi, che ‘l féva la guardia, pensando a far calche angiarìa. La Lucia i l’à vist e g’è nù ‘n sgrisolón; con l’òcel dal palaz l’è nuda zó zó per la chìpa, enfin al só paesòt, l’à vardà fìs da ca banda ‘ndo che g’era la só ciasòta, l’à vist la zòma folta del figiar che la piciava su dal mur del cortìu, la vist la finestra de la só ciàmera; sentada zó come che l’era ‘nfont a la barcia l’à pozà ‘l braz su la sponda e sul braz l’à pozà ‘l vis, come per dormìr, e l’à planzù de scondión. Adio, monti che nidéo fòr da l’aca, e neo su ‘ntel ziél; zìme descompàgne, che cognoss ben cì che è cressù trà de voi e i le giâ ‘mprèsse ‘nla só mént come ‘l vis dei só parènti pù vizìni; ridi, che se cognos dal scrocolar come le ós de ciasa; paesi sparpaiadi e sblanzegianti su per la costéra, come sclape de pégore a past: adio! Cant che l’è melancònico ‘l pas de cì che, cressù tra de voi, el cògn nàrsen! Come per chel che se ‘n và liberament, con la speranza de far fortuna autró, enchel momént ge passa i bei pensieri de deventar sior; e ‘l se fa maravéa de poder èsser arivà a dezìder de nàrsen, e adès el torneròu endré, se nó ‘l g’àves la speranza de tornar en dì de vòuta sior. Pù che se va avanti ‘nla planura ‘l só òcel el varda stomegià e strac’ chel’estension sèmper compàgna; ge par che l’aria la sia pù greva e morta; el và énter trist e distrat ente le zità tute ‘n rafanas; le ciase zontade a ciase, strade che le rua ente àutre strade, empar che le ge tògia ‘l respiro; e dinanazi ai palazi prezziadi dai furèsti, el pensa plen de destrani, al só ciampét entel só paes, a la ciaséta che da ‘n pèz el g’eva metù sora i òcli e che ‘l comprerà cando che ‘l tornerà ai só monti ‘n bel dì, deventà sior. Ma cì che nó eva mai bù nancia ‘l pù pìzzol desidèri de s-ciampar dal so paes, cì che eva fat ìo tuti i só prozèti per i ani da nìr, e l’è costret a nar lontan a ciausa de na ciativèria crudele! Cì che, destacià debòt da le só abitùdini pù care, encricià da le só speranze, el se ‘n va da chei monti, per enviarse a zerciar zènt furèsta che nó l’à mai desiderà de cognosser, e nó ‘l sa cando che ‘l poderà tornar de vòuta! Adio, ciasa ‘ndo che son nat, endo che sentà zó ìo de fòra, col pensier ài emparà a distìnguer dal rumor dei passi de la zènt, el rumor de chel pas che aspetavi con en pòc’ de timor. Adio, ciaséta ancor furèsta, che tante bòte, passando da ìo, ài vardà ‘mprèssa deventando rossa; ente ca ciaséta me ‘mmazinavi na vita calma e per sèmper da sposa. Adio glésia da ‘ndo che tante bòte, ciantando le lodi al Sioredio nidevi de vòuta contènta; endo che l’era promésse e preparàde le nozze; endo che ‘l nòs amor el doveva èsser embenedì e nìr comandà, e clamàrse sant; adio! Cì che ve deva tanta felizità, l’è per tut; e la felizità dei só fiòi nó i la fa manciar mai, se nó l’è per dàrgen una pù segùra e pù granda. Chesti l’era i pensieri de la Lucia e pòc’ diferènti l’èra chei dei àutri doi pelegrini, ‘ntant che la barcia la néva svizinàndose a la riva destra de l’Adda.
L’urtar che fece la barca contro la proda, scosse Lucia, la quale, dopo aver asciugate in segreto le lacrime, alzò la testa, come se si svegliasse. Renzo uscì il primo, e diede la mano ad Agnese, la quale, uscita pure, la diede alla figlia; e tutt’e tre resero tristamente grazie al barcaiolo. “Di che cosa?” rispose quello: “siam quaggiù per aiutarci l’uno con l’altro,” e ritirò la mano, quasi con ribrezzo, come se gli fosse proposto di rubare, allorchè Renzo cercò di farvi sdrucciolare una parte de’ quattrinelli che si trovava indosso, e che aveva presi quella sera, con intenzione di regalar generosamente don Abbondio, quando questo l’avesse, suo malgrado, servito. Il baroccio era lì pronto; il conduttore salutò i tre aspettati, li fece salire, diede una voce alla bestia, una frustata, e via. Il nostro autore non descrive quel viaggio notturno, tace il nome del paese dove fra Cristoforo aveva indirizzate le due donne; anzi protesta espressamente di non lo voler dire. Dal progresso della storia si rileva poi la cagione di queste reticenze. Le avventure di Lucia in quel soggiorno, si trovano avviluppate in un intrigo tenebroso di persona appartenente a una famiglia, come pare, molto potente, al tempo che l’autore scriveva. Per render ragione della strana condotta di quella persona, nel caso particolare, egli ha poi anche dovuto raccontarne in succinto la vita antecedente; e la famiglia ci fa quella figura che vedrà chi vorrà leggere. Ma ciò che la circospezione del pover’uomo ci ha voluto sottrarre, le nostre diligenze ce l’hanno fatto trovare in altra parte. Uno storico milanese che ha avuto a far menzione di quella persona medesima, non nomina, è vero, nè lei, nè il paese; ma di questo dice ch’era un borgo antico e nobile, a cui di città non mancava altro che il nome; dice altrove, che ci passa il Lambro; altrove, che c’è un arciprete. Dal riscontro di questi dati noi deduciamo che fosse Monza senz’altro. Nel vasto tesoro dell’induzioni erudite, ce ne potrà ben essere delle più fine, ma delle più sicure, non crederei. Potremmo anche, sopra congetture molto fondate, dire il nome della famiglia; ma, sebbene sia estinta da un pezzo, ci par meglio lasciarlo nella penna, per non metterci a rischio di far torto neppure ai morti, e per lasciare ai dotti qualche soggetto di ricerca. I nostri viaggiatori arrivaron dunque a Monza, poco dopo il levar del sole: il conduttore entrò in un’osteria, e lì, come pratico del luogo, e conoscente del padrone, fece assegnar loro una stanza, e ve gli accompagnò. Tra i ringraziamenti, Renzo tentò pure di fargli ricevere qualche danaro; ma quello, al pari del barcaiolo, aveva in mira un’altra ricompensa, più lontana, ma più abbondante: ritirò le mani, anche lui, e, come fuggendo, corse a governare la sua bestia. Dopo una sera quale l’abbiamo descritta, e una notte quale ognuno può immaginarsela, passata in compagnia di que’ pensieri, col sospetto incessante di qualche incontro spiacevole, al soffio d’una brezzolina più che autunnale, e tra le continue scosse della disagiata vettura, che ridestavano sgarbatamente chi di loro cominciasse appena a velar l’occhio, non parve vero a tutt’e tre di sedersi sur una panca che stava ferma, in una stanza, qualunque fosse. Fecero colazione, come permetteva la penuria de’ tempi, e i mezzi scarsi in proporzione de’ contingenti bisogni d’un avvenire incerto, e il poco appetito. A tutt’e tre passò per la mente il banchetto che, due giorni prima, s’aspettavan di fare; e ciascuno mise un gran sospiro. Renzo avrebbe voluto fermarsi lì, almeno tutto quel giorno, veder le donne allogate, render loro i primi servizi; ma il padre aveva raccomandato a queste di mandarlo subito per la sua strada. Addussero quindi esse e quegli ordini, e cento altre ragioni; che la gente ciarlerebbe, che la separazione più ritardata sarebbe più dolorosa, ch’egli potrebbe venir presto a dar nuove e a sentirne; tanto che si risolvette di partire. Si concertaron, come poterono, sulla maniera di rivedersi, più presto che fosse possibile. Lucia non nascose le lacrime; Renzo trattenne a stento le sue, e, stringendo forte forte la mano a Agnese, disse con voce soffogata: “a rivederci,” e partì. Le donne si sarebber trovate ben impicciate, se non fosse stato quel buon barocciaio, che aveva ordine di guidarle al convento de’ cappuccini, e di dar loro ogn’altro aiuto che potesse bisognare. S’avviaron dunque con lui a quel convento; il quale, come ognun sa, era pochi passi distante da Monza. Arrivati alla porta, il conduttore tirò il campanello, fece chiamare il padre guardiano; questo venne subito, e ricevette la lettera, sulla soglia. “Oh! fra Cristoforo!” disse, riconoscendo il carattere. Il tono della voce e i movimenti del volto indicavano manifestamente che proferiva il nome d’un grand’amico. Convien poi dire che il nostro buon Cristoforo avesse, in quella lettera, raccomandate le donne con molto calore, e riferito il loro caso con molto sentimento, perchè il guardiano, faceva, di tanto in tanto, atti di sorpresa e d’indegnazione; e, alzando gli occhi dal foglio, li fissava sulle donne con una certa espressione di pietà e d’interesse. Finito ch’ebbe di leggere, stette lì alquanto a pensare; poi disse: “non c’è che la signora: se la signora vuol prendersi quest’impegno…” Tirata quindi Agnese in disparte, sulla piazza davanti al convento, le fece alcune interrogazioni, alle quali essa soddisfece; e, tornato verso Lucia, disse a tutt’e due: “donne mie, io tenterò; e spero di potervi trovare un ricovero più che sicuro, più che onorato, fin che Dio non v’abbia provvedute in miglior maniera. Volete venir con me?” Le donne accennarono rispettosamente di sì; e il frate riprese: “bene; io vi conduco subito al monastero della signora. State però discoste da me alcuni passi, perchè la gente si diletta di dir male; e Dio sa quante belle chiacchiere si farebbero, se si vedesse il padre guardiano per la strada, con una bella giovine... con donne voglio dire.” Così dicendo, andò avanti. Lucia arrossì; il barocciaio sorrise, guardando Agnese, la quale non potè tenersi di non fare altrettanto; e tutt’e tre si mossero, quando il frate si fu avviato; e gli andaron dietro, dieci passi discosto. Le donne allora domandarono al barocciaio, ciò che non avevano osato al padre guardiano, chi fosse la signora. “La signora,” rispose quello, “è una monaca; ma non è una monaca come l’altre. Non è che sia la badessa, nè la priora; che anzi, a quel che dicono, è una delle più giovani: ma è della costola d’Adamo; e i suoi del tempo antico erano gente grande, venuta di Spagna, dove son quelli che comandano; e per questo la chiamano la signora, per dire ch’è una gran signora; e tutto il paese la chiama con quel nome, perchè dicono che in quel monastero non hanno avuto mai una persona simile; e i suoi d’adesso, laggiù a Milano, contan molto, e son di quelli che hanno sempre ragione; e in Monza anche di più, perchè suo padre, quantunque non ci stia, è il primo del paese; onde anche lei può far alto e basso nel monastero; e anche la gente di fuori le porta un gran rispetto; e quando prende un impegno, le riesce anche di spuntarlo; e perciò, se quel buon religioso lì, ottiene di mettervi nelle sue mani, e che lei v’accetti, vi posso dire che sarete sicure come sull’altare.” Quando fu vicino alla porta del borgo, fiancheggiata allora da un antico torracchione mezzo rovinato, e da un pezzo di castellaccio, diroccato anch’esso, che forse dieci de’ miei lettori possono ancor rammentarsi d’aver veduto in piedi, il guardiano si fermò, e si voltò a guardar se gli altri venivano; quindi entrò, e s’avviò al monastero; dove arrivato, si fermò di nuovo sulla soglia, aspettando la piccola brigata. Pregò il barocciaio che, tra un par d’ore, tornasse da lui, a prender la risposta: questo lo promise, e si licenziò dalle donne, che lo caricaron di ringraziamenti, e di commissioni per il padre Cristoforo. Il guardiano fece entrare la madre e la figlia nel primo cortile del monastero, le introdusse nelle camere della fattoressa; e andò solo a chieder la grazia. Dopo qualche tempo, ricomparve giulivo, a dir loro che venissero avanti con lui; ed era ora, perchè la figlia e la madre non sapevan più come fare a distrigarsi dall’interrogazioni pressanti della fattoressa. Attraversando un secondo cortile, diede qualche avvertimento alle donne, sul modo di portarsi con la signora. “E ben disposta per voi altre,” disse, “e vi può far del bene quanto vuole. Siate umili e rispettose, rispondete con sincerità alle domande che le piacerà di farvi, e quando non siete interrogate, lasciate fare a me”. Entrarono in una stanza terrena, dalla quale si passava nel parlatorio: prima di mettervi il piede, il guardiano, accennando l’uscio, disse sottovoce alle donne: “è qui,” come per rammentar loro tutti quegli avvertimenti. Lucia, che non aveva mai visto un monastero, quando fu nel parlatorio, guardò in giro dove fosse la signora a cui fare il suo inchino, e, non iscorgendo persona, stava come incantata; quando, visto il padre e Agnese andar verso un angolo, guardò da quella parte, e vide una finestra d’una forma singolare, con due grosse e fitte grate di ferro, distanti l’una dall’altra un palmo; e dietro quelle una monaca ritta. Il suo aspetto, che poteva dimostrar venticinque anni, faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta. Un velo nero, sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa, cadeva dalle due parti, discosto alquanto dal viso; sotto il velo, una bianchissima benda di lino cingeva, fino al mezzo, una fronte di diversa, ma non d’inferiore bianchezza; un’altra benda a pieghe circondava il viso, e terminava sotto il mento in un soggolo, che si stendeva alquanto sul petto, a coprire lo scollo d’un nero saio. Ma quella fronte si raggrinzava spesso, come per una contrazione dolorosa; e allora due sopraccigli neri si ravvicinavano, con un rapido movimento. Due occhi, neri neri anch’essi, si fissavano talora in viso alle persone, con un’investigazione superba; talora si chinavano in fretta, come per cercare un nascondiglio; in certi momenti, un attento osservatore avrebbe argomentato che chiedessero affetto, corrispondenza, pietà; altre volte avrebbe creduto coglierci la rivelazione istantanea d’un odio inveterato e compresso, un non so che di minaccioso e di feroce: quando restavano immobili e fissi senza attenzione, chi ci avrebbe immaginata una svogliatezza orgogliosa, chi avrebbe potuto sospettarci il travaglio d’un pensiero nascosto, d’una preoccupazione familiare all’animo, e più forte su quello che gli oggetti circostanti. Le gote pallidissime scendevano con un contorno delicato e grazioso, ma alterato e reso mancante da una lenta estenuazione. Le labbra, quantunque appena tinte d’un roseo sbiadito, pure, spiccavano in quel pallore: i loro moti erano, come quelli degli occhi, subitanei, vivi, pieni d’espressione e di mistero. La grandezza ben formata della persona scompariva in un certo abbandono del portamento, o compariva sfigurata in certe mosse repentine, irregolari e troppo risolute per una donna, non che per una monaca. Nel vestire stesso c’era qua e là qualcosa di studiato o di negletto, che annunziava una monaca singolare: la vita era attillata con una certa cura secolaresca, e dalla benda usciva sur una tempia una ciocchettina di neri capelli; cosa che dimostrava o dimenticanza o disprezzo della regola che prescriveva di tenerli sempre corti, da quando erano stati tagliati, nella cerimonia solenne del vestimento. Queste cose non facevano specie alle due donne, non esercitate a distinguer monaca da monaca: e il padre guardiano, che non vedeva la signora per la prima volta, era già avvezzo, come tant’altri, a quel non so che di strano, che appariva nella sua persona, come nelle sue maniere. Era essa, in quel momento, come abbiam detto, ritta vicino alla grata, con una mano appoggiata languidamente a quella, e le bianchissime dita intrecciate ne’ vòti; e guardava fisso Lucia, che veniva avanti esitando. “Reverenda madre, e signora illustrissima,” disse il guardiano, a capo basso, e con la mano al petto: “questa è quella povera giovine, per la quale m’ha fatto sperare la sua valida protezione; e questa è la madre.” Le due presentate facevano grand’inchini: la signora accennò loro con la mano, che bastava, e disse, voltandosi, al padre: “è una fortuna per me il poter fare un piacere a’ nostri buoni amici i padri cappuccini. Ma,” continuò; “mi dica un po’ più particolarmente il caso di questa giovine, per veder meglio cosa si possa fare per lei.” Lucia diventò rossa, e abbassò la testa. “Deve sapere, reverenda madre...” incominciava Agnese; ma il guardiano le troncò, con un’occhiata, le parole in bocca, e rispose: “questa giovine, signora illustrissima, mi vien raccomandata, come le ho detto, da un mio confratello. Essa ha dovuto partir di nascosto dal suo paese, per sottrarsi a de’ gravi pericoli; e ha bisogno, per qualche tempo, d’un asilo nel quale possa vivere sconosciuta, e dove nessuno ardisca venire a disturbarla, quand’anche...” “Quali pericoli?” interruppe la signora. “Di grazia, padre guardiano, non mi dica la cosa così in enimma. Lei sa che noi altre monache, ci piace di sentir le storie per minuto.” “Sono pericoli,” rispose il guardiano, “che all’orecchie purissime della reverenda madre devon essere appena leggermente accennati...” “Oh certamente,” disse in fretta la signora, arrossendo alquanto. Era verecondia? Chi avesse osservata una rapida espressione di dispetto che accompagnava quel rossore, avrebbe potuto dubitarne; e tanto più se l’avesse paragonato con quello che di tanto in tanto si spandeva sulle gote di Lucia.” “Basterà dire,” riprese il guardiano, “che un cavalier prepotente... non tutti i grandi del mondo si servono dei doni di Dio, a gloria sua, e in vantaggio del prossimo, come vossignoria illustrissima: un cavalier prepotente, dopo aver perseguitata qualche tempo questa creatura con indegne lusinghe, vedendo ch’erano inutili, ebbe cuore di perseguitarla apertamente con la forza, di modo che la poveretta è stata ridotta a fuggir da casa sua.” “Accostatevi, quella giovine,” disse la signora a Lucia, facendole cenno col dito. “So che il padre guardiano è la bocca della verità; ma nessuno può esser meglio informato di voi, in quest’affare. Tocca a voi a dirci se questo cavaliere era un persecutore odioso.” In quanto all’accostarsi, Lucia ubbidì subito; ma rispondere era un’altra faccenda. Una domanda su quella materia, quand’anche le fosse stata fatta da una persona sua pari, l’avrebbe imbrogliata non poco: proferita da quella signora, e con una cert’aria di dubbio maligno, le levò ogni coraggio a rispondere. “Signora... madre... reverenda...” balbettò, e non dava segno d’aver altro a dire. Qui Agnese, come quella che, dopo di lei, era certamente la meglio informata, si credè autorizzata a venirle in aiuto. “Illustrissima signora,” disse, “io posso far testimonianza che questa mia figlia aveva in odio quel cavaliere, come il diavolo l’acqua santa: voglio dire, il diavolo era lui; ma mi perdonerà se parlo male, perchè noi siam gente alla buona. Il fatto sta che questa povera ragazza era promessa a un giovine nostro pari, timorato di Dio, e ben avviato; e se il signor curato fosse stato un po’ più un uomo di quelli che m’intendo io... so che parlo d’un religioso, ma il padre Cristoforo, amico qui del padre guardiano, è religioso al par di lui, e quello è un uomo pieno di carità, e, se fosse qui, potrebbe attestare...” “Siete ben pronta a parlare senz’essere interrogata,” interruppe la signora, con un atto altero e iracondo, che la fece quasi parer brutta. “State zitta voi: già lo so che i parenti hanno sempre una risposta da dare in nome de’ loro figliuoli!” Agnese mortificata diede a Lucia una occhiata che voleva dire: vedi quel che mi tocca, per esser tu tanto impicciata. Anche il guardiano accennava alla giovine, dandole d’occhio e tentennando il capo, che quello era il momento di sgranchirsi, e di non lasciare in secco la povera mamma. “Reverenda signora,” disse Lucia, “quanto le ha detto mia madre è la pura verità. Il giovine che mi discorreva,” e qui diventò rossa rossa, “lo prendevo io di mia volontà. Mi scusi se parlo da sfacciata, ma è per non lasciar pensar male di mia madre. E in quanto a quel signore (Dio gli perdoni!) vorrei piuttosto morire, che cader nelle sue mani. E se lei fa questa carità di metterci al sicuro, giacchè siam ridotte a far questa faccia di chieder ricovero, e ad incomodare le persone dabbene; ma sia fatta la volontà di Dio; sia certa, signora, che nessuno potrà pregare per lei più di cuore che noi povere donne.” “A voi credo,” disse la signora con voce raddolcita. “Ma avrò piacere di sentirvi da solo a solo. Non che abbia bisogno d’altri schiarimenti, nè d’altri motivi, per servire alle premure del padre guardiano,” aggiunse subito, rivolgendosi a lui, con una compitezza studiata. “Anzi,” continuò, “ci ho già pensato; ed ecco ciò che mi pare di poter far di meglio, per ora. La fattoressa del monastero ha maritata, pochi giorni sono, l’ultima sua figliuola. Queste donne potranno occupar la camera lasciata in libertà da quella, e supplire a que’ pochi servizi che faceva lei. Veramente...” e qui accennò al guardiano che s’avvicinasse alla grata, e continuò sottovoce: “veramente, attesa la scarsezza dell’annate, non si pensava di sostituir nessuno a quella giovine; ma parlerò io alla madre badessa, e una mia parola... e per una premura del padre guardiano... In somma do la cosa per fatta.” Il guardiano cominciava a ringraziare, ma la signora l’interruppe: “non occorron cerimonie: anch’io, in un caso, in un bisogno, saprei far capitale dell’assistenza de’ padri cappuccini. Alla fine,” continuò, con un sorriso, nel quale traspariva un non so che d’ironico e d’amaro, “alla fine, non siam noi fratelli e sorelle?” Così detto, chiamò una conversa, (due di queste erano, per una distinzione singolare, assegnate al suo servizio privato) e le ordinò che avvertisse di ciò la badessa, e prendesse poi i concerti opportuni, con la fattoressa e con Agnese. Licenziò questa, accommiatò il guardiano, e ritenne Lucia. Il guardiano accompagnò Agnese alla porta, dandole nuove istruzioni, e se n’andò a scriver la lettera di ragguaglio all’amico Cristoforo. — Gran cervellino che è questa signora! — pensava tra sè, per la strada: — curiosa davvero! Ma chi la sa prendere per il suo verso, le fa far ciò che vuole. Il mio Cristoforo non s’aspetterà certamente ch’io l’abbia servito così presto e bene. Quel brav’uomo! non c’è rimedio: bisogna che si prenda sempre qualche impegno; ma lo fa per bene. Buon per lui questa volta, che ha trovato un amico, il quale, senza tanto strepito, senza tanto apparato, senza tante faccende, ha condotto l’affare a buon porto, in un batter d’occhio. Sarà contento quel buon Cristoforo, e s’accorgerà che, anche noi qui, siam buoni a qualche cosa. — La signora, che, alla presenza d’un provetto cappuccino, aveva studiati gli atti e le parole, rimasta poi sola con una giovine contadina inesperta, non pensava più tanto a contenersi; e i suoi discorsi divennero a poco a poco così strani, che, in vece di riferirli, noi crediam più opportuno di raccontar brevemente la storia antecedente di questa infelice; quel tanto cioè che basti a render ragione dell’insolito e del misterioso che abbiam veduto in lei, e a far comprendere i motivi della sua condotta, in quello che avvenne dopo. Era essa l’ultima figlia del principe ***, gran gentiluomo milanese, che poteva contarsi tra i più doviziosi della città. Ma l’alta opinione che aveva del suo titolo gli faceva parer le sue sostanze appena sufficienti, anzi scarse, a sostenerne il decoro; e tutto il suo pensiero era di conservarle, almeno quali erano, unite in perpetuo, per quanto dipendeva da lui. Quanti figliuoli avesse, la storia non lo dice espressamente; fa solamente intendere che aveva destinati al chiostro tutti i cadetti dell’uno e dell’altro sesso, per lasciare intatta la sostanza al primogenito, destinato a conservar la famiglia, a procrear cioè de’ figliuoli, per tormentarsi a tormentarli nella stessa maniera. La nostra infelice era ancor nascosta nel ventre della madre, che la sua condizione era già irrevocabilmente stabilita. Rimaneva soltanto da decidersi se sarebbe un monaco o una monaca; decisione per la quale faceva bisogno, non il suo consenso, ma la sua presenza. Quando venne alla luce, il principe suo padre, volendo darle un nome che risvegliasse immediatamente l’idea del chiostro, e che fosse stato portato da una santa d’alti natali, la chiamò Gertrude. Bambole vestite da monaca furono i primi balocchi che le si diedero in mano; poi santini che rappresentavan monache; e que’ regali eran sempre accompagnati con gran raccomandazioni di tenerli ben di conto, come cosa preziosa, e con quell’interrogare affermativo: “ bello eh? ” Quando il principe, o la principessa o il principino, che solo de’ maschi veniva allevato in casa, volevano lodar l’aspetto prosperoso della fanciullina, pareva che non trovasser modo d’esprimer bene la loro idea, se non con le parole: “che madre badessa!” Nessuno però le disse mai direttamente: tu devi farti monaca. Era un’idea sottintesa e toccata incidentemente, in ogni discorso che riguardasse i suoi destini futuri. Se qualche volta la Gertrudina trascorreva a qualche atto un po’ arrogante e imperioso, al che la sua indole la portava molto facilmente, “ tu sei una ragazzina,” le si diceva: “queste maniere non ti convengono: quando sarai madre badessa, allora comanderai a bacchetta, farai alto e basso.” Qualche altra volta il principe, riprendendola di cert’altre maniere troppo libere e famigliari alle quali essa trascorreva con uguale facilità, “ehi! ehi!” le diceva; “non è questo il fare d’una par tua: se vuoi che un giorno ti si porti il rispetto che ti sarà dovuto, impara fin d’ora a star sopra di te: ricordati che tu devi essere, in ogni cosa, la prima del monastero; perchè il sangue si porta per tutto dove si va.” Tutte le parole di questo genere stampavano nel cervello della fanciullina l’idea che già lei doveva esser monaca; ma quelle che venivan dalla bocca del padre, facevan più effetto di tutte l’altre insieme. Il contegno del principe era abitualmente quello d’un padrone austero; ma quando si trattava dello stato futuro de’ suoi figli, dal suo volto e da ogni sua parola traspariva un’immobilità di risoluzione, una ombrosa gelosia di comando, che imprimeva il sentimento d’una necessità fatale. A sei anni, Gertrude fu collocata, per educazione e ancor più per istradamento alla vocazione impostale, nel monastero dove l’abbiamo veduta: e la scelta del luogo non fu senza disegno. Il buon conduttore delle due donne ha detto che il padre della signora era il primo in Monza: e, accozzando questa qualsisia testimonianza con alcune altre indicazioni che l’anonimo lascia scappare sbadatamente qua e là, noi potremmo anche asserire che fosse il feudatario di quel paese. Comunque sia, vi godeva d’una grandissima autorità; e pensò che lì, meglio che altrove, la sua figlia sarebbe trattata con quelle distinzioni e con quelle finezze che potesser più allettarla a scegliere quel monastero per sua perpetua dimora. Nè s’ingannava: la badessa e alcune altre monache faccendiere, che avevano, come si suol dire, il mestolo in mano, esultarono nel vedersi offerto il pegno d’una protezione tanto utile in ogni occorrenza, tanto gloriosa in ogni momento; accettaron la proposta, con espressioni di riconoscenza, non esagerate, per quanto fossero forti; e corrisposero pienamente all’intenzioni che il principe aveva lasciate trasparire sul collocamento stabile della figliuola: intenzioni che andavan così d’accordo con le loro. Gertrude, appena entrata nel monastero, fu chiamata per antonomasia la signorina; posto distinto a tavola, nel dormitorio; la sua condotta proposta all’altre per esemplare; chicche e carezze senza fine, e condite con quella famigliarità un po’ rispettosa, che tanto adesca i fanciulli, quando la trovano in coloro che vedon trattare gli altri fanciulli con un contegno abituale di superiorità. Non che tutte le monache fossero congiurate a tirar la poverina nel laccio; ce n’eran molte delle semplici e lontane da ogni intrigo, alle quali il pensiero di sacrificare una figlia a mire interessate avrebbe fatto ribrezzo; ma queste, tutte attente alle loro occupazioni particolari, parte non s’accorgevan bene di tutti que’ maneggi, parte non distinguevano quanto vi fosse di cattivo, parte s’astenevano dal farvi sopra esame, parte stavano zitte, per non fare scandoli inutili. Qualcheduna anche, rammentandosi d’essere stata, con simili arti, condotta a quello di cui s’era pentita poi, sentiva compassione della povera innocentina, e si sfogava col farle carezze tenere e malinconiche: ma questa era ben lontana dal sospettare che ci fosse sotto mistero; e la faccenda camminava. Sarebbe forse camminata così fino alla fine, se Gertrude fosse stata la sola ragazza in quel monastero. Ma, tra le sue compagne d’educazione, ce n’erano alcune che sapevano d’esser destinate al matrimonio. Gertrudina, nudrita nelle idee della sua superiorità, parlava magnificamente de’ suoi destini futuri di badessa, di principessa del monastero, voleva a ogni conto esser per le altre un soggetto d’invidia; e vedeva con maraviglia e con dispetto, che alcune di quelle non ne sentivano punto. All’immagini maestose, ma circoscritte e fredde, che può somministrare il primato in un monastero, contrapponevan esse le immagini varie e luccicanti, di nozze, di pranzi, di conversazioni, di festini, come dicevano allora, di villeggiature, di vestiti, di carrozze. Queste immagini cagionarono nel cervello di Gertrude quel movimento, quel brulichío che produrrebbe un gran paniere di fiori appena colti, messo davanti a un alveare. I parenti e l’educatrici avevan coltivata e accresciuta in lei la vanità naturale, per farle piacere il chiostro; ma quando questa passione fu stuzzicata da idee tanto più omogenee ad essa, si gettò su quelle, con un ardore ben più vivo e più spontaneo. Per non restare al di sotto di quelle sue compagne, e per condiscendere nello stesso tempo al suo nuovo genio, rispondeva che, alla fin de’ conti, nessuno le poteva mettere il velo in capo senza il suo consenso, che anche lei poteva maritarsi, abitare un palazzo, godersi il mondo, e meglio di tutte loro; che lo poteva, pur che l’avesse voluto, che lo vorrebbe, che lo voleva; e lo voleva in fatti. L’idea della necessità del suo consenso, idea che, fino a quel tempo, era stata come inosservata e rannicchiata in un angolo della sua mente, si sviluppò allora, e si manifestò, con tutta la sua importanza. Essa la chiamava ogni momento in aiuto, per godersi più tranquillamente l’immagini d’un avvenire gradito. Dietro questa idea però, ne compariva sempre infallibilmente un’altra: che quel consenso si trattava di negarlo al principe padre, il quale lo teneva già, o mostrava di tenerlo per dato; e, a questa idea, l’animo della figlia era ben lontano dalla sicurezza che ostentavano le sue parole. Si paragonava allora con le compagne, ch’erano ben altrimenti sicure, e provava per esse dolorosamente l’invidia che, da principio, aveva creduto di far loro provare. Invidiandole, le odiava: talvolta l’odio s’esalava in dispetti, in isgarbatezze, in motti pungenti; talvolta l’uniformità dell’inclinazioni e delle speranze lo sopiva, e faceva nascere un’intrinsichezza apparente e passeggiera. Talvolta, volendo pure godersi intanto qualche cosa di reale e di presente, si compiaceva delle preferenze che le venivano accordate, e faceva sentire all’altre quella sua superiorità; talvolta, non potendo più tollerar la solitudine de’ suoi timori e de’ suoi desidèri, andava, tutta buona, in cerca di quelle, quasi ad implorar benevolenza, consigli, coraggio. Tra queste deplorabili guerricciole con sè e con gli altri, aveva varcata la puerizia, e s’inoltrava in quell’età così critica, nella quale par che entri nell’animo quasi una potenza misteriosa, che solleva, adorna, rinvigorisce tutte l’inclinazioni, tutte l’idee, e qualche volta le trasforma, o le rivolge a un corso impreveduto. Ciò che Gertrude aveva fino allora più distintamente vagheggiato in que’ sogni dell’avvenire, era lo splendore esterno e la pompa: un non so che di molle e d’affettuoso, che da prima v’era diffuso leggermente e come in nebbia, cominciò allora a spiegarsi e a primeggiare nelle sue fantasie. S’era fatto, nella parte più riposta della mente, come uno splendido ritiro: ivi si rifugiava dagli oggetti presenti, ivi accoglieva certi personaggi stranamente composti di confuse memorie della puerizia, di quel poco che poteva vedere del mondo esteriore, di ciò che aveva imparato dai discorsi delle compagne; si tratteneva con essi, parlava loro, e si rispondeva in loro nome; ivi dava ordini, e riceveva omaggi d’ogni genere. Di quando in quando, i pensieri della religione venivano a disturbare quelle feste brillanti e faticose. Ma la religione, come l’avevano insegnata alla nostra poveretta, e come essa l’aveva ricevuta, non bandiva l’orgoglio, anzi lo santificava e lo proponeva come un mezzo per ottenere una felicità terrena. Privata così della sua essenza, non era più la religione, ma una larva come l’altre. Negl’intervalli in cui questa larva prendeva il primo posto, e grandeggiava nella fantasia di Gertrude, l’infelice, sopraffatta da terrori confusi, e compresa da una confusa idea di doveri, s’immaginava che la sua ripugnanza al chiostro, e la resistenza all’insinuazioni de’ suoi maggiori, nella scelta dello stato, fossero una colpa; e prometteva in cuor suo d’espiarla, chiudendosi volontariamente nel chiostro. Era legge che una giovine non potesse venire accettata monaca, prima d’essere stata esaminata da un ecclesiastico, chiamato il vicario delle monache, o da qualche altro deputato a ciò, affinchè fosse certo che ci andava di sua libera scelta: e questo esame non poteva aver luogo, se non un anno dopo ch’ella avesse esposto a quel vicario il suo desiderio, con una supplica in iscritto. Quelle monache che avevan preso il tristo incarico di far che Gertrude s’obbligasse per sempre, con la minor possibile cognizione di ciò che faceva, colsero un de’ momenti che abbiam detto, per farle trascrivere e sottoscrivere una tal supplica. E a fine d’indurla più facilmente a ciò, non mancaron di dirle e di ripeterle, che finalmente era una mera formalità, la quale (e questo era vero) non poteva avere efficacia, se non da altri atti posteriori, che dipenderebbero dalla sua volontà. Con tutto ciò, la supplica non era forse ancor giunta al suo destino, che Gertrude s’era già pentita d’averla sottoscritta. Si pentiva poi d’essersi pentita, passando così i giorni e i mesi in un’incessante vicenda di sentimenti contrari. Tenne lungo tempo nascosto alle compagne quel passo, ora per timore d’esporre alle contraddizioni una buona risoluzione, ora per vergogna di palesare uno sproposito. Vinse finalmente il desiderio di sfogar l’animo, e d’accattar consiglio e coraggio. C’era un’altra legge, che una giovine non fosse ammessa a quell’esame della vocazione, se non dopo aver dimorato almeno un mese fuori del monastero dove era stata in educazione. Era già scorso l’anno da che la supplica era stata mandata; e Gertrude fu avvertita che tra poco verrebbe levata dal monastero, e condotta nella casa paterna, per rimanervi quel mese, e far tutti i passi necessari al compimento dell’opera che aveva di fatto cominciata. Il principe e il resto della famiglia tenevano tutto ciò per certo, come se fosse già avvenuto; ma la giovine aveva tutt’altro in testa: in vece di far gli altri passi, pensava alla maniera di tirare indietro il primo. In tali angustie, si risolvette d’aprirsi con una delle sue compagne, la più franca, e pronta sempre a dar consigli risoluti. Questa suggerì a Gertrude d’informar con una lettera il padre della sua nuova risoluzione; giacchè non le bastava l’animo di spiattellargli sul viso un bravo: non voglio. E perchè i pareri gratuiti, in questo mondo, son molto rari, la consigliera fece pagar questo a Gertrude, con tante beffe sulla sua dappocaggine. La lettera fu concertata tra quattro o cinque confidenti, scritta di nascosto, e fatta ricapitare per via d’artifizi molto studiati. Gertrude stava con grand’ansietà, aspettando una risposta che non venne mai. Se non che, alcuni giorni dopo, la badessa, la fece venir nella sua cella, e, con un contegno di mistero, di disgusto e di compassione, le diede un cenno oscuro d’una gran collera del principe, e d’un fallo ch’ella doveva aver commesso, lasciandole però intendere che, portandosi bene, poteva sperare che tutto sarebbe dimenticato. La giovinetta intese, e non osò domandar più in là. Venne finalmente il giorno tanto temuto e bramato. Quantunque Gertrude sapesse che andava a un combattimento, pure l’uscir di monastero, il lasciar quelle mura nelle quali era stata ott’anni rinchiusa, lo scorrere in carrozza per l’aperta campagna, il riveder la città, la casa, furon sensazioni piene d’una gioia tumultuosa. In quanto al combattimento, la poveretta, con la direzione di quelle confidenti, aveva già prese le sue misure, e fatto, com’ora si direbbe, il suo piano. — O mi vorranno forzare, — pensava, — e io starò dura; sarò umile, rispettosa, ma non acconsentirò: non si tratta che di non dire un altro sì; e non lo dirò. Ovvero mi prenderanno con le buone; e io sarò più buona di loro; piangerò, pregherò, li moverò a compassione: finalmente non pretendo altro che di non esser sacrificata. — Ma, come accade spesso di simili previdenze, non avvenne nè una cosa nè l’altra. I giorni passavano, senza che il padre nè altri le parlasse della supplica, nè della ritrattazione, senza che le venisse fatta proposta nessuna, nè con carezze, nè con minacce. I parenti eran seri, tristi, burberi con lei, senza mai dirne il perchè. Si vedeva solamente che la riguardavano come una rea, come un’indegna: un anatema misterioso pareva che pesasse sopra di lei, e la segregasse dalla famiglia, lasciandovela soltanto unita quanto bisognava per farle sentire la sua suggezione. Di rado, e solo a certe ore stabilite, era ammessa alla compagnia de’ parenti e del primogenito. Tra loro tre pareva che regnasse una gran confidenza, la quale rendeva più sensibile e più doloroso l’abbandono in cui era lasciata Gertrude. Nessuno le rivolgeva il discorso; e quando essa arrischiava timidamente qualche parola, che non fosse per cosa necessaria, o non attaccava, o veniva corrisposta con uno sguardo distratto, o sprezzante, o severo. Che se, non potendo più soffrire una così amara e umiliante distinzione, insisteva, e tentava di famigliarizzarsi; se implorava un po’ d’amore, si sentiva subito toccare, in maniera indiretta ma chiara, quel tasto della scelta dello stato; le si faceva copertamente sentire che c’era un mezzo di riacquistar l’affetto della famiglia. Allora Gertrude, che non l’avrebbe voluto a quella condizione, era costretta di tirarsi indietro, di rifiutar quasi i primi segni di benevolenza che aveva tanto desiderati, di rimettersi da sè al suo posto di scomunicata; e per di più, vi rimaneva con una certa apparenza del torto. Tali sensazioni d’oggetti presenti facevano un contrasto doloroso con quelle ridenti visioni delle quali Gertrude s’era già tanto occupata, e s’occupava tuttavia, nel segreto della sua mente. Aveva sperato che, nella splendida e frequentata casa paterna, avrebbe potuto godere almeno qualche saggio reale delle cose immaginate; ma si trovò del tutto ingannata. La clausura era stretta e intera, come nel monastero; d’andare a spasso non si parlava neppure; e un coretto che, dalla casa, guardava in una chiesa contigua, toglieva anche l’unica necessità che ci sarebbe stata d’uscire. La compagnia era più trista, più scarsa, meno variata che nel monastero. A ogni annunzio d’una visita, Gertrude doveva salire all’ultimo piano, per chiudersi con alcune vecchie donne di servizio: e lì anche desinava, quando c’era invito. I servitori s’uniformavano, nelle maniere e ne’ discorsi, all’esempio e all’intenzioni de’ padroni: e Gertrude, che, per sua inclinazione, avrebbe voluto trattarli con una famigliarità signorile, e che, nello stato in cui si trovava, avrebbe avuto di grazia che le facessero qualche dimostrazione d’affetto, come a una loro pari, e scendeva anche a mendicarne, rimaneva poi umiliata, e sempre più afflitta di vedersi corrisposta con una noncuranza manifesta, benchè accompagnata da un leggiero ossequio di formalità. Dovette però accorgersi che un paggio, ben diverso da coloro, le portava un rispetto, e sentiva per lei una compassione d’un genere particolare. Il contegno di quel ragazzotto era ciò che Gertrude aveva fino allora visto di più somigliante a quell’ordine di cose tanto contemplato nella sua immaginativa, al contegno di quelle sue creature ideali. A poco a poco si scoprì un non so che di nuovo nelle maniere della giovinetta: una tranquillità e un’inquietudine diversa dalla solita, un fare di chi ha trovato qualche cosa che gli preme, che vorrebbe guardare ogni momento, e non lasciar vedere agli altri. Le furon tenuti gli occhi addosso più che mai: che è che non è, una mattina, fu sorpresa da una di quelle cameriere, mentre stava piegando alla sfuggita una carta, sulla quale avrebbe fatto meglio a non iscriver nulla. Dopo un breve tira tira, la carta rimase nelle mani della cameriera, e da queste passò in quelle del principe. Il terrore di Gertrude, al rumor de’ passi di lui, non si può descrivere nè immaginare: era quel padre, era irritato, e lei si sentiva colpevole. Ma quando lo vide comparire, con quel cipiglio, con quella carta in mano, avrebbe voluto esser cento braccia sotto terra, non che in un chiostro. Le parole non furon molte, ma terribili: il gastigo intimato subito non fu che d’esser rinchiusa in quella camera, sotto la guardia della donna che aveva fatta la scoperta; ma questo non era che un principio, che un ripiego del momento; si prometteva, si lasciava vedere per aria, un altro gastigo oscuro, indeterminato, e quindi più spaventoso. Il paggio fu subito sfrattato, com’era naturale; e fu minacciato anche a lui qualcosa di terribile, se, in qualunque tempo, avesse osato fiatar nulla dell’avvenuto. Nel fargli questa intimazione, il principe gli appoggiò due solenni schiaffi, per associare a quell’avventura un ricordo, che togliesse al ragazzaccio ogni tentazion di vantarsene. Un pretesto qualunque, per coonestare la licenza data a un paggio, non era difficile a trovarsi; in quanto alla figlia, si disse ch’era incomodata. Rimase essa dunque col batticuore, con la vergogna, col rimorso, col terrore dell’avvenire, e con la sola compagnia di quella donna odiata da lei, come il testimonio della sua colpa, e la cagione della sua disgrazia. Costei odiava poi a vicenda Gertrude, per la quale si trovava ridotta, senza saper per quanto tempo, alla vita noiosa di carceriera, e divenuta per sempre custode d’un segreto pericoloso. Il primo confuso tumulto di que’ sentimenti s’acquietò a poco a poco; ma tornando essi poi a uno per volta nell’animo, vi s’ingrandivano, e si fermavano a tormentarlo più distintamente e a bell’agio. Che poteva mai esser quella punizione minacciata in enimma? Molte e varie e strane se ne affacciavano alla fantasia ardente e inesperta di Gertrude. Quella che pareva più probabile, era di venir ricondotta al monastero di Monza, di ricomparirvi, non più come la signorina, ma in forma di colpevole, e di starvi rinchiusa, chi sa fino a quando! chi sa con quali trattamenti! Ciò che una tale immaginazione, tutta piena di dolori, aveva forse di più doloroso per lei, era l’apprensione della vergogna. Le frasi, le parole, le virgole di quel foglio sciagurato, passavano e ripassavano nella sua memoria: le immaginava osservate, pesate da un lettore tanto impreveduto, tanto diverso da quello a cui eran destinate; si figurava che avesser potuto cader sotto gli occhi anche della madre o del fratello, o di chi sa altri: e, al paragon di ciò, tutto il rimanente le pareva quasi un nulla. L’immagine di colui ch’era stato la prima origine di tutto lo scandolo, non lasciava di venire spesso anch’essa ad infestar la povera rinchiusa: e pensate che strana comparsa doveva far quel fantasma, tra quegli altri così diversi da lui, seri, freddi, minacciosi. Ma, appunto perchè non poteva separarlo da essi, nè tornare un momento a quelle fuggitive compiacenze, senza che subito non le s’affacciassero i dolori presenti che n’erano la conseguenza, cominciò a poco a poco a tornarci più di rado, a rispingerne la rimembranza, a divezzarsene. Nè più a lungo, o più volentieri, si fermava in quelle liete e brillanti fantasie d’una volta: eran troppo opposte alle circostanze reali, a ogni probabilità dell’avvenire. Il solo castello nel quale Gertrude potesse immaginare un rifugio tranquillo e onorevole, e che non fosse in aria, era il monastero, quando si risolvesse d’entrarci per sempre. Una tal risoluzione (non poteva dubitarne) avrebbe accomodato ogni cosa, saldato ogni debito, e cambiata in un attimo la sua situazione. Contro questo proposito insorgevano, è vero, i pensieri di tutta la sua vita: ma i tempi eran mutati; e, nell’abisso in cui Gertrude era caduta, e al paragone di ciò che poteva temere in certi momenti, la condizione di monaca festeggiata, ossequiata, ubbidita, le pareva uno zuccherino. Due sentimenti di ben diverso genere contribuivan pure a intervalli a scemare quella sua antica avversione: talvolta il rimorso del fallo, e una tenerezza fantastica di divozione; talvolta l’orgoglio amareggiato e irritato dalle maniere della carceriera, la quale (spesso, a dire il vero, provocata da lei) si vendicava, ora facendole paura di quel minacciato gastigo, ora svergognandola del fallo. Quando poi voleva mostrarsi benigna, prendeva un tono di protezione, più odioso ancora dell’insulto. In tali diverse occasioni, il desiderio che Gertrude sentiva d’uscir dall’unghie di colei, e di comparirle in uno stato al di sopra della sua collera e della sua pietà, questo desiderio abituale diveniva tanto vivo e pungente, da far parere amabile ogni cosa che potesse condurre ad appagarlo. In capo a quattro o cinque lunghi giorni di prigionia, una mattina, Gertrude stuccata ed invelenita all’eccesso, per un di que’ dispetti della sua guardiana, andò a cacciarsi in un angolo della camera, e lì, con la faccia nascosta tra le mani, stette qualche tempo a divorar la sua rabbia. Sentì allora un bisogno prepotente di vedere altri visi, di sentire altre parole, d’esser trattata diversamente. Pensò al padre, alla famiglia: il pensiero se ne arretrava spaventato. Ma le venne in mente che dipendeva da lei di trovare in loro degli amici; e provò una gioia improvvisa. Dietro questa, una confusione e un pentimento straordinario del suo fallo, e un ugual desiderio d’espiarlo. Non già che la sua volontà si fermasse in quel proponimento, ma giammai non c’era entrata con tanto ardore. S’alzò di lì, andò a un tavolino, riprese quella penna fatale, e scrisse al padre una lettera piena d’entusiasmo e d’abbattimento, d’afflizione e di speranza, implorando il perdono, e mostrandosi indeterminatamente pronta a tutto ciò che potesse piacere a chi doveva accordarlo.
L’urtar de la barcia còntra la sponda, l’à scorlà la Lucia, che dopo èsserse sugiada zó le làgrime de scondión l’à auzzà la testa come che la se desdromenzàs. El Renzo l’è sautà fòr el prim e ‘l giâ dat la man a l’Agnese e cando che ancia ela l’era desmontada el ge l’à data a só fiòla; tuti trei i à ringrazià avelìdi l’òm de la barcia. “Ma de che po’?” l’à respondù: “sén ca zó per dàrne na man un con l’àuter,” e l’à tirà ‘ndré la man, scasi con ribréz, come se i g’avés ofèrt de robar, cando che ‘l Renzo l’eva provà a lagiàrge na part de ca mitràlia che ‘l géva adòs, che l’éva tòt dré ca sera, con chéla de regialàrgei a don Abondio, cando che chesto senza volérlo i l’avés contentà. El cialès l’era ìo pronto; el ciaretér l’à saludà i trei che l’aspetava e i l’à fati montàr su, con na ós el giâ dat orden a la bèstia, na scuriàda e po’ via. L’òm che à scrìt sta storia, nó ‘l ne conta ‘ngot de come che l’èra nà chel viaz de nòt, nó ‘l fa ‘l nom del paes endo che fra Cristoforo l’eva mandà le doi feumne; anzi i lo dis pròpri sclèt de nó volérlo nominar. Pù che se va avanti con la storia, se ciapirà ancia ‘l perché de sta prudenza. El caso de la Lucia ‘nchel momént, l’era ‘ntortolà ‘nten complotar misteriós de ‘n personagio de na famìlia, che come che ‘mpar, la géva da èsser potènta, al tèmp che l’autor el scrivéva sta storia. Però per podér spiegiàrne ‘l comportamént en pòc’ stravagànte de sta persona, l’à cognèst contàrne ‘n pòce parole la vita che l’eva fat prima; e che razza de famìlia ‘l fus stà ‘l se la fegurerà cì che vòl lézer. Però chel che nó l’à volèst dìrne chel bòn òm de scritór, noi coi nòssi studi sen stadi bòni de ciapìrgen dénter vergot de pù da àutre bande. En studiós de storia del milanés che l’eva tratà pròpri de sta persona, l’è vera, nó ‘l nomina né éla né ‘l paes, però l’à scrìt che l’era na borgada antìcia e nòbile, che gé manciava sol el nòm de zità; po’ ‘l scrìu ancia pù inanzi che ‘nte sta borgada passa ‘l Lambro; e da n’àutra man che ìo g’è n’arziprèt. A tòr en considerazion tuti sti fati noi arivan a pensar che sta borgada l’era de sugùr Monza. Calchedun de pù lezù el poderà arivar a conclusion pù fine, ma nó credi pù segùre. Poderòssen ancia, e con opunión ben studiàde, dir el nom de sta famìlia; ma ancia se l’è nada fòra da ‘n bèl pèz, ne par che ‘l sia mèio lagiàrlo ‘nla péna, se nó àuter per nó fàrge tòrt ai morti e per lagiàr ai sapiènti calche fato che ‘l gé sia còmot per far i só studi. Donca, i nòssi viazadori i era arivadi a Monza, che ‘l sol l’era levà da pòc’: el veturìn l’è nà ‘nte n’ostarìa, e ìo, sicome l’era pratico del posto, e ‘l cognosséva ben el padron, el s’à fat dar na ciàmera per lori e i l’à compagnadi. Ensèma ai ringraziamenti, ‘l Renzo l’à provà ancia a dàrge vergot; ma chesto, come che eva fat chel da la barcia, el mirava a n’àuter pagiament, pù lontan, ma pù bondante: ancia el l’à tirà ‘ndré le man, e come se ‘l s-ciampas l’è nà a guernar la só bestia. Dopo na sera come che vén contà e na nòt che ognun pòl emmazinarse, passada ‘n compagnìa de chei pensieri, col sospèt rincorènt de ‘ncontrar calchedun de pòc’ de bòn, con n’ariéta pù che d’autón, e tra i tanti scorlóni de ca vetura descomoda, che nó i te lagiàva seràr òcel, nó gè pareva nancia vera a tuti trei de sentàrse zó su ‘nte na bancia che la steva ferma, ente na ciàmera tant che fus. I à fat colazion, come che permetéva la misèria de chei tempi, vardàndo de sparagnar ancia pòc’ en prevision de ‘n doman malsegùr e ‘l pòc’ apetìt. A tuti trei è nù ‘n ment la nòzza che, doi dì prima, i se spetava de far; tuti i à fat en gran sospìr. El Renzo l’avròs volèst fermàrse ìo, almen per tut chel dì, e véder le feumne sistemade e fàrge almen i primi servizi; ma ‘l padre ‘l geva racomandà a le dòne mandarlo sùbit per la só strada. Sichè le à portà sto orden e zènto àutre resón; che la zènt la zacoleròs massa, che pù che se spetava e pù doloros ‘l saròs sta separàrse, che el, magiari prést, el saròs nù a portàr o a sentìr bòne nòve; tant che a la fìn el s’è dezìso a partìr. I s’è metùdi d’acòrdi, come che i à podèst, su come tornar a véderse, pù prést che ‘l fus sta possìbol. La Lucia la géva le làgrime; el Renzo l’à tegnù a stento le sóe, e strenzèndoge fòrt la man de l’Agnese, l’à dit con la ós engropada: “né vedén,” e l’è partì. Le feumne le se saròs giatade enten bèl impìz se nó g’era chel bòn òm de veturìn, che ‘l geva l’ordine de portàrle al convent dei capuzìni, e de aiutarle en tuti i só bisògni. Dónca le s’è ‘nviade con chel’òm vèrs el convent; chesto l’era pòc’ lontan da Monza. Arivadi sul porton el veturìn l’à tirà ‘l ciampanèl e l’à fat clamàr el padre guardian; sto cì l’è nù sùbit e l’à tòt en man la lìtera, su la sòlia. “Oh! fra Cristoforo!” el dis, come che l’à cognossù la só scritura. El tono de la ós e ‘l mòto del mus i mossàva che ‘l proferìva ‘l nòm de ‘n grant amìzi. Ge vòl dir, estra, che ‘l bòn Cristoforo ente ca lìtera, l’eva racomandà le feumne con tanta premura, e riferèndo ‘l só caso con tant sentimént, perché ‘l guardian ogni tant el feva ati de maravéa e de rabia; ogni tant l’auzzàva i òcli da la lìtera per vardar che doi pòre done con n’espression de pietà e de interès. Can che l’à ruà de lézer, l’è restà ìo arcant temp a pensàrge su; po’ l’à dit: “nó g’è che la sióra: se la sióra la vòl tòrse sto òbligo…” Po’ l’à tirà l’Agnese da na banda, su la piaza dinanzi al convènt, e ‘l giâ fat arcante domande, e l’Agnese l’à giâ rispondù a tute; po’ tornà da la Lucia, l’à dit a tute doi: “care dòne, mi proverai; e speri de podérve trovar en refugio pù che segùr, pù che onorà, enfìn che ‘l Sioredio nó l’abia provedù a giatàrve na sistemazion mióra. Voléo nìr con mì?” Le feumne le à fat segn de sì con en gran respèt; el frate ‘l dis: “bòn; mì ve pòrti sùbit al convent de la sióra. Però ste ‘n pòc’ endré da mì, perche la zènt la se gòde a dir dré; e ‘l Sioredio ‘l sa cante bèle zàcole che la se faròs, a véder el padre guardian per la strada con na bèla putèla… me n’antèndi ‘nsèma a doi feumne.” Entant che ‘l diseva ste ròbe, ‘l s’è metù dinanzi. La Lucia l’è deventada rossa; el veturìn l’à grignà sot còc’, vardàndo l’Agnese che nó l’à podèst far a men de far compagn; cando che ‘l frate ‘l s’è ‘nvià i s’è ‘movèsti tuti trei stàndoge dés passi ‘ndré. Le dòne alor le giâ domandà al veturìn chel che nó le eva bù l’ardiment de domandàrge al padre guardian, cì che l’era sta sióra. El veturìn l’à respondù: “La sióra le na móngia; ma nó l’è na móngia come tute le àutre. Nó l’è che ‘l sia la badéssa, e nancia la priora; anzi a chel che i dis l’è una de le pù zóne: ma la è nòbile; la só zènt, ani e ani ‘ndrè l’era conti che era nù da la Spagna, sichè de chei che ne comanda; l’è per chesto che i la clama sióra, per dìr che l’è na gran sióra; tut el paes i la clama con chel nòm, perché tuti i dis che ‘nte chel convent nó i à mai vìst na persona compagna; e i sòi de adès, zó a Milan, l’è zènt che conta tant e de chela che giâ sèmper resón; e cacì a Monza po’, ancia de pù, perché só pare si ben che nó l’àbitia ìo l’è ‘l prìm del paes; sichè ancia ela la pòl far àut e bas entel convènt; ancia la zènt de fòra la gé porta gran riguardo; cando che la se tòl a pèto calche òbligo i lo porta ‘nfin a la fìn; se chel bòn òm de frate ìo, l’è bòn de méterve ‘nle só man, che la vé azètia, pòdi dìrve che seo segùre come su l’autàr.” Cando che l’è sta arènt a l’àrc’ en prinzìpi a la borgada, che alor el g’eva de flanc’ en turión vècel antico, mèz en roìna, e da ‘n tòc’ de ciastelàz, ancia chesto na murògna, che forsi na desìna dei lezidori se ricorda ancor de averlo vìst en pè, el frate guardian el s’è fermà, ‘l s’è voutà per véder se nideva i àutri; po’ l’è nà ént e ‘l s’è ‘nvià vèrs el convent; arivà che l’era, ‘l s’è fermà su la sòlia e l’à spetà ‘l rèst del sclapét. L’à ‘mpregià ‘l veturìn che ‘nten par de ore el tornàs per aver na risposta: chesto l’à ‘mprometù, e l’à lagià ìo le doi feumne, che i l’à ‘mplenù de ringraziamenti e de saluti da portàrge al padre Cristoforo. El guardian la fat nar ént mare e fiòla, entel prìm cortìu del convent, e pò enten le ciàmere de la fatóra; pò l’è nà da só pòsta a domandar la grazia. Dopo ‘n bel pèz, el s’è fat véder tut contènt, a dìrge che le ge nidés dré; e l’era ora perché fiòla e mare nó le era pù bone de destrigiàrse da ca fatóra che nó i la ruava pù de far domande. Entant che i traversava ‘l cortìu, el giâ fat ancor calche racomandazion a le done, su come comportàrse dinanzi a la sióra. L’à dit: “L’à và tòt en bòna voiàutre doi, e la pòl fàrve tant ben cant che la ‘n vòl. Vardà de èsser rispetose pù che podéo, rispondége con sinzerità a le domande che la vé farà, e cando che nó géo da parlar voi, lagiàme far a mì”. Le è nade dént ente na ciàmera a planterén, e da chesta se néva entel parlatòri: prima de nar ént, el guardian, fasèndo ségn a l’us, ‘l giâ dit a le feumne sota ós: “l’è cì,” come per tègnerge a ment tute che racomandazion. La Lucia, che nó l’eva mai vìst en convent, cando che l’è stada entel parlatòri, la s’è vardàda ‘ntorna per véder endo che fus la sióra per fàrge n’inchino e nó vedèndo enzun l’era ìo ‘nciantada; cando che, vìst el padre e l’Agnese nar vèrs en ciantón, la vardà da ca banda e l’à vist na finestrèla ‘n pòc’ stramba fata con doi enferiade de fèr spesse, lontane una da l’àutra na carta; e da l’àutra man na móngia su drita ‘n pè. A véderla, la podeva aver vintizìnc’ ani, su le prime ‘mpareva na bèla feumna, ma la só beléza l’era ‘n pòc’ sbatuda, ormai sflorìda e scasi scasi desordenada. En vél néger, tacià e stirà su la testa, el ge crodàva zó da le bande, arcant lontan dal mus; sota ‘l vél, na strìsa de lìn biancissima, la gé fassava, fìn a ‘n mèz, en vis divèrs, ma del stes colór biancìssim. N’àutra benda a plége la gé zircondava ‘l mus e la ruava sota ‘l barbizzòl ente ‘n sotgola, che ‘l neva zó sul stómec’ per scuertar la scoladura de na tònegia negra. Però chel vis el se ‘nfizzava de spés, come se ge nidés ogni tant sfrizzóni de mal, e alor le doi sorazìlie negre le se svizinava con en moviment velòze. Doi òcli, negri ancia chei, i fissava a bòte el mus de le persone, come a voler studiarle con superbia; a bòte i se sbassava ‘n prèssa come per scònderse; en zèrti momenti un che osservava con atenzion, el podeva pensar che chei òcli i domandas afèto, pietà; però a bòte l’averòs vìst che sóta sóta i scondeva en grant òdio encialemà, vergota de paurós e de crudél: cando che chei òcli i restava fissi e senza mossàr interès perengot, calchedun l’averòs vist na zèrta lèrna orgoliosa, calchedun d’àuter l’averòs podèst véder el dolor per en brut pensier tegnù scònt, na preocupazion che l’era usada a avér e che l’era pù forta de chel che la vedéva entorn. Le gòute smòrte come ‘l lat le èra ancor fres-ce e bèle, ma le era ‘n pòc’ passade come per en tiramént. I làuri, ancia se i era apena apena ‘ncoloridi de ‘n color rosa sblào, i spiciava sul mus brólt: i mòti dei làuri i era come chei dei òcli, asvèlti, pléni de sentimént e de mistèro. La grandezza ben fata de la persona la scomparìva enten portamént trascurà, o la nidéva fòr sfigurada en zèrti mòti velòzi, fòr dal normale per na dòna e men che men per na móngia. Entel vestìr stes g’era cì e ìo vergòt de studià o de trascurà che i la feva na móngia pù unica che rara: la vesta l’era strénta en vita come che l’era la moda del tèmp e da la benda ge nidéva fòr, sora na tèmpla, en zufét de ciavéi negri; che l’era na roba che la dimostrava o che la s’era desmentegiada o che la disprezzava la regola che la comandava de tègnerli sèmper curti, da cando che i era stati taiadi ente la zerimònia solène de la consacrazion. Ma tute ste robe nó le ge feva engot a le doi feumne che nó le era usade a distinguer na suora da n’àutra: el padre guardian che nó l’era la prima bòta che ‘l vedeva la siora, l’era zà usà come tanti àutri, a chel tant de strambarìa che se vedeva enla só persona, come ‘nte le só maniere. Ente chel moment, come che en zà dit, la móngia la era drita ‘n pè dré la grada, con na man pozada debolment su chesta e i dedi blancissimi entortoladi ‘ntel rosàri; e la vardava fìs la Lucia, che la nidéva inanzi con en pòc’ de respèt. “Reverènda madre, e siora lustrìssima,” dis el guardian, a testa bassa, e con la man sul stómec’: “chesta l’è ca pòra putèla che speri podégieo dàrge la vòssa protezion; e chesta l’è so mama.” La Lucia e só mare le feva grant’inchini; la siora la giâ fat apéna ‘n segn con la man, che bastava ‘nzì, e l’à dis, voutàndose vèrs el padre: “l’è na fortuna per mì podér fàrge ‘n piazér ai nòssi bòni amìzi padri capucini. Ma, ‘l me spiegia en pòc’ pù ben el caso de sta putèla, per véder mèio chel che se pòl far per ela.” La Lucia l’è deventada rossa e l’à sbassà la testa. “La deve savér, reverènda madre…” scomenziava via l’Agnese; ma ‘l guardian el giâ troncà, con n’oclada, le paròle ‘n bócia e l’à rispondù: “sta putèla, siora lustrissima, la me vèn racomandada, come che giâi zà dit, da ‘n me confratèl. Sta poréta l’à cognèst partìr de scondión dal só paes, per sotrarse a gran perìcoi; e l’à giaveròs bisògn per calche tèmp, de ‘n pòsto ‘ndo che la pòdia vìver senza èsser cognossùda e ‘ndo che ‘nzun el pòdia pretènder de nir a disturbarla, ancia se…” “Che perìcoi, po'? l’à dis la siora. “Per piazér, padre guardian, nó ‘l me dìgia la ròba enten modo ‘nzì misterios. El sa ben che noiàutre mónge, ne plas sentìr le storie enfin ente le picolézze.” El guardian el dis: “L’è perìcoi che ‘nle récle nozènte de la reverenda madre i deve èsser apena apena nominadi…” “Oh, segùr,” la dis en prèssa la siora, deventando tuta rossa. Èrel innocenza? Cì che aves oservà na smòrfia de dispèt che la compagnava chel rossór, l’averòs podèst dubitar; tanto pù se i l’avès paragonà a chel che ogni tant se spandeva sul mus de la Lucia. “Basterà dir,” dis el guardian, “che ‘n cavaliér spòdec’… mìgia tuti i siori de sto mondo i se serve de la grazia del Sioredio, a gloria sóa, a vantàzi dei àutri, come vossiorìa lustrissima: en cavaliér spòdec’, dopo aver tormentà per calche tèmp sta creatura con complimenti vergognosi, e visto che i era inutili, l’abù ‘l coràzo de perseghitarla sguaiatament con la forza, tant che sta pòra fiòla l’è stada ridota a s-ciampar da só ciasa.” “Nidé cì dausìn, ca putèla,” dis la siora a la Lucia, fasèndoge segn col dé. “Mì sai che ‘l padre guardian l’è la verità ‘n persona; ma ‘nzun pòl saver pù ben de voi, de sto afare. Tocia a voi dìrne se sto cavaliér l’era ‘n persecutor odios.” Sul fato de nàrge dausì, la Lucia l’à obedì sùbit; ma cant a risponder l’era n’àutra fazènda. Na domanda su che robe ìo, ancia se i ge l’aves fata na persona come ela, i l’averòs metuda enten respèt de chei: proferida da ca siora, e èstra con na zèrta aria maliziosa, l’à giâ tòt el coràzo de risponder. “Siora… madre… reverenda…” l’è stada bòna de bezgolar, e po' la deva segn de nó aver pù àuter da dir. E cì l’Agnese, come chela che, dopo de la Lucia, l’era la pù ‘nformada, l’à credèst de podér dàrge n’aiùt. “Lustrissima siora,” la dis, “mì pòdi testimoniar che sta me fiòla la odiava chel cavaliér, come ‘l diàul e l’aca santa: vòi dir che ‘l diàul l’era el; ma la mé perdonerà se parli mal, perché noiàutri sen zènt a la bòna. El fato sta che sta pòra putèla l’era ‘mprometùda sposa a ‘n putèl dei nòssi, un che giâ ‘l timor de Dio, e l’è ben envià; e se ‘l sior curat el fus sta ‘n pòc’ pù n’òm de chei che me n’antendi mì… sai ben che parli de ‘n prèt, ma ‘l padre Cristoforo, amìzi de sto padre guardian cì, l’è ancia el en religios al so par, però l’è n’òm plen de ciarità, e, se ‘l fus cì, el poròs testimoniar…” “Seo ben pronta a parlar senza èsser enterogada,” l’à troncà la siora, con en far supèrbo e ‘mpermalos, che scasi i l’à fata ‘mparér bruta. “Tasé voi: el sai ben che i parenti i giâ sèmper na risposta da dar a nòm dei só fiòi!” L’Agnese avelìda l’à giâ dat n’oclada a la Lucia come per dìrge: védes ben chel che mé tócia far, perché tì ses ‘nzì ‘mpazzada. Ancia ‘l guardian el ge feva segn a la putèla, con oclade e scorlando la testa, che chel l’era ‘l moment de petàrse, e de nó lagiar entel strumi la pòra mare. “Reverènda siora,” la dis la Lucia, “chel che v’à dit me mama l’è la pura verità. El putèl che me parlava,” e cì l’è deventada rossa come na brasa, “’l togévi mì de me volontà. La me scusia se parli da sfazzada, ma l’è per nó lagiar che la pensia mal de me mama. E cant a chel sior (che ‘l Sioredio i lo perdonia!) putòst che nàr sota le só sgrinfe voròssi morìr. E se ela la fés la ciarità de méterne al segùr, visto che sen costrete a far sta part de domandar en posto endo che star e a disturbar zènt dabèna; ma sia fat la volontà del Sioredio; ve segùri siora, che ‘nzun podrà pregiar per ela pù de còr che noi pòre dòne.” “A voi vé credi,” la dis la siora con na ós pù ‘ndolzìda. “Però g’averòssi piazer de sentìrve da vòssa posta. Nó l’è che g’abia bisògn de àutre spiegiazion, e nancia de àutri motivi, per contentar el padre guardian,” la giâ tacià sùbit, vardàndol, da benarlevada. “Anzi,” la dis, “g’ài zà pensà; e ve digi chel che me par de far de mèio per entant. La fatóra del convènt l’à maridà, pòci dì fa, l’ultima fiòla. Ste dòne le podrà nar enla ciamera che l’à lagià libera chesta, e far ele chei pòci mistéri che la feva. A dir la verità…” e l’à giâ fat ciapìr al padre guardian che ‘l se svizinas a la grada, e l’à dit sotaós: “a dir la verità, sicome l’è ani de magra, nó se pensava de far cambi con ca putèla; ma parlerai mì con la madre badessa, dón la mé parola… e per fàrge piazèr al padre guardian… Ensoma dón l’afare per fat.” El guardian el scomenziava a ringraziar, ma la siora ì l’à fat desméter: “nó ocór far tante zerimònie: ancia mì, enten caso, enten bisògn, tegneròssi da cont l’aiùt dei padri capucini. Ala fìn,” la dis ancor, con en mèz risolìn e ‘n pòc’ fasendo sul serio, “a la fìn nó sente fradèi e sorèle noiàutri?” Dit enzì, l’à clamà na convèrsa, (doi de chéste, caso unico, le era al só servìsi privato) e la giâ ordenà de avertìr de chesto la badessa, e che la se metés d’acòrdi con la fatóra e con l’Agnese. Mandà via la conversa e ancia ‘l guardian l’è restada ìo con la Lucia. El guardian l’à compagnà l’Agnese a la porta, dàndoge àutre istruzion, e po' l’è na a scrìver na litera per avisar el so amìzi Cristoforo. — Gran testa fina, l’è sta siora! — el pensava ‘ntrà de el, per la strada: — unica dal bòn! Ma cì che è bòn de tòrla per el só vèrs, el ge fa far chel che ‘l vòl. El me amico Cristoforo nó ‘l se l’anvederà de segùr che g’àbia trovà na soluzion sùbit e ben. Chel bon òm! Nó g’è remèdi: ge vòl che ‘l se tògia sèmper su calche òbligo; però i lo fa per el ben. Meio ‘nzì per el sta bòta, che l’à trovà n’amìzi, che senza far tant strèpit, senza mòver cissà cì o che, senza tante fazènde, l’à portà l’afare a la fìn, enten bàter d’òcel. El sarà contènt chel bòn Cristoforo, e ‘l se nascorzerà che ancia noi cì sen boni a vergot. — La siora, che, ‘n presenza de ‘n pòer capuzìn, l’eva vardà ben de mesurar i ati e le parole, restada ìo da so posta con na putelòta contadina e prinzipiante, nó la steva pù ìo a tègnerse pù de tant; e i só discorsi i è deventadi en pòc’ al bòt enzì strambi, che, ‘nveze de dìrvei, sen de l’opunion che l’è mèio contàrve en pòce parole la storia che nideva prima de ca pòra disgraziada; chel tant che l’è assà per entènder tut chel che en vist de bislàc’ e misterios entel só far, e per ciapìr el perché del só modo de far per chel che è suzèst dopo. Chesta l’era l’ultima fiòla del prinzipe ***, grant nòbile milanes, che ‘l podeva èsser en la lista dei pù siori de la zità. Ma volèndo tègner ben àut el grant nòm che geva la só zenìa, ge pareva che le sostanze che ‘l geva l’e fus apena apena assà, anzì s-ciarse dal tut, a mantègner sto nòm; tut el só cruzzi l’era de mantegnerlo, almen enzì come che l’era, e per sèmper, per chel che dipendeva da el. La storia nó la ne dis canti fiòi che l’aves abù, ma la fa ‘ntender che tuti i fiòi nudi dopo ‘l prim, sia maszi che fèmine i l’à destinadi al convènt, tut per lagiar entrégia la sostanza al prim che l’era destinà a portar avanti la famìlia, cioè a far fiòi, per tormentàrse e tormentàrli ente la stessa maniera. La nòssa pòra disgraziada l’era ‘ncor sconduda ‘n la panza de so mare, che la só sòrt l’era zà stabilìda senza’àuter. Restava sol da dezìder se ‘l saròs sta ‘n frate o na móngia; e l’era na dezision che nó la geva de bisògn che la fus d’acòrdi, ma sol che la nides al mondo. Cando che l’è nata, el prinzipe so pare, l’à volèst dàrge ‘n nòm che ‘l fes nìr en ment sùbit l’idea del convent, e che ‘l fus el nòm portà da na santa de na familia de nobili, e i l’à clamada Gertrude. Bàmbole vestìde da suora l’è sta i primi zògi che i giâ dat en man; po' dopo santini de monge; e tuti chei regiài i era sèmper compagnadi da grant racomandazion de tègnerli da cont, come fus ròba unica e ciara e po' i domandava: “sì mò che bel?” Cando che ‘l prinzipe o la prinzipessa o ‘l prinzipìn che l’era l’unico maszo che nideva arlevà ‘n ciasa, i voleva lodar le bèle fatéze de la pòpina, nó i giatava àuter de mèio per dir ben la só idea che le parole: “che madre badessa!” Enzuni però i giâ mai dit dirèto: tì déves farte mongia. L’era n’idea che sota sota g’era sèmper, ente ogni discórs che ‘nteressàs el só destìn. Se calche bòt la Gertrudina la geva calche ciaprìz o che la feva vergot de dezìso, caso che ‘l suzedeva de spes per via del só caràtere, “tì sés na putelòta,” i ge diseva: “sti modi nó i fa per tì: cando che saràstus madre badessa, alor comanderàstus a bacéta, e faràstus àut e bas come che vòs.” Calche bòt el prinzipe, che ‘l ge brontolava per zèrti ati massa lìberi e senza respèt che ge suzedeva fazilment, el ge diseva: “ehi! ehi! chesto nó pòl farlo una come tì: se vòs che ‘n dì i te pòrtia el riguardo che te pervèn, empara sùbit a frenarte: ricòrdete che tì déves èsser ente ogni ròba la prima del convent; perché la siorarìa se la porta dapertut endo che se va.” Tute le parole de sto zènere l’è stampava ‘ntel zervèl de ca pòpa l’idea che ela la geva da èsser zà suora; e chele che nideva da la bocia de só pare le feva pù efèto de tute le àutre messe ‘nsèma. La condóta del prinzipe de sòlit l’era chela de ‘n padron severo; ma cando che se tratava de la strada che geva da zapàr só fiòi, dal só mus e da ogni parola se ciapìva che tut geva da èsser come che ‘l diséva el, sol el geva ‘l comando, perché su ca ròba ìo nó gera ‘ngot da discuter l’era nezessari far enzì. Compìdi sei ani, la Gertrude l’è stada metùda, per educazion ma ancor de pù per stradàrla a la vocazion che i geva destinà, entel convent endo che l’en vista: la sièlta del posto nó l’era stada fata a caso. El veturìn de le doi dòne l’eva dit che só pare de la siora l’era ‘l pù sior a Monza: e, metèndo ‘nsèma chesta e àutri segnài che ‘l scritòr, che nó en mai nominà, ‘l se lagia s-ciampar cì e ìo, noi poròssen ancia dir che l’era ‘l feodatàri de chel paes. Comunque sia chel che s’ vòl, el g’eva ‘n grandissim crèdit; e l’à pensà che ìo, mèio che autró, só fiòla la saròs stada tratada con che maniere zivilizade e con che fineze che le podéva far en modo che la se zernìs pròpri chel convent ìo e per star ìo per sèmper. E l’abù reson: la badessa e arcante àutre mónege afarìste, che le geva, come se dis, la glava ‘n man, le è stade contentóne ‘ntel véderse ofèrt la segurtà de na protezion che podeva nir bòna per ogni ocorènza, e tanto potente ente ogni moment; le à azetà la proposta, con tanto de moìne de ringraziament, senza esazeràr, ma putòst forte; e le è stade sùbit d’acordi con l’intenzion che eva fat ciapìr el prinzipe per la chestion che só fiòla la restas ìo per sèmper: intenzion che la neva benòn, auterchè, ancia per lore. La Gertrude, apena nada ‘ntel convent, i l’à clamada sùbit la signorina; posto separà aposta per ela su la tàula, e compagn ancia ‘ntel dormitòri; la só condóta sèmper presentada come esèmpi per tute le àutre; lovarìe e careze senza fìn, conzade con ca confidanza en pòc’ riguardosa che ge plas tant ai pòpi, cando che i la vét ‘nte chei che ai àutri pòpi, de sòlit, i dà sudizion. Nó l’è che tute le suore le fus d’acordi a tirar ca pòra pòpa ‘ntel laz; ge n’era tante de bòne monge e fòr da ogni intrìc’, e a cheste ‘l pensier de sacrificar na fiòla sol per interès l’averòs fat ribréz; però, tute intente dré a le só mansion, en pòce nó le se nascorzéva ben de tut che impocrisìe, zèrte nó le ciapìva nancia chel che podeva èsserge de ‘nzì ciatìo, zèrte le se refudava de pensàrge su, zèrte le steva zite, per nó far scàndoi perengot. Calcheduna ricordàndose de èsser stada portada anc’éla con ati compagni, a chel che dopo, col tèmp, la s’era pentida, e la geva compassion de ca pòra nozentìna, e la se consolava col fàrge moìne: ma chesta l’era ben lontana dal sospetar che ge fus sota vergot; e la fazènda la neva inanzi. E la saròss ancia nada avanti ‘nzì ‘nfìn a la fìn, se la Gertrude ‘l fus sta l’unica putèla ente chel convent. Però, ‘ntra le só compagne de educazion, ge n’era zèrte che le seva de èsser destinade a maridàrse. La Gertrudina, usada a aver l’idea de èsser sóra a tute, la parlava benissim del só destìn de badessa, de prinzipessa del convent, la voleva a tuti i costi èsser ‘nvidiada da le àutre; e la se feva maravéa e la se ‘nzispava se zèrte de che putelòte nó le mossava ‘nterès per el só destìn. A l’idea grandiosa de esser la prima ente chel convent, idea però confinada enter da chei muri, le àutre le ge oponéva vision varie e splendiènte, de nozze, de disnari, de bei discorsi, de gran feste, come che i diseva alor, de vizilature, de àbiti, de ciaròze. Ste idee entel zervèl de la Gertrude le giâ ciausà en moviment, en brigolament che faròs na gran zésta de fiori apena tòti su, e metùdi davanti a n’alvear. I parenti e le maestre i geva fat crésser ente ela la superbia, per fàrge plàser el convent; cando che però ca superbia l’è stada disturbada da idee autretant bèle, la s’è petada su chele e ancia con passion ancor pù fòrta e pù sclèta. Per nó èsser da men de le só compagne e ‘ntel stes moment per star al par col sentiment che l’era pù portada, la rispondeva che, ‘nfìn dei conti enzun podeva méterge ‘l vél su la testa senza che ela i lo volés, e che ancia ela la podeva maridàrse, abitar enten palàz, gòderse ‘l vìver del mondo, e mèio de tute lore; e chesto i lo podeva, purchè i l’avés volèst, che i lo voròs, che i lo voleva; e infati i lo voleva eccome. L’idea che prima de farse mongia fus nezessari ‘l só consènt, idea che, enfìn a chel moment l’era restada ìo senza avérla mai pensada, encuzzolada enten ciantón del so zervèl, l’è cressùda e la s’è palesada pròpi bèn e dal tut. Sto pensier i lo clamava ente ogni moment come aiut, per gòderse chièta i pensieri de la bela vita che geva da nìr. Dré a sta idea però, ge ‘n nideva ‘n ment sèmper n’àutra; che chel consènt se tratava de negiàrgel al prìnzipe só pare, consènt che l’era segùr de aver o almen el mossava de avérlo zà; e a sto pensier, l’umor de la fiòla l’era ben lontan da la segurezza che la mossava con le só parole. Alor la feva ‘l confront con le so compagne, che ‘nveze le era pù che segure, e la geva de cheste na grant invìdia che, ‘n prinzìpi, l’eva credèst de fàrge ela a lore. Sicome la geva invidia de lore, i le odiava: a bòte sto odio i lo mossava con dispèti, vilanade, parole che sponzeva; a bòte sicome i talènti e le speranze i era compagni per tute, l’òdio l’era de men, e alor ‘mpareva che ge fus pù confidenza ma che però la passava prést. A bòte, volendo ancia gòderse vergot de véro e presente, la se contentava de le preferènze che ge nideva permesse, e la feva sentìr a le àutre che ela la era sora; a bòte, nó podèndo pù tolerar de èsser da só pòsta con le só paure e i só desidèri, la neva a récle basse a zerciar le àutre e la feva ‘n modo de èsser benvoluda, de aver calche consilio e de calche parola che ge fes corazo. Entant entramèz a tute ste begòte, con ela e con le àutre, l’era deventada na signorina, e la se ‘nviava vèrs ca età putòst critica, n’ètà che cando che la se presenta, ‘mpar che te vègnia adòs na potènza misteriosa, che la te stiza, che la te guernìs, che la te rinforza tuti i tó talenti, tute le idee, e calche bòta i te le cambia, e le te fa nar vèrs vergot che nó éves mai emmazinà. Chel che pù de tut la Gertrude la seva ‘mmazinà fin cì de tuti chei desidèri del tèmp a nir, l’era ‘l splendor dal de fòr e ‘l lusso: vergota de tènder, de afezion, e che prima la sentìva e la vedeva apena apena, come fus na nebia, ma pò l’à scomenzià a èsser el prim pensier enle só fantasie. La seva fat ente ‘l ciantòn pù scònt de la só ment, come ‘n belìssim rifugio: e cì la se ‘ntanava s-ciampàndoge ai pensieri presenti, cacì la se inludeva de azetar zèrti personazi strambament metùdi ‘nsema con memorie confuse da pòpa, con chel pòc’ che l’eva podèst véder del mondo fòr dal convent, de chel che l’eva ‘mparà a sentìr i discorsi de le só compagne; e la se fermava con sti personazi, la parlava con lori, e la se rispondeva come fus lori a responder; po' la deva órdeni, e la zapava regiài de ogni sòrt. Ogni caltràt, ge nideva ‘n ment pensieri reliziosi, e i ge disturbava tute che feste slusènte e fadigose. Ma la relizion come che i ge l’eva ‘nsegnada a ca pòra putèla, e come che i l’eva ciapìda ela, nó la negiava l’orgòi, anzi i lo santificava e i lo proponeva come ‘n modo per aver na felizità su sta tera. Ma alor nó l’era pù relizion l’era n’idea come le àutre. Entei momenti che sta idea la togeva ‘l prìm posto, e la sgrandezava ‘nla fantasia de la Gertrude, la pòra disgraziada, sotomessa a tanti teróri, e convinta da na confusion de doveri, la se ‘mmazinava che ‘l só refudar el convent, e ‘l resìster al voler de la so familia, entel selier la so vita ‘l fus na colpa; e la ‘mprometeva ‘ntel so còr de scontarla, seràndose denter entel convent. L’era leze che na putèla nó la podés èsser azetada suora, prima che i l’aves esaminada ‘n prèt, che le monge le clamava el vicari, o da calchedun àuter destinà a far chesto, en modo che fus segùr che la neva de só libera sèlta: e sto esame nó ‘l podeva èsser fat se nó era passà almen n’an da cando che la putèla l’eva fat savér al vicari ‘l só desidèri, con na domanda scrìta. Che monge, che s’eva tòt su l’obligo de far en modo che la Gertrude la se obligias per sèmper, e fasèndoge savér de men che l’era possìbol de chel che la neva a far, le à zapà un de chei momenti che en dit per fàrge scriver e firmar na tal domanda. E col scopo de convìnzerla pù fazilment a far chesto, nó le à podèst far a men de dìrge e ripèterge che a la fìn l’era sol na sèmplize regola, che (e chesto l’era véra) nó la podeva aver valor, se nón da àutri ati seguenti, che saròs dipendùdi da la só volontà. Con tut chesto, la lìtera nó la era forsi ‘ncor arivada a destinazion, che la Gertrude le s'era zà pentìda de avera firmada. Po' la se pentìva de èsserse pentìda, e ‘nzì passava dì e mesi enten seghitar de sentimenti contrari. Per tant tèmp l’à tegnù scònt a le só compagne che la s’era pentìda, en pòc’ per la paura che sta sèlta i l’à giudicas na contradizion e ‘n pòc’ perchè la geva respèt a far véder che l’eva combinà ‘n spropòsit. A la fin à venzù ‘l desidèri de sfogiàrse, e de zerciar consilio e corazo. Gera n’àutra leze, e la comandava che na putèla nó la era azetada a chel’esame per la vocazion, se nó l’eva passà almen en mes fòr dal convent endo che l’era stada educada. Da cando che l’eva mandà la domanda era zà passà un an e la Gertrude l’è stada avertìda che da ìo a pòci dì i l’avròs tirada for dal convent e portada a só ciasa da só pare, per restar ìo per chel mes, e a far tute le ròbe nezesarie per ruar su l’opera che l’eva de fato scomenzià. El prinzipe e ‘l rèst de la famìlia i era convìnti che tut chesto l’era segur, come se ‘l fus ròba zà fata; ma la putèla la geva tut àuter per la testa: enveze de far i àutri passi, la pensava a come far per tirar endré ‘l prim. Ente ste misèrie, l’à dezìso de confidàrse con una de le só compagne, la pù sinzéra, e pronta a dar consili segùri. Sta cì, sicome nó ‘l se la sentìva de dìrge sul mus a só pare en bel: nó vòi, la consilià a la Gertrude de fàrge savér con na lìtera la só nòva sèlta. Ma a sto mondo, i consìli a gratis i è na rarità, la compagna che eva dat el consili, la giâ fat pagiar chesto a la Gertrude, con tanti coionamenti sul só èsser pròpri curta. La lìtera i l’eva combinada ‘nsèma càter o zìnc’ amiche, scrìta de scondión, e fata consegnar per via de ingiagni ben studiadi. La Gertrude la spetava na risposta che però nó l’è mai nuda. Se non che, arcanti dì dopo, la badessa, i l’à fata nìr enla só zèla e con far misteriós de ribréz e de compassion, la giâ fat entènder che ‘l prinzipe l’era enrabià come na bestia per en fal che la geva d’aver combinà, lagiàndoge però ciapìr che, se la se fus comportada ben la podeva sperar che se saròs desmentegià de tut. La putelòta la magnà la fòia e nó la fidà a domandar de pù. A la fìn è nù chel dì tant aspetà e sospirà. Ancia se la Gertrude la seva de nar vèrs na batàlia, ancia ‘l nar fòra dal convent, el lagiar ìo chei muri che dré de chei l’era stada òt ani serada via, el córer en ciaròzza fòr per la ciampagna, el véder de nòu la zità, la ciasa, l’era sta sensi pleni de grant felizità. Cant a la batàlia, la poréta, co la direzione che geva dat che càter o zìnc’ amiche, l’eva zà pensà a come comportarse, e fat come che se dis el só progèto. — O che i vorà sforzàrme, — la pensava, — e mì sarài testàrda; sarài ùmile, rispetosa, ma nó zederai: basta nó dir n’àuter sì; e mì nó ‘l dirài. O magiari i me torà con le bòne; e mì sarai pù bona de lori; planzerai, pregerai, me farai compatìr: a la fin nó pretèndi àuter de nó èsser sacrificada. — Ma, come che suzét de spes cando che se fa prevision del zènere, nó è suzèst né na ròba né l’àutra. Passava i dì senza che só pare e nancia i àutri i ge parlas de ca lìtera, e nancia de la só redìta, senza che ge nidès fata na proposta, né co le moìne né con le ciatìve. I parènti i era sèri, tristi, selvadegi con ela, ma senza mai dir el perché. Se vedeva sol che i la vardava de travèrs come una che giâ colpa, come na vergognosa: empareva che ge pesas sora na condàna misteriosa che i la separàva dal rèst de la só famìlia, ma che però, cando che ge voleva fàrge sentìr la sudizión, alora la tornava a far part de la famìlia. Pòce bòte, e sol a zèrte ore prezìse, la podeva èsser presente ‘n compagnia dei sòi e de só fradèl pù vècel. Tra de lori tréi empareva che regnas na gran confidènza, ma chesto nó ‘l feva àuter che rènder ancor pù vìu e pù doloros l’arbandon che pativa la Gertrude. Enzun che ge proferìs la paròla; e cando che ela la se riszava, tuta tìmida, a dir vergot, che nó ‘l fus na ròba nezessaria, o nó i la scoutava, o la se zapava na oclada distrata, o superba, o sevéra. Nó podèndo pù soportar na condizion enzì trista, la provava a insìster e a fàrse dént; se la sconzurava en pòc’ de amor, la se sentiva sùbit tociada, enten modo nebios ma sclèt, su ca chestion de la sèlta se farse mongia; sota sota i ge feva ancia ciapìr che ‘n modo per tornar a èsser benvolùda da la só famìlia el gera. Alor la Gertrude che nó l’averòs volèst ca condizion, la era costreta a tiràrse ‘ndré e scasi a refudar chei pòci segni de benvolér che l’eva desiderà ‘nzì tant, e de riméterse al so posto de scomunicada; e per de pù la restava ìo al so posto dando da véder de èsser da la banda del tòrt. I sentimenti de tuta ca situazion presènte, le era ‘l contrari doloros de tute le alégre fantasìe che la Gertrude la geva zà da tèmp, e che la geva ancora ades entel secrèt de la só testa. L’eva sperà che a ciasa de so pare, belissima e plena ‘n zènt, l’avròs podèst gòderse almen calche esèmpi fetìo de tute che ròbe ‘mmazinade; però la s’è ‘ngianada dal tut. La era serada via strénta e dal tut come ‘ntel convent; de nar a spas nó se ‘n parlava nancia; e ‘n ponteselòt che da só ciasa ‘l tréva drìt ente na glesia taciada, ‘l ge negiava l’unica ocasion nezessaria che ge saròs sta per nar fòr de ciasa. La compagnia la era pù trìsta, pù s-ciarsa, e sèmper chela che ‘ntel convent. Ogni bòt che i avisava che nideva zènt, la Gertrude la cognéva nar su a l’ultim piano, e restar ìo serada via con arcante dòne vècle che gera ìo a servìr: e ìo la disnava cando che gera ‘nvidadi a magnar. Tuti i servi i se comportava come che feva i padroni, con le stesse maniere e ancia ‘ntel parlar: e la Gertrude che per só caràtere l’avròs volèst tratarli con na confidanza da siori, e che, ‘ntela condizion che l’era, l’avròs abù ‘l dirìto che i ge fés calche compliment almen come ‘l fus una de lori, e a bòte la se sbassava ancia a supliciàrlo, dopo però la restava umiliada e sèmper pù dolorata de véderse tratada come una che nó conta ‘ngot, a parte ‘n pocetìn de rispèt chel tant che convenìva. Però la s’è acòrta che g’era ‘n giarzón, che nó l’era come tuti i àutri, che ‘l ge portava rispèt, e che per ela ‘l geva na compasion en pòc’ particolare. El comportament de chel putèl l’era chel che la Gertrude l’eva vist che ge ‘nsomiava de pù a tute le só fantasìe che la s’era ‘mmazinada, el comportament dei só personazi che la s’eva metù ‘n ment. En pòc’ al bòt è nù fòra vergot de nòu entei modi de far de la zovenòta: l’era pù chièta e tuta ca azitazion l’era divèrsa dal sòlit, en far che giâ cì che à trovà vergot che ge prèm, che la voròs véder ogni moment e però nó la vòl lagiàrlo véder ai àutri. I ge tegnìva i òcli adòs, i ge tendeva ancor de pù: che èl che nó èl, na doman, i la giatàda una de che cameriere entant che la plegiava na ciàrta de scondión, che l’era mèio se nó la ge scriveva su ‘ngot. Dopo ‘n pòc’ de tiramòla, la ciàrta l’è restada ‘nle man de la cameriera, e chesta i ge la portada sùbit al prìnzipe. El terór de la Gertrude, a sentìr i passi de só pare, nó se pòl dirlo né ‘mmazinàrsel: l’era chel pare severo, l’era rabiós, e ela la se sentiva gòba. Ma cando che i l’à vist nìr, con ca grinta, con ca ciarta ‘n man, l’avròs volèst èsser zènto metri sota tera, o ancia ‘nten convent. Le parole nó le è stade tante, ma tremende: el castìgo comandà per entant l’è sta chel de restar serada via ‘n ca ciamera, con ca feumna che i l’eva zapada con ca ciarta a far da guardia; ma chesto l’era sol per scomenziar, na punizion per chel moment; ma era dré a nìr, g’era ‘n l’aria, n’àuter brut castìgo, vergot che nó se seva, e per chesto ancor pù spaventos. El giarzón i l’à parà via sùbit, come che l’era da ‘nvédersela; e i l’à avisà che ge saròs ciapità ancia a el vergot de tremendo, se, en calunque modo, l’avés bù l’ardiment de dir ancia pòc’ de chel che era suzèst. Entel entimàrge chesto, el prìnzipe ‘l giâ postà doi sberlóni séci, che ‘nzì chel piazzarolàz el se saròs ricordà per sèmper e ge saròs passà la vòia de vantàrse. Na scusa calunque, per spiegiar la ciàusa del bonservì a ‘n giarzon nó l’era difìzil da trovarla; cant a só fiòla, i à dit che la steva pòc’ ben. Ela donca, l’è restada ìo col baticòr, plena de vergògna, col rimòrs, col terór del só destìn, e con ca feumna che la odiava a fàrge compagnìa, come testimòni del só pecià, e la ciàusa de la só disgrazia. Chestà, s-ciàmbi la odiava la Gertrude, perché la cognéva ridurse a fàrge la guardia, senza savér per cant tèmp, e per èsser deventada per sèmper custòde de ‘n secrèt pericolos. En pòc’ al bòt el prim tumulto confùs de chei sentimenti el s’èra calmà; ma dopo i pensieri, tornàndoge un al bòt en ment, i se sgrandìva e i ge restava ‘ntel zervèl a tormentarla e ancia con còmot. Che podével mai èsser po' ca punizion che i geva ‘mprometù? Ge ‘n nideva ‘n ment tante e de tute le sòrt en la fantasìa sfèrsa e novelìna de la Gertrude. Chel che ge ‘mpareva èsser el pù possìbol l’era che la saròs stada portada ‘ntel convent de Monza, però non pù come signorina, ma come una che l’eva fat en brut pecià mortal, e de restar dént ìo serada via, cissà ‘nfìn a cando! e cissà con che maltratamenti! Ma chel che ge brusava de pù en tuti chei dolori, forse l’era ‘l fastìdi de èsser na svergognada. Tute le parole e le virgole su ca ciarta danada, le ge passava e ripassava ‘nla só memoria: el se le ‘mmazinava lezùde e pesade da ‘n lezidor che nó ‘l se le saròs aspetade, da na persona divèrsa da chela che le era destinade; la se ‘mmazinava che le aves podèst nàrge ‘n man ancia a só mare o a só fradèl, o de cissà cì àutri: tut el rèst, a paragon de chesto ge ‘mpareva tut engot. Ge nideva ‘n ment de spes chel pòr òm che l’era stà la ciàusa de tut chel scandal e ancia chesto l’era ‘n pensier per la pòra presonéra: e l’è da pensar come che ‘l ge compariva chel spìrit, tra tuti i àutri sèri, frédi, che te sfidava. Ma apunto perché nó la podeva separar sto pensier dai àutri, e nancia tornar en dré a chei complimenti spressolènti, senza che ge nidés en ment i dolori presenti che i era pròpri la ciàusa de chei dolori, l’à scomenzià en pòc’ al bòt a pensàrge de men, a refudar de ricordar, a nó avérnen pù de bisògn. E nó la se fermava pù e volintera a far che fantasìe alegre de na bòta: che fantasìe le era pròpri ‘l contrari de la só vita presènte, e a chel che la podeva spetàrse per el tèmp a nir. L’unico ciastèl endo che la Gertrude la podeva emmazinar en posto chièt e dégn, che nó ‘l fus per aria, l’era ‘l convent, cando che l’avés dezìso de nar per sèmper. Na soluzion enzì (e nó la podeva dubitàrnen) l’averòs comodà ogni ròba, pagià ogni dèbit, e cambià ente n’àtimo la só situazion. Ma l’è vera, còntra sto pensier, ge nideva en ment chei sògni de tuta la só vita: ma i tempi i era ormai cambiadi; e, l’abìs endo che la Gertrude l’era crodada, la condizion de suora che tuti i ge feva festa e i ge ubidìva e i la riverìva, ge ‘mpareva na zirèla al confrónt de chel che la podeva tèmer ente zèrti momenti. Ogni tant ge nideva ‘n ment doi pensieri contrari un da l’àuter che i la aidàva a calmar ca antipatìa de farse mongia che la geva ‘n bòt: a colpi ‘l rimòrs del pecià che l’eva combinà e na gran divozion; a bòte l’orgòi en pòc’ trist e rabios per i modi de la só secondìna che (a dir la verità, de spes, zaigiada pròpri da ela) la se vendicava, a bòte fasèndoge paura con chel castìgo che i geva ‘mprometù, a bòte svergognandola per l’eror che l’eva fat. Cando po' che la voleva mossàrse moslìna, la parlava con en tono de protezion che l’era ancor pù odios de l’ofésa. Ente tute che ocasion divèrse, el desidèri che geva la Gertrude l’era chel de fàrse véder che la era sora a la só rabia e a la só pietà, e sto desidèri che la geva de sèito el deventava pù vìu e pù fòrt da fàrge ‘mparér che ogni azion per contentar chel desidèri, l’era la pù bela. Passadi càter o zìnc’ dì, che nó ruava pù, da presonéra, na doman, la Gertrude stufa e rabiosa fòr de mesura, per un de chei dispèti che geva fat la só guardia, l’è nada a ficiarse enten ciantón de la ciamera, e ìo, col mus scondù tra le man, l’è restada ferma per en pèz a fàrsela passar. Alor l’à sentù ‘l bisògn fòrt de véder àutre fazze, de sentìr àutre parole, de èsser tratada ente n’àuter modo. L’à pensà a só pare, a la só famìlia: ma ‘l pensier i la spaventava. Però g’è nù ‘n ment che dipendeva pròpri da ela de véder ente lori che che podeva aidarla; e sùbit l’è deventada alégra. Dré a chesto, na confusion e ‘n gran pentiment per el só eror, e ‘n autertant gran desidèri de scanzelàrlo. Nó l’è che la só volontà la se fermas ìo a chel proponiment, ma mai l’era stada ‘nzì ‘ntenzionada. L’è levada su da ‘ndo che l’era, l’è nada sul taulìn, la tòt en man ca péna e la giâ scrìt a só pare na lìtera pléna de passion, de avelizion e de speranza, sconzurando ‘l perdon, e mossàndose pronta per sèmper a tut chel che podéva plàserge a cì che doveva perdonarla.
Vi son de’ momenti in cui l’animo, particolarmente de’ giovani, è disposto in maniera che ogni poco d’istanza basta a ottenerne ogni cosa che abbia un’apparenza di bene e di sacrifizio: come un fiore appena sbocciato, s’abbandona mollemente sul suo fragile stelo, pronto a concedere le sue fragranze alla prim’aria che gli aliti punto d’intorno. Questi momenti, che si dovrebbero dagli altri ammirare con timido rispetto, son quelli appunto che l’astuzia interessata spia attentamente, e coglie di volo, per legare una volontà che non si guarda. Al legger quella lettera, il principe *** vide subito lo spiraglio aperto alle sue antiche e costanti mire. Mandò a dire a Gertrude che venisse da lui; e aspettandola, si dispose a batter il ferro, mentr’era caldo. Gertrude comparve, e, senza alzar gli occhi in viso al padre, gli si buttò in ginocchioni davanti, ed ebbe appena fiato di dire: “perdono!” Egli le fece cenno che s’alzasse; ma, con una voce poco atta a rincorare, le rispose che il perdono non bastava desiderarlo nè chiederlo; ch’era cosa troppo agevole e troppo naturale a chiunque sia trovato in colpa, e tema la punizione; che in somma bisognava meritarlo. Gertrude domandò, sommessamente e tremando, che cosa dovesse fare. Il principe (non ci regge il cuore di dargli in questo momento il titolo di padre) non rispose direttamente, ma cominciò a parlare a lungo del fallo di Gertrude: e quelle parole frizzavano sull’animo della poveretta, come lo scorrere d’una mano ruvida sur una ferita. Continuò dicendo che, quand’anche... caso mai... che avesse avuto prima qualche intenzione di collocarla nel secolo, lei stessa ci aveva messo ora un ostacolo insuperabile; giacchè a un cavalier d’onore, com’era lui, non sarebbe mai bastato l’animo di regalare a un galantuomo una signorina che aveva dato un tal saggio di sè. La misera ascoltatrice era annichilata: allora il principe, raddolcendo a grado a grado la voce e le parole, proseguì dicendo che però a ogni fallo c’era rimedio e misericordia; che il suo era di quelli per i quali il rimedio è più chiaramente indicato: ch’essa doveva vedere, in questo tristo accidente, come un avviso che la vita del secolo era troppo piena di pericoli per lei... “Ah sì!” esclamò Gertrude, scossa dal timore, preparata dalla vergogna, e mossa in quel punto da una tenerezza istantanea. “Ah! lo capite anche voi,” riprese incontanente il principe. “Ebbene, non si parli più del passato: tutto è cancellato. Avete preso il solo partito onorevole, conveniente, che vi rimanesse; ma perchè l’avete preso di buona voglia, e con buona maniera, tocca a me a farvelo riuscir gradito in tutto e per tutto: tocca a me a farne tornare tutto il vantaggio e tutto il merito sopra di voi. Ne prendo io la cura.” Così dicendo, scosse un campanello che stava sul tavolino, e al servitore che entrò, disse: “la principessa e il principino subito.” E seguitò poi con Gertrude: “voglio metterli subito a parte della mia consolazione; voglio che tutti comincin subito a trattarvi come si conviene. Avete sperimentato in parte il padre severo; ma da qui innanzi proverete tutto il padre amoroso.” A queste parole, Gertrude rimaneva come sbalordita. Ora ripensava come mai quel sì che le era scappato, avesse potuto significar tanto, ora cercava se ci fosse maniera di riprenderlo, di ristringerne il senso; ma la persuasione del principe pareva così intera, la sua gioia così gelosa, la benignità così condizionata, che Gertrude non osò proferire una parola che potesse turbarle menomamente. Dopo pochi momenti, vennero i due chiamati, e vedendo lì Gertrude, la guardarono in viso, incerti e maravigliati. Ma il principe, con un contegno lieto e amorevole, che ne prescriveva loro un somigliante, “ecco,” disse, “la pecora smarrita: e sia questa l’ultima parola che richiami triste memorie. Ecco la consolazione della famiglia. Gertrude non ha più bisogno di consigli; ciò che noi desideravamo per suo bene, l’ha voluto lei spontaneamente. È risoluta, m’ha fatto intendere che è risoluta...” A questo passo, alzò essa verso il padre uno sguardo tra atterrito e supplichevole, come per chiedergli che sospendesse, ma egli proseguì francamente: “che è risoluta di prendere il velo.” “Brava! bene!” esclamarono, a una voce, la madre e il figlio, e l’uno dopo l’altra abbracciaron Gertrude; la quale ricevette queste accoglienze con lacrime, che furono interpretate per lacrime di consolazione. Allora il principe si diffuse a spiegar ciò che farebbe per render lieta e splendida la sorte della figlia. Parlò delle distinzioni di cui goderebbe nel monastero e nel paese; che, là sarebbe come una principessa, come la rappresentante della famiglia; che, appena l’età l’avrebbe permesso, sarebbe innalzata alla prima dignità; e, intanto, non sarebbe soggetta che di nome. La principessa e il principino rinnovavano, ogni momento, le congratulazioni e gli applausi: Gertrude era come dominata da un sogno. “Converrà poi fissare il giorno, per andare a Monza, a far la richiesta alla badessa,” disse il principe. “Come sarà contenta! Vi so dire che tutto il monastero saprà valutar l’onore che Gertrude gli fa. Anzi.... perché non ci andiamo oggi? Gertrude prenderà volentieri un po’ d’aria. ” “Andiamo pure,” disse la principessa. “Vo a dar gli ordini,” disse il principino. “Ma...” proferì sommessamente Gertrude. “Piano, piano,” riprese il principe: “lasciam decidere a lei: forse oggi non si sente abbastanza disposta, e le piacerebbe più aspettar fino a domani. Dite: volete che andiamo oggi o domani?” “Domani,” rispose, con voce fiacca, Gertrude, alla quale pareva ancora di far qualche cosa, prendendo un po’ di tempo. “Domani,” disse solennemente il principe: “ha stabilito che si vada domani. Intanto io vo dal vicario delle monache, a fissare un giorno per l’esame.” Detto fatto, il principe uscì, e andò veramente (che non fu piccola degnazione) dal detto vicario; e concertarono che verrebbe di lì a due giorni. In tutto il resto di quella giornata, Gertrude non ebbe un minuto di bene. Avrebbe desiderato riposar l’animo da tante commozioni, lasciar, per dir così, chiarire i suoi pensieri, render conto a sè stessa di ciò che aveva fatto, di ciò che le rimaneva da fare, sapere ciò che volesse, rallentare un momento quella macchina che, appena avviata, andava così precipitosamente; ma non ci fu verso. L’occupazioni si succedevano senza interruzione, s’incastravano l’una con l’altra. Subito dopo partito il principe, fu condotta nel gabinetto della principessa, per essere, sotto la sua direzione, pettinata e rivestita dalla sua propria cameriera. Non era ancor terminato di dar l’ultima mano, che furon avvertite ch’era in tavola. Gertrude passò in mezzo agl’inchini della servitù, che accennava di congratularsi per la guarigione, e trovò alcuni parenti più prossimi, ch’erano stati invitati in fretta, per farle onore, e per rallegrarsi con lei de’ due felici avvenimenti, la ricuperata salute, e la spiegata vocazione. La sposina (così si chiamavan le giovani monacande, e Gertrude, al suo apparire, fu da tutti salutata con quel nome), la sposina ebbe da dire e da fare a rispondere a’ complimenti che le fioccavan da tutte le parti. Sentiva bene che ognuna delle sue risposte era come un’accettazione e una conferma; ma come rispondere diversamente? Poco dopo alzati da tavola, venne l’ora della trottata. Gertrude entrò in carrozza con la madre, e con due zii ch’erano stati al pranzo. Dopo un solito giro, si riuscì alla strada Marina, che allora attraversava lo spazio occupato ora dal giardin pubblico, ed era il luogo dove i signori venivano in carrozza a ricrearsi delle fatiche della giornata. Gli zii parlarono anche a Gertrude, come portava la convenienza in quel giorno: e uno di loro, il qual pareva che, più dell’altro, conoscesse ogni persona, ogni carrozza, ogni livrea, e aveva ogni momento qualcosa da dire del signor tale e della signora tal altra, si voltò a lei tutt’a un tratto, e le disse: “ah furbetta! voi date un calcio a tutte queste corbellerie; siete una dirittona voi; piantate negl’impicci noi poveri mondani, vi ritirate a fare una vita beata, e andate in paradiso in carrozza.” Sul tardi, si tornò a casa; e i servitori, scendendo in fretta con le torce, avvertirono che molte visite stavano aspettando. La voce era corsa; e i parenti e gli amici venivano a fare il loro dovere. S’entrò nella sala della conversazione. La sposina ne fu l’idolo, il trastullo, la vittima. Ognuno la voleva per sè: chi si faceva prometter dolci, chi prometteva visite, chi parlava della madre tale sua parente, chi della madre tal altra sua conoscente, chi lodava il cielo di Monza, chi discorreva, con gran sapore, della gran figura ch’essa avrebbe fatta là. Altri, che non avevan potuto ancora avvicinarsi a Gertrude così assediata, stavano spiando l’occasione di farsi innanzi, e sentivano un certo rimorso, fin che non avessero fatto il loro dovere. A poco a poco, la compagnia s’andò dileguando; tutti se n’andarono senza rimorso, e Gertrude rimase sola co’ genitori e il fratello. “Finalmente,” disse il principe, “ho avuto la consolazione di veder mia figlia trattata da par sua. Bisogna però confessare che anche lei s’è portata benone, e ha fatto vedere che non sarà impicciata a far la prima figura, e a sostenere il decoro della famiglia.” Si cenò in fretta, per ritirarsi subito, ed esser pronti presto la mattina seguente. Gertrude contristata, indispettita e, nello stesso tempo, un po’ gonfiata da tutti que’ complimenti, si rammentò in quel punto ciò che aveva patito dalla sua carceriera; e, vedendo il padre così disposto a compiacerla in tutto, fuor che in una cosa, volle approfittare dell’auge in cui si trovava, per acquietare almeno una delle passioni che la tormentavano. Mostrò quindi una gran ripugnanza a trovarsi con colei, lagnandosi fortemente delle sue maniere. “Come!” disse il principe: “v’ha mancato di rispetto colei! Domani, domani, le laverò il capo come va. Lasciate fare a me, che le farò conoscere chi è lei, e chi siete voi. E a ogni modo, una figlia della quale io son contento, non deve vedersi intorno una persona che le dispiaccia.” Così detto, fece chiamare un’altra donna, e le ordinò di servir Gertrude; la quale intanto, masticando e assaporando la soddisfazione che aveva ricevuta, si stupiva di trovarci così poco sugo, in paragone del desiderio che n’aveva avuto. Ciò che, anche suo malgrado, s’impossessava di tutto il suo animo, era il sentimento de’ gran progressi che aveva fatti, in quella giornata, sulla strada del chiostro, il pensiero che a ritirarsene ora ci vorrebbe molta più forza e risolutezza di quella che sarebbe bastata pochi giorni prima, e che pure non s’era sentita d’avere. La donna che andò ad accompagnarla in camera, era una vecchia di casa, stata già governante del principino, che aveva ricevuto appena uscito dalle fasce, e tirato su fino all’adolescenza, e nel quale aveva riposte tutte le sue compiacenze, le sue speranze, la sua gloria. Era essa contenta della decisione fatta in quel giorno, come d’una sua propria fortuna; e Gertrude, per ultimo divertimento, dovette succiarsi le congratulazioni, le lodi, i consigli della vecchia, e sentir parlare di certe sue zie e prozie, le quali s’eran trovate ben contente d’esser monache, perchè, essendo di quella casa, avevan sempre goduto i primi onori, avevan sempre saputo tenere uno zampino di fuori, e, dal loro parlatorio, avevano ottenuto cose che le più gran dame, nelle loro sale, non c’eran potute arrivare. Le parlò delle visite che avrebbe ricevute: un giorno poi, verrebbe il signor principino con la sua sposa, la quale doveva esser certamente una gran signorona; e allora, non solo il monastero, ma tutto il paese sarebbe in moto. La vecchia aveva parlato mentre spogliava Gertrude, quando Gertrude era a letto; parlava ancora, che Gertrude dormiva. La giovinezza e la fatica erano state più forti de’ pensieri. Il sonno fu affannoso, torbido, pieno di sogni penosi, ma non fu rotto che dalla voce strillante della vecchia, che venne a svegliarla, perchè si preparasse per la gita di Monza. “Andiamo, andiamo, signora sposina: è giorno fatto; e prima che sia vestita e pettinata, ci vorrà un’ora almeno. La signora principessa si sta vestendo; e l’hanno svegliata quattr’ore prima del solito. Il signor principino è già sceso alle scuderie, poi è tornato su, ed è all’ordine per partire quando si sia. Vispo come una lepre, quel diavoletto: ma! è stato così fin da bambino; e io posso dirlo, che l’ho portato in collo. Ma quand’è pronto, non bisogna farlo aspettare, perchè, sebbene sia della miglior pasta del mondo, allora s’impazientisce e strepita. Poveretto! bisogna compatirlo: è il suo naturale; e poi questa volta avrebbe anche un po’ di ragione, perchè s’incomoda per lei. Guai chi lo tocca in que’ momenti! non ha riguardo per nessuno, fuorchè per il signor principe. Ma, un giorno, il signor principe sarà lui; più tardi che sia possibile, però. Lesta, lesta, signorina! Perchè mi guarda così incantata? A quest’ora dovrebbe esser fuor della cuccia.” All’immagine del principino impaziente, tutti gli altri pensieri che s’erano affollati alla mente risvegliata di Gertrude, si levaron subito, come uno stormo di passere all’apparir del nibbio. Ubbidì, si vestì in fretta, si lasciò pettinare, e comparve nella sala, dove i genitori e il fratello eran radunati. Fu fatta sedere sur una sedia a braccioli, e le fu portata una chicchera di cioccolata: il che, a que’ tempi, era quel che già presso i Romani il dare la veste virile. Quando vennero a avvertir ch’era attaccato, il principe tirò la figlia in disparte, e le disse: “orsù, Gertrude, ieri vi siete fatta onore: oggi dovete superar voi medesima. Si tratta di fare una comparsa solenne nel monastero e nel paese dove siete destinata a far la prima figura. V’aspettano...” È inutile dire che il principe aveva spedito un avviso alla badessa, il giorno avanti. “V’aspettano, e tutti gli occhi saranno sopra di voi. Dignità e disinvoltura. La badessa vi domanderà cosa volete: è una formalità. Potete rispondere che chiedete d’essere ammessa a vestir l’abito in quel monastero, dove siete stata educata così amorevolmente, dove avete ricevute tante finezze: che è la pura verità. Dite quelle poche parole, con un fare sciolto: che non s’avesse a dire che v’hanno imboccata, e che non sapete parlare da voi. Quelle buone madri non sanno nulla dell’accaduto: è un segreto che deve restar sepolto nella famiglia; e perciò non fate una faccia contrita e dubbiosa, che potesse dar qualche sospetto. Fate vedere di che sangue uscite: manierosa, modesta; ma ricordatevi che, in quel luogo, fuor della famiglia, non ci sarà nessuno sopra di voi." Senza aspettar risposta, il principe si mosse; Gertrude, la principessa e il principino lo seguirono; scesero tutti le scale, e montarono in carrozza. Gl’impicci e le noie del mondo, e la vita beata del chiostro, principalmente per le giovani di sangue nobilissimo, furono il tema della conversazione, durante il tragitto. Sul finir della strada, il principe rinnovò l’istruzioni alla figlia, e le ripetè più volte la formola della risposta. All’entrare in Monza, Gertrude si sentì stringere il cuore; ma la sua attenzione fu attirata per un istante da non so quali signori che, fatta fermar la carrozza, recitarono non so qual complimento. Ripreso il cammino, s’andò quasi di passo al monastero, tra gli sguardi de’ curiosi, che accorrevano da tutte le parti sulla strada. Al fermarsi della carrozza, davanti a quelle mura, davanti a quella porta, il cuore si strinse ancor più a Gertrude. Si smontò tra due ale di popolo, che i servitori facevano stare indietro. Tutti quegli occhi addosso alla poveretta l’obbligavano a studiar continuamente il suo contegno: ma più di tutti quelli insieme, la tenevano in suggezione i due del padre, a’ quali essa, quantunque ne avesse così gran paura, non poteva lasciar di rivolgere i suoi, ogni momento. E quegli occhi governavano le sue mosse e il suo volto, come per mezzo di redini invisibili. Attraversato il primo cortile, s’entrò in un altro, e lì si vide la porta del chiostro interno, spalancata e tutta occupata da monache. Nella prima fila, la badessa circondata da anziane; dietro, altre monache alla rinfusa, alcune in punta di piedi; in ultimo le converse ritte sopra panchetti. Si vedevan pure qua e là luccicare a mezz’aria alcuni occhietti, spuntar qualche visino tra le tonache: eran le più destre, e le più coraggiose tra l’educande, che, ficcandosi e penetrando tra monaca e monaca, eran riuscite a farsi un po’ di pertugio, per vedere anch’esse qualche cosa. Da quella calca uscivano acclamazioni; si vedevan molte braccia dimenarsi, in segno d’accoglienza e di gioia. Giunsero alla porta; Gertrude si trovò a viso a viso con la madre badessa. Dopo i primi complimenti, questa, con una maniera tra il giulivo e il solenne, le domandò cosa desiderasse in quel luogo, dove non c’era chi le potesse negar nulla. “ Son qui..., ” cominciò Gertrude; ma, al punto di proferir le parole che dovevano decider quasi irrevocabilmente del suo destino, esitò un momento, e rimase con gli occhi fissi sulla folla che le stava davanti. Vide, in quel momento, una di quelle sue note compagne, che la guardava con un’aria di compassione e di malizia insieme, e pareva che dicesse: ah! la c’è cascata la brava. Quella vista, risvegliando più vivi nell’animo suo tutti gli antichi sentimenti, le restituì anche un po’ di quel poco antico coraggio: e già stava cercando una risposta qualunque, diversa da quella che le era stata dettata; quando, alzato lo sguardo alla faccia del padre, quasi per esperimentar le sue forze, scorse su quella un’inquietudine così cupa, un’impazienza così minaccevole, che, risoluta per paura, con la stessa prontezza che avrebbe preso la fuga dinanzi un oggetto terribile, proseguì: “ son qui a chiedere d’esser ammessa a vestir l’abito religioso, in questo monastero, dove sono stata allevata così amorevolmente. ” La badessa rispose subito, che le dispiaceva molto, in una tale occasione, che le regole non le permettessero di dare immediatamente una risposta, la quale doveva venire dai voti comuni delle suore, e alla quale doveva precedere la licenza de’ superiori. Che però Gertrude, conoscendo i sentimenti che s’avevan per lei in quel luogo, poteva preveder con certezza qual sarebbe questa risposta; e che intanto nessuna regola proibiva alla badessa e alle suore di manifestare la consolazione che sentivano di quella richiesta. S’alzò allora un frastono confuso di congratulazioni e d’acclamazioni. Vennero subito gran guantiere colme di dolci, che furon presentati, prima alla sposina, e dopo ai parenti. Mentre alcune monache facevano a rubarsela, e altre complimentavan la madre, altre il principino, la badessa fece pregare il principe che volesse venire alla grata del parlatorio, dove l’attendeva. Era accompagnata da due anziane; e quando lo vide comparire, “signor principe, disse: “per ubbidire alle regole...... per adempire una formalità indispensabile, sebbene in questo caso... pure devo dirle... che, ogni volta che una figlia chiede d’essere ammessa a vestir l’abito,... la superiora, quale io sono indegnamente,... è obbligata d’avvertire i genitori... che se, per caso... forzassero la volontà della figlia, incorrerebbero nella scomunica. Mi scuserà...” “Benissimo, benissimo, reverenda madre. Lodo la sua esattezza: è troppo giusto... Ma lei non può dubitare...” “Oh! pensi, signor principe,... ho parlato per obbligo preciso,... del resto...” “Certo, certo, madre badessa.” Barattate queste poche parole, i due interlocutori s’inchinarono vicendevolmente, e si separarono, come se a tutt’e due pesasse di rimaner lì testa testa; e andarono a riunirsi ciascuno alla sua compagnia, l’uno fuori, l’altra dentro la soglia claustrale. “Oh via,” disse il principe: “Gertrude potrà presto godersi a suo bell’agio la compagnia di queste madri. Per ora le abbiamo incomodate abbastanza.” Così detto, fece un inchino; la famiglia si mosse con lui; si rinnovarono i complimenti, e si partì. Gertrude, nel tornare, non aveva troppa voglia di discorrere. Spaventata del passo che aveva fatto, vergognosa della sua dappocaggine, indispettita contro gli altri e contro sè stessa, faceva tristamente il conto dell’occasioni, che le rimanevano ancora di dir di no; e prometteva debolmente e confusamente a sè stessa che, in questa, o in quella, o in quell’altra, sarebbe più destra e più forte. Con tutti questi pensieri, non le era però cessato affatto il terrore di quel cipiglio del padre; talchè, quando, con un’occhiata datagli alla sfuggita, potè chiarirsi che sul volto di lui non c’era più alcun vestigio di collera, quando anzi vide che si mostrava soddisfattissimo di lei, le parve una bella cosa, e fu, per un istante, tutta contenta. Appena arrivati, bisognò rivestirsi e rilisciarsi; poi il desinare, poi alcune visite, poi la trottata, poi la conversazione, poi la cena. Sulla fine di questa, il principe mise in campo un altro affare, la scelta della madrina. Così si chiamava una dama, la quale, pregata da’ genitori, diventava custode e scorta della giovane monacanda, nel tempo tra la richiesta e l’entratura nel monastero; tempo che veniva speso in visitar le chiese, i palazzi pubblici, le conversazioni, le ville, i santuari: tutte le cose in somma più notabili della città e de’ contorni; affinchè le giovani, prima di proferire un voto irrevocabile, vedessero bene a cosa davano un calcio. “Bisognerà pensare a una madrina,” disse il principe: “perchè domani verrà il vicario delle monache, per la formalità dell’esame, e subito dopo, Gertrude verrà proposta in capitolo, per esser accettata dalle madri.” Nel dir questo, s’era voltato verso la principessa; e questa, credendo che fosse un invito a proporre, cominciava: “ci sarebbe...” Ma il principe interruppe: “No, no, signora principessa: la madrina deve prima di tutto piacere alla sposina; e benchè l’uso universale dia la scelta ai parenti, pure Gertrude ha tanto giudizio, tanta assennatezza, che merita bene che si faccia un’eccezione per lei.” E qui, voltandosi a Gertrude, in atto di chi annunzia una grazia singolare, continuò: “ognuna delle dame che si son trovate questa sera alla conversazione, ha quel che si richiede per esser madrina d’una figlia della nostra casa; non ce n’è nessuna, crederei, che non sia per tenersi onorata della preferenza: scegliete voi.” Gertrude vedeva bene che far questa scelta era dare un nuovo consenso; ma la proposta veniva fatta con tanto apparato, che il rifiuto, per quanto fosse umile, poteva parer disprezzo, o almeno capriccio e leziosaggine. Fece dunque anche quel passo; e nominò la dama che, in quella sera, le era andata più a genio; quella cioè che le aveva fatto più carezze, che l’aveva più lodata, che l’aveva trattata con quelle maniere famigliari, affettuose e premurose, che, ne’ primi momenti d’una conoscenza, contraffanno una antica amicizia. “Ottima scelta,” disse il principe, che desiderava e aspettava appunto quella. Fosse arte o caso, era avvenuto come quando il giocator di bussolotti facendovi scorrere davanti agli occhi le carte d’un mazzo, vi dice che ne pensiate una, e lui poi ve la indovinerà; ma le ha fatte scorrere in maniera che ne vediate una sola. Quella dama era stata tanto intorno a Gertrude tutta la sera, l’aveva tanto occupata di sé, che a questa sarebbe bisognato uno sforzo di fantasia per pensarne un’altra. Tante premure poi non eran senza motivo: la dama aveva, da molto tempo, messo gli occhi addosso al principino, per farlo suo genero: quindi riguardava le cose di quella casa come sue proprie; ed era ben naturale che s’interessasse per quella cara Gertrude, niente meno de’ suoi parenti più prossimi. Il giorno dopo, Gertrude si svegliò col pensiero dell’esaminatore che doveva venire; e mentre stava ruminando se potesse cogliere quella occasione così decisiva, per tornare indietro, e in qual maniera, il principe la fece chiamare. “Orsù, figliuola,” le disse: “finora vi siete portata egregiamente: oggi si tratta di coronar l’opera. Tutto quel che s’è fatto finora, s’è fatto di vostro consenso. Se in questo tempo vi fosse nato qualche dubbio, qualche pentimentuccio, grilli di gioventù, avreste dovuto spiegarvi; ma al punto a cui sono ora le cose, non è più tempo di far ragazzate. Quell’uomo dabbene che deve venire stamattina, vi farà cento domande sulla vostra vocazione: e se vi fate monaca di vostra volontà, e il perchè e il per come, e che so io? Se voi titubate nel rispondere, vi terrà sulla corda chi sa quanto. Sarebbe un’uggia, un tormento per voi; ma ne potrebbe anche venire un altro guaio più serio. Dopo tutte le dimostrazioni pubbliche che si son fatte, ogni più piccola esitazione che si vedesse in voi, metterebbe a repentaglio il mio onore, potrebbe far credere ch’io avessi presa una vostra leggerezza per una ferma risoluzione, che avessi precipitato la cosa, che avessi... che so io? In questo caso, mi troverei nella necessità di scegliere tra due partiti dolorosi: o lasciar che il mondo formi un tristo concetto della mia condotta: partito che non può stare assolutamente con ciò che devo a me stesso. O svelare il vero motivo della vostra risoluzione e...” Ma qui, vedendo che Gertrude era diventata scarlatta, che le si gonfiavan gli occhi, e il viso si contraeva, come le foglie d’un fiore, nell’afa che precede la burrasca, troncò quel discorso, e, con aria serena, riprese: “via, via, tutto dipende da voi, dal vostro buon giudizio. So che n’avete molto, e non siete ragazza da guastar sulla fine una cosa fatta bene; ma io doveva preveder tutti i casi. Non se ne parli più; e restiam d’accordo che voi risponderete con franchezza, in maniera di non far nascer dubbi nella testa di quell’uomo dabbene. Così anche voi ne sarete fuori più presto.” E qui, dopo aver suggerita qualche risposta all’interrogazioni più probabili, entrò nel solito discorso delle dolcezze e de’ godimenti ch’eran preparati a Gertrude nel monastero; e la trattenne in quello, fin che venne un servitore ad annunziare il vicario. Il principe rinnovò in fretta gli avvertimenti più importanti, e lasciò la figlia sola con lui, com’era prescritto. L’uomo dabbene veniva con un po’ d’opinione già fatta che Gertrude avesse una gran vocazione al chiostro: perchè così gli aveva detto il principe, quando era stato a invitarlo. È vero che il buon prete, il quale sapeva che la diffidenza era una delle virtù più necessarie nel suo ufizio, aveva per massima d’andar adagio nel credere a simili proteste, e di stare in guardia contro le preoccupazioni; ma ben di rado avviene che le parole affermative e sicure d'una persona autorevole, in qualsivoglia genere, non tingano del loro colore la mente di chi le ascolta. Dopo i primi complimenti, “signorina,” le disse, “io vengo a far la parte del diavolo; vengo a mettere in dubbio ciò che, nella sua supplica lei ha dato per certo; vengo a metterle davanti agli occhi le difficoltà, e ad accertarmi se le ha ben considerate. Si contenti ch’io le faccia qualche interrogazione.” “Dica pure,” rispose Gertrude. Il buon prete cominciò allora a interrogarla, nella forma prescritta dalle regole. “Sente lei in cuor suo una libera, spontanea risoluzione di farsi monaca? Non sono state adoperate minacce, o lusinghe? Non s’è fatto uso di nessuna autorità, per indurla a questo? Parli senza riguardi, e con sincerità, a un uomo il cui dovere è di conoscere la sua vera volontà, per impedire che non le venga usata violenza in nessun modo. ” La vera risposta a una tale domanda s’affacciò subito alla mente di Gertrude, con un’evidenza terribile. Per dare quella risposta, bisognava venire a una spiegazione, dire di che era stata minacciata, raccontare una storia... L’infelice rifuggì spaventata da questa idea; cercò in fretta un’altra risposta; ne trovò una sola che potesse liberarla presto e sicuramente da quel supplizio, la più contraria al vero. “Mi fo monaca,” disse, nascondendo il suo turbamento, “mi fo monaca, di mio genio, liberamente.” “Da quanto tempo le è nato codesto pensiero?” domandò ancora il buon prete. “L’ho sempre avuto,” rispose Gertrude, divenuta, dopo quel primo passo, più franca a mentire contro sé stessa. “Ma quale è il motivo principale che la induce a farsi monaca?” Il buon prete non sapeva che terribile tasto toccasse; e Gertrude si fece una gran forza per non lasciar trasparire sul viso l’effetto che quelle parole le producevano nell’animo. “Il motivo,” disse, “è di servire a Dio, e di fuggire i pericoli del mondo.” “Non sarebbe mai qualche disgusto? qualche... mi scusi... capriccio? Alle volte, una cagione momentanea può fare un’impressione che par che deva durar sempre; e quando poi la cagione cessa, e l’animo si muta, allora...” “No, no,” rispose precipitosamente Gertrude: “la cagione è quella che le ho detto.” Il vicario, più per adempire interamente il suo obbligo, che per la persuasione che ce ne fosse bisogno, insistette con le domande; ma Gertrude era determinata d’ingannarlo. Oltre il ribrezzo che le cagionava il pensiero di render consapevole della sua debolezza quel grave e dabben prete, che pareva così lontano dal sospettar tal cosa di lei; la poveretta pensava poi anche ch’egli poteva bene impedire che si facesse monaca; ma lì finiva la sua autorità sopra di lei, e la sua protezione. Partito che fosse, essa rimarrebbe sola col principe. E qualunque cosa avesse poi a patire in quella casa, il buon prete non n’avrebbe saputo nulla, o sapendolo, con tutta la sua buona intenzione, non avrebbe potuto far altro che aver compassione di lei, quella compassione tranquilla e misurata, che, in generale, s’accorda, come per cortesia, a chi abbia dato cagione o pretesto al male che gli fanno. L’esaminatore fu prima stanco d’interrogare, che la sventurata di mentire: e, sentendo quelle risposte sempre conformi, e non avendo alcun motivo di dubitare della loro schiettezza, mutò finalmente linguaggio; si rallegrò con lei, le chiese, in certo modo, scusa d’aver tardato tanto a far questo suo dovere; aggiunse ciò che credeva più atto a confermarla nel buon proposito; e si licenziò. Attraversando le sale per uscire, s’abbattè nel principe, il quale pareva che passasse di là a caso; e con lui pure si congratulò delle buone disposizioni in cui aveva trovata la sua figliuola. Il principe era stato fino allora in una sospensione molto penosa: a quella notizia, respirò, e dimenticando la sua gravità consueta, andò quasi di corsa da Gertrude, la ricolmò di lodi, di carezze e di promesse, con un giubilo cordiale, con una tenerezza in gran parte sincera: così fatto è questo guazzabuglio del cuore umano. Noi non seguiremo Gertrude in quel giro continuato di spettacoli e di divertimenti. E neppure descriveremo, in particolare e per ordine, i sentimenti dell’animo suo in tutto quel tempo: sarebbe una storia di dolori e di fluttuazioni, troppo monotona, e troppo somigliante alle cose già dette. L’amenità de’ luoghi, la varietà degli oggetti, quello svago che pur trovava nello scorrere in qua e in là all’aria aperta, le rendevan più odiosa l’idea del luogo dove alla fine si smonterebbe per l’ultima volta, per sempre. Più pungenti ancora eran l’impressioni che riceveva nelle conversazioni e nelle feste. La vista delle spose alle quali si dava questo titolo nel senso più ovvio e più usitato, le cagionava un’invidia, un rodimento intollerabile; e talvolta l’aspetto di qualche altro personaggio le faceva parere che, nel sentirsi dare quel titolo, dovesse trovarsi il colmo d’ogni felicità. Talvolta la pompa de’ palazzi, lo splendore degli addobbi, il brulichío e il fracasso giulivo delle feste, le comunicavano un’ebbrezza, un ardor tale di viver lieto, che prometteva a sè stessa di disdirsi, di soffrir tutto, piuttosto che tornare all’ombra fredda e morta del chiostro. Ma tutte quelle risoluzioni sfumavano alla considerazione più riposata delle difficoltà, al solo fissar gli occhi in viso al principe. Talvolta anche, il pensiero di dover abbandonare per sempre que’ godimenti, gliene rendeva amaro e penoso quel piccol saggio; come l’infermo assetato guarda con rabbia, e quasi rispinge con dispetto il cucchiaio d’acqua che il medico gli concede a fatica. Intanto il vicario delle monache ebbe rilasciata l’attestazione necessaria, e venne la licenza di tenere il capitolo per l’accettazione di Gertrude. Il capitolo si tenne; concorsero, com’era da aspettarsi, i due terzi de’ voti segreti ch’eran richiesti da’ regolamenti; e Gertrude fu accettata. Lei medesima, stanca di quel lungo strazio, chiese allora d’entrar più presto che fosse possibile, nel monastero. Non c’era sicuramente chi volesse frenare una tale impazienza. Fu dunque fatta la sua volontà; e, condotta pomposamente al monastero, vestì l’abito. Dopo dodici mesi di noviziato, pieni di pentimenti e di ripentimenti, si trovò al momento della professione, al momento cioè in cui conveniva, o dire un no più strano, più inaspettato, più scandaloso che mai, o ripetere un sì tante volte detto; lo ripetè, e fu monaca per sempre. È una delle facoltà singolari e incomunicabili della religione cristiana, il poter indirizzare e consolare chiunque, in qualsivoglia congiuntura, a qualsivoglia termine, ricorra ad essa. Se al passato c’è rimedio, essa lo prescrive, lo somministra, dà lume e vigore per metterlo in opera, a qualunque costo; se non c’è, essa dà il modo di far realmente e in effetto, ciò che si dice in proverbio, di necessità virtù. Insegna a continuare con sapienza ciò ch’è stato intrapreso per leggerezza; piega l’animo ad abbracciar con propensione ciò che è stato imposto dalla prepotenza, e dà a una scelta che fu temeraria, ma che è irrevocabile, tutta la santità, tutta la saviezza, diciamolo pur francamente, tutte le gioie della vocazione. È una strada così fatta che, da qualunque laberinto, da qualunque precipizio, l’uomo capiti ad essa, e vi faccia un passo, può d’allora in poi camminare con sicurezza e di buona voglia, e arrivar lietamente a un lieto fine. Con questo mezzo, Gertrude avrebbe potuto essere una monaca santa e contenta, comunque lo fosse divenuta. Ma l’infelice si dibatteva in vece sotto il giogo, e così ne sentiva più forte il peso e le scosse. Un rammarico incessante della libertà perduta, l’abborrimento dello stato presente, un vagar faticoso dietro a desidèri che non sarebbero mai soddisfatti, tali erano le principali occupazioni dell’animo suo. Rimasticava quell’amaro passato, ricomponeva nella memoria tutte le circostanze per le quali si trovava lì; e disfaceva mille volte inutilmente col pensiero ciò che aveva fatto con l’opera; accusava sè di dappocaggine, altri di tirannia e di perfidia; e si rodeva. Idolatrava insieme e piangeva la sua bellezza, deplorava una gioventù destinata a struggersi in un lento martirio, e invidiava, in certi momenti, qualunque donna, in qualunque condizione, con qualunque coscienza, potesse liberamente godersi nel mondo que’ doni. La vista di quelle monache che avevan tenuto di mano a tirarla là dentro, le era odiosa. Si ricordava l’arti e i raggiri che avevan messi in opera, e le pagava con tante sgarbatezze, con tanti dispetti, e anche con aperti rinfacciamenti. A quelle conveniva le più volte mandar giù e tacere: perchè il principe aveva ben voluto tiranneggiar la figlia quanto era necessario per ispingerla al chiostro; ma ottenuto l’intento, non avrebbe così facilmente sofferto che altri pretendesse d’aver ragione contro il suo sangue: e ogni po’ di rumore che avesser fatto poteva esser cagione di far loro perdere quella gran protezione, o cambiar per avventura il protettore in nemico. Pare che Gertrude avrebbe dovuto sentire una certa propensione per l’altre suore, che non avevano avuto parte in quegl’intrighi, e che, senza averla desiderata per compagna, l’amavano come tale; e pie, occupate e ilari, le mostravano col loro esempio come anche là dentro si potesse non solo vivere, ma starci bene. Ma queste pure le erano odiose, per un altro verso. La loro aria di pietà e di contentezza le riusciva come un rimprovero della sua inquietudine, e della sua condotta bisbetica; e non lasciava sfuggire occasione di deriderle dietro le spalle, come pinzochere, o di morderle come ipocrite. Forse sarebbe stata meno avversa ad esse, se avesse saputo o indovinato che le poche palle nere, trovate nel bossolo che decise della sua accettazione, c’erano appunto state messe da quelle. Qualche consolazione le pareva talvolta di trovar nel comandare, nell’esser corteggiata in monastero, nel ricever visite di complimento da persone di fuori, nello spuntar qualche impegno, nello spendere la sua protezione, nel sentirsi chiamar la signora; ma quali consolazioni! Il cuore, sentendosene così poco appagato, avrebbe voluto di quando in quando aggiungervi, e goder con esse le consolazioni della religione; ma queste non vengono se non a chi trascura quell’altre: come il naufrago, se vuole afferrar la tavola che può condurlo in salvo sulla riva, deve pure allargare il pugno, e abbandonar l’alghe, che aveva prese, per una rabbia d’istinto. Poco dopo la professione, Gertrude era stata fatta maestra dell’educande; ora pensate come dovevano stare quelle giovinette, sotto una tal disciplina. Le sue antiche confidenti eran tutte uscite; ma lei serbava vive tutte le passioni di quel tempo; e, in un modo o in un altro, l’allieve dovevan portarne il peso. Quando le veniva in mente che molte di loro eran destinate a vivere in quel mondo dal quale essa era esclusa per sempre, provava contro quelle poverine un astio, un desiderio quasi di vendetta; e le teneva sotto, le bistrattava, faceva loro scontare anticipatamente i piaceri che avrebber goduti un giorno. Chi avesse sentito, in que’ momenti, con che sdegno magistrale le gridava, per ogni piccola scappatella, l’avrebbe creduta una donna d’una spiritualità salvatica e indiscreta. In altri momenti, lo stesso orrore per il chiostro, per la regola, per l’ubbidienza, scoppiava in accessi d’umore tutto opposto. Allora, non solo sopportava la svagatezza clamorosa delle sue allieve, ma l’eccitava; si mischiava ne’ loro giochi, e li rendeva più sregolati; entrava a parte de’ loro discorsi, e li spingeva più in là dell’intenzioni con le quali esse gli avevano incominciati. Se qualcheduna diceva una parola sul cicalìo della madre badessa, la maestra lo imitava lungamente, e ne faceva una scena di commedia: contraffaceva il volto d’una monaca, l’andatura d’un’altra: rideva allora sgangheratamente; ma eran risa che non la lasciavano più allegra di prima. Così era vissuta alcuni anni, non avendo comodo, né occasione di far di più; quando la sua disgrazia volle che un’occasione si presentasse. Tra l’altre distinzioni e privilegi che le erano stati concessi, per compensarla di non poter esser badessa, c’era anche quello di stare in un quartiere a parte. Quel lato del monastero era contiguo a una casa abitata da un giovine, scellerato di professione, uno de’ tanti, che, in que’ tempi, e co’ loro sgherri, e con l’alleanze d’altri scellerati, potevano, fino a un certo segno, ridersi della forza pubblica e delle leggi. Il nostro manoscritto lo nomina Egidio, senza parlar del casato. Costui, da una sua finestrina che dominava un cortiletto di quel quartiere, avendo veduta Gertrude qualche volta passare o girandolar lì, per ozio, allettato anzi che atterrito dai pericoli e dall’empietà dell’impresa, un giorno osò rivolgerle il discorso. La sventurata rispose. In que’ primi momenti, provò una contentezza, non schietta al certo, ma viva. Nel vòto uggioso dell’animo suo s’era venuta a infondere un’occupazione forte, continua e, direi quasi, una vita potente; ma quella contentezza era simile alla bevanda ristorativa che la crudeltà ingegnosa degli antichi mesceva al condannato, per dargli forza a sostenere i tormenti. Si videro, nello stesso tempo, di gran novità in tutta la sua condotta: divenne, tutt’a un tratto, più regolare, più tranquilla, smesse gli scherni e il brontolìo, si mostrò anzi carezzevole e manierosa, dimodoché le suore si rallegravano a vicenda del cambiamento felice; lontane com’erano dall’immaginarne il vero motivo, e dal comprendere che quella nuova virtù non era altro che ipocrisia aggiunta all’antiche magagne. Quell’apparenza però, quella, per dir così, imbiancatura esteriore, non durò gran tempo, almeno con quella continuità e uguaglianza: ben presto tornarono in campo i soliti dispetti e i soliti capricci, tornarono a farsi sentire l’imprecazioni e gli scherni contro la prigione claustrale, e talvolta espressi in un linguaggio insolito in quel luogo, e anche in quella bocca. Però, ad ognuna di queste scappate veniva dietro un pentimento, una gran cura di farle dimenticare, a forza di moine e buone parole. Le suore sopportavano alla meglio tutti questi alt’e bassi, e gli attribuivano all’indole bisbetica e leggiera della signora. Per qualche tempo, non parve che nessuna pensasse più in là; ma un giorno che la signora, venuta a parole con una conversa, per non so che pettegolezzo, si lasciò andare a maltrattarla fuor di modo, e non la finiva più, la conversa, dopo aver sofferto, ed essersi morse le labbra un pezzo, scappatale finalmente la pazienza, buttò là una parola, che lei sapeva qualche cosa, e che, a tempo e luogo, avrebbe parlato. Da quel momento in poi, la signora non ebbe più pace. Non passò però molto tempo, che la conversa fu aspettata in vano, una mattina, a’ suoi ufizi consueti: si va a veder nella sua cella, e non si trova: è chiamata ad alta voce; non risponde: cerca di qua, cerca di là, gira e rigira, dalla cima al fondo; non c’è in nessun luogo. E chi sa quali congetture si sarebber fatte, se, appunto nel cercare, non si fosse scoperto una buca nel muro dell’orto; la qual cosa fece pensare a tutte, che fosse sfrattata di là. Si fecero gran ricerche in Monza e ne’ contorni, e principalmente a Meda, di dov’era quella conversa; si scrisse in varie parti: non se n’ebbe mai la più piccola notizia. Forse se ne sarebbe potuto saper di più, se, in vece di cercar lontano, si fosse scavato vicino. Dopo molte maraviglie, perchè nessuno l’avrebbe creduta capace di ciò, e dopo molti discorsi, si concluse che doveva essere andata lontano, lontano. E perchè scappò detto a una suora: “s’è rifugiata in Olanda di sicuro, ” si disse subito, e si ritenne per un pezzo, nel monastero e fuori, che si fosse rifugiata in Olanda. Non pare però che la signora fosse di questo parere. Non già che mostrasse di non credere, o combattesse l’opinion comune, con sue ragioni particolari: se ne aveva, certo, ragioni non furono mai così ben dissimulate; nè c’era cosa da cui s’astenesse più volentieri che da rimestar quella storia, cosa di cui si curasse meno che di toccare il fondo di quel mistero. Ma quanto meno ne parlava, tanto più ci pensava. Quante volte al giorno l’immagine di quella donna veniva a cacciarsi d’improvviso nella sua mente, e si piantava lì, e non voleva moversi! Quante volte avrebbe desiderato di vedersela dinanzi viva e reale, piuttosto che averla sempre fissa nel pensiero, piuttosto che dover trovarsi, giorno e notte, in compagnia di quella forma vana, terribile, impassibile! Quante volte avrebbe voluto sentir davvero la voce di colei, qualunque cosa avesse potuto minacciare, piuttosto che aver sempre nell’intimo dell’orecchio mentale il susurro fantastico di quella stessa voce, e sentirne parole ripetute con una pertinacia, con un’insistenza infaticabile, che nessuna persona vivente non ebbe mai! Era scorso circa un anno dopo quel fatto, quando Lucia fu presentata alla signora, ed ebbe con lei quel colloquio al quale siam rimasti col racconto. La signora moltiplicava le domande intorno alla persecuzione di don Rodrigo, e entrava in certi particolari, con una intrepidezza, che riuscì e doveva riuscire più che nuova a Lucia, la quale non aveva mai pensato che la curiosità delle monache potesse esercitarsi intorno a simili argomenti. I giudizi poi che quella frammischiava all’interrogazioni, o che lasciava trasparire, non eran meno strani. Pareva quasi che ridesse del gran ribrezzo che Lucia aveva sempre avuto di quel signore, e domandava se era un mostro, da far tanta paura: pareva quasi che avrebbe trovato irragionevole e sciocca la ritrosia della giovine, se non avesse avuto per ragione la preferenza data a Renzo. E su questo pure s’avanzava a domande, che facevano stupire e arrossire l’interrogata. Avvedendosi poi d’aver troppo lasciata correr la lingua dietro agli svagamenti del cervello, cercò di correggere e d’interpretare in meglio quelle sue ciarle; ma non potè fare che a Lucia non ne rimanesse uno stupore dispiacevole, e come un confuso spavento. E appena potè trovarsi sola con la madre, se n’aprì con lei; ma Agnese, come più esperta, sciolse, con poche parole, tutti que’ dubbi, e spiegò tutto il mistero. “Non te ne far maraviglia," disse: “quando avrai conosciuto il mondo quanto me, vedrai che non son cose da farsene maraviglia. I signori, chi più, chi meno, chi per un verso, chi per un altro, han tutti un po’ del matto. Convien lasciarli dire, principalmente quando s’ha bisogno di loro; far vista d’ascoltarli sul serio, come se dicessero delle cose giuste. Hai sentito come m’ha dato sulla voce, come se avessi detto qualche gran sproposito? Io non me ne son fatta caso punto. Son tutti così. E con tutto ciò, sia ringraziato il cielo, che pare che questa signora t’abbia preso a ben volere, e voglia proteggerci davvero. Del resto, se camperai, figliuola mia, e se t’accaderà ancora d’aver che fare con de’ signori, ne sentirai, ne sentirai, ne sentirai. ” Il desiderio d’obbligare il padre guardiano, la compiacenza di proteggere, il pensiero del buon concetto che poteva fruttare la protezione impiegata così santamente, una certa inclinazione per Lucia, e anche un certo sollievo nel far del bene a una creatura innocente, nel soccorrere e consolare oppressi, avevan realmente disposta la signora a prendersi a petto la sorte delle due povere fuggitive. A sua richiesta, e a suo riguardo, furono alloggiate nel quartiere della fattoressa attiguo al chiostro, e trattate come se fossero addette al servizio del monastero. La madre e la figlia si rallegravano insieme d’aver trovato così presto un asilo sicuro e onorato. Avrebber anche avuto molto piacere di rimanervi ignorate da ogni persona; ma la cosa non era facile in un monastero: tanto più che c’era un uomo troppo premuroso d’aver notizie d’una di loro, e nell’animo del quale, alla passione e alla picca di prima s’era aggiunta anche la stizza d’essere stato prevenuto e deluso. E noi, lasciando le donne nel loro ricovero, torneremo al palazzotto di costui, nell’ora in cui stava attendendo l’esito della sua scellerata spedizione.
G’è momenti che ‘l naturàl, spezialment chel dei zóni, l’è metù ‘nten modo che a bàter apena ‘n pòc’ l’è assà per otègner ogni ròba che l’empària vergota de bèn e de sacrefìzi: come ‘n fior apena spanì, el se pòza mòlo mòlo sul só cólm débol, pronto a far sentìr el só profumo ala prima ariéta ìo ‘ntorna che i lo scorlas. Enchéi momenti, che ge voròs tuti rispetar, l’è pròpri chei che i furbi ‘nteressadi i aspeta per profitàrnen sùbit de calchedun che se fida, per fàrse ‘mprométer chel che se vòl. A lézer ca lìtera, el prìnzipe *** la vìst sùbit l’ocasion bòna per arivar al so vèzo scòpo che l’eva sèmper bù. L’à mandà a dir a la Gertrude che la nidés da el; entant che i la spetava, el s’è preparà a bàter el fèr entant che l’era ciàut. La Gertrude la s’è fata véder, e senza fidar a auzzàr i òcli vèrs só pare, la s’è petada sùbit davanti ‘n zinoclón, e l’àbù sol el flà per dir: “perdón!” Só pare ‘l giâ fat ségn de levàr su ‘n pè; ma, con na ós che nó l’era pròpri chela da far coràzo, el giâ rispondù che ‘l perdón nó l’era assà volérlo e nancia domandàrlo; perché l’era na ròba massa fàzile e ‘nfin massa palesàda a calunque che fus stà trovà ‘n colpa, e che ‘l giavés paura de na punizion; che ‘nsoma ge voléva meritàrsel. Alor la Gertrude la giâ domandà chel che la geva da far con en fìl de ós e tuta tremolènta. El prìnzipe (ente sto moment nó l’è ‘l caso de dàrge del pare) nó l’à respondù diretament, ma l’à scomenzià a parlar e tègnerla lòngia su l’eror che eva fat la Gertrude: e che paròle l’è beciava ‘ntel naturàl de ca pòra putèla, come ‘l passar con na man sgróvia sóra na ferìda. Pò ‘l giâ dit ancor che, ancia se… caso mai… che l’avés bù prima calche intenzion de nó mandarla ‘ntel convent, ela stessa adès l’eva metù ‘n bastón tra le ròde e che nó se podéva pù tornar endré; perché a ‘n cavalier col só onor, come che l’era el, nó l’averòs mai bù ‘l corazo de dàrge a ‘n gialantòm na signorina che l’eva mossà de èsser chel che l’eva fat ela. La pòra putèla l’era come sghizzada: alora ‘l prìnzipe, endolzèndo en pòc’ al bòt la ós e le parole, ‘l giâ dit che però a ogni eror g’era remèdi e misericordia; e che ‘l sò l’era un de chei peciadi che ‘l remèdi l’era pù nezessari: che ela la geva da ciapìr, che con sta rogna maledéta, la só vita fòr dal convent l’era per ela massa pléna de perìcoi. “Ah sì, sì!” la dis la Gertrude, azitada dal timor, preparada a la vergogna, e portada ‘nchel moment a na penitènza ‘mprovisa. “Ah! El ciapìo ancia voi,” dis el prìnzipe senza spetar nancia n’àtimo. “Bòn, che nó se pàrlia pù de chel che è passà: tut è scanzelà. Eo sièlto la strada pù dégna e chela che vé convièn de pù, nó ge n’è àutre; sicome che l’eo tòta de bòna vòia e con bòne maniere, tócia a mì fàrvela deventàr azetada en tut e per tut: tócia a mì far en modo che tute l vantàzi e tute l mèrit el sia vòs. Ge pensi mì.” Disèndo ‘nzì l’à scorlà ‘n ciampanèl che l’era sul taulìn, e al servo che era nù ént ‘l giâ dit: “la prinzipessa e ‘l prinzipìn sùbit.” E pò a la Gertrude: “vòi fàrge savér sùbit ancia a lori la me sodisfazion; vòi che tuti i scomenzia sùbit a tratarve come che se convièn. Eo provà chel che vòl dir en pare sevéro; ma da cì inanzi proveréo en pare che ve vòl ben.” Al sentìr ste parole la Gertrude l’era restada ìo come sbalordìda. Adès la pensava come mai che a dìr chel sì che g’era s-ciampà, l’aves podèst volér dir enzì tant, adès la vardava se g’era ‘n modo per tornar endré, o almen per scurtàrgen en pòc’ el valor; ma la segurezza del prìnzipe la ‘mpareva ‘nzì convìnta, la só contentézza ‘nzì fòrta, e da cheste la só bontà, che la Gertrude nó l’abù l’ardiment de proferìr na parola che la podés rovinar su tut. Dopo ‘n pezzòt, è arivà i doi che era sta clamà, e vedèndo ìo la Gertrude, i l’à vardada ‘ntel mus, ‘ntel dùbi e pléni ‘n maravéa. Ma’l prìnzipe, con en far contentón e con amor, che ‘l voleva fus ancia ‘l modo de lori, ‘l dis: “eco, la pégora che s’era pèrs: ma adès basta, che nó se pàrlia pù de chel che è sta. Eco cì la consolazion de la nòssa familia. La Gertrude nó la giâ pù bisògn de consìli; chel che noi voléven per el só bèn, i l’à volèst ela de só volontà. L’è convìnta, la m’à fat entènder che l’è convìnta…” A sto punto, la Gertrude l’à levà su i òcli a vardar só pare con n’oclada tra ‘l terorizà e per supliciarlo che l’amplantas ìo, ma el l’è nà avanti ancor pù sinzéro: “che l’è convìnta de nar mongia.” “Oh brava! Bèn, bèn!” i à sclamà tuti doi ensèma mare e fiòl, e un dopo l’àuter i à brazzà la Gertrude; chesta la tòt tute ste afezion e la planzeva, e tuti i pensava che fus lagrime de consolazion. Alor el prìnzipe ‘l s’è preocupà a spiegiar chel che ‘l faròs per far en modo che la sòrt de só fiòla la fus alegra e belissima. L’à parlà de fato che ‘ntel convent e ‘ntel paes, l’avròs godèst de ‘n tratament da siora; che dent ìo la saròs stada come na prinzipessa, come una de la familia; che, apena l’aves bù l’età la saròs passada sùbit a la prima dignità; e ‘ntant la saròs stada con en grado pù bas, ma sol de nom. La prinzipessa e ‘l prinzipìn i seitava ogni moment a fàrge congratulazion e bàterge le man: la Gertrude ge ‘mpareva de far en brut ensògni. “Ge vorà po' dezìder el dì per nar a Monza a far la domanda a la badéssa,” dis el prìnzipe. “La sarà contenta! Mì sai che tut el convènt el sarà onorà de aver la Gertrude. Anzi… perché po' nó nén ancor ‘ncòi? La Gertrude la zaperà volintéra ‘n pòc’ de aria bòna.” “Ma sì, dai che nen,” dis la prinzipessa. “Mì vón a dar i ordeni,” dis el prinzipìn. “Ma…” dis scasi sota ós la Gertrude. “Plan, plan,” dis el prìnzipe: “lagiàntege dezìder a ela: forsi ‘ncòi nó la se sènt assà pronta, forsi ge plaseròs de pù spetar enfìn a doman. Disé: voleo che néntie ‘ncòi o doman?” “Doman,” à respondù con na ós bólsa la Gertrude, che ge pareva ‘ncor de arivar a far vergot, a tardivar ancor en pòc’ de tèmp. “Doman,” dis seriamente l prìnzipe: “l’à dezìso che se vàgia doman. Entant mì vón dal vicari de le mónge, a méterme d’acòrdi per el dì de l’esame.” Dit e fat, el prìnzipe l’è partì e l’è nà dalbòn (che nó l’è pròpri na ròba da ‘ngot fàrse véder ‘nzì umile con un che l’era de men de el) da chel vicari; e i è nadi d’acòrdi che la saròs nuda da ìo a doi dì. Per tut el rèst de ca zornada, la Gertrude nó l’à bù ‘n minùt de paze. L’averòs volèst volintera far poussar la testa da tute che emozion, lagiar, per dir enzì, sclarìr i pensieri, pensàrge su a chel che l’eva fat, de chel che ge restava da far, savér chel che pròpri la voléva, anserar en pòc’ chel ciar che, apena ‘nvià, el néva a fèri moladi; ma nó g’è sta vèrs. El da far l’era de sèito, senza mai desméter, e le ròbe le se ‘ncastrava una con l’àutra. Sùbit dopo che era partì ‘l prìnzipe, i l’eva portada ‘ntel ciamerìn de la prinzipessa, ‘ndo che, sóta la só direzion, la só cameriera i l’à petenada e vestìda. Nó le eva ancor ruà de vestìrla e de fàrge le ultime petenade, che le è stade avisade che era tut pronto a tàula. La Gertude l’è passada ‘n mèz a le svérgle de tuti i servi, che i féva per congratulàrse per èsser varìda, e l’à giatà ancia arcanti parènti pù strénti, che i era stadi ‘nvidadi ‘n prèssa, per fàrge onor, e per fàrge i complimenti per doi bèle nòve, la salute che l’era tornada e la sièlta de la só vocazion. La sposina (enzì le se clamava le putelòte che voleva nar suora, e la Gertrude, come che la s’èra fata véder, i l’à saludada tuti con chel nom), la sposina l’abù da far a dir e a risponder ai complimenti che ge nidéva da tute le bande. E la séva benón che tute che risposte che la déva le era come dir che la azetava e le deva valor la só sièlta; ma, come podévela far po' a risponder diferènt? Dopo ‘n pezzòt finì de magnar, è nù ora de la spassezada. La Gertude l’è montada su la ciaròzza con só mare, e con doi só zii che g’era a disnàr. Dopo ‘l sòlit zìro, i è nadi vèrs Porta Venezia su la strada Marina, che alór la traversava ‘l terén che adès l’è ‘n zardìn del comun, e l’era ‘l pòsto ‘ndo che i sióri i néva ‘n ciaròzza a poussàr dopo tute le strussiàde de la zornada. Sti zii i parlava ancia a la Gertrude, come che convenìva ‘nchel dì: un de chesti, che ‘mpareva che ‘l cognossés, pù che l’àuter, ogni un che i ancontrava, ogni ciaròzza, ogni divisa, e ‘l geva vergot da dìr per tuti, al siór tale a la sióra tal’àutra, e tut de cólp el s’è voutà vèrs de ela e ‘l giâ dit: “ah furbéta! Voi ge déo na peada a tute ste picoléze; seo na dritóna voi; ne ‘mplantào cì, noi pòra zént, enle rògne, e neo a far na vita beata, neo en paradìs en ciaròzza.” Sul tardi, i è tornadi a ciasa; e i servi, nidèndo zó ‘n prèssa con le tòrze, i à avertì che g’era ‘n mùcel de visite che le spetava. Era nà fòr la ós; e i parènti e i amìzi i nideva a far el só dovér. I è nadi tuti ‘nla saléta. La sposina l’era ‘l dio ‘n tèra, la matéria, la vìtima. Tuti i la voléva per sé stessi: cì che se féva ‘mprométer dolzi, cì che ge ‘mprometeva visite ‘ntel convent, cì che ge parlava de la madre só parènta, cì de la madre tal àutra che la cognosséva, cì che ringraziava ‘l ziel de Monza, cì che discoreva con passion, de la gran fegura che l’avròs fat ìo. Zèrti àutri, che nó i eva podèst ‘ncor svizinàrse a la Gertrude che l’era assediada, i spiava l’ocasion per fàrse avanti, e i geva ‘n zèrto rimòrs, enfìn che nó i fus stadi bòni de far el só dovér. En pòc’ al bòt tuta ca compagnìa la è sparìda; tuti i è ciaminadi senza rimòrs, e la Gertrude l’è restada ìo da só posta con i sói e só fradèl. “A la fìn,” dis el prìnzipe, “ài bù la consolazion de véder me fiòla tratada come che la se mèrita. Ge vòl però dir che ancia ela la s’è comportada pròpri benón, e l’à fat véder che nó la sarà ‘mpazzada a far bèla fegura e a sostègner el nòm de la famìlia.” I à zenà putòst en prèssa, per podér nar a butàrse zó sùbit, per èsser pronti prést el dì dré. La Gertrude trista, ‘nzispada e, ‘ntel stes tèmp, en pòc’ parada su da tuti chei complimenti, la s’è ricordada ‘nchel moment, chel che l’eva patì con la só guardiana ‘ntel convent; e, vedèndo só pare ‘nzì propènso a contentàrla ente tut, fòr che ‘nte na ròba, l’à volèst profitar adès che l’era al colm de le só simpatìe, per chietar almen una de le passion che la tormentava. L’à fat ciapìr el grant ribréz che la geva a giatàrse ancor con ca strìa, lamentàndose de le só maniere. “Come!” dis el prìnzipe: “la v’à disprezzà chesta! Doman, doman, ge ‘l dón bèn mì l’òrz. Lagiàme far a mì, che ge fon savér cì che l’è ela e cì che seo voi. E at ogni modo, na fiòla che de chesta son content, nó la giâ d’aver entorna na persona che ge desplas.” Dit enzì, l’à fat clamar n’àutra dòna, e ‘l giâ dit de stàrge dré a la Gertrude; che ‘ntant, ziaciando e gustando la sodisfazion che l’eva gadagnà, nó la ciapìva perché nó la ge giatava tant sugo, come chel che l’eva provà entel desideràrla. Chel che, ancia se ge desplaseva, zapàva de pù la Gertrude l’era ‘l sentiment de tuti i passi inanzi che l’eva fat, ente chel dì su la strada per el convent, e l’era ‘l pensier che a tiràrse ‘ndré adès ge voléva pù forza e dezision de chela che saròs bastà pòci dì prima, ma che però nó ‘l se l’era sentuda de aver. La feumna che era nà a compagnarla ‘n ciamera, l’era na vècla de ciasa, che l’era stada la chiznér del prinzipìn, che l’eva tòt apena nù fòr dal panzèl, e che l’eva tirà su ‘nfìn che l’era ‘n putelòt, e i lo geva ‘nla panza, per el la stravedeva, e ‘nte chel putèl la sperava de aver la só gloria. La era contenta de la sièlta fata ‘nchel dì, come se fus na fortuna soa; e la Gertrude, la cognèst mandàr zó per ùltim ancia le congratulazion, le lode e i consili de ca vècla, e sentìr parlar de zèrte só zie e prozie che le s’era trovade pròpri ben a nar monge, perché, essèndo de ca zenìa ìo, le eva sèmper godèst de tuti i onori, le eva sèmper savèst tègner na zatèla de fòr, e, dal só parlatòri, le eva sèmper otegnù ròbe che le pù gran sióre, ente le só saléte, nó le era stade bòne de avér. La giâ parlà de le visite che l’avròs rizevù: en dì po', saròs nù ‘l siór prinzipìn con la só sposa, che geva da èsser segùr na gran siorazza; e alor, tut el paes el saròs sta ‘n moviment, e nó sol el convent. La vècla l’eva parlà ‘ntant che la ge aidava a la Gertude a tiràrse fòr, cando che l’era ‘ntel lèt; la parlava ‘ncor cando che la Gertrude la dormìva. La zoventù e la fadìgia le era stade pù forte dei pensieri. El dormìr l’era sta ansios, tórbol, plen de ‘nsògni dolorosi, ma l’è sta rót sol dal zigiament de la vècla, che era nù a desdromenzàrla, perché la se preparas per el viazét a Monza. “Dai che nen, dai che nen, sióra sposina: l’è dì àuta; e da cì che sìeo vestìda e petenada, va via almen n’ora. La sióra prinzipessa l’è dré a vestìrse; e i l’à desdromenzada càter ore prima del sòlit. El siór prinzipìn l’è zà nà zó ‘nla stala, po' l’è tornà su, e l’è pronto a partìr cando che l’è ora. L’è asvèlto come ‘n léver, chel desìpol: ma! L’è sèmper sta ‘nzì fìn da pòpo; e mì pòdi dirlo, che l’ài portà a òle bidòle. Ma cando che l’è pronto, nó ge vòl farlo spetar perché, ancia se l’è ‘n tòc’ de pan, el deventa nervós e ‘l tacia a sbraitar. Porét! ge vòl compatìrlo, l’è ’l só natural; e po' sto bòt el giaveròs ancia ‘n pòc’ de reson, el se disturba per ela. Guai cì che lo tòcia enchei momenti! nó ‘l varda ‘n fazza a ‘nzun, men che ‘l prìnzipe. Ma, ‘n dì, ‘l prìnzipe ‘l sarà el; pù tardi che l’è possìbol, però. Movéve, movéve, signorina! Perché po' la me varda ‘nciantada? A st’ora la doròss èsser fòr da la bèna.” A nìrge ‘n ment el prinzipìn nervos, tuti i àutri pensieri che geva ‘mplenù la testa a la Gertrude apena sveglada, i s’è levadi sùbit, come na sclapa de pàsseri cando che vèn l’agolìn. L’à ubidì e la s’è vestìda ‘n pressa, la s’è lagiada petenar, e la s’è fata véder en la sala, ‘ndo che i sòi e só fradèl i la spetava. I la fata sentàrse zó su ‘nte na poltronata e i giâ portà na chìchera de ciocolata: che a chei tempi voleva dir deventar grandi. Cando che i è nudi a dìr che i ciavài i era zà taciadi sota, ‘l prìnzipe l’à tirà la fiòla da na banda, e 'l giâ dit: “coràzo, Gertrude, ieri ve seo fata onor: ancòi cognerèo èsser ancor pù brava. Se trata de fàrve véder come se deve entel convent e ‘ntel paes endo che seo destinada a far la pù bela fegura.” “I ve spèta…” Nó ocór dir che ‘l prìnzipe, ‘l dì prima, l’eva spedì n’avìso a la badessa. “I ve spèta, e tuti i giaverà òcli sol per voi. Decòr e segurezza. La badessa la ve domanderà chel che voléo: l’è na regola. Podéo respònder che domandào de èsser azetada a vestìr l’àbit enchel convent, endo che seo stada educada con tant amor, endo che eo godèst de tante premure: che l’è la pura verità. Disége ste pòce parole, con en far segur: che nó i pensia che i v’à metù le paròle ‘n bócia, che nó seo bòna de parlar con le vòsse parole. Che bòne monge nó le sa ‘ngot de chel che è suzèst: l’è ‘n secrèt che ‘l giâ da restar sepolì ‘nla nòssa famìlia; sichè nó ste a far en mus trìst e dubios, che nó ‘l pòdia dar calche sospèt. Fé véder de che stòfa che seo: manierosa, umile; ma ricordàve che ‘nchel posto, fòr da la famìlia, nó ge sarà ‘nzun sora de voi.” Senza spetar la risposta, ‘l prìnzipe ‘l s’è ‘nvià; la Gertrude, la prinzipessa e il prinzipìn i g’è nadi dré; i è nadi zó per le s-ciale, e i è montadi su la ciaròzza. Le rògne e i fastìdi del mondo, e la vita beata del convent, spezialment per le putèle nòbilìssime, l’è sta ‘l sugo de le zàcole, entel tèmp del viaz. Cando che i era prést arivadi, ‘l prìnzipe ‘l giâ ripetù le istruzion a la fiòla, e ‘l giâ tornà a dir ancora ‘n bòt chel che la geva da risponder. Entel nar ent enla zità de Monza, la Gertrude la s’è sentùda strénzer el còr; ma la só atenzion l’era nada per n’àtimo vèrs nó se sa che nobili che, fermà la ciaròzza, i g’eva fat nó la seva nancia ela che compliment. Po' i à seghità per la strada dirèti al convent, che tuti i li vardava curiosi, corèndo da tute doi le man de la strada. Come che s’è fermà la ciaròzza, davanti a chei muri, dinanzi a ca pòrta, el còr de la Gertrude l’à zapà n’àutra struciada. I è desmontadi tra na fóla de zènt che i servi i vardava de far star endré. Tuti chei òcli pozadi su ca pòra putèla, i la obligiava a star atènta ala só condóta: ma i òcli che pù de tut ge deva sudizion l’era chei de só pare, che ela, ancia se i ge feva na gran paura, la vardava sèmper ente ogni moment. Chei òcli i comandava la só andadura e ‘l so vis, come doi rédene che nó se vedeva. Traversà ‘l prìm cortìu, i è nadi ent ente n’àuter, e ìo se à vist la porta del convent de ènt, spalancada e tuta ocupada da le mónege. Enla prima fila, la badessa con chele pù veclòte; de dré, le àutre suore metude a caso, zèrte su le ponte dei pèi; de dré dal tut le convèrse drìte ‘n pè sora a le bancéte. Cì e ìo se vedeva ancia slampezar a mezària calche oclét tra le tònege; l’era chei de le pù drite e pù corazose tra le scolare, che, ficiàndose tra mongia e mongia, le era stade bòne de farse largo per podér véder ancia lore vergota. Da ca fóla se sentiva calche prezament; se vedéva tanti brazzi che se azitava, en segn de ben azèto e de contenteza. Po' i è arivadi a la porta; la Gertrude la s’è trovada a càter òcli con la madre badessa. Chesta, dopo i primi complimenti, con en modo tra l’aléger e ‘l sèrio, la giâ domandà chel che la volés ìo ‘nchel convent, endo che nó gera ‘nzun che podés negiàrge vergot. “Son cì…” à scomenzià la Getrude; ma sul punto de proferìr le parole che le doveva dezìder scasi per sèmper del só destìn, per n’àtimo l’à bazilà, e l’è restada coi òcli fissi su ca fóla che la geva dinanzi. L’à vist, ente chel moment, una de che só compagne, che i la vardava con n’aria de compassion e ‘nsèma de malìzia, e ‘mpareva che la ge disés: ah! la g’è crodada, ca furba. A véder chesto, tornàndoge ancor pù vivi tuti i só vècli sentimenti, gè nù ancia chel pòc’ de corazo da ‘n bòt: l’era zà dré a zerciar na risposta calunque, diferènta da chela che la s’eva parezzà, però, auzzà che l’eva i òcli a vardar so pare, scasi per véder se la geva la fòrza, l’à vist sul só mus en nervosismo ‘nzì sèrio, na prèssa ‘nzì paurosa, che, dezìsa da la paura, con la stessa velozità che l’avròs bù a s-ciampar da na ròba tremenda, l’à dit: “son cì a domandar de èsser tòta per deventar suora, ente sto convent, endo che son stada arlevada con amor.” La badessa la giâ respondù, che le regole nó le ge permeteva de dàrge na risposta sùbit per sùbit, perché la dovéva èsser dezìsa da tute le suore, e sèmper che i superiori i avés dat el permés. Risposta che la Gertrude, cognossèndo i sentimenti che i geva per ela ‘nchel posto, la podeva de segur endovinar cala che l’era; e che ‘ntant nó gera regole che ge proibìva a la badessa e ale àutre mónege de far véder la gran sodisfazion che le sentìva per ca domanda. Alora è scomenzià ‘n gran rebalton de congratulazion, e de aplausi . Sùbit s’à vist gran vassoi colmi de dolzi, che prìma i giâ esebì a la sposina, e po' dopo ai parenti. Entant che arcante mónege le feva per robàrsela, e àutre le se complimentava con só mama, e àutre col prinzipìn, la badessa la fat nir el prìnzipe a la grada del parlatòri, endo che i lo spetava. La era ‘nsèma a doi suore pù vècle; e cando i l’à vist nir, la dis: “siór prìnzipe, per èsser en regola… per far le ròbe come che le giâ da nar fate… ancia se ‘nte sto caso… cògni pròpri fàrge savér… che, ogni bòta che na fiòla la domanda de èsser tòta a vestìr l’àbit,… la superióra, che saròssi mì, ancia se nó me ‘l meriteròssi,… l’è obligiada a avertìr i zenitori… che se, per caso… i avès sforzà la volontà de la fiòla, i naròs encòntra a la scomunica. El me scuserà…” “Benón benón, reverènda madre. Lòdi ‘l só scrùpol: l’è pròpri zusto… Ma ela nó la stàgia a dubitàr…” “Oh! El sa ben siór prìnzipe,… ài parlà perché son obligiada,… peràuter…” “Zèrto, zèrto, madre.” Baratà ste pòce parole, el prìnzipe e la badessa i s’à fat n’inchino ensèma e i s’è separadi come se a tuti doi ge dés fastìdi star ìo ancor un dinanzi a l’àuter; po' i è nadi a méterse ‘nsèma a la só compagnìa, un de fòra, l’àutra de ènt de la sòlia del convent. “Déi mò,” dis el prìnzipe: “la Gertrude prést la podrà gòderse de la compagnìa de ste madri. Per adès gen dat disturbo assà.” L’à fat n’inchino e tuta la famìlia l’à fat come el; ancor tanti complimenti e po' i è partìdi. La Gertrude, ‘ntel tornar, nó la geva tanta vòia de parlar. Spaventada del pas che l’eva fat, malpentìda de èsser stada ‘nzì pantalóna, enzispada contra i àutri e contra sé stessa, la feva ‘l cont de cante ocasion che ge restava ancor per dir de no; e la se ‘mprometeva a se stessa, ma ‘n modo débol e confùs, che ‘n chesta o ‘nchela o ‘nchel’àutra la saròs stada pù furba e pù forta. Con tuti sti pensieri, nó gera però passà ‘l terór dei òcli de so pare; sichè cando che con n’oclada che ‘l geva dat de stris, la podèst véder che sul só mus nó g’era pù segn de rabia, anzi cando che l’à vist che ‘l mossava de èsser contentón de ela, g’è parèst na bela roba, e per n’àtimo l’è stada tuta contenta. Apena arivadi, giâ volèst vestìrse e lustràrse de nòu; po' ‘l disnar, po' arcante visite, po' la spassezada, po' la zacolada, e po' la zéna. Sul finìr de la zéna, ‘l prìnzipe l’à metù ‘nsèma n’àuter afare, la sièlta de la vidazza. Enzì i ge diseva a na sióra nòbile che ‘nvidada dai zenitori, la deventava come ‘l tudór e guida de la putèla che voleva nar suora, entel tèmp tra la domanda e ‘l nare nt entel convent; tèmp che le passava a visitar le glésie, i palazzi del comun, i pròlegi, le vile, i santuari: ensóma tute le ròbe pù bele e importante de la zità e tut en ziro a chesta; e chesto perché le putèle prima de proferìr el voto che da chel nó se tornava ‘ndré, le vedés ben chel che le se perdeva. “Ge vorà pensar a na vidazza,” dis el prìnzipe: “perché doman nirà ‘l vicàri de le mónege, per la regola de chel esame e sùbit dopo, la Gertrude i la proporà ‘ntel convent per èsser azetada da le madri.” Entel dir chesto ‘l s’èra voutà vèrs la prinzipessa, e chesta avèndo ciapì che ‘l domandava de dir calchedun, la scomenzià: “ge saròs…” Ma ‘l prìnzipe i l’à blocada sùbit: “No, no, sióra prinzipessa: la vidazza la deve plàserge prima a la sposina; e ancia se la tradizion la ge dàgia la sièlta ai parènti, ancia la Gertrude la giâ tant zudìzi, tant critèri, che se pòl benón sautàr la tradizion per ela.” E cì, voutà vèrs la Gertrude, come cando che se dà na grazia unica a calchedun, el dis: “tute le dame che g’era cì stasera a far filò le giâ chel che ge vòl per podér èsser la vidazza de na fiòla de la nòssa ciasa; e nó ge n’è una, diròssi, che nó la saròs onorada de èsser preferìda per farlo: zernìvela voi.” La Gertrude la vedeva ben che a far ca sèlta l’era dar n’àuter segn de èsser d’acòrdi; però sicome ca proposta i ge l’eva fata enten modo enzì complimentos, a refudar, ancia se la se feva véder umile, el podeva ‘mparér che nó ge ‘nteressas o che ‘l fus en ciaprìz o na moìna. E alor a la fin l’à fat ancia chel pas ìo; e l’à nominà la dama che ‘nca sera ìo g’era plasèst de pù; chela che geva fat pù moìne, chela che i l’eva lodada de pù, chela che i l’eva tratada con pù confidanza, con pù efèto e premura, chela che l’eva fat a finta de èsser n’amica da sèmper. “Bèla sèlta,” dis el prìnzipe che ‘l desiderava e l’aspetava pròpri chela. Che ‘l sia sta braùra o ‘n caso, l’era stada come cando che ‘l zugiador de busolòti fasendove véder davanti ai òcli le ciarte de ‘n maz, el ve dis che ‘n pensàgeo una, che el po' i la ‘ndovinerà; però i ve l’a fate véder en modo che neo vist sol una. Ca dama l’era stada enzì taciada ‘ntorn a la Gertrude per tuta la sera, senza molàrla n’àtimo, che a chesta g’averòs volèst che la fés en sfòrz de fantasìa per pensàrnen n’àutra. E po' g’è da dir che tante premure le geva ‘l só perché: ca dama da ‘n bel pèz, l’eva metù i òcli adòs al prinzipìn, perchè ‘l deventas só zènder: sichè la vedéva le ròbe de ca familia come le fus sóe; e l’era naturale che la se ‘nteressas de ca cara Gertrude, come la fus na parènta pù strénta. El dì dré, la Gertrude l’a s’è desdromenzada col pensier del vicari che geva da nir per esaminarla; e ‘ntant che la pensava se ‘l podeva èsser chesta l’ocasion per tornar de vòuta, e ‘n che modo, el prìnzipe i l’à fata clamar. “Coràzo, fiòla,” ‘l giâ dit: “enfìn a adès ve seo comportada pròpri ben: ancòi se trata de ruar su l’òpera a la perfezion. Tut chel che s’à fat enfìn adès, l’è sta fat col vòs consènt. Se ‘ntant ve fus nù calche dubi, calche pentiment da ‘ngot, calche ciaprìzzi de zoventù, averòsseo dovèst dìrlo prima; ma come che s’è metù le ròbe adès, nó l’è pù ‘l tèmp de far la zimberlìna. Chel bon òm che giâ da nir stadoman, el ve farà zènto domande su la vòssa vocazion: e se ve feo suora de vòssa volontà, e ‘l perché e ‘l percome, e che sàite mì? Se voi bazilào entel respònder, el ve tegnirà su le spine cissà per cant. Per voi el saròs en fastìdi e ‘n tormento; ma poròs èsserge n’àutra rògna ancor pù bruta. Dopo tute che dimostrazion che en fat en piazza, ogni pù pìzzol dubi che fésseo véder, el meteròs en perìcol el me onor, la zènt la poròs créder che mì abia zapà na vòssa matéria per la vòssa dezision pù convinta, che abia volèst far le ròbe massa ‘n prèssa, che abia… che sàite mì po'? Ente sto caso, me troveròssi a cognér sèlier tra doi strade tute doi dolorose: o lagiàr che tuti i se fàgia na bruta opunion de la me condota, ma chesto mì nó pòdi pròpri azetàrlo ma pròpri mai. O dir la ciàusa vera de la vòssa sièlta e…” Ma cì, avèndo vist che la Gertrude l’era deventada rossa come na brasa, e che se ge sgonflava i òcli, e ‘l mus el se tirava, come le fòie de ‘n fior, cando che vèn chel stòf prima de ‘n temporalaz, l’à troncà ‘l so pròlec’, e con en far chièt, el dis: “dai, dai, dipènt tut da voi, dal vòs zudìzi. El sai ben che ge neo tant, e nó seo na putèla che rovina tut sul pù bel; ma mì giâi da prevéder tut chel che pòl suzzéder. Nó se ‘n pàrlia pù; e restàn d’acòrdi che voi rispondereo con sinzerità, en modo che a chel pòr òm nó ge vègnia ‘n ment de suspetar. Enzì ancia voi ge ‘n niréo fòr pù ‘n prèssa.” E cì, dopo avérge suzerì calche risposta a le domande pù probàbili, e l’à tirà fòr le sòlite zàcole de le comodità e dei godimenti che la Gertrude l’averòs abù ‘ntel convent; i l’à tegnuda su sto slambròt enfin che è nù ‘n sèrvo a dir che ‘l vicari l’era arivà. El prìnzipe ‘l giâ fat ancor le ultime racomandazion pù ‘mportante, e la lagià la fiòla da só pòsta con el, come che l’era la regola. Chel bòn òm l’era arivà che ‘l geva zà l’opunion che la Gertrude la giavés na gran vocazion a nar mónegia: perché ‘nzì geva dit el prìnzipe cando che l’era nà a ‘nvidarlo. L’è ben vera che chel bòn prèt, che ‘l seva benón che la malfidanza l’era una de le virtù pù nezessarie a far la só mission, el geva per regola de nar plan a créderge a tut e a tuti sia a ‘n vèrs che a l’àuter; però nó ciàpita scasi mai che le paròle dite da na persona che conta, a ‘n vèrs o a l’àuter, nó le rèstia ‘nla ment de cì che le scóuta. Fati i primi complimenti ‘l giâ dit: “signorìna, mì vèni a far la part del diàul; vèni a méter en dubi chel che ‘nla só domanda ela l’à dat per segùr; vèni a méterge davanti ai òcli i strumi e a seguràrme se l’éo consideradi bèn. La se contèntia se ge farai calche domanda.” “El dìgia pur,” giâ respondù la Gertrude. El bòn prèt l’à scomenzià alor a fàrge le domande come che le regole le comandava. “Sèntela ‘nla só cossiènza de aver sièlto liberamént e senza èsser sforzàda de nar suora? Nó g’è sta ‘ntimazion o moìne? Nó è sta doprà l’otorità de calchedun per farla dezìder a nar monegia? La pàrlia senza fàrse riguardo, con sinzerità, a n’òm che giâ ‘l dovér de savér per bèn la só vera volontà, per encriciar che nó i ge fàgia nancia n’angiarìa.” La risposta pù zusta a na tal domanda a la Gertrude la g’è nuda ‘n ment sùbit, làmpida e tremenda. Per dar ca risposta, l’avròs dovèst dar na spiegiazion e dir che i geva ‘ntimà de nar suora, contàrge tuta la storia… La disgraziada però, spaventada, l’à s-ciartà sto pensier; e l’à zercià ‘n prèssa n’àutra risposta; e ‘l n’à trovà una sol che la podeva liberàrla prest e de segur da chel suplìzi, chela che l’era ‘l contràri de la verità. “Me fón mónegia,” la dis vardando de scònder la só riòma, “me fón mónegia perché vòi mì, liberament.” “Da cant tèmp èl po' che g’è nù sto pensier?” l’à domandà ancor e bòn prèt. “L’ài sèmper bù,” à respondù la Gertrude, che ‘ntant, dopo fate l prìm pas, l’era pù segùra a dir el fàus contra sé stessa. “Ma cala èl po' la ciàusa pù granda che la spénz a farse móngia?” El bòn prèt nó ‘l seva che razza de plagia tremènda che ‘l tociàva; e la Gertrude la fat de tut per scònder sul só mus l’èsit che che parole le produséva ‘nla só cossiènza. “El motivo,” la dis, “l’è chel de servìr el Sioredio, e de s-ciampar dai perìcoi del mondo.” “Nó l’è che ‘l sia calche fastìdi?” calche… la mé scùsia… ciaprìzzi? A le bòte, na ciàusa del momént la pòl far n’impression che la pòdia durar per sèmper; e cando che sta ciàusa la finìs, la cossiènza la cambia, alor… “No, no,” l’à respondù ‘n prèssa la Gertrude: “el motivo l’è chel che v’ài dit.” El vicari, pù che àuter per compìr dal tut el só òbligo, che per la convinzion che ge ‘n fus bisògn, la seghità a fàrge domande; ma la Gertrude l’era sèmper pù dezìsa a ‘mbroiàrlo. Estra al schìfo che ge ciausava ‘l pensier de fàrge véder a chel prèt sèrio e da gialantòm el só punto débol, che ‘mparéva nó ‘l giavés el mìnimo sospèt; la pòra disgraziada la pensava ancia che ‘l vicari el podéva benón encriciar che la se fés suora; però ìo finìva la só aotorità su de ela, e la só protezion. En bòt che ‘l fus partì, ela la saròs restada ìo da só posta col prìnzipe. E calunque ròba l’avés bù da patìr enca ciasa, el bòn prèt nó l’averòs savèst engot, o ancia se i l’aves savést, con tuta la só bòna intenzion, nó l’avròs podèst far de pù che avér compassion per ela, chel compatiment chièt e misurà che, ‘n zenerale, se ge dà per bonagrazia, a cì che sia ciàusa del so mal. El vicari ‘l s’è stufà a far domande prima che la Getrude a dir bosìe: e, a sentìr che risposte sèmper conforma, e nó avèndo nancia ‘n motivo per dubitar de la só sinzerità, per fortuna l’à cambià ‘l tòno de le só parole; el s’è congratulà con ela, e ‘l giâ domandà, se fa per dir, scusa de aver tardivà tut chel tèmp a far el só dovér; ‘l giâ zontà chel che ‘l credéva pù adatà per fàrla nar avanti su chel bòn propòsit che la geva; e po' l’è partì. Passando per le sale enchela de nar fòr, l’à ‘ncrosà ‘l prìnzipe, che ‘mpareva che ‘l passas ìo per caso; e ancia con chesto ‘l s’è congratulà dei bòni proponimenti endo che l’eva trovà só fiòla. El prìnzipe enfìn a chel momént l’era restà ìo con en pè levà tut ansios: a sentìr ca notìzia, l’à tirà ‘l flà, e desmentegiàndose de la só solita serietà, l’è nà, scasi de corsa, da la Gertrude, i la ciargiàda de lòde, de moìne e de promesse, con na grant alegrìa, con n’efèto de chei che almen el pù gròs l’era ancia sinzéro: enzì l’è fat sto mismas de la cossiènza dei òumni. Nó starén cì a nàrge dré a la Gertrude en tut chel ziro de spetàcoi e divertimenti. E nancia starén cì a dir en tut e per tut i sentimenti che la geva ente l’anima ‘n chel tèmp: el saròs sol na storia de dolori e de àuti e bassi, massa sbrodolósa, e che ge ‘nsomìa a le ròbe zà dite. La gran belezza de chei posti, tute le ròbe bèle, chel divertimént che la viveva a nar cì e ìo a l’aria avèrta, el féva deventar ancor pù antipatico ‘l pensier del posto ‘ndo che a la fìn la saròs nada a ruar e per sèmper. E beciava ancor de pù le impression che la rizeveva ‘nle zàcolade e ‘nte le feste. A véder le spóse clamade ‘nzì perché le era spóse per dalbòn, el ge ciausava n’invìdia de chele, e ‘n torment odiós; a bòte, a véder calchedun che a sentìrse dar chel nòm de spósa, ge ‘mpareva che ‘l fus el colmo de ogni contentezza. A bòte ‘l splendor dei palazzi, el slusor dei ornamenti, tut chel nar e nìr aléger de le feste, el ge procurava ‘n piazér de chei, na tal contentezza de na vita senza pensieri, che la se ‘mprometeva de ritiràrse, de patìr de tut, putòst che tornar en l’ombra freda e morta del convent. Però tute che ‘mpensade le se sfantava sùbit al pensar pù ben a le complicazion, sol a vardar entei òcli ‘l prìnzipe. A bòte, entant che la se godeva ca pòcia alegrìa prima de nar suora, ancia ‘l pensier de cognér arbandonar per sèmper chei divertimenti, ge feva nìr la melancolìa e le deventava trista; come chel malà con na gran sé che ‘l varda rabios, e scasi ‘l refùda ‘l cuzzàr de aca che con fadìgia ge dà ‘l mèdico. Entant el vicari de le mónge l’à lagià la ciarta nezessaria, e è nù ‘l tèmp de clamar el consìli per azetar la Gertrude. È sta fat el consìli; e come che l’era bèla da véder, i doi terzi dei voti segreti che la regola la prevedeva, i è arivadi e la Gertrude l’è stada azetada. Ela stessa, stufa de chel suplìzi, l’à domandà alor de podér nar ent pù prest che l’era possìbol, entel convent. De segur nó gera ‘nzun che volés frenar ca prèssa. E alor è sta fat la só volontà; e, portada con tanto de festa ‘ntel convent, la s’à metù l’àbit. Dopo dódes mesi de noviziàt, pléni de pentimenti e ‘ncor pentimenti, la s’è trovada al moment de la profession, cioè al moment che ge convenìva, o dir en no pù strambo, che pròpri ‘nzun se saròs spetà, pù scandalos che mai, o ripèter en sì che l’eva dit tante bòte; i l’à ripetù e ‘nzì l’è deventada suora per sèmper. El podér consiliar e consolar calunque, ente calunque situazion, a calunque condizion se sia arivadi, l’è na facoltà che giâ sol la religion cristiana. Se per el passà g’è remèdi, la religion i lo comanda, i lo dà, la ge dà luze e fòrza per méterlo en òpera, a calunque costo; se ‘l remèdi nó ‘l g’è, la ge da ‘l modo de far de segùr e dal bòn, chel che dis ancia el provèrbi, de nezessità se fa virtù. La ‘nsegna a seghitar con sapienza chel che s’à scomenzià senza pensàrge; la plégia l’anima a azetar con amor chel che è sta ordinà con n’angiarìa, e la ge dà a na sèlta che l’era stada sventada, ma che ormai l’è resoluta, tuta la santità, tuta la saviéza, diséntel pùr fòr dai dènti, tute le sodisfazion de la vocazion. L’è na strada fata ‘nzì, da calunque intric’, da calunque burón, che n’òm ge ciàpitia ìo, e che ‘l ge fàgia sora ancia sol en pas, da alor el pòl nar inanzi con segurezza e de bòna vòia e arivar contènt a la fìn. Con sto mezzo la Gertrude l’averòs podèst èsser na mónegia santa e contenta, en calunque modo. Ma la pòra suora la se magnava ‘l figià sota ‘l zóu e ‘nte sto modo la sentìva pù fòrt el péso e i scorlóni. L’era sèmper pù malpentìda de aver perdù la libertà, la refudava sèmper de pù ca vita che l’eva sièlto, e la seghitava a pensar a le só fantasìe che nó le saròs mai stade contentade, cheste l’era le ròbe prìmdetute de la só cossiènza. La remastegiava chel brut passà, la meteva ‘nsèma ‘nla memoria tuti i momenti che, a ciàusa de chei, la se giatàva ìo; e la desfava mili bòte per engot col pensier chel che l’eva fat per dal bòn; la se deva la colpa per èsser stada sventada, e àutra zènt de èsser tirani e ciatìvi; e la se mordeva da la rabia. La adorava e ‘nsèma ge desplaseva la só belezza, la disprezava na zoventù destinada a tormentàrse enten matìrio, e la ‘nvidiava, en zèrti momenti, calunque feumna, en calunque condizion, con calunque cossiènza, che la podés gòderse liberament entel mondo chei doni. El véder che suore che geva aidà a tiràrla dénter ìo, l’era fastidiós. La se ricordava bèn i ati e i ‘ngiàgni che le eva metù a l’òpera, e i le pagiava con tante vilanade, con tanti dispeti, e l’arivava ancia a dìrgele sclète sul mus. E a chele ge convenìva, le pù tante bòte, tàser e mandar zó: perché ‘l prìnzipe, l’eva bèn volèst dominar la fiòla chel che l’era ‘l nezessàri per spénzerla ‘ntel convent; ma ‘n bòt che l’era arivà al só intènto, nó l’avròs soportà che àutri i podés èsser sora la só zenìa: e ogni bòt che i avés fat sol en pòc’ de rumor, podeva èsser assà per pèrder la só gran protezion, o farlo deventar da protetor a nemìzi. I dis che la Gertrude l’avròs dovèst aver na zèrta simpatìa per le àutre suore, chele che nó eva tòt la pàrt ente chei ‘ntrìci, e che, senza averla desiderada come compagna, le ge voleva ben come che l’era; e reliziose, con le só incombènze e contènte, le mossava con l’esèmpi come che ancia dénter ìo se podés sì vìver, ma ancia star bèn. Ma ancia cheste le ge feva rabia, per n’àuter vèrs. Con chel far da zetìne che le geva e chel èsser sèmper contènte, l’era come fus na brontolada al só scombussolament, e a la só condóta da litegiante; e nó la se lagiava s-ciampar l’ocasion de grignarle fòra drè a le spale, come basamedaie, o de tratarle come impòcrite. Forsi la saròs stada men contraria a cheste, se l’aves savèst o ‘ndovinà che che pòce balòte negre, trovade ‘ntel bussolòt che eva dezìso ‘l só azzèt, i l’eva metùde pròpri lore. Calche consolazion a bòte i la geva ‘ntel comandar, entel èsser siorada zó ‘ntel convent, entel rizéver visite de loda da zènt fòroutra, entel schivarse calche ocupazion, entel spènder la só spòna, entel sentìrse clamar la siora; ma che consolazion èrel pò! El còr, a sentìrse ‘nzì pòc’ content, l’averòs volèst ogni tant taciàrgen e gòderse ancia le consolazion de la relizion; ma cheste le vèn a cì che trascura chele del comandar: come un che se négia e ‘l vòl zapàrse a na as che la pòl portàrlo en salvo sul sut, el cògn per fòrza davèrzer el pugn e molar le erbe che l’eva zapà per istinto, e che nó le è segure. Pòc’ tèmp dopo la profession, la Gertrude i l’eva fata maestra de le putelòte del colègio; pensà come che le geva da star che pòpe, sota ‘l só rigór. Tute le só vècle spie le era zà partìde; ma ela la se tegnìva tute le só passion de chel tèmp; e ‘nte ‘n modo o ‘nte n’àuter le só scolare le geva da pagiarla. Cando che ge nideva ‘n ment che tante de lore le era destinade a vìver enchel mondo ‘ndo che ela l’era stada refudada per sèmper, la sentìva contra che poréte na fél, scasi ‘n desidèri de vendeta; e i le tegnìva sota, i le tratava mal, la ge feva pagiar prima i godimenti che ‘n dì le averòs bù. Cì che avés sentù, enchei momenti, con che rabia i le rampognava, per ogni stupidadèla, i l’averòs tòta per na dòna con na relizion salvàdegia e sfazzada. Àutre bòte, l’oror per el convent, per la regola, per l’obediènza, el deventava tut el contrari. Alora, se nó bastava soportar el ghèto che feva le só scolare sventade e alégre, adiritura i lo stizzava; la se mesdava entei zògi de le pòpe e i li feva deventar pù desordinadi; la ge metéva ‘l nas ente le so zacolade e i le spenzeva pù ‘n là de le intenzion che le geva cando che i l’eva scomenziade. Se calcheduna la diseva na parola sul batolar de la madre badessa, la maestra i lo simiotava per en bèl pèz, e la ge feva sora na bela comèdia: la feva ‘l mus de na mónegia, l’andadùra de n’àutra: alor la grignava sdramenadament; ma l’era grignade che nó i la lagiava pù alégra de prima. Enzì l’eva vivèst arcanti ani, nó avendo ocasion de far de pù; cando che la só disgrazia la volèst che n’ocasion la se presentas. Tra tute le siorarìe e i vantàzi che gera sta lagià, per pagiàrla de nó podér èsser badessa, g’era ancia chela de vìver ente ‘n cartiér apòsta per ela. Ca ala del convent l’era taciàda a na ciasa abitada da ‘n putèl zóven, che de mistér el feva ‘l lazerón, un dei tanti, che a chei tèmpi, e con i só sbìri, e ‘n comunèla con àutri lazeróni, i podeva, fìn a ‘n zèrto punto, fregiàrsen empipàrsen de la zandarmerìa e de la leze. La nòssa storia i lo clàma Zìdio, senza dir de che zenìa che l’era. Chesto cì, da na finestrèla de só ciasa, che vardava sora a ‘n cortìu de chel cartiér, avendo vist la Gertrude calche bòt passàr o zirondolar da ìo, per òzi, pù ‘ngolosì che spaventà dal perìcol e dal sacrilèzi de l’azion, en bèl dì l’à riszà a parlàrge. La disgraziada la giâ respondù. Enchei primi momenti, la sentìva na contentézza, no pròpri sclèta, però assà convinta. Entel rafanàs che l’era la só cossiènza g’era adès en pensier fòrt, permanènte e, diròssi scasi, na vita potènte; ma ca contentézza l’era sìmila a ‘n bibi che rinfres-cia e che la crudeltà inzignévola dei antichi tréva fòr al condanà, per dàrge la fòrza de soportar i tormenti. S’era vist, entel stes tèmp, gran novità entela só condota: tut de colp l’è deventada pù normale, pù calma, l’à desmetù de far schèrzi e de brontolar, anzi la se feva véder pù benarlevada e plena ‘n moìne, de modo che le suore le era contènte de chel cambiament enzì bòn; lontane come che le era da ‘mmazinàrse ‘l vero motìvo, e dal ciapìr che ca virtù nòva àuter nó l’era che impocrisìa zontada a le vècle magagne. Chel aspèto però, chel, per dìrla tuta, sblanzegiada dal de fòra, nó l’è durada tant tèmp no, almen enzì de tanta durada e sèmper compagna: scasi sùbit l’à tornà a far i só sòliti dispèti, e i só sòliti ciaprìzzi, s’à tornà a sentìr le parolaze e le tòte ‘n ziro contra ca presón che l’era ‘l convent, e a bòte dite con zèrte parole che de sòlit nó se sènt enchel posto e nancia ‘n ca bócia. Però, ogni bòt che la se lagiava s-ciampar che parolaze, sùbit dré nideva ‘n pentiment, e na gran premura per farle desmentegiar a forza de moìne e de bòne parole. Le suore le soportava a la bòna chel che le podeva tuti sti àuti e bassi, e le deva la colpa de sto comportament al naturàl lunastec’ e lizeròt de la siora. Per calche tèmp, empareva che nancia una de le suore la pensas de pù; ma ‘n dì che la siora l’eva sbegotà con una de le convèrse, per nó se sa che petegolarìa, la scomenzià a strapazàrla fòr de misura, e nó i la ruava pù, alor ca convèrsa, dopo aver patì e èsserse mordùda la lénga per en bèl pèz, a ‘n zèrto punto, perdùda la pasiènza, l’è sbrociada con na paròla, che ela la séva vergot, e che a só tèmp l’averòs parlà. Da chel dì ‘n poi, la siora nó l’à mai bù paze. Nó è passà però tant tèmp che ca convèrsa na domàn i l’à spetada a far i só mistéri ma nó la s’era fata véder: i era nadi a véder enla só ciameréta e nó la g’era; i la clamada a ós àuta e nó la respondeva: zércela cì, zércela ìo, zira de cà e de là, da ‘n zima enfìn zó ‘n fónt; nó la g’era ‘nzulòc’. Cissà che fantasie se saròs fat, se ‘ntel zerciar nó se fus trovà ‘n bus entel mur de l’òrt; e sto fato l’à fat pensar a tute che la fus s-ciampada da ca crèpa. Era sta fat gran tamisàde a Monza e ‘ntei paesi ìo ‘ntórn e spezialment a Meda, ‘l paés de ca convèrsa; era sta scrìt da tante man: ma ‘nzun à pù spià ‘ngot. Forse se saròs podèst savér de pù se ‘nveze che zerciar lontan, se avés s-ciavà ìo vizìn. Dopo tanta maravéa, perché ‘nzun i l’averòs credùda capaze de far ca ròba ìo, e dopo tante zàcole, le suore le à dezìso che la dovéva èsser nada lontan, ma lontan. E sicome a na suora g’è s-ciampà da dir: “lè s-ciampada en Olanda de segur,” sùbit l’è s’era convìnte per en pèz, entel convent e ancia fòra, che la fus s-ciampada pròpri en Olanda. Però nó ‘mpar che la siora i la pensàs pròpri ‘nzì. Ma no perché la mossàs de nó créderge, o la negias l’opunion dei tanti con le só resón: se i le geva, de segur, che resón nó le è mai stade enzì ben tegnùde scònte; e nó g’era n’àutra roba de ca storia ìo che pù volintéra l’avròs volèst desmentegiar, e nó g’era ‘ngot che ge ‘nteressàs de men che tociar el font de chel mistèro. Ma per pòc’ che la ‘n parlas, tanto pù la ge pensava. Cante bòte ‘nten dì che, de colp, ge nideva ‘n ment ca feumna e la restava ìo ‘mplantada ‘nla so testa, e nó la voléva mòverse! Cante bòte l’averòs desiderà de védersela ìo dinanzi viva e vera, putòst che averla sèmper ficiada ‘ntel pensier, putòst che dovérse trovar dì e nòt en compagnìa de chel cialciaròt tremendo e brut! Cante bòte l’averòs volèst sentìr la ós de chela ìo, calunque ròba l’avés podèst dir, putòst che ‘mmazinar sèmper entel secrèt del zervèl el sussùr de ca ós, e sentìr parole ripetùde de sèito come da na testàrda, con en torobetar mai stràc’ e che ‘nzun de vìo no à mai bù! Era passà zirconzìrca n’an dopo chel fato, cando che la Lucia l’èra stada presentada a la siora, e l’eva fat con ela ca zacolada che èren restadi ìo a contàr. La siora la moltiplicava le domande per savér de pù de la persecuzion de don Rodrigo, e la néva a zerciar zèrte ròbe, con en far da sfazzàda, che per la Lucia l’era na ròba mai vista, nancia da ‘mpensarlo che le mónege le podés èsser enzì curiose su che ròbe ìo. I zudìzi po' che la mesdava ént ensèma a le domande, o che la feva créder, nó i era men stravagànti. Empareva scasi che la grignàs a sentìr el ribréz che la Lucia l’eva sèmper bù per chel sior, e la ge domandava se l’era ‘n mostro, per fàrge ‘nzì tanta paura: empareva scasi che la pensàs che l’era ‘nsensà e siòco per ca putèla èsser enzì temiósa, se nó l’avés bù la resón de preferìr el Renzo. E ancia su chesto la ge feva domande e la Lucia l’era sèmper pù sbalordìda e la deventava rossa. Essèndose po' acòrta de avèr fat nar massa la lénga dré ai só pensieri che la geva ‘ntel zervèl, la vardà de corézer e de spiegiàr mèio le só zàcole; però nó l’à podèst far a men de lagiàrge a la Lucia na zèrta maravéa che desplaseva, e ancia come na spèzie de spavènt. E apena che la podèst giatàrse da só pòsta con so mama, la s’è sfogiada con ela; ma l’Agnese, essèndo pù spèrta, con pòce parole l’à smorzà zó tuti chei dubi, e la giâ spiegià tut el mistèro. “Nó sta fàrte maravéa,” la giâ dit: “cando che avràstus cognossù ‘l mondo come mì, vederàstus che nó l’è ròbe da fàrsen maravéa. I siori, cì pù cì men, cì per en vèrs, cì per n’àuter, i giâ tuti ‘n pòc’ del mat. Convièn lagiàrli dir, spezialment cando che se ge n’à de bisògn de lori; far a finta de ascoltarli sul sèrio, come se i disés ròbe zuste. Às bèn sentù come che la m’à dat sora, nancia se avéssite dit cissà che gran spropòsit? Mì nó me l’ài mìgia tòta vè no. I è tuti ‘nzì. E con tut chesto, ringraziànte ‘l ziél, che ‘mpar che sta siora la t’abia tòta ‘n bòna, e la vòbia protézerne dalbòn. Del rèst, se viveràstus, cara fiòla, e se te ciapiterà ancor de aver a che far con i siori, en sentiràstus, en sentiràstus, en sentiràstus.” El desidèri de fàrge ‘n piazer al padre guardian, la sodisfazion de protézer, el pensier del só bòn nòm che avròs frutà ca bòna azion de protézer fata santamént, na zèrta simpatìa per la Lucia, e ancia ‘l soliévo entel far del bèn a na criatura nozènta, entel aiutar e consolar chei che patìva angiarìe, l’era tut ròbe che le eva convinto dalbòn la siora a tòrse a pèto la sòrt de doi pòre feume che s-ciampava. A só richiesta e per riguardo a ela, le è stade sistemade entel cartiér de la fatóra tacià al convent, e tratade come se le fus a servìr entel convent. Mare e fiòla le era tute doi contentóne per aver trovà ‘nzì prést en pòsto segur e onorà. Le averòs volèst ancia pròpri volintera, restàr ìo senza che ‘nzun le vardàs; però ca ròba nó l’era ‘nzì fàzile enten convent: tanto pù che g’era n’òm ancia massa premurós che ‘l voleva avér notìzie de una de le doi, e che ‘ntel pensier de chesto, a la passion e a la tìcia de prima s’era zontà ancia la stìzza de èsser sta antizipà. E noi, lagiàndo le dòne entel só ricòvero, tornerén entel palazòt de chel’ìo, ente l’ora che l’aspetava l’èsit de la só spervèrsa spedizion.
Come un branco di segugi, dopo aver inseguita invano una lepre, tornano mortificati verso il padrone, co’ musi bassi, e con le code ciondoloni, così in quella scompigliata notte, tornavano i bravi al palazzotto di don Rodrigo. Egli camminava innanzi e indietro, al buio, per una stanzaccia disabitata dell’ultimo piano, che rispondeva sulla spianata. Ogni tanto si fermava, tendeva l’orecchio, guardava dalle fessure dell’imposte intarlate, pieno d’impazienza e non privo d’inquietudine, non solo per l’incertezza della riuscita, ma anche per le conseguenze possibili; perchè era la più grossa e la più arrischiata a cui il brav’uomo avesse ancor messo mano. S’andava però rassicurando col pensiero delle precauzioni prese per distrugger gl’indizi, se non i sospetti — In quanto ai sospetti, — pensava, — me ne rido. Vorrei un po’ sapere chi sarà quel voglioso che venga quassù a veder se c’è o non c’è una ragazza. Venga, venga quel tanghero, che sarà ben ricevuto. Venga il frate, venga. La vecchia? Vada a Bergamo la vecchia. La giustizia? Poh la giustizia! Il podestà non è un ragazzo, nè un matto. E a Milano? Chi si cura di costoro a Milano? Chi gli darebbe retta? Chi sa che ci siano? Son come gente perduta sulla terra; non hanno nè anche un padrone: gente di nessuno. Via, via, niente paura. Come rimarrà Attilio, domattina! Vedrà, vedrà s’io fo ciarle o fatti. E poi... se mai nascesse qualche imbroglio... che so io? qualche nemico che volesse cogliere quest’occasione,... anche Attilio saprà consigliarmi: c’è impegnato l’onore di tutto il parentado. — Ma il pensiero sul quale si fermava di più, perchè in esso trovava insieme un acquietamento de’ dubbi, e un pascolo alla passion principale, era il pensiero delle lusinghe, delle promesse che adoprerebbe per abbonire Lucia. — Avrà tanta paura di trovarsi qui sola, in mezzo a costoro, a queste facce, che... il viso più umano qui son io, per bacco... che dovrà ricorrere a me, toccherà a lei a pregare; e se prega... — Mentre fa questi bei conti, sente un calpestìo, va alla finestra, apre un poco, fa capolino; son loro. — E la bussola? Diavolo! dov’è la bussola? Tre, cinque, otto: ci son tutti; c’è anche il Griso; la bussola non c’è: diavolo! diavolo! il Griso me ne renderà conto — Entrati che furono, il Griso posò in un angolo d’una stanza terrena il suo bordone, posò il cappellaccio e il sanrocchino, e, come richiedeva la sua carica, che in quel momento nessuno gl’invidiava, salì a render quel conto a don Rodrigo. Questo l’aspettava in cima alla scala; e vistolo apparire con quella goffa e sguaiata presenza del birbone deluso, “ebbene,” gli disse, o gli gridò: “signore spaccone, signor capitano, signor lascifareame?” “L’è dura,” rispose il Griso, restando con un piede sul primo scalino, “l’è dura di ricever de’ rimproveri, dopo aver lavorato fedelmente, e cercato di fare il proprio dovere, e arrischiata anche la pelle.” “Com’è andata? Sentiremo, sentiremo,” disse don Rodrigo, e s’avviò verso la sua camera, dove il Griso lo seguì, e fece subito la relazione di ciò che aveva disposto, fatto, veduto e non veduto, sentito, temuto, riparato; e la fece con quell’ordine e con quella confusione, con quella dubbiezza e con quello sbalordimento, che dovevano per forza regnare insieme nelle sue idee. “Tu non hai torto, e ti sei portato bene,” disse don Rodrigo: “hai fatto quello che si poteva; ma... ma, che sotto questo tetto ci fosse una spia! Se c’è, se lo arrivo a scoprire, e lo scopriremo se c’è, te l’accomodo io; ti so dir io, Griso, che lo concio per il dì delle feste.” “Anche a me, signore,” disse il Griso, “è passato per la mente un tal sospetto: e se fosse vero, se si venisse a scoprire un birbone di questa sorte, il signor padrone lo deve metter nelle mie mani. Uno che si fosse preso il divertimento di farmi passare una notte come questa! toccherebbe a me a pagarlo. Però, da varie cose m’è parso di poter rilevare che ci dev’essere qualche altro intrigo, che per ora non si può capire. Domani, signore, domani se ne verrà in chiaro.” “Non siete stati riconosciuti almeno?” Il Griso rispose che sperava di no; e la conclusione del discorso fu che don Rodrigo gli ordinò, per il giorno dopo, tre cose che colui avrebbe sapute ben pensare anche da sè. Spedire la mattina presto due uomini a fare al console quella tale intimazione, che fu poi fatta, come abbiam veduto; due altri al casolare a far la ronda, per tenerne lontano ogni ozioso che vi capitasse, e sottrarre a ogni sguardo la bussola fino alla notte prossima, in cui si manderebbe a prenderla; giacchè per allora non conveniva fare altri movimenti da dar sospetto; andar poi lui, e mandare anche altri, de’ più disinvolti e di buona testa, a mescolarsi con la gente, per scovar qualcosa intorno all’imbroglio di quella notte. Dati tali ordini, don Rodrigo se n’andò a dormire, e ci lasciò andare anche il Griso, congedandolo con molte lodi, dalle quali traspariva evidentemente l’intenzione di risarcirlo degl’improperi precipitati coi quali lo aveva accolto. Va a dormire, povero Griso, che tu ne devi aver bisogno. Povero Griso! In faccende tutto il giorno, in faccende mezza la notte, senza contare il pericolo di cader sotto l’unghie de’ villani, o di buscarti una taglia per rapto di donna honesta, per giunta di quelle che hai già addosso; e poi esser ricevuto in quella maniera! Ma! così pagano spesso gli uomini. Tu hai però potuto vedere, in questa circostanza, che qualche volta la giustizia, se non arriva alla prima, arriva, o presto o tardi anche in questo mondo. Va a dormire per ora: che un giorno avrai forse a somministrarcene un’altra prova, e più notabile di questa. La mattina seguente, il Griso era fuori di nuovo in faccende, quando don Rodrigo s’alzò. Questo cercò subito del conte Attilio, il quale, vedendolo spuntare, fece un viso e un atto canzonatorio, e gli gridò: “san Martino! ” “Non so cosa vi dire,” rispose don Rodrigo, arrivandogli accanto: “pagherò la scommessa; ma non è questo quel che più mi scotta. Non v’avevo detto nulla, perchè, lo confesso, pensavo di farvi rimanere stamattina. Ma... basta, ora vi racconterò tutto. “Ci ha messo uno zampino quel frate in quest’affare, "disse il cugino, dopo aver sentito tutto, con più serietà che non si sarebbe aspettato da un cervello così balzano. "Quel frate," continuò," con quel suo fare di gatta morta, e con quelle sue proposizioni sciocche, io l’ho per un dirittone, e per un impiccione. E voi non vi siete fidato di me, non m’avete mai detto chiaro cosa sia venuto qui a impastocchiarvi l’altro giorno.” Don Rodrigo riferì il dialogo. “E voi avete avuto tanta sofferenza?” esclamò il conte Attilio: “E l’avete lasciato andare com’era venuto?” “Che volevate ch’io mi tirassi addosso tutti i cappuccini d’Italia?” “Non so,” disse il conte Attilio, “se, in quel momento, mi sarei ricordato che ci fossero al mondo altri cappuccini che quel temerario birbante; ma via, anche nelle regole della prudenza, manca la maniera di prendersi soddisfazione anche d’un cappuccino? Bisogna saper raddoppiare a tempo le gentilezze a tutto il corpo, e allora si può impunemente dare un carico di bastonate a un membro. Basta; ha scansato la punizione che gli stava più bene; ma lo prendo io sotto la mia protezione, e voglio aver la consolazione d’insegnargli come si parla co’ pari nostri.” “Non mi fate peggio.” “Fidatevi una volta, che vi servirò da parente e da amico.” “Cosa pensate di fare?” “Non lo so ancora; ma lo servirò io di sicuro il frate. Ci penserò, e… il signor conte zio del Consiglio segreto è lui che mi deve fare il servizio. Caro signor conte zio! Quanto mi diverto ogni volta che lo posso far lavorare per me, un politicone di quel calibro! Doman l’altro sarò a Milano, e, in una maniera o in un’altra, il frate sarà servito.” Venne intanto la colazione, la quale non interruppe il discorso d’un affare di quell’importanza. Il conte Attilio ne parlava con disinvoltura; e, sebbene ci prendesse quella parte che richiedeva la sua amicizia per il cugino, e l’onore del nome comune, secondo le idee che aveva d’amicizia e d’onore, pure ogni tanto non poteva tenersi di non rider sotto i baffi, di quella bella riuscita. Ma don Rodrigo, ch’era in causa propria, e che, credendo di far quietamente un gran colpo, gli era andato fallito con fracasso, era agitato da passioni più gravi, e distratto da pensieri più fastidiosi. “Di belle ciarle,” diceva, “faranno questi mascalzoni, in tutto il contorno. Ma che m’importa? In quanto alla giustizia, me ne rido: prove non ce n’è; quando ce ne fosse, me ne riderei ugualmente: a buon conto, ho fatto stamattina avvertire il console che guardi bene di non far deposizione dell’avvenuto. Non ne seguirebbe nulla; ma le ciarle, quando vanno in lungo, mi seccano. È anche troppo ch’io sia stato burlato così barbaramente. ” “Avete fatto benissimo,” rispondeva il conte Attilio. “Codesto vostro podestà... gran caparbio, gran testa vota, gran seccatore d’un podestà... è poi un galantuomo, un uomo che sa il suo dovere; e appunto quando s’ha che fare con persone tali, bisogna aver più riguardo di non metterle in impicci. Se un mascalzone di console fa una deposizione, il podestà, per quanto sia ben intenzionato, bisogna pure che...” “Ma voi,” interruppe, con un po’ di stizza, don Rodrigo, “voi guastate le mie faccende, con quel vostro contraddirgli in tutto, e dargli sulla voce, e canzonarlo anche, all’occorrenza. Che diavolo, che un podestà non possa esser bestia e ostinato, quando nel rimanente è un galantuomo! ” “Sapete, cugino,” disse guardandolo, maravigliato, il conte Attilio, - “sapete, che comincio a credere che abbiate un po’ di paura? Mi prendete sul serio anche il podestà...” “Via via, non avete detto voi stesso che bisogna tenerlo di conto?” “L’ho detto: e quando si tratta d’un affare serio, vi farò vedere che non sono un ragazzo. Sapete cosa mi basta l’animo di far per voi? Son uomo da andare in persona a far visita al signor podestà. Ah! sarà contento dell’onore? E son uomo da lasciarlo parlare per mezz’ora del conte duca, e del nostro signor castellano spagnolo, e da dargli ragione in tutto, anche quando ne dirà di quelle così massicce. Butterò poi là qualche parolina sul conte zio del Consiglio segreto: e sapete che efletto fanno quelle paroline nell’orecchio del signor podestà. Alla fin de’ conti, ha più bisogno lui della nostra protezione, che voi della sua condiscendenza. Farò di buono, e ci anderò, e ve lo lascerò meglio disposto che mai. ” Dopo queste e altre simili parole, il conte Attilio uscì, per andare a caccia; e don Rodrigo stette aspettando con ansietà il ritorno del Griso. Venne costui finalmente, sull’ora del desinare, a far la sua relazione. Lo scompiglio di quella notte era stato tanto clamoroso, la sparizione di tre persone da un paesello era un tal avvenimento, che le ricerche, e per premura e per curiosità, dovevano naturalmente esser molte e calde e insistenti; e dall’altra parte, gl’informati di qualche cosa eran troppi, per andar tutti d’accordo a tacer tutto. Perpetua non poteva farsi veder sull’uscio, che non fosse tempestata da quello e da quell’altro, perchè dicesse chi era stato a far quella gran paura al suo padrone: e Perpetua, ripensando a tutte le circostanze del fatto, e raccapezzandosi finalmente ch’era stata infinocchiata da Agnese, sentiva tanta rabbia di quella perfidia, che aveva proprio bisogno d’un po’ di sfogo. Non già che andasse lamentandosi col terzo e col quarto della maniera tenuta per infinocchiar lei: su questo non fiatava; ma il tiro fatto al suo povero padrone non lo poteva passare affatto sotto silenzio; e sopra tutto, che un tiro tale fosse stato concertato e tentato da quel giovine dabbene, da quella buona vedova, da quella madonnina infilzata. Don Abbondio poteva ben comandarle risolutamente, e pregarla cordialmente che stesse zitta; lei poteva bene ripetergli che non faceva bisogno di suggerirle una cosa tanto chiara e tanto naturale; certo è che un così gran segreto stava nel cuore della povera donna, come, in una botte vecchia e mal cerchiata, un vino molto giovine, che grilla e gorgoglia e ribolle, e, se non manda il tappo per aria, gli geme all’intorno, e vien fuori in ischiuma, e trapela tra doga e doga, e gocciola di qua e di là, tanto che uno può assaggiarlo, e dire a un di presso che vino è. Gervaso, a cui non pareva vero d’essere una volta più informato degli altri, a cui non pareva piccola gloria l’avere avuta una gran paura, a cui, per aver tenuto di mano a una cosa che puzzava di criminale, pareva d’esser diventato un uomo come gli altri, crepava di voglia di vantarsene. E quantunque Tonio, che pensava seriamente all’inquisizioni e ai processi possibili e al conto da rendere, gli comandasse, co’ pugni sul viso, di non dir nulla a nessuno, pure non ci fu verso di soffogargli in bocca ogni parola. Del resto Tonio, anche lui, dopo essere stato quella notte fuor di casa in ora insolita, tornandovi, con un passo e con un sembiante insolito, e con un’agitazion d’animo che lo disponeva alla sincerità, non potè dissimulare il fatto a sua moglie; la quale non era muta. Chi parlò meno, fu Menico; perchè, appena ebbe raccontata ai genitori la storia e il motivo della sua spedizione, parve a questi una cosa così terribile che un loro figliuolo avesse avuto parte a buttare all’aria un’impresa di don Rodrigo, che quasi quasi non lasciaron finire al ragazzo il suo racconto. Gli fecero poi subito i più forti e minacciosi comandi che guardasse bene di non far neppure un cenno di nulla: e la mattina seguente, non parendo loro d’essersi abbastanza assicurati, risolvettero di tenerlo chiuso in casa, per quel giorno, e per qualche altro ancora. Ma che? essi medesimi poi, chiacchierando con la gente del paese, e senza voler mostrar di saperne più di loro, quando si veniva a quel punto oscuro della fuga de’ nostri tre poveretti, e del come, e del perchè, e del dove, aggiungevano, come cosa conosciuta, che s’eran rifugiati a Pescarenico. Così anche questa circostanza entrò ne’ discorsi comuni. Con tutti questi brani di notizie, messi poi insieme e uniti come s’usa, e con la frangia che ci s’attacca naturalmente nel cucire, c’era da fare una storia d’una certezza e d’una chiarezza tale, da esserne pago ogni intelletto più critico. Ma quella invasion de’ bravi, accidente troppo grave e troppo rumoroso per esser lasciato fuori, e del quale nessuno aveva una conoscenza un po’ positiva, quell’accidente era ciò che imbrogliava tutta la storia. Si mormorava il nome di don Rodrigo: in questo andavan tutti d’accordo; nel resto tutto era oscurità e congetture diverse. Si parlava molto de’ due bravacci ch’erano stati veduti nella strada, sul far della sera, e dell’altro che stava sull’uscio dell’osteria; ma che lume si poteva ricavare da questo fatto così asciutto? Si domandava bene all’oste chi era stato da lui la sera avanti; ma l’oste, a dargli retta, non si rammentava neppure se avesse veduto gente quella sera; e badava a dire che l’osteria è un porto di mare. Sopra tutto, confondeva le teste, e disordinava le congetture quel pellegrino veduto da Stefano e da Carlandrea, quel pellegrino che i malandrini volevano ammazzare, e che se n’era andato con loro, o che essi avevan portato via. Cos’era venuto a fare? Era un’anima del purgatorio, comparsa per aiutar le donne; era un’anima dannata d’un pellegrino birbante e impostore, che veniva sempre di notte a unirsi con chi facesse di quelle che lui aveva fatte vivendo; era un pellegrino vivo e vero, che coloro avevan voluto ammazzare, per timor che gridasse, e destasse il paese; era (vedete un po’ cosa si va a pensare!) uno di quegli stessi malandrini travestito da pellegrino; era questo, era quello, era tante cose che tutta la sagacità e l’esperienza del Griso non sarebbe bastata a scoprire chi fosse, se il Griso avesse dovuto rilevar questa parte della storia da’ discorsi altrui. Ma, come il lettore sa, ciò che la rendeva imbrogliata agli altri, era appunto il più chiaro per lui: servendosene di chiave per interpretare le altre notizie raccolte da lui immediatamente, o col mezzo degli esploratori subordinati, potè di tutto comporne per don Rodrigo una relazione bastantemente distinta. Si chiuse subito con lui, e l’informò del colpo tentato dai poveri sposi, il che spiegava naturalmente la casa trovata vota e il sonare a martello, senza che facesse bisogno di supporre che in casa ci fosse qualche traditore, come dicevano que’ due galantuomini. L’informò della fuga; e anche a questa era facile trovarci le sue ragioni: il timore degli sposi colti in fallo, o qualche avviso dell’invasione, dato loro quand’era scoperta, e il paese tutto a soqquadro. Disse finalmente che s’eran ricoverati a Pescarenico; più in là non andava la sua scienza. Piacque a don Rodrigo l’esser certo che nessuno l’aveva tradito, e il vedere che non rimanevano tracce del suo fatto; ma fu quella una rapida e leggiera compiacenza. “Fuggiti insieme!” gridò: “insieme! E quel frate birbante! Quel frate!” la parola gli usciva arrantolata dalla gola, e smozzicata tra’ denti, che mordevano il dito: il suo aspetto era brutto come le sue passioni. “Quel frate me la pagherà. Griso! non son chi sono... voglio sapere, voglio trovare.... questa sera, voglio saper dove sono. Non ho pace. A Pescarenico, subito, a sapere, a vedere, a trovare.... Quattro scudi subito, e la mia protezione per sempre. Questa sera lo voglio sapere. E quel birbone...! quel frate...! ” Il Griso di nuovo in campo; e, la sera di quel giorno medesimo, potè riportare al suo degno padrone la notizia desiderata: ed ecco in qual maniera. Una delle più gran consolazioni di questa vita è l'amicizia; e una delle consolazioni dell'amicizia è quell'avere a cui confidare un segreto. Ora, gli amici non sono a due a due, come gli sposi; ognuno, generalmente parlando, ne ha più d’uno: il che forma una catena, di cui nessuno potrebbe trovar la fine. Quando dunque un amico si procura quella consolazione di deporre un segreto nel seno d’un altro, dà a costui la voglia di procurarsi la stessa consolazione anche lui. Lo prega, è vero, di non dir nulla a nessuno; e una tal condizione, chi la prendesse nel senso rigoroso delle parole, troncherebbe immediatamente il corso delle consolazioni. Ma la pratica generale ha voluto che obblighi soltanto a non confidare il segreto, se non a chi sia un amico ugualmente fidato, e imponendogli la stessa condizione. Così, d’amico fidato in amico fidato, il segreto gira e gira per quell’immensa catena, tanto che arriva all’orecchio di colui o di coloro a cui il primo che ha parlato intendeva appunto di non lasciarlo arrivar mai. Avrebbe però ordinariamente a stare un gran pezzo in cammino, se ognuno non avesse che due amici: quello che gli dice, e quello a cui ridice la cosa da tacersi. Ma ci son degli uomini privilegiati che li contano a centinaia; e quando il segreto è venuto a uno di questi uomini, i giri divengon sì rapidi e sì moltiplici, che non è più possibile di seguirne la traccia. Il nostro autore non ha potuto accertarsi per quante bocche fosse passato il segreto che il Griso aveva ordine di scovare: il fatto sta che il buon uomo da cui erano state scortate le donne a Monza, tornando, verso le ventitre, col suo baroccio, a Pescarenico, s’abbattè, prima d’arrivare a casa, in un amico fidato, al quale raccontò, in gran confidenza, l’opera buona che aveva fatta, e il rimanente; e il fatto sta che il Griso potè, due ore dopo, correre al palazzotto, a riferire a don Rodrigo che Lucia e sua madre s’eran ricoverate in un convento di Monza, e che Renzo aveva seguitata la sua strada fino a Milano. Don Rodrigo provò una scellerata allegrezza di quella separazione, e sentì rinascere un po’ di quella scellerata speranza d’arrivare al suo intento. Pensò alla maniera, gran parte della notte; e s’alzò presto, con due disegni, l’uno stabilito, l’altro abbozzato. Il primo era di spedire immantinente il Griso a Monza, per aver più chiare notizie di Lucia, e sapere se ci fosse da tentar qualche cosa. Fece dunque chiamar subito quel suo fedele, gli mise in mano i quattro scudi, lo lodò di nuovo dell’abilità con cui gli aveva guadagnati, e gli diede l’ordine che aveva premeditato. “Signore...” disse, tentennando, il Griso. “Che? non ho io parlato chiaro?” “Se potesse mandar qualchedun altro...” “Come?” “Signore illustrissimo, io son pronto a metterci la pelle per il mio padrone: è il mio dovere; ma so anche che lei non vuole arrischiar troppo la vita de’ suoi sudditi. ” “Ebbene?” “Vossignoria illustrissima sa bene quelle poche taglie ch’io ho addosso: e... Qui son sotto la sua protezione; siamo una brigata; il signor podestà è amico di casa; i birri mi portan rispetto; e anch’io... è cosa che fa poco onore, ma per viver quieto... li tratto da amici. In Milano la livrea di vossignoria è conosciuta; ma in Monza... ci sono conosciuto io in vece. E sa vossignoria che, non fo per dire, chi mi potesse consegnare alla giustizia, o presentar la mia testa, farebbe un bel colpo? Cento scudi l’uno sull’altro, e la facoltà di liberar due banditi.” “Che diavolo!” disse don Rodrigo: “tu mi riesci ora un can da pagliaio che ha cuore appena d’avventarsi alle gambe di chi passa sulla porta, guardandosi indietro se quei di casa lo spalleggiano, e non si sente d’allontanarsi!” “Credo, signor padrone, d’aver date prove...” “Dunque!” “Dunque,” ripigliò francamente il Griso, messo così al punto, “dunque vossignoria faccia conto ch’io non abbia parlato: cuor di leone, gamba di lepre, e son pronto a partire.” “E io non ho detto che tu vada solo. Piglia con te un paio de’ meglio... lo Sfregiato, e il Tira-dritto; e va di buon animo, e sii il Griso. Che diavolo! Tre figure come le vostre, e che vanno per i fatti loro, chi vuoi che non sia contento di lasciarle passare? Bisognerebbe che a’ birri di Monza fosse ben venuta a noia la vita, per metterla su contro cento scudi a un gioco così rischioso. E poi, e poi, non credo d’esser così sconosciuto da quelle parti, che la qualità di mio servitore non ci si conti per nulla.” Svergognato così un poco il Griso, gli diede poi più ampie e particolari istruzioni. Il Griso prese i due compagni, e partì con faccia allegra e baldanzosa, ma bestemmiando in cuor suo Monza e le taglie e le donne e i capricci de’ padroni; e camminava come il lupo, che spinto dalla fame, col ventre raggrinzato, e con le costole che gli si potrebber contare, scende da’ suoi monti, dove non c’è che neve, s’avanza sospettosamente nel piano, si ferma ogni tanto, con una zampa sospesa, dimenando la coda spelacchiata, se mai gli porti odore d’uomo o di ferro, rizza gli orecchi acuti, e gira due occhi sanguigni, da cui traluce insieme l’ardore della preda, e il terrore della caccia. Del rimanente, quel bel verso, chi volesse saper donde venga, è tratto da una diavoleria inedita di crociate e di lombardi, che presto non sarà più inedita, e farà un bel rumore; e io l’ho preso, perchè mi veniva in taglio; e dico dove, per non farmi bello della roba altrui: che qualcheduno non pensasse che sia una mia astuzia per far sapere che l’autore di quella diavoleria ed io siamo come fratelli, e ch’io frugo a piacer mio ne’ suoi manoscritti. L’altra cosa che premeva a don Rodrigo, era di trovar la maniera che Renzo non potesse più tornar con Lucia, nè metter piede in paese; e a questo fine, macchinava di fare sparger voci di minacce e d’insidie, che, venendogli all’orecchio, per mezzo di qualche amico, gli facessero passar la voglia di tornar da quelle parti. Pensava però che la più sicura sarebbe se si potesse farlo sfrattar dallo stato: e per riuscire in questo, vedeva che più della forza gli avrebbe potuto servir la giustizia. Si poteva, per esempio, dare un po’ di colore al tentativo fatto nella casa parrocchiale, dipingerlo come un’aggressione, un atto sedizioso, e, per mezzo del dottore, fare intendere al podestà ch’era il caso di spedir contro Renzo una buona cattura. Ma pensò che non conveniva a lui di rimestar quella brutta faccenda; e senza star altro a lambiccarsi il cervello, si risolvette d’aprirsi col dottor Azzecca-garbugli, quanto era necessario per fargli comprendere il suo desiderio. — Le gride son tante! — pensava: — e il dottore non è un’oca: qualcosa che faccia al caso mio saprà trovare, qualche garbuglio da azzeccare a quel villanaccio: altrimenti gli muto nome. — Ma (come vanno alle volte le cose di questo mondo!) intanto che colui pensava al dottore, come all’uomo più abile a servirlo in questo, un altr’uomo, l’uomo che nessuno s’immaginerebbe, Renzo medesimo, per dirla, lavorava di cuore a servirlo, in un modo più certo e più spedito di tutti quelli che il dottore avrebbe mai saputi trovare. Ho visto più volte un caro fanciullo, vispo, per dire il vero, più del bisogno, ma che, a tutti i segnali, mostra di voler riuscire un galantuomo; l’ho visto, dico, più volte affaccendato sulla sera a mandare al coperto un suo gregge di porcellini d’India, che aveva lasciati scorrer liberi il giorno, in un giardinetto. Avrebbe voluto fargli andar tutti insieme al covile; ma era fatica buttata: uno si sbandava a destra, e mentre il piccolo pastore correva per cacciarlo nel branco, un altro, due, tre ne uscivano a sinistra, da ogni parte. Dimodochè, dopo essersi un po’ impazientito, s’adattava al loro genio, spingeva prima dentro quelli ch’eran più vicini all’uscio, poi andava a prender gli altri, a uno, a due, a tre, come gli riusciva. Un gioco simile ci convien fare co’ nostri personaggi: ricoverata Lucia, siam corsi a don Rodrigo; e ora lo dobbiamo abbandonare, per andar dietro a Renzo, che avevam perduto di vista. Dopo la separazione dolorosa che abbiam raccontata, camminava Renzo da Monza verso Milano, in quello stato d’animo che ognuno può immaginarsi facilmente. Abbandonar la casa, tralasciare il mestiere, e quel ch’era più di tutto, allontanarsi da Lucia, trovarsi sur una strada, senza saper dove anderebbe a posarsi; e tutto per causa di quel birbone! Quando si tratteneva col pensiero sull’una o sull’altra di queste cose, s’ingolfava tutto nella rabbia, e nel desiderio della vendetta; ma gli tornava poi in mente quella preghiera che aveva recitata anche lui col suo buon frate, nella chiesa di Pescarenico; e si ravvedeva: gli si risvegliava ancora la stizza; ma vedendo un’immagine sul muro, si levava il cappello, e si fermava un momento a pregar di nuovo: tanto che, in quel viaggio, ebbe ammazzato in cuor suo don Rodrigo, e risuscitatolo, almeno venti volte. La strada era allora tutta sepolta tra due alte rive, fangosa, sassosa, solcata da rotaie profonde, che, dopo una pioggia, divenivan rigagnoli; e in certe parti più basse, s’allagava tutta, che si sarebbe potuto andarci in barca. A que’ passi, un piccol sentiero erto, a scalini, sulla riva, indicava che altri passeggieri s’eran fatta una strada ne’ campi. Renzo, salito per un di que’ valichi sul terreno più elevato, vide quella gran macchina del duomo sola sul piano, come se, non di mezzo a una città, ma sorgesse in un deserto; e si fermò su due piedi, dimenticando tutti i suoi guai, a contemplare anche da lontano quell’ottava maraviglia, di cui aveva tanto sentito parlare fin da bambino. Ma dopo qualche momento, voltandosi indietro, vide all’orizzonte quella cresta frastagliata di montagne, vide distinto e alto tra quelle il suo Resegone, si sentì tutto rimescolare il sangue, stette lì alquanto a guardar tristamente da quella parte, poi tristamente si voltò, e seguitò la sua strada. A poco a poco cominciò poi a scoprir campanili e torri e cupole e tetti; scese allora nella strada, camminò ancora qualche tempo, e quando s’accorse d’esser ben vicino alla città, s’accostò a un viandante, e, inchinatolo, con tutto quel garbo che seppe, gli disse: “di grazia, quel signore.” “Che volete, bravo giovine? ” “Saprebbe insegnarmi la strada più corta, per andare al convento de’ cappuccini dove sta il padre Bonaventura?” L’uomo a cui Renzo s’indirizzava, era un agiato abitante del contorno, che, andato quella mattina a Milano, per certi suoi affari, se ne tornava, senza aver fatto nulla, in gran fretta, chè non vedeva l’ora di trovarsi a casa, e avrebbe fatto volentieri di meno di quella fermata. Con tutto ciò, senza dar segno d’impazienza, rispose molto gentilmente: “figliuol caro, de’ conventi ce n’è più d’uno: bisognerebbe che mi sapeste dir più chiaro quale è quello che voi cercate.” Renzo allora si levò di seno la lettera del padre Cristoforo, e la fece vedere a quel signore, il quale, lettovi: porta orientale, gliela rendette dicendo: “siete fortunato, bravo giovine; il convento che cercate è poco lontano di qui. Prendete per questa viottola a mancina: è una scorciatoia: in pochi minuti arriverete a una cantonata d’una fabbrica lunga e bassa: è il lazzeretto; costeggiate il fossato che lo circonda, e riuscirete a porta orientale. Entrate, e, dopo tre o quattrocento passi, vedrete una piazzetta con de’ begli olmi: là è il convento non potete sbagliare. Dio v’assista, bravo giovine.” E, accompagnando l’ultime parole con un gesto grazioso della mano, se n’andò. Renzo rimase stupefatto e edificato della buona maniera de’ cittadini verso la gente di campagna; e non sapeva ch’era un giorno fuor dell’ordinario, un giorno in cui le cappe s’inchinavano ai farsetti. Fece la strada che gli era stata insegnata, e si trovò a porta orientale. Non bisogna però che, a questo nome, il lettore si lasci correre alla fantasia l’immagini che ora vi sono associate. Quando Renzo entrò per quella porta, la strada al di fuori non andava diritta che per tutta la lunghezza del lazzeretto; poi scorreva serpeggiante e stretta, tra due siepi. La porta consisteva in due pilastri, con sopra una tettoia, per riparare i battenti, e da una parte, una casuccia per i gabellini. I bastioni scendevano in pendìo irregolare, e il terreno era una superficie aspra e inuguale di rottami e di cocci buttati là a caso. La strada che s’apriva dinanzi a chi entrava per quella porta, non si paragonerebbe male a quella che ora si presenta a chi entri da porta Tosa. Un fossatello le scorreva nel mezzo, fino a poca distanza dalla porta, e la divideva così in due stradette tortuose, ricoperte di polvere o di fango, secondo la stagione. Al punto dov’era, e dov’è tuttora quella viuzza chiamata di Borghetto, il fossatello si perdeva in una fogna. Lì c’era una colonna, con sopra una croce, detta di san Dionigi: a destra e a sinistra, erano orti cinti di siepe e, ad intervalli, casucce, abitate per lo più da lavandai. Renzo entra, passa; nessuno de’ gabellini gli bada: cosa che gli parve strana, giacchè, da que’ pochi del suo paese che potevan vantarsi d’essere stati a Milano, aveva sentito raccontar cose grosse de’ frugamenti e dell’interrogazioni a cui venivan sottoposti quelli che arrivavan dalla campagna. La strada era deserta, dimodochè, se non avesse sentito un ronzìo lontano che indicava un gran movimento, gli sarebbe parso d’entrare in una città disabitata. Andando avanti, senza saper cosa si pensare, vide per terra certe strisce bianche e soffici, come di neve; ma neve non poteva essere; che non viene a strisce, nè, per il solito, in quella stagione. Si chinò sur una di quelle, guardò, toccò, e trovò ch’era farina. — Grand’abbondanza, — disse tra sè, — ci dev’essere in Milano, se straziano in questa maniera la grazia di Dio. Ci davan poi ad intendere che la carestia è per tutto. Ecco come fanno, per tener quieta la povera gente di campagna. — Ma, dopo pochi altri passi, arrivato a fianco della colonna, vide, appiè di quella, qualcosa di più strano; vide sugli scalini del piedestallo certe cose sparse, che certamente non eran ciottoli, e se fossero state sul banco d’un fornaio, non si sarebbe esitato un momento a chiamarli pani. Ma Renzo non ardiva creder così presto a’ suoi occhi; perchè, diamine! non era luogo da pani quello. — Vediamo un po’ che affare è questo, — disse ancora tra sè; andò verso la colonna, si chinò, ne raccolse uno: era veramente un pan tondo, bianchissimo, di quelli che Renzo non era solito mangiarne che nelle solennità. — È pane davvero! — disse ad alta voce; tanta era la sua maraviglia: — così lo seminano in questo paese? in quest’anno? e non si scomodano neppure per raccoglierlo, quando cade? Che sia il paese di cuccagna questo? — Dopo dieci miglia di strada, all’aria fresca della mattina, quel pane, insieme con la maraviglia, gli risvegliò l’appetito. — Lo piglio? — deliberava tra sè: — poh! l’hanno lasciato qui alla discrezion de’ cani; tant’è che ne goda anche un cristiano. Alla fine, se comparisce il padrone, glielo pagherò. — Così pensando, si mise in una tasca quello che aveva in mano, ne prese un secondo, e lo mise nell’altra; un terzo, e cominciò a mangiare; e si rincamminò, più incerto che mai, e desideroso di chiarirsi che storia fosse quella. Appena mosso, vide spuntar gente che veniva dall’interno della città, e guardò attentamente quelli che apparivano i primi. Erano un uomo, una donna e, qualche passo indietro, un ragazzotto; tutt’e tre con un carico addosso, che pareva superiore alle loro forze, e tutt’e tre in una figura strana. I vestiti o gli stracci infarinati; infarinati i visi, e di più stravolti e accesi; e andavano, non solo curvi, per il peso, ma sopra doglia, come se gli fossero state peste l’ossa. L’uomo reggeva a stento sulle spalle un gran sacco di farina, il quale, bucato qua e là, ne seminava un poco, a ogni intoppo, a ogni mossa disequilibrata. Ma più sconcia era la figura della donna: un pancione smisurato, che pareva tenuto a fatica da due braccia piegate: come una pentolaccia a due manichi; e di sotto a quel pancione uscivan due gambe, nude fin sopra il ginocchio, che venivano innanzi barcollando. Renzo guardò più attentamente, e vide che quel gran corpo era la sottana che la donna teneva per il lembo, con dentro farina quanta ce ne poteva stare, e un po’ di più; dimodochè, quasi a ogni passo, ne volava via una ventata. Il ragazzotto teneva con tutt’e due le mani sul capo una paniera colma di pani; ma, per aver le gambe più corte de’ suoi genitori, rimaneva a poco a poco indietro, e, allungando poi il passo ogni tanto, per raggiungerli, la paniera perdeva l’equilibrio, e qualche pane cadeva. “Buttane via ancor un altro, buono a niente che sei,” disse la madre, digrignando i denti verso il ragazzo. “Io non li butto via; cascan da sè: com’ho a fare?” rispose quello. “Ih! buon per te, che ho le mani impicciate,” riprese la donna, dimenando i pugni, come se desse una buona scossa al povero ragazzo; e, con quel movimento, fece volar via più farina, di quel che ci sarebbe voluto per farne i due pani lasciati cadere allora dal ragazzo. “Via, via,” disse l’uomo: “torneremo indietro a raccoglierli, o qualcheduno li raccoglierà. Si stenta da tanto tempo: ora che viene un po’ d’abbondanza, godiamola in santa pace.” In tanto arrivava altra gente dalla porta; e uno di questi, accostatosi alla donna, le domandò: - dove si va a prendere il pane? “Più avanti,” rispose quella; e quando furon lontani dieci passi, soggiunse borbottando: “questi contadini birboni verranno a spazzar tutti i forni e tutti i magazzini, e non resterà più niente per noi.” “Un po’ per uno, tormento che sei,” disse il marito: “abbondanza, abbondanza.” Da queste e da altrettali cose che vedeva e sentiva, Renzo cominciò a raccapezzarsi ch’era arrivato in una città sollevata, e che quello era un giorno di conquista, vale a dire che ognuno pigliava, a proporzione della voglia e della forza, dando busse in pagamento. Per quanto noi desideriamo di far fare buona figura al nostro povero montanaro, la sincerità storica ci obbliga a dire che il suo primo sentimento fu di piacere. Aveva così poco da lodarsi dell’andamento ordinario delle cose, che si trovava inclinato ad approvare ciò che lo mutasse in qualunque maniera. E del resto, non essendo punto un uomo superiore al suo secolo, viveva anche lui in quell’opinione o in quella passione comune, che la scarsezza del pane fosse cagionata dagl’incettatori e da’ fornai; ed era disposto a trovar giusto ogni modo di strappar loro dalle mani l’alimento che essi, secondo quell’opinione, negavano crudelmente alla fame di tutto un popolo. Pure, si propose di star fuori del tumulto, e si rallegrò d’esser diretto a un cappuccino, che gli troverebbe ricovero, e gli farebbe da padre. Così pensando, e guardando intanto i nuovi conquistatori che venivano carichi di preda, fece quella po’ di strada che gli rimaneva per arrivare al convento. Dove ora sorge quel bel palazzo, con quell’alto loggiato, c’era allora, e c’era ancora non son molt’anni, una piazzetta, e in fondo a quella la chiesa e il convento de’ cappuccini, con quattro grand’olmi davanti. Noi ci rallegriamo, non senza invidia, con que’ nostri lettori che non han visto le cose in quello stato: ciò vuol dire che son molto giovani, e non hanno avuto tempo di far molte corbellerie. Renzo andò diritto alla porta, si ripose in seno il mezzo pane che gli rimaneva, levò fuori e tenne preparata in mano la lettera, e tirò il campanello. S’aprì uno sportellino che aveva una grata, e vi comparve la faccia del frate portinaio a domandar chi era. “Uno di campagna, che porta al padre Bonaventura una lettera pressante del padre Cristoforo. ” “Date qui,” disse il portinaio, mettendo una mano alla grata. “No, no,” disse Renzo: “gliela devo consegnare in proprie mani.” “Non è in convento.” “Mi lasci entrare, che l’aspetterò.” “Fate a mio modo,” rispose il frate: “andate a aspettare in chiesa, che intanto potrete fare un po’ di bene. In convento, per adesso, non s’entra.” E detto questo, richiuse lo sportello. Renzo rimase lì, con la sua lettera in mano. Fece dieci passi verso la porta della chiesa, per seguire il consiglio del portinaio; ma poi pensò di dar prima un’altra occhiata al tumulto. Attraversò la piazzetta, si portò sull’orlo della strada, e si fermò, con le braccia incrociate sul petto, a guardare a sinistra, verso l’interno della città, dove il brulichìo era più folto e più rumoroso. Il vortice attrasse lo spettatore. — Andiamo a vedere, — disse tra sè; tirò fuori il suo mezzo pane, e sbocconcellando, si mosse verso quella parte. Intanto che s’incammina, noi racconteremo, più brevemente che sia possibile, le cagioni e il principio di quello sconvolgimento.
Come na sclapada de ciagni da ciazza, dopo che i giâ córs dré a ‘n léver, i torna de vòuta scornadi vèrs el padron, con i musi bassi, e con la cóa ‘ntrà le giambe, enzì entel gazèr de ca nòt, nideva de vòuta i róbleri entel palaz de don Rodrigo. Chesto ‘l ciaminava inanzi e ‘ndré, al scùr, ente na ciamerazza vòida de l’ultim piano che vardava sul spiazzal. Ogni tant el se fermava e ‘l scoutava, el vardava travèrs a le crèpe dei scuri ‘nciaioladi, plen de azitazion e nó ge manciava nancia la preocupazion, no sol perché nó l’era segur che l’azion la reusisés, ma ancia per chel che avròs podèst suzzéder dopo; perché l’era la pù gròssa e la pù riszosa che chel brào òm l’eva ‘nvià via. Però ‘l se calmava col pensier che tute le prudenze che era sta tòt per scònder ogni ségn, se non i sospèti — Cant ai sospèti — ‘l pensava, — no me ‘nterèssa ‘ngot. Voròssi savér cì che poròs èsser chel corazós che vèn cassù a véder se g’è o nó g’è na putèla. El vègnia, ‘l vègnia pur chel tànger, che ‘l sarà bèn azetà. El vègnia pur el frate, che ‘l vègnia. La vècla? Che la vàgia a Bergamo la vècla. La zustìzia? Poh, la zustìzia! El podestà nó l’è ‘n putèl e nancia ‘n mat. E a Milan? Cì èl po' a Milan che ge varda sora a chesti? Cì èl po' che ge daròs fé? Cì èl po' che sa che i g’è? L’è come zènt perdùda su sta tèra; nó i giâ nancia ‘n padron: l’è zènt de ‘nzun. Dai, dai, paura nècia. Come che ‘l resterà ‘l Tìlio doman matìna! El vederà, el vederà, se mì fon zàcole o fati. E po'… se ancia dovés èsserge calche ‘mbròi… che sàite po' mì? calche nemìzi che volés tòr sta ocasion,… ancia ‘l Tìlio ‘l savérà consiliarme: g’è sota l’onor de tuta la famìlia. — Ma ‘l pensier che su chel el se fermava de pù, perché en chel el trovava ensèma, na calmada ai só dubi, e ancia ‘n nutriment a la passion primdetut, l’era ‘l pensier de le moìne, de le promesse, che l’avròs doprà per chietar la Lucia. — La giaverà tanta paura a giatàrse cì da só pòsta en mèz a chesti, a ste fazzade, che… ‘l mus pù naturale cì son mì, demóscol… che la dovrà per fòrza vardàrme mì, ge tocerà a ela ‘mpregiàrme; e se la me ‘mprégia… — Entant che l’è dré a far tuti sti bèi conti, l’à sentù ‘n pestolòt, l’è nà su la finestra, l’à daverzù apena ‘n pòc’ per vardar fòra; l’era lori. — E la portantìna? Diàolo pòrco! Endo ela pò la portantìna? Tréi, zìnc’, òt: i g’è tuti; g’è ancia ‘l Grìs; la portantìna nó la g’è: diaolo porco! diaolo! El farà bèn i conti ‘l Grìs — Come che i è nudi ént, el Gris l’à pozà ‘nten ciantón de na ciamera al piano tèra ‘l só baston da pelegrìn, ‘l s’à tirà zó ‘l ciaplàz e la mantelina, e, come che voleva la regola de la só mansion, che ‘nchel moment enzun ge ‘nvidiava, l’è nà su a rapòrto da don Rodrigo. Chesto i lo spetava su ‘nzìma a la s-ciala; e vedèndol nìr con ca ghigna ‘mpazzada e sfazzada da brigante malcontènt, “e alor,” el giâ dit, o ‘l giâ zigià: “sior blagón, sior capitano, sior lagiàmefaramì?” “L’è dura,” giâ respondù ‘l Gris, restando con en pè sul prìm s-cialìn, “l’è dura zapar strapazzade, dopo aver laorà onestament, e vardà de far el só dovér, e riszà ancia la pèl.” “Com’èla nada po'? Sentìnte, sentìnte,” el dis don Rodrigo, e ‘l s’è ‘nvià vèrs la só ciamera, endo che ‘l Gris g’è nà dré, e la fat sùbit la so relazion de chel che l’eva ordenà, fat, e vist e chel che nó l’eva vist, sentù, dubità, comodà; e i l’à fata col critèri e con ca confusion, con chel dubi e con chel sbalordiment, che geva da èsserge per fòrza ensèma ‘nla só testa. “Tì nó giâs tòrt, e te sés comportà bèn,” el dis don Rodrigo: “às fat chel che sé podéva; ma… ma, che ‘nte sta ciasa ge fus na spìa! Se la g’è, se arivi a scoprìrla, e ‘l spierén bèn se la g’è, te la méti a pòsto mì; vederàstus mì, Gris, se te ‘l cònzi per le fèste.” “Ancia a mì, padron,” dis el Gris, “è passà ‘ntel zervèl sto sospèt: e se ‘l fus vera, se se nidés a scoprìr en brigante de sta sòrt, el sior padrón i lo deve méter enle me man. Un che se fus tòt la brìgia de fàrme passàr na nòt come chesta! Toceròs a mì pagiàrlo fòra. Però, da arcante robéte che ài vist me ‘mparéva che ge fus calche àuter intrìc’, che per entant nó son bon de ciapìr. Doman, sior padrón, doman se saverà vergot de pù.” “Nó i v'à migia cognossù no?” El Gris l’à respondù che ‘l sperava de no; e la conclusion de ca zacolada l’è sta che don Rodrigo ‘l giâ ordenà, per el dì dré, trei ròbe che l’averòs pensà de far ancia da só pòsta. Mandar la doman bonora doi òumni a ‘ntimàrge al console de tàser, che dopo l’è stada fata, come che én vist; àutri doi enla baita a far la rónda, per tègner lontan ogni curiosón che fus nà ìo a véder, e scònderge a tuti la portantìna enfìn a la nòt dré, cando che i saròs nadi a tòrla, sicome per entant nó conveniva far àutri passi che podés dar sospèt; nar po' dopo el, e mandar ancia àutri, de chei pù arditi e con en pòc’ de cràiz, en mèz a la zènt, per ciapìr vergot su tut chel rafanàs de ca nòt. Dat chei ordeni, don Rodrigo, i l’à mandà via con tante lode, e da cheste se ciapìva benón che ‘l geva l’intenzion de pagiàrlo de tute le ofése che ‘l geva dit cando che l’era arivà. Vai a dormìr, pòer Gris, che doròstus avérnen de bisògn. Pòer Gris! A tavanar tut el dì, a busnar scasi tuta la nòt, senza contar el perìcol de nar sota le sgrinfie dei contadini, e de zapàrte na taglia per rapto di donna honesta, come se nó fus assà chele che giâs zà; e po', èsser rizevù ‘nca maniera ìo! Ma! enzì pàgia de spes la zènt. Però tì às podèst véder, enche l’ocasion ìo, che calche bòta la zustìzia, ancia a sto mondo, se nó l’arìva prima, prést o tardi l’arìva. Vai a dormìr per entant: che ‘n dì forse giaveràstus da dàrne n’àutra pròva, e ‘ncor pù granda de chesta. La doman dré, ‘l Gris l’era partì de nòu per afàri, cando che don Rodrigo l’è levà. L’à domandà sùbit se g’era il conte Tìlio che vedèndol nir, l’à fat en mus e n’ato da tòi per ziro, e ‘l giâ zigià: “san Martìn!” “Nó sai che dìrve,” à respondù don Rodrigo, arivàndoge ìo dausìn: “pagerài la scoméssa; però nó l’è chesto che me sbrusa de pù. Nó v’evi contà ‘ngot, perché, son sinzéro, pensavi de fàrve n’emprovisada stadoman. Ma… basta, adès ve conterài tut.” “G’à metù su la zata chel frate 'nte sto afare,” dis el cusìn, dopo che l’eva sentù tuta la storia, con pù serietà de chela che se se speteròs da un col zervèl enzì bislac’. “Chel frate,” l’à dit amò, “con chel far da comediante e con che prèdice siòche, mì ‘l tègni come ‘n dritón e per un che mét el bèc’ dapertut. E voi nó ve seo fidà de mì, nó m’éo mai dit fòr dai denti chel che l’era nù cì a contàrve zó l’àuter dì.” Don Rodrigo alor el giâ contà tuta ca zacolada. “E voi eo bù tuta ca tribulazion?” l’à sclamà ‘l conte Tìlio: “E po' l’éo lagià nàrsen come che l’era nù?” “Che voléveo po', che me tiràssite contra tuti i ciapuzini de l’Italia?” “Nó sai,” dis el conte Tìlio, “se ‘nchel moment ìo, me saròssi ricordà che ge fus al mondo àutri ciapuzìni èstra chel brigante ardito; ma dai, ancia a volér èsser prudente, nó se pòl tòrse la sodisfazion con en ciapuzìn no? A so tèmp ge vòl savér ardoplar i onori a tuti i frati, po' dopo, cando che ocor, se podrà dàrge na ciàrgia de pache a un de lori. Basta; el s’à schivà la punizion che ge steva pù ben; ma ‘l tògi mì sota le me ale, e vòi aver mì la sodisfazion de ‘nsegnàrge come che se parla con chei come noi.” “Nó ste a fàrme de pézi.” “Fidàve na bòta, che mì ve fón en piazér da parènt e da amizi.” “Ma, che pensào de far po'?” “Nó ‘l sai ancora; ma chel frate el sistèmi mì de segur. Ge penserai, e… ‘l sior conte zio del Consìli secrèt l’è el che ‘l me deve far el piazer. Caro ‘l sior conte zio! Cant che mé plas ogni bòta che pòdi fàrlo laorar per mì, en politicón de chel calìbrio ìo! Passandoman sarai a Milan, e, ‘nten modo o ‘nte n’àuter, el frate ‘l sarà servì.” Entant è nù ora de far colazion, che però nó l’à fermà che zàcole su chel’afare ‘nzì ‘mportante. El conte Tìlio el ne ‘n parlava con segurezza, e ancia i lo zapava a far la part endo che ge voleva mossar l’amicizia per só cusìn, e l’onor per el nom compagn che i geva tuti doi, en base a le só idee che ‘l geva de l’amizia e de l’onor, ogni tant nó ‘l podéva far a men de grignar sota i bafi, per ca bèla reussìda. Ma don Rodrigo, che ‘l g’era dént enfìn al còl, e che, avèndo credù de far con calma ‘n gran colpo, l’era nà a ruar enten rafanàs, l’era pù azità per passion pù grosse, e zapà da pensieri pù fastidiosi. “De bèle zàcole,” el diseva, “i ne ‘n farà bèn sti lazeróni cì ‘ntorn. Ma che me ‘nteressa po'? cant a la zustìzia, me ne ‘n cègi: pròve nó ge n’è; cando che ge ‘n fus, me ne ‘n cegeròssi compagn: ad ogni modo, stadoman ài fat avisar el cònsole che ‘l se ‘n vàrdia bèn da far la denónzia del fato. Tanto nó i faròs engot; ma le bàtole, cando che le va per le lònge, le mé ‘nzìgera. L’è ancia massa che mì sia sta grignà fòr enzì crudelment.” “Eo fat benón,” rispondeva ‘l conte Tìlio. “Sto vòs podestà… gran testón, gran zucia vòida, gran seciabale de ‘n podestà… l’è po' ‘n gialantòm, n’òm che sa far el só dovér; e apunto cando che se giâ da far con persone ‘nzì, ge vòl pù riguardo per nó méterle enle rògne. Se ‘n contadinàz de ‘n cònsole el farà na denónzia, el podestà, per tant che ‘l sia propènso, ge vorà ben che…” “Ma voi,” à dit, en pòc’ enzispà, don Rodrigo, “voi me rovinào su tute le me fazènde, col vòs contradìrge su tut, e dàrge sora con la ós, e ancia a coionàrlo, se ocór. Ma, òstrega, che ‘n podestà no ‘l pòdia èsser bestia e restìu, cando che ‘ntel rèst l’è ‘n gialantòm!” “Ma, ‘l séo cusìn,” el dis vardàndol plen de maravéa, el conte Tìlio, - “séo che, scoménzi a créder che gébieo en pòc’ de paura? Ma diséo sul sèrio, ancia ‘l podestà…” “Ma dai, dai, nó èo dit ancia voi che ge vòl tègnerlo ‘n bòna?” “L’è vera, l’ài dit: e cando che se trata de n’àfare sèrio, ve farai véder mì che nó son en putelòt. El seo chel che faròssi per voi? Son un che naròs de persona a fàrge visita al sior podestà. Ah! saràl contènt de l’onor? E son un che i lo lageròs parlar per mez’ora del conte duca, e del nòs sior ciastelan spagnòl e da dàrge sèmper reson de tut, ancia cando che i le disés pròpri grosse. Ge peterài ìo calche paroléta sul conte zio del Consìli secrèt: el seo ben che efèto che le fa che paroléte enle récle del sior podestà. A la fìn dei conti, ‘l giâ pù bisògn el de la nòssa protezion, che voi che ‘l ve obedìssia sèmper. Narài per dalbòn e narài, e ve ‘l convìnzerai dal tut.” Dopo ste parole e àutre che ge ‘nsomiàva, el conte Tìlio l’è partì per nar a ciazza; e don Rodrigo l’è restà ìo a spetar con ansia che ‘l Gris el nidés de vòuta. A la fìn chel’ìo l’è nù a ora de disnar, a far el só rapòrto. El scompìli de ca nòt l’era sta pròpri ‘mpressionante, era sparì trei persone da ‘n paesòt e chesto l’era ‘n fato che le tamisàde, sia per interès, sia per curiosità, le geva da èsser per fòrza tante, ciàude e restìi; e da na banda, chei che seva calche vergot i era massa per nar tuti d’acòrdi a nó dìr engot a ‘nzun. La Perpetua nó la podeva fàrse véder su l’us, ché sùbit l’era tompestada da chel e da chel’àuter, perché la disés cì che l’era sta a fàrge ‘nzì paura al só padrón: e la Perpetua, a pensar e tute le azion de chel fato, e avèndo ciapì de èsser stada buzerada da l’Agnese, la geva adòs na rabia de chele per ca ciativéria, che la geva pròpri bisògn de sfogiàrse. Nó l’è che la se lamentava con chesto o con chel’àuter del modo come che l’era stada ‘ngianada: su chesto nó la diséva baf; ma ‘l schèrz fat al só pòer padrón nó la podéva de segur lagiàrlo passar senza dir engot; e soratut nó la mandava zó che ‘n schèrz enzì ‘l fus sta parezà e metù en opera da chel brao putèl, da ca pòra védoa, da ca madonina dolorata. Don Abondio ‘l podeva bèn comandàrge, e ‘mpregiarla col còr che la tegnìs la bócia serada; ela la podeva ben tornar a dìrge che nó ocoréva suzerìrge na ròba sacrosanta e tanto naturale; zèrto l’è che ‘n grant secrèt come chesto l’era ‘ntel còr de ca pòra feumna, come, ‘l vìn zóven, ‘nte na bót vècla e mal zerclada, che ‘l bói, el scròcola e ‘l bói, e se nó ‘l fa nar ‘l tap per aria, el gè plànz ìo ‘ntorna e ‘l vèn fòr con la sbòfa, e ‘l spénz trà na dóva e l’àutra, e ‘l sgózzola de cà e delà, tanto che se pòl tastàrlo e dir en pressapòc’ che vìn che l’è. El Gervaso, che nó ge pareva vera de èsser per en bòt pù ‘nformà dei àutri, e che nó ge pareva na gloria da ‘ngot aver abù na gran paura, e che per aver tegnù ‘n man na ròba che spuzzava da disonèst, ge pareva de èsser deventà ancia el n’òm come tuti i àutri, e ‘l crepava da la vòia de scacheràrla. E ancia se ‘l Tòni, che ‘l pensava per dalbòn a le tamisàde e ai possìboi prozèssi e prima o dopo a far i conti, ‘l ge comandas, coi pugni sota ‘l mus, de nó dir engot a ‘nzuni, ancia chesto nó g’è sta vèrs de fàrlo tàser dal tut. Tra l’àuter el Tòni, ancia el, dopo che ca nòt l’era sta fòr de ciasa de pù del sòlit, tornà de vòuta, con en pas e na zéra mai visti e con n’azitazion che i lo portava a èsser sinzéro, nó l’à podèst scònderge ‘l fato a la só spósa che nó l’era de segur muta. Cì che eva parlà de men, l’era sta ‘l Ménec’; ma perché chesto apena che ‘l geva contà la storia ai só zenitori e ‘l perché de la só spedizion, ai sòi g’era parèst na ròba ‘nzì tremenda che un dei só fiòi l’avés podést mandar a mónt n’impresa de don Rodrigo, scasi scasi nó i l’à lagià nancia finìr de contàrge chel che g’era suzèst. I giâ ‘ntimà sùbit ‘mprometèndoge castìghi, de star ben atènto a nó dir baf a ‘nzuni: e la doman dré, sicome a lori nó ge pareva de èsserse sicuradi dal tut, i l’à tegnù serà ént en ciasa, per tut el dì, e calche àuter ancor. Ma che? lori stessi po', batolàndo con i paesani e senza volér mossar de savérnen de pù de chesti, cando che se arivava a discórer de chel che g’era suzèst ai nòssi trei poréti, e del come, e del perché, e de ‘ndo che i era nadi a finìr, i ge zontava, come i lo savés tuti, che i era nadi a ‘ntanàrse a Pescarenico. Enzì, ancia sto fato l’èra nà a ruar enle zàcole de la zènt. Con tuti sti tòci de notìzie, messi ‘nsèma e po' ligiadi come se fa de sòlit, e con na sfranza che se ge tacia naturalment entel cosìr, g’era tut per far na storia làmpita e de na segurezza tale, che ogni persona con en pòc’ de testa e che la fus ancia critegóna, la podeva èsser contentada. Però ca sclapada de róbleri, azidènt massa gròs, e che l’era sta na baraónda nó la podeva èsser lagiàda fòra e che de chesta ‘nzun g’eva n’idea ‘n pòc’ bòna, chel’azidènt l’era chel che ‘mbroiava tuta la storia. Se mormorava ‘l nom de don Rodrigo: e su chesto tuti i neva d’acòrdi; per tut el rèst l’era ‘n gran strovèz e idee tute diferènti. Se parlava tant de doi róblerazzi che i era stadi visti per le strade ‘n valnòt, e de n’àuter che l’era sta ‘mplantà su l’us de l’ostarìa; ma che ségn se podéva vadagnar po' da sto fato tòt enzì da só pòsta? Se ge domandava bèn a l’òst cì che era sta ìo la sera inanzi, ma l’òst, a dàrge fé, nó ‘l se ricordava nancia se l’eva vìst zènt ca sera e ‘l pessegiàva a dir che l’ostarìa l’è come ‘n pòrt de mar. Ma pù de tut, che confondeva le teste, e ‘ngarboiava le opunion l’era chel pelegrìn che eva vist el Stèfen e ‘l Carlandrea, chel pelegrìn che i malandrini i voleva mazzàr, e che l’era partì con lori, o che lori i eva portà via. Che èrel nù a far po'? L’era n’anima del purgatòri, compàrsa per aidàr le feumne; l’era n’anima danada de ‘n pelegrìn brigante e bosiàdro, che ‘l nidéva sèmper de nòt a méterse ‘nsèma con cì che fés chele che el l’eva fat cando che l’era ‘n vita; l’era ‘n pelegrìn vìu e vero, che lori i eva volèst copàr, per la paura che ‘l zigiàs, e ‘l desdromenzàs tut el paes; l’era (vardà voiàutri, chel che se va a pensàr!) pròpri un de chei malandrini vestì da pelegrìn; l’era chesto, l’era chel, l’era tante ròbe che tuta la finezza e la speriènza del Gris nó la saròs stada assà a scoprìr cì che ‘l fus, se ‘l Gris l’aves dovèst ciapìr sta part de la storia da le zàcole dei àutri. Ma, come che ‘l lezidor el sa ben, chel che la ‘mbroiava ai àutri, l’era apunto chel che a el g’era ben presènte: dopràndo chel che ‘l seva el per entènder le àutre notìzie metùde ‘nsèma sia da el e sia dai só sòzi che l’eva mandà a tamisar trà la zènt, l’à podèst fàrge a don Rodrigo ‘n rapòrto assà complèt. El Gris el s’è serà ént con don Rodrigo ‘nla só ciàmera e ‘l giâ contà del colpo che i doi pòri spósi i eva tentà, e chesto ‘l spiegiava naturalment perché la ciasa i l’eva trovada vòida e che le ciampane le sonava a martèl, e sichè senza nar a pensar che ‘n ciasa ge fus calche traditor, come che diséva chei doi gialantòumni. Po' i l’à avisà che i era s-ciampadi; e ancia per chesto l’era fàzile trovàr le só resón; che podeva èsser el timor che dei sposi zapàdi ‘n fal, o che i era stadi avisadi da calchedun de chel’invasion dopo che l’era stada scoprìda, e po' ‘l paes che l’era tut en rafanàs. A la fin l’à dit che i se era ‘ntanadi a Pescarenico; de pù nó l’eva podèst savér e ciapìr. Don Rodrigo l’era contènt de èsser segur che ‘nzun l’eva tradì, e notar che nó restava pròve en zìro del só fato; però chesta l’è sta na contentezza che g’è passà sùbit. “S-ciampadi ‘nsèma!” l’à zigià: “’nsèma! E chel fratón brigante! Chel fratón!” ca parola la ge nideva fòr da la gola con la gràcola, e bezgolada tra i denti, che i mordeva ‘l dé: la só fegura l’era bruta come le só passion. “Chel fratón el me la pagerà. Gris! Nó son pù cì che son dalbòn… vòi savér, vòi trovar… stasera, vòi savér endo che ì è. Nó giâi paze. A Pescarenico, sùbit, a savér, a véder, a trovar… te don càter scudi sùbit, e la me protezion per sèmper. Sta sera vòi savérlo. E chel brigante…! chel fratón…!” El Gris de nòu a l’opera; e, pròpri la sera de chel dì ìo, l’à podèst portàrge la al só dégn padrón la bòna nòva: eco ‘n che modo. Una de le pù gran consolazion de sta vita l’è l’amicìzia; e una de le consolazion de l’amicìzia l’è chela de avér calchedun che se pòl confessàrge ‘n secrèt. Alor, i amìzi i è doi a doi, come i sposi; ognun, a parlar en zeneràle, el ge n’à de pù che un: e sto fato ‘l met ensèma na ciadéna, che ‘nzun poròs trovàrge la fìn. Sichè cando n’amìzi ‘l se procura ca consolazion de méter en secrèt enla testa de n’àuter, el ge dà a chesto la vòia de procuràrse la stessa consolazion ancia el. L’è bèn vera che ‘l ge racomanda de nó dir engot a ‘nzun; e n’òbligo tale, cì che lo togés entel sènso rigorós de le parole, el desmeteròs sùbit el córs de le consolazion. Però la pràtigia zenerale l’à volèst che se è obligiadi sol a nó confessar el secrèt se non a cì che sia n’amìzi autertant fidà, e racomandàndoge el stés òbligo de tàser. E ‘nzì da amìzi fidà en amìzi fidà, el secrèt el zira e ‘l zira per ca ciadéna grandiosa, tanto che l’arìva ‘nle récle de chel o de chei endo che ‘l prìm che à parlà ‘l voleva apunto che nó l’arivàs mai. De sòlit però ge voròs tant de chel tèmp per far zircolar na nòva, se tuti i giaves sol doi amìzi: un che ge la conta, e un che ‘l ge la riconta chel secrèt da nó podér dir a ‘nzuni. Ma g’è persone fortunade che de amìzi le ge n’à a zentenàri; e cando che ‘l secrèt l’è arivà a un de sti cì, i ziri i deventa ‘nzì velòzi e ‘nzì tanti, che nó l’è pù possìbol stàrge dré. El nòs autor nó l’à podèst contar tute le bóce endo che era passà ‘l secrèt che ‘l Gris geva l’orden de giatàr fòr: ‘l fato l’è che ‘l bòn òm che eva compagnà le dòne a Monza, nidèndo de vòuta, vèrs le ùndes de nòt, col só ciarét, a Pescarenico, l’à ‘ncontrà, prima de arivar a ciasa, n’amìzi fidà, e ‘l giâ contà, en gran confidanza, l’òpera bòna che l’eva fat, e tut el rèst; e ‘l fato l’è che ‘l Gris l’à podèst, apena doi ore dopo, córer al palaz, a portàrge tut a don Rodrigo che la Lucia e só mama le era logiade enten convent de Monza, e che ‘l Renzo l’eva zapà la strada per arivar enfin a Milan. Don Rodrigo l’à sentù na contentezza de che ciatìve per ca separazion, e la sentù crésserge ‘n pòc’ ca speranza ciatìva de arivar al só scòpo. L’a pensà a la maniera, per scasi tuta la nòt; e l’era levà bonora, con doi intènti, un zà dezìso, l’àuter apena ‘mpensà. El prìm l’era chel de mandar subitiènto ‘l Gris a Monza, per avér nòve pù fres-ce de la Lucia, e savér se ‘l fus possìbol tentar calche vergot. L’à fat clamar sùbit chel só fedél, el giâ metù ‘n man càter scudi, i l’à lodà de nòu de la braùra che ‘l geva metù per gadagnàrsei, e ‘l giâ dat l’órden che l’eva ‘mpensà. “Sior…” el dis, dubitàndo, ‘l Gris. “Che g’è po'?” nó àite parlà ben no? “Se ‘l podés mandar calchedun àuter…” “Come po'?” “Sior lustrìssim, mì son pronto a méterge la pèl per el me padron: l’è ‘l me dovér; ma sai ancia che el nó ‘l vòl riszar massa la vita dei só servi.” “E alor?” “Vòssiorìa lustrìssima la sa bèn de che pòce taglie che giâi su la gròpa: e… Cì son sota la só protezion; sén na brigada; el sior podestà l’è amìzi de ciasa; i sbìri i me rispèta; e ancia mì… l’è na ròba che fa pòc’ onor, ma per vìver en paze… i trati da amìzi. A Milan la divisa de vossiorìa l’è cognossùda; ma a Monza… i me cognós mì ‘nveze. E la sa ben vossiorìa che, nó fon per dìr, ma cì che podés denonziàrme, o presentare la mè crapa, ‘l faròs en bèl colpo? Zènto scudi un su l’àuter, e ‘l dirito de molàr doi bandìti.” “Eh òstrega!” dis don Rodrigo: “me ‘mpàres ‘n ciàgn da cortìu che ‘l giâ apena ‘l coràzo de petàrse adòs a le giambe de cì che passa dinanzi al portón, ma ‘l sèghita a voutàrse ‘ndré per véder se i padroni i lo protéz e ‘l giâ paura de slontanàrse massa! ” “Ma, sior padron, credi de avérge dat le pròve…” “Donca!” “Bòn, d’acòrdi,” el dis onestament el Gris, che l’era sta metù a le strénte, “alor fé cont che mì nó abia nancia parlà: giâi en coràzo da leon, son velòze come ‘l léver, e son pronto a partìr.” “E mì nó ài dit che vàgies da tó pòsta. Tòte dré ‘n par de chei che è mèio… el Sflecià e ‘l Tira-drìt; vai con coràzo e fai véder cì che l’è ‘l Gris. Òstrega! Trei òumni come voi, che néo per i vòssi afari, cì èl che pòl avér interès a fermàrve? Ge voròs che i sbìri de Monza i fus stufi de vìver per riszar a far na ròba del zènere ‘nzì pericolosa sol per zènto scudi. E po', nó pensì de èsser enzì furèst da che man, e ‘l fato che tì sìes el me sèrvo doròs contàr ancor vergot.” Dopo avér svergognà ‘n pòc’ el Gris, don Rodrigo ‘l giâ dat órdeni pù complèti. El Gris, con i doi compagni sièlti, l’è partì sblagando n’alegrìa da bulo, ma ‘ntrà de el el maledìva Monza, le taglie, le feumne, e i ciaprìzzi dei padroni; e ‘l neva con prudenza, come ‘n lóu famà che sforzà da la lupia, con la panza lòngia che se pòl contàrge le coste, e che l’arbandona i só bos-ci sui monti scuertàdi de neo, endo che nó ‘l giata ‘ngot da magnar, e ‘l và con prudenza zó vèrs la planùra, e ogni tant el se ferma, con na zata per aria, scorlando la coa mèza pelàda, per sentìr l’odor de òm o de armi, e l’andrìzza su le récle e ‘l zira de cà e de là i òcli rossi, mossàndo ‘nsèma l’ingordìsia per el selvàdec’ e ‘l terór per el ciazzador. A propòsit, el paragon del lóu l’è tòt da ‘n lìber che ‘l sarà publicià a dì su le crociate e i lombardi, e che ‘l farà parlar de sé. L’ài ricordada perché la me pareva zusta per descrìver ca situazion, e vòi dir da ‘ndo che l’ài tòta per nó far la fegura de chel che vòl far sò le idee dei àutri. Nó voròssi che calchedun el pensas che son dré a far créder de èsser grant amìzi de l’autor de chel lìber, o che mì pòdia dopràr i só studi come che vòi. L’àutra ròba che ge premeva a don Rodrigo, l’era chela de trovar el modo che ‘l Renzo nó ‘l podés pù tornar da la Lucia, e nancia de méter pù pè al só paes; e con sto scopo, el tramava de méter fòr le zàcole de perìcoi e tranèi, en modo che nidèndoge ‘nle récle, magiàri per via de ‘n só calche amìzi, le ge fés passar la vòia de tornar de vòuta da che bande. Però ‘l pensava che la pù segura saròs sta chela de fàrlo parar via dal stato: e per ressuìr ente chesto, ‘l vedéva che pù de le angiarìe g’averòs fat pù còmot la zustìzia. Se podeva, per esèmpi, esazerar su chel’azion fata ‘n cialòngia, fàrlo passar per n’atentato, per n’ato da ribèle, e per mèz del dotor, fàrge ‘ntènder al podestà che l’era ‘l caso de mandar calchedun a ‘mpresonar el Renzo. Però l’à pensà che a el nó ge convenìva manezàr sta fazènda; e senza star ìo a struciàrse ‘l zervèl, l’à dezìso de sentìr el dotor Azzecca-garbugli chel tant che ocoréva, per fàrge ‘ntènder el só desidèri. — Le lézi le è tante! — ‘l pensava: — e ‘l dotor nó l’è n’òca: vegot che me fàgia còmot i lo giaterà fòr de segur, calche giarbòi da ‘ndovinar a chel vilanaz: se no ge cambi ‘l nòm. — Ma (vardà come che le va a bòte le ròbe de sto mondo!) entant che don Rodrigo ‘l pensava al dotor, come a l’òm pù àbile a servìrlo ente sto afare, n’àuter òm, l’òm che ‘nzun se ‘mmazineròs, el Renzo ‘n persona, per dirlo ben, el laorava de còr a servìrlo enten modo pù segur e pù velòze de tuti chei che ‘l dotor l’averòs mai savèst giatàr fòra. Ài vist de pù che ‘n bòt, en brào pòpo, a dir la verità ‘n pòc’ busnèl pù del normale, ma che da chel che ‘l fa véder, el móssa de volér deventàr en gialantòm; disévi che l’ài vist, pù de ‘n bòt endafarà ‘n valnòt a paràr sota ‘l cuèrt en sclàp de porcelini d’India, che l’era tut el dì che i coréva ‘nten pradestèl. L’avròs volèst fàrli nar tuti ‘nsèma ‘ntel stalòt, ma l’era fadìgia petàda via: un el nèva da na banda, e ‘ntant che ‘l pastorèl el coréva per paràrlo ‘nsèma a tuti i àutri, n’àuter, o doi o trei i s-ciampava da l’àutra, corèndo dapertut. De modo che, dopo èsserse ‘n pòc’ rot le bale, ‘l se adatava a lagiàrge far chel che i voleva, e prima ‘l spenzéva dént chei che era pù vizìni a l’us, po' ‘l neva a tòr i àutri, a un, a doi, a trei come che l’era bòn. Na ròba del zènere ne convièn far coi nòssi personazi: sistemada la Lucia, sen nadi de corsa da don Rodrigo; e adès gen da arbandonàrlo per nàrge dré al Renzo, che even perdù de vista. Dopo la dolorosa separazion che en contà prima, el Renzo ‘l s’era ‘nvià a pè da Monza vèrs Milan, con l’umor che tuti pòl emmazinàrse fazilment. Arbandonar la ciasa, desméter de far el só mistér, ma pù de tut, slontanàrse da la Lucia, giatàrse su ‘nte na strada, senza savér endo che l’avròs trovà da sistemàrse; e tut per ciàusa de chel slandrón! Cando che col pensier ge nidéva ‘n ment una o l’àutra de ste ròbe, el se ‘mpegolàva tut ‘nla rabia e ‘ntela vòia mata de vendiciàrse; però dopo ge nideva ‘n ment ca orazion che l’eva dit su ancia el col só bòn frate ‘nla glésia de Pescarenico; e alor el se pentìva: ge se desdromenzàva ancor la stìzza; ma vedèndo na Madonina ‘mpiturada su ‘nten mur, el se tiràva zó ‘l ciapèl, e ‘l se fermava n’àtimo a pregiar de nòu: tanto che, ente chel viàz, col pensier l’à copà e resussità don Rodrigo, almen vìnti bòte. La strada alor, là passàva sbassada tra doi rive, pléna ‘n pàuta, sassi e solciada da doi rodare fonde, che, dopo ‘n ploviàzi, le deventava rìgole; e ‘n zèrte part pù basse, la se ‘mplenìva de aca tanto che podéves nar con la bàrcia. Enchel pòsto, en sinteròt ért fat a s-cialìni el mossàva che àutri viazadori i era passadi da chela per nar a travérs i ciampi. El Renzo, dopo che l’è nà su per un de sti sinteròti sul cólem del terén pù àut, la vist la gran massa del Dòm che se distingueva solàgna ‘nla planadura, come se nó la pozàs en mèz a la zità, ma la fus en mèz al desèrt. El s’è fermà de colp, desmentegiàndo tuti i só fastìdi e ‘l s’è metù a considerar, ancia da lontan, ca maravéa straordenaria che l’eva sèmper sentù parlar da cando che l’era pòpo. Ma dopo calche moment, voutàndose ‘ndré, l’à vist tra ziel e tèra ca grésta de montagne, e l’à cognossù benón la zima pù àuta, chela del Resegone, e chesto i l’à fat enrabiàr tant, l’è sta ìo per en pòc’ a vardàr vèrs chei monti, plén de destrani e po', sèmper avelì come ‘n ciag bastonà, ‘l s’è voutà e l’à seghità per la só strada. En pòc’ al bòt l’à scomenzià a véder ciampanìi e tór e cùpole cuèrti; alor l’è nà zó ‘nla strada e l’à ciaminà ancor per en bèl pezzòt, e cando che ‘l s’è acòrt de èsser pròpri vizìn a la zità, ‘l g’è nà dausìn a ‘n viazador, e, con na svérgla, con tut el trato che l’era bòn, ‘l giâ dit: “el me scùsia, sior.” “Che voléo po', brào putèl?” “Poròsseo ‘nsegnàrme la strada pù curta per arivar al convent dei ciapuzìni ‘ndo che g’è ‘l padre Bonaventura?” Chel’òm che ‘l Renzo l’eva fermà, l’era ‘n bacàn che abitava enten paesón ìo vizìn, che cà doman l’era na a Milan, per zèrte só ‘ncombènze, e l’era dré a nir de vòuta, senza avér combinà ‘ngot, con na prèssa de chele, e nó l’anvedéva l’ora de arivar a só ciasa, e volintéra l’averòs fat a men de fermàrse. Con tut chesto, senza palesar tuta ca prèssa, ‘l giâ respondù con tuta la bòna creanza: “caro putèl, conventi ge n’è de pù che un: ge voròs che me saveròsseo dir vergot de pù prezìso de chel che zerciào.” El Renzo alor l’à tirà fòr da la sbòza la lìtera del padre Cristoforo, e i ge l’à fata véder a chel sior, che, lezèndo: porta orientale, i ge l’à data ndré disèndo: “seo fortunà, brào putèl; el convent che zerciào l’è pòc’ lontan da cacì. Zapà sta viòta cì a manzància: l’è ‘n scùrtol: enten pòci minuti doròsseo arivar a ‘n ciantón de ‘n ciasament lònc’ e bas; l’è ‘l lazarét; costezà ‘l fossà che i lo zirconda e doròsseo arivar a véder la porta orientale. Né ént, e, dopo trei o caterzènto passi, vederéo na piazéta con dént bèi olmi: ìo g’è ‘l convent, nó podéo sbagliar. Che ‘l Sioredio ‘l ve assìstia, brào putèl.” E, compagnàndo le ultime parole con en zèst educà de la man, e ‘l se n’è nà. El Renzo l’è restà maraveà e consolà de la bòna creanza dei zitadìni vèrs la zènt che nidèva da la ciampagna; e nó ‘l seva che l’era ‘n dì fòr da l’ordinari, en dì che i siori i se ‘nchinava a la pòra zènt. la fat la strada che i geva ‘nsegnà e ‘l s’è giatà a la porta orientale. Nó ge vòl però che ‘l lezidor el se làgia tòr da chel che sto posto ‘l ge fa nir en ment encòi endì. Cando che ‘l Renzo l’è na ént da ca porta, la strada de fòr la neva drìta per tuta la longezza del lazarét; e po' la neva avanti a bissabòa strénta, tra doi strupàie. La porta l’era doi pilastri, con sora na tetòia, per scuertar i portoni, e da na banda g’era na ciasòta per i dazieri. I muri i neva zó ‘n pendéza malament e ‘l terén l’era scuertà da ‘n mùcel de rùderi e tòci petadi cì e ìo a caso. La strada che se daverzéva davanti per cì che neva ént da ca porta, nó la saròs mal paragonada a come che se presenta ‘ncòi la strada che ven ént da porta Tosa. En fossatèl ge coréva ‘n mèz, pròpri arènt a la porta, tanta da spartìrla ente doi stradèle pléne ‘n vòute, scuertade de pólver o de lòcia, conforma la stazón. Ente chel punto ‘ndo che l’era, e ‘ndo che la g’è ancia adès ca viòta che i clama del Borghét, el fossatèl el se perdeva ‘nte na fògna. Ìo g’era na colòna, con sora na crós, che i clama de san Dionìzi: a man dritta e a man anzància g’era òrti seràdi via da strupaie e, ogni tant, g’era ciasòte abitade perlopù da lavandàri. El Renzo ‘l va ént, e ‘l passa; nancia un dei dazieri ‘l ge abada: na ròba che g’era parèst stramba, sicome che da chei pòci só paesani che podeva scacherar de èsser stadi a Milan, l’eva sentù contar ròbe grosse de perquisizion e de ‘n mùcel de domande che i ge feva a chei che arivava da la ciampagna. La strada l’era desèrta, en modo che, se nó l’avés sentù en zonzonar lontan che voleva dir gran movimento, g’averòs emparèst de nar ént ‘nte na zità vòida. Nàndo avanti, senza savér che pensar, l’à vist per tèra zèrte strìse biànce e mòrbie, come la néo; ma néo nó ‘l podéva èsser, perché nó la vèn a strìse, e de sòlit nancia ente ca stazón. El s’è plegià sora una de che strìse, l’à vardà, l’à tocià e ‘l s’è acòrt che l’era farina. — Gran bondanza, — el dis entrà de el, — ge dev’èsser a Milan, se i pòl petàr via ente sto modo tuta sta grazia de Dio. I né deva da ‘ntènder che la ciarestìa l’era dapertut. Eco come che i fa per tègner chièta la pòra zènt de ciampagna. — Ma, fati pòci passi, arivà de flànc’ de la colòna, la vist, ai pèi de chesta, vergot de ancor pù strambo; l’à vist sui s-cialìni del pedestal zèrte ròbe sparpaiade ìo, che de segur nó l’era sassi, e se le fus stade sul banco de ‘n pistór, nó s’averòs podèst clamarli che panéti. Ma ‘l Renzo nó ‘l fidava a créder, enzì sùbit, a chel che ‘l vedeva; perché, òstrega! nó l’era ìo ‘l posto dei panéti. — Spèta che vardàn che razza de afare che l’è chesto, — el dis ancor ‘ntrà de el; l’è nà vèrs la colòna, ‘l s’è sgobà, e ‘l n’à tòt su un: l’era per dalbòn en panét tondo, biancìssim, de chei che de sòlit el Renzo ‘l magnava ‘nle feste grande. — L’è pan per dalbòn! — el dis con la ós fòrta; tanta l’era la só maravéa: — enzì i lo seumna ‘nte sto paes? pròpri chest’an? e nó i se tòl nancia la brìgia de tòrlo su, cando che ‘l cròda per tèra? Che ‘l sia ‘l paes de la cucagna chesto? — Dopo chìndes chilometri de strada, a l’aria fres-cia de la matìna, chel pan, ensèma a la maravéa, l’à desveglà l’apetìt. — Tòrlo? — ‘l pensava ‘ntrà de el: — poh! I l’à lagià cì per i ciagni; poderà ben gòderlo ancia ‘n cristian. A la fin, se sàuta fòr el padron, ge ‘l pagerài. — Pensàndo ‘nzì, ‘l s’à metù ‘n s-ciarsèla chel che ‘l geva ‘n man, e ‘l n’à tòt su n’àuter e i l’à metù ‘nl’àutra; en tèrz, l’à scomenzià a magnàrlo; e po' ‘l s’è metù a ciaminar ancor, pù maraveà che mai, e desideros de savér vergot de che storia che ‘l fus chela ìo. Apena che ‘l s’era ‘nvià, l’à vist nìr zènt dal de ént de la zità, e l’à vardà con atenzion chei che era a la testa. L’era n’òm e na feumna, e calche pas endré ‘n putelòt; tuti trei con na ciàrgia adòs, che ‘mpareva che nó i fus nancia bòni de portarla, e tuti trei i vardava fòr pròpri mal. I àbiti o le sdrazze ‘nfarinade; ‘nfarinà ‘l mus e per de pù desfeguradi e rossi come le brase; i ciaminava gòbi per el peso e ancia pléni ‘n dolor come se i giaves i òssi róti. L’òm el portava a stento su le spale ‘n gran sac’ de farina, che, sicome che l’era sbusà, cì e ìo en pòc’ i la seumnava, ogni bòt che l’antopava da calche man, o che ‘l se sgiambìrlava. Ma pù brut l’era véder la feumna: con na panza fòr de misura, che ‘mpareva fus tegnù fadigosament da doi brazzi plegiadi: come na marmitóna con doi màngi; e sota a chel panzón piciava fòr doi giambe, nudìze ‘nfìn sora ‘l zinòcel che nideva inanzi sgiambirlànt. El Renzo l’à vardà pù ben e l’à vist che chel gran còrp l’era la vèsta che ca feumna la tegnìva per na récla, con dént farina tanta che podeva stàrgen, e ancia ‘n pòc’ de pù; en modo che, scasi a ogni pas, en sgolava via na sventàda. El putelòt el tegnìva con tute doi le man su la testa ‘n gran zestón colmo de panéti; ma, sicome ‘l geva le giambe pù curte dei sòi, el restava ‘n pòc’ ‘ndré, e, per zapàrli ogni tant el neva ‘n pòc’ de corsa, e dal zestón crodava zó per tèra calche panét. “Péten via ancor n’àuter, bòn da ‘ngot che nó ses àuter,” la dis só mare, mossàndoge i denti al putelòt. “Mì nó i péti via no, i cròda zó da só pòsta: come g’àite da far pò?” à respondù ‘l popàt. “Ih! ses fortunà, che giâi le man ocupade,” la dis ca dòna, azitàndo i pugni, come se la ge dés en bòn scorlón a chel pòr putèl; e ‘ntant con chel moviment l’à fat sgolar via pù farina ela de chel che ocoréva per far doi de che michéte che g’era crodà zó al putèl. “Dai, dai,” dis l’òm: “tornerén endré a tòrli su o i li binerà su calchedun àuter. Se patìs la fam da arcant tèmp: adès che g’è ‘n pòc’ de bondanza, godéntela ‘n santa paze.” Entant arivava àutra zènt da la porta; e un de chesti, svizinàndose a ca feumna, ‘l giâ domandà: - ‘ndo se va po' a tòr el pan? “Pù avanti,” la giâ respondù; e cando che i è stadi lontani dés passi, l’à giâ tacià tontonànt: “sti contadini birbanti, i nirà a spazzolar tute le pistorìe e i magazini, e per noi nó resterà pù ‘ngot.” “En pòc’ per un, tormento che nó ses àuter,” el dis el só òm: “bondanza, bondanza.” Da che ròbe che ‘l vedéva e che ‘l sentiva ‘ntorna a el, el Renzo l’à scomenzià a ciapìr che l’era arivà ente na zità ‘ndo che g’era la solevazion e che chel’io l’era ‘n dì de rivoluzion. En pratigia, tuti i se togéva chel che i voleva, conforma la fòrza e la volontà, e per pagiament e deva pache. Ancia se voròssen descrìver el nòs contadìn come na persona pù che da gialantòm, la storia la ne òbligia a dir che ‘l só prìm pensier l’era sta de sodisfazion. Ancia el el geva pòc’ da èsser content de come che neva le ròbe e per chesto el pendeva a véder de bòn òcel tut chel che podeva cambiar ca situazion en calunque modo. E èstra, come per tanti òumni del só tèmp, l’era d’acòrdi con ca idea che zircolava che se manciava ‘l pan, la colpa l’era de chei che speculava e dei pistori, e per chesto ‘l pendeva a pensar che l’era zusta tòrge ‘l da magnar a lori che, ‘nzì ‘l pensava, i ge negiava ‘l pan a tuta la pòra zènt. Però l’à dezìso de tègnerse fòr da chel rebalton e ‘l s’è tegnù content de èsser dirèt da ‘n ciapuzìn, che ‘l g’averòs ofèrt en refugio e che ‘l giaveròs fat da pare. Con sti pensieri ‘n ment e oservando ‘ntant i ribèli ciargiàdi de farina e pan, l’à fat el tòc’ de strada che ge restava per arivar al convent. Endo che adès g’è chel bel palaz, con ca lògia bela àuta, g’era alor, e la g’era ‘ncor che nó l’è tanti ani, na piazéta e zó ‘n font a chesta g’era la glésia e ‘l convent dei ciapuzìni con càter ólmi grandi ìo davanti. Sén contenti con chei càter lezidori che per fortuna nó à vist le ròbe en che condizion: vòl dir che i è zóveni, e tant, e nó i à bù tèmp, enfìn adès, de combinar tante stupidade. El Renzo l’è nà drìt a la pòrta, l’à metù ‘nla sbòza chel mèz panét che ge restava, l’à tirà fòr e tegnù preparà la lìtera, e l’à sonà ‘l ciampanèl. S’è daverzù na finestrèla con la só ramada, e s’à fat véder la fazza del frate portenar a domandar cì che l’era. “Un che vèn da la ciampagna, che ‘l pòrta al padre Bonaventura na lìtera ‘mportante del padre Cristoforo.” “Déme cì,” dis el portenar, slongiàndo na man vèrs la ramada. “No, no,” dis el Renzo: “G’ài da consegnàrgela mì ‘nle só man.” “Adès nó l’è cì ‘ntel convent, no.” “El mé làgia nìr ént, che l’aspeterai.” “Fé come che vé dìgi mì,” à respondù ‘l frate: “né a spetar en glésia, che ‘nzì ‘ntant podéo far en pòc’ de bèn. Entel convent, per adès, nó se pòl nìr ént.” E dit enzì l’à serà la finestrèla. El Renzo l’è restà ìo, con la só lìtera ‘n man. L’à fat dés passi vèrs la porta de la glésia, per nar dré al consìli del portenar; ma prima l’à pensà de nar a dar n’oclada al tumulto. L’à traversà la piazéta, e ‘l s’è portà su l’or de la strada, e ‘l s’è fermà, con i brazzi ‘ncrosadi sul stómec’ a vardar a man zancia, vèrs el dé ént de la zità endo che 'l fólò l’era pù tant e ‘ndo che g’era pù ghèto. Tut chel rebalton l’à ‘ngolosì ‘l Renzo. — Nén a véder, — ‘l dis entrà de el; l’à tirà fòr la só mèza michéta, e sboconzelàndo, ‘l s’è ‘nvià da ca banda. Entant che l’è dré a nar, noi ve conterén, pù velòze possìbol, le ciàuse e ‘l prinzìpi de chel sconvolziment.
Era quello il second’anno di raccolta scarsa. Nell’antecedente, le provvisioni rimaste degli anni addietro avevan supplito, fino a un certo segno, al difetto; e la popolazione era giunta, non satolla nè affamata, ma, certo, affatto sprovveduta, alla messe del 1628, nel quale siamo con la nostra storia. Ora, questa messe tanto desiderata riuscì ancor più misera della precedente, in parte per maggior contrarietà delle stagioni (e questo non solo nel milanese, ma in un buon tratto di paese circonvicino); in parte per colpa degli uomini. Il guasto e lo sperperìo della guerra, di quella bella guerra di cui abbiam fatto menzione di sopra, era tale, che, nella parte dello stato più vicina ad essa, molti poderi più dell’ordinario rimanevano incolti e abbandonati da’ contadini, i quali, in vece di procacciar col lavoro pane per sè e per gli altri, eran costretti d’andare ad accattarlo per carità. Ho detto: più dell’ordinario; perchè le insopportabili gravezze, imposte con una cupidigia e con un’insensatezza del pari sterminate, la condotta abituale, anche in piena pace, delle truppe alloggiate ne’ paesi, condotta che i dolorosi documenti di que’ tempi uguagliano a quella d’un nemico invasore, altre cagioni che non è qui il luogo di mentovare, andavano già da qualche tempo operando lentamente quel tristo effetto in tutto il milanese: le circostanze particolari di cui ora parliamo, erano come una repentina esacerbazione d’un mal cronico. E quella qualunque raccolta non era ancor finita di riporre, che le provvisioni per l’esercito, e lo sciupinìo che sempre le accompagna, ci fecero dentro un tal vòto, che la penuria si fece subito sentire, e con la penuria quel suo doloroso, ma salutevole come inevitabile effetto, il rincaro. Ma quando questo arriva a un certo segno, nasce sempre (o almeno è sempre nata finora; e se ancora, dopo tanti scritti di valentuomini, pensate in quel tempo!), nasce un’opinione ne’ molti, che non ne sia cagione la scarsezza. Si dimentica d’averla temuta, predetta; si suppone tutt’a un tratto che ci sia grano abbastanza, e che il male venga dal non vendersene abbastanza per il consumo: supposizioni che non stanno nè in cielo, nè in terra; ma che lusingano a un tempo la collera e la speranza. Gl’incettatori di grano, reali o immaginari, i possessori di terre, che non lo vendevano tutto in un giorno, i fornai che ne compravano, tutti coloro in somma che ne avessero o poco o assai, o che avessero il nome d’averne, a questi si dava la colpa della penuria e del rincaro, questi erano il bersaglio del lamento universale, l’abbominio della moltitudine male e ben vestita. Si diceva di sicuro dov’erano i magazzini, i granai, colmi, traboccanti, appuntellati; s’indicava il numero de’ sacchi, spropositato; si parlava con certezza dell’immensa quantità di granaglie che veniva spedita segretamente in altri paesi; ne’ quali probabilmente si gridava, con altrettanta sicurezza e con fremito uguale, che le granaglie di là venivano a Milano. S’imploravan da’ magistrati que’ provvedimenti, che alla moltitudine paion sempre, o almeno sono sempre parsi finora, così giusti, così semplici, così atti a far saltar fuori il grano, nascosto, murato, sepolto, come dicevano, e a far ritornar l’abbondanza. I magistrati qualche cosa facevano: come di stabilire il prezzo massimo d’alcune derrate, d’intimar pene a chi ricusasse di vendere, e altri editti di quel genere. Siccome però tutti i provvedimenti di questo mondo, per quanto siano gagliardi, non hanno virtù di diminuire il bisogno del cibo, nè di far venire derrate fuor di stagione; e siccome questi in ispecie non avevan certamente quella d’attirarne da dove ce ne potesse essere di soprabbondanti; così il male durava e cresceva. La moltitudine attribuiva un tale effetto alla scarsezza e alla debolezza de’ rimedi, e ne sollecitava ad alte grida de’ più generosi e decisivi. E per sua sventura, trovò l’uomo secondo il suo cuore. Nell’assenza del governatore don Gonzalo Fernandez de Cordova, che comandava l’assedio di Casale del Monferrato, faceva le sue veci in Milano il gran cancelliere Antonio Ferrer, pure spagnolo. Costui vide, e chi non l’avrebbe veduto? che l’essere il pane a un prezzo giusto, è per sè una cosa molto desiderabile; e pensò, e qui fu lo sbaglio, che un suo ordine potesse bastare a produrla. Fissò la meta (così chiamano qui la tariffa in materia di commestibili), fissò la meta del pane al prezzo che sarebbe stato il giusto, se il grano si fosse comunemente venduto trentatre lire il moggio: e si vendeva fino a ottanta. Fece come una donna stata giovine, che pensasse di ringiovinire, alterando la sua fede di battesimo. Ordini meno insensati e meno iniqui eran, più d’una volta, per la resistenza delle cose stesse, rimasti ineseguiti; ma all’esecuzione di questo vegliava la moltitudine, che, vedendo finalmente convertito in legge il suo desiderio, non avrebbe sofferto che fosse per celia. Accorse subito ai forni, a chieder pane al prezzo tassato; e lo chiese con quel fare di risolutezza e di minaccia, che danno la passione, la forza e la legge riunite insieme. Se i fornai strillassero, non lo domandate. Intridere, dimenare, infornare e sfornare senza posa; perchè il popolo, sentendo in confuso che l’era una cosa violenta, assediava i forni di continuo, per goder quella cuccagna fin che durava; affacchinarsi, dico, e scalmanarsi più del solito, per iscapitarci, ognun vede che bel piacere dovesse essere. Ma, da una parte i magistrati che intimavan pene, dall’altra il popolo che voleva esser servito, e, punto punto che qualche fornaio indugiasse, pressava e brontolava, con quel suo vocione, e minacciava una di quelle sue giustizie, che sono delle peggio che si facciano in questo mondo; non c’era redenzione, bisognava rimenare, infornare, sfornare e vendere. Però, a farli continuare in quell’impresa, non bastava che fosse lor comandato, nè che avessero molta paura; bisognava potere: e un po’ più che la cosa fosse durata, non avrebbero più potuto. Facevan vedere ai magistrati l’iniquità e l’insopportabilità del carico imposto loro, protestavano di voler gettar la pala nel forno, e andarsene; e intanto tiravano avanti come potevano, sperando, sperando che, una volta o l’altra, il gran cancelliere avrebbe inteso la ragione. Ma Antonio Ferrer, il quale era quel che ora si direbbe un uomo di carattere, rispondeva che i fornai s’erano avvantaggiati molto e poi molto nel passato, che s’avvantaggerebbero molto e poi molto col ritornar dell’abbondanza; che anche si vedrebbe, si penserebbe forse a dar loro qualche risarcimento; e che intanto tirassero ancora avanti. O fosse veramente persuaso lui di queste ragioni che allegava agli altri, o che, anche conoscendo dagli effetti l’impossibilità di mantener quel suo editto, volesse lasciare agli altri l’odiosità di rivocarlo; giacchè, chi può ora entrar nel cervello d’Antonio Ferrer? il fatto sta che rimase fermo su ciò che aveva stabilito. Finalmente i decurioni (un magistrato municipale composto di nobili, che durò fino al novantasei del secolo scorso) informaron per lettera il governatore, dello stato in cui eran le cose: trovasse lui qualche ripiego, che le facesse andare. Don Gonzalo, ingolfato fin sopra i capelli nelle faccende della guerra, fece ciò che il lettore s’immagina certamente: nominò una giunta, alla quale conferì l’autorità di stabilire al pane un prezzo che potesse correre; una cosa da poterci campar tanto una parte che l’altra. I deputati si radunarono, o come qui si diceva spagnolescamente nel gergo segretariesco d’allora, si giuntarono; e dopo mille riverenze, complimenti, preamboli, sospiri, sospensioni, proposizioni in aria, tergiversazioni, strascinati tutti verso una deliberazione da una necessità sentita da tutti, sapendo bene che giocavano una gran carta, ma convinti che non c’era da far altro, conclusero di rincarare il pane. I fornai respirarono; ma il popolo imbestialì. La sera avanti questo giorno in cui Renzo arrivò in Milano, le strade e le piazze brulicavano d’uomini, che trasportati da una rabbia comune, predominati da un pensiero comune, conoscenti o estranei, si riunivano in crocchi, senza essersi dati l’intesa, quasi senza avvedersene, come gocciole sparse sullo stesso pendìo. Ogni discorso accresceva la persuasione e la passione degli uditori, come di colui che l’aveva proferito. Tra tanti appassionati, c’eran pure alcuni più di sangue freddo, i quali stavano osservando con molto piacere, che l’acqua s’andava intorbidando; e s’ingegnavano d’intorbidarla di più, con que’ ragionamenti, e con quelle storie che i furbi sanno comporre, e che gli animi alterati sanno credere; e si proponevano di non lasciarla posare, quell’acqua, senza farci un po’ di pesca. Migliaia d’uomini andarono a letto col sentimento indeterminato che qualche cosa bisognava fare, che qualche cosa si farebbe. Avanti giorno, le strade eran di nuovo sparse di crocchi: fanciulli, donne, uomini, vecchi, operai, poveri, si radunavano a sorte: qui era un bisbiglio confuso di molte voci; là uno predicava, e gli altri applaudivano; questo faceva al più vicino la stessa domanda ch’era allora stata fatta a lui; quest’altro ripeteva l’esclamazione che s’era sentita risonare agli orecchi; per tutto lamenti, minacce, maraviglie: un piccol numero di vocaboli era il materiale di tanti discorsi. Non mancava altro che un’occasione, una spinta, un avviamento qualunque, per ridurre le parole a fatti; e non tardò molto. Uscivano, sul far del giorno, dalle botteghe de’ fornai i garzoni che, con una gerla carica di pane, andavano a portarne alle solite case. Il primo comparire d’uno di que’ malcapitati ragazzi dov’era un crocchio di gente, fu come il cadere d’un salterello acceso in una polveriera. “Ecco se c’è il pane!” gridarono cento voci insieme. “Sì, per i tiranni, che notano nell’abbondanza, e voglion far morir noi di fame,” dice uno; s’accosta al ragazzetto, avventa la mano all’orlo della gerla, dà una stratta, e dice: “lascia vedere.” Il ragazzetto diventa rosso, pallido, trema, vorrebbe dire: lasciatemi andare; ma la parola gli muore in bocca; allenta le braccia, e cerca di liberarle in fretta dalle cigne. “Giù quella gerla,” si grida intanto. Molte mani l’afferrano a un tempo: è in terra; si butta per aria il canovaccio che la copre: una tepida fragranza si diffonde all’intorno. "Siam cristiani anche noi: dobbiamo mangiar pane anche noi, "dice il primo; prende un pan tondo, l’alza, facendolo vedere alla folla, l’addenta: mani alla gerla, pani per aria; in men che non si dice, fu sparecchiato. Coloro a cui non era toccato nulla, irritati alla vista del guadagno altrui, e animati dalla facilità dell’impresa, si mossero a branchi, in cerca d’altre gerle: quante incontrate, tante svaligiate. E non c’era neppur bisogno di dar l’assalto ai portatori: quelli che, per loro disgrazia, si trovavano in giro, vista la mala parata, posavano volontariamente il carico, e via a gambe. Con tutto ciò, coloro che rimanevano a denti secchi, erano senza paragone i più; anche i conquistatori non eran soddisfatti di prede così piccole, e, mescolati poi con gli uni e con gli altri, c’eran coloro che avevan fatto disegno sopra un disordine più co’ fiocchi. “Al forno! al forno!” si grida. Nella strada chiamata la Corsia de’ Servi, c’era, e c’è tuttavia un forno, che conserva lo stesso nome; nome che in toscano viene a dire il forno delle grucce, e in milanese è composto di parole così eteroclite, così bisbetiche, così salvatiche, che l’alfabeto della lingua non ha i segni per indicarne il suono 1. A quella parte s’avventò la gente. Quelli della bottega stavano interrogando il garzone tornato scarico, il quale, tutto sbigottito e abbaruffato, riferiva balbettando la sua trista avventura; quando si sente un calpestìo e un urlìo insieme; cresce e s’avvicina; compariscono i forieri della masnada. Serra, serra; presto, presto: uno corre a chiedere aiuto al capitano di giustizia; gli altri chiudono in fretta la bottega, e appuntellano i battenti. La gente comincia a affollarsi di fuori, e a gridare: “pane! pane! aprite! aprite! ” Pochi momenti dopo, arriva il capitano di giustizia, con una scorta d’alabardieri. “Largo, largo, figliuoli: a casa, a casa; fate luogo al capitano di giustizia,” grida lui e gli alabardieri. La gente, che non era ancor troppo fitta, fa un po’ di luogo; dimodochè quelli poterono arrivare, e postarsi, insieme, se non in ordine, davanti alla porta della bottega. “Ma figliuoli,” predicava di lì il capitano, “che fate qui? A casa, a casa. Dov’è il timor di Dio? Che dirà il re nostro signore? Non vogliam farvi male; ma andate a casa. Da bravi! Che diamine volete far qui, così ammontati? Niente di bene, ne per l’anima, nè per il corpo. A casa, a casa.” Ma quelli che vedevan la faccia del dicitore, e sentivan le sue parole, quand’anche avessero voluto ubbidire, dite un poco in che maniera avrebber potuto, spinti com’erano, e incalzati da quelli di dietro, spinti anch’essi da altri, come flutti da flutti, via via fino all’estremità della folla, che andava sempre crescendo. Al capitano, cominciava a mancargli il respiro. “Fateli dare addietro ch’io possa riprender fiato,” diceva agli alabardieri: “ma non fate male a nessuno. Vediamo d’entrare in bottega: picchiate; fateli stare indietro.” “Indietro! indietro!” gridano gli alabardieri, buttandosi tutti insieme addosso ai primi, e respingendoli con l’aste dell’alabarde. Quelli urlano, si tirano indietro, come possono; dànno con le schiene ne’ petti, co’ gomiti nelle pance, co’ calcagni sulle punte de’ piedi a quelli che son dietro a loro: si fa un pigìo, una calca, che quelli che si trovavano in mezzo, avrebbero pagato qualcosa a essere altrove. Intanto un po’ di vòto s’è fatto davanti alla porta: il capitano picchia, ripicchia, urla che gli aprano: quelli di dentro vedono dalle finestre, scendon di corsa, aprono; il capitano entra, chiama gli alabardieri, che si ficcan dentro anch’essi l’un dopo l’altro, gli ultimi rattenendo la folla con l’alabarde. Quando sono entrati tutti, si mette tanto di catenaccio, si riappuntella; il capitano sale di corsa, e s’affaccia a una finestra. Uh, che formicolaio! “Figliuoli,” grida: molti si voltano in su; “figliuoli, andate a casa. Perdono generale a chi torna subito a casa.” “Pane! pane! aprite! aprite!” eran le parole più distinte nell’urlìo orrendo, che la folla mandava in risposta. “Giudizio, figliuoli! badate bene! siete ancora a tempo. Via, andate, tornate a casa. Pane, ne avrete; ma non è questa la maniera. Eh!... eh! che fate laggiu! Eh! a quella porta! Oibò oibò! Vedo, vedo: giudizio! badate bene! è un delitto grosso. Or ora vengo io. Eh! eh! smettete con que’ ferri; giu quelle mani. Vergogna! Voi altri milanesi, che, per la bontà, siete nominati in tutto il mondo! Sentite, sentite: siete sempre stati buoni fi...... Ah canaglia! ” Questa rapida mutazione di stile fu cagionata da una pietra che, uscita dalle mani d’uno di que’ buoni figliuoli, venne a batter nella fronte del capitano, sulla protuberanza sinistra della profondità metafisica. “Canaglia! canaglia!” continuava a gridare, chiudendo presto presto la finestra, e ritirandosi. Ma quantunque avesse gridato quanto n’aveva in canna, le sue parole, buone e cattive, s’eran tutte dileguate e disfatte a mezz’aria, nella tempesta delle grida che venivan di giù. Quello poi che diceva di vedere, era un gran lavorare di pietre, di ferri (i primi che coloro avevano potuto procacciarsi per la strada), che si faceva alla porta, per sfondarla, e alle finestre, per svellere l’inferriate: e già l’opera era molto avanzata. Intanto, padroni e garzoni della bottega, ch’erano alle finestre de’ piani di sopra, con una munizione di pietre (avranno probabilmente disselciato un cortile), urlavano e facevan versacci a quelli di giù, perché smettessero; facevan vedere le pietre, accennavano di volerle buttare. Visto ch’era tempo perso, cominciarono a buttarle davvero. Neppur una ne cadeva in fallo; giacché la calca era tale, che un granello di miglio, come si suol dire, non sarebbe andato in terra. “Ah birboni! ah furfantoni! È questo il pane, che date alla povera gente? Ahi! Ahimè! Ohi! Ora, ora!” s’urlava di giù. Più d’uno fu conciato male; due ragazzi vi rimasero morti. Il furore accrebbe le forze della moltitudine: la porta fu sfondata, l’inferriate, svelte; e il torrente penetrò per tutti i varchi. Quelli di dentro, vedendo la mala parata, scapparono in soffitta: il capitano, gli alabardieri, e alcuni della casa stettero lì rannicchiati ne’ cantucci; altri, uscendo per gli abbaini, andavano su pe’ tetti, come i gatti. La vista della preda fece dimenticare ai vincitori i disegni di vendette sanguinose. Si slanciano ai cassoni; il pane è messo a ruba. Qualcheduno in vece corre al banco, butta giù la serratura, agguanta le ciotole, piglia a manate, intasca, ed esce carico di quattrini, per tornar poi a rubar pane, se ne rimarrà. La folla si sparge ne’ magazzini. Metton mano ai sacchi, li strascicano, li rovesciano: chi se ne caccia uno tra le gambe, gli scioglie la bocca, e, per ridurlo a un carico da potersi portare, butta via una parte della farina: chi, gridando: “ aspetta, aspetta, ” si china a parare il grembiule, un fazzoletto, il cappello, per ricever quella grazia di Dio; uno corre a una madia, e prende un pezzo di pasta, che s’allunga, e gli scappa da ogni parte; un altro, che ha conquistato un burattello, lo porta per aria: chi va, chi viene: uomini, donne, fanciulli, spinte, rispinte, urli, e un bianco polverìo che per tutto si posa, per tutto si solleva, e tutto vela e annebbia. Di fuori, una calca composta di due processioni opposte, che si rompono e s’intralciano a vicenda, di chi esce con la preda, e di chi vuol entrare a farne. Mentre quel forno veniva così messo sottosopra, nessun altro della città era quieto e senza pericolo. Ma a nessuno la gente accorse in numero tale da potere intraprender tutto; in alcuni, i padroni avevan raccolto degli ausiliari, e stavan sulle difese; altrove, trovandosi in pochi, venivano in certo modo a patti: distribuivan pane a quelli che s’eran cominciati a affollare davanti alle botteghe, con questo che se n’andassero. E quelli se n’andavano, non tanto perchè fosser soddisfatti, quanto perchè gli alabardieri e la sbirraglia, stando alla larga da quel tremendo forno delle grucce, si facevan però vedere altrove, in forza bastante a tenere in rispetto i tristi che non fossero una folla. Così il trambusto andava sempre crescendo a quel primo disgraziato forno; perchè tutti coloro che gli pizzicavan le mani di far qualche bell’impresa, correvan là, dove gli amici erano i più forti, e l’impunità sicura. A questo punto eran le cose, quando Renzo, avendo ormai sgranocchiato il suo pane, veniva avanti per il borgo di porta orientale, e s’avviava, senza saperlo, proprio al luogo centrale del tumulto. Andava, ora lesto, ora ritardato dalla folla; e andando, guardava e stava in orecchi, per ricavar da quel ronzìo confuso di discorsi qualche notizia più positiva dello stato delle cose. Ed ecco a un di presso le parole che gli riuscì di rilevare in tutta la strada che fece. “Ora è scoperta,” gridava uno, “l’impostura infame di que’ birboni, che dicevano che non c’era nè pane, nè farina, nè grano. Ora si vede la cosa chiara e lampante; e non ce la potranno più dare ad intendere. Viva l’abbondanza! ” “Vi dico io che tutto questo non serve a nulla,” diceva un altro: “è un buco nell’acqua; anzi sarà peggio, se non si fa una buona giustizia. Il pane verrà a buon mercato, ma ci metteranno il veleno, per far morir la povera gente, come mosche. Già lo dicono che siam troppi; l’hanno detto nella giunta; e lo so di certo, per averlo sentito dir io, con quest’orecchi, da una mia comare, che è amica d’un parente d’uno sguattero d’uno di que’ signori. ” Parole da non ripetersi diceva, con la schiuma alla bocca, un altro, che teneva con una mano un cencio di fazzoletto su’ capelli arruffati e insanguinati. E qualche vicino, come per consolarlo, gli faceva eco. “Largo, largo, signori, in cortesia; lascin passare un povero padre di famiglia, che porta da mangiare a cinque figliuoli.” Così diceva uno che veniva barcollando sotto un gran sacco di farina; e ognuno s’ingegnava di ritirarsi, per fargli largo. “Io? ” diceva un altro, quasi sottovoce, a un suo compagno: “ io me la batto. Son uomo di mondo, e so come vanno queste cose. Questi merlotti che fanno ora tanto fracasso, domani o doman l’altro, se ne staranno in casa, tutti pieni di paura. Ho già visto certi visi, certi galantuomini che giran, facendo l’indiano, e notano chi c’è e chi non c’è: quando poi tutto è finito, si raccolgono i conti, e a chi tocca, tocca. ” “Quello che protegge i fornai,” gridava una voce sonora, che attirò l’attenzione di Renzo, “è il vicario di provvisione. ” “Son tutti birboni,” diceva un vicino. “Sì; ma il capo è lui,” replicava il primo. Il vicario di provvisione, eletto ogn’anno dal governatore tra sei nobili proposti dal Consiglio de’ decurioni, era il presidente di questo, e del tribunale di provvisione; il quale, composto di dodici, anche questi nobili, aveva, con altre attribuzioni, quella principalmente dell’annona. Chi occupava un tal posto doveva necessariamente, in tempi di fame e d’ignoranza, esser detto l’autore de’ mali: meno che non avesse fatto ciò che fece Ferrer; cosa che non era nelle sue facoltà, se anche fosse stata nelle sue idee. “Scellerati!” esclamava un altro: “si può far di peggio? sono arrivati a dire che il gran cancelliere è un vecchio rimbambito, per levargli il credito, e comandar loro soli. Bisognerebbe fare una gran stia, e metterli dentro, a viver di vecce e di loglio, come volevano trattar noi.” “Pane eh?” diceva uno che cercava d’andar in fretta: “sassate di libbra: pietre di questa fatta, che venivan giù come la grandine. E che schiacciata di costole! Non vedo l’ora d’essere a casa mia.” Tra questi discorsi, dai quali non saprei dire se fosse più informato o sbalordito, e tra gli urtoni, arrivò Renzo finalmente davanti a quel forno. La gente era già molto diradata, dimodochè potè contemplare il brutto e recente soqquadro. Le mura scalcinate e ammaccate da sassi, da mattoni, le finestre sgangherate, diroccata la porta. — Questa poi non è una bella cosa, — disse Renzo tra sè: — se concian così tutti i forni, dove voglion fare il pane? Ne’ pozzi? — Ogni tanto, usciva dalla bottega qualcheduno che portava un pezzo di cassone, o di madia, o di frullone, la stanga d’una gramola, una panca, una paniera, un libro di conti, qualche cosa in somma di quel povero forno; e gridando: " largo, largo, " passava tra la gente. Tutti questi s’incamminavano dalla stessa parte, e a un luogo convenuto, si vedeva. - Cos’è quest’altra storia? - pensò di nuovo Renzo; e andò dietro a uno che, fatto un fascio d’asse spezzate e di schegge, se lo mise in ispalla, avviandosi, come gli altri, per la strada che costeggia il fianco settentrionale del duomo, e ha preso nome dagli scalini che c’erano, e da poco in qua non ci son più. La voglia d’osservar gli avvenimenti non potè fare che il montanaro, quando gli si scoprì davanti la gran mole, non si soffermasse a guardare in su, con la bocca aperta. Studiò poi il passo, per raggiunger colui che aveva preso come per guida; voltò il canto, diede un’occhiata anche alla facciata del duomo, rustica allora in gran parte e ben lontana dal compimento; e sempre dietro a colui, che andava verso il mezzo della piazza. La gente era più fitta quanto più s’andava avanti, ma al portatore gli si faceva largo: egli fendeva l’onda del popolo, e Renzo, standogli sempre attaccato, arrivò con lui al centro della folla. Lì c’era uno spazio vòto, e in mezzo, un mucchio di brace, reliquie degli attrezzi detti di sopra. All’intorno era un batter di mani e di piedi, un frastono di mille grida di trionfo e d’imprecazione. L’uomo del fascio lo buttò su quel mucchio; un altro, con un mozzicone di pala mezzo abbruciacchiato, sbracia il fuoco: il fumo cresce e s’addensa; la fiamma si ridesta; con essa le grida sorgon più forti. “Viva l’abbondanza! Moiano gli affamatori! Moia la carestia! Crepi la Provvisione! Crepi la giunta! Viva il pane!” Veramente, la distruzion de’ frulloni e delle madie, la devastazion de’ forni, e lo scompiglio de’ fornai, non sono i mezzi più spicci per far vivere il pane; ma questa è una di quelle sottigliezze metafisiche, che una moltitudine non ci arriva. Però, senza essere un gran metafisico, un uomo ci arriva talvolta alla prima, finch’è nuovo nella questione; e solo a forza di parlarne, e di sentirne parlare, diventerà inabile anche a intenderle. A Renzo in fatti quel pensiero gli era venuto, come abbiam visto, da principio, e gli tornava ogni momento. Lo tenne per altro in sè; perchè, di tanti visi, non ce n’era uno che sembrasse dire: fratello, se fallo, correggimi, che l’avrò caro. Già era di nuovo finita la fiamma; non si vedeva più venir nessuno con altra materia, e la gente cominciava a annoiarsi; quando si sparse la voce, che, al Cordusio (una piazzetta o un crocicchio non molto distante di lì), s’era messo l’assedio a un forno. Spesso, in simili circostanze, l’annunzio d’una cosa la fa essere. Insieme con quella voce, si diffuse nella moltitudine una voglia di correr là: " io vo; tu, vai? vengo; andiamo, " si sentiva per tutto: la calca si rompe, e diventa una processione. Renzo rimaneva indietro, non movendosi quasi, se non quanto era strascinato dal torrente; e teneva intanto consiglio in cuor suo, se dovesse uscir dal baccano, e ritornare al convento, in cerca del padre Bonaventura, o andare a vedere anche quest’altra. Prevalse di nuovo la curiosità. Però risolvette di non cacciarsi nel fitto della mischia, a farsi ammaccar l’ossa, o a risicar qualcosa di peggio; ma di tenersi in qualche distanza, a osservare. E trovandosi già un poco al largo, si levò di tasca il secondo pane, e attaccandoci un morso, s’avviò alla coda dell’esercito tumultuoso. Questo, dalla piazza, era già entrato nella strada corta e stretta di Pescheria vecchia, e di là, per quell’arco a sbieco, nella piazza de’ Mercanti. E lì eran ben pochi quelli che, nel passar davanti alla nicchia che taglia il mezzo della loggia dell’edifizio chiamato allora il collegio de’ dottori, non dessero un’occhiatina alla grande statua che vi campeggiava, a quel viso serio, burbero, accipigliato, e non dico abbastanza, di don Filippo II, che, anche dal marmo, imponeva un non so che di rispetto, e, con quel braccio teso, pareva che fosse lì per dire: ora vengo io, marmaglia. Quella statua non c’è più, per un caso singolare. Circa cento settant’anni dopo quello che stiam raccontando, un giorno le fu cambiata la testa, le fu levato di mano lo scettro, e sostituito a questo un pugnale; e alla statua fu messo nome Marco Bruto. Così accomodata stette forse un par d’anni; ma, una mattina, certuni che non avevan simpatia con Marco Bruto, anzi dovevano avere con lui una ruggine segreta, gettarono una fune intorno alla statua, la tiraron giù, le fecero cento angherie; e, mutilata e ridotta a un torso informe, la strascinarono, con gli occhi in fuori, e con le lingue fuori, per le strade, e, quando furon stracchi bene, la ruzzolarono non so dove. Chi l’avesse detto a Andrea Biffi, quando la scolpiva! Dalla piazza de’ mercanti, la marmaglia insaccò, per quell’altr’arco, nella via de’ fustagnai, e di lì si sparpagliò nel Cordusio. Ognuno, al primo sboccarvi, guardava subito verso il forno ch’era stato indicato. Ma in vece della moltitudine d’amici che s’aspettavano di trovar lì già al lavoro, videro soltanto alcuni starsene, come esitando, a qualche distanza della bottega, la quale era chiusa, e alle finestre gente armata, in atto di star pronti a difendersi. A quella vista, chi si maravigliava, chi sagrava, chi rideva; chi si voltava, per informar quelli che arrivavan via via; chi si fermava, chi voleva tornare indietro, chi diceva: “avanti, avanti.” C’era un incalzare e un rattenere, come un ristagno, una titubazione, un ronzìo confuso di contrasti e di consulte. In questa, scoppiò di mezzo alla folla una maledetta voce: “c’è qui vicino la casa del vicario di provvisione: andiamo a far giustizia, e a dare il sacco. “Parve il rammentarsi comune d’un concerto preso, piuttosto che l’accettazione d’una proposta. “Dal vicario! dal vicario!” è il solo grido che si possa sentire. La turba si move, tutta insieme, verso la strada dov’era la casa nominata in un così cattivo punto.
Chel’ìo l’era ‘l secont’an de magra . L’an prima, le scorte che era vanzà dai ani ‘ndré le era stade assà fin a ‘n zèrto punto, per chel che manciava; e la popolazion l’era arivada, né téncia né famada, ma de segur senza ‘ngot de metù via ‘nfìn a la sésla del 1628 che l’è l’àn dela nòssa storia. Sichè sta seslada tanto strangossàda a conti fati l’era ‘ncor pù grama de chela da prima, da na banda perché nó g’era na dré le só stazón zuste (e chesto nó sol entel milanes, ma per na gran part dei paesi e zità ìo ‘ntorna) e da l’àutra per colpa de la zènt. El dan e ‘l sparnazzar de la ghèra, de ca bèla ghèra che en parlà prima, l’era tale che ente ca part del stato pù dausìna, tanti ciampi, pù de l’ordenari, i restava grézi e arbandonadi dai contadini, che ‘nveze de podér vadagnar el pan col laóro, i era costréti a nar a domandar la ciarità. Ài dit: pù de l’ordenari, perché le tasse cressùde fòr de misura, mésse su con n’angordìsia e na pazzìa senza fin, ensèma a la condóta de sèmper de la trùpa che era lozàda ‘ntei paesòti, che ancia entei tèmpi de paze i se comportava come fus nemìzi (come che è testomonià dai documenti del tèmp), e àutre ciàuse che cì adès nó l’è ‘l caso de dir, zà da calche an i produséva plan plan chel efèto doloros en tut el teritòri del milanes: pròpri sti fati che sén dré a parlar i descrìu el crésser tut de colp de na condizion che ormai g’era da ‘n gran pèz. Apéna che la seslàda l’era ruada e ‘mmagazinada, le requisizion per l’armada, compagnade dal sòlit sparnazzar dei soldadi, le à ciausà en svoidament de le scorte, e la s-ciarsità la s’è fata sentìr sùbit. Ensèma a la ciarestìa, è arivà ancia ‘l cressiment dei prèzzi, n’efèto doloros sì, ma ‘nten zèrto modo utile. Però cando che la situazion l’ariva a ‘n zèrto livèl, vèn fòr sèmper (o almen enfìn a adès è sèmper nù fòr; e se l’è ‘nzì adès, sibèn tuti i studi de òumni lezùdi, figuràrse a chel tèmp!) na convinzion tra la zènt, l’era che la ciàusa nó l’è mai la s-ciarsità. Se se desméntegia de avér temù e prevìst la ciarestìa; tut de colp se scomenzia a créder che de gran ge ‘n sia per tuti e che la ciàusa de le rògne la sia sol entel fato che nó se ‘n vént assà per tut el consumo. Ste convinzion, dal tut senza fondament, nó le sta né ‘n ziél né ‘n tèra, ma ‘ntel stes tèmp l’è da sfògo a la rabia e l’è n’ensògni de speranza. La colpa de la ciarestìa e del cressiment dei prèzzi la ge nideva data a chei che se ciaparava ‘l formént, fus vero o fàus, ai bacanazzi che nó i vendeva tut el gran enten dì sol, ai pistóri che i lo comprava, e ‘n zenerale a calunque che giàves ancia pòci stari de gran o che sol se credés che la fus enzì. Ste persone le deventava bersàlio de tuti i reclami de la zènt e i deventava la mira de l’òdio de na fóla fata sia da siori che da poréti. Se diséva con segurezza endo che era i magazzini, i depositi de gran, pléni fin al cólem, che i neva per sóra, che i era ‘mpontadi; se diseva ‘l nùmer, sproposità, de sàci; se parlava con segurezza de na sforàzine de formént, formentón e formentàz che nidéva spedìda de scondión a l’èstero; e ìo i zigiava autertant e con la stessa segurezza che ‘l só gran i lo mandava a Milan. Se pretendeva dai zùdizi le lézi che ai pù tanti ‘mpar sèmper, o almen enfìn a adès i è sèmper emparèsti, ‘nzì zùsti, ‘nzì sèmplizi, enzì adatàdi a far sautàr fòr el gran, scondù, emmurà, sepolì, come che i diseva, e a far tornar la bondanza. I zùdizi, a dir la verità, vergot i feva: come chela de dezìder el prezzi massimo de zèrte ròbe, e ‘ntimar multe a cì che se refudàs de vénder, e àutri decrèti del zènere. Sicome però tuti i pefèi de sto mondo, per tant gaiardi che i sia, nó i pòl sbassàr el bisògn de magnar, e nancia de far nìr vìveri fòr de stazón, e sicome chesti spezialment nó i geva de segur la virtù de fàrnen nìr da ‘ndo che ge ‘n fus sta en bondanza, ‘nzì ‘l mal el durava e ‘l cresséva. El pòpol ‘l ge déva la colpa de n’efèto ‘nzì a la s-ciarsità e a la debolezza dei remèdi, e alor la pretendeva a urli e zìgi soluzion che le fus pù fòrte e segure. E per só sfortuna, de chel’òm, la popolazion l’à ‘ncontrà pròpri chel che ‘l rispondéva ai só desidèri e a le só intenzion. Entant che manciava ‘l governator don Gonzalo Fernandez de Cordova, che ‘l comandava la batalia de Casale del Monferrato, a Milan geva dat el cambi ‘l gran cancelliere Antonio Ferrèr, ancia el spagnòl. Sto òm l’eva ciapì – e cì èl po' che nó l’avròs ciapì – che aver el pan a ‘n prèzzi zusto l’è ‘n fato che tuti i avròs desiderà, ma l’à pensà, e l’è sta cì che l’à combinà l’eror, che bastàs un dei só pefèi per arivar a chesto. Sichè l’à dezìso ‘l prezzi massimo del pan (cacì i la clama meta, cioè ‘l calmiér de le ròbe da magnar) al livèl che saròs sta zusto sol se ‘l gran el fus sta vendù de sòlit a trentatréi lire al star; ma però ‘n realtà l’era cressù enfìn a otanta lire. L’è sta come se na feumna, volèndo tornar zóna, la pensàs de reussìrge cambiando la data de nàssita su le ciarte. Pefèi men ensensàdi e men spervèrsi, pù de na bòta, i era restàdi ìo come se nó i fus stadi nancia fati, perché nٖó l’era possìbol méterli ‘n pràtigia nancia a volérlo. Però, sto pefèl cì, ‘l nidéva osservà perché, l’era pròpri chel che voléva la zènt, che la garantìva che tuti i obedìs e ‘nzun toleràva che ‘l nidés tòt a la lizéra o desmentegià. Sùbit tuti i è córsi ‘nle pistorìe a pretènder el pan al prèzzi che era sta fissà da la léze; e i lo pretendeva con en far resoluto e supèrbo, pù fòrt per via del fato che g’era furia, facoltà e léze ‘nsèma. Nó g’è bisògn de domandar se i pistóri i se lamentàs. I cognéva ‘mpastar, mesdàr, méter entel forno e tòr fòr dal forno senza desméter mai, perche ‘l pòpol el seva che l’era n’órden sforzà, e tuti i assediava le pistorìe per profitar de ca mana ‘nfìn che la durava. Laorar senza mai desméter, sgobar e azitàrse pù del sòlit, per po' zontàrgen, ciapiréo ben che nó l’era pròpri na bela ròba. Da na banda, i zùdizi i eva metù su punizion putòst salade; da l’àutra, ‘l pòpol el pretendéva de èsser contentà. E apena che ‘l pistor el mossàva ancia ‘l minimo trabalamént, la fóla i lo assediava, brontolàndo con en far ciatìo e arivàndo ancia a ‘mprométer de ónzerlo con l’ónt de bós-c’ che ‘l saròs sta pròpri ‘l pèzo de tut. L’era muz: ge voléva ‘mpastar, enfornar, sfornar e vénder senza mai desméter. Però, per farli nar avanti ‘nca imprésa, nó l’era assà che i zapàs órdeni e nancia che i giaves el pipacul, l’era nezessàri podér fàrla. E se ca situazion la fus durada ancor en pòc’, nó i saròs stadi pù bòni de nar inant. I pistori i se lamentava coi zùdizi de cant che l’era inzùsto chel pesaròl che i geva ‘mponèst, e i amprometéva de arbandonar el laoro, de ‘mplantàr ìo la pala ‘ntel forno e nàrsen. Però i seitava a far el possìbol, sperando che prima o dopo el gran canceliér l’avròs ciapì le só resón. L’Antonio Ferrer, che ‘ncòiendì se diròs n’òm col pél sul stómec’, el rispondeva che i pistori i eva gadagnà assà e che i averòs gadagnà àuter tànt entel tèmp a nìr, cando che fus tornà la bondanza. E po' ‘l feva ‘ntènder che se saròs podést, forse, pensar a n’indenìzo apòsta per lori, ma che ‘ntant i cognéva seitàr a laorar e nar avanti. Nó se pòl dir che chel’Antonio Ferrer el fus pròpri convinto de le reson che ‘l diseva ai àutri, o se l’era furbo a spetar che ‘l fus calchedun àuter a scanzelar el só pefèl dopo aver osservà che l’era pròpri ‘mpossìbol mantègnerlo. El fato l’è però che l’è sta fermo ‘nla só dezision. A la fìn i decurioni (en consìli del comun fat da nòbili che l’è durà enfìn al 1796) i giâ scrìt na lìtera al goernator per dìrge che la situazion l’era putòst critica. Geva da èsser el a giatàr fòr en modo per sistemar ca rògna. Don Gonzalo, empetòlà ‘nfìn sora i ciavéi ente le fazènde de la guèra, l’à fat chel che ‘l lezidor el se ‘mmàzina de segur: l’à nominà na comissión e a chesta ‘l giâ dat l’otorità de destinar per el pan en prèzzi che ‘l podés nar ben; na ròba, ‘nsoma, che podés nar ben tant per un che per l’àuter. Sti comissari i s’è giatàdi, o, come che se diséva cì a la spagnòla, ente ca parlada dei ufìzi de chel tèmp, i s’era “giuntadi”; e dopo mili riverènze, complimenti, parole tut en tàifel, sospìri, sospension, zàcolade per aria, tira e mòla, spenzùdi tuti a tòr na dezision che geva da nar ben per tuti, sibèn che i seva benón chel che voleva dir la sièlta e ‘l riszo che la comportava, i à dezìso de aumentar el prèzzi del pan, convinti che nó fus possìbol n’àutra soluzion. I pistori i à tirà ‘l flà, ma ‘l pòpol el s’è ‘nfurià. La sera prima de chel dì che ‘l Renzo l’era arivà a Milan, le strade e le piazze l’era formigiari de zènt, che strassinadi da la rabia de tuti, comandadi da l’idea de tuti, cognossènti o furèsti, i se metéva ‘nsèma a sclapi, senza èsserse metùdi d’acòrdi, scasi senza nascòrzersen, come gozzàte de aca che slìta su ‘nte ‘l stes órbet. Ogni parlada la aumentava la segurezza e la passion de chei che scoutava, come ancia de chel che l’eva proferìda. En mèz a tante tèste ciàude, g’era però ancia arcante persone pù calme e capàzi che le osservava divertèndose, come che le ròbe le se complicava sèmper de pù. Le se deva da far per fàrle deventar ancor pù confusionarie, disèndo parole e contàndo stòrie ‘nventade apòsta, che le persone zà azitàde le era pronte a créder. Le geva ‘n ment de sfrutar ca trebiliana e nó le voléva che la se chietàs prima de aver bù calche vantàzi. Zentenàri de zènt i era nadi ‘ntel lèt con l’impression che nó i seva ben nancia lori, che calche vergot geva da èsser fat, e che enten calche modo vergot se saròs fat. En valdì, le strade le era zà pléne de sclapi sparpaiadi de cà e de là: pòpi, feumne, òumni, vècli, operai e pouréti i se metéva ‘nsèma a caso. Cì se sentìva en mormorìo confùs de tante ós; ìo calchedun el parlava con en tono passionà e i àutri i ge batéva le man. Un ‘l ge feva a chel che era ìo dausìn la stessa domanda che n’àuter geva apena fat, n’àuter el ripeteva na sclamazion che l’eva apena sentù. Dapertut se sentìva rengiar, sfide, maravée: pòce le era le parole che formava tute che parlade. Nó manciava àuter che n’ocasion, na spenzùdèla, na messa ‘n mòto calunque, per passar da le parole ai fati; e nó l’à tardivà tant. La doman a bonora, i giarzoni i nidéva fòr da le botégie dei pistori, con en zèrlo ciargià de pan e i neva a portarlo ‘nle sòlite ciase. El prim che s’è fat véder de chei pòri putelòti enten ròz de zènt, l’è sta come fus crodà ‘n fulminànte ‘nte la polveriéra. “Vàrda se nó ‘l g’è ‘l pan!” le zigiava zènto ós tute ‘nsèma. “Sì, per i sioràzzi, che i nòda ‘nla bondànza e i vòl fàrne morìr de fam noiàutri,” el dis un; el ge va arènt a chel putelòt, el slòngia la man vèrs l’ór del zèrlo, e ge dà ‘n tirón, e ‘l dis: “Làgeme véder.” El putelòt el deventa rós, bròldo, ‘l trema, el voròs dir: lagiàme nar; ma la paròla la ge rèsta ‘n bócia; el mòla i brazzi e ‘l varda de liberàrli en prèssa da le rìmene. E ‘ntant i zigiava: “zó chel zèrlo.” Entel stes moment tante man i lo branca e ‘l croda per tèra; el pano che lo scuertava i lo péta per aria e ìo ‘ntórn se sènt en bonodór ciàut. “Ancia noi sen cristiani e gen dirito a magnar el pan,” dis el prim, el se tòl na michéta i la àuzza e i la fa véder a la fóla e po' ‘l ge ‘mplanta i denti. Le man le pességia a tòr michéte che le sgola per aria; ente n’àtimo i à fat sparìr tut. Chei che nó geva tocià ‘ngot, enrabiadi a véder el gadàgn dei àutri, e spenzùdi da la fazilità de l’impresa, i s’è movèsti a sclapade en zércia de àutri zèrli: tante che i ne ‘n giatava e tante i ne ‘n sgrinfava. E nó gera nancia bisògn de dàrge adòs ai giarzoni perché chei che, per só scarògna, i se giatàva ìo ‘n zìro, a la malparada, i pozava ‘n tèra da só pòsta ‘l zèrlo, e via a giambe levade. Con tut chesto, chei che restava senza ‘ngot, l’era, senza paragón, i pù tanti; ancia chei che era bòni de ciaparàrse ancia pòc’ nó i era sodisfati de chel che i s’eva tòt, e, mesdàdi con chesti e chéi gera i furbi che eva studià de profitar de chel rafanàs ancor pù grant. “Al forno! Al forno! I zigiava.” Ente la strada che i clama la Corsia dei Sèrvi, g’era, e g’è ancia encòi en dì, ‘n pistor che à mantegnù el stes nom. Sto nòm, entel dialèt de la Toscana, vòl dir el forno de le fèrle, envéze ‘ntel dialèt milanes l’è formà da paròle ‘nzì strambe, lunàstege e pòc’ cognossùde, che ‘l taliàn nó l’è nancia bòn de figuràr el sòn. La fóla la s’è dirèta vèrs ca direzion. I laorànti de la pistorìa i era dré a ‘nterogar chel giarzon che era apena nù de vòuta dopo aver fat la consegna, e sto cì tut confùs e azità el contàva bezgolando la só bruta speriènza; enchel moment se sènt el rumor de passi e zigi mesdadi ‘nsèma; el rumor el crés e ‘l se svizìna; se vét nir i capi de chel folò 'ncazzà. Serà, serà, ‘mprèssa, ‘mprèssa: un el cór a domandar aiùt al capetano de zustìzia; i àutri i sèra ‘mprèssa la botégia, e i amponta ‘l porton. La fóla la se bina de fòr, e la scomenza a zigiar: “Pan! Pan! Daverzé! Daverzé! Pòci momenti dopo, arìva ‘l capetano de zustìzia, con en ròz de armadi. “Fé pòsto, fé pòsto, putèi: a ciasa, a ciasa; fé passar el capetano de zustìzia,” el zigiava el e i àutri armadi. La zènt, che nó l’era ancor massa tanta, la fat en pòc’ de pòsto; en modo che sti cì i stadi bòni de arivar a postàrse, ‘nsèma ancia se nó i era pròpri ordenadi, davanti a la porta de la botégia. “Ma putèi,” el prediciava da ‘ndo che l’era ‘l capetano, “che féo po' cì? Né a ciasa, a ciasa. Ge néo no, timor de Dio? Che diràl po' ‘l re nòs padron? Nó volén fàrve del mal, ma né a ciasa. Da bravi! Che òstrega voléo far po' cì, tuti ‘mmucladi? Engot de bòn, né per l’anima, né per voiàutri. Né a ciasa, a ciasa.” Ma chei che vedéva ‘n fazza ‘l capetano, e i sentìva le só parole, ancia se i aves volèst obedìrge, diséme voi come che i avròs podèst far, spenzùdi come che i era, e cialciàdi da chei de dré, ancia chesti spenzùdi dai àutri ancor de drè, come le onde da le onde e zó e zó enfìn a ‘ndo che arivàva la fóla che la cresséva sèmper de pù. Al capetano scomenziava a manciàrge ‘l respìr. “Féli dar endré che pòdia tiràr el flà,” el ge diséva ai soldàdi: “ma nó sté fàrge mal a ‘nzun. Provàn a nar ént enla botégia: baté su l’ùs, féli star andré.” “’Ndré! ‘ndré!” urlava i soldàdi, petàndose adòs tuti ‘nsèma ai chei davanti, paràndoi andré con le frizze de le alabarde. Chesti cì i urlava, i se tirava ‘ndré come che i podéva; i déva le s-cene ‘nte le sbòze, i gómbeti ‘nle pànze, i cialciàgni su le ponte dei pèi de chei che era de dré: tuti i se tócia, se fa na moltitudine che chei che se giatàva ‘n mèz, i avròs pagià vergot de bèl per èsser da n’àutra banda. Entant davanti a la pòrta s’è fat en pòc’ de vòit: el capetano ‘l bat su l’ùs, pò ‘l torna a bàter e l’urla che i ge davèrzia: chei de ént i varda fòr da le finestre, i vèn zó de corsa, e i davèrz; el capetano ‘l và ént, el clama i soldadi che i se fìcia dénter tuti, un dopo l’àuter, i ultimi tegnèndo fòr la fóla con le alabarde. Cando che tuti i era de ént i à metù tanto de s-ciarnaz, e ‘mpontà per bèn el porton; el capetano ‘l va su àut de corsa, e ‘l vàrda fòr da la finestra. Òstrega, che formigiar! “Putèi,” el zìgia: tanti i vàrda ‘nsu; “putèi, né a ciasa. Ge sarà ‘n perdón per tuti chei che va a ciasa sùbit.” “Pan! pan! daverzé! daverzé!” l’era le parole che se sentiva pù bèn ente chel tremendo bói-bói che la fóla la déva de risposta. “Fé zudìzi, putèi! Vardà vèh! Séo ancor en tèmp. Dai, né, né a ciasa. Pan ge n’averéo; ma nó l’è chesto ‘l modo. Ehi!... ehi!... che féo po' zó ìo! Ehi!... a ca porta! Sacrato sacrato! Vedi, vedi: zudìzi! Vardà vèh! Vardà che l’è ‘n delìto gròs vèh. Adès vèni mì. Ehi! ehi! ruàla con chei fèri; zó le man. Vergogna! Voiàutri milanesi, che, per la vòssa bontà, séo nominadi ‘n tute l mondo! Sentìme, sentìme: séo sèmper stadi bravi pu… Ah canàia!” El cambiament de l’umor del capetano l’era sta ciausà da ‘n sas, che una de che tèste ciàude geva tirà, e che i l’eva zapà su la zucia, pròpri su l’anzància de ca part che l’è ligiada al profondo de la cossiènza. “Canàia, canàia” ‘l seitàva a urlar, entant che ‘l serava ‘mprèssa la finestra e ‘l se tirava dént. Però, per tant che l’avés zigià con tut el flà che ‘l geva, le só parole, bòne e ofensìve, l’è s’era perdùde per aria, scuertàde da chel gazèr de urli che feva tuta ca fóla che gera sota. Chel che ‘l capetano ‘l diséva de véder l’era ‘n gran traboldéri: sassi, fèri che la fóla l’eva binà su da tèra, i li dopràva per smaciar el porton e sfondàrlo, entant i provava a ciavàr fòr le ‘nferiàde da le finestre. E chel laoro ìo l’era zà a bòn punto. Entant, padroni e giarzoni de la botégia, che i vardàvo zó da le finestre dei piani de sora, armadi de sassi (che probabilment i eva raspà su dal salezà de ‘n cortìu), i urlava e i feva zèsti che ‘ntimava la fóla zó sot per fàrla desméter. I mossava i sassi e i feva ségn de volérgei tiràr. Però sicome i à vist che nó nidéva fòr engot, i à scomenzià a tiràr sassi sul sèrio. Nancia un de chei sassi l’era petà via, perché tuta fóla l’era ‘nzì struciada che ancia ‘n granelòt de mèi, come che se dis, nó l’avròs podèst crodàr per tèra. “Ah lazeróni! Ah lùdri! El chesto ‘l pan che déo a la pòra zènt? Ahia! Odìo! Ohi! Adès, adès!” i urlava chei sota. Pù de un l’era conzà pròpri mal; doi putèi i è restàdi ìo morti. La furia l’à fat crésser la forza de ca moltitudine: el porton l’è sta sfondà, le ‘nferiàde ciavàde fòr; e ‘l rì de zènt l’è passà ént dapertut endo che ‘l passava. Chei che era de ént, vìst la malparada, i è s-ciampadi su le stradùge: el capetano, i soldadi, e ‘ncalun de ca ciasa i è restadi ìo ‘ncuzzoladi ‘ntei ciantoni; zèrti, nando fòr dai bocéri, i neva come i giati su per i cuèrti. A véder el pan la zènt la s’è desmentegiada de vendiciàrse. Tuti i s’è petàdi vèrs i ciassoni e tut el pan l’è sta fat sparìr ente n’àtimo. Arcanti ‘nveze i è corsi al banco, i à sforzà la seradura e i à brancà manade de soldi per métersei en s-ciarsèla e i è partìdi ciargiadi de bèzzi per po' tornàr de vòuta a robar el pan se ‘n fus restà calche michéta. El folò ‘l s’è sparpaià per el fóndec’. E i à metù man ai saci, i l’à strassinadi, rebaltadi: g’era cì che blocava ‘n sac’ tra le giambe, i lo daverzéva e per portàrlo pù fazilment el petàva via na part de la farina; gera cì che zigiando “Spèta, spèta,” el se sgobava a tòrla su da tèra per méterla entel grombiàl, o ‘nten fazolét o ‘ntel ciapèl; calchedun el corìva vèrs la credènza el togéva en tòc’ de pasta che se slongiava e ‘l ge s-ciampava da tute le man; n’àuter, ciaparà ‘n sacét de farina, i lo levava per aria con orgòi. L’era de sèito ‘n moviment: cì che neva, cì che nideva, òumni, feumne, pòpi, spintóni, urli, e dapertut se levava ‘n polverón bianc’ che ‘l se pozava e ‘l se levava destendèndo ‘n vel che ‘l confondeva ogni ròba. De fòra na fóla fata da doi prozession, una che neva fòr col robà e n’àutra che la feva de tut per nìr ént per robar, le se ‘ncrosàva e le se ‘ntraversava de sèito. Entant che ca pistorìa ìo l’era metùda sot sora, nó ge n’era nancia una de le àutre che la fus stada pazìfica e al segur. Però nó g’è sta n’àuter pòsto ‘ndo che s’era radunà ‘nzì tanta zènt da podér méter ensèma n’azion del zènere. En zèrte pistorìe, i padroni i eva arzià grupi de aiùt e i eva pensà a difènderse; ente àutre, endo che i era men pronti, i arivava a na spèzie de compromés: i deva fòr pan a le persone che s’era radunà davanti a le botége, a pato però che dopo i se ‘n nés. E ste persone le se ‘n neva, ma no perché le fus contènte, ma perché i soldadi e le guardie, pur schivàndose ‘l tremendo Forno de le Fèrle, i se féva véder da àutre bande tanti assà da mantègner controladi i slandróni, pur che nó sia sta na fóla. Ente sto modo, la trebiliana al forno de le Fèrle la seghitava a aumentar, perche tuti chei che voleva combinarla grossa i se portava da chéla, endo che chei come lori l’era i pù e nó g’era perìcol de èsser punidi. A sto punto l’era la fazènda, cando che ‘l Renzo che l’eva ormai sgramolà ‘l só panét, el nidéva avanti per el borgo de porta orientale, e ‘l se ‘nviava, senza savérlo, pròpri ‘ntel pòsto ‘n mèz al rafanàs. E ‘l ciaminava a trati velòze, a trati frenà da la fóla; e ‘ntant che ‘l neva, el vardava e ‘l steva con le récle su drìte, per sentìr ente chel zonzonar confus de parole, calche nòva pù bèla de chel che l’era la situazion. E eco che en pressapòc’ le parole che l’era sta bòn de ciapìr en tuta la strada che l’eva fat. “Adès en ciapì!” el zigiava un. “È nù fòr la vergognosa bosìa de chei disonèsti che i diséva che nó g’era pan, né farina, né gran. Adès la verità l’è nuda fòr e nó i pòl scònderla ‘nzun; nó i sarà pù bòni de ‘mbroiàrne. Viva la bondanza!” “Vé ‘l dìgi mì che tut chesto nó ‘l conta ‘ngot,” el diséva n’àuter: “l’è ‘n bus enl’aca; anzi la narà pèzo, se nó se fa na bòna zustìzia. El pan el nirà a èsser bommarcià, ma i ge meterà ént el verén, per far morìr la pòra zènt, come le mos-ce. Zà i dis che sen en massa; i l’à dit en giunta ; e ‘l sai mì de segur, per avérlo sentù mì con le mé récle, da na mé comare, che l’è amica de ‘n parènt de ‘n sguàtorlo de un de chei siori.” Parole nancia da dìr el diséva, con la sbòfa a la bócia, n’àuter rabiós, entant che ‘l tegnìva con na man en tòc’ de fazzolét sui ciavéi despetenadi e spórci de sànc. Calche persona che era ìo dausìn a el, per consolàrlo, el ripeteva le só parole ‘n ségn de èsser d’acòrdi. “Fé posto, fé pòsto, zènt, per piazér; i làgîa passar en pòer pare de famìlia, che ‘l pòrta da magnar ai só zìnc’ pòpi.” Enzì diséva un che nideva sgiambirlànt sota ‘n gran sac’ de farina; e tuti i se ‘nzignava a tiràrse da na man, per fàrge pòsto. “Mì?” diséva n’àuter, scasi sotaós, a ‘n só compagn: “mì me ‘n vón veh. Ài vivèst assà per savér come che le va ste ròbe.” Sti pampalùghi che adès i fa tut sto gazèr, doman e passàn, i starà seràdi dént en ciasa, col pipacul. Ài zà vist zèrti tipi, zèrti furbazzi, che zira ‘ntorna e che i fa finta de ‘ngot, ma ‘ntant i osèrva e i tòl nòta de cì che g’è e cì che nó g’è: e dopo, cando che tut è finì, se fa i conti, e cì che giâ da pagiar, el pagia. “Chel che protéz i pistori,” la zigiava na osàzza forta, che ‘l Renzo l’à sentù sùbit “l’è ‘l vicari del panàdec’!” “I è tuti briganti,” el diseva un ìo dausìn. “Sì; ma ‘l capo l’è el,” diseva chel da prima. El vicari al panàdec’ del pòpol l’era n’impiegato sièlto tra sei nòbili proponèsti dal consìlio dei decurioni. Sto vicari l’era presidente sia de sto consìlio sia del tribunal del panàdec’, formà da dódes nòbili, e ‘l só mistér prinzipale l’era l’aministrazion de le scorte de damagnar èstra a àutre ròbe. En tèmp de ciarestìa e tanta ignoranza, cì che geva sta càrica, volér o no, ‘l geva tute le colpe per i patimenti e i desàsi del pòpol, a men che nó l’aves fat come ‘l Ferrer (che l’eva tòt dezision straordenarie per calmar zó i tumulti). Però, na dezision compagna nó l’era ‘ntei poteri del vicari, e forse nó l’era nancia ‘nle só intenzion. “Slandróni!” el sclamava n’àuter: “se poderà far pézi? i è arivadi a dir che ‘l gran ministro l’è ‘n vècel rimbambì, per tòrge ‘l crèdit, e comandar lori da só pòsta. Ge voròs far en gran polinar, e méterli dént, a vìver de sglaón e de lènt, come che i voleva far con noiàutri.” N’òm che ‘l vardàva de nàrsen en prèssa a só ciasa ‘l disèva con dispiazér: “Pan, ah? Àuter che pan: l’era sassi, e grossi, da ‘n chilo, che nidéva zó come tompèsta. E che pache! Sènti le còste s-ciavizzade. Nó ‘n védi l’ora de arivar a ciasa.” El Renzo sbalordì da che parole confùse e dai spintóni de la fóla, l’è arivà a la fìn davanti a la pistorìa. Ìo l’à giatà che la pù tanta zènt l’à s’era zà sclarìda, e l’à podèst osservar con calma tuti i dani de chel rafanàs apena suzèst: i muri desgrostàdi, pleni de busi de le sassàde, le finestre destrùte e destaciàde e ‘l porton batù zó. — Chesta vèh, l’è bèla, — dis el Renzo ‘ntra de el: — se i fa ‘nzì con tute le pistorìe, endo èl po' che i farà ‘l pan? entei pozzi? — Ogni tant, calchedun nidéva fòr da la pistorìa portàndose dré vergot de chel che restava: en tòc’ de ciassón, n’asmaròt, la stangia de na gràmola, na bància, na zésta, perfìn el lìber dei conti. Zigiàndo “fé passàr, fé passàr” i se feva strada tra ‘l folò. Tuti i se direzéva, e se vedéva benón, da la stessa banda. — Che èl po' ‘ncor sta storia? — el pensava el Renzo; e ‘l g’è nà dré a un che eva fat na fassìna de as róte e de s-ciàie, sto cì i se l’à metù su le spale, e ‘l s’è ‘nvià, come i àutri, per la strada che costéza ‘l flànc’ sul revèrs del dòm, che l’à zapà ‘l nòm dai s-cialìni che g’era ‘n bòt, e che da pòc’ nó g’è pù. Ancia se ‘l geva na gran vòia de curiosar chel che suzzedéva, chel bacanòt de Renzo, nó l’à podèst far a men de fermàrse a vardàr en su per prezziar ca gran fàbricia che l’era ‘l dòm, a bócia davèrta. L’à pessegià per zapàr chel che ‘l s’eva sièlto per nàrge dré; voutà ‘l ciantón l’à dat n’oclada ancia a la fazzàda del dòm, che l’era ‘ncor gréza e da ruàr; sèmper dré a chel’òm che ‘l neva en mèz a la piazza. La zènt la deventava sèmper de pù man a man che se néva avanti, ma a chel da le as i ge féva posto: chesto ‘l sfendéva la moltitùdine e ‘l Renzo, stàndoge tacià, l’è arivà ancia el en mèz a la piazza. Ìo g’era ‘n splàz vòit, e ‘n mèz, en mùcel de bràse, chel che restava de tute che arzàre che en dit sora. Entórn l’era tut en batimàn e de pèi, en regolèri de zìgi de vittoria e de maledizion. L’òm da la fassìna i l’à petàda su chel mùcel; n’àuter, col zonclón de na pala mèz brusà l’à slargià fòr ben la brasa: el fu mel crés e devènta spés; se vét la flàma; a véder chesto la fóla l’aumentàva i urli e i zìgi. “Via la bondanza! Che crèpia i sfrutatori! Che mòria la ciarestìa! Che crèpia chei dal panàdec’! che crèpia la giunta! Viva ‘l pan!” Destrùzer colìni e asmaròti, méter sotsóra le pistorìe e méter enle rògne i panetéri nó l’è de segùr el modo pù zùst per garantìr che ‘l pan el ge sia per tuti; però sta considerazion l’è massa difìzile da èsser ciapìda da na fóla. Epur, ancia senza èsser en gran sienziato, na persona la pòl ciapìr sùbit sta verità, enfìn che nó la ge tócia; ma, a seitàr a parlàrnen e sentìr che i nen parla, pòl nar a ruàr de desmentegiàrse de sta ròba tanto sèmplize. En realtà, sto pensiér el g’era nù ‘n ment sùbit al Renzo, come che savén, e ‘l seghitava a nìrge ‘n ment. Però l’à dezìso de nó scoutàrlo, perché tra tuti i musi che ‘l vedéva ìo ‘ntorna, nó ge n’era un che ‘mpareva che ‘l disés: “Se me sbagli, corézeme, perché per chesto te ringrazierài.” Le flame de chel falò le se era smorzàde de nòu; nó se vedéva pù ‘nzun che portas àuter materiàl per tègnerlo ‘mpizzà, e la zènt la scomenziava a stufàrse. A sto punto è na fòr la ós che al Cordusio (na piazéta o crosàra pòc’ lontana), era sta assedià n’àuter forno. En situazion come chesta, l’è fàzile che na sèmplize ós la devèntia sùbit na realtà. La notìzia l’à des-ciadenà la fóla che tuta ‘nsèma la geva ‘l desidèri de córer ìo: dapertut se sentìva dir: “Mì vón, vènes tì? Vèi che nén!” La moltitudine la s’è sclarìda e l’è deventàda na spèzie de prozession. El Renzo, envéze, ‘l restava ‘ndré, e ‘l se movéva apéna, strozzegià da ca marèa de zènt. Entant el pensava se l’era mèio nìr fòr da chel bacàn e tornar al convent a zerciàr el padre Bonaventura, o nàrge dré a la fóla per véder chel che suzzedéva. A la fin à venzù ‘ncór en bòt la curiosità. Però l’à dezìso de nó petàrse en mèz a la confusion, col riszo de fàrse mal o pézi, ma de mantègnerse en pòc’ lontan per osservar. Trovàndose ‘n pòc’ pù lìbero da la fóla, l’à tirà fòr el secónt panét, ‘l n’à mordù via ‘n bocón e ‘l s’è ‘nvià dré a ca prozession en tumulto. El Renzo, da la piazza, l’eva zà zapà ca viòta strénta e curta de la Pescherìa vècla e, a travèrs de ca arciàda de sbighèz, l’è arivà ‘nla piazza dei Merciandèi. Ìo ‘nchel pòsto i era pròpri pòci chei che, passàndo davanti a la nìza che piciàva fòr en mèz a la lòza de la ciasa che alor se clamava Colègio dei Dotori, senza dar n’oclàda a ca gran statua che g’era su, a chel mus sèrio, rùstec’ e ‘ngrintà e nó dìgi assà, che l’era don Filìpo II, che, ancia se l’era fat de màrmol, el déva na gran sudizion, con chel braz fòr drìt empareva che ‘l fus ìo per dìr: “Adès ge pensi mì, marmàia.” Ca statua adès nó la g’è pù per en caso unico. Zirconzìrca zèntosetanta ani dopo sta storia che vé contàn, en dì calchedun el giâ cambià la zùcia, el giâ tòt via da la man el bastón del comando, e cambià con en stilét; a la statua po' i giâ dal nòm Marco Bruto. Conzàda ‘nzì la statua l’è restada forse per en par de ani; ma, na domàn, calchedun che nó ge plaseva Marco Bruto, anzi che nó ‘l ge néva pròpri zó, i l’à tiràda zó con na fum, fasèndoge zènto dispèti; mutilada dei brazzi e de le giambe e ridóta a ‘n blòc de preda i l’à strozzegiàda per le strade e dopo, stufi e contenti, a la fìn i la petada cissà ‘ndo. Cissà chel che averòs pensà Andrea Biffi, el scultor che l’eva fata, se l’avés savèst come che la néva a ruàr. Da la piazza dei Merciandèi, la marmàia l’è nada, passando per n’àutra arciada, en via dei flustagnai, e da ìo l’à s’è perdùda entel Cordusio. Apena arivadi tuti i se ziràva sùbit vèrs la pistorìa che era sta dit. Però, ‘nvéze de giatàr na fóla tuta unita e d’acòrdi, come che i se spetava, i à vìst sol pòce persone ferme dinanzi a la botégia che l’era seràda. Drè a le finestre se vedeva zènt armàda, pronta a difènderse. A véder chesto, zèrti i è restàdi, zèrti i blestemàva e zèrti àutri i grignava. G’era cì che se zirava a spiegiar a chei che nidéva chel che suzzedeva, cì che se fermava perché ‘l se sentìva malsegùr, cì che proponéva de tornar endré, e cì che ‘nvéze se ‘mpontava a volér nar avanti. La fóla l’era tut en rafanàs, tra spintóni, frenàde, dubi e ‘n zigiar confùs de idee tute divèrse. Tut de colp, dal folò s’è sentù na ós che zigiava: “La ciasa del vicari del panàdec’ l’è cì vizìna: nén a far zustìzia e a svalisàrla!” Empareva che che parole le disés chel che l’era l’intenzion de tuti, putòst che na proposta nòva. Sùbit tuti ‘nsèma i à tacià a urlar: “Dal vicari! Dal vicari!” e la moltitudine l’è nada ‘nsèma vèrs la strada ‘ndo che g’era la ciasa de chel’impiegato che l’era ormai deventada ‘l bersàlio de la só rabia.
Lo sventurato vicario stava, in quel momento, facendo un chilo agro e stentato d’un desinare biascicato senza appetito, e senza pan fresco; e attendeva, con gran sospensione, come avesse a finire quella burrasca, lontano però dal sospettar che dovesse cader così spaventosamente addosso a lui. Qualche galantuomo precorse di galoppo la folla, per avvertirlo di quel che gli sovrastava. I servitori, attirati già dal rumore sulla porta, guardavano sgomentati lungo la strada, dalla parte donde il rumore veniva avvicinandosi. Mentre ascoltan l’avviso, vedon comparire la vanguardia: in fretta e in furia, si porta l’avviso al padrone: mentre questo pensa a fuggire, e come fuggire, un altro viene a dirgli che non è più a tempo. I servitori ne hanno appena tanto che basti per chiuder la porta. Metton la stanga, metton puntelli, corrono a chiuder le finestre, come quando si vede venire avanti un tempo nero, e s’aspetta la grandine, da un momento all’altro. L’urlìo crescente, scendendo dall’alto come un tuono, rimbomba nel vòto cortile; ogni buco della casa ne rintrona: e di mezzo al vasto e confuso strepito, si senton forti e fitti colpi di pietre alla porta. “Il vicario! Il tiranno! L’affamatore! Lo vogliamo! vivo o morto!” Il meschino girava di stanza in stanza, pallido, senza fiato, battendo palma a palma, raccomandandosi a Dio, e a’ suoi servitori, che tenessero fermo, che trovassero la maniera di farlo scappare. Ma come, e di dove? Salì in soffitta; da un pertugio, guardò ansiosamente nella strada, e la vide piena zeppa di furibondi; sentì le voci che chiedevan la sua morte; e più smarrito che mai, si ritirò, e andò a cercare il più sicuro e riposto nascondiglio. Lì rannicchiato, stava attento, attento, se mai il funesto rumore s’affievolisse, se il tumulto s’acquietasse un poco; ma sentendo in vece il muggito alzarsi più feroce e più rumoroso, e raddoppiare i picchi, preso da un nuovo soprassalto al cuore, si turava gli orecchi in fretta. Poi, come fuori di sè, stringendo i denti, e raggrinzando il viso, stendeva le braccia, e puntava i pugni, come se volesse tener ferma la porta.... Del resto, quel che facesse precisamente non si può sapere, giacchè era solo; e la storia è costretta a indovinare. Fortuna che c’è avvezza. Renzo, questa volta, si trovava nel forte del tumulto, non già portatovi dalla piena, ma cacciatovisi deliberatamente. A quella prima proposta di sangue, aveva sentito il suo rimescolarsi tutto: in quanto al saccheggio, non avrebbe saputo dire se fosse bene o male in quel caso; ma l’idea dell’omicidio gli cagionò un orrore pretto e immediato. E quantunque, per quella funesta docilità degli animi appassionati all’affermare appassionato di molti, fosse persuasissimo che il vicario era la cagion principale della fame, il nemico de’ poveri, pure, avendo, al primo moversi della turba, sentita a caso qualche parola che indicava la volontà di fare ogni sforzo per salvarlo, s’era subito proposto d’aiutare anche lui un’opera tale; e, con quest’intenzione, s’era cacciato, quasi fino a quella porta, che veniva travagliata in cento modi. Chi con ciottoli picchiava su’ chiodi della serratura, per isconficcarla; altri, con pali e scarpelli e martelli, cercavano di lavorar più in regola: altri poi, con pietre, con coltelli spuntati, con chiodi, con bastoni, con l’unghie, non avendo altro, scalcinavano e sgretolavano il muro, e s’ingegnavano di levare i mattoni, e fare una breccia. Quelli che non potevano aiutare, facevan coraggio con gli urli; ma nello stesso tempo, con lo star lì a pigiare, impicciavan di più il lavoro già impicciato dalla gara disordinata de’ lavoranti: giacchè, per grazia del cielo, accade talvolta anche nel male quella cosa troppo frequente nel bene, che i fautori più ardenti divengano un impedimento. I magistrati ch’ebbero i primi l’avviso di quel che accadeva, spedirono subito a chieder soccorso al comandante del castello, che allora si diceva di porta Giovia; il quale mandò alcuni soldati. Ma, tra l’avviso, e l’ordine, e il radunarsi, e il mettersi in cammino, e il cammino, essi arrivarono che la casa era già cinta di vasto assedio; e fecero alto lontano da quella, all’estremità della folla. L’uffiziale che li comandava, non sapeva che partito prendere. Lì non era altro che una, lasciatemi dire, accozzaglia di gente varia d’età e di sesso, che stava a vedere. All’intimazioni che gli venivan fatte, di sbandarsi, e di dar luogo, rispondevano con un cupo e lungo mormorìo; nessuno si moveva. Far fuoco sopra quella ciurma, pareva all’ufiziale cosa non solo crudele, ma piena di pericolo; cosa che, offendendo i meno terribili, avrebbe irritato i molti violenti: e del resto, non aveva una tale istruzione. Aprire quella prima folla, rovesciarla a destra e a sinistra, e andare avanti a portar la guerra a chi la faceva, sarebbe stata la meglio; ma riuscirvi, lì stava il punto. Chi sapeva se i soldati avrebber potuto avanzarsi uniti e ordinati? Che se, in vece di romper la folla, si fossero sparpagliati loro tra quella, si sarebber trovati a sua discrezione, dopo averla aizzata. L’irresolutezza del comandante e l’immobilità de’ soldati parve, a diritto o a torto, paura. La gente che si trovavan vicino a loro, si contentavano di guardargli in viso, con un’aria, come si dice, di me n’impipo; quelli ch’erano un po’ più lontani, non se ne stavano di provocarli, con visacci e con grida di scherno; più in là, pochi sapevano o si curavano che ci fossero; i guastatori seguitavano a smurare, senz’altro pensiero che di riuscir presto nell’impresa; gli spettatori non cessavano d’animarla con gli urli. Spiccava tra questi, ed era lui stesso spettacolo, un vecchio mal vissuto, che, spalancando due occhi affossati e infocati, contraendo le grinze a un sogghigno di compiacenza diabolica, con le mani alzate sopra una canizie vituperosa, agitava in aria un martello, una corda, quattro gran chiodi, con che diceva di volere attaccare il vicario a un battente della sua porta, ammazzato che fosse. “Oibò! vergogna!” scappò fuori Renzo, inorridito a quelle parole, alla vista di tant’altri visi che davan segno d’approvarle, e incoraggito dal vederne degli altri, sui quali, benchè muti, traspariva lo stesso orrore del quale era compreso lui. “Vergogna! Vogliam noi rubare il mestiere al boia? assassinare un cristiano? Come volete che Dio ci dia del pane, se facciamo di queste atrocità? Ci manderà de’ fulmini, e non del pane!” “Ah cane! ah traditor della patria!” gridò, voltandosi a Renzo, con un viso da indemoniato, un di coloro che avevan potuto sentire tra il frastono quelle sante parole. “Aspetta, aspetta! È un servitore del vicario, travestito da contadino: è una spia: dàlli, dàlli!” Cento voci si spargono all’intorno. “Cos’è? dov’è? chi è? Un servitore del vicario. Una spia. Il vicario travestito da contadino, che scappa. Dov’è? dov’è? dàlli, dàlli!” Renzo ammutolisce, diventa piccino piccino, vorrebbe sparire; alcuni suoi vicini lo prendono in mezzo; e con alte e diverse grida cercano di confondere quelle voci nemiche e omicide. Ma ciò che più di tutto lo servì fu un “largo, largo,” che si sentì gridar lì vicino: “largo! è qui l’aiuto: largo, ohe!” Cos’era? Era una lunga scala a mano, che alcuni portavano, per appoggiarla alla casa, e entrarci da una finestra. Ma per buona sorte, quel mezzo, che avrebbe resa la cosa facile, non era facile esso a mettere in opera. I portatori, all’una e all’altra cima, e di qua e di là della macchina, urtati, scompigliati, divisi dalla calca, andavano a onde: uno, con la testa tra due scalini, e gli staggi sulle spalle, oppresso come sotto un giogo scosso, mugghiava; un altro veniva staccato dal carico con una spinta; la scala abbandonata picchiava spalle, braccia, costole: pensate cosa dovevan dire coloro de’ quali erano. Altri sollevano con le mani il peso morto, vi si caccian sotto, se lo mettono addosso, gridando: “animo! andiamo!” La macchina fatale s’avanza balzelloni, e serpeggiando. Arrivò a tempo a distrarre e a disordinare i nemici di Renzo, il quale profittò della confusione nata nella confusione; e, quatto quatto sul principio, poi giocando di gomita a più non posso, s’allontanò da quel luogo, dove non c’era buon’aria per lui, con l’intenzione anche d’uscire, più presto che potesse, dal tumulto, e d’andar davvero a trovare o a aspettare il padre Bonaventura. Tutt'a un tratto, un movimento straordinario cominciato a una estremità, si propaga per la folla, una voce si sparge, viene avanti di bocca in bocca: “Ferrer! Ferrer!” Una maraviglia, una gioia, una rabbia, un’inclinazione, una ripugnanza, scoppiano per tutto dove arriva quel nome; chi lo grida, chi vuol soffogarlo; chi afferma, chi nega; chi benedice, chi bestemmia. “È qui Ferrer! — Non è vero, non è vero! — Sì, sì; viva Ferrer! quello che ha messo il pane a buon mercato. — No, no! — È qui, è qui in carrozza. — Cosa importa? che c’entra lui? non vogliamo nessuno! — Ferrer! viva Ferrer! l’amico della povera gente! viene per condurre in prigione il vicario. — No, no: vogliamo far giustizia noi: indietro, indietro! — Sì, sì: Ferrer! venga Ferrer! in prigione il vicario! ” E tutti, alzandosi in punta di piedi, si voltano a guardare da quella parte donde s’annunziava l’inaspettato arrivo. Alzandosi tutti, vedevano nè più nè meno che se fossero stati tutti con le piante in terra; ma tant’è, tutti s’alzavano. In fatti, all’estremità della folla, dalla parte opposta a quella dove stavano i soldati, era arrivato in carrozza Antonio Ferrer, il gran cancelliere, il quale, rimordendogli probabilmente la coscienza d’essere co’ suoi spropositi e con la sua ostinazione, stato causa, o almeno occasione di quella sommossa, veniva ora a cercar d’acquietarla, e d’impedirne almeno il più terribile e irreparabile effetto: veniva a spender bene una popolarità mal acquistata. Ne’ tumulti popolari c’è sempre un certo numero d’uomini che, o per un riscaldamento di passione, o per una persuasione fanatica, o per un disegno scellerato, o per un maledetto gusto del soqquadro, fanno di tutto per ispinger le cose al peggio; propongono o promovono i più spietati consigli, soffian nel fuoco ogni volta che principia a illanguidire: non è mai troppo per costoro; non vorrebbero che il tumulto avesse nè fine nè misura. Ma per contrappeso, c’è sempre anche un certo numero d’altri uomini che, con pari ardore e con insistenza pari, s’adoprano per produr l’effetto contrario: taluni mossi da amicizia o da parzialità per le persone minacciate; altri senz’altro impulso che d’un pio e spontaneo orrore del sangue e de’ fatti atroci. Il cielo li benedica. In ciascuna di queste due parti opposte, anche quando non ci siano concerti antecedenti, l’uniformità de’ voleri crea un concerto istantaneo nell’operazioni. Chi forma poi la massa, e quasi il materiale del tumulto, è un miscuglio accidentale d’uomini, che, più o meno, per gradazioni indefinite, tengono dell’uno e dell’altro estremo: un po’ riscaldati, un po’ furbi, un po’ inclinati a una certa giustizia, come l’intendon loro, un po’ vogliosi di vederne qualcheduna grossa, pronti alla ferocia e alla misericordia, a detestare e ad adorare, secondo che si presenti l’occasione di provar con pienezza l’uno o l’altro sentimento; avidi ogni momento di sapere, di credere qualche cosa grossa, bisognosi di gridare, d’applaudire a qualcheduno, o d’urlargli dietro. Viva e moia, son le parole che mandan fuori più volentieri; e chi è riuscito a persuaderli che un tale non meriti d’essere squartato, non ha bisogno di spender più parole per convincerli che sia degno d’esser portato in trionfo: attori, spettatori, strumenti, ostacoli, secondo il vento; pronti anche a stare zitti, quando non sentan più grida da ripetere, a finirla, quando manchino gl’istigatori, a sbandarsi, quando molte voci concordi e non contraddette abbiano detto: andiamo; e a tornarsene a casa, domandandosi l’uno con l’altro: cos’è stato? Siccome però questa massa, avendo la maggior forza, la può dare a chi vuole, così ognuna delle due parti attive usa ogni arte per tirarla dalla sua, per impadronirsene: sono quasi due anime nemiche, che combattono per entrare in quel corpaccio, e farlo movere. Fanno a chi saprà sparger le voci più atte a eccitar le passioni, a dirigere i movimenti a favore dell’uno o dell’altro intento; a chi saprà più a proposito trovare le nuove che riaccendano gli sdegni, o gli affievoliscano, risveglino le speranze o i terrori; a chi saprà trovare il grido, che ripetuto dai più e più forte, esprima, attesti e crei nello stesso tempo il voto della pluralità, per l’una o per l’altra parte. Tutta questa chiacchierata s’è fatta per venire a dire che, nella lotta tra le due parti che si contendevano il voto della gente affollata alla casa del vicario, l’apparizione d’Antonio Ferrer diede, quasi in un momento, un gran vantaggio alla parte degli umani, la quale era manifestamente al di sotto, e, un po’ più che quel soccorso fosse tardato, non avrebbe avuto più nè forza, nè motivo di combattere. L’uomo era gradito alla moltitudine, per quella tariffa di sua invenzione così favorevole a’ compratori, e per quel suo eroico star duro contro ogni ragionamento in contrario. Gli animi già propensi erano ora ancor più innamorati dalla fiducia animosa del vecchio che, senza guardie, senza apparato, veniva così a trovare, ad affrontare una moltitudine irritata e procellosa. Faceva poi un effetto mirabile il sentire che veniva a condurre in prigione il vicario: così il furore contro costui, che si sarebbe scatenato peggio, chi l’avesse preso con le brusche, e non gli avesse voluto conceder nulla, ora, con quella promessa di soddisfazione, con quell’osso in bocca, s’acquietava un poco, e dava luogo agli altri opposti sentimenti, che sorgevano in una gran parte degli animi. I partigiani della pace, ripreso fiato, secondavano Ferrer in cento maniere: quelli che si trovavan vicini a lui, eccitando e rieccitando col loro il pubblico applauso, e cercando insieme di far ritirare la gente, per aprire il passo alla carrozza; gli altri, applaudendo, ripetendo e facendo passare le sue parole, o quelle che a loro parevano le migliori che potesse dire, dando sulla voce ai furiosi ostinati, e rivolgendo contro di loro la nuova passione della mobile adunanza. “Chi è che non vuole che si dica: viva Ferrer? Tu non vorresti eh, che il pane fosse a buon mercato? Son birboni che non vogliono una giustizia da cristiani: e c’è di quelli che schiamazzano più degli altri, per fare scappare il vicario. In prigione il vicario! Viva Ferrer! Largo a Ferrer!” E crescendo sempre più quelli che parlavan così, s’andava a proporzione abbassando la baldanza della parte contraria; di maniera che i primi dal predicare vennero anche a dar sulle mani a quelli che diroccavano ancora, a cacciarli indietro, a levar loro dall’unghie gli ordigni. Questi fremevano, minacciavano anche, cercavan di rifarsi; ma la causa del sangue era perduta: il grido che predominava era: prigione, giustizia, Ferrer! Dopo un po’ di dibattimento, coloro furon respinti: gli altri s’impadroniron della porta, e per tenerla difesa da nuovi assalti, e per prepararvi l’adito a Ferrer; e alcuno di essi, mandando dentro una voce a quelli di casa (fessure non ne mancava), gli avvisò che arrivava soccorso, e che facessero star pronto il vicario, “per andar subito.... in prigione: ehm, avete inteso? ” “È quel Ferrer che aiuta a far le gride?” domandò a un nuovo vicino il nostro Renzo, che si rammentò del vidit Ferrer che il dottore gli aveva gridato all’orecchio, facendoglielo vedere in fondo di quella tale. “Già: il gran cancelliere” gli fu risposto. “È un galantuomo, n’è vero?” “Eccome se è un galantuomo! è quello che aveva messo il pane a buon mercato; e gli altri non hanno voluto; e ora viene a condurre in prigione il vicario, che non ha fatto le cose giuste.” Non fa bisogno di dire che Renzo fu subito per Ferrer. Volle andargli incontro addirittura: la cosa non era facile; ma con certe sue spinte e gomitate da alpigiano, riuscì a farsi far largo, e a arrivare in prima fila, proprio di fianco alla carrozza. Era questa già un po’ inoltrata nella folla; e in quel momento stava ferma, per uno di quegl’incagli inevitabili e frequenti, in un’andata di quella sorte. Il vecchio Ferrer presentava ora all’uno, ora all’altro sportello, un viso tutto umile, tutto ridente, tutto amoroso, un viso che aveva tenuto sempre in serbo per quando si trovasse alla presenza di don Filippo IV; ma fu costretto a spenderlo anche in quest’occasione. Parlava anche; ma il chiasso e il ronzio di tante voci, gli evviva stessi che si facevano a lui, lasciavano ben poco e a ben pochi sentir le sue parole. S’aiutava dunque co’ gesti, ora mettendo la punta delle mani sulle labbra, a prendere un bacio che le mani, separandosi subito, distribuivano a destra e a sinistra in ringraziamento alla pubblica benevolenza; ora stendendole e movendole lentamente fuori d’uno sportello, per chiedere un po’ di luogo; ora abbassandole garbatamente, per chiedere un po’ di silenzio. Quando n’aveva ottenuto un poco, i più vicini sentivano e ripetevano le sue parole: “pane, abbondanza: vengo a far giustizia: un po’ di luogo di grazia.” Sopraffatto poi e come soffogato dal fracasso di tante voci, dalla vista di tanti visi fitti, di tant’occhi addosso a lui, si tirava indietro un momento, gonfiava le gote, mandava un gran soffio, e diceva tra sè: — por mi vida, que de gente! — “Viva Ferrer! Non abbia paura. Lei è un galantuomo. Pane, pane! ” “Sì; pane, pane,” rispondeva Ferrer: “abbondanza; lo prometto io,” e la mano al petto. “Un po’ di luogo,” aggiungeva subito: “vengo per condurlo in prigione, per dargli il giusto gastigo che si merita:” e soggiungeva sottovoce: “si es culpable.” Chinandosi poi innanzi verso il cocchiere, gli diceva in fretta: “adelante, Pedro, si puedes.” Il cocchiere sorrideva anche lui alla moltitudine, con una grazia affettuosa, come se fosse stato un gran personaggio; e con un garbo ineffabile, dimenava adagio adagio la frusta, a destra e a sinistra, per chiedere agl’incomodi vicini che si ristringessero e si ritirassero un poco. “Di grazia,” diceva anche lui, “signori miei, un po’ di luogo, un pochino; appena appena da poter passare.” Intanto i benevoli più attivi s’adopravano a far fare il luogo chiesto così gentilmente. Alcuni davanti ai cavalli facevano ritirar le persone, con buone parole, con un mettere le mani sui petti, con certe spinte soavi: “in là, via, un po’ di luogo, signori;” alcuni facevan lo stesso dalle due parti della carrozza, perchè potesse passare senza arrotar piedi, nè ammaccar mostacci; che, oltre il male delle persone, sarebbe stato porre a un gran repentaglio l’auge d’Antonio Ferrer. Renzo, dopo essere stato qualche momento a vagheggiare quella decorosa vecchiezza, conturbata un po’ dall’angustia, aggravata dalla fatica, ma animata dalla sollecitudine, abbellita, per dir così, dalla speranza di togliere un uomo all’angosce mortali, Renzo, dico, mise da parte ogni pensiero d’andarsene; e si risolvette d’aiutare Ferrer, e di non abbandonarlo, fin che non fosse ottenuto l’intento. Detto fatto, si mise con gli altri a far far largo; e non era certo de’ meno attivi. Il largo si fece; “venite pure avanti,” diceva più d’uno al cocchiere, ritirandosi o andando a fargli un po’ di strada più innanzi. “Adelante, presto, con juicio,” gli disse anche il padrone; e la carrozza si mosse. Ferrer, in mezzo ai saluti che scialacquava al pubblico in massa, ne faceva certi particolari di ringraziamento, con un sorriso d’intelligenza, a quelli che vedeva adoprarsi per lui: e di questi sorrisi ne toccò più d’uno a Renzo, il quale per verità se li meritava, e serviva in quel giorno il gran cancelliere meglio che non avrebbe potuto fare il più bravo de’ suoi segretari. Al giovane montanaro invaghito di quella buona grazia, pareva quasi d’aver fatto amicizia con Antonio Ferrer. La carrozza, una volta incamminata, seguitò poi, più o meno adagio, e non senza qualche altra fermatina. Il tragitto non era forse più che un tiro di schioppo; ma riguardo al tempo impiegatovi, avrebbe potuto parere un viaggetto, anche a chi non avesse avuto la santa fretta di Ferrer. La gente si moveva, davanti e di dietro, a destra e a sinistra della carrozza, a guisa di cavalloni intorno a una nave che avanza nel forte della tempesta. Più acuto, più scordato, più assordante di quello della tempesta era il frastono. Ferrer, guardando ora da una parte, ora dall’altra; atteggiandosi e gestendo insieme, cercava d’intender qualche cosa, per accomodar le risposte al bisogno; voleva far alla meglio un po’ di dialogo con quella brigata d’amici; ma la cosa era difficile, la più difficile forse che gli fosse ancora capitata, in tant’anni di gran-cancellierato. Ogni tanto però, qualche parola, anche qualche frase, ripetuta da un crocchio nel suo passaggio, gli si faceva sentire, come lo scoppio d’un razzo più forte si fa sentire nell’immenso scoppiettìo d’un fuoco artifiziale. E lui, ora ingegnandosi di rispondere in modo soddisfacente a queste grida, ora dicendo a buon conto le parole che sapeva dover esser più accette, o che qualche necessità istantanea pareva richiedere, parlò anche lui per tutta la strada. “Sì, signori; pane, abbondanza. Lo condurrò io in prigione: sarà gastigato... si es culpable. Sì, sì, comanderò io: il pane a buon mercato. Asi es... così è, voglio dire: il re nostro signore non vuole che codesti fedelissimi vassalli patiscan la fame. Ox! ox! Guardaos: non si facciano male, signori. Pedro, adelante con juicio. Abbondanza, abbondanza. Un po’ di luogo, per carità. Pane, pane. In prigione, in prigione. Cosa?” domandava poi a uno che s’era buttato mezzo dentro lo sportello, a urlargli qualche suo consiglio o preghiera o applauso che fosse. Ma costui, senza poter neppure ricevere il "cosa?", era stato tirato indietro da uno che lo vedeva lì lì per essere schiacciato da una rota. Con queste botte e risposte, tra le incessanti acclamazioni, tra qualche fremito anche d’opposizione, che si faceva sentire qua e là, ma era subito soffogato, ecco alla fine Ferrer arrivato alla casa, per opera principalmente di que’ buoni ausiliari. Gli altri che, come abbiam detto, eran già lì con le medesime buone intenzioni, avevano intanto lavorato a fare e a rifare un po’ di piazza. Prega, esorta, minaccia; pigia, ripigia, incalza di qua e di là, con quel raddoppiare di voglia, e con quel rinnovamento di forze che viene dal veder vicino il fine desiderato; gli era finalmente riuscito di divider la calca in due, e poi di spingere indietro le due calche; tanto che, tra la porta e la carrozza, che vi si fermò davanti, v’era un piccolo spazio voto. Renzo, che, facendo un po’ da battistrada, un po’ da scorta, era arrivato con la carrozza, poté collocarsi in una di quelle due frontiere di benevoli, che facevano, nello stesso tempo, ala alla carrozza e argine alle due onde prementi di popolo. E aiutando a rattenerne una con le poderose sue spalle, si trovò anche in un bel posto per poter vedere. Ferrer mise un gran respiro, quando vide quella piazzetta libera, e la porta ancor chiusa. Chiusa qui vuol dire non aperta; del resto i gangheri eran quasi sconficcati fuor de’ pilastri: i battenti scheggiati, ammaccati, sforzati e scombaciati nel mezzo, lasciavano veder fuori da un largo spiraglio un pezzo di catenaccio storto, allentato, e quasi divelto, che, se vogliam dir così, li teneva insieme. Un galantuomo s’era affacciato a quel fesso, a gridar che aprissero; un altro spalancò in fretta lo sportello della carrozza: il vecchio mise fuori la testa, s’alzò, e afferrando con la destra il braccio di quel galantuomo, uscì, e scese sul predellino. La folla, da una parte e dall’altra, stava tutta in punta di piedi per vedere: mille visi, mille barbe in aria: la curiosità e l’attenzione generale creò un momento di generale silenzio. Ferrer, fermatosi quel momento sul predellino, diede un’occhiata in giro, salutò con un inchino la moltitudine, come da un pulpito, e messa la mano sinistra al petto, gridò: “pane e giustizia;” e franco, diritto, togato, scese in terra, tra l’acclamazioni che andavano alle stelle. Intanto quelli di dentro avevano aperto, ossia avevan finito d’aprire, tirando via il catenaccio insieme con gli anelli già mezzi sconficcati, e allargando lo spiraglio, appena quanto bastava per fare entrare il desideratissimo ospite. “Presto, presto,” diceva lui: “aprite bene, ch’io possa entrare: e voi, da bravi, tenete indietro la gente; non mi lasciate venire addosso.... per l’amor del cielo! Serbate un po’ di largo per tra poco.... Ehi! ehi! signori, un momento,” diceva poi ancora a quelli di dentro: “adagio con quel battente, lasciatemi passare: eh! le mie costole; vi raccomando le mie costole. Chiudete ora: no; eh! eh! la toga! la toga!” Sarebbe in fatti rimasta presa tra i battenti, se Ferrer non n’avesse ritirato con molta disinvoltura lo strascico, che disparve come la coda d’una serpe, che si rimbuca inseguita. Riaccostati i battenti, furono anche riappuntellati alla meglio. Di fuori, quelli che s’eran costituiti guardia del corpo di Ferrer, lavoravano di spalle, di braccia e di grida, a mantener la piazza vota, pregando in cuor loro il Signore che lo facesse far presto. “Presto, presto,” diceva anche Ferrer di dentro, sotto il portico, ai servitori, che gli si eran messi d’intorno ansanti, gridando: “sia benedetto! ah eccellenza! oh eccellenza! uh eccellenza!” “Presto, presto,” ripeteva Ferrer: “dov’è questo benedett’uomo?” Il vicario scendeva le scale, mezzo strascicato e mezzo portato da altri suoi servitori, bianco come un panno lavato. Quando vide il suo aiuto, mise un gran respiro; gli tornò il polso, gli scorse un po’ di vita nelle gambe, un po’ di colore sulle gote; e corse, come potè, verso Ferrer, dicendo: “sono nelle mani di Dio e di vostra eccellenza. Ma come uscir di qui? Per tutto c’è gente che mi vuol morto.” “Venga usted con migo, e si faccia coraggio: qui fuori c’è la mia carrozza; presto, presto.” Lo prese per la mano, e lo condusse verso la porta, facendogli coraggio tuttavia; ma diceva intanto tra sè: — aqui està el busilis; Dios nos valga! — La porta s’apre; Ferrer esce il primo; l’altro dietro, rannicchiato, attaccato, incollato alla toga salvatrice, come un bambino alla sottana della mamma. Quelli che avevan mantenuta la piazza vota, fanno ora, con un alzar di mani, di cappelli, come una rete, una nuvola, per sottrarre alla vista pericolosa della moltitudine il vicario; il quale entra il primo nella carrozza, e vi si rimpiatta in un angolo. Ferrer sale dopo; lo sportello vien chiuso. La moltitudine vide in confuso, riseppe, indovinò quel ch’era accaduto; e mandò un urlo d’applausi e d’imprecazioni. La parte della strada che rimaneva da farsi, poteva parer la più difficile e la più pericolosa. Ma il voto pubblico era abbastanza spiegato per lasciar andare in prigione il vicario; e nel tempo della fermata, molti di quelli che avevano agevolato l’arrivo di Ferrer, s’eran tanto ingegnati a preparare e a mantener come una corsìa nel mezzo della folla, che la carrozza potè, questa seconda volta, andare un po’ più lesta, e di seguito. Di mano in mano che s’avanzava, le due folle rattenute dalle parti, si ricadevano addosso e si rimischiavano, dietro a quella. Ferrer, appena seduto, s’era chinato per avvertire il vicario, che stesse ben rincantucciato nel fondo, e non si facesse vedere, per l’amor del cielo; ma l’avvertimento era superfluo. Lui, in vece, bisognava che si facesse vedere, per occupare e attirare a sè tutta l’attenzione del pubblico. E per tutta questa gita, come nella prima, fece al mutabile uditorio un discorso, il più continuo nel tempo, e il più sconnesso nel senso, che fosse mai; interrompendolo però ogni tanto con qualche parolina spagnola, che in fretta in fretta si voltava a bisbigliar nell’orecchio del suo acquattato compagno. “Sì, signori; pane e giustizia: in castello, in prigione, sotto la mia guardia. Grazie, grazie, grazie tante. No, no: non iscapperà. Por ablandarlos. E troppo giusto; s’esaminerà, si vedrà. Anch’io voglio bene a lor signori. Un gastigo severo. Esto lo digo por su bien. Una meta giusta, una meta onesta, e gastigo agli affamatori. Si tirin da parte, di grazia. Sì, sì; io sono un galantuomo, amico del popolo. Sarà gastigato: è vero, è un birbante, uno scellerato. Perdone, usted. La passerà male, la passerà male... si es culpable. Sì, sì, li faremo rigar diritto i fornai. Viva il re, e i buoni milanesi, suoi fedelissimi vassalli! Sta fresco, sta fresco. Animo; estamos ya quasi fuera.” Avevano in fatti attraversata la maggior calca, e già eran vicini a uscir al largo, del tutto. Lì Ferrer, mentre cominciava a dare un po’ di riposo a’ suoi polmoni, vide il soccorso di Pisa, que’ soldati spagnoli, che però sulla fine non erano stati affatto inutili, giacchè sostenuti e diretti da qualche cittadino, avevano cooperato a mandare in pace un po’ di gente, e a tenere il passo libero all’ultima uscita. All’arrivar della carrozza, fecero ala, e presentaron l’arme al gran cancelliere, il quale fece anche qui un saluto a destra, un saluto a sinistra; e all’ufiziale, che venne più vicino a fargli il suo, disse, accompagnando le parole con un cenno della destra: “beso a usted las manos:” parole che l’ufiziale intese per quel che volevano dir realmente, cioè: m’avete dato un bell’aiuto! In risposta, fece un altro saluto, e si ristrinse nelle spalle. Era veramente il caso di dire: cedant arma togae; ma Ferrer non aveva in quel momento la testa a citazioni: e del resto sarebbero state parole buttate via, perchè l’ufiziale non intendeva il latino. A Pedro, nel passar tra quelle due file di micheletti, tra que’ moschetti così rispettosamente alzati, gli tornò in petto il cuore antico. Si riebbe affatto dallo sbalordimento, si rammentò chi era, e chi conduceva; e gridando: “ohe! ohe!” senz’aggiunta d’altre cerimonie, alla gente ormai rada abbastanza per poter esser trattata così, e sferzando i cavalli, fece loro prender la rincorsa verso il castello. “Levantese’ levantese; estàmos ya fuera,” disse Ferrer al vicario; il quale, rassicurato dal cessar delle grida, e dal rapido moto della carrozza, e da quelle parole, si svolse, si sgruppò, s’alzò; e riavutosi alquanto, cominciò a render grazie, grazie e grazie al suo liberatore. Questi, dopo essersi condoluto con lui del pericolo e rallegrato della salvezza: “ah!” esclamò, battendo la mano sulla sua zucca monda, “que dirà de esto su excelencia, che ha già tanto la luna a rovescio, per quel maledetto Casale, che non vuole arrendersi? Que dirà el conde duque, che piglia ombra se una foglia fa più rumore del solito? Que dirà el rey nuestro señor, che pur qualche cosa bisognerà che venga a risapere d’un fracasso così? E sarà poi finito? Dios lo sabe.” “Ah! per me, non voglio più impicciarmene,” diceva il vicario: “me ne chiamo fuori; rassegno la mia carica nelle mani di vostra eccellenza, e vo a vivere in una grotta, sur una montagna, a far l’eremita, lontano, lontano da questa gente bestiale.” “Usted farà quello che sarà più conveniente por el servicio de su magestad,” rispose gravemente il gran cancelliere. “Sua maestà non vorrà la mia morte,” replicava il vicario: “in una grotta, in una grotta; lontano da costoro.” Che avvenisse poi di questo suo proponimento non lo dice il nostro autore, il quale, dopo avere accompagnato il pover’uomo in castello, non fa più menzione de’ fatti suoi.
El pòr vicari ente chel moment l’era dré a poussàr dopo aver disnà malvolintéra e senza apetìt e senza pan fres-c’; entant l’aspetava che finìs, con na zèrta azitazion, tuta ca confusion, senza ‘mmazinàrse mìgia che tut chel gazèr el ge saròs nù tut adòs a el. Calchedun, prima che arivàs la fóla, l’èra córs col ciavàl per avisàrlo del perìcol che da ìo a ‘n pezzòt saròs arivà. I só servi, che i eva zà sentù ‘l remor che nidéva da la strada, i vardava spaventadi da ‘ndo che arivava ‘l ghèto. Entant che i scoutàva l’avertiment, i à vist che arivava la testa de la fóla e i cór sùbit a avisar al padron. Entant che chesto ‘l pensa a s-ciampàr, e a come far a s-ciampar, n’àuter l’è nù a dìrge che l’èra massa tardi. I servi i è arivadi a serar ént porte e scuri zùst a ora, come cando che è dré a nìr en temporalàz e la tompèsta. El regolèri ‘l cresséva sèmper de pù, ‘mpareva ‘n tòn, e l’amplenìva l’aria e ‘l rembombava ‘ntel cortìu; ogni ciantón de la ciasa l’era scombussolà. En mèz al gazèr ai urli e ai zìgi, se sentìva pròpri bèn le sassade fòrte e spésse contra ‘l porton. “El vicari! El tirano! El strozzìn! El volén! vìu o mòrt!” Chel sbrìs el ziràva da na ciàmera a l’àutra, bròlt, senza flà, batèndo ‘nsèma le palme de le man, racomandàndose al Sioredio e ai só servi, che i resistés e che i ge trovàs el modo de fàrlo s-ciampar. Ma come far po'? e da ‘ndo po'? l’è nà sora, su le stradùge e da na sfessidura l’à vardà zó ‘nla strada vedèndo ‘n folò de zènt furiosa. El sentìva benón i urli che i domandava la só mòrt. Ancor pù stremì el s’è tirà ént e ‘l s’à zercià ‘n pòsto ‘ndo che nar a scònderse e sentìrse pù segur. Encuzzolà ‘nchel cianton el scoutava con atenzion, sperando che chel rafanàs tremendo el cialàs e che ‘l tumulto ‘l se calmàs zó. Ma ‘nveze ‘l rumor el deventava sèmper pù fòrt, i urli sèmper pù crudéi, e i colpi su la porta i era ancor pù séci. Zapà ancora da n’ataco de schechèo, el se strupava le récle per nó sentìr. Po', come ‘l fus nà fòr da mat, el sgringenava i denti, ‘l storzéva ‘l mus, l’andrizzava fòr i brazzi e ‘l feva i pugni, come se con chei zèsti ‘l podés tègner la porta serada. Per àuter, nó se sa de segur chel che ‘l feva ente chel moment, dato che l’era da só pòsta, e la storia la pòl sol emmazinàrsel. Per fortuna che l’è abituada a fàrlo. Sto bòt el Renzo, ‘l se giatàva pròpri ‘n mèz al tumulto, ma no perché ‘l fus spenzù da la fóla, ma perché ‘l s’era petà ént de propòsit. Cando che l’à sentù la prima propòsta de copàr calchedun, l’à sentù ‘n gran scombussolament: a riguardo del grìpete nó ‘l seva bèn se l’era zùst o sbaglià en ca situazion ìo, ma l’idea de ‘n delìto la giâ fat sùbit ribréz. Pur essendo convinto, a sentìr le acuse de la fóla contra ‘l vicari, che chesto ‘l giavés la colpa se gera la ciarestìa e che ‘l fus en tirano con i poréti, l’eva ancia sentù, ente tut chel ghèto, calche ós che la diséva de volér salvàrlo. Alor l’à dezìso de concórer a sto sfòrz e, con sto scòpo, ‘l s’è svizinà scasi ‘nfìn al portón che i geva dat adòs. Ìo ‘nzì l’à vist ca moltitudine de zènt che ‘n tuti i modi la provàva a bàter zó l’us: gera cì che a sassade el smaciàva sui clòudi de la seradura per fàrla sautàr, cì che laurava con pù inzègn coi pali, s-ciarpèi e martèi, e cì che, con chel che i geva ‘n man – prede, cortèi spontadi, bastoni, perfin con le óngle – el desgrostava ‘l mur, per tòr fòr i matóni e per davèrzer na crèpa. Entant, cì che nó podéva dar na man coi brazzi, l’uzzava i àutri coi urli, ma ‘ntel stes tèmp, restando ìo ‘mmucladi, i deva da dir a chei che laorava e che zà i era ‘ntrigiadi ente tut chel rebaltón. En realtà, a bòte suzét, ancia ‘nte chei momenti ìo, che chei che voròs far de pù i finìs per èsser chei che è pù daidadir. I zùdizi, apena savèst chel che suzzedéva, i à mandà sùbit na domanda de aiùt al comandante del ciastèl de Porta Giovia e chesto l’à mandà arcanti soldàdi. Però, tra ‘l moment che i à dat l’alarmo e che le trupe le se sia metùde ‘nsèma, che le se sia ‘nviade, e che le sia arivade la ciasa l’era zà zincondàda da na marèa de zènt e i s’è fermadi prima de svizinàrse massa a la fóla. L’ufizial che li comandava nó ‘l seva chel che ‘l geva da far. G’era ìo, lagiàmel dir, àuter che ‘n mùcel de zènt zóni e vècli, òumni e feumne che vardàva fermi. Ai órdeni che i ge deva, de sfantàrse e de far pòsto, i rispondeva con en mormoramént lònc’ e soturno, e ‘nzun se movéva. Sbaràrge adòs a ca moltitudine, ge ‘mparéva a l’ufizial, estra che na crudeltà, ancia pericolós assà, perché l’averòs podèst far enfuriar i pù ciàudi; e po', nó l’eva nancia zapà ordeni seguri per far na roba del zènere. Davèrzer ca fóla, spintonàrla da le bande e nar avanti ‘ndo che g’era da far órden ‘l saròs sta ‘l mèio de tut, ma a reussìrge l’era ‘l fato. Cì èl po' che séva se i soldàdi i podeva nar i nanzi tuti ‘nsèma senza che ‘nzun ge dés adòs? Perché se ‘nveze i se fus sparpaiàdi, i avròs ris-zà de èsser sozetàdi da la fóla e l’era pézi che pézi. I dubi del comandante e la trupa che l’èra stada ìo ferma, nó i à fat àuter che convìnzer la fóla che ancia lori i geva paura. Chei che era arènt ai soldàdi i vardàva fìs entei òcli con en far da buli; chei che era ‘n pòc’ pù lontani i li stuzgiava a fàrge zèsti col mus e a tòrli per i coioni; pù ‘ndré, tanti nó i seva nancia che g’era ìo i soldàdi e nó i ge obadava nancia. Entant che era dré a bàter zó la ciasa la seghitava senza preocupàrse de àuter che nó ‘l sia de far el só mistér, entant che la fóla la spenzéva con urli e zigi chei che destruzéva. Tra tuti chei che g’era ìo, se féva véder en vècel che l’eva passà tuta la vita da linzéra, che l’era el stés en spetàcol; i só òcli sbatùdi e rossi i era spalancàdi e ‘l mus plén de fìze, ‘l se torticlava enten sgrignotolàr crudél e contènt. Con le man auzzàde sóra i só ciavéi bianci che i mossava ‘n ségn de la só vita disonèsta, l’azitava per aria ‘n martèl, na còrda e càter clòudi da vara. Con chesti ‘l prediciava de volér encloudàr el vicàri sul portón en bòt che i l’eva copà. “Che vergògna!” l’à sclamà ‘l Renzo, tut scombussolà a sentìr che parole e a vardàr tanti che ‘mpareva che i ge dés resón. Però, l’à vist che tante àutre persone le era scandolizàde come el. “Vergognós! Volénte robàrge ‘l mistér del sassìn? Copàr en cristian? Come podénte sperar che ‘l Sioredio ‘l ne dàgîa ‘l pan pò, se combinàn robe ‘nzì brute? El ne manderà saéte, àuter che pan!” “Can da l’òstrega! traditór de la patria!” à zigià, voutà vèrs el Renzo, con en mus da ‘ndemonià, un de chei che, ‘n mèz a tut chel regolèri, l’eva podèst sentìr che sacrosante parole. “Spèta, spèta! L’è ‘n sèrvo del vicari, vestì da contadìn: l’è na spia: zàpel, zàpel!” Ìo ‘ntorna s’à sentù zènto ós. “Che g’è po'? endo èl po'? cì èl po'? En sèrvo del vicari. Na spìa. El vicari vestì da contadìn, che ‘l s-ciampa. Endo èl po'? ‘ndo èl po'? zàpel, zàpel!” El Renzo l’è restà mut, stremì e scasi umilià e l’averòs volèst scomparìr dal tut. Arcante persone che gera ìo ‘ntorna i l’à zircondà con chela de protèzerlo, e con la ós pù fòrta i vardava de parlàr sora a le ós pù ciatìve. Però, chel che l’à salvà per dalbòn l’è stà en zìc’ che de colp s’à sentù ìo vizìn: “Fé passàr, fé passàr! Arìva l’aiùt, fé passàr, ehi! Che èrel po' ca ròba? L’era na s-ciala lòngia che calchedun portava per pozàrla a la ciasa e nar ént da le finèstre. Ma per fortuna, ca idèa, che l’avròs fat en modo che l’impresa la fus pù sèmplize, nó l’era fàzile da méter en pràtigia. Chei che la portàva, doi, un davanti e un de dré e àutri doi che la tegnìva da le bande, i era de sèito spitonàdi da la fóla e i feva fadìgia a tegnìrla àuta. Un, che ‘l geva la testa ‘ntra doi s-cialìni e i la portava con le spale, ‘l sgengiàva perché l’era sghizzà dal pés, che l’era come ‘n zóu che nó stéva fermo mìgia. N’àuter, spenzù da la fóla, l’à perfìn perdù la ciàrgia e la s-ciala senza chei che la portava la batéva su le spale e le còste; emmazinàve i bèrgemi de chei che se zapàva le pàche. Àutri i pessegiàva a zapàr la s-ciala ficiàndose sota con le spale e dàndo ‘l colp coi àutri e i zigiàva “Dai! Dai, nidè che nén!”. La s-ciala la néva inanzi a sàuti e l’era sbatùda de cà e de là. Ca s-ciala però l’eva desvià e scombussolà le zènt che ge deva adòs al Renzo, e alor chesto l’à profità de sta situazion per mocàrsela. En prinzìpi ‘l s’è movèst con prudenza, vardando de nó dar ente l’òcel, e dopo spenzèndo con i gómbeti ‘l s’è slontanà da chel posto che per el l’era deventà pericolós. L’à dezìso de arbandonar chel tumulto pù prést che ‘mprèssa e de nar dalbòn a zerciar o spetar el padre Bonaventura. Tut de colp, forenzìma a la fóla, è scomenzià ‘n moviment che ‘l s’è slargià per tut la moltitudine; và fòr la ós che passa de bócia ‘n bócia: “Ferrer! Ferrer!” Sto nòm, a sentìrlo, ‘l procurava maravéa, contentezza, rabia, approvazion, crìtegia; zèrti i lo clàma, zèrti i vòl fàrlo tàser; cì che l’è d’acòrdi e cì che lo négia, cì che lo benedìs e cì che lo maledìs. “G’è cì ‘l Ferrer! — Nó l’è vera, nó l’è vera! — Sì, sì; viva Ferrer! Chel che à metù ‘l pan pù bòn marcià. — No, no! — L’è cì, l’è cì ‘n ciaròzza. — Che ‘nterèssa po'? che ge n’ampòdel po'? noi nó volén enzun! — Ferrer! viva Ferrer! l’amìzi de la pòra zènt! el vèn per portàr en presón el vicari. — No, no: i conti i fén noi: ‘ndré, ‘ndré! — Sì, sì: Ferrer! che vègnîa ‘l Ferrer! e ‘l vicàri ‘n presón!” E tuti, auzzàndose su la pónta dei pèi, i se voutàva a vardàr da ca banda da ‘ndo che i prediciava che era arivà ‘l Ferrer. Auzzàndose tuti ‘nsèma, i vedéva né pù né men, tant che se i fus stadi con i pèi postadi ‘n tèra, però tuti i se auzzàva lostes. Enfati, da l’àutra banda de la fóla, da chela ‘ndo che gera i soldàdi, era arivà con la ciaròzza Antonio Ferrer, el gran ministro, che, rendèndose cont de aver envià via ca solevazion coi só erori e la só testa dura, l’era nù per véder se l’era bòn de calmàrla zó, o almen, vardar che nó suzzedés vergot senza rimèdi che l’era ‘ncor pèzo. El vardava de méter a fruto la simpatìa che ‘l geva, però senza meritàrsel. Cando che g’è tumulti de pòpol, g’è sèmper en grupo de persone che, perché i è teste ciàude, o convinti esaltadi, o che giâ intenzion ciatìve, o sol perché le giâ ‘l maledét gusto de far gazèr, le fa de tut perchè la situazion la devèntia ‘ncor pù ‘ngiarboiada. Chesti cì i dà i consìli pù rabiósi e tremendi, i zìnzegia ‘l regolèri tute le bòte che ‘l se calma, e ‘mpar che nó i vòbia mìgia che ‘l tumulto ‘l finìssia o almen che ‘l se càlmia. Ma per fortuna che g’è ancia n’àuter grupo de persone che con la stessa forza e testardàzine la fa de tut per avér l’efèto contrari. Zèrti, i lo fa per afezion o per simpatìa vèrs cì che è ‘n perìcol; zèrti àutri i se comporta ‘nzì sol perché i giâ oror vèrs el sanc e i fati pù spervèrsi. El ziél i li benedìssia. Ente ognuna de ste doi part, i è bòni de organizzarse da só pòsta ancia senza nar d’acòrdi, grazie al fato che tuti chei de sto grupo i vòl la stessa ròba. Tra cì che fa part del gròs de la fóla, ‘nvéze, g’è ‘n miscùli a caso de zènt che se mét en mèz e ‘l tègn da un o da l’àuter de i doi grupi. Zèrti i è ‘n pòc’ pù ciàudi, àutri i è furbi, àutri ‘ncor portàdi a fàrse zustìzia come che dis lori, e ancia tanti che gòde a védernen de gròsse, pronti a èsser ciatìvi o compassionévoi, a odiar o adorar, conforma se le situazion le vòl un o l’àuter de chei sentimenti; zèrti i vòl savér e créderge a vergot de gròs, pronti a la ciativèria, bàterge le man o ofènder calchedun. I è bòni de dir sol “Viva!” e “Che ‘l crèpia”, e cì che è sta bòn de convìnzerli che ‘n tale nó ‘l se mèritia de èsser mazzà, nó ‘l giâ pù bisògn d’àuter per convìnzerli a portàrlo ‘n trionfo: atori, spetatori, marionéte, frenadori, conforma come che tira ‘l vènt; pronti a tàser se nó g’è ‘ngot da ripèter, a mocàrsela cando che nó g’è pù caporióni, a sfantàrse cando che tante ós compagne e confermade le abia dit: vèi che nén; e tornar a ciasa domandàndose un con l’àuter: ma, che è suzèst po'? Sicome però sta marmàia l’è i pù tanti e la pòl méterse con un o con l’àuter come che la vòl, e ‘nzì i doi partiti i fa de tut per ciaparàrsela e tiràrsela da la soa: le doi fazión le è come doi ànime nemìche e le laora ognuna per mesdàrse ént ensèma a sto mismas per farlo nar endo che se vòl. Le laora a méter fòra le parole pù zuste per zaigiar le teste pù ciàude, e per dirèzer i movimenti a favor de chesto o chel intento; a cì che sarà pù brava de ste doi part a trovar le ós che le sia bòne per stuzgiar le rabie o per calmarle, che le desdroménzia la speranza o che le métia ‘l teror, a chela che sarà bòna de trovar l’urlo che, ripetù pù fòrt dai pù tanti tra la fóla, el sia e ‘l próvia, entel stes tèmp, che l’è l’urlo de tut el pòpol, per una o l’autra part. Tuta sta zacolàda l’è fata per dir che, ‘nte la lita tra doi fazion ‘nteressade a convìnzer la fóla davanti a la ciasa del vicari, cando che è arivà l’Antonio Ferrer, per n’àtimo, la portà ‘n gran vantàzi per ca part pù calma. Se l’aves tardivà a arivar ancora ‘n pòc’, sta part che l’era ìo ìo per zéder, prést l’averòs perdù sia la forza che le resón per seitar a combàter. El Ferrer l’era tanto benvolù da la zènt perché l’eva metù na tariffa che ge convenìva a cì che comprava e ancia perché ‘l s’era ostinà a refudar de zéder a le crìtege de cì che vendéva. La só stima l’era cressùda ancor de pù cando che la zènt l’à vist con cant coràzo chel vècel el se presentava senza ‘nzun a protézerlo e dezìso a fàrla fòr el stes con la fóla ‘nrabiada e azitada. E po' a sentìr che ‘l nidéva per portar el vicari ‘n presón, l’abù n’efèto straordenari, e sto fato l’à smorzà zó, almen na part, de chel’odio furios contra de el se ‘l se fus presentà con le ciatìve. Se calchedun avés zercià de difènder el vicari enten modo sevéro o senza dar calche resón, la rabia de la fóla la saròs scopiada ancor de pù. Ma la promessa de far zustìzia, che l’era, se pòl dir “l’òs da mòrder”, l’è stada assà per contentar la zent encazzada, e anzi la rabia la fat pòsto a sentimenti contrari che scomenziava a nìr fòr da tanta zènt. La part che tegnìva per la paze, zapà coràzo, la feva de tut per aidàr el Ferrer en zènto maniere: chei che era pù vizìni a el, batèndoge le man e fasèndoge bàter le man a tuta la fóla, ‘ntel stes tèmp i feva ‘n modo de far star endré la zènt, per fàr passar la ciaròzza; i àutri, pù lontani, batèndo le man, i ripeteva e i consegnava le só parole o chele che ge paréva che fus le pù zuste, e dàndoge sora a le ós dei pù ciatìvi, e i sfrutava tut chel vigor de la fóla contra i pù furiosi. Calchedun urlava: “Cì èl po' che nó vòl che se digia: viva Ferrer? ah, ti nó voròstus no, che ‘l pan el fus pù bonmarcià? L’è tut briganti che nó vòl na zustìzia da cristiani: e g’è ancia de chei che i urla pù dei àutri per far s-ciampar el vicari. En presón el vicari! Viva ‘l Ferrer! Félo passar el Ferrer!” Cressèndo sèmper de pù chei che parlava ‘nzì, en proporzion cialava l’ardiment de chei de l’àutra fazion; e è suzèst che i primi dal prediciar i è passadi a bastonar chei che batèva zó la ciasa, a paràrli ‘ndré, a tòrge fòr da le man le arzare. Chesti cì i boìva dal nervoso e adiritura i amprometèva de rèndergele; però la resón de copar el vicari l’eva pèrs: la parola che dominava l’era: presón, zustìzia, Ferrer! Dopo ‘n pòc’ de discussion chesti cì i è stadi paradi via: i àutri i à fat sóa la porta, perché nó i la assediàs pù e per fàrge strada al Ferrer; calchedun, à clamà dént en ciasa (crèpe nó ‘n manciava), per avisar che arivava aiut, e che ‘l vicari ‘l se tegnìs pronto, “per nar sùbit… en presón: ehm, eo ciapì?” “Èl chel Ferrer che àida a far le lezi?” à domandà a n’òm che era ìo arènt, el Renzo, che ‘l s’era ricordà del vidit Ferrer che ‘l dotor el geva zigià ‘nle récle, fasèndogel véder en font a chel pefèl. “Sì: ‘l gran ministro” i giâ respondù. “Sì mo che l’è ‘n gialantòm?” “Ecome che l’è ‘n gialantòm! L’è chel che à metù ‘l pan a bonmarcià; e i àutri nó i à volèst; e adès el vén per méter en prsón el vicari, che nó l’à fat le ròbe zuste.” Nó g’è bisògn de dir che ‘l Renzo l’è sta sùbit da la banda del Ferrer. Adiritura l’à volèst nàrge ‘ncontra: che nó l’era na ròba sèmplize, ma con calche spintón e calche sgombetàda da alpìn, l’è sta bòn de fàrse strada e a arivar en prima fila, pròpri de flànc’ a la ciaròzza. La ciaròzza l’era zà bèla dént én mèz a la moltitudine; e ‘nte chel moment l’era ferma, ciàusa una de che ròbe che sèmper se mét per travèrs enchei viàzi ìo. El vèzzo Ferrer el vardava fòr en bòt da una e ‘n bòt da l’àutra portèla, con la fazza tuta umile, sgrignotolànt, a la bòna, na fazza che ‘l tegnìva sèmper bòna per cando che l’era dinanzi al re don Filipo IV; ma che ‘l s’à vist obligià a dopràrla ancia ‘nchel’ocasion ìo. E ‘l parlava ancia, ma ‘l gazèr e ‘l zonzonar de tante ós, i eviva stessi che i ge féva a el, nó i lagiava sentìr ben le só parole a tuti. E alor el se aidàva con i zèsti; prima metèndo le ponte dei dedi su la bócia e mandàndo bósi da na banda e da l’àutra per ringraziar la zènt che la ge voleva ‘nzì ben; po' ‘l slongiava fòr le man da la ciaròzza movèndole plan plan come per domandar de lagiàrlo passar; po' i le sbassava con trato, per domandar en pòc’ de silenzio. Cando che la fóla l’eva sbassà, almen en pòc’, el rumor, chei che era pù dausìni i sentiva e i ripeteva le só parole: “pan, bondànza: vèni a far zustìzia: per piazér féme passar.” Sozetà e scasi stofegià da chel fracas de tanti urli e zigi e dal véder tanti musi ‘nzì spessi, e dai tanti òcli adòs, el se tirava ‘ndrè ‘n moment, el sgonflava le gòute e ‘l soflava come ‘n màntes, e ‘l diseva ntrà de el: — por mi vida, que de gente! — “Viva Ferrer! Nó ‘l stàgia a avér paura. El l’è ‘n gialntòm. Pan, pan!” “Sì; pan, pan,” el rispondeva ‘l Ferrer: “bondànza; ve l’amprométi mì,” e ‘l metéva la man sul còr. “Féme passar,” el ge taciava sùbit: “vèni per portarlo ‘n presón, per dàrge ‘l castìgo zust, chel che ‘l se mèrita:” e po' ‘l diséva sotaós: “si es culpable”. Sgobàndose po' dinanzi vèrs el veturìn, el ge diseva ‘n prèssa: “adelante, Pedro, si puedes.” Ancia ‘l veturìn el grignava con creanza a la moltitudine, come se fus sta cissà che gran personàzi; e con en bel modo che nó se pòl nancia dir, el scorlava plan planìn da na man e da l’àutra la scùria, per domandar a chei che era vizìni che i se tiràs endré per podér passar. E ‘l diseva “per piazér, sióri, fé ‘n pòc’ de pòsto, almen en pòc’; apena apena da podér passar.” Entant i pù dabèni tra la fóla i feva de tut a far far el posto domandà enten modo ‘nzì educà. Zèrti davanti ai ciavài i feva star endré le persone, con le bòne, metèndo le man a crós sui pèiti, o con spintonàti prudenti: “né là, dai, fé ‘n pòc’ de largo sióri;” zèrti àutri i feva la stessa ròba da le doi bande de la ciaròzza che la podés passar senza né limàr óngle dei pèi, né sbugnàr mostàci; che, oltre al mal a le persone, l’avròs metù enten gran perìcol l’onor de l’Antonio Ferrer. El Renzo, dopo che l’eva oservà per en bel pezzòt chel veclét del Ferrer, che ‘l geva en bel portament, ancia se l’era ‘n pòc’ débol e preocupà, ma che comunque ‘l geva chel bòn proponiment de salvar el vicari da na bruta fìn, el Renzo, diséven, l’à dezìso de restàr ìo per aidàrlo e ‘l s’è desmentegià de nar dal padre Bonaventura. Senza pèrder tèmp ‘l s’è metù sota sùbit, con tanti àutri, a davèrzer en passagio tra ‘l regolèri e i l’à fat con tuta la só bòna volontà. E ‘l pòsto i l’à fat; “nidé pur avanti,” diseva pù de un al veturìn, tiràndose ‘ndré e corèndo per far strada pù inanzi. “Adelante, presto, con juicio ,” giâ dit el padron al veturìn; e la ciaròzza la s’è movèsta. El Ferrer, en mez a tuti chei saluti che ‘l sparpaiava a tuta ca marmaia, el ne ‘n feva zèrti de ringraziament, fasèndo l’òclét, a chei che ge déva na man: e de sti ocléti, pù de un l’era per el Renzo, che, a dir la verità, el se li meritava, perché ‘nchel dì ‘l servìva ‘l gran ministro mèio de chel che averòs fat el pù brào dei só segretàri. Sentèndose premià da che atenzion, el bòn contadìn l’abù perfìn l’impression de èsser deventà adiritura n’amìzi de l’Antonio Ferrer. La ciaròzza, ‘n bòt che la s’era ‘nviada, l’è nada avanti pù o men plan plan e con na calche poussada. La strada da far l’era abastanza curta; ma se parlan del tèmp che i giâ metù, el podéva èsser sta ‘n bel viazét, ancia per cì che nó avés bù tuta la prèssa del Ferrer. La zènt la se movéva davanti, de dré, da na banda e da l’àutra de la ciaròzza, come fus grant onde entórn a na nave entel mar en tompèsta. Pù fòrt, pù stonà e pù rumorós de chel de la tompèsta l’era ‘l gazèr. El Ferrer, voutàndose ‘n pòc’ da na banda e ‘n pòc’ da l’àutra, el se sforzava de ciapìr chel che diséva la fóla, e po' l’adatava le só risposte a la situazion. Con zèsti manierosi ‘l provava a far doi parole con ca massa de zènt che se feva véder come só alleati. Però l’era n’impresa difìzile, forse la pù difìzile che ge fus ciapità ‘nfìn a chel moment en tanti ani de gran ministro. Ogni caltrat, però, calche parola o adiritura vergot de pù, ripetude da calche grupét en mèz a la fóla entant che ‘l passava, se ressuiva a ciapìrle ente chel bacan, come fus en razzo pù fòrt che ‘l scoppia e ‘l se fa sentìr entel gazèr de ‘n spetàcol de fògi. El Ferrer, zerciàndo de risponder pù ben che ‘l podéva ai urli de la fóla, el diséva o parole studiade per contentar tuti, o àutre che ‘l seva benón che l’era le pù prezziade; a bòte ‘nveze ‘l diséva parole comandade da la nezessità del moment, conforma a chel che la situazion la voléva. Enzì per tut chel tòc’ de strada, l’à seghità a parlar senza poussar. “Sì, siori; pan, bondànza. El pòrti mì ‘n presón: ‘l sarà ciastigià… si es culpable. Sì, sì, comandi mì: ‘l pan bonmarcià. Asi es… enzì l’è: vòi dir: só maestà ‘l re nó ‘l vòl de segur che sti pòri servi fidadi i patìssia la fam. Ox! ox! Guardaos” nó ste fàrve mal, siori. Pedro, adelante con juicio. Bondanza, bondanza. Féme passar, per ciarità. Pan, pan. En presón, en presón. Che g’è?” ‘l giâ domandà a un che ‘l s’era petà ent pù del mèz ‘nla ciaròzza, a urlàrge calche consilio o richiesta o compliment che fus sta. Ma chesto, senza podér rizéver el “Che g’è?”, l’era sta tirà ‘ndré da n’àuter che i lo vedéva ìo per èsser sghizzà sota na ròda. Con ste bòta e risposta, tra i batiman che nó ruava mai, e ancia calche parola contraria che se feva sentìr cì e ìo, ma che l’era sùbit metùda ‘n tàser, a la fìn el Ferrer l’è arivà a la ciasa, grazie a chei bravi volontari. I àutri che, come che en vist, i era zà ìo con le medesime bòne intenzion, enframèz, i eva seghità a sgombrar e a fàr pòsto. I supliciava, i paràva, i arciava ; i spenzéva da na banda e da l’àutra, sèmper pù dezìsi e sèmper con pù fòrza, chela che vèn cando che se vét che se è vizìni al scopo; a la fìn, i era stadi bòni de separar la fóla enten doi grupi e a spénzerli ‘ndré, tanto che tra la porta e la ciaròzza, che la s’era fermada pròpri ìo davanti, s’era fat en pòc’ de piaza. El Renzo, che ‘l s’era fat strada tra la zènt compagnàndo la ciaròzza, l’era ressuì a postàrse ente una de le doi file de persone che tegnìva per el Ferrer. Cheste, ‘ntel stes moment, le feva sia la scorta a la ciaròzza sia ‘n sbarament per tègner la fóla che la spenzéva da le bande. Pozàndose con le só spale gaiàrde per aidàr a tègner la moltitudine, el Renzo ‘l s’è trovà ancia ‘nte la posizion zusta per assìster a tuta la sèna. El Ferrer, cando che l’à vist la piazéta libera e ‘l portón ancor serà, l’à tirà ‘n gran sospìr. Serà cì vòl dir che nó l’era davèrta; perché i càncheni i era zà mèzi sbregiadi fòr dai pilastri: le porte des-ciaiàde, smanarotàde, sforzàde e sgangherade ‘ntela mèzerìa e se vedéva dént da la crèpa ‘n tòc’ de s-ciarnàz stòrt, mèz desghidà e scasi destacià, che, se volén dir enzì, i le tegnìva ‘nsèma. En gialantòm l’eva vardà dént da ca crèpa a zigiar che i daverzés la porta; n’àuter, en prèssa, l’à spalancà la portèla de la ciaròzza. El vècel Ferrer l’à picià fòr la testa, l’è levà ‘n pè e, brancando con la man drìta ‘l braz de chel’òm l’è nù fòr da la ciaròzza e l’è nù zó sul predelìn. La fóla, da tute doi le bande, la se levava su le ponte dei pèi per reussìr a véderge mèio: zentenàri de musi e barbe che vardava ‘n su. Gera ‘n silènzio zeneràle per via de la curiosità e de l’atenzion de tuti. El Ferrer, che ‘l s’era fermà n’àtimo sul predelìn, l’à vardà en zìro ‘ntorna a el, po' la saludà la fóla con n’inchìno, come se ‘l parlàs zó dal pùlpit. Dopo l’à portà la man zància sul còr e l’à urlà con na bèla ós fòrta: “Pan e zustìzia!” e, con en pas dezìso, drìt e plegià ént entel só tabàr, l’è desmontà, e tuta la zènt i l’à compagnà con urli de aprovazion che se levava su ‘nfìn al ziél. Entant chei che era de ént i eva daverzù, o meio, i eva ruà de davèrzer, tirando via ‘l s-ciarnàz ensèma ai anèi zà mèzi sbregiadi fòr, e slargiando la sfessidura apena chel tant che ocoréva per far nar ént l’òspite tanto desiderà. “Presto, fé prést,” ‘l diséva: “daverzé bèn, che pòdia nìr ént: e voiàutri, da bravi, tegnì ‘ndré la zènt; nó ste lagiàrmela nìr adòs… per amor del ziél! E vardà de tègner en pòc’ de pòsto per dopo… Ehi! ehi! siori, ‘n moment,” el ge diséva po' ancor a chei che gera dént: “plan, con chel porton, lagiàme passar: eh! le me còste; ve racomandi le me còste. Serà adès: no; eh! eh! el tabàr! el tabàr! Se ‘l Ferrer nó ‘l fus sta pronto a tiràrsel dré, che ‘mparéva la cóa de ‘n lanzón che s’ciampava ‘n la só tana, el só tabar el saròs restà ‘mpegolà ‘ntra i portoni.” Serà che i eva ‘l porton, i à metù ancia doi pali per ‘mpontarlo come che i podéva. De fòr, chei che s’era fat guardie del Ferrer, i laorava de spale, de brazzi, de de urli per mantègner la piazza vòida, pregiando ‘l Sioredio che i lo fés far en prèssa. “Présto, présto,” diséva ‘l Ferrer ancia de dént sot al pòrtec’, ai servi che i se gera metùdi ‘ntorna ansiósi e zigiàndo: “sia benedét! ah zèlzimo! oh zèlzimo! uh zèlzimo!” “Présto, présto,” el ripetéva ‘l Ferrer: “endo èl po' sto benedet’òm?” El vicari ‘l nidéva zó da le s-ciale, mèz strassinà e mèz portà da àutri só servi, bianc’ come na pèzza lavada. Cando che l’à vist el só protetór, l’à tirà ‘n gran sospìr; à tornà a bàterge ‘l còr, l’à sentù che ‘l sanc l’eva tornà a córer en le giambe, e g’era nù ‘n pòc’ de colór su le gòute; e l’è corèst, come che ‘l podéva, vèrs el Ferrer, disèndo: “son cì ‘nle man del Sioredio e de la vossiorìa lustrìssima. Ma come podénte far a nar fòr da cì? G’è fòr dapertut zènt che la me vòl mòrt.” "Venga usted con migo, e ‘l se fàgîa coràzo: cì de fòra g’è la me ciaròzza; presto, presto.” I l’à zapà per man, e i l’à portà vèrs la porta, sèmper fasèndoge coràzo; ma ‘ntant el diseva ‘ntra de el: — aqui està el busilis; Dios nos valga! — Se davèrz la porta; el Ferrer l’è nà fòr el prìm; l’àuter dré, sgobà zó, tacià, ‘ncolà a chel tabàr che lo salvava, come ‘n pòpo tacià a le vèste de só mare. Chei che eva mantegnù la piazza vòida, auzzàndo le man e i ciapèi come na ré, na nùgola, i scondéva a ca moltitudine ‘l vicari che è nà ént enla ciaròzza per prìm metèndose ‘ncuzzolà enten ciantón. El Ferrer l’è montà su sùbit dopo; e vèn serà la portèla. La zènt l’eva ciapì sì e no chel che era suzèst, e cì che l’eva ciapì l’è scopià enten misto de aprovazion e urli de malcontènt. El tòc’ de strada che restava da far el podéva èsser el pù difìzil e ‘l pù pericolós. Ma la volontà del pòpol l’era chela: el vicari ‘l geva da èsser portà ‘n presón. Entant che ‘l Ferrer el s’era fermà ente ca ciasa, tanti de chei che l’eva aiutà a farse strada entel nìr, i se era ‘mpegnadi a mantègner en pasagio lìbero en mèz al rafanas per nàrsen. Ente sto modo la ciaròzza l’è stada bòna de partìr e nar pù ‘mprèssa senza èsser fermada. Man man che la neva avanti, la zènt tegnùda da le bande la se tornava a mesdar de nòu dré la ciaròzza. El Ferrer, apena che ‘l s’era sentà zó, ‘l s’è sgobà per racomandàrge al vicari, de star ben encuzzolà zó ‘l font de la ciaròzza e che, per l’amor del ziél, nó ‘l se fés véder. El, envéze, ge voléva che ‘l se fés véder, en modo da ocupar e tiràr tuta l’atenzion de la fóla su de el. E per tut chel viazét, come per chel’àuter da prima, el Ferrer la seghità a parlàrge a la fóla con na prèdicia lòngia ma confusionaria che nó se ciapìva ‘ngot de chel che ‘l diséva. Ogni tant, el desmetéva de parlar per sussuràrge calche parola ‘n spagnòl al vicari, che l’era scònt dausìn a el. “Sì siori, pan e zustìzia! El porterai en presón, ge fón mì la guardia. Grazie, grazie tante! No, no nó ‘l me s-ciampa pù. Por ablandarlos. L’è massa zusto; esaminerén el caso. Ancia mì vé vòi ben. El sarà punì severament. Esto lo digo por su bien. Ge vòl arivar a ‘n scopo zust e onèst, punìr cì che ridùs a la fam el pòpol. Per piazer, féme passar. Sì, sì, mì son en gialantòm, amico del pòpol. El sarà punì, l’è vera, l’è ‘n brigante, ‘n malfatór. Perdone, usted.” el se la passerà mal… si es culpable. Sì, sì, i pisóri i amparerà a comportàrse ben. Viva ‘l re e i bravi milanesi só servi! El se la vederà bruta, el se la vederà bruta. Animo; estamos ya quasi fuera.” Difati i eva traversà el pù tant de ca confusion e i era zà vizìni a nar fòr dal tut da la fóla. Ìo ‘l Ferrer, entant che ‘l scomenziava a far poussàr i só polmoni, l’à vìst l’aiùt che ormai l’era tardìu, chei soldàdi spagnòi, che però a la fìn nó i era stadi pròpri inutili dal tut, perché aidadi e direzùdi da calche zitadìn, i eva concórs a mandar a ciasa ‘n pòc’ de zènt e a tègner libero el pasagio per nar fòr dal tut. Come che è arivà la ciaròzza, i s’è tiràdi da le man, i à fat el presentatàrm al gran ministro, e ancia el l’à fat en salùt da na banda e da l’àutra; e al’ufiziàl che era nù ìo arènt a fàrge ‘l so, ‘l giâ dit, compagnàndo le parole con en zèsto de la man: “beso a usted las manos :” parole che l’ufiziàl eva ciapì per chel tant che le voléva dir, e siché: m’eo dat en bel aiut! En risposta, l’à fat n’àuter salùt, e l’à strenzù le spale. L’era ‘l caso de dir per dalbòn: cedant arma togae; ma ‘l Ferrer enche moment ìo, nó ‘l geva per la testa provèrbi: e per de pù ‘l saròs sta parole petade via, perché l’ufizial nó ‘l ciapìva el latìn. Al Pedro, ‘ntel passar tra che doi file de micheleti, tra chei szòpi per aria ‘n ségn de riguardo, g’è nù ‘l coràzo de ‘n bòt. El s’è fat fòra da ca condizion de pèrs endo che l’era nà a ruàr, ricordàndose de la só posizion e de cì che ‘l portava, senza star ìo a far tante bale, el s’è metù a zigiar: “Ehi! Ehi!”, vèrs la fóla che ormai l’era assà sclarìda, da podérse perméter chel tono pù da comando. Po' la scurià i ciavài che i è partìdi al galòp vèrs el ciastèl. “Levantese’ levantese; estàmos ya fuera,” el dis el Ferrer al vicari e chesto che a sentìr che i eva desmetù de zigiàr, a véder che la ciaròzza la corìva pù ‘mprèssa, e sentìr che parole, ‘l s’è voutà, el s’è stironà, e l’è levà su e ‘l s’era calmà; essèndose fat fòra, l’à scomenzià a rigraziar, a ringraziar e a ringraziar chel che l’eva liberà. Chesto, dopo avérge dit el só dispiazér per el perìcol che l’eva passà e la contenteza perché era nà tut ben, batèndose la man su la pelada l’à sclamà: “que dirà de esto su excelencia, che zà ‘l giâ la luna per via de chel maledét tormént de Casale, che ‘l sèghita a resìster? Che diràl pò 'l Conte che ‘l se spaventa per el minimo rumor? E che diràl po' el re, nòssa maestà, visto che prima o dopo ariverà ‘nle só récle na fazènda del zènere? E po', saràla dal bòn ruàda ‘nzì? Dios lo sabe.” El vicari tut confùs, l’à respondù: “Ah! Mì nó vòi pù savérgen de ‘ngot! Me tiri fòr da tut, dón le me dimission enle man de vossiorìa e men vón a vìver ente na cavèrna sul mont, a far el remìt, lontan, lontan da sta zènt che l’è come le bestie.” “Usted faréo chel che convièn por el servicio de su magestad", à respondù severament el gran ministro. “Só maestà nó la vorà la me mòrt,” el diséva ‘l vicari “mèio scònderme ente na cavèrna, ente na tana; lontan da chésti.” Chel che è suzèst po' dopo de sto proponiment el nòs scritor nó i lo dis, che dopo aver compagnà ‘l pover’òm entel ciastèl nó ‘l dis pù ‘ngot dei só afari.
La folla rimasta indietro cominciò a sbandarsi, a diramarsi a destra e a sinistra, per questa e per quella strada. Chi andava a casa, a accudire anche alle sue faccende; chi s’allontanava, per respirare un po’ al largo, dopo tante ore di stretta; chi, in cerca d’amici, per ciarlare de’ gran fatti della giornata. Lo stesso sgombero s’andava facendo dall’altro sbocco della strada, nella quale la gente restò abbastanza rada perchè quel drappello di spagnoli potesse, senza trovar resistenza, avanzarsi, e postarsi alla casa del vicario. Accosto a quella stava ancor condensato il fondaccio, per dir così, del tumulto; un branco di birboni, che malcontenti d’una fine così fredda e così imperfetta d’un così grand’apparato, parte brontolavano, parte bestemmiavano, parte tenevan consiglio, per veder se qualche cosa si potesse ancora intraprendere; e, come per provare, andavano urtacchiando e pigiando quella povera porta, ch’era stata di nuovo appuntellata alla meglio. All’arrivar del drappello, tutti coloro chi diritto diritto, chi baloccandosi, e come a stento, se n’andarono dalla parte opposta, lasciando il campo libero a’ soldati, che lo presero, e vi si postarono, a guardia della casa e della strada. Ma tutte le strade del contorno erano seminate di crocchi: dove c’eran due o tre persone ferme, se ne fermavano tre, quattro, venti altre: qui qualcheduno si staccava; là tutto un crocchio si moveva insieme: era come quella nuvolaglia che talvolta rimane sparsa, e gira per l’azzurro del cielo, dopo una burrasca; e fa dire a chi guarda in su: questo tempo non è rimesso bene. Pensate poi che babilonia di discorsi. Chi raccontava con enfasi i casi particolari che aveva visti; chi raccontava ciò che lui stesso aveva fatto; chi si rallegrava che la cosa fosse finita bene, e lodava Ferrer, e pronosticava guai seri per il vicario; chi, sghignazzando, diceva: “non abbiate paura, che non l’ammazzeranno: il lupo non mangia la carne del lupo; ” chi più stizzosamente mormorava che non s’eran fatte le cose a dovere, ch’era un inganno, e ch’era stata una pazzia il far tanto chiasso, per lasciarsi poi canzonare in quella maniera. Intanto il sole era andato sotto, le cose diventavan tutte d’un colore; e molti, stanchi della giornata e annoiati di ciarlare al buio, tornavano verso casa. Il nostro giovine, dopo avere aiutato il passaggio della carrozza, finchè c’era stato bisogno d’aiuto, e esser passato anche lui dietro a quella, tra le file de’ soldati, come in trionfo, si rallegrò quando la vide correr liberamente, e fuor di pericolo; fece un po’ di strada con la folla, e n’uscì, alla prima cantonata, per respirare anche lui un po’ liberamente. Fatto ch’ebbe pochi passi al largo, in mezzo all’agitazione di tanti sentimenti, di tante immagini, recenti e confuse, sentì un gran bisogno di mangiare e di riposarsi; e cominciò a guardare in su, da una parte e dall’altra, cercando un’insegna d’osteria; giacchè, per andare al convento de’ cappuccini, era troppo tardi. Camminando così con la testa per aria, si trovò a ridosso a un crocchio; e fermatosi, sentì che vi discorrevan di congetture, di disegni, per il giorno dopo. Stato un momento a sentire, non potè tenersi di non dire anche lui la sua; parendogli che potesse senza presunzione proporre qualche cosa chi aveva fatto tanto. E persuaso, per tutto ciò che aveva visto in quel giorno, che ormai, per mandare a effetto una cosa, bastasse farla entrare in grazia a quelli che giravano per le strade, “ signori miei! ” gridò, in tono d’esordio: “ devo dire anch’io il mio debol parere? Il mio debol parere è questo: che non è solamente nell’affare del pane che si fanno delle bricconerie: e giacchè oggi s’è visto chiaro che, a farsi sentire, s’ottiene quel che è giusto; bisogna andar avanti così, fin che non si sia messo rimedio a tutte quelle altre scelleratezze, e che il mondo vada un po’ più da cristiani. Non è vero, signori miei, che c’è una mano di tiranni, che fanno proprio al rovescio de’ dieci comandamenti, e vanno a cercar la gente quieta, che non pensa a loro, per farle ogni male, e poi hanno sempre ragione? anzi quando n’hanno fatta una più grossa del solito, camminano con la testa più alta, che par che gli s’abbia a rifare il resto? Già anche in Milano ce ne dev’essere la sua parte.” “Pur troppo,” disse una voce. “Lo dicevo io,” riprese Renzo: “già le storie si raccontano anche da noi. E poi la cosa parla da sè. Mettiamo, per esempio, che qualcheduno di costoro che voglio dir io stia un po’ in campagna, un po’ in Milano: se è un diavolo là, non vorrà esser un angiolo qui; mi pare. Dunque mi dicano un poco, signori miei, se hanno mai visto uno di questi col muso all’inferriata. E quel che è peggio (e questo lo posso dir io di sicuro), è che le gride ci sono, stampate, per gastigarli: e non già gride senza costrutto; fatte benissimo, che noi non potremmo trovar niente di meglio; ci son nominate le bricconerie chiare, proprio come succedono; e a ciascheduna, il suo buon gastigo. E dice: sia chi si sia, vili e plebei, e che so io. Ora, andate a dire ai dottori, scribi e farisei, che vi facciano far giustizia, secondo che canta la grida: vi dànno retta come il papa ai furfanti: cose da far girare il cervello a qualunque galantuomo. Si vede dunque chiaramente che il re, e quelli che comandano, vorrebbero che i birboni fossero gastigati; ma non se ne fa nulla, perchè c’è una lega. Dunque bisogna romperla; bisogna andar domattina da Ferrer, che quello è un galantuomo, un signore alla mano; e oggi s’è potuto vedere com’era contento di trovarsi con la povera gente, e come cercava di sentir le ragioni che gli venivan dette, e rispondeva con buona grazia. Bisogna andar da Ferrer, e dirgli come stanno le cose; e io, per la parte mia, gliene posso raccontar delle belle; che ho visto io, co’ miei occhi, una grida con tanto d’arme in cima, ed era stata fatta da tre di quelli che possono, che d’ognuno c’era sotto il suo nome bell’e stampato, e uno di questi nomi era Ferrer, visto da me, co’ miei occhi: ora, questa grida diceva proprio le cose giuste per me; e un dottore al quale io gli dissi che dunque mi facesse render giustizia, com’era l’intenzione di que’ tre signori, tra i quali c’era anche Ferrer, questo signor dottore, che m’aveva fatto veder la grida lui medesimo, che è il più bello, ah! ah! pareva che gli dicessi delle pazzie. Son sicuro che, quando quel caro vecchione sentirà queste belle cose; che lui non le può saper tutte, specialmente quelle di fuori; non vorrà più che il mondo vada così, e ci metterà un buon rimedio. E poi, anche loro, se fanno le gride, devono aver piacere che s’ubbidisca: che è anche un disprezzo, un pitaffio col loro nome, contarlo per nulla. E se i prepotenti non vogliono abbassar la testa, e fanno il pazzo, siam qui noi per aiutarlo, come s’è fatto oggi. Non dico che deva andar lui in giro, in carrozza, ad acchiappar tutti i birboni, prepotenti e tiranni: sì; ci vorrebbe l’arca di Noè. Bisogna che lui comandi a chi tocca, e non solamente in Milano, ma per tutto, che faccian le cose conforme dicon le gride; e formare un buon processo addosso a tutti quelli che hanno commesso di quelle bricconerie; e dove dice prigione, prigione; dove dice galera, galera; e dire ai podestà che faccian davvero; se no, mandarli a spasso, e metterne de’ meglio: e poi, come dico, ci saremo anche noi a dare una mano. E ordinare a’ dottori che stiano a sentire i poveri e parlino in difesa della ragione. Dico bene, signori miei? ” Renzo aveva parlato tanto di cuore, che, fin dall’esordio, una gran parte de’ radunati, sospeso ogni altro discorso, s’eran rivoltati a lui; e, a un certo punto, tutti erano divenuti suoi uditori. Un grido confuso d’applausi, di “bravo: sicuro: ha ragione: è vero pur troppo,” fu come la risposta dell’udienza. Non mancaron però i critici. “Eh sì,” diceva uno: “dar retta a’ montanari: son tutti avvocati;” e se ne andava. “Ora,” mormorava un altro, “ogni scalzacane vorrà dir la sua; e a furia di metter carne a fuoco, non s’avrà il pane a buon mercato; che è quello per cui ci siam mossi.” Renzo però non sentì che i complimenti; chi gli prendeva una mano, chi gli prendeva l’altra. “A rivederci a domani. — Dove? — Sulla piazza del duomo. — Va bene. — Va bene. — E qualcosa si farà. — E qualcosa si farà.” “Chi è di questi bravi signori che voglia insegnarmi un’osteria, per mangiare un boccone, e dormire da povero figliuolo?” disse Renzo. “Son qui io a servirvi,” quel bravo giovine, - disse uno, che aveva ascoltata attentamente la predica, e non aveva detto ancor nulla. “Conosco appunto un’osteria che farà al caso vostro; e vi raccomanderò al padrone, che è mio amico, e galantuomo.” “Qui vicino?” domandò Renzo. “Poco distante,” rispose colui. La radunata si sciolse; e Renzo, dopo molte strette di mani sconosciute, s’avviò con lo sconosciuto, ringraziandolo della sua cortesia. “Di che cosa?” diceva colui: “una mano lava l’altra, e tutt’e due lavano il viso. Non siamo obbligati a far servizio al prossimo?” E camminando, faceva a Renzo, in aria di discorso, ora una, ora un’altra domanda. “Non per sapere i fatti vostri; ma voi mi parete molto stracco: da che paese venite?” “Vengo,” rispose Renzo, “fino, fino da Lecco.” - Fin da Lecco? Di Lecco siete? “Di Lecco... cioè del territorio.” “Povero giovine! per quanto ho potuto intendere da’ vostri discorsi, ve n’hanno fatte delle grosse.” “Eh! caro il mio galantuomo! ho dovuto parlare con un po’ di politica, per non dire in pubblico i fatti miei; ma... basta, qualche giorno si saprà; e allora... Ma qui vedo un’insegna d’osteria; e, in fede mia, non ho voglia d’andar più lontano.” “No, no! venite dov’ho detto io, che c’è poco,” disse la guida: “qui non istareste bene.” “Eh, sì;” rispose il giovine: “non sono un signorino avvezzo a star nel cotone: qualcosa alla buona da mettere in castello, e un saccone, mi basta: quel che mi preme è di trovar presto l’uno e l’altro. Alla provvidenza!”! Ed entrò in un usciaccio, sopra il quale pendeva l’insegna della luna piena. “Bene; vi condurrò qui, giacchè vi piace così,” disse lo sconosciuto; e gli andò dietro. “Non occorre che v’incomodiate di più,” rispose Renzo. - “Però,” soggiunse, “se venite a bere un bicchiere con me, mi fate piacere.” “Accetterò le vostre grazie,” rispose colui; e andò, come più pratico del luogo, innanzi a Renzo, per un cortiletto; s’accostò all’uscio che metteva in cucina, alzò il saliscendi, aprì, e v’entrò col suo compagno. Due lumi a mano, pendenti da due pertiche attaccate alla trave del palco, vi spandevano una mezza luce. Molta gente era seduta, non però in ozio, su due panche, di qua e di là d’una tavola stretta e lunga, che teneva quasi tutta una parte della stanza: a intervalli, tovaglie e piatti; a intervalli, carte voltate e rivoltate, dadi buttati e raccolti; fiaschi e bicchieri per tutto. Si vedevano anche correre berlinghe, reali e parpagliole, che, se avessero potuto parlare, avrebbero detto probabilmente: — noi eravamo stamattina nella ciotola d’un fornaio, o nelle tasche di qualche spettatore del tumulto, che tutt’intento a vedere come andassero gli affari pubblici, si dimenticava di vigilar le sue faccendole private. — Il chiasso era grande. Un garzone girava innanzi e indietro, in fretta e in furia, al servizio di quella tavola insieme e tavoliere: l’oste era a sedere sur una piccola panca, sotto la cappa del cammino, occupato, in apparenza, in certe figure che faceva e disfaceva nella cenere, con le molle; ma in realtà intento a tutto ciò che accadeva intorno a lui. S’alzò, al rumore del saliscendi; e andò incontro ai soprarrivati. Vista ch’ebbe la guida, — maledetto! — disse tra sè: — che tu m’abbia a venir sempre tra’ piedi, quando meno ti vorrei! — Data poi un’occhiata in fretta a Renzo, disse, ancora tra sè: — non ti conosco; ma venendo con un tal cacciatore, o cane o lepre sarai: quando avrai detto due parole, ti conoscerò. — Però, di queste riflessioni nulla trasparve sulla faccia dell’oste, la quale stava immobile come un ritratto: una faccia pienotta e lucente, con una barbetta folta, rossiccia, e due occhietti chiari e fissi. “Cosa comandan questi signori?” disse ad alta voce. “Prima di tutto, un buon fiasco di vino sincero,” disse Renzo: “e poi un boccone.” Così dicendo, si buttò a sedere sur una panca, verso la cima della tavola, e mandò un “ah!” sonoro, come se volesse dire: fa bene un po’ di panca, dopo essere stato, tanto tempo, ritto e in faccende. Ma gli venne subito in mente quella panca e quella tavola, a cui era stato seduto l’ultima volta, con Lucia e con Agnese: e mise un sospiro. Scosse poi la testa, come per iscacciar quel pensiero: e vide venir l’oste col vino. Il compagno s’era messo a sedere in faccia a Renzo. Questo gli mescè subito da bere, dicendo: “per bagnar le labbra.” E riempito l’altro bicchiere, lo tracannò in un sorso. “Cosa mi darete da mangiare?” disse poi all’oste. “Ho dello stufato: vi piace?” disse questo. “Sì, bravo; dello stufato.” “Sarete servito,” disse l’oste a Renzo; e al garzone: “servite questo forestiero.” E s’avviò verso il cammino. “Ma...” riprese poi, tornando verso Renzo: “ma pane, non ce n’ho in questa giornata.” “Al pane,” disse Renzo, ad alta voce e ridendo, “ci ha pensato la provvidenza.” E tirato fuori il terzo e ultimo di que’ pani raccolti sotto la croce di san Dionigi, l’alzò per aria, gridando: “ecco il pane della provvidenza! ” All’esclamazione, molti si voltarono; e vedendo quel trofeo in aria, uno gridò: “viva il pane a buon mercato!” “A buon mercato?” disse Renzo: “gratis et amore.” “Meglio, meglio.” “Ma,” soggiunse subito Renzo, “non vorrei che lor signori pensassero a male. Non è ch’io l’abbia, come si suol dire, sgraffignato. L’ho trovato in terra; e se potessi trovare anche il padrone, son pronto a pagarglielo.” “Bravo! bravo!” gridarono, sghignazzando più forte, i compagnoni; a nessuno de’ quali passò per la mente che quelle parole fossero dette davvero. “Credono ch’io canzoni; ma l’è proprio così,” disse Renzo alla sua guida; e, girando in mano quel pane, soggiunse: “vedete come l’hanno accomodato; pare una schiacciata: ma ce n’era del prossimo! Se ci si trovavan di quelli che han l’ossa un po’ tenere, saranno stati freschi.” E subito, divorati tre o quattro bocconi di quel pane, gli mandò dietro un secondo bicchier di vino; e soggiunse: “da sé non vuol andar giù questo pane. Non ho avuto mai la gola tanto secca. S’è fatto un gran gridare!” “Preparate un buon letto a questo bravo giovine,” disse la guida: “perché ha intenzione di dormir qui.” “Volete dormir qui?” domandò l’oste a Renzo, avvicinandosi alla tavola. “Sicuro,” rispose Renzo: - un letto alla buona; “ basta che i lenzoli sian di bucato; perché son povero figliuolo, ma avvezzo alla pulizia.” “Oh, in quanto a questo!” disse l’oste: andò al banco, ch’era in un angolo della cucina; e ritornò, con un calamaio e un pezzetto di carta bianca in una mano, e una penna nell’altra. “Cosa vuol dir questo?” esclamò Renzo, ingoiando un boccone dello stufato che il garzone gli aveva messo davanti, e sorridendo poi con maraviglia, soggiunse: “è il lenzolo di bucato, codesto?” L’oste, senza rispondere, posò sulla tavola il calamaio e la carta; poi appoggiò sulla tavola medesima il braccio sinistro e il gomito destro; e, con la penna in aria, e il viso alzato verso Renzo, gli disse: “fatemi il piacere di dirmi il vostro nome, cognome e patria.” “Cosa?” disse Renzo: “cosa c’entrano codeste storie col letto?” “Io fo il mio dovere,” disse l’oste, guardando in viso alla guida: “noi siamo obbligati a render conto di tutte le persone che vengono a alloggiar da noi: nome e cognome, e di che nazione sarà, a che negozio viene, se ha seco armi... quanto tempo ha di fermarsi in questa città... Son parole della grida.” Prima di rispondere, Renzo votò un altro bicchiere: era il terzo; e d’ora in poi ho paura che non li potremo più contare. Poi disse: “ah ah! avete la grida! E io fo conto d’esser dottor di legge; e allora so subito che caso si fa delle gride.” “Dico davvero,” disse l’oste, sempre guardando il muto compagno di Renzo; e, andato di nuovo al banco, ne levò dalla cassetta un gran foglio, un proprio esemplare della grida; e venne a spiegarlo davanti agli occhi di Renzo. “Ah! ecco!” esclamò questo, alzando con una mano il bicchiere riempito di nuovo, e rivotandolo subito, e stendendo poi l’altra mano, con un dito teso, verso la grida: “ecco quel bel foglio di messale. Me ne rallegro moltissimo. La conosco quell’arme; so cosa vuol dire quella faccia d’ariano, con la corda al collo.” (In cima alle gride si metteva allora l’arme del governatore; e in quella di don Gonzalo Fernandez de Cordova, spiccava un re moro incatenato per la gola). “Vuol dire, quella faccia: comanda chi può, e ubbidisce chi vuole. Quando questa faccia avrà fatto andare in galera il signor don... basta, lo so io; come dice in un altro foglio di messale compagno a questo; quando avrà fatto in maniera che un giovine onesto possa sposare una giovine onesta che è contenta di sposarlo, allora le dirò il mio nome a questa faccia; le darò anche un bacio per di più. Posso aver delle buone ragioni per non dirlo, il mio nome. Oh bella! E se un furfantone, che avesse al suo comando una mano d’altri furfanti: perchè se fosse solo...” e qui finì la frase con un gesto: “se un furfantone volesse saper dov’io sono, per farmi qualche brutto tiro, domando io se questa faccia si moverebbe per aiutarmi. Devo dire i fatti miei! Anche questa è nuova. Son venuto a Milano per confessarmi, supponiamo; ma voglio confessarmi da un padre cappuccino, per modo di dire, e non da un oste.” L’oste stava zitto, e seguitava a guardar la guida, la quale non faceva dimostrazione di sorte veruna. Renzo, ci dispiace il dirlo, tracannò un altro bicchiere, e proseguì: “ti porterò una ragione, il mio caro oste, che ti capaciterà. Se le gride che parlan bene, in favore de’ buoni cristiani, non contano; tanto meno devon contare quelle che parlan male. Dunque leva tutti quest’imbrogli, e porta in vece un altro fiasco; perchè questo è fesso.” Così dicendo, lo percosse leggermente con le nocca, e soggiunse: “senti, senti, oste, come crocchia” Anche questa volta, Renzo aveva, a poco a poco, attirata l’attenzione di quelli che gli stavan d’intorno: e anche questa volta, fu applaudito dal suo uditorio. “Cosa devo fare?” disse l’oste, guardando quello sconosciuto, che non era tale per lui. “Via, via,” gridaron molti di que’ compagnoni: “ha ragione quel giovine: son tutte angherie, trappole, impicci: legge nuova oggi, legge nuova.” In mezzo a queste grida, lo sconosciuto, dando all’oste un’occhiata di rimprovero, per quell’interrogazione troppo scoperta, disse: “lasciatelo un po’ fare a suo modo: non fate scene.” “Ho fatto il mio dovere,” disse l’oste, forte; e poi tra sè: — ora ho le spalle al muro. — E prese la carta, la penna, il calamaio, la grida, e il fiasco voto, per consegnarlo al garzone. “Porta del medesimo,” disse Renzo: “che lo trovo galantuomo; e lo metteremo a letto come l’altro, senza domandargli nome e cognome, e di che nazione sarà, e cosa viene a fare, e se ha a stare un pezzo in questa città. “Del medesimo,” disse l’oste al garzone, dandogli il fiasco; e ritornò a sedere sotto la cappa del cammino. — Altro che lepre! — pensava, istoriando di nuovo la cenere: — e in che mani sei capitato! Pezzo d’asino! se vuoi affogare, affoga; ma l’oste della luna piena non deve andarne di mezzo, per le tue pazzie. — Renzo ringraziò la guida, e tutti quegli altri che avevan prese le sue parti. “Bravi amici!” disse: “ora vedo proprio che i galantuomini si danno la mano, e si sostengono.” Poi, spianando la destra per aria sopra la tavola, e mettendosi di nuovo in attitudine di predicatore, “gran cosa,” esclamò, “che tutti quelli che regolano il mondo, voglian fare entrar per tutto carta, penna e calamaio! Sempre la penna per aria! Grande smania che hanno que’ signori d’adoprar la penna!” “Ehi, quel galantuomo di campagna! volete saperne la ragione?” disse ridendo uno di que’ giocatori, che vinceva. “Sentiamo un poco,” rispose Renzo. “La ragione è questa,” disse colui: “che que’ signori son loro che mangian l’oche, e si trovan lì tante penne, tante penne, che qualcosa bisogna che ne facciano.” Tutti si misero a ridere, fuor che il compagno che perdeva. “To’,” disse Renzo: “è un poeta costui. Ce n’è anche qui de’ poeti: già ne nasce per tutto. N’ho una vena anch’io, e qualche volta ne dico delle curiose... ma quando le cose vanno bene.” Per capire questa baggianata del povero Renzo, bisogna sapere che, presso il volgo di Milano, e del contado ancora più, poeta non significa già, come per tutti i galantuomini, un sacro ingegno, un abitator di Pindo, un allievo delle Muse; vuol dire un cervello bizzarro e un po’ balzano, che, ne’ discorsi e ne’ fatti, abbia più dell’arguto e del singolare che del ragionevole. Tanto quel guastamestieri del volgo è ardito a manomettere le parole, e a far dir loro le cose più lontane dal loro legittimo significato! Perchè, vi domando io, cosa ci ha che fare poeta con cervello balzano? “Ma la ragione giusta la dirò io,” soggiunse Renzo: “è perchè la penna la tengon loro: e così, le parole che dicon loro, volan via, e spariscono; le parole che dice un povero figliuolo, stanno attenti bene, e presto presto le infilzan per aria, con quella penna, e te le inchiodano sulla carta, per servirsene, a tempo e luogo. Hanno poi anche un’altra malizia; che, quando vogliono imbrogliare un povero figliuolo, che non abbia studiato, ma che abbia un po’ di... so io quel che voglio dire...” e, per farsi intendere, andava picchiando, e come arietando la fronte con la punta dell’indice; “e s’accorgono che comincia a capir l’imbroglio, taffete, buttan dentro nel discorso qualche parola in latino, per fargli perdere il filo, per confondergli la testa. Basta; se ne deve smetter dell’usanze! Oggi, a buon conto, s’è fatto tutto in volgare, e senza carta, penna e calamaio; e domani, se la gente saprà regolarsi, se ne farà anche delle meglio: senza torcere un capello a nessuno, però; tutto per via di giustizia.” Intanto alcuni di que’ compagnoni s’eran rimessi a giocare, altri a mangiare, molti a gridare; alcuni se n’andavano; altra gente arrivava; l'oste badava agli uni e agli altri: tutte cose che non hanno che fare con la nostra storia. Anche la sconosciuta guida non vedeva l’ora d’andarsene; non aveva, a quel che paresse, nessun affare in quel luogo; eppure non voleva partire prima d’aver chiacchierato un altro poco con Renzo in particolare. Si voltò a lui, riattaccò il discorso del pane; e dopo alcune di quelle frasi che, da qualche tempo, correvano per tutte le bocche, venne a metter fuori un suo progetto. “Eh! se comandassi io,” disse, “lo troverei il verso di fare andar le cose bene.” “Come vorreste fare?” domandò Renzo, guardandolo con due occhietti brillanti più del dovere, e storcendo un po’ la bocca, come per star più attento. “Come vorrei fare?” disse colui: “vorrei che ci fosse pane per tutti; tanto per i poveri, come per i ricchi.” “Ah! così va bene,” disse Renzo. “Ecco come farei. Una meta onesta, che tutti ci potessero campare. E poi, distribuire il pane in ragione delle bocche: perchè c’è degl’ingordi indiscreti, che vorrebbero tutto per loro, e fanno a ruffa raffa, pigliano a buon conto; e poi manca il pane alla povera gente. Dunque dividere il pane. E come si fa? Ecco: dare un bel biglietto a ogni famiglia, in proporzion delle bocche, per andare a prendere il pane dal fornaio. A me, per esempio, dovrebbero rilasciare un biglietto in questa forma: Ambrogio Fusella, di professione spadaio, con moglie e quattro figliuoli, tutti in età da mangiar pane (notate bene): gli si dia pane tanto, e paghi soldi tanti. Ma far le cose giuste, sempre in ragion delle bocche. A voi, per esempio, dovrebbero fare un biglietto per.... il vostro nome?” “Lorenzo Tramaglino,” disse il giovine; il quale, invaghito del progetto, non fece attenzione ch’era tutto fondato su carta, penna e calamaio; e che, per metterlo in opera, la prima cosa doveva essere di raccogliere i nomi delle persone. “Benissimo,” disse lo sconosciuto: “ma avete moglie e figliuoli?” “Dovrei bene... figliuoli no... troppo presto... ma la moglie... se il mondo andasse come dovrebbe andare...” “Ah siete solo! Dunque abbiate pazienza, ma una porzione più piccola.” “È giusto; ma se presto, come spero... e con l’aiuto di Dio... Basta; quando avessi moglie anch’io?” “Allora si cambia il biglietto, e si cresce la porzione. Come v’ho detto; sempre in ragion delle bocche,” disse lo sconosciuto, alzandosi. “Così va bene,” gridò Renzo; e continuò, gridando e battendo il pugno sulla tavola: “e perchè non la fanno una legge così?” “Cosa volete che vi dica? Intanto vi do la buona notte, e me ne vo; perchè penso che la moglie e i figliuoli m’aspetteranno da un pezzo.” “Un altro gocciolino, un altro gocciolino,” gridava Renzo, riempiendo in fretta il bicchiere di colui; e subito alzatosi, e acchiappatolo per una falda del farsetto, tirava forte, per farlo seder di nuovo. “Un altro gocciolino: non mi fate quest’affronto.” Ma l’amico, con una stratta, si liberò, e lasciando Renzo fare un guazzabuglio d’istanze e di rimproveri, disse di nuovo: “buona notte,” e se n’andò. Renzo seguitava ancora a predicargli, che quello era già in istrada; e poi ripiombò sulla panca. Fissò gli occhi su quel bicchiere che aveva riempito; e, vedendo passar davanti alla tavola il garzone, gli accennò di fermarsi, come se avesse qualche affare da comunicargli; poi gli accennò il bicchiere, e con una pronunzia lenta e solenne, spiccando le parole in un certo modo particolare, disse: “ecco, l’avevo preparato per quel galantuomo: vedete; pieno raso, proprio da amico; ma non l’ha voluto. Alle volte, la gente ha dell’idee curiose. Io non ci ho colpa: il mio buon cuore l’ho fatto vedere. Ora, giacchè la cosa è fatta, non bisogna lasciarlo andare a male.” Così detto, lo prese, e lo votò in un sorso. “Ho inteso,” disse il garzone, andandosene. “Ah! avete inteso anche voi,” riprese Renzo: “dunque è vero. Quando le ragioni son giuste...!” Qui è necessario tutto l’amore, che portiamo alla verità, per farci proseguire fedelmente un racconto di così poco onore a un personaggio tanto principale, si potrebbe quasi dire al primo uomo della nostra storia. Per questa stessa ragione d’imparzialità, dobbiamo però anche avvertire ch’era la prima volta, che a Renzo avvenisse un caso simile: e appunto questo suo non esser uso a stravizi fu cagione in gran parte che il primo gli riuscisse così fatale. Que’ pochi bicchieri che aveva buttati giù da principio, l’uno dietro l’altro, contro il suo solito, parte per quell’arsione che si sentiva, parte per una certa alterazione d’animo, che non gli lasciava far nulla con misura, gli diedero subito alla testa: a un bevitore un po’ esercitato non avrebbero fatto altro che levargli la sete. Su questo il nostro anonimo fa una osservazione, che noi ripeteremo: e conti quel che può contare. Le abitudini temperate e oneste, dice, recano anche questo vantaggio, che, quanto più sono inveterate e radicate in un uomo, tanto più facilmente, appena appena se n’allontani, se ne risente subito; dimodochè se ne ricorda poi per un pezzo; e anche uno sproposito gli serve di scola. Comunque sia, quando que’ primi fumi furono saliti alla testa di Renzo, vino e parole continuarono a andare, l’uno in giù e l’altre in su, senza misura nè regola: e, al punto a cui l’abbiam lasciato, stava già come poteva. Si sentiva una gran voglia di parlare: ascoltatori, o almeno uomini presenti che potesse prender per tali, non ne mancava; e, per qualche tempo, anche le parole eran venute via senza farsi pregare, e s’eran lasciate collocare in un certo qual ordine. Ma a poco a poco, quella faccenda di finir le frasi cominciò a divenirgli fieramente difficile. Il pensiero, che s’era presentato vivo e risoluto alla sua mente, s’annebbiava e svaniva tutt’a un tratto; e la parola, dopo essersi fatta aspettare un pezzo, non era quella che fosse al caso. In queste angustie, per uno di que’ falsi istinti che, in tante cose, rovinan gli uomini, ricorreva a quel benedetto fiasco. Ma di che aiuto gli potesse essere il fiasco, in una tale circostanza, chi ha fior di senno lo dica. Noi riferiremo soltanto alcune delle moltissime parole che mandò fuori, in quella sciagurata sera: le molte più che tralasciamo, disdirebbero troppo; perchè, non solo non hanno senso, ma non fanno vista d’averlo: condizione necessaria in un libro stampato. “Ah oste, oste!” ricominciò, accompagnandolo con l’occhio intorno alla tavola, o sotto la cappa del cammino; talvolta fissandolo dove non era, e parlando sempre in mezzo al chiasso della brigata: “oste che tu sei! Non posso mandarla giù... quel tiro del nome, cognome e negozio. A un figliuolo par mio...! Non ti sei portato bene. Che soddisfazione, che sugo, che gusto... di mettere in carta un povero figliuolo? Parlo bene, signori? Gli osti dovrebbero tenere dalla parte de’ buoni figliuoli... Senti, senti, oste; ti voglio fare un paragone... per la ragione... Ridono eh? Ho un po’ di brio, sì... ma le ragioni le dico giuste. Dimmi un poco; chi è che ti manda avanti la bottega? I poveri figliuoli, n’è vero? dico bene? Guarda un po’ se que’ signori delle gride vengono mai da te a bere un bicchierino.” “Tutta gente che beve acqua,” disse un vicino di Renzo. “Vogliono stare in sè,” soggiunse un altro, “per poter dir le bugie a dovere.” “Ah!” gridò Renzo: “ora è il poeta che ha parlato. Dunque intendete anche voi altri le mie ragioni. Rispondi dunque, oste: e Ferrer, che è il meglio di tutti, è mai venuto qui a fare un brindisi, e a spendere un becco d’un quattrino? E quel cane assassino di don...? Sto zitto, perchè sono in cervello anche troppo. Ferrer e il padre Crrr... so io, son due galantuomini; ma ce n’è pochi de’ galantuomini. I vecchi peggio de’ giovani; e i giovani... peggio ancora de’ vecchi. Però, son contento che non si sia fatto sangue: oibò; barbarie, da lasciarle fare al boia. Pane; oh questo sì. Ne ho ricevuti degli urtoni; ma... ne ho anche dati. Largo! abbondanza! viva!... Eppure, anche Ferrer... qualche parolina in latino... siès baraòs trapolorum... Maledetto vizio! Viva! giustizia! pane! ah, ecco le parole giuste!... Là ci volevano que’ galantuomini... quando scappò fuori quel maledetto ton ton ton, e poi ancora ton ton ton. Non si sarebbe fuggiti, ve’, allora. Tenerlo lì quel signor curato... So io a chi penso!” A questa parola, abbassò la testa, e stette qualche tempo, come assorto in un pensiero: poi mise un gran sospiro, e alzò il viso, con due occhi inumiditi e lustri, con un certo accoramento così svenevole, così sguaiato, che guai se chi n’era l’oggetto avesse potuto vederlo un momento. Ma quegli omacci che già avevan cominciato a prendersi spasso dell’eloquenza appassionata e imbrogliata di Renzo, tanto più se ne presero della sua aria compunta; i più vicini dicevano agli altri: guardate; e tutti si voltavano a lui; tanto che divenne lo zimbello della brigata. Non già che tutti fossero nel loro buon senno, o nel loro qual si fosse senno ordinario; ma, per dire il vero, nessuno n’era tanto uscito, quanto il povero Renzo: e per di più era contadino. Si misero, or l’uno or l’altro, a stuzzicarlo con domande sciocche e grossolane, con cerimonie canzonatorie. Renzo, ora dava segno d’averselo per male, ora prendeva la cosa in ischerzo, ora, senza badare a tutte quelle voci, parlava di tutt’altro, ora rispondeva, ora interrogava; sempre a salti, e fuor di proposito. Per buona sorte, in quel vaneggiamento, gli era però rimasta come un’attenzione istintiva a scansare i nomi delle persone; dimodochè anche quello che doveva esser più altamente fitto nella sua memoria, non fu proferito: chè troppo ci dispiacerebbe se quel nome, per il quale anche noi sentiamo un po’ d’affetto e di riverenza, fosse stato strascinato per quelle boccacce, fosse divenuto trastullo di quelle lingue sciagurate.
La fóla restàda ‘ndré l’à scomenzià a pèrderse, a sparpaiàrse da tut le man per sta strada o per chel’àutra. Cì che néva a ciasa, e l’è nada dré ai só mistéri; cì che se slontanava per tirar el flà en pòc’ pù làrgi dopo tante ore che i era struciadi come le sardèle; cì che néva ‘n zércia de amìzi, per baderlàr dei gran fati de ca zornada. Ancia da l’àutra banda de la strada i parava via la plenéza, lagiàndo pòsto assà perchè i soldàdi spagnòi i podés nar avanti senza ‘ntopar ente ‘ngot e méterse dinanzi a la ciasa del vicari. Arènt a la ciasa g’era ancor ìo ‘l pè, come se dis, del tumulto; en ròz de brigànti malcontenti per ca fìn enzì besevìda e ‘nzì falòpa de tut chel gran laorar; zèrti i rantegiàva, zèrti i ostiava, calchedun questionava per véder se se podéva far ancor vergota; e, come per provar, i déva spintonàti e colpàti al portón, che ‘ntant i eva ‘mpontà a la bòna. Come che è arivà ‘l sclap de soldadi a ciavàl, tuta ca zènt cì drìt drìt, cì senza fàrse véder e come a stènto, i è sparìdi da l’àutra banda da ‘ndo che era nù i soldadi, lagiàndoge ‘l pòsto a lori che i se l’à tòt e i s’è metùdi a far la guardia a la ciasa e a la strada. Ma tute le strade ìo ‘ntorna le era pléne ‘n sclapi de zènt: ‘ndo che g’era doi o trei persone ferme, se ‘n fermava àutre tréi, càter, vinti e po' calchedun se destaciava; da n’àutra banda, en grupo de persone la se movéva ‘nsèma, come na nùgola che dopo ‘n temporàl la se pèrt entel ziél, fasèndo pensar a cì che la vardas che ‘l tèmp el pòl ancor cambiar. E po' ‘mmazinave la trebiliana: g’era cì che contàva con passion tuti i particolari che l’eva vist, cì che parlava de chel che l’eva fat, cì che diséva content che la situazion la s’era sistemada benón, la lodava ‘l Ferrer e la prevedeva rogne per el vicari; calchedun grignànt el diseva: “Nó ste preocupàrve, nó i lo coperà, el lóu nó ‘l magna carne de lóu”; calchedun de pù ‘nrabià ‘l se lamentava disèndo che le robe nó le era stade fate bèn come che se doveva, che l’era sta tut n’ingiagn, e che l’era sta na pazzìa far tant rumor per po' ruarla su ‘nchel modo ìo. Entant el sol l’era na zó, le ròbe le deventava tute de ‘n color; e tanti, straci de ca zornada e stufi de zacolàr al stròf, i tornava a só ciasa. El nòs putèl, dopo averge aidà a la ciaròzza a passar, enfìn che g’era sta bisògn de aiùt, e dopo èsser passà ancia el drè a chela, tra le file dei soldadi, come chei che à venzù, l’era contènt de véder che la podéva córer liberament, fòr dal perìcol; l’eva fat en pòc’ de strada en mèz a la plenéza, per po' nìr fòr al prìm ciantón, per arfladàr ancia el en pòc’ pù lìbero. Fati pòci passi ‘nla strada, en mèz a l’azitazion de tanti sentimenti e de tante ròbe viste da pòc’ e confùse, la scomenzià a sentìr na gran lùpia e bisògn de poussar; e la scomenzià a vardàr ensu, da na banda e da l’àutra, se g’era la tabèla de n’ostarìa, perché per presentàrse al convent dei ciapuzìni l’era putòst tardi. Ciaminànt con la testa per aria, ‘l s’è trovà arènt a ‘n grupét de zènt e ‘l s’è fermà; l’à sentù che i parlava de idee, su chel che se podéva far per el dì dré. L’èra sta ìo a scoutàr per en pezzòt e nó l’è sta bòn de tratègnerse de dir la sóa; di fati ge ‘mpareva, senza èsser supòsto, de podér propór vergot el che l’eva fat tant. Convinto, per tut chel che l’eva vist enchel dì, che oramai per far vergot bastas nar d’acòrdi con cì che se giatava per le strade, l’à sclamà vèrs chel grupo: “Siori, pòdite dir la me opunion? La mé opunion l’è chesta: le angiarìe nó i le fa sol col pan, e sicome ‘ncòi se à vist benón che, a farse sentìr, se pòl otègner chel che l’è zusto, ge vòl nar avanti ‘nzì, enfìn che nó se giâ metù rimedi a tute le angiarìe e che ‘l mondo ‘l vàgia ‘n pòc’ pù da cristian. Nó èl vera siori che g’è càter zìnc’ carògni, che i fa pròpri a la revèrsa dei dés comandamenti, e i va a zerciàr la bòna zènt, e che nó i se preocupa de lori, per fàrgen de tuti i colori, per po' avér ancor sèmper resón? Anzi cando che i ne ‘n combìna una pèzo de sòlit, i va ‘ntorn come se adiritura ge ‘n restàstus? Ge ‘n dev’èsser ancia a Milan, zènt del zènere.” “Purtropo,” à dit calchedun. “L’ài bèn dit mì,” dis el Renzo: “ancia da le me part i conta ste ròbe. E po' basta vardàr la realtà. Per esèmpi se un de sti slandroni che voròssi parlàrve, el vìu en pòc’ enla val e ‘n pòc’ a Milan, se da na banda l’è ‘n diàul, da l’àutra nó ‘l devènta de sugur n’ànzol, me par naturale. Bèn, adès diséme voi, se eo mai vist un de chesti nar en presón, mai! E chel che è pézi (e de chesto son segur) l’è che le lézi per ciastigiàrli le ge saròs. E nó l’è nancia lézi fate mal, anzi! Le è scrìte benón, che nó se poròs trovar engot de mèio: g’è su nominà tute le briconade pròpri come che le suzét per dalbòn; e per ogni una la só bèla penitènza. Le dis perfìn che tuti, calunque nòbile o contadìn, se ‘l giâ colpa ‘l dev’èsser ciastigià. Ma provà voi a domandàrge ai zùdizi, che i fàgia rispetar chel che g’è su scrìt su chei pefèi! I vé darà òra cant el Papa ‘l daròs fé a ‘n ladro. Robe che fa nar fòr da mat calunque persona onesta! Donca, l’è segur che ‘l re e i ministri i voròs ciastigiar i slandroni, ma a la fìn nó se fa ‘ngot perché g’è na spèzie de acòrdi tra i capi. E alor ge vòl róter sta crìca; doman a bonora ge vòl nar dal Ferrer, che chel sì l’è da gialantòm, en sior a la man, e ‘ncòi s’à podèst véder cant che l’era content de èsser con la pòra zènt, e come che ‘l scoutava le reson de tuti e come che ‘l rispondeva con bòna grazia. Ge vòl nar dal Ferrer e dìrge come che l’è la question e mì, per la me part, pòdi contàrgen de bèle; che ài vist mì coi me òcli, en pefèl con tanto de stèma ‘n zìma, e fata stampar da trei de chei che pòl, che i s’à firmàdi sota, e un de chesti l’era pròpri ‘l Ferrer, l’ài vista mì, coi me òcli: ben, sta léze la diséva pròpri le ròbe zuste per mì; e ‘n dotor che mì giâi dit che alor el me fàgia zustìzia, come che l’era l’intenzion de chei trei siori, e tra lori ‘l Ferrer, sto sior dotor, che m’eva fat véder pròpri el la léze, chesta vèh l’è bela, ah! ah! emparéva che ge diséssite patarane. Son segur che, cando che chel caro veclón el sentirà ste bele ròbe, che el nó ‘l pòl savèrle tute, spezialment chele che suzèt fòr da Milan, nó ‘l vorà pù che ‘l mondo ‘l vàgia ‘nzì e ‘l ge meterà rimèdi. E po', se i fa ste lézi i doròs èsser contenti se i le rispetàs, se nò l’è come se i se togés per ziro da só pòsta. E se i spòtici nó i vòl desméter de comandàr, e i sèita a far i só còmodi, noi sén pronti a dar na man, pròpri come che en fat ancòi. Nó dìgi de segur che ‘l g’àbia da nar el en persona a zerciar e méter en presón i briganti, perché ge voròs l’arca de Noè! El cògn ordinàrge a cì de dovér, e no sol a Milan, ma dapertut, de far rispetar dalbòn la léze, prozessar cì che à combinà angiarìe, e darge i ciastìgi che è previsti. En presón cì che cògn star en presón, galera per cì che ge vòl che ‘l vàgia. E se i podestà nó i fa ‘l só laoro, mandàrli via e cambiarli con zènt pù onèsta! E po', come che ài zà dit ancia noi ge sarén a dar na man al Ferrer. E po' dopo, ‘l cògn ordinàrge ai avocati de scoutàr la pòra zènt e de difènder dalbòn la zustìzia. G’àite resón no, siori?” El Renzo l’eva parlà col còr en man e ‘nzì ben, che, ‘nfìn dal prinzìpi, la gran part de chei che lo scoutava, emplantà ìo ogni àutra chestion, i s’era voutadi vèrs de el; e, a ‘n zèrto punto, tuti i scoutava el. En bàtiman en pòc’ confùs, calche “brào, segur, el giâ reson, purtropo l’è vera,” l’era sta come na spèzie de risposta a ca parlada. Però nó era mancià ancia calche crìtegia. Un de chei che g’era ìo ‘l diséva “Eh sì, a dar fé ai bacani: i è tuti avocati;” e po' ‘l se ‘n neva. “Adès,” diséva n’àuter, “Adès ogni zuzzabró el vòl dir la sóa, a forza de taciàr chestión su chestión a la fìn el pan el sarà sèmper ciàr, che l’era per chesto che en scomenzià via sta solevazion.” El Renzo, però, de le crìtege nó ‘l s’era nancia acòrt, l’eva sentù sol i batiman e i complimenti. Calchedun ge strenzéva na man, calchedun l’àutra. “A doman alor! – Endo po'? – En piazza del Dòm. – Benón. – Sì, sì, vergot se farà! – Vergota se farà!” Alor el Renzo l’à domandà: “G’è calchedun de voiàutri, siori, che mè fa véder n’ostarìa endo che pòdia magnar vergot e dormìr senza spènder massa, come ‘n pòer contadinèl?” “Son cì per aidàrve, putèl” – dis un che l’era ìo che scoutava con atenzion tuta ca prèdicia senza dir ancor engot. “G’è cì vizìn n’ostarìa che la va ben per voi, e ve fon mì na racomandazión al padron, che l’è me amìzi e l’è da gialantòm.” “Cì vizìn?” à domandà ‘l Renzo. “Pòc’ lontan,” à respondù sto cì. Chel grupét el s’è sfantà; e ‘l Renzo, dopo che l’eva strenzù tante man mai viste, e ‘l s’è ‘nvià con un mai vist, ringraziàndol per la só bontà. “Ma de che po'?” ‘l diséva chesto: “na man la lava l’àutra, e tute doi le lava ‘l mus. Nó èl nòs dovér, far del ben al pròssim?” e ciaminànt, el ge feva na domanda e n’àutra togèndola largia. “Mìgia per fàrme i vòssi affari vèh, ma voi me ‘mparéo stràc’, da ‘ndo nidéo po'?” “Vèni, ‘nfìn, ‘nfìn da Lecco.” À respondù ‘l Renzo. — Enfìn da Lecco? Ma séo da Lecco? “Da Lecco… dal teritòri” “Oh pòr putèl! Da chel che ài podèst sentìr da le vòsse parole i doròs avérven combinà de grosse.” “Eh! caro mio! Ài cognèst parlar con en pòc’ de politica, per nó dir en piazza i me afari; ma… basta, calche dì se saverà; e alor… Ma cì vedi la tabèla de n’ostarìa; e vé dìgi la verità, nó voròssi nar pù lontan.” “No, no! Nidé ‘ndo che vé dìgi mì, g’è ‘ncor pòcia strada,” dis chel’òm: “cì nó staròsseo ben mìgia.” “Eh, sì” dis el Renzo: “nó son en sioràt usà a star entel bombàs: vergot a la bòna da saurìr el dènt e ‘n paiarìz, e ge n’ài assà: chel che me prèm l’è trovar prést un e l’àuter. Dio vede Dio provéde!” E l’è nà ént per en brut portón che sora ‘l geva la tabèla de la luna pléna. “Bòn bòn; se vé plas a voi vé pòrti cì” dis chel’òm; e ‘l g’è nà dré. “Nó ocór che vé disturbàgeo àuter no,” à respondù ‘l Renzo. — “Però, giaveròssi piazér se nidésseo a béver en bicér con mì.” “Azèti volintera i vòssi ringraziamenti,” à respondù chel tìzio, e sicome l’era pù pratico del pòsto, l’è nà avanti prima del Renzo, per na córt; l’è nà vèrs la pòrta che néva ‘n cosìna, l’à levà ‘l strapassìn e l’è nà ént col só compagn. El locale l’era pòc’ enluminà da doi lantèrne che piciàva zó da doi late taciade sul vòuplan. Tut entorna a na tàula lòngia e strénta che la ocupava scasi tuta la paré, sora doi bance una de cà e una de là g’era sentàde zó arcante persone, e nancia una per engot. G’era tovàie e piati sparpaiadi, ma ancia ciarte da zugiar ziràde e da ziràr, dadi petàdi e tòti su, e èstra chesto fias-ci e bicéri dapertut. Su la tàula se vedeva córer soldi de tuti i tipi berlinghe, reali e parpagliole che, se i avés podèst parlar, de segur i avròs dit de èsser stade enfìn a ca doman, ente la cassa de calche panetér o ‘n s-ciarsèla de calche dugo che era ‘ntel rafanàs, atento a tuti chei fati e distrat al só tacuìn privato. La confusion l’era tanta. En giarzon el ziràva inanzi e ‘ndré en prèssa e ‘n furia, a servìr su ca tàula i vantóri che magnava e zugiava d’azàrdo. L’òst envéze, l’era sentà zó su ‘nte na bància arènt al foglàr, e ‘mpareva che ‘l fus intento a far disegni sóra la zénder col fèr, ma ‘n realtà l’oservava con atenzion tut chel che suzzedéva ‘ntorn a el. Come che l’à sentù ‘l rumor del strapassìn, l’è levà su ‘n pè e ‘l g’è nà ‘ncontra ai vantori. Cando che l’à cognossù chel che era col Renzo, l’à pensà ‘ntrà de el: —Maledét! Cogneràstus nìrme sèmper ‘ntrà i pèi, nó pòdi véderte! — Po' l’à dat n’oclada ‘n prèssa al Renzo, e sèmper entrà de el l’à dit: — Nó te cognóssi, ma se vènes con chesto, o che sés en ciagn o ‘n léver: cando che avràstus dit doi parole t’averài pesà. — Però, de tuti sti pensieri sul mus de l’òst nó s’à vist engotiènto, fermo come fus en ritràt: na fazza tonda e lùstra, con na barbéta spéssa e sul rós, e doi ocléti clari e fissi. “Che comandào po' siori?” el dis con na ós fòrta. “Prima de tut portàme ‘n fias-c’ de vin bòn,” dis el Renzo, “e po' ‘n bocón da magnar.” Entant che ‘l parlava ‘l s’è petà su ‘nte na bancia vèrs la zima de la taulàda e po' con la ós àuta ‘l dis “ah!” come per dìr: sentàrse zó ‘l fa ben, dopo èsser sta tut el dì ‘n pè ‘mpegnà ente che fazènde. Ma sùbit g’è nù ‘n ment ca tàula e ca bancia ‘ndo che ‘l s’era sentà zó l’ùltim bòt con la Lucia e con l’Agnese: e l’à tirà ‘n gran sospìr. Alor, scorlàndo la testa, ‘l vardava de paràr via ‘l destrani, e ‘ntant nidéva l’òst col vin. El só compàgn l’era sentà zó dinanzi a el. El Renzo ‘l giâ petà fòr sùbit da béver disèndoge “per bagnar i làuri.” E ‘mplenù ancia l’àuter bicér, e i l’à beù tut enten flà. “Che me déo po' da magnar?” ‘l giâ domandà a l’òst. “G’ài carne col tónco, vé plàsel?” el dis chesto. “Sì, brào; portàme carne col tónco.” “Bòn saréo servì,” el dis l’òst al Renzo; e al giarzon: “contentà sto furèst.” E ‘l s’è ‘nvià vèrs el foglàr. “Però…” el dis tornàndo dal Renzo: “però ‘ncòi pan nó ge n’ài.” “Al pan,” dis el Renzo grignànt e con la ós fòrta, “g’à pensà la Providènza.” E tirà fòr la tèrza e ùltima de che michéte che l’eva binà su da tèra sota la crós de san Dionigi, i l’à levada per aria urlàndo: “eco ‘l pan de la Providenza!” A sentìr che parole, tanti i s’è voutàdi e vedèndo chel panét per aria, un l’à zigià: “viva ‘l pan bonmarcià!” “Bonmarcià?” dis el Renzo: “gratis et amore.” “Mèio, mèio.” “Ma,” giâ tacià sùbit el Renzo, “nó voròssi che i siori i pensàs mal. Nó l’è che mì l’àbia, come se dis, sgrafignà. L’ài tòt su da tèra; e se podéssite trovar ancia ‘l padrón, sono pronto a pagiàrgel.” “Brào! Brào!” zigiava e sbotaciànt pù fòrt tuta ca compagnìa; a ‘nzun de chesti g’era passà per la testa che che parole le fus dite per dalbòn. “I pensa che i coiónia; ma l’è pròpri la verità,” dis el Renzo al só sòzi; e, ziràndo ‘l panét en man el dis: “vedéo come che i l’à conzà, empar en pinzòt: ma g’era tanta de ca zènt! Se ‘ntrà de lori ge fus sta un con i òssi tèndri, de segur nó ‘l se l’à passàda ben.” E sùbit dopo, sbarbà tréi o càter bocóni de ca michéta, ‘l giâ beù dré n’àuter bicér de vin; e po' l’à dit: “da só pòsta nó l’è bòn de nar zó sto panét. Nó ài mai bù le ciane de la gola ‘nzì séce. Nó se à fat che urlar!” “Preparà ‘n bòn lèt per sto brào putèl,” dis chel tizio: “perché ‘l giâ l’intenzion de dormìr cacì.” “Voléo dormìr cì?” à domandà l’òst al Renzo, svizinàndose a la tàula. “Segur,” à respondù ‘l Renzo: — en lèt a la bòna; “basta che i linzòi i sia de lìssia; perché son bèn en pòver òm, ma son usà a la netìsia.” “Oh, cant a chesto!” el dis l’òst: l’è nà al banco, che l’era enten ciantón de la cosìna e l’è nù de vòuta con en cialamàr e ‘n tocét de ciarta biancia ente na man, e na péna ente l’àutra. “Che vòl dir po' chesto?” l’à sclamà ‘l Renzo, englotèndo ‘n bocón de tonco che ‘l giarzon geva metù davanti, e po' grignando plén de maravéa, ‘l dis: “èl el linzòl de lìssia, chesto?” L’òst, senza risponder, l’à pozà su la tàula ‘l cialamar e la ciarta; po' l’à pozà su la medésema tàula ‘l braz enzànc’ e ‘l gómbet andrìt, e con la péna per aria, e ‘l mus auzzà vèrs el Renzo, ‘l giâ dit: “féme ‘l piazér de dìrme ‘l vòs nòm, cognòm e patria.” “Che?” dis el Renzo: “che ge intra ste storie col lèt po'?” “Mì fón sol el mé dovér,” dis l’òst vardàndo chel tìzio: “noi sén obligiadi a rezistrar tute le persone che vèn cì a dormìr: nòm, cognòm, da ‘ndo che i vèn, el motìvo de la só visita, se i giâ armi… e per cant tèmp che i giâ ‘ntenzion de fermàrse ‘n zità. L’è i órdeni stabilìdi da le aotorità.” Prima de risponder el Renzo l’à svoidà n’àuter bicér: l’era ‘l tèrz; e da cì ‘n avanti giâi paura che nó poderén pù contarli. Po' ‘l dis: “ah! ah! siché géo el pefèl! E mì fón finta de èsser en dotór en léze; enzì sai benón cant che le val ste lézi scrìte!” “Vàrda che dìgi per dal bòn vèh,” dis l’òsto vardàndo sèmper chel tipo che era nù ‘nsèma al Renzo; e, l’è nà de nòu vèrs el banco, l’à tòt fòr da ‘n ciassetìn en sfòi grant che l’era na copia vàlida de ca léze; e l’è nù a spiegiàrgela davanti ai òcli del Renzo. “Ah! eco!” l’à sclamà ‘l Renzo, auzzàndo con na man el bicér che l’eva ‘mplenù de nòu, e svidà sùbit ente na sboconada, e ‘ndrizzando fòr l’àutra man, con en dé fòr drìt, vèrs el pefèl: “eco sto bèl fòli de messal. Son pròpri contènt! El cognóssi benón chel stèma, e sai ancia chel che vòl dir ca figura de ca fazza da biondo con la corda al còl.” (A chel tèmp, en zìma ai pefèi gera sèmper el stèma del governator. Enchela ìo che eva fat el Gonzalo Fernandez de Cordova, gera su ‘n re mòro enciadenà per la gola.) “Ca fazza ìo vòl dir che comanda cì che pòl e ubidìs cì che vòl. Cando che che ca fazza ìo la sara bòna de mandàr en presón el sior don… bòn, lagiànte star, sai mì cì che l’è, come che g’è su scrìt su ‘nte n’àuter pefèl del zènere; cando che la sarà bòna de perméterge a ‘n putèl zóven e onèst el pòdia sposar na putèla zóna e onèsta e che l’è d’acòrdi a maridàrlo, alor mì dirài el me nòm a chel stèma e magiari ge darài ancia ‘n baso en ségn de respèt. Ma per entant giâi le me pù che bòne resón per nó dir el me nòm. E po', scusàme! Se ‘n malfatór, che giâ sota de el na banda de slandroni (perchè se ‘l fus sol el…, e cì ‘l Renzo el s’è fermà con en zèsto che voleva dir tut), se ‘n malfatór el volés savér endo che son per fàrme del mal, me domandi se chel stèma ‘l faròs vergot per protézerme. Doròssite contàrge tuti i me afari a tuti? Chesta l’è nòva! Meténte ‘l caso, son nù a Milan, per confesàrme con en frate ciapuzìn, ma no con n’òst! L’òst el féva zito, e ‘l seghitava a vardàr el tizio, che nó ‘l féva na fìzza. El Renzo, ne desplàs dìrlo, l’à tracanà n’àuter bicér, e po' l’à dit: “Adès, caro òsto, te ‘l dìgi mì come che l’è la chestion, e vederàstus che la te convinzerà. Se le lezi che parla ben, a favor de le persone oneste, nó le vèn osservàde, alor tanto men dev’èsser rispetà chele che le comanda proebizion e le parla contra de noi. Donca làgia pèrder tute ste complicazion e pòrteme ‘nvéze n’àuter fias-c’ de vin, che chesto l’è difetà.” Disèndo ‘nzì l’à dat en colpàt con le noséte sul fias-c’ e ‘l dis: “Sènti, sènti, òsto, come che ‘l sgrìngena!” Ancia sta bòta, plan plan el Renzo l’eva tirà l’interès de chei che gera ìo arènt: e ancia sta bòta i giâ batù le man. “Che giàite da far po'?” dis l’òst, vardàndo chel tizio che ‘nzun cognosséva, ma che l’òst el cognossèva benón. “Dai, dai, el giâ resón sto putèl: l’è tut angiarìe, taiòle, complicazion: ancòi na léze, doman n’àutra;” i zigiava tanti che gera ìo. Entant che gera tut sto tololò, el tizio l’à vardà l’òst come per brontolàrge per avérge fat na domanda massa sclèta al Renzo e ‘l giâ dit: “Làgel star làgia che ‘l fàgia chel che ‘l vòl, nó sta ‘nviàr via complicazion.” “Mì ‘l me dovér l’ài fat,” dis fòrt l’òst; e pò ‘ntrà de él: — adès mì giâi le spale al mur. — E l’à tòt la ciarta, la péna, ‘l cialamar, el pefèl, e ‘l fias-c’ vòit, per dàrgel al giarzon. “Porta sèmper de chesto,” dis el Renzo: “che l’è bonét assà; e ‘l meterén entel lèt come l’àuter, senza domandàrge nòm e cognòm, e da ‘ndo che ‘l vèn, e chel che ‘l vèn a far, e se ‘l giâ da star tant tèmp ente sta zità.” Dàndoge ‘n man el fias-c’ vòit al giarzon, l’òst el dis: “Del medésem,” e po' l’è tornà a sentàrse zó sota a la capa del foglàr. — Àuter che léver! — el pensàva, fasèndo disegni col fèr enla zénder: — e ‘nche man ses ciapità! Àsen che nó ses àuter! Se vòs negiàrte, négete; ma l’òst de la luna pléna nó ‘l deve nàrge de mèz, per le tó pazzìe. — El Renzo l’à ringrazià che l’òm che ‘nzun cognosseva, e tuti chei che geva dat resón. “Bravi amìzi!” el dis: “Adès védi che le persone onèste le se àida e le se sostègn una con l’àutra.” Po', auzzàndo la man sora la tàula e fasèndo la part de ‘n prediciatór, l’à sclamà: “Nó se pòl créder come tuti chei che comanda ‘l mondo i vòbia dopràr sèmper ciarta, pena e cialamàr! Sèmper con la péna ‘n man! I giâ la fissazion de doprar la pena, sti siori!” En zugiadór, che ‘nte chel moment l’era dré a vénzer, el s’è metù a grignar e ‘l giâ dit al Renzo: “Ehi, tì, brào òm de campagna! Vòs savér el motìvo?” “Sentìnte,” à rispondù ‘l Renzo. “El motivo l’è chesto,” ‘l dis: “che chei siori l’è chei che magna le oche e i vànza ‘n mùcel de plume, ma tante de che plume, che vergot ge vòl che i se ‘n fàgia.” Tuti i s’è metùdi a grignar, men che ‘l compàgn che perdeva. “Ma varda tì,” dis el Renzo: “chesto cì l’è ‘n poeta. Ge n’è ancia da ste man: ormai ge n’è dapertut. G’ài ancia mì ‘n pòc’ del poeta, e a bòte son bòn de tiràrnen fòra encaluna de bèle… ma sol can che le ròbe le và ben.” Per ciapìr ben sta bazanàda del Renzo, ge vòl saver che ‘ntel dialèt milanes e ìo ‘ntorna, la parola “poeta” nó la vòl dir chel che pensa la zènt lezùda, n’òm che cognos l’art del scrìver, istruì da la dea de le art, che vìu sul Pindo, ma putòst en strambèra, en redicolòt, che ‘ntei discorsi che ‘l fa e ancia ‘ntéi fati l’è senza costrùt. El pòpol l’è sèmper pronto a rebaltar chel che vòl dir zèrte parole, sichè ste parole le vèn a voler dìr tut a la revèrsa. Ma diséme voi: che cambia po' dir poeta o strambón? El Renzo ‘l s’è ‘ntrometù disèndo: “Ve la dìgi mì la verità: l’è perché ‘l làpis i lo giâ sèmper lori, siché le parole che i dis le sgola per aria e le sparìs; enveze le parole de ‘n pòr laór le vèn sùbit metùde su la ciarta, ìo pronte per èsser doprade a dàrge contra cando che l’è ‘l moment zust. E po', i giâ ancia n’àutra malìzia, cando che i vòl ‘ngianàr en pòver òm che nó à studià ma che però ‘l giâ ‘n pòc’ de…” — e cì ‘l Renzo, per fàrse ciapìr mèio, el se bateva col dé su la tèmpla — “e i se nascòrz che ‘l scoménzia a ciapìr l’ingiàgn, zàchete! I tìra fòr calche parola ‘n latìn, per fàrge pèrder el fil de la zacolàda e confónderge le idee. Comunque sia ge vòl ruàrla con ste abitudini! Almen ancòi s’à parlà fòr dai dènti, che tuti i ciapìva, senza bisògn de ciarta e pena. E doman, se la zènt la se comporterà ben, se poderà otègner ancor vergot de mèio, senza fàrge del mal a ‘nzun, sol con la fòrza de la zustìzia.” Entant, zèrti de chei compagnoni i eva scomenzià de nòu a zugiar, zèrti àutri a magnar, tanti i seghitava a zigiar; encalun el se ‘n neva, e àutra zènt l’arivava. L’òst el se ocupava de tuti, e ‘l se ‘nzignava tra i vantori. Tute ste ròbe però nó le conta ‘ngot per la nòssa storia. Ancia chel’òm arivà col Renzo, che ‘nzun cognosséva, emparéva che ‘l giavés prèssa de nàrsen. Empareva che ìo ‘n chel’ostarìa nó ‘l giavés engot da far, ma però nó ‘l voléva nàrsen prima de aver podèst far doi zàcole col Renzo a càter òcli. Sichè l’à tirà fòr ancor la chestion del pan. Dopo avér fat arcante zàcole, che entei ultimi tèmpi, le era su la bócia de tuti, l’à po' dit la só opunion: “Ah! Se fùssite mì a comandar,” el dis, “saveròssi ben mì come sistemar le ròbe per el vèrs zust.” “Come voròsseo far po'?” giâ domandà ‘l Renzo, vardàndol con doi ocléti slusènti pù del dovér, e storzèndo ‘n pòc’ la bócia, come per star pù atènto. E chel’ìo ‘l dis: “Come che faròssi? Voròssi che ge fus pan per tuti; tant per i pouréti che per i siori.” “Ah! eco, ‘nzì va ben,” dis el Renzo. “Mì faròssi ‘nzì. Dezideròssi ‘n prèzzi onèst per el pan, en modo che tuti i podés compràrlo e vìver da cristian. E po' ‘l pan el doròss èsser dat fòr conforma al nùmer de le persone per famìlia, perché ge n’è de chei angordóni che voròs tut per lori, ciaparàndonsen de pù de chel che zòva e lagiàndo senza i àutri. Donca, ge voròss spartìr el pan enten modo zust. Come? L’è sèmplize: dàndoge a ogni famìlia ‘n bigliet conforma al nùmer de le persone de ca famìlia, da presentàr al pistór per tòr el pan. Per esèmpi, a mì i doròs dàrme ‘n bigliet con su scrit: Ambrogio Fusella, de mistér ferar, con na spósa e càter fiòi, tuti entei ani da magnar pan (atenzion a sta picolézza), el giâ dirìto a na zèrta dòsa de pan e ‘l cògn pagiàr na zèrta soma. Ma ge vòl far tut con zustìzia, sèmper conforma al nùmer de le bóce da sfamar. A voi, per esèmpi, i doròss dàrve ‘n bigliet per… che nòm géo voi?” “Lorenzo Tramaglino,” el dis el putèl; che, ‘ngolosì dal chel prozèto, nó ‘l geva fat caso che ancia chesto l’era tut ciarta, pena e cialamar, perché per fàrlo laorar, la prima ròba da far l’era chela de tòr su i nomi de la zènt. “Benón,” dis chel tizio: “ma geo spósa e fiòi?” “Doròssi ben… fiòi no… l’è massa bonora… ma la spósa… se ‘l mondo ‘l nés come che ‘l giâ da nar…” “Ah seo da vòssa posta! Sichè alor, saréo d’acòrdi, na porzion pù pìzzola.” “Sì l’è zusta; ma se prést, come che spéri… con l’aiùt del Sioredio… Bòn, bòn; ma se giavéssite spósa ancia mì?” “Alor se cambia ‘l bigliet, e se crés la porzion. Come che ve ài dit; sèmper conforma a le bóce,” dis chel tizio prima de levàr su ‘n pè. “Enzì va ben,” l’à zigià ‘l Renzo; e urlando e batèndo ‘l pugn su la tàula, el dis ancor: “e perché po' nó i la fa na léze ‘nzì?” “Che voléo chevé dìgia po' mì? Entant mì ve dón la bonanòt, e me ‘n vón; perché pensi che la me spósa e i me fiòi i me spètia da ‘n pèz.” “N’àuter biceròt, n’àuter biceròt,” el zigiava ‘l Renzo, e ‘ntant l’amplenìva ‘n prèssa ‘l bicér de chel’òm; po' sautàndo su ‘n pè i l’à tirà fòrt per el bèc’ del giabàn perché ‘l se sentàs zó ancora. “Dài, dài, n’àuter biceròt: nó ste fàrme sto dispèt no.” Ma chel’amìzi, con na stironàda, ‘l s’è liberà dal Renzo fasèndo finta de nó sentìr tuta na confusion de sùplice e brontolade, e l’à dit sol: “bonanòt” e po' vàrda che nare. El Renzo ‘l seghitava ancor a parlàrge come se con le só parole l’avés podèst tègnerlo ìo, ma l’àuter l’era zà ‘nla strada. A la fìn, el s’è sdravacà su la bancia. L’à vardà ‘l bicér che l’eva apena ‘mplenù, e vedèndo passar el giarzon el giâ fat segn de fermàrse, come se ‘l giavés vergot de importante da dìrge. Po' fasèndo ségn al bicér e parlando plan e sèrio, ‘l dis: “Varda ìo, l’evi ‘mplenù per chel bòn òm: l’è plen enfìn a l’ór, pròpri da amìzi, e nó l’à volèst béverlo. A bòte la zènt la giâ idee pròpri stràmbe. Mì, colpa nó ge n’ài: el me bòn còr l’ài mossà. Adès, visto che l’è zà pronto, nó se pòl zèrto farlo nar de mal. E disèndo ‘nzì, i l’à tòt en man e l’à fat na rèsta.” “Ài ciapì,” dis el giarzon, e l’è tornà a far el só mistér. “Ah! eo ciapì ancia voiàutri,” dis el Renzo: “sichè l’è vera. Cando che le resón le è zuste…!” Cì l’è nezessàri tut el nòs amor per la verità per èsser bòni de contàrve onestament en fato che porta ‘n gran disonor per en personàgio tanto importante, anzi se poròs dir per el prinzipale de la nòssa storia. Però, pròpri per onestà, cognen ancia dir che per el Renzo l’era la prima bòta che ge ciapitava na ròba compagna; e l’è pròpri per chesto, per sto fato de nó èsser usà ai vizi, che ca bòta la g’è costada pròpri ciara. I pòci bicéri che l’eva beù ‘n prinzìpi, un dopo l’àuter enten modo che nó gera mai suzèst, sia per la gran bàmpa che ‘l sentìva, sia per l’azitazion che nó la ge lagiava far engot con calma, i giâ fat ziràr la testa sùbit. A ‘n bevidór pù spèrt, enveze, nó i averòs fat àuter che paràrge la sé. Su sto punto, chel che à scrìt a man sta storia ‘l fa n’oservazion che convièn dir, per chel che la pòl contar: le bòne abitudini oneste, ‘l dis, le giâ ‘n vantàzi che, pù che le è ‘ncarnade ente n’òm, tanto pù se ‘l se slontàna da chele, el ne ‘n patìs i efèti. Enten sto modo la speriènza la rèsta imprèssa ‘n la testa per en bèl pèz, e perfìn n’eror el pòl deventar na lezion per la vita. Ad ogni modo, cando che i primi efèti del vin i à scomenzià a fàrse sentìr enla zucia del Renzo, el béver e ‘l baderlàr i è nadi avanti senza frèni: ‘l vin el néva zó e le zàcole le nidéva su, e tut senza mesura. Al punto ‘ndo che l’éven lagià l’era zà putòst ciuco. El geva na gran vòia de zacolàr e le persone ìo ‘ntorna che podéva scoutàrlo nó le manciàva de segur, per en pezzòt le parole le g’era nude fòr senza complicazion, reussèndo perfìn a méterle ‘nsèma con en zèrto costrut. Ma plan plan a dir le ròbe l’è deventà sèmper pù difìzil. I pensieri che prima ge nidéva convìnti e seguri ‘nla testa, tut de colp i se confondeva e i svanìva; e le parole, che le tardivava a nir, a la fìn nó le era mai che zùste per spiegiar chel che ‘l voleva dir. Ente che condizion che l’era, per colpa de chel’istìnto fàus che tante bòte l’è la rovìna dei òumni, el néva a redùrse ancor entel fias-c’. Però, en che modo che ‘l fias-c’ l’avés podèst aidàrlo ente na situazion del zènere, tuti chei che giâ en pòc’ de cràiz, i pòl ciapìrlo da sé. Noi ve dirén sol encaluna de le tantissime parole che ge nù fòr enca sera maledéta: le pù tante che lagiàn star, nó le faròs àuter che fàrla ancor pézi; perché da chel che ‘l diséva nó se ciapìva ‘ngot, e se nó basta nó ‘mpareva nancia che le volés fàrse ciapìr e chesta le na ròba che nó pòl manciar enten lìber stampà. “Ehi, òsto, òsto!” diséva ‘l Renzo, e ‘l ge neva dré con i òcli ‘ntant che ‘l neva cà e là per l’ostarìa o che ‘l se fermava arènt al foglàr, e a bòte i lo fissava ancia cando che nó ‘l gera ìo, seghitando a zacolàr entel traboldéri de la compagnìa. “Che razza de òst ses po'! Nó son pròpri bòn de mandàrla zó chesta… ca storia del nòm, cognòm e mistér. A un come mì…! Nó te sès comportà ben no. Che sodisfazion, che piazér, che gusto g’era po' a méter su la ciarta ‘l nòm de ‘n pòr diàul? Dìgite ben no, siori? I òsti i doròs tòr la part de la brava zènt… Sèntime, sèntime cì, òsto; vòi fàrte n’esèmpi… per spiegiarte le me reson… Ah, grignào, ah? Sì son en pòc’ beù… ma le ròbe che dìgi le è zùste. Dìme mò: cì el po' che te permét de mandar avanti la tó ostarìa? La zènt normale, no? Dìgite ben no? Adès dìme se chei siori che scrìu le lézi i vèn cì da tì a béver en biceròt!” “Tut zènt che béu aca,” dis un ìo vizìn al Renzo. “I vòl restàr seréni,” giâ tacià n’àuter, “per podér dir meio le bosìe.” El Renzo l’à sclamà: “Ah! Adès à parlà ‘l poeta! Sichè ancia voi ciapìo le me reson. Tòi, òst, dìme: e ‘l Ferrer, che l’è ‘l mèio de tuti, èl mai nù cì a far na beùda e a spènder en sòldo? E chel maledét de ‘n sassìn, de don…? Mèio che tàsia, perché son ancor serén enfìn massa. El Ferrer e padre Crrr… sai ben mì cì che ‘ntèndi, l’è doi brave persone, ma de gialantòmni ge n’è pòci. I vècli i è pèzo dei zóveni, e i zóveni… i è ‘ncor pézi dei vècli. Però son content che nó se sia vist sanc: chel no, mai! Chele ìo l’è crudeltà. Ròbe da lagiàrge al sassìn. Ma ‘l pan… oh, chel sì che l’è importante! Ài zapà pache, ma… n’ài dat ancia mì! Fé passar! Bondanza! Viva! Epur, ancia ‘l Ferrer… calche parola ‘n latìn i l’à dita… siès baraòs trapolorum... Maledéto vizi! Viva la zustìzia! Viva ‘l Pan! Ah, eco le parole zuste! Ìo ge voleva chei òumni corazosi… cando che sonava chel maledét ton ton ton! Se i ge fus stadi ìo, nó saròssen s-ciampadi, vera no? Ge voleva tégnerlo ìo, chel sior curat… Sai ben mì cì che dìgi!” A sta parola ‘l Renzo, la sbassà la testa e l’è sta ìo en pezzòt a pensàrge su: po' la fat en gran sospìr, e la auzzà ‘l vis, con doi òcli ùmoi de làgrime e lustri, e a vardàrlo se vedéva che ‘l patìva de ‘n dolor enzì esazerà e tànger che ‘l saròs sta fastidios, se la persona che ge neva chel sentiment, i l’avés vist enchel moment. Chei oumnàzi che gera ìo, che i eva zà scomenzià a sbambolàrse per el modo confus e emozionà che geva ‘l Renzo entel parlar, i se divertìva ancor de pù a véderlo ‘nzì trìst. I pù vizìni i feva véder la sèna ai àutri, che i se zirava a vardàrlo, fasèndol deventar el zambèl de la compagnia. Nó l’è che tuti i fus stadi mesuradi e sereni, ma ‘nzun era ‘nzì ‘mbriàc’ e fòr per le frós-ce come el; en pù ‘l Renzo l’era ‘n contadìn, e chesto voléva dir coionarlo ancor de pù. A turno, zèrti i lo zinzegiava con domande siòche e vilane, àutri i lo togeva per ziro a fàrge fàussi zèsti de riguardo. El Renzo ‘l se contradiva: a bòte ‘mpareva che ‘l se ofendés, e po', vòutete l’òcel, el scherzava ancia el, a bòte nó ‘l scoutava le tòte per ziro e ‘l parlava d’àuter, o se no ‘l rispondeva fasèndo el le domande, però sèmper enten modo confus e fòr dal seumnà. Per fortuna, entela so confusion l’eva tegnù na zèrta prudenza e l’è sta bòn a nó far nomi de persone. Perfìn el nom che l’averòs dovèst aver en ment pù de tuti, nó ‘l g’è s-ciampà fòr da la bócia, e chesto l’è sta na bela ròba: ne saròs desplasèst massa se chel nom, che ancia noi ge portan rispèt e ge volén ben, el fus sta strozzegià ente ca sparlazzada vilana e ‘l fus sta grignà fòr da che bóce vergognose.
L’oste, vedendo che il gioco andava in lungo, s’era accostato a Renzo; e pregando, con buona grazia, quegli altri che lo lasciassero stare, l’andava scotendo per un braccio, e cercava di fargli intendere e di persuaderlo che andasse a dormire. Ma Renzo tornava sempre da capo col nome e cognome, e con le gride, e co’ buoni figliuoli. Però quelle parole: letto e dormire, ripetute al suo orecchio, gli entraron finalmente in testa; gli fecero sentire un po’ più distintamente il bisogno di ciò che significavano, e produssero un momento di lucido intervallo. Quel po’ di senno che gli tornò, gli fece in certo modo capire che il più se n’era andato: a un di presso come l’ultimo moccolo rimasto acceso d’un’illuminazione, fa vedere gli altri spenti. Si fece coraggio; stese le mani, e le appuntellò sulla tavola; tentò, una e due volte, d’alzarsi; sospirò, barcollò; alla terza, sorretto dall’oste, si rizzò. Quello, reggendolo tuttavia, lo fece uscire di tra la tavola e la panca; e, preso con una mano un lume, con l’altra, parte lo condusse, parte lo tirò, alla meglio, verso l’uscio di scala. Lì Renzo, al chiasso de’ saluti che coloro gli urlavan dietro, si voltò in fretta; e se il suo sostenitore non fosse stato ben lesto a tenerlo per un braccio, la voltata sarebbe stata un capitombolo; si voltò dunque, e, con l’altro braccio che gli rimaneva libero, andava trinciando e iscrivendo nell’aria certi saluti, a guisa d’un nodo di Salomone. “Andiamo a letto, a letto,” disse l’oste, strascicandolo; gli fece imboccar l’uscio; e con più fatica ancora, lo tirò in cima di quella scaletta, e poi nella camera che gli aveva destinata. Renzo, visto il letto che l’aspettava, si rallegrò; guardò amorevolmente l’oste, con due occhietti che ora scintillavan più che mai, ora s’eclissavano, come due lucciole; cercò d’equilibrarsi sulle gambe; e stese la mano al viso dell’oste, per prendergli il ganascino, in segno d’amicizia e di riconoscenza; ma non gli riuscì. “Bravo oste!” gli riuscì però di dire: “ora vedo che sei un galantuomo: questa è un’opera buona, dare un letto a un buon figliuolo; ma quella figura che m’hai fatta, sul nome e cognome, quella non era da galantuomo. Per buona sorte che anch’io son furbo la mia parte...” L’oste, il quale non pensava che colui potesse ancor tanto connettere; l’oste che, per lunga esperienza, sapeva quanto gli uomini, in quello stato, sian più soggetti del solito a cambiar di parere, volle approfittare di quel lucido intervallo, per fare un altro tentativo. “Figliuolo caro,” disse, con una voce e con un fare tutto gentile: “non l’ho fatto per seccarvi, nè per sapere i fatti vostri. Cosa volete? è legge: anche noi bisogna ubbidire; altrimenti siamo i primi a portarne la pena. È meglio contentarli, e... Di che si tratta finalmente? Gran cosa! dir due parole. Non per loro, ma per fare un piacere a me: via; qui tra noi, a quattr’occhi, facciam le nostre cose; ditemi il vostro nome, e... e poi andate a letto col cuor quieto. ” “Ah birbone!” esclamò Renzo: “mariolo! tu mi torni ancora in campo con quell’infamità del nome, cognome e negozio! ” Sta’ zitto, buffone; va’ a letto,” diceva l’oste. Ma Renzo continuava più forte: “ho inteso: sei della lega anche tu. Aspetta, aspetta, che t’accomodo io.” E voltando la testa verso la scaletta, cominciava a urlare più forte ancora: “amici! l’oste è della...” “Ho detto per celia,” gridò questo sul viso di Renzo, spingendolo verso il letto: “per celia; non hai inteso che ho detto per celia?” “Ah! per celia: ora parli bene. Quando hai detto per celia... Son proprio celie.” E cadde bocconi sul letto. “Animo; spogliatevi; presto,” disse l’oste, e al consiglio aggiunse l’aiuto; che ce n’era bisogno. Quando Renzo si fu levato il farsetto (e ce ne volle), l’oste l’agguantò subito, e corse con le mani alle tasche, per vedere se c’era il morto. Lo trovò: e pensando che, il giorno dopo, il suo ospite avrebbe avuto a fare i conti con tutt’altri che con lui, e che quel morto sarebbe probabilmente caduto in mani di dove un oste non avrebbe potuto farlo uscire; volle provarsi se almeno gli riusciva di concluder quest’altro affare. “Voi siete un buon figliuolo, un galantuomo; n’è vero?” disse. “Buon figliuolo, galantuomo,” rispose Renzo, facendo tuttavia litigar le dita co’ bottoni de’ panni che non s’era ancor potuto levare. “Bene,” replicò l’oste: “saldate ora dunque quel poco conticino, perchè domani io devo uscire per certi miei affari...” “Quest’è giusto,” disse Renzo. “Son furbo, ma galantuomo... Ma i danari? Andare a cercare i danari ora!” “Eccoli qui,” disse l’oste: e, mettendo in opera tutta la sua pratica, tutta la sua pazienza, tutta la sua destrezza, gli riuscì di fare il conto con Renzo, e di pagarsi. “Dammi una mano, ch’io possa finir di spogliarmi, oste,” disse Renzo. “Lo vedo anch’io, ve’, che ho addosso un gran sonno.” L’oste gli diede l’aiuto richiesto; gli stese per di più la coperta addosso, e gli disse sgarbatamente - buona notte, - che già quello russava. Poi, per quella specie d’attrattiva, che alle volte ci tiene a considerare un oggetto di stizza, al pari che un oggetto d’amore, e che forse non è altro che il desiderio di conoscere ciò che opera fortemente sull’animo nostro, si fermò un momento a contemplare l’ospite così noioso per lui, alzandogli il lume sul viso, e facendovi, con la mano stesa, ribatter sopra la luce; in quell’atto a un di presso che vien dipinta Psiche, quando sta a spiare furtivamente le forme del consorte sconosciuto. “Pezzo d’asino!” disse nella sua mente al povero addormentato: - “sei andato proprio a cercartela. Domani poi, mi saprai dire che bel gusto ci avrai. Tangheri, che volete girare il mondo, senza saper da che parte si levi il sole; per imbrogliar voi e il prossimo.” Così detto o pensato, ritirò il lume, si mosse, uscì dalla camera, e chiuse l’uscio a chiave. Sul pianerottolo della scala, chiamò l’ostessa; alla quale disse che lasciasse i figliuoli in guardia a una loro servetta, e scendesse in cucina, a far le sue veci. “Bisogna ch’io vada fuori, in grazia d’un forestiero capitato qui, non so come diavolo, per mia disgrazia,” soggiunse; e le raccontò in compendio il noioso accidente. Poi soggiunse ancora: “occhio a tutto; e sopra tutto prudenza, in questa maledetta giornata. Abbiamo laggiù una mano di scapestrati che, tra il bere, e tra che di natura sono sboccati, ne dicon di tutti i colori. Basta, se qualche temerario...” “Oh! non sono una bambina, e so anch’io quel che va fatto. Finora, mi pare che non si possa dire...” “Bene, bene; e badar che paghino; e tutti que’ discorsi che fanno, sul vicario di provvisione e il governatore e Ferrer e i decurioni e i cavalieri e Spagna e Francia e altre simili corbellerie, far vista di non sentire; perchè, se si contraddice, la può andar male subito; e se si dà ragione, la può andar male in avvenire: e già sai anche tu che qualche volta quelli che le dicon più grosse... Basta; quando si senton certe proposizioni, girar la testa, e dire: vengo; come se qualcheduno chiamasse da un’altra parte. Io cercherò di tornare più presto che posso.” Ciò detto, scese con lei in cucina, diede un’occhiata in giro, per veder se c’era novità di rilievo; staccò da un cavicchio il cappello e la cappa, prese un randello da un cantuccio, ricapitolò, con un’altra occhiata alla moglie, l’istruzioni che le aveva date; e uscì. Ma, già nel far quelle operazioni, aveva ripreso, dentro di sè, il filo dell’apostrofe cominciata al letto del povero Renzo; e la proseguiva, camminando in istrada. — Testardo d’un montanaro! — Chè, per quanto Renzo avesse voluto tener nascosto l’esser suo, questa qualità si manifestava da sè, nelle parole, nella pronunzia, nell’aspetto e negli atti. — Una giornata come questa, a forza di politica, a forza d’aver giudizio, io n’uscivo netto; e dovevi venir tu sulla fine, a guastarmi l’uova nel paniere. Manca osterie in Milano, che tu dovessi proprio capitare alla mia? Fossi almeno capitato solo; che avrei chiuso un occhio, per questa sera; e domattina t’avrei fatto intender la ragione. Ma no signore; in compagnia ci vieni; e in compagnia d’un bargello, per far meglio! A ogni passo, l’oste incontrava o passeggieri scompagnati, o coppie, o brigate di gente, che giravano susurrando. A questo punto della sua muta allocuzione, vide venire una pattuglia di soldati; e tirandosi da parte, per lasciarli passare, li guardò con la coda dell’occhio, e continuò tra sè: — eccoli i gastigamatti. E tu, pezzo d’asino, per aver visto un po’ di gente in giro a far baccano, ti sei cacciato in testa che il mondo abbia a mutarsi. E su questo bel fondamento, ti sei rovinato te, e volevi anche rovinar me; che non è giusto. Io facevo di tutto per salvarti; e tu, bestia, in contraccambio, c’è mancato poco che non m’hai messo sottosopra l’osteria. Ora toccherà a te a levarti d’impiccio: per me ci penso io. Come se io volessi sapere il tuo nome per una mia curiosità! Cosa m’importa a me che tu ti chiami Taddeo o Bartolommeo? Ci ho un bel gusto anch’io a prender la penna in mano! ma non siete voi altri soli a voler le cose a modo vostro. Lo so anch’io che ci son delle gride che non contan nulla: bella novità, da venircela a dire un montanaro! Ma tu non sai che le gride contro gli osti contano. E pretendi girare il mondo, e parlare; e non sai che, a voler fare a modo suo, e impiparsi delle gride, la prima cosa è di parlarne con gran riguardo. E per un povero oste che fosse del tuo parere, e non domandasse il nome di chi capita a favorirlo, sai tu, bestia, cosa c’è di bello? Sotto pena a qual si voglia dei detti osti, tavernai ed altri, come sopra, di trecento scudi: sì, son lì che covano trecento scudi; e per ispenderli così bene; da esser applicati, per i due terzi alla regia Camera, e l’altro all’accusatore o delatore: quel bel cecino! Ed in caso di inabilità, cinque anni di galera, e maggior pena, pecuniaria o corporale, all’arbitrio di sua eccellenza. Obbligatissimo alle sue grazie. — A queste parole, l’oste toccava la soglia del palazzo di giustizia. Lì, come a tutti gli altri ufizi, c’era un gran da fare: per tutto s’attendeva a dar gli ordini che parevan più atti a preoccupare il giorno seguente, a levare i pretesti e l’ardire agli animi vogliosi di nuovi tumulti, ad assicurare la forza nelle mani solite a adoprarla. S’accrebbe la soldatesca alla casa del vicario; gli sbocchi della strada furono sbarrati di travi, trincerati di carri. S’ordinò a tutti i fornai che facessero pane senza intermissione; si spedirono staffette a’ paesi circonvicini, con ordini di mandar grano alla città; a ogni forno furono deputati nobili, che vi si portassero di buon mattino, a invigilare sulla distribuzione e a tenere a freno gl’inquieti, con l’autorità della presenza, e con le buone parole. Ma per dar, come si dice, un colpo al cerchio e uno alla botte, e render più efficaci i consigli con un po’ di spavento, si pensò anche a trovar la maniera di metter le mani addosso a qualche sedizioso: e questa era principalmente la parte del capitano di giustizia; il quale, ognuno può pensare che sentimenti avesse per le sollevazioni e per i sollevati, con una pezzetta d’acqua vulneraria sur uno degli organi della profondità metafisica. I suoi bracchi erano in campo fino dal principio del tumulto: e quel sedicente Ambrogio Fusella era, come ha detto l’oste, un bargello travestito, mandato in giro appunto per cogliere sul fatto qualcheduno da potersi riconoscere, e tenerlo in petto, e appostarlo, e acchiapparlo poi, a notte affatto quieta, o il giorno dopo. Sentite quattro parole di quella predica di Renzo, colui gli aveva fatto subito assegnamento sopra; parendogli quello un reo buon uomo, proprio quel che ci voleva. Trovandolo poi nuovo affatto del paese, aveva tentato il colpo maestro di condurlo caldo caldo alle carceri, come alla locanda più sicura della città; ma gli andò fallito, come avete visto. Potè però portare a casa la notizia sicura del nome, cognome e patria, oltre cent’altre belle notizie congetturali; dimodochè, quando l’oste capitò lì, a dir ciò che sapeva intorno a Renzo, ne sapevan già più di lui. Entrò nella solita stanza, e fece la sua deposizione: come era giunto ad alloggiar da lui un forestiero, che non aveva mai voluto manifestare il suo nome. “Avete fatto il vostro dovere a informar la giustizia;” disse un notaio criminale, mettendo giu la penna, “ma già lo sapevamo.” — Bel segreto! — pensò l’oste: — ci vuole un gran talento! — “E sappiamo anche,” continuò il notaio, “quel riverito nome.” — Diavolo! il nome poi, com’hanno fatto? — pensò l’oste questa volta. “Ma voi,” riprese l’altro, con volto serio, “voi non dite tutto sinceramente.” “Cosa devo dire di più?” “Ah! ah! sappiamo benissimo che colui ha portato nella vostra osteria una quantità di pane rubato, e rubato con violenza, per via di saccheggio e di sedizione.” “Vien uno con un pane in tasca; so assai dov’è andato a prenderlo. Perchè, a parlar come in punto di morte, posso dire di non avergli visto che un pane solo.” “Già; sempre scusare, difendere: chi sente voi altri, son tutti galantuomini. Come potete provare che quel pane fosse di buon acquisto?” “Cosa ho da provare io? io non c’entro: io fo l’oste.” “Non potrete però negare che codesto vostro avventore non abbia avuta la temerità di proferir parole ingiuriose contro le gride, e di fare atti mali e indecenti contro l’arme di sua eccellenza.” “Mi faccia grazia, vossignoria: come può mai essere mio avventore, se lo vedo per la prima volta? È il diavolo, con rispetto parlando, che l’ha mandato a casa mia: e se lo conoscessi, vossignoria vede bene che non avrei avuto bisogno di domandargli il suo nome.” “Però, nella vostra osteria, alla vostra presenza, si son dette cose di fuoco: parole temerarie, proposizioni sediziose, mormorazioni, strida, clamori.” “Come vuole vossignoria ch’io badi agli spropositi che posson dire tanti urloni che parlan tutti insieme? Io devo attendere a’ miei interessi, che sono un pover’uomo. E poi vossignoria sa bene che chi è di lingua sciolta, per il solito è anche lesto di mano, tanto più quando sono una brigata, e...” “Sì, sì; lasciateli fare e dire: domani, domani, vedrete se gli sarà passato il ruzzo. Cosa credete?” “Io non credo nulla.” “Che la canaglia sia diventata padrona di Milano?” “Oh giusto!” “Vedrete, vedrete.” “Intendo benissimo: il re sarà sempre il re; ma chi avrà riscosso, avrà riscosso: e naturalmente un povero padre di famiglia non ha voglia di riscotere. Lor signori hanno la forza: a lor signori tocca.” “Avete ancora molta gente in casa?” “Un visibilio. ” “E quel vostro avventore cosa fa? Continua a schiamazzare, a metter su la gente, a preparar tumulti per domani?” “Quel forestiero, vuol dire vossignoria: è andato a letto.” “Dunque avete molta gente... Basta; badate a non lasciarlo scappare.” — Che devo fare il birro io? — pensò l’oste; ma non disse nè sì nè no. “Tornate pure a casa; e abbiate giudizio, - riprese il notaio.” “Io ho sempre avuto giudizio. Vossignoria può dire se ho mai dato da fare alla giustizia.” “E non crediate che la giustizia abbia perduta la sua forza.” “Io? per carità! io non credo nulla: abbado a far l’oste.” “La solita canzone: non avete mai altro da dire.” “Che ho da dire altro? La verità è una sola.” “Basta; per ora riteniamo ciò che avete deposto; se verrà poi il caso, informerete più minutamente la giustizia, intorno a ciò che vi potrà venir domandato.” “Cosa ho da informare? io non so nulla; appena ho la testa da attendere ai fatti miei.” “Badate a non lasciarlo partire.” “Spero che l’illustrissimo signor capitano saprà che son venuto subito a fare il mio dovere. Bacio le mani a vossignoria.” Allo spuntar del giorno, Renzo russava da circa sett’ore, ed era ancora, poveretto! sul più bello, quando due forti scosse alle braccia, e una voce che dappiè del letto gridava: “Lorenzo Tramaglino!” lo fecero riscotere. Si risentì, ritirò le braccia, aprì gli occhi a stento; e vide ritto appiè del letto un uomo vestito di nero, e due armati, uno di qua, uno di là del capezzale. E, tra la sorpresa, e il non esser desto bene, e la spranghetta di quel vino che sapete, rimase un momento come incantato; e credendo di sognare, e non piacendogli quel sogno, si dimenava, come per isvegliarsi affatto. “Ah! avete sentito una volta, Lorenzo Tramaglino?” disse l’uomo dalla cappa nera, quel notaio medesimo della sera avanti. “Animo dunque; levatevi, e venite con noi.” “Lorenzo Tramaglino!” disse Renzo Tramaglino: “cosa vuol dir questo? Cosa volete da me? Chi v’ha detto il mio nome?” “Meno ciarle, e fate presto,” disse uno de’ birri che gli stavano a fianco, prendendogli di nuovo il braccio. “Ohe! che prepotenza è questa?” gridò Renzo, ritirando il braccio. “Oste! o l’oste!” “Lo portiam via in camicia?” disse ancora quel birro, voltandosi al notaio. “Avete inteso?” disse questo a Renzo: “si farà così, se non vi levate subito subito, per venir con noi.” “E perchè?” domandò Renzo. “Il perchè lo sentirete dal signor capitano di giustizia.” “Io? Io sono un galantuomo: non ho fatto nulla; e mi maraviglio...” “Meglio per voi, meglio per voi; così, in due parole sarete spicciato, e potrete andarvene per i fatti vostri.” “Mi lascino andare ora,” disse Renzo: “io non ho che far nulla con la giustizia.” “Orsù, finiamola!” disse un birro. “Lo portiamo via davvero?” disse l’altro. “Lorenzo Tramaglino!” disse il notaio. “Come sa il mio nome, vossignoria?” “Fate il vostro dovere,” disse il notaio a’ birri; i quali misero subito le mani addosso a Renzo, per tirarlo fuori del letto. “Eh! non toccate la carne d’un galantuomo, che...! Mi so vestir da me.” “Dunque vestitevi subito,” disse il notaio. “Mi vesto,” rispose Renzo; e andava di fatti raccogliendo qua e là i panni sparsi sul letto, come gli avanzi d’un naufragio sul lido. E cominciando a metterseli, proseguiva tuttavia dicendo: “ma io non ci voglio andare dal capitano di giustizia. Non ho che far nulla con lui. Giacchè mi si fa quest’affronto ingiustamente, voglio esser condotto da Ferrer. Quello lo conosco, so che è un galantuomo; e m’ha dell’obbligazioni.” “Sì, sì, figliuolo, sarete condotto da Ferrer, - rispose il notaio. In altre circostanze, avrebbe riso, proprio di gusto, d’una richiesta simile; ma non era momento da ridere. Già nel venire, aveva visto per le strade un certo movimento, da non potersi ben definire se fossero rimasugli d’una sollevazione non del tutto sedata, o princìpi d’una nuova: uno sbucar di persone, un accozzarsi, un andare a brigate, un far crocchi. E ora, senza farne sembiante, o cercando almeno di non farlo, stava in orecchi, e gli pareva che il ronzìo andasse crescendo. Desiderava dunque di spicciarsi; ma avrebbe anche voluto condur via Renzo d’amore e d’accordo; giacchè, se si fosse venuti a guerra aperta con lui, non poteva esser certo, quando fossero in istrada, di trovarsi tre contr’uno. Perciò dava d’occhio a’ birri, che avessero pazienza, e non inasprissero il giovine; e dalla parte sua, cercava di persuaderlo con buone parole. Il giovine intanto, mentre si vestiva adagino adagino, richiamandosi, come poteva, alla memoria gli avvenimenti del giorno avanti, indovinava bene, a un di presso, che le gride e il nome e il cognome dovevano esser la causa di tutto; ma come diamine colui lo sapeva quel nome? E che diamine era accaduto in quella notte, perchè la giustizia avesse preso tant’animo, da venire a colpo sicuro, a metter le mani addosso a uno de’ buoni figliuoli che, il giorno avanti, avevan tanta voce in capitolo? e che non dovevano esser tutti addormentati, poichè Renzo s’accorgeva anche lui d’un ronzìo crescente nella strada. Guardando poi in viso il notaio, vi scorgeva in pelle in pelle la titubazione che costui si sforzava invano di tener nascosta. Onde, così per venire in chiaro delle sue congetture, e scoprir paese, come per tirare in lungo, e anche per tentare un colpo, disse: “vedo bene cos’è l’origine di tutto questo: gli è per amor del nome e del cognome. Ier sera veramente ero un po’ allegro: questi osti alle volte hanno certi vini traditori; e alle volte, come dico, si sa, quando il vino è giù, è lui che parla. Ma, se non si tratta d’altro, ora son pronto a darle ogni soddisfazione. E poi, già lei lo sa il mio nome. Chi diamine gliel’ha detto? ” “Bravo, figliuolo, bravo!” rispose il notaio, tutto manieroso: “vedo che avete giudizio; e, credete a me che son del mestiere, voi siete più furbo che tant’altri. È la miglior maniera d’uscirne presto e bene: con codeste buone disposizioni, in due parole siete spicciato, e lasciato in libertà. Ma io, vedete figliuolo, ho le mani legate, non posso rilasciarvi qui, come vorrei. Via, fate presto, e venite pure senza timore; che quando vedranno chi siete; e poi io dirò... Lasciate fare a me... Basta; sbrigatevi, figliuolo.” “Ah! lei non può: intendo,” disse Renzo; e continuava a vestirsi, rispingendo con de’ cenni i cenni che i birri facevano di mettergli le mani addosso, per farlo spicciare. “Passeremo dalla piazza del duomo?” domandò poi al notaio. “Di dove volete; per la più corta, affine di lasciarvi più presto in libertà,” disse quello, rodendosi dentro di sè, di dover lasciar cadere in terra quella domanda misteriosa di Renzo, che poteva divenire un tema di cento interrogazioni. — Quando uno nasce disgraziato! — pensava. — Ecco; mi viene alle mani uno che, si vede, non vorrebbe altro che cantare; e, un po’ di respiro che s’avesse, così extra formam, accademicamente, in via di discorso amichevole, gli si farebbe confessar, senza corda, quel che uno volesse; un uomo da condurlo in prigione già bell’e esaminato, senza che se ne fosse accorto: e un uomo di questa sorte mi deve per l’appunto capitare in un momento così angustiato. Eh! non c’è scampo, — continuava a pensare, tendendo gli orecchi, e piegando la testa all’indietro: — non c’è rimedio; è risica d’essere una giornata peggio di ieri. — Ciò che lo fece pensar così, fu un rumore straordinario che si sentì nella strada: e non potè tenersi di non aprir l’impannata, per dare un’occhiatina. Vide ch’era un crocchio di cittadini, i quali, all’intimazione di sbandarsi, fatta loro da una pattuglia, avevan da principio risposto con cattive parole, e finalmente si separavan continuando a brontolare; e quel che al notaio parve un segno mortale, i soldati eran pieni di civiltà. Chiuse l’impannata, e stette un momento in forse, se dovesse condur l’impresa a termine, o lasciar Renzo in guardia de’ due birri, e correr dal capitano di giustizia, a render conto di ciò che accadeva. — Ma, — pensò subito, — mi si dirà che sono un buon a nulla, un pusillanime, e che dovevo eseguir gli ordini. Siamo in ballo; bisogna ballare. Malannaggia la furia! Maledetto il mestiere! Renzo era levato; i due satelliti gli stavano a’ fianchi. Il notaio accennò a costoro che non lo sforzasser troppo, e disse a lui: “da bravo, figliuolo; a noi, spicciatevi.” Anche Renzo sentiva, vedeva e pensava. Era ormai tutto vestito, salvo il farsetto, che teneva con una mano, frugando con l’altra nelle tasche. “Ohe!” disse, guardando il notaio, con un viso molto significante: “qui c’era de’ soldi e una lettera. Signor mio!” “Vi sarà dato ogni cosa puntualmente,” disse il notaio, “dopo adempite quelle poche formalità. Andiamo, andiamo.” “No, no, no,” disse Renzo, tentennando il capo: “questa non mi va: voglio la roba mia, signor mio. Renderò conto delle mie azioni; ma voglio la roba mia.” “Voglio farvi vedere che mi fido di voi: tenete, e fate presto,” disse il notaio, levandosi di seno, e consegnando, con un sospiro, a Renzo le cose sequestrate. Questo, riponendole al loro posto, mormorava tra’ denti: “alla larga! bazzicate tanto co’ ladri, che avete un poco imparato il mestiere.” I birri non potevan più stare alle mosse; ma il notaio li teneva a freno con gli occhi, e diceva intanto tra sé: — se tu arrivi a metter piede dentro quella soglia, l’hai da pagar con usura, l’hai da pagare. — Mentre Renzo si metteva il farsetto, e prendeva il cappello, il notaio fece cenno a un de’ birri, che s’avviasse per la scala; gli mandò dietro il prigioniero, poi l’altro amico; poi si mosse anche lui. In cucina che furono, mentre Renzo dice: “e quest’oste benedetto dove s’è cacciato?” il notaio fa un altro cenno a’ birri; i quali afferrano, l’uno la destra, l’altro la sinistra del giovine, e in fretta in fretta gli legano i polsi con certi ordigni, per quell’ipocrita figura d’eufemismo, chiamati manichini. Consistevano questi (ci dispiace di dover discendere a particolari indegni della gravità storica; ma la chiarezza lo richiede), consistevano in una cordicella lunga un po’ più che il giro d’un polso ordinario, la quale aveva nelle cime due pezzetti di legno, come due piccole stanghette. La cordicella circondava il polso del paziente; i legnetti, passati tra il medio e l’anulare del prenditore, gli rimanevano chiusi in pugno, di modo che, girandoli, ristringeva la legatura, a volontà; e con ciò aveva mezzo, non solo d’assicurare la presa, ma anche di martirizzare un ricalcitrante: e a questo fine, la cordicella era sparsa di nodi. Renzo si divincola, grida: “che tradimento è questo? A un galantuomo...!” Ma il notaio, che per ogni tristo fatto aveva le sue buone parole, “abbiate pazienza,” diceva: “fanno il loro dovere. Cosa volete? son tutte formalità; e anche noi non possiamo trattar la gente a seconda del nostro cuore. Se non si facesse quello che ci vien comandato, staremmo freschi noi altri, peggio di voi. Abbiate pazienza.” Mentre parlava, i due a cui toccava a fare, diedero una girata a’ legnetti. Renzo s’acquietò, come un cavallo bizzarro che si sente il labbro stretto tra le morse, e esclamò: “pazienza!” “Bravo figliuolo!” disse il notaio: “questa è la vera maniera d’uscirne a bene. Cosa volete? è una seccatura; lo vedo anch’io; ma, portandovi bene, in un momento ne siete fuori. E giacchè vedo che siete ben disposto, e io mi sento inclinato a aiutarvi, voglio darvi anche un altro parere, per vostro bene. Credete a me, che son pratico di queste cose: andate via diritto diritto, senza guardare in qua e in là, senza farvi scorgere: così nessuno bada a voi, nessuno s’avvede di quel che è; e voi conservate il vostro onore. Di qui a un’ora voi siete in libertà: c’è tanto da fare, che avranno fretta anche loro di sbrigarvi: e poi parlerò io.... Ve n’andate per i fatti vostri; e nessuno saprà che siete stato nelle mani della giustizia. E voi altri,” continuò poi, voltandosi a’ birri, con un viso severo: “guardate bene di non fargli male, perchè lo proteggo io: il vostro dovere bisogna che lo facciate; ma ricordatevi che è un galantuomo, un giovine civile, il quale, di qui a poco, sarà in libertà; e che gli deve premere il suo onore. Andate in maniera che nessuno s’avveda di nulla: come se foste tre galantuomini che vanno a spasso.” E, con tono imperativo, e con sopracciglio minaccioso, concluse: “m’avete inteso.” Voltatosi poi a Renzo, col sopracciglio spianato, e col viso divenuto a un tratto ridente, che pareva volesse dire: oh noi sì che siamo amici!, gli bisbigliò di nuovo: “ giudizio; fate a mio modo: andate raccolto e quieto; fidatevi di chi vi vuol bene: andiamo. ” E la comitiva s’avviò. Però, di tante belle parole Renzo, non ne credette una: nè che il notaio volesse più bene a lui che a’ birri, nè che prendesse tanto a cuore la sua riputazione, nè che avesse intenzion d’aiutarlo: capì benissimo che il galantuomo, temendo che si presentasse per la strada qualche buona occasione di scappargli dalle mani, metteva innanzi que’ bei motivi, per istornar lui dallo starci attento e da approfittarne. Dimodochè tutte quelle esortazioni non servirono ad altro che a confermarlo nel disegno che già aveva in testa, di far tutto il contrario. Nessuno concluda da ciò che il notaio fosse un furbo inesperto e novizio; perchè s’ingannerebbe. Era un furbo matricolato, dice il nostro storico, il quale pare che fosse nel numero de’ suoi amici: ma, in quel momento, si trovava con l’animo agitato. A sangue freddo, vi so dir io come si sarebbe fatto beffe di chi, per indurre un altro a fare una cosa per sè sospetta, fosse andato suggerendogliela e inculcandogliela caldamente, con quella miserabile finta di dargli un parere disinteressato, da amico. Ma è una tendenza generale degli uomini, quando sono agitati e angustiati, e vedono ciò che un altro potrebbe fare per levarli d’impiccio, di chiederglielo con istanza e ripetutamente e con ogni sorte di pretesti; e i furbi, quando sono angustiati e agitati, cadono anche loro sotto questa legge comune. Quindi è che, in simili circostanze, fanno per lo più una così meschina figura. Que’ ritrovati maestri, quelle belle malizie, con le quali sono avvezzi a vincere, che son diventate per loro quasi una seconda natura, e che, messe in opera a tempo, e condotte con la pacatezza d’animo, con la serenità di mente necessarie, fanno il colpo così bene e così nascostamente, e conosciute anche, dopo la riuscita, riscotono l’applauso universale; i poverini quando sono alle strette, le adoprano in fretta, all’impazzata, senza garbo nè grazia. Di maniera che a uno che li veda ingegnarsi e arrabattarsi a quel modo, fanno pietà e movon le risa, e l’uomo che pretendono allora di mettere in mezzo, quantunque meno accorto di loro, scopre benissimo tutto il loro gioco, e da quegli artifizi ricava lume per sè, contro di loro. Perciò non si può mai abbastanza raccomandare a’ furbi di professione di conservar sempre il loro sangue freddo, o d’esser sempre i più forti, che è la più sicura. Renzo adunque, appena furono in istrada, cominciò a girar gli occhi in qua e in là, a sporgersi con la persona, a destra e a sinistra, a tender gli orecchi. Non c’era però concorso straordinario; e benchè sul viso di più d’un passeggiero si potesse legger facilmente un certo non so che di sedizioso, pure ognuno andava diritto per la sua strada; e sedizione propriamente detta, non c’era. “Giudizio, giudizio!” gli susurrava il notaio dietro le spalle: “il vostro onore; l’onore, figliuolo.” Ma quando Renzo, badando attentamente a tre che venivano con visi accesi, sentì che parlavan d’un forno, di farina nascosta, di giustizia, cominciò anche a far loro de’ cenni col viso, e a tossire in quel modo che indica tutt’altro che un raffreddore. Quelli guardarono più attentamente la comitiva, e si fermarono; con loro si fermarono altri che arrivavano; altri, che gli eran passati davanti, voltatisi al bisbiglìo, tornavano indietro, e facevan coda. “ Badate a voi; giudizio, figliuolo; peggio per voi vedete; non guastate i fatti vostri; l’onore, la riputazione, ” continuava a susurrare il notaio. Renzo faceva peggio. I birri, dopo essersi consultati con l’occhio, pensando di far bene (ognuno è soggetto a sbagliare), gli diedero una stretta di manichini. “Ahi! ahi! ahi!” grida il tormentato: al grido, la gente s’affolla intorno; n’accorre da ogni parte della strada: la comitiva si trova incagliata. “È un malvivente,” bisbigliava il notaio a quelli che gli erano a ridosso: “è un ladro colto sul fatto. Si ritirino, lascin passar la giustizia.” Ma Renzo, visto il bel momento, visti i birri diventar bianchi, o almeno pallidi, — se non m’aiuto ora, pensò, mio danno. — E subito alzò la voce: “figliuoli! mi menano in prigione, perchè ieri ho gridato: pane e giustizia. Non ho fatto nulla; son galantuomo: aiutatemi, non m’abbandonate, figliuoli!” Un mormorìo favorevole, voci più chiare di protezione s’alzano in risposta: i birri sul principio comandano, poi chiedono, poi pregano i più vicini d’andarsene, e di far largo: la folla in vece incalza e pigia sempre più. Quelli, vista la mala parata, lascian andare i manichini, e non si curan più d’altro che di perdersi nella folla, per uscirne inosservati. Il notaio desiderava ardentemente di far lo stesso; ma c’era de’ guai, per amor della cappa nera. Il pover’uomo, pallido e sbigottito, cercava di farsi piccino piccino, s’andava storcendo, per isgusciar fuor della folla; ma non poteva alzar gli occhi, che non se ne vedesse venti addosso. Studiava tutte le maniere di comparire un estraneo che, passando di lì a caso, si fosse trovato stretto nella calca, come una pagliucola nel ghiaccio; e riscontrandosi a viso a viso con uno che lo guardava fisso, con un cipiglio peggio degli altri, lui, composta la bocca al sorriso, con un suo fare sciocco, gli domandò: - cos’è stato? “Uh corvaccio!” rispose colui. “Corvaccio! corvaccio!” risonò all’intorno. Alle grida s’aggiunsero gli urtoni; di maniera che, in poco tempo, parte con le gambe proprie, parte con le gomita altrui, ottenne ciò che più gli premeva in quel momento, d’esser fuori di quel serra serra.
L’òst, a véder che la situazion la neva per le lònge, l’era nà arènt al Renzo e, domandàndoge con le bòne ai àutri de lagiàrlo star, i lo scorlava per en braz e ‘l provava a fàrge ‘ntènder e a convìnzerlo de nar a dormìr. Ma ‘l Renzo ‘l tornava sèmper da capo con la chestion del nom e cognom, e con i pefèi e i bòni fiòi. Però che parole, lèt e dormìr, ripetùde ‘nle só récle, a la fìn lé g’è nade ‘nla zucia; l’à scomenzià a sentìr el bisògn de poussàr e per n’àtimo l’era nù a èsser en pòc’ pù serén. Chel’àtimo che ‘n pòc’ i l’eva serenà, el giâ fat ciapìr che enten calche modo nó ‘l seva pù ‘ndo che l’era: come cando che rèsta ‘mpizzà sol l’ùltima ciandèla de ‘n luminàri e che la permét de véder tute le àutre che ormai le s’è smorzàde. Alor la vardà de fàrse fòrza: l’à slongià le man e i l’à pozàde su la tàula per aidàrse, l’à provà doi bòte a levar su, sospirant e sgiambirlàndo. Al tèrz bòt, con l’aiùt de l’òst l’è sta bòn a la fìn de méterse ‘n pè. L’òst, tegnèndol sèmper en pè, l’à aiutà ‘l Renzo a nir fòr da tra la bancia e la tàula. Po' l’à tòt na lanterna con na man e sostègnendol con l’àutra, l’è sta bon en calche modo a portàrlo, anzi a strozzegiàrlo vèrs la porta che neva su per le s-ciale. A sto punto, a sentìr el traboldéri dei àutri vantori che i lo saludava, el Renzo ‘l s’è voutà de cólp. Se l’òst nó ‘l fus sta pronto a tegnìrlo per en braz, ca ziravòuta la saròs deventada na bruta piciagnòla. Comunque, l’è sta bòn de ziràrse, e con el braz libero l’à scomenzià a far zèsti per aria per saludar, movèndo le man con mòti largi e desordenadi scasi come se ‘l volés disegnar per aria i grópi ‘ntortoladi de ‘n gróp de Salomone. “Vèi che nén entel lèt, entel lèt,” dis l’òst, strozzegiàndol; dopo avèrlo spenzù atravèrs la porta, con ancor pù fadìgia l’è sta bòn de fàrlo nar su per la s-cialéta e a la fìn portàrlo ‘nla ciàmera che ‘l geva destinà. Apena che l’à vist el lèt, el Renzo l’era contentón. L’à vardà l’òst con afèto, con doi ocléti che a momenti i sluséva a momenti i se smorzava come fus doi lusnèle. L’à provà a restar en pè su le giambe a stravèut e l’à slongià la man vèrs el mus de l’òst per fàrge en pizgotèl su la gòuta, per amicizia e per ringraziàrlo, ma nó l’è sta bòn. Però l’è sta bòn de dir “Brào òst! Adès vedi che ses en gialantòm: dàrge ‘n lèt a ‘n pòer putèl come mì l’è na bòna azion. Però ca storia del nòm e del cognòm, ca fegura che às fat prima, nó l’è stada da persona onesta. Per fortuna che ancià mì nó son pròpri ‘nzì malmadùr…” L’òst, sbalordì a véder che ‘l Renzo l’era ‘ncor bòn de ragionar si ben che l’era ‘mbriàc’, e segur, grazie a la só speriènza putòst lòngia, de cant che i ‘mbriaghéle i sia portàdi a cambiar idea ‘n prèssa, l’à dezìso de profitar de ca serenèla per provar ancora ‘n bòt a otègner le informazion che ‘l desiderava. Con en tono educà e calmante, ‘l giâ dit: “Caro putèl, varda che nó l’ài fat per savér i tó afàri. Che vòs fàrge po'? L’è la léze, ancia noi gen da ubidìr, se no sen i primi a pagiàrla ciara. L’è mèio contentàrli e… a la fìn che saràl po'? Engot de cissachè! Sol dir doi parole. Nó ‘l fón per lori, ma per fàrte ‘n piazér a tì. Dai valà, ‘ntrà de noi, en confidànza, fén fòr sta fazènda: dime come che te clàmes e… po' poderàstus nar a dormìr tranquilo.” El Renzo, però, l’à ciapì ‘l tài del prà, e ‘nrabià l’à sclamà: “Ah, brigante! ‘mbroión! Ancora ge das sora a sta storia maledéta del nòm, cognòm e mistér!” “Tasi valà, paiàzzo; vai entel lèt,” diseva l’òst. Ma ‘l Renzo, ‘l seghitava ancor pù fòrt: “ài ciapì: ses de ca crica ancia tì. Spèta, spèta che te cònzi mì per le fèste.” E voutàndo la testa vèrs la s-cialéta, el scomenziava a urlar ancor pù fòrt: “amìzi! l’òst l’è de la…” “Ài dit per schèrz,” ‘l giâ urlà sul mus l’òst, spintonàndol vèrs el lèt: “per schèrz; às ciapì no che parlavi per schèrz?” “Ah! per schèrz; adès pàrles ben. Cando che às dit per schèrz… l’è pròpri scherzi.” E po' l’è crodà a panza ‘nzó sul lèt. “Déhi mò; desvestìve, presto,” dis l’òst, e èstra al consili i l’à ancia aiutà, perchè ‘l ge neva pròpri de bisògn. Cando che ‘l Renzo ‘l s’à tirà fòr el giabàn (e ge n’à voléste), l’òst i l’à brancà sùbit, e l’à tastà con le man entorn a le s-ciarsèle per curiosar se ge fus calche sòldo. E vergot l’à trovà: savèndo che ‘l dì dré ‘l Renzo l’averòs dovèst far i conti con tut’àutra zènt, e che chei soldi i saròs nadi ‘n man a calchedun che n’òst nó i l’averòs pù visti, l’à dezìso de farli sòi prima che ‘l fus massa tardi. El dis: “Voi séo en bòn putèl, en gialantòm, èl vera no?” “Bòn putèl, gialantòm,” giâ respondù ‘l Renzo che ‘ntant el feva litegiar i dédi coi botóni dei drapi che nó l’era ancor sta bòn de tòrse fòr. “Benón,” à ripetù l’òst: “pagiàme adès chel pòc’ de dèbit che geo, perché mì doman cògni partìr bonora che giâi afari…” “Chesto le zùsto,” dis el Renzo. “Son furbo, ma da gialantòm… Ma i soldi? Nàr a zerciàr i soldi adés!” “Vardàli cì,” dis l’òst: e metèndo ‘nsèma tuta la só pràtigia, tuta la só pasiènza, tuta la só malìzia, l’è sta bòn de fàrge ‘l cont al Renzo e de tégnerse i soldi per pagiament. “Tòi òst, dame na man valà, che pòdia ruàr de spoiàrme,” dis el Renzo. “El vedi ben ancia mì vèh, che giâi adòs na gran sòn.” L’òst l’à aidà ‘l Renzo come che ‘l geva domandà, el giâ tirà su la cuèrta adòs e con en tono da vilan, el giâ dat la bòna nòt, ma chelìo zamài el ronzegiava. Po' tirà da chel’istinto che a bòte ‘l ne porta a fermàrne su chel che ne da fastìdi tanto cant su chel che ne plàs – forse per el desidèri de ciapìr mèio chel che ne tócia – l’è restà ìo a vardàr chel vantor enzì fastidios. L’à auzzà la lum vèrs el só mus e con na man, l’à fat en modo che la luze i lo ‘nluminas mèio con en zèst compagn a chel de la Psiche cando che ‘nle piture, la spia con la lanterna ‘l vis del só òm che nó la cognosseva nancia. Enla so testa l’òst l’à maledì ‘l Renzo e ‘l pensava: “Dugo che nó sés àuter! Te la sés pròpri zerciada. Vederàstus doman che bela speriènza che faràstus. Zènt ignorànta, che la pretènt de viazàr per el mondo senza nancia savér da che banda che leva ‘l sol, per po' nar enle rògne e dar fastìdi ancia ai àutri.” Dopo che l’à dit e pensà ste ròbe, l’òst l’à sbassà la lum, e ‘l sé né nà, l’è nà fòr da la ciàmera e l’à serà la porta con la clào. Su le s-ciale l’à clamà la só spósa e ‘l giâ dit de dìrge a la serva che la ge tèndia ai pòpi, e che la vàgia zó ela ‘n cosìna al só posto. “Cògni nar a ciàusa de ‘n furèst che l’è ciapità cì nó se sa come, per scarògna,” e ‘l giâ contà tuta la storia fastidiosa. Po' ‘l giâ dit come avertiment: “Stai atènta a tut, e spezialment varda de èsser prudènta, ente na zornàda maledéta come chesta. Zó ‘n l’ostarìa gen en ròz de linzére che, ‘ntrà ‘l béver e le bulàde, i ne ‘n dis de tuti i colori. Comunque, se calche ardito…” “Oh! nó son mìgia na pòpa, sai ben ancia mì chel che ge vòl far. Enfìn adès me par che nó se pòdia dìrlo…” “Bòn bòn va ben; e varda che i pàgia; e tute che zàcole che i fa sul vicari del panàdec’ e ‘l govenator e ’l Ferrer e i consiliéri e i cavaliéri e Spagna e Franza e àutre batoclade, fai a finta de nó sentìr; perché se i contradìges, la pòl méterse mal sùbit; e se ge das reson, la pòl nar mal enten doman: e sàs ancia tì che, a bòte, chei che parla enten modo pù sfazzà… Ensoma, cando che sèntes zèrte ròbe, zìrete da l’àutra e dì: “Arìvi!, come se calchedun t’avés clamà da n’àutra banda. Varderài de nir de vòuta pù prést che l’è possìbol.” Dit enzì, i è nadi zó ‘nsèma ‘n cosìna, l’à dat n’oclada ‘n ziro, per véder se gera calche vergot de importante; l’à tòt zó dal tacapàni ‘l ciapèl, e la mantèla, la tòt en bastón da ‘n cianton, po' oclàndo la spósa ‘l giâ ripetù le istruzion che ‘l geva zà dat e l’è partì. Ma, zà ‘ntel far ste ròbe, ‘l se ripeteva chel ragionament che l’eva ‘mplantà ìo cando che l’era vizìn al lèt del pòer Renzo e ‘l seghitava a sgrandìrlo ‘ntant che ‘l ciaminava per la strada. — Testàrt de ‘n contadìn! — Che, per tant che ‘l Renzo l’avés volèst tègnerlo scònt, sta calità i la feva véder sol a vardàrlo, ente le parole, entela pronunzia, entel vestìr e ‘ntel far. — Ente na zornada come chesta con tanta prudenza èri sta bòn de cavàrmela senza rògne; e pròpri a la fìn géves da arivar tì a rovinàrme su tut. Come se a Milan manciàs le ostarìe, géves pròpri da ciapitàr enla mia! E se almen fùstus arivà tì sol. Averòssi podèst seràr n’òcel per stasera e magiari doman t’averòssi fat ciapìr la situazion. Ma no naturalment! Sés arivà en compagnìa e per de pù con en poliziòt, tanto per complicar ancor de pù le ròbe! A ogni pas, l’òst l’ancrosava zènt che ciaminava da só pòsta, o ‘n doi, o ‘n grupo, tute le parlava sota ós. Pròpri cando che l’era dré a far i só pensieri, l’à vist arivar na patùlia de soldadi. El s’è tirà da na banda per lagiàrli passar, i l’à vardàdi con la cóa de l’òcel e l’à tornà a pensar ‘ntrà de el: — Vàrdei ìo, chei che tègn la zènt a stròpa. E tì stùpido, sol perché às vist en pòc’ de zènt en ziro a far bacàn, às credèst che ‘l mondo ‘l fus dré a cambiar. E con sta bela idea te ses rovinà tì e voléves rovinarme ancia mì, che nó l’è pròpri zusta. Mì ài fat de tut per salvàrte, e tì testón, en cambi, scasi scasi mandàves en malóra la mé ostarìa. Ma adès cogneràstus cavàrtela da tó pòsta: mì penserài per mì. Come se mì avessite volèst savér el tó nòm per la mé curiosità! Che me ‘nteressa mì po', se te clàmes Taddeo o Bartolomeo? Nó l’è zèrto bel per mì méterme a scrìver! Ma nó seo migia sol voi che vòl far le ròbe a modo so. El sai ben ancia mì che le lezi nó i le rispèta: bela nòva che vèn a dirme ‘n contadìn! Ma tì nó sas che i pefèi contra i òsti enveze i se fa valér, eccome! E pretèndes de ziràr per el mondo e de parlar, ma nó sas che, se vòs far come che vòs tì, e fregàrten de le lézi, la prima regola l’è parlàrnen con tanta prudènza. E sas, stupidón, chel che suzét a ‘n pòer òst che la pensa come tì e nó ‘l domanda ‘l nòm a cì che vèn dént enla locanda? Eco chel che dis la léze: “Chiunque non rispetti quest’obbligo sarà punito con una multa di trecento scudi.” Zèrto, come se mì giavéssite treizènto scudi da petàr via! E come se nó ‘l fus assà, “ la somma sarà divisa in due parti: due terzi alla regia Camera e il restante a chi farà la denuncia...” ” che bèl prèmi! E se nó se pòl pagiàrlo, “ la pena sarà di cinque anni di galera, o un’altra punizione, pecuniaria o corporale, a discrezione di Sua Eccellenza ”. Grazie tante per tuta sta zenerosità! — A ste parole, l’òst l’era su la sòlia del palàz de zustìzia. Enchel pòsto, come ‘n tuti i ufìzi del goèrno, gera na grant azitazion. Dapertut se laurava per preparar le azion nezessàrie a mantègner l’ordine del dì dré, a fàrge passar la vòia a calunque che giavés abù l’intenzion de provocar àutri gazèri e a rinforzar chei che era abituadi a manezàr la fòrza publica. Se à aumentà el numer de soldadi metùdi a protézer la ciasa del vicari; le strade che arivava ìo tute blocade con travi e sbaramenti fati de ciari. È sta ordenà a tuti i panetéri de laorar de sèito per far tant pan, e mandà staféte entei paesi vizìni per far arivar scòrte de gran en zità. A ogni pistorìa g’è sta assegnà dei nobili che, zà da la doman bonora, i averòs tendù a l’assegnazion del pan e mantegnù la calma tra ‘l pòpol con la só aotorità e con parole tranquile. Però, per méter dausìn le segurtà con n’azion pù dezìsa e spaventar ancia la minima solevazion, s’à dezìso ancia de méter en preson arcanti de chei che eva partezipà al rafanas. Sta incombènza la ge spetava perlopù al capetano de zustìzia, che zèrto nó ‘l geva simpatìa per chei che era pù s-ciaudàdi, avèndo ‘ncor na bènda con aca medicada su la ferìda che ‘l geva su la testa, ségn del tumulto. Le só spìe le era stade mandàde ‘n ziro fin dal prinzìpi de la solevazion. E soratut chel tale che s’era presentà col nòm de Ambrogio Fusella che nó l’era àuter che ‘n poliziòt che ‘nzun cognosséva, mandà ‘ntorna propri per scoprìr calche testaciàuda, narge dré e méterlo ‘n preson el pù prest possìbol, magiàri de nòt o se no ‘l dì dré, cando che la situazion la se fus calmada. Dopo che l’eva scoutà pòce parole del Renzo, el poliziòt i l’eva pesà sùbit, l’era ‘l bersàlio perfèt: en malmadur che eva parlà massa, sichè bastava pòc’ a ‘ncolpàrlo. Peràuter, essèndose acòrt che ‘l Renzo l’era ‘n furèst e nó ‘l cognosséva ben la zità, l’eva provà a portàrlo sùbit en preson con en tranèl, fasèndo finta de aidàrlo. Però, era nà tut a mónt come che se à vist. Comunque l’era sta bòn a portàrse via la notìzia segura che ge ocoreva: el só nòm, el cognòm e da ‘ndo che nidéva ‘l Renzo, e per de pù tante àutre conclusion su de el. Enzì, cando che l’òst l’è arivà a riferìr chel che ‘l seva del Renzo, i ufiziài i seva zà tut. Nà dént ente la solita ciàmera per testimoniar, l’òst l’à contà come ‘n furèst el fus arivà ‘nla só locanda e ‘l se fus refudà de dir el só nòm. “Eo fat ben a far el vòs dovér e a avisar la zustìzia;” dis un de chei zùdizi, pozàndo sul scritòri la pena, “ma ‘l séven zà.” — Bel secrèt! — pensava l’òst: — nó ocor èsser sienziati! — “E sen nudi a savér ancia chel benedét nòm,” à dit ancor el zùdize. — Diàolo! Ancia ‘l nòm, come averài fat po'? — el pensava l’òst sto bòt. “Ma voi” dis ancor chel’àuter, con en mus serio, “voi nó diséo tut chel che seo, sclèt.” “Che voléo che ve dìgia po' de pù?” “Ah! ah! noi sen de segur che chelìo l’à portà ‘nla vòssa ostarìa ancia pan robà, e ròbà con la fòrza, per via de saco e de solevazion.” “Ariva un con na michéta ‘n s-ciarsèla; e me ‘mmazini ancia da ‘ndo che ‘l vègnia. Però, parlàndo come fùssite dré a morìr, pòdi dir de nó avèrge vist àuter che chel panét sol.” “Ma sì; sèmper a portàr fòra, voiàutri, sèmper difènder: se den fé a voiàutri, i è tuti brava zènt. Ma come féo po' a dir che chel panét i l’à comprà coi só soldi?” “Ma che ge n’ampòdite po' mì? Mì nó giâi nè art né part: mì fón l’òst.” “Nó podéo però negiàr che ‘l vòs vantór nó l’àbia bù ‘l coràzo de proferìr parole ofensìve contra le lézi, e de far ati bruti e scandalosi contra ‘l stèma de só Ecelènza.” “Ma, per piazér, ‘l me sèntia, vossiorìa: come fal po' a èsser me vantór, se l’è ‘l prim bòt che ‘l vedi? Parlando con riguardo, cissà che diaul che l’è sta a fàrlo ciapitàr enla me locanda. E po', se ‘l cognossésite, vossiorìa la ciapirà ben che nó averòssi bù bisògn de domadàrge ‘l só nòm.” Però, ‘nla vòssa ostarìa, e sota i vòssi òcli, è sta pronunzià parole de fòc’: parole sfazzade, parlade da ribèli, reclami, vèrsi e zìgi. “Ma come fal po' a pretènder vossiorìa, che mì pòdia abadar ai spropòsiti che pòl dir tante testeciàude che parla tute ‘nsèma? Mì cògni tènderge ai me mistéri, perchè mì son en pover òm. E po', vossiorìa, seo ben che cì che giâ la lénga lòngia, de sòlit l’è ancia lèst a passar dal dit al fat, spezialment cando che l’è ‘n compagnìa, e… ” “Sì, sì; lagiàli far e dir: doman, doman, vederéo che ge passerà ben i ciaprìzzi. Che credéo po'?” “Mì nó credi ‘ngot no.” “Che ca zentàia la sia deventada la padrona de Milan?” “Oh zusto!” “Vederéo, vederéo.” “Ciapìssi benón: el re ‘l resterà sèmper el re; ma cì che à zapà le pache dopo ‘l se le tègn: e naturalment en pòer pare de famìlia nó ‘l pòl perméterse de zapàrle. Voi siori podéo far tut e tócia voiàutri farla fòr.” “Géo ancor tanta zènt enla locanda?” “Tut plén.” “E chel vantór che fal po'? sèghitel a sblagàrla, a stizzegiar la zènt, a preparar tumulti per doman?” “Chel furèst, la vorà dir vossiorìa, l’è nà ‘ntel lèt.” “Sichè géo tanta zènt… Basta; vardà de nó lagiàrlo s-ciampar.” — Giaveràite da far el sbìr mì? — el pensava l’òst; ma nó l’à dit né sì né no. “Tornà pur a vòssa ciasa; e vardà de avér prudènza, dis chel zùdize.” “Mì ài sèmper bù prudenza. Vossiorìa la pòl ben dir se mì ài mai dat da far a la zustìzia.” “E nó ste créder che la zustìzia l’abia perdù la só forza.” “Mì? per piazér! Mì nó credi ‘ngot no: mì vardi de far el me mistér.” “Sì, sì, la sòlita storia: nó geo mai àuter da dir.” “Che dìrve po' àuter? La verità l’è sol una.” “Bòn, bòn; per entant tegnìn cont de chel che eo deponèst; se sarà ‘l caso, informeréo pù bèn la zustìzia, su chel che i poderà domandàrve.” “Che g’àite da ‘nformar po' mì? mì nó sai engot no; giâi zust la testa da vardàr i me afari.” “Vardà de nó lagiàrlo partìr.” “Speri che ‘l lustrìssim sior capetano i lo saverà che son nù sùbit a far el me dovér. Con tut el me rispèt vossiorìa.” Cando che levava ‘l sol, el Renzo ‘l ronzegiàva da almen sèt ore, e l’era ancor, porét! sul pù bel, cando che doi colpi séci ‘ntei brazzi e na osàzza da zó ‘n font al lèt che la ge zigiava “Lorenzo Tramaglino!” i l’à fat fòr da la sòn. El s’è ‘nzigerà, l’à tirà ‘ndré i brazzi e l’à daverzù i òcli a stènto; l’à vist su drìt en pè zó ‘n font al lèt, n’òm vestì de néger, e doi soldadi, un de cà e un de là del lèt. E, ntrà la maravéa, e ‘l nó èsser dal tut desdromenzà, e ‘l mal de testa per el vin che l’eva beù, l’è restà ìo per n’àtimo ‘nciantà; e credèndo de ‘nsoniàrse, e nó plasèndoge chel’ansògni, ‘l se storzéva, come per desdromenzàrse ben. “Ah! alor ve clamào Lorenzo Tramaglino?” à dit chel’òm da la mantèla négra, chel zùdize medésem de la sera prima. “Dai mò dai alora; levà su e nidé con noi.” “Lorenzo Tramaglino!” dis el Renzo Tramaglino: “Che vòl dir po' chesto? Che voléo po' da mì? Cì èl sta po' a dìrve ‘l me nòm?” “Pòce zàcole, e fé prést,” dis un de chei sbìri che era ìo de flànc’, zapàndoge el braz de nòu. “Ohe! Che èl po' sta angiarìa?” à urlà ‘l Renzo, tiràndose ‘ndré ‘l braz. “Òst! oh òst!” “G’énte da portàrlo via ‘n ciamìsa da nòt?” dis ancor chel sbìr, voutàndose vèrs el zùdize. “Eo ciapì?” dis chesto al Renzo: “Vardà che ve portàn via ‘n ciamìsa vèh, se nó levào su sùbit e nidéo con noi.” “E perché po'?” à domandà ‘l Renzo. “El perché i ve lo dirà ‘l sior capetano de zustìzia.” “Mì? Mì son da gialantòm: nó ài fat engot; e me fón maravéa…” “Mèio per voi, mèio per voi; con doi parole ve la saréo cavada, e poderéo nàrven per i vòssi afari.” “Lagiàme nar adès alor,” dis el Renzo: “mì nó giâi a che far con la zustìzia.” “Bòn, bòn, dai, ruàla cì adès!” dis un de chei sbìri. “El portànte via ‘nzì dalbòn?” dis chel’àuter. “Lorenzo Tramaglino!” dis el zùdize. “Come féo po' a savér el me nòm, vossiorìa?” “Fé ‘l vòs dovér,” dis el zùdize a chei doi sbìri, e chesti i giâ metù sùbit le man adòs al Renzo, per tiràrlo fòr dal lèt. “Ehi, ehi! Nó sté tociàrme vèh no, che mì son da gialantòm, e che…! Son bòn de vestìrme da me pòsta.” “Alor vestìve sùbit,” dis el zùdize. “Me vestìssi,” à respondù ‘l Renzo; e l’à scomenzià a raspàr su i só dràpi sparpaiàdi sul lèt come fus sta chel che restava de ‘n faliment. Entant che ‘l scomenziava a métersei el diséva: “Ma mì nó vòi nar dal capetano de zustìzia. Nó giâi da che far mì con sto cì. Vist che mé féo sto dispèt che nó mé mèriti, vòi che me portàgeo dal Ferrer. El el cognossi e sai che l’è n’òm onèst e che l’è ‘n dèbit con mì.” “Sì, sì, putèl, vé porterén dal Ferrer,” - à respondù ‘l notaio. Ente n’àutra situazion, l’averòs grignà, ma pròpri de gusto, de na richiesta ‘nzì; ma nó l’era ‘l moment de grignar. Zà ‘ntel nìr l’eva vist per le strade ‘n zèrto moviment, che nó se podéva dir se l’era chel che restava de la solevazion ancor da smorzàr zó dal tut, o se ‘n scomenziava via n’àutra: g’era zènt che nidéva fòr da tute le man, sclapi che se giatava ‘nsèma a zacolàr. El notaio, pur senza dar ente l’òcel ‘l feva tanto de récle per scoutàr chel che i diseva, e ge ‘mpareva che ‘l regolèri ‘l fus dré a aumentar. Per chesto ‘l voleva spessegiar, ma ‘ntel stes tèmp el preferìva portàr via ‘l Renzo senza bègie, perché, se la situazion la fus nada per el pézi, na bòta nudi fòr per la strada nó l’era segur de portàrsela fòr con dré sol tréi òumni contra na fóla. E alor el ge feva oclade ai sbìri perche i stes calmi e che nó i fés enrabiar ancor de pù ‘l putèl, entant el vardava de convìnzerlo a nàrge drè con parole dólze. Con tut chesto ‘l Renzo, intant che ‘l se vestìva con calma, el provava a ricordàrse chel che era suzèst el dì prima. El seva ‘ntaià che ‘l problema el geva da èsser ligià al só nòm e a le lézi, ma come diàulo fével po' chel notaio a savér el só nòm. E che era suzèst po' ca nòt, che la zustìzia la s’è presentada per tòrlo con tanta segurezza? El dì prima el e àutri putèi i era ‘n piazza a reclamar e nó l’era possìbol che adès i fus stadi tuti ‘ndormenzadi, ancia perché el stes el sentiva ‘l gazèr che cresséva per le strade. Osservàndo ‘l mus del notaio, el Renzo l’à podèst véder benón che l’òm l’era ‘ntel dubi e nó l’era bòn de scònderlo. Alor, sia per véder se chel che ‘l pensava l’era zust, ma ancia per pèrder pù tèmp e provar a voutàr la situazion a só favor, el dis: “Ài ciapì che la ciàusa de tut chesto l’è ‘l me nòm e cognòm. Ieri sera, l’è vera, èri ‘n pòc’ aléger: sti òsti a bòte i giâ zèrti vinèi che tradìs… e po' se sa ben che cando che ‘l vin l’às mandà zó, dopo l’è chel che parla. Ma se l’è tut cì sono pronto a dar tute le spiegiazion che ‘l vòl. Tanto, ormai el me nòm el séo zà. Ma cì diàolo ve l’à dit po'?” “Brào, brào, putèl!” à respondù ‘l notaio, tut manierós: “vedi che ‘n ge néo dénter; e, credéme a mì che son del mistér, voi séo pù furbo de tanti àutri. L’è ‘l modo miór per nìrnen fòra prést e ben: con sto bòn caràter, con doi parole sèo a pòsto e i ve làgia lìbero. Ma mì, vedé putèl, giâi le man ligiade, nó pòdi lagiàrve nar adès cì, come che voròssi. Dai valà, fé prést e nidè senza aver paura; cando che i vederà cì che séo, e po' mì dirài… Lagiàme far a mì… Bòn; fé prést dai.” El Renzo ‘l giâ respondù: “Ah! Ài ciapì, voi nó podéo dìrmel.” E po' la seghità a vestìrse con calma e ogni tant el paràva via a zèsti i sbìri che i ge metéva le man adòs perchè ‘l fés prést. “Passànte da la piaza del dòm?” el giâ domandà po' al notaio. “Da chela che voléo; da la pù curta, che ‘nzì podéo èsser lìbero pù ‘mprèssa,” el dis el notaio che ‘ntant ge brigolava ‘l figià per cognér lagiàr pèrder la domanda, ‘n pòc’ stramba, del Renzo, domanda che l’averòs podèst deventàr el punto de partenza per àutre zènto ‘ntorogatòri pù permenùdi. — Cando che un el nas disgrazià!” — el pensava. — “Vàrda cì, g’è un che no ‘l vét l’ora de parlar; basteròs sol en pòc’ de calma e con na bela zacolada da amìzi, se ge faròs confessàr tut senza bisògn de tante torture. El porteròssi ‘n preson zà bel e che ‘nterogà, senza nancia che ‘l se nascòrzia! E ‘nveze pròpri ‘n tipo ‘nzì ‘l me deve ciapitàr enten momént enzì complicà.” E ‘l seghitava a pensàrge su tegnèndo le récle davèrte e petàndo la testa ‘ndré: “Nó g’è ‘ngot da far, la zornàda la ris-za de èsser ancia pézi de chela da ieri.” Chel che g’eva fat nìr sto pensiér l’era sta ‘n gran colp che nó ‘l se spetava e che nidéva da la strada. Nó l’è sta bòn de resìster a la curiosità e l’à daverzù i scuri per dar n’oclada. L’à vist en grupo de zitadini che, dopo che i eva zapà l’ordine de sfantàrse fat da na patùlia de soldadi, prima i eva respondù a male parole, e a la fìn i se separava brontolànt. Chel che al notaio g’è parèst el ségn pù brut l’è sta che i soldadi i se féva véder pù educadi del sòlit. L’à serà i scuri e l’è restà per n’àtimo entel dubi: gével da nar avanti e portar en preson el Renzo o lagiàrlo ‘n man de chei doi sbìri e córer dal capetano de zustìzia per avisarlo de la situazion. Ma sùbit l’à pensà: “Se ‘l fon, i me dirà che son un bòn da ‘ngot, en spavènt, e i me dirà che averòssi dovèst obedìr ai órdeni. Ormai sen sul bal e ge vòl balar.” E tut trìst, l’à pensà a la fìn: “Maledéta la prèssa! Maledét sto mistér!” El Renzo l’era levà; con chei doi zendàrmi ai flànci. El notaio la fat ségn a chesti de nó sforzàr massa, e po' ‘l giâ dit al Renzo: “da brào, pòpo; dehi movéve.” Ancia ‘l Renzo ‘l sentìva, ‘l vedéva e ‘l pensava. Ormai l’era vestì dal tut, men che ‘l giabàn che ‘l tegnìva con na man, e fuziàndo con l’àutra enle s-ciarsèle. “Ohe!” ‘l dis, vardàndo ‘l notaio, con en vis che voleva dir tut: “cì g’era soldi e na lìtera. Caro sior!” “I ve lo darà tut enfìn ente ‘n soldo,” dis el notaio, “apena che en finì con ste pòce ciàrte. Dai che nén, nén.” “No, no, no,” dis el Renzo, scorlando la testa: “chesta nó la me va: mì vòi la me ròba, caro sior. Farai i conti con le me azion; ma mì vòi la me ròba.” “Vòi fàrve véder che me fìdi de voi: tegnì cì, e fé prést,” dis el notaio, tiràndo fòr da la sbòza e consegnàndoge, con en sospìr, al Renzo chel che i eva sequestrà. E ‘l Renzo metèndosele via la só pòsto, ‘l mormorava ‘ntrà i dènti: “stéme lontani! usadi coi ladri, eo emparà ‘l mistér.” I sbìri nó i ge n’ampodeva pù, però ‘l notaio a forza de oclade i li tegnìva frenadi, e ‘ntan el pensava ‘ntrà de el: — se arìves a méter pè dénter ca sòlia, giâs da pagiàrla con l’interès, ma ciàra vèh. — Entant che ‘l Renzo ‘l se metéva ‘l giabàn e ‘l se togéva ‘l ciapèl, el notaio l’à fat ségn a un de chei zendàrmi, che ‘l se ‘nviàs zó per le s-ciale; dré ‘l giâ mandà ‘l presonér, e po' dopo l’àuter sòzi; po' ‘l s’è movèst ancia el. En cosìna che i è stadi, entant che ‘l Renzo ‘l diséva: “e sto òst benedét, ‘ndo s’èl scondù po'?” el notaio ‘l giâ fat fat n’àuter ségn ai sbìri; chesti i l’à zapà una da na banda e l’àuter da l’àutra e ‘n prèssa ‘n prèssa i giâ ligià i polsi con zèrte arzàre che i clama “manichini”, en nòm belìn però per vergot de ben pù doloros. Sti argàgni i era fati con na cordesèla lòngia pòc’ pù del ziro de ‘n póls normale, con doi legnòti dale bande, come doi stangéte. La cordesèla i la plegiava ‘ntorna ai polsi del presonér, e i legnòti passadi tra i dédi del sbìr i restava seràdi dént entel só pugn; ente sto modo, ziràndoi, el zendàrmo ‘l podéva strénzer el stràngol come che ‘l voléva, per blocar el presonér, ma ancia per fàrge mal, tant mal se fus sta nezessari. E per far tut ancor pù utile, la corda l’era tuta fata a gropi, che i aumentava ‘l tormént se ‘l presonér nó ‘l feva chel che ocoréva. El Renzo ‘l speadava zigiàndo: “Ma che ingiàn èl po' chesto? A ‘n gialantòm…!” Ma ‘l notaio che l’era usà a aver pronta la scusa per ogni situazion bruta, el vardava de calmarlo e ‘l diseva: “Portà pasiènza, i fa sol el só dovér. Che voléo fàrge po'? L’è tut ròbe che cognen far per forza; ancia noi nó podén tratar la zènt come che voròssen. Se nó ubidìssente ai órdeni che ancia noi en zapà, saròssen el le rogne ancor de pù de voi. Sichè vardà de avér pasiènza.” Entant che ‘l parlava, i doi zendàrmi che i geva da far el só dovér, i giâ dat na ziràda ai legnòti. El Renzo ‘l s’è calmà, come ‘n ciavàl col morbìn che ‘l sènt strénzerse ‘l mòrs, e l’à sclamà: “passiènza!” “Brào putèl!” dis el notaio: “chesto l’è ‘l modo pù zust per nìrnen fòr ben. Che voléo po'? l’è na seciàda, el védi ben ancia mì; ma se ve comportào ben, enten momento ve ‘n seo liberà. E zà che vedi che séo ben propènso, e mì me sènti de aidàrve chel che pòdi, vòi dàrve ancia n’àuter consìli per el vòs ben. Credéme a mì che son aspèrto de ste ròbe: né via drìt drìt, senza vardàr encà e ‘nlà senza dar en l’òcel: enzì ‘nzun el se nascòrz de voi, enzun sa chel che g’è; e voi resteréo col vòs onór. Da cì a n‘ora voi seo lìbero: ge tant de chel da far, che i g’averà prèssa ancia lori de ruàrla su: e po' parlerài mì… Ve ‘n naréo per i vòssi afari; e ‘nzun saverà che séo sta enle man de la zustìzia. E voiàutri,” voutàndose vèrs i sbìri, con en mus serio: “vardà de nó fàrge mal, perché chesto ‘l protézi mì: el vòs dovér geo da fàrlo, ma ricordàve che l’è ’n gialantòm, en brào putèl, che da cì a pèz el sarà lìbero; e che ‘l cògn tègner da man el só onór. Ciaminà enten modo che ‘nzun se n’anvédia de ‘ngot: come fùsseo trei gialantòmni che va a spas.” E po', con en tòno de comàndo, auzzàndo le zìlie el dis: “Né sén ciapìdi.” Po' voutàndose vèrs el Renzo, con en vis men sèrio, anzi sgrignolènt, che ‘mpareva che ‘l volés dir: oh noi sì che sén amìzi!, el giâ dit sotaós de nòu: “vé racomandi fé zudìzi, fé come che ve dìgi mì: né avanti drìt e calmo; fidàve de cì che vé vòl ben: déhi che nén.” E ‘l ròz el s’è ‘nvià. El Renzo nó l’à credèst a na parola sola de tante de bèle che ‘l sentiva; nó ‘l credéva de segur che chel notaio el ge volés pù ben a el che ai sbìri, e nancia che ‘l fus preocupà per la só reputazion, e men che men che ‘l volés aiutarlo. L’eva ciapì benón che chel’òm, sicome ‘l geva paura che per la strada podés presentàrse l’ocasion bòna per s-ciampar, el provava a desviàrlo con che parole per encriciàrge de star atènto cando che se fus presentà chel’ocasion. Enzì tute che bele parole nó le à fat àuter che convìnzerlo ancor de pù a comportàrse a la revèrsa de chel che i ge diseva de far. Nó ge vòl pensar che ‘l notaio ‘l fus n’ambrioión redicoióni, en prinzipiante, perché ‘l saròs n’erór. L’era pròpri ‘l contràri, l’era ‘n furbàzzo, come che dis chel che lo descrìo, che ‘mpar adiritura che ‘l sia sta ‘ntel sclàp dei só sòzi: ma ‘nchel moment ìo l’era pròpri azità e se ‘l fus sta sol en mìgol pù fino, l’averòs grignà fòra cì che avés provà a convìnzer n’àuter a far vergot che ge portàs dan per sé, dàndoge consìli con le bòne, da amìzi e senza interès. Ma l’è ‘n caràter che giâ tuta la zènt che, cando che i è azitadi e preocupadi e i vét chel che poròs far calchedun per aidàrli a nìrnen fòra, i se ‘mponta a domandàrge aiut con tute le scuse possìbili. Ancia i embroióni pù furbi, cando che i è sota pression, a la fìn, i cròda ént ente sta tràpola. E per chesto ente ste situazion i fa pò na fegura da pantalóni. Che bèle malìzie che con chéle i è usadi a star sora come l’òio, e che de sòlit i dòpra con en bòn èsit, e che per lori le è ancia deventade scasi na ròba naturale, le funziona se le è fate con calma e cràiz, tanto che le risulta fate ‘nzì ben che ‘nzun se nascòrz e le è prezzade da tuti. Cando che i embroióni ‘nveze i è a le strénte i fa le ròbe con l’azitazion e l’ansia, en prèssa senza pensàrge su, senza furbìzia, en modo tale che le pèrt el só scòpo e i deventa adiritura redìcoi. En modo che, un che li vedés enzignàrse e sforzàrse ‘nca maniera, i vèn a fàr pecià o adiritura i vèn grignadi fòra e perfìn ca persona che i pretènt de ‘mbroiar, pur essèndo men furba de lori, l’è bòna de ciapìr el só scopo e i lo dopra per so vantàzi. Per chesto, ‘l consìlio miór per cì che fa de la malìzia ‘l só mistér, l’è de mantègner sèmper la calma opur de èsser sèmper el pù fòrt, perché chesta l’è la strada pù segura. Apena che ‘l Renzo l’era per la strada, l’à scomenzià a vardàrse ‘ntorna de cà e de là, a slongiàr el còl da na banda e da l’àutra a star con le récle su drìte. Però de zènt nó ge n’era pù che tanta, e ancia se sul mus de calchedun se podéva véder en zèrto malumór e ancia azitazion, tuti i néva per la só strada senza dar en ségn de volér ribelàrse. El notaio el seghitava a mormoràr dré la s-cena del Renzo per tègnerlo calmo: “Sté atènto putèl, fé zudìzi! Pensà al vòs onór, a la vòssa reputazion.” Ma ‘l Renzo avèndo vist trei òumni che ge nideva ‘ncontra e che i ge ‘mpareva azitadi e che i parlava de na pistorìa, de farina scondùda e de zustìzia, l’à scomenzià a dar oclade e a tossìr ancia fòrt per mandàrge segnài a chesti, perché i lo vàrdàs e i vedés la so situazion. Chei trei nascorzèndose de chel grupét, i s’è fermadi, e con lori s’è fermà ancia àutri che passava da chela. Zèrti che era zà passà, sentù chel mormòrio che cresséva, i è tornadi ‘ndré per ciapìr ben chel che suzzedéva. El notaio, sèmper pù procupà, el sconzurava ‘l Renzo: “Sté atènto! Pézi per voi se ve metéo enle rògne. Nó sté a magnàrve ‘l crèdit!” però ‘l Renzo el feva ancor pèzo e ‘nzì aumentava ancia i curiosi. Alor i sbìri pensàndo de far ben (ma i se sbagliava), i giâ strucià ancor de pù i pólsi con chei legnòti per tégnerlo a rédena. “Ahi! ahi! ahi!” à zigià chel tormentà: a sentìr sto zìc’, la zènt la g’è nuda tuta ‘ntorna; e da ogni banda de la strada tanti d’àutri i corìva tuti ìo: sichè ‘l drapèl el s’è ‘mpegolà. “L’è ‘n brigante,” el diséva sota ós el notaio a chei che g’era ìo vizìn: “l’è ‘n làder brancà sul fato. Tiràve ‘ndré, i làgîa passar la zustìzia.” Ma ‘l Renzo, vist che la se metéva benón, e vist i zendàrmi deventar bianci come le pèzze, — l’à pensà, se nó me aiùti adès, me dan. — E sùbit l’à urlà fòrt: “putèi! i me porta ‘n preson, perché ieri ài zigià: pan e zustìzia. Nó ài fat engot; sono en gialantòm: aiutàme, nó ste a arbandonàrme, putèi!” S’è levà en risposta ‘n zacolò, tante ós de protezion e i sbìri su le prime i comandava, po' i domandava, po' i ‘mpregiava i pù vizìni a nàrsen e a tiràrse ‘ndré: ma la fóla ‘nveze la se féva sót e la spenzéva sèmper de pù. I zendàrmi vist la malparada i à molà i legnòti e i à vardà de confónderse trà chel regolèri per podér s-ciampar senza dar en l’òcel. El notaio nó ‘l voléva àuter che far compagn, però nó ‘l podéva per via de la só mantèla negra che tuti i cognosséva. Chel pover’òm, bròldo e sbalordì, el vardava de fàrse pìzzol pù che ‘l podéva, e ‘l se storzéva come na vèrza per s-ciampar fòr da la fóla; e nó ‘l podèva auzzàr i òcli perché ‘l se ‘n vedéva àutri vìnti adòs a el. El studiava tute le maniere per ensomiàrge a un nozènt, che passàndo ìo per caso ‘l se fus trovà strucià ‘nca moltitudine come na paiòla ‘ntela glàz; e po' vardàndose entei òcli con un che lo fissava, e che ‘l geva ‘l zéfo pézi dei àutri, pròpri el, con en risolìn e con en far da siòco, ‘l giâ domandà: - che g’è sta pò? “Grolàz!” el giâ respondù chelìo. “Grolàz! grolàz!” s’è sentù ìo ‘ntorn. Ai zìgi i giâ tacià spintóni, en modo che, enten pòc’ tèmp, en pòc’ con le só giambe, e ‘n pòc’ a sgombetade, l’è sta bòn de far chel che ge preméva de pù de tut enchel moment, portàrse fòra da chel rafanas.
“Scappa, scappa, galantuomo: lì c’è un convento, ecco là una chiesa; di qui, di là,” si grida a Renzo da ogni parte. In quanto allo scappare, pensate se aveva bisogno di consigli. Fin dal primo momento che gli era balenato in mente una speranza d’uscir da quell’unghie, aveva cominciato a fare i suoi conti, e stabilito, se questo gli riusciva, d’andare senza fermarsi, fin che non fosse fuori, non solo della città, ma del ducato. — Perchè, — aveva pensato, — il mio nome l’hanno su’ loro libracci, in qualunque maniera l’abbiano avuto; e col nome e cognome, mi vengono a prendere quando vogliono. — E in quanto a un asilo, non vi si sarebbe cacciato che quando avesse avuto i birri alle spalle. — Perchè, se posso essere uccel di bosco, — aveva anche pensato, — non voglio diventare uccel di gabbia. — Aveva dunque disegnato per suo rifugio quel paese nel territorio di Bergamo, dov’era accasato quel suo cugino Bortolo, se ve ne rammentate, che più volte l’aveva invitato a andar là. Ma trovar la strada, lì stava il male. Lasciato in una parte sconosciuta d’una città si può dire sconosciuta, Renzo non sapeva neppure da che porta s’uscisse per andare a Bergamo; e quando l’avesse saputo, non sapeva poi andare alla porta. Fu lì lì per farsi insegnar la strada da qualcheduno de’ suoi liberatori; ma siccome nel poco tempo che aveva avuto per meditare su’ casi suoi, gli eran passate per la mente certe idee su quello spadaio così obbligante, padre di quattro figliuoli, così, a buon conto, non volle manifestare i suoi disegni a una gran brigata, dove ce ne poteva essere qualche altro di quel conio; e risolvette subito d’allontanarsi in fretta di lì: che la strada se la farebbe poi insegnare, in luogo dove nessuno sapesse chi era, nè il perchè la domandasse. Disse a’ suoi liberatori: “grazie tante, figliuoli: siate benedetti, ” e, uscendo per il largo che gli fu fatto immediatamente, prese la rincorsa, e via; dentro per un vicolo, giù per una stradetta, galoppò un pezzo, senza saper dove. Quando gli parve d’essersi allontanato abbastanza, rallentò il passo, per non dar sospetto; e cominciò a guardare in qua e in là, per isceglier la persona a cui far la sua domanda, una faccia che ispirasse confidenza. Ma anche qui c’era dell’imbroglio. La domanda per sè era sospetta; il tempo stringeva; i birri, appena liberati da quel piccolo intoppo, dovevan senza dubbio essersi rimessi in traccia del loro fuggitivo; la voce di quella fuga poteva essere arrivata fin là; e in tali strette, Renzo dovette fare forse dieci giudizi fisionomici, prima di trovar la figura che gli paresse a proposito. Quel grassotto, che stava ritto sulla soglia della sua bottega, a gambe larghe, con le mani di dietro, con la pancia in fuori, col mento in aria, dal quale pendeva una gran pappagorgia, e che, non avendo altro che fare, andava alternativamente sollevando sulla punta de’ piedi la sua massa tremolante, e lasciandola ricadere sui calcagni, aveva un viso di cicalone curioso, che, in vece di dar delle risposte, avrebbe fatto delle interrogazioni. Quell’altro che veniva innanzi, con gli occhi fissi, e col labbro in fuori, non che insegnar presto e bene la strada a un altro, appena pareva conoscer la sua. Quel ragazzotto, che, a dire il vero, mostrava d’esser molto sveglio, mostrava però d’essere anche più malizioso; e probabilmente avrebbe avuto un gusto matto a far andare un povero contadino dalla parte opposta a quella che desiderava. Tant’è vero che all’uomo impicciato, quasi ogni cosa è un nuovo impiccio! Visto finalmente uno che veniva in fretta, pensò che questo, avendo probabilmente qualche affare pressante, gli risponderebbe subito, senz’altre chiacchiere; e sentendolo parlar da sè, giudicò che dovesse essere un uomo sincero. Gli s’accostò, e disse: “di grazia, quel signore, da che parte si va per andare a Bergamo?” “Per andare a Bergamo? Da porta orientale.” “Grazie tante; e per andare a porta orientale?” “Prendete questa strada a mancina; vi troverete sulla piazza del duomo; poi...” “Basta, signore; il resto lo so. Dio gliene renda merito.” E diviato s’incamminò dalla parte che gli era stata indicata. L’altro gli guardò dietro un momento, e, accozzando nel suo pensiero quella maniera di camminare con la domanda, disse tra sè: — o n’ha fatta una, o qualcheduno la vuol fare a lui. — Renzo arriva sulla piazza del duomo; l’attraversa, passa accanto a un mucchio di cenere e di carboni spenti, e riconosce gli avanzi del falò di cui era stato spettatore il giorno avanti; costeggia gli scalini del duomo, rivede il forno delle grucce, mezzo smantellato, e guardato da soldati; e tira diritto per la strada da cui era venuto insieme con la folla; arriva al convento de’ cappuccini; dà un’occhiata a quella piazza e alla porta della chiesa, e dice tra sè, sospirando: — m’aveva però dato un buon parere quel frate di ieri: che stessi in chiesa a aspettare, e a fare un po’ di bene. — Qui, essendosi fermato un momento a guardare attentamente alla porta per cui doveva passare, e vedendovi, così da lontano, molta gente a guardia, e avendo la fantasia un po’ riscaldata (bisogna compatirlo; aveva i suoi motivi), provò una certa ripugnanza ad affrontare quel passo. Si trovava così a mano un luogo d’asilo, e dove, con quella lettera, sarebbe ben raccomandato; fu tentato fortemente d’entrarvi. Ma, subito ripreso animo, pensò: — uccel di bosco, fin che si può. Chi mi conosce? Di ragione, i birri non si saran fatti in pezzi, per andarmi ad aspettare a tutte le porte. — Si voltò, per vedere se mai venissero da quella parte: non vide nè quelli, nè altri che paressero occuparsi di lui. Va innanzi; rallenta quelle gambe benedette, che volevan sempre correre, mentre conveniva soltanto camminare; e adagio adagio, fischiando in semitono, arriva alla porta. C’era, proprio sul passo, un mucchio di gabellini, e, per rinforzo, anche de’ micheletti spagnoli; ma stavan tutti attenti verso il di fuori, per non lasciare entrar di quelli che, alla notizia d’una sommossa, v’accorrono, come i corvi al campo dove è stata data battaglia; di maniera che Renzo, con un’aria indifferente, con gli occhi bassi, e con un andare così tra il viandante e uno che vada a spasso, uscì, senza che nessuno gli dicesse nulla; ma il cuore di dentro faceva un gran battere. Vedendo a diritta una viottola, entrò in quella, per evitare la strada maestra; e camminò un pezzo prima di voltarsi neppure indietro. Cammina, cammina; trova cascine, trova villaggi, tira innanzi senza domandarne il nome; è certo d’allontanarsi da Milano, spera d’andar verso Bergamo; questo gli basta per ora. Ogni tanto, si voltava indietro; ogni tanto, andava anche guardando e strofinando or l’uno or l’altro polso, ancora un po’ indolenziti, e segnati in giro d’una striscia rosseggiante, vestigio della cordicella. I suoi pensieri erano, come ognuno può immaginarsi, un guazzabuglio di pentimenti, d’inquietudini, di rabbie, di tenerezze; era uno studio faticoso di raccapezzare le cose dette e fatte la sera avanti, di scoprir la parte segreta della sua dolorosa storia, e sopra tutto come avean potuto risapere il suo nome. I suoi sospetti cadevan naturalmente sullo spadaio, al quale si rammentava bene d’averlo spiattellato. E ripensando alla maniera con cui gliel aveva cavato di bocca, e a tutto il fare di colui, e a tutte quell’esibizioni che riuscivan sempre a voler saper qualcosa, il sospetto diveniva quasi certezza. Se non che si rammentava poi anche, in confuso, d’aver, dopo la partenza dello spadaio, continuato a cicalare; con chi, indovinala grillo; di cosa, la memoria, per quanto venisse esaminata, non lo sapeva dire: non sapeva dir altro che d’essersi in quel tempo trovata fuor di casa. Il poverino si smarriva in quella ricerca: era come un uomo che ha sottoscritti molti fogli bianchi, e gli ha affidati a uno che credeva il fior de’ galantuomini; e scoprendolo poi un imbroglione, vorrebbe conoscere lo stato de’ suoi affari: che conoscere? è un caos. Un altro studio penoso era quello di far sull’avvenire un disegno che gli potesse piacere: quelli che non erano in aria, eran tutti malinconici. Ma ben presto, lo studio più penoso fu quello di trovar la strada. Dopo aver camminato un pezzo, si può dire, alla ventura, vide che da sè non ne poteva uscire. Provava bensì una certa ripugnanza a metter fuori quella parola Bergamo, come se avesse un non so che di sospetto, di sfacciato; ma non si poteva far di meno. Risolvette dunque di rivolgersi, come aveva fatto in Milano, al primo viandante la cui fisonomia gli andasse a genio; e così fece. “Siete fuor di strada,” gli rispose questo; e, pensatoci un poco, parte con parole, parte co’ cenni, gl’indicò il giro che doveva fare, per rimettersi sulla strada maestra. Renzo lo ringraziò, fece le viste di far come gli era stato detto, prese in fatti da quella parte, con intenzione però d’avvicinarsi bensì a quella benedetta strada maestra, di non perderla di vista, di costeggiarla più che fosse possibile; ma senza mettervi piede. Il disegno era più facile da concepirsi che da eseguirsi. La conclusione fu che, andando così da destra a sinistra, e, come si dice, a zig zag, parte seguendo l’altre indicazioni che si faceva coraggio a pescar qua e là, parte correggendole secondo i suoi lumi, e adattandole al suo intento, parte lasciandosi guidar dalle strade in cui si trovava incamminato, il nostro fuggitivo aveva fatte forse dodici miglia, che non era distante da Milano più di sei; e in quanto a Bergamo, era molto se non se n’era allontanato. Cominciò a persuadersi che, anche in quella maniera, non se n’usciva a bene; e pensò a trovar qualche altro ripiego. Quello che gli venne in mente, fu di scovar, con qualche astuzia, il nome di qualche paese vicino al confine, e al quale si potesse andare per istrade comunali: e domandando di quello, si farebbe insegnar la strada, senza seminar qua e là quella domanda di Bergamo, che gli pareva puzzar tanto di fuga, di sfratto, di criminale. Mentre cerca la maniera di pescar tutte quelle notizie, senza dar sospetto, vede pendere una frasca da una casuccia solitaria, fuori d’un paesello. Da qualche tempo, sentiva anche crescere il bisogno di ristorar le sue forze; pensò che lì sarebbe il luogo di fare i due servizi in una volta; entrò. Non c’era che una vecchia, con la rocca al fianco, e col fuso in mano. Chiese un boccone; gli fu offerto un po’ di stracchino e del vin buono: accettò lo stracchino, del vino la ringraziò (gli era venuto in odio, per quello scherzo che gli aveva fatto la sera avanti); e si mise a sedere, pregando la donna che facesse presto. Questa, in un momento, ebbe messo in tavola; e subito dopo cominciò a tempestare il suo ospite di domande, e sul suo essere, e sui gran fatti di Milano: chè la voce n’era arrivata fin là. Renzo, non solo seppe schermirsi dalle domande, con molta disinvoltura; ma, approfittandosi della difficoltà medesima, fece servire al suo intento la curiosità della vecchia, che gli domandava dove fosse incamminato. “Devo andare in molti luoghi,” rispose: “e, se trovo un ritaglio di tempo, vorrei anche passare un momento da quel paese, piuttosto grosso, sulla strada di Bergamo, vicino al confine, però nello stato di Milano... Come si chiama?” — Qualcheduno ce ne sarà, — pensava intanto tra sè. - Gorgonzola, volete dire, - rispose la vecchia. “Gorgonzola!” ripetè Renzo, quasi per mettersi meglio in mente la parola. “È molto lontano di qui?” riprese poi. “Non lo so precisamente: saranno dieci, saranno dodici miglia. Se ci fosse qualcheduno de’ miei figliuoli, ve lo saprebbe dire.” “E credete che ci si possa andare per queste belle viottole, senza prender la strada maestra? dove c’è una polvere, una polvere! Tanto tempo che non piove!” “A me mi par di sì: potete domandare nel primo paese che troverete andando a diritta.” E glielo nominò. “Va bene;” disse Renzo; s’alzò, prese un pezzo di pane che gli era avanzato della magra colazione, un pane ben diverso da quello che aveva trovato, il giorno avanti, appiè della croce di san Dionigi; pagò il conto, uscì, e prese a diritta. E, per non ve l’allungar più del bisogno, col nome di Gorgonzola in bocca, di paese in paese, ci arrivò, un’ora circa prima di sera. Già cammin facendo, aveva disegnato di far lì un’altra fermatina, per fare un pasto un po’ più sostanzioso. Il corpo avrebbe anche gradito un po’ di letto; ma prima che contentarlo in questo, Renzo l’avrebbe lasciato cader rifinito sulla strada. Il suo proposito era d’informarsi all’osteria, della distanza dell’Adda, di cavar destramente notizia di qualche traversa che mettesse là, e di rincamminarsi da quella parte, subito dopo essersi rinfrescato. Nato e cresciuto alla seconda sorgente, per dir così, di quel fiume, aveva sentito dir più volte, che, a un certo punto, e per un certo tratto, esso faceva confine tra lo stato milanese e il veneto: del punto e del tratto non aveva un’idea precisa; ma, allora come allora, l’affar più urgente era di passarlo, dovunque si fosse. Se non gli riusciva in quel giorno, era risoluto di camminare fin che l’ora e la lena glielo permettessero: e d’aspettar poi l’alba, in un campo, in un deserto; dove piacesse a Dio; pur che non fosse un’osteria. Fatti alcuni passi in Gorgonzola, vide un’insegna, entrò; e all’oste, che gli venne incontro, chiese un boccone, e una mezzetta di vino: le miglia di più, e il tempo gli avevan fatto passare quell’odio così estremo e fanatico. “Vi prego di far presto,” soggiunse: “perchè ho bisogno di rimettermi subito in istrada.” E questo lo disse, non solo perchè era vero, ma anche per paura che l’oste, immaginandosi che volesse dormir lì, non gli uscisse fuori a domandar del nome e del cognome, e donde veniva, e per che negozio... Alla larga! L’oste rispose a Renzo, che sarebbe servito; e questo si mise a sedere in fondo della tavola, vicino all’uscio: il posto de’ vergognosi. C’erano in quella stanza alcuni sfaccendati del paese, i quali, dopo aver discusse e commentate le gran notizie di Milano del giorno avanti, si struggevano di sapere un poco come fosse andata anche in quel giorno; tanto più che quelle prime eran più atte a stuzzicar la curiosità, che a soddisfarla: una sollevazione, nè soggiogata nè vittoriosa, sospesa più che terminata dalla notte; una cosa tronca, la fine d’un atto piuttosto che d’un dramma. Un di coloro si staccò dalla brigata, s’accostò al soprarrivato, e gli domandò se veniva da Milano. “Io?” disse Renzo sorpreso, per prender tempo a rispondere. “Voi, se la domanda è lecita.” Renzo, tentennando il capo, stringendo le labbra, e facendone uscire un suono inarticolato, disse: - Milano, da quel che ho sentito dire... non dev’essere un luogo da andarci in questi momenti, meno che per una gran necessità. “Continua dunque anche oggi il fracasso?” domandò, con più istanza, il curioso. “Bisognerebbe esser là, per saperlo,” disse Renzo. “Ma voi, non venite da Milano?” “Vengo da Liscate,” rispose lesto il giovine, che intanto aveva pensata la sua risposta. Ne veniva in fatti, a rigor di termini, perchè c’era passato; e il nome l’aveva saputo, a un certo punto della strada, da un viandante che gli aveva indicato quel paese come il primo che doveva attraversare, per arrivare a Gorgonzola. “Oh!” disse l’amico; come se volesse dire: faresti meglio a venir da Milano, ma pazienza. “E a Liscate,” soggiunse, “non si sapeva niente di Milano?” “Potrebb’essere benissimo che qualcheduno là sapesse qualche cosa,” rispose il montanaro: “ma io non ho sentito dir nulla.” E queste parole le proferì in quella maniera particolare che par che voglia dire: ho finito. Il curioso ritornò al suo posto; e, un momento dopo, l’oste venne a mettere in tavola. “Quanto c’è di qui all’Adda?” gli disse Renzo, mezzo tra’ denti, con un fare da addormentato, che gli abbiam visto qualche altra volta. “All’Adda, per passare?” disse l’oste. “Cioè... sì... all’Adda.” “Volete passare dal ponte di Cassano, o sulla chiatta di Canonica?” “Dove si sia... Domando così per curiosità.” “Eh, volevo dire, perchè quelli sono i luoghi dove passano i galantuomini, la gente che può dar conto di sè.” “Va bene: e quanto c’è?” “Fate conto che, tanto a un luogo, come all’altro, poco più, poco meno, ci sarà sei miglia.” “Sei miglia! non credevo tanto,” disse Renzo. “E già,” riprese poi, con un'aria d'indifferenza, portata fino all'affettazione: “e già, chi avesse bisogno di prendere una scorciatoia, ci saranno altri luoghi da poter passare?” “Ce n’è sicuro,” rispose l’oste, ficcandogli in viso due occhi pieni d’una curiosità maliziosa. Bastò questo per far morir tra’ denti al giovine l’altre domande che aveva preparate. Si tirò davanti il piatto; e guardando la mezzetta che l’oste aveva posata, insieme con quello, sulla tavola, disse: “il vino è sincero?” “Come l’oro,” disse l’oste: “domandatene pure a tutta la gente del paese e del contorno, che se n’intende: e poi, lo sentirete,” E così dicendo, tornò verso la brigata. — Maledetti gli osti! — esclamò Renzo tra sè: — più ne conosco, peggio li trovo. — Non ostante, si mise a mangiare con grand’appetito, stando, nello stesso tempo, in orecchi, senza che paresse suo fatto, per veder di scoprir paese, di rilevare come si pensasse colà sul grand’avvenimento nel quale egli aveva avuta non piccola parte, e d’osservare specialmente se, tra que’ parlatori, ci fosse qualche galantuomo, a cui un povero figliuolo potesse fidarsi di domandar la strada, senza timore d’esser messo alle strette, e forzato a ciarlare de’ fatti suoi. “Ma!” diceva uno: “questa volta par proprio che i milanesi abbian voluto far davvero. Basta; domani al più tardi, si saprà qualcosa.” “Mi pento di non esser andato a Milano stamattina,” diceva un altro. “Se vai domani, vengo anch’io,” disse un terzo; poi un altro, poi un altro. “Quel che vorrei sapere,” riprese il primo, “è se que’ signori di Milano penseranno anche alla povera gente di campagna, o se faranno far la legge buona solamente per loro. Sapete come sono eh? Cittadini superbi, tutto per loro: gli altri, come se non ci fossero.” “La bocca l’abbiamo anche noi, sia per mangiare, sia per dir la nostra ragione,” disse un altro, con voce tanto più modesta, quanto più la proposizione era avanzata: “e quando la cosa sia incamminata...” Ma credette meglio di non finir la frase. “Del grano nascosto, non ce n’è solamente in Milano,” cominciava un altro, con un’aria cupa e maliziosa; quando sentono avvicinarsi un cavallo. Corron tutti all’uscio; e, riconosciuto colui che arrivava, gli vanno incontro. Era un mercante di Milano, che, andando più volte l’anno a Bergamo, per i suoi traffichi, era solito passar la notte in quell’osteria; e siccome ci trovava quasi sempre la stessa compagnia, li conosceva tutti. Gli s’affollano intorno; uno prende la briglia, un altro la staffa. “Ben arrivato, ben arrivato!” “Ben trovati.” “Avete fatto buon viaggio?” “Bonissimo; e voi altri, come state?” “Bene, bene. Che nuove ci portate di Milano?” “Ah! ecco quelli delle novità,” disse il mercante, smontando, e lasciando il cavallo in mano d’un garzone. “E poi, e poi,” continuò, entrando con la compagnia, “a quest’ora le saprete forse meglio di me.” “Non sappiamo nulla, davvero,” disse più d’uno, mettendosi la mano al petto. “Possibile?” disse il mercante. “Dunque ne sentirete delle belle... o delle brutte. Ehi, oste, il mio letto solito è in libertà? Bene: un bicchier di vino, e il mio solito boccone, subito; perchè voglio andare a letto presto, per partir presto domattina, e arrivare a Bergamo per l’ora del desinare. “E voi altri,” continuò, mettendosi a sedere, dalla parte opposta a quella dove stava Renzo, zitto e attento, “voi altri non sapete di tutte quelle diavolerie di ieri?” “Di ieri sì.” “Vedete dunque,” riprese il mercante, “se le sapete le novità. Lo dicevo io che, stando qui sempre di guardia, per frugar quelli che passano...” “Ma oggi, com’è andata oggi?” “Ah oggi. Non sapete niente d’oggi?” “Niente affatto: non è passato nessuno.” “Dunque lasciatemi bagnar le labbra; e poi vi dirò le cose d’oggi. Sentirete.” Empì il bicchiere, lo prese con una mano, poi con le prime due dita dell’altra sollevò i baffi, poi si lisciò la barba, bevette, e riprese: “oggi, amici cari, ci mancò poco, che non fosse una giornata brusca come ieri, o peggio. E non mi par quasi vero d’esser qui a chiacchierar con voi altri; perchè avevo già messo da parte ogni pensiero di viaggio, per restare a guardar la mia povera bottega.” “Che diavolo c’era?” disse uno degli ascoltanti. “Proprio il diavolo: sentirete.” E trinciando la pietanza che gli era stata messa davanti, e poi mangiando, continuò il suo racconto. I compagni, ritti di qua e di là della tavola, lo stavano a sentire, con la bocca aperta; Renzo, al suo posto, senza che paresse suo fatto, stava attento, forse più di tutti, masticando adagio adagio gli ultimi suoi bocconi. “Stamattina dunque que’ birboni che ieri avevano fatto quel chiasso orrendo, si trovarono a’ posti convenuti (già c’era un’intelligenza: tutte cose preparate); si riunirono, e ricominciarono quella bella storia di girare di strada in strada, gridando per tirar altra gente. Sapete che è come quando si spazza, con riverenza parlando, la casa; il mucchio del sudiciume ingrossa quanto più va avanti. Quando parve loro d’esser gente abbastanza, s’avviarono verso la casa del signor vicario di provvisione; come se non bastassero le tirannie che gli hanno fatte ieri: a un signore di quella sorte! oh che birboni! E la roba che dicevan contro di lui! Tutte invenzioni: un signor dabbene, puntuale; e io lo posso dire, che son tutto di casa, e lo servo di panno per le livree della servitù. S’incamminaron dunque verso quella casa: bisognava veder che canaglia, che facce: figuratevi che son passati davanti alla mia bottega: facce che... i giudei della Via Crucis non ci son per nulla. E le cose che uscivan da quelle bocche! da turarsene gli orecchi, se non fosse stato che non tornava conto di farsi scorgere. Andavan dunque con la buona intenzione di dare il sacco; ma...” E qui, alzata in aria, e stesa la mano sinistra, si mise la punta del pollice alla punta del naso. “Ma?” dissero forse tutti gli ascoltatori. “Ma,” continuò il mercante, “trovaron la strada chiusa con travi e con carri, e, dietro quella barricata, una bella fila di micheletti, con gli archibusi spianati, per riceverli come si meritavano. Quando videro questo bell’apparato... Cosa avreste fatto voi altri?” “Tornare indietro.” “Sicuro; e così fecero. Ma vedete un poco se non era il demonio che li portava. Son lì sul Cordusio, vedon lì quel forno che fin da ieri, avevan voluto saccheggiare; e cosa si faceva in quella bottega? si distribuiva il pane agli avventori; c’era de’ cavalieri, e fior di cavalieri, a invigilare che tutto andasse bene; e costoro (avevano il diavolo addosso vi dico, e poi c’era chi gli aizzava), costoro, dentro come disperati; piglia tu, che piglio anch’io: in un batter d’occhio, cavalieri, fornai, avventori, pani, banco, panche, madie, casse, sacchi, frulloni, crusca, farina, pasta, tutto sottosopra.” “E i micheletti?” “I micheletti avevan la casa del vicario da guardare: non si può cantare e portar la croce. Fu in un batter d’occhio, vi dico: piglia piglia; tutto ciò che c’era buono a qualcosa, fu preso. E poi torna in campo quel bel ritrovato di ieri, di portare il resto sulla piazza, e di farne una fiammata. E già cominciavano, i manigoldi, a tirar fuori roba; quando uno più manigoldo degli altri, indovinate un po’ con che bella proposta venne fuori.” “Con che cosa?” “Di fare un mucchio di tutto nella bottega, e di dar fuoco al mucchio e alla casa insieme. Detto fatto...” “Ci han dato fuoco?” “Aspettate. Un galantuomo del vicinato ebbe un’ispirazione dal cielo. Corse su nelle stanze, cercò d’un Crocifisso, lo trovò, l’attaccò all’archetto d’una finestra, prese da capo d’un letto due candele benedette, le accese, e le mise sul davanzale, a destra e a sinistra del Crocifisso. La gente guarda in su. In un Milano, bisogna dirla, c’è ancora del timor di Dio; tutti tornarono in sè. La più parte, voglio dire; c’era bensì de’ diavoli che, per rubare, avrebbero dato fuoco anche al paradiso; ma visto che la gente non era del loro parere, dovettero smettere, e star cheti. Indovinate ora chi arrivò all’improvviso. Tutti i monsignori del duomo, in processione, a croce alzata, in abito corale; e monsignor Mazenta, arciprete, comincio a predicare da una parte, e monsignor Settala, penitenziere, da un’altra, e gli altri anche loro: ma, brava gente! ma cosa volete fare? ma è questo l’esempio che date a’ vostri figliuoli? ma tornate a casa; ma non sapete che il pane è a buon mercato, più di prima? ma andate a vedere, che c’è l’avviso sulle cantonate. “Era vero?” “Diavolo! Volete che i monsignori del duomo venissero in cappa magna a dir delle fandonie?” “E la gente cosa fece?” “A poco a poco se n’andarono; corsero alle cantonate; e, chi sapeva leggere, la c’era proprio la meta. Indovinate un poco: un pane d’ott’once, per un soldo.” “Che bazza!” “La vigna è bella; pur che la duri. Sapete quanta farina hanno mandata a male, tra ieri e stamattina? Da mantenerne il ducato per due mesi.” “E per fuori di Milano, non s’è fatta nessuna legge buona?” “Quel che s’è fatto per Milano, è tutto a spese della città. Non so che vi dire: per voi altri sarà quel che Dio vorrà. A buon conto, i fracassi son finiti. Non v’ho detto tutto; ora viene il buono.” “Cosa c’è ancora?” “C’è che, ier sera o stamattina che sia, ne sono stati agguantati molti; e subito s’è saputo che i capi saranno impiccati. Appena cominciò a spargersi questa voce, ognuno andava a casa per la più corta, per non arrischiare d’esser nel numero. Milano, quand’io ne sono uscito, pareva un convento di frati.” “Gl’impiccheranno poi davvero?” “Eccome! e presto,” rispose il mercante. “E la gente cosa farà?” domandò ancora colui che aveva fatta l’altra domanda. “La gente? anderà a vedere,” disse il mercante. “Avevan tanta voglia di veder morire un cristiano all’aria aperta, che volevano, birboni! far la festa al signor vicario di provvisione. In vece sua, avranno quattro tristi, serviti con tutte le formalità, accompagnati da’ cappuccini, e da’ confratelli della buona morte; e gente che se l’è meritato. È una provvidenza, vedete; era una cosa necessaria. Cominciavan già a prender il vizio d’entrar nelle botteghe, e di servirsi, senza metter mano alla borsa; se li lasciavan fare, dopo il pane sarebbero venuti al vino, e così di mano in mano... Pensate se coloro volevano smettere, di loro spontanea volontà, una usanza così comoda. E vi so dir io che, per un galantuomo che ha bottega aperta, era un pensier poco allegro.” “Davvero,” disse uno degli ascoltatori. “Davvero,” ripeteron gli altri, a una voce. “E,” continuò il mercante, asciugandosi la barba col tovagliolo, “l’era ordita da un pezzo: c’era una lega, sapete?” “C’era una lega?” “C’era una lega. Tutte cabale ordite da’ navarrini, da quel cardinale là di Francia, sapete chi voglio dire, che ha un certo nome mezzo turco, e che ogni giorno ne pensa una, per far qualche dispetto alla corona di Spagna. Ma sopra tutto, tende a far qualche tiro a Milano; perchè vede bene, il furbo, che qui sta la forza del re.” “Già.” “Ne volete una prova? Chi ha fatto il più gran chiasso, eran forestieri; andavano in giro facce, che in Milano non s’eran mai vedute. Anzi mi dimenticavo di dirvene una che m’è stata data per certa. La giustizia aveva acchiappato uno in un’osteria...” Renzo, il quale non perdeva un ette di quel discorso, al tocco di questa corda, si sentì venir freddo, e diede un guizzo, prima che potesse pensare a contenersi. Nessuno però se n’avvide; e il dicitore, senza interrompere il filo del racconto, seguitò: “uno che non si sa bene ancora da che parte fosse venuto, da chi fosse mandato, nè che razza d’uomo si fosse; ma certo era uno de’ capi. Già ieri, nel forte del baccano, aveva fatto il diavolo; e poi, non contento di questo, s’era messo a predicare, e a proporre, così una galanteria, che s’ammazzassero tutti i signori. Birbante! Chi farebbe viver la povera gente, quando i signori fossero ammazzati? La giustizia, che l’aveva appostato, gli mise l’unghie addosso; gli trovarono un fascio di lettere; e lo menavano in gabbia; ma che? i suoi compagni, che facevan la ronda intorno all’osteria, vennero in gran numero, e lo liberarono, il manigoldo.” “E cosa n’è stato? “Non si sa; sarà scappato, o sarà nascosto in Milano: son gente che non ha nè casa nè tetto, e trovan per tutto da alloggiare e da rintanarsi: però finchè il diavolo può, e vuole aiutarli: ci dan poi dentro quando meno se lo pensano; perchè, quando la pera è matura, convien che caschi. Per ora si sa di sicuro che le lettere son rimaste in mano della giustizia, e che c’è descritta tutta la cabala; e si dice che n’anderà di mezzo molta gente. Peggio per loro; che hanno messo a soqquadro mezzo Milano, e volevano anche far peggio. Dicono che i fornai son birboni. Lo so anch’io; ma bisogna impiccarli per via di giustizia. C’è del grano nascosto. Chi non lo sa? Ma tocca a chi comanda a tener buone spie, e andarlo a disotterrare, e mandare anche gl’incettatori a dar calci all’aria, in compagnia de’ fornai. E se chi comanda non fa nulla, tocca alla città a ricorrere; e se non danno retta alla prima, ricorrere ancora; chè a forza di ricorrere s’ottiene; e non metter su un’usanza così scellerata d’entrar nelle botteghe e né fondachi, a prender la roba a man salva.” A Renzo quel poco mangiare era andato in tanto veleno. Gli pareva mill’anni d’esser fuori e lontano da quell’osteria, da quel paese; e più di dieci volte aveva detto a sè stesso: andiamo, andiamo. Ma quella paura di dar sospetto, cresciuta allora oltremodo, e fatta tiranna di tutti i suoi pensieri, l’aveva tenuto sempre inchiodato sulla panca. In quella perplessità, pensò che il ciarlone doveva poi finire di parlar di lui; e concluse tra sè, di moversi, appena sentisse attaccare qualche altro discorso. “E per questo,” disse uno della brigata, “io che so come vanno queste faccende, e che ne’ tumulti i galantuomini non ci stanno bene, non mi son lasciato vincere dalla curiosità, e son rimasto a casa mia.” “E io, mi son mosso?” disse un altro. “Io?” soggiunse un terzo: “se per caso mi fossi trovato in Milano, avrei lasciato imperfetto qualunque affare, e sarei tornato subito a casa mia. Ho moglie e figliuoli; e poi, dico la verità, i baccani non mi piacciono.” A questo punto, l’oste, ch’era stato anche lui a sentire, andò verso l’altra cima della tavola, per veder cosa faceva quel forestiero. Renzo colse l’occasione, chiamò l’oste con un cenno, gli chiese il conto, lo saldò senza tirare, quantunque l’acque fossero molto basse; e, senza far altri discorsi, andò diritto all’uscio, passò la soglia, e, a guida della Provvidenza, s’incamminò dalla parte opposta a quella per cui era venuto.
“S-ciampa, s-ciampa, putèl: vàrda ìo, g’è ‘n convènt, ìo g’è na glésia; da chesta, da chela,” i ge zigiava al Renzo da tute le bande. Cant al s-ciampar emmazinàve voi se ‘l geva bisògn de consìli. Enfìn da prinzìpi, da cando che l’eva ciapì che ‘l podéva liberàrse da che sgrìnfe, l’eva zà prozetà la so fùgia e se la ge fus nada ben nó ‘l se saròs fermà enfìn che nó ‘l fus sta, no sol fòr da la zità, ma ancia da la contea. — Perchè, — ‘l geva pensà — ‘l me nòm i lo giâ sui só librazi, en calunque modo i l’aves abù; e col nòm e ‘l cognòm i pòl nir a tòrme cando che i vòl. — E cant a nar ente na glésia o ‘nten convènt el saròs nà sol se l’avés abù i zendàrmi dré la s-cena. — Perchè, se pòdi èsser auzzèl de bos-c’, — l’eva ancia pensà, — non vòi deventar auzzèl de giàbia. — Sichè l’eva prozetà, per èsser al segur, de nar enchel paés del teritòri de Bergamo endo che s’era ‘nciasà chel só cusìn, el Bortol, se ve recordào, che pù de ‘n bòt i l’eva ‘nvidà a nar ìo. Però ‘l problèma l’era trovar la strada. Lagià ìo ente ‘nposto che nó ‘l cognosséva de na zità che, se pòl dìrlo, nó ‘l cognosséva ancor de men, el Renzo nó ‘l seva nancia da che porta nàrsen per arivar a Bergamo; e ancia cando che i l’avés savèst nó ‘l saròs sta bòn de arivar a ca porta. L’è sta ìo ìo per fàrse ‘nsegnar la strada da calchedun de chei che l’eva liberà, ma sicome ‘ntel pòc’ tèmp che l’eva bù per pensàrge su ai só casi, g’era passà per la testa zèrte idee su chel ferar enzì manierós con càter fiòi da mantègner che ‘l s’era fat véder enzì educà con el, e per nó savér né lézer né scrìver, l’à pensà de nó fidarse de ‘nzun de ca marmàia, endo che podeva èsserge dént calchedun àuter de ca risma ìo; e l’à dezìso alor de slontanàrse pù prést che ‘n prèssa da ìo e de domandàr informazión enten pòsto ‘ndo che ‘nzun podéva savér cì che l’era e ‘l perché ‘l fes ca domanda. L’à ringrazià tuti chei che l’eva aiutà: “grazie tante, putèi: che ‘l Sioredio ‘l ve benedìssia” e, per la strada che geva fat sùbit la fóla, ‘l s’è metù a córer senza savér endo che ‘l neva, ént per vìcoi e stradèle enfìn che g’è parèst de èsser lontan assà. Alor l’è nà pù plan per nó far véder che ‘l s-ciampava e l’à scomenzià a oservar con atenzion le persone che ‘l geva ‘ntorn, en zércia de calchedun che a vardàrlo ‘l dés crèdit e se podés fidàrse per domandàrge informazion. Però ancia chesto l’è deventà ‘n problèma. La só domanda la podéva ‘nsospetìr calunque, e tèmp ge n’era pòc’. I sbìri, embòt che i se fus liberadi da chel rafanàs, i saròs tornadi sùbit a destanàrlo e po' ancia perché la ós de la só fùgia la podéva zà èsser arivada ancia ìo. Per chesto l’à cognèst consideràr ben almen dés persone prima de dizìderse a cì che domandàr. L’à s-ciartà en tripòta, che l’era postà su la sòlia de la só botégia con le giambe làrge, le man dré la s-cena, la só panza ‘n fòra, col barbizòl per aria da ‘ndo che ge crodàva zó gran bàrboi e che se dindolava sui pèi, però l’ampareva pù ‘nteresà a scuriosar che a risponder. L’à s-civà ancia n’òm che ‘mpareva pèrs, coi òcli fissi e ‘l làver en fòra, ma nancia a chesto nó se podéva domandàrge la strada perche forse ‘l seva malament la soa. L’eva vist ancia ‘n gaburo che a dir la verità ge ‘mparéva che ‘l fus desdromenzà, ma ‘l geva paura che nó ‘l fus massa malizios e che ‘l podés gòderse a mandàr en pòr contadìn da la banda sbagliada. L’è pròpri vera che a chel’òm engiartià, scasi tute le ròbe le deventa n’àutra rògna! A la fìn, l’à vist n’òm che ciaminava ‘n prèssa avèndo calche afare importante: l’à pensà: “Se chesto ‘l giâ prèssa ‘l me risponderà senza far tante domande,” en pù sentèndol parlar da só pòsta, geva ‘mparèst che ‘l fus na persona sinzéra. Senza pèrder tèmp el ge nà vizìn e ‘l giâ domandà: “El me scusia sior, da che banda se va po' per nar a Bergamo?” “Per nar a Bergamo? Da la porta a matina.” “Grazie tante; e per nar a la porta a matìna?” “Togé sta strada cì, a man zància; ariveréo en piaza del dòm; e po'…” “Bòn, bòn, sior; el rèst el sai. Dio vel mèritia.” E ‘l s’è ‘nvià da ca banda che i geva dit. L’àuter el giâ vardà dré ‘n moment, e, metèndo ‘nsèma entel so pensiér chel modo de ciaminàr con ca domanda, l’à pensà: — o l’à combinà vergot, o calchedun el vòl combinàrgela a el. — El Renzo l’è arivà su la piaza del dòm; i l’à traversada, l’è passà arènt a ‘n mùcel de zénder e de stizóni smorzàdi, e l’à vist chel che restava de chel falò che l’eva oservà ‘l dì prima; l’à costezà i s-cialìni del dòm, e l’à vist de nòu la pistorìa de le fèrle, mèz destrùt, coi soldadi che féva la guardia; po' l’è nà drìt per la strada da ‘ndo che l’era nù ensèma a la fóla; l’è arivà al convènt dei ciapuzini e l’à dat n’oclada a ca piazza e a la porta de la glésia, e pensàndo ‘ntrà de el: — el m’eva dat en bòn consìli chel frate ieri: che stéssite ‘n glésia a spetar, e a far en pòc’ de ben. — El Renzo ‘l s’è fermà n’àtimo a oservar con atenzion la porta da ‘ndo che ‘l geva da passar e vedèndo da lontan tanta zènt che era ìo a far la guardia, e la fantasia ancor scotada da chel che l’eva passà (e se podéva compatìrlo, avèndo i só bòni motìvi), l’à ge feva nir en zèrto pipacul a pensàr che ‘l geva da passar da chela. Pròpri ìo vizìn g’era ‘n pòsto segur, endo che l’averòs trovà na spòna grazie a ca lìtera che ‘l geva dré, en posto ‘ndo che i g’averòs fat en bel azzèt. Per n’àtimo l’abù la tentazion de ‘ntanàrse ìo dénter. Però, g’è tornà sùbit el coràzo e ‘l s’à dit: — auzzèl de bos-c’, enfìn che se pòl. Cì vòs che me cognóssia pò? Nó l’è possìbol che i sbìri i se sia fati in tòci, per nar a spetarme a tute le porte de la zità. — El s’è voutà a controlar se calchedun nó ge nes dré, ma nó l’à vist né le guardie, né àutre persone che le podés enteressàrse de el. E alor l’à nà avanti, e ‘l vardava de nar pù plan per nó dar sospèti—ancia se le só giàmbe le averòs volèst córer, plan plan, sigolànt l’è arivà a la porta. Pròpri ‘ndo che se passava per mèz a la porta, g’era ìo ‘n grupo de daziéri, e, per segurezza ancia arcanti micheleti spagnòi, che però i steva atènti sol a chei che nidéva, per nó lagiàr nìr ént chei che, a sentìr che g’era na rivolta, i se binàva come gròi entei ciampi ‘ndo che g’è sta na batàlia, de modo che ‘l Renzo, fasèndo finta de ‘ngot, coi òcli bassi, ciaminàndo né plan né ‘mprèssa come fa ‘n viandànt o un che va a spas, l’è nà fòr senza che ‘nzun ge disés engot; però ‘l còr el féva ‘n gran bàter. Apena fòr l’à vist na stradèla a man drìta e l’à tòt sùbit chela, perché ‘l preferìva star lontan da la strada prinzipale; e l’à ciaminà per en bèl pèz prima de voutàrse ‘ndrè. E ciamìna, ciamìna, travèrsa masi, travèrsa paési, el tiràva avanti senza nancia domandar el nòm, l’era segur de slontanàrse da Milan e ‘l sperava de nar vèrs Bergamo, e per entant ge bastava chesto. Ogni cal trato ‘l se voutàva ‘ndré e ogni tant el se vardàva e ‘l se fregiava ‘n bòt un e ‘n bòt l’àuter póls, ancor ‘n pòc’ endolenzìdi e segnadi da na vétola rossa per via de ca cordesèla. I só pensieri i era, come tuti i pòl ben emmazinàrse, en mismàs de pentimenti, de preocupazion, de ràbie, de destràni; el seghitava a pensar, senza méter ensèma tut, chel che l’eva dit e fat la sera inanzi, el provava a ciapìr come che i eva fat a savér el só nòm e chel che g’era ancor, enca storia dolorosa, che nó ‘l seva. I só sospèti i era tuti per chel ferar che ‘l se ricordava de avérge dit, da dugo, el só nòm. Pensàndoge su ben sul modo che chel’òm i l’eva portà a parlar e su le só domande fate per savér, el dubi ‘l s’è trasformà ‘nte na convinzion. Però ‘l se ricordava ‘npressapòc’ de aver seghità a baderlar ancia dopo che chel ferar l’era partì, senza ricordàrse con cì e de che argoment e pù che ‘l pensava pù la memòria i lo ‘ngianava; nó ‘l seva àuter che ‘n che ore l’era s-ciampada. El pòer putèl el se perdeva a ciapìrgen dént vergot, l’era come n’òm che à metù la firma su tanti sfòi bianci, e i ge l’avés afidadi a un che ‘l credéva èsser el fior dei gialantòmni, e che ‘nveze l’era ‘n grant embroión, e nó savér pù nancia ‘l só dan. N’àuter cialciaròt l’era chel de ‘mmazinar chel che g’aves podés plàser per el só doman: e le situazion che podéva suzzéder le era putòst triste, e po' restava chele melancoliche. Ma scasi sùbit, el pensier pù brut l’era chel de trovar la strada. Dopo che l’eva ciaminà per en bèl tòc’, se pòl dir, senza savér ben endo che ‘l neva, l’à vist che el da só pòsta nó l’era bòn de cavàrsela. E èstra ‘l geva na gran paura de pronunziar ca parola Bergamo, come se ‘l fus en nòm che ‘l podés far nìr calche sospèt; però nó se podéva far àuter. L’à dezìso alor de domandàr, come che l’eva fat a Milan, al prìm che passava che, a vardàrlo, ge ‘mparès un da gialantòm, e ‘nzì l’à fat. “Séo fòr de strada,” giâ rispondù chesto; e, dopo avérge pensà su n’àtimo, en pòc’ a parole e ‘n pòc’ a zèsti, ‘l giâ spiegià ‘l ziro che ‘l cognéva far per tornar su la strada zusta. El Renzo i l’à ringrazià, e l’à fat véder de far come che i geva dit, e difati l’è nà da ca banda ìo, però sol per svizinàrse a ca benedeta strada maestra, per tègnerla d’òcel, costezàrla pù che ‘l fus possìbol, ma senza méterge pè. Però sto propòsit l’era pù fàzile pensàrlo che fàrlo. En conclusion, dopo che l’eva ciaminà en pòc’ a caso, a bissabòa, e, come che se dis, a zigzàc’, dàndo rèta a àutre informazion che, fasèndose coràzo, ‘l domandava cà e là, en pòc’ fasèndo de só testa, en pòc’ fidàndose de strade che ‘l se trovava a far, el Renzo l’eva fat forse dódes chilometri, ma da Milan l’era lontan apena sei; e cant a Bergamo, l’era zà assà che nó ’l se fus adiritura slontanà. L’à scomenzià a convìnzerse che, ancia ‘nchel modo, nó nidéva fòr engot e l’à pensà de trovar fòr calche àutra idea. Chel che g’è nù ‘n ment, l’è sta de trovar, con en pòc’ de malìzia, el nòm de calche paés vizìn al confìn, e arivàr po' a chesto per strade che nó le fus comunali. Fasèndo ‘nzì l’averòs podèst domandàr informazion su chel paés senza cognér pronunziar ca parola Bergamo, che ge ‘mpareva che la podés far sospetar, che la podés spuzzar de fùgia, de diserzion, de bandìto che s-ciampa. Entant che ‘l zerciava en modo per aver tute le informazion che ‘l doprava, senza che ‘nzun se ‘nsospetìs, el Renzo l’à vist l’inségna, fata a fras-cia, taciàda sul mur de fòr de na ciasòta fòr de man, pòc’ lontana da ‘n paesòt. Sentèndose sèmper pù strac’ e ancia ‘n pòc’ famà, l’à pensà che chel’ìo fuse l pòsto pù zust per contentar tute doi le nezessità: magnar en bocón e sentìr calche nòva. L’è nà dént e l’à trovà sol na vècla intènta a filar con la ròcia sul flànc’ e ‘l fus en man. L’à domandà vergot da magnar e la vècla l’à giâ esebì ‘n pòc’ de strachìn e vin bòn. El Renzo l’à azetà ‘l formài, ma l’à refudà ‘l vin (dopo ‘l schèrz che ‘l geva fat la sera inanzi ‘l ge feva schìfo); el s’è sentà zó e l’à domandà a ca feumna de far prést. Chesta enten’àtimo l’eva metù ‘n tàula; sùbit dopo l’à scomenzià a tompestàr el só avantór de domande: su cì che l’era, su chel che era suzèst a Milan, che la ós l’era arivàda ancia ìo. El Renzo, con na gran braùra l’è sta bòn de schivàr le domande e anzi, l’à profità la curiosità de ca feumna per portar la parlada a só vantàzi, fasèndoge far a ela la domanda de ‘ndo che ‘l fus dirèt. “Cògni nar da tante bande,” à respondù ‘l Renzo: “e, se giâi en pòc’ de tèmp, voròssi far na s-ciampàda ancia entechel paés, putòst gròs, che g’è su la strada per nar a Bergamo, vizìn al confìn, che però l’è ‘ncor Milan… che se clàmel po'?” — Calche paes el ge sarà ben, — el pensava ‘ntant entrà de el. - Voléo dir Gorgonzòla, - à respondù la vecléta. “Gorgonzola!” à ripetù ‘l Renzo, ancia per ficiàrse ‘nla zùcia mèio ca parola. E po' ‘l dis: “Èl tant lontàn da cacì?” “Nó saveròssi de prezìso: i sarà dés, o dódes chilometri. Se ge fus cì un dei mé fiòi, i ve lo diròs zust.” “Séo dìrme se se pòl arivar per ste bele stradèle senza tòr el stradón prinzipale? Perché g’è ‘n polverón, ma ‘n polverón! L’è tant de chel tèmp che nó ‘l plòu!” “A mì me par de sì: podéo domandar entel prìm paés che giatào a nar a man drìta.” E ‘l ge l’à nominà. “Va bèn,” dis el Renzo; l’è levà su, l’à tòt en tòc’ de pan che g’era vanzà da la colazion putòst s-ciàrsa, en pan diferènt da chel che l’eva trovà, ‘l dì prìma, ai pèi de la crós de san Dionìzi; l’à pagià ‘l cont, e l’è partì zapàndo la strada a man drìta. E, per nó fàrvela pù lòngia de chel che ocór, col nòm Gorgonzòla ‘n bócia, de paés en paés, l’è arivà, zirconzìrca n’ora prima che nés zó ‘l sol. Zà ‘ntànt che ‘l ciaminava l’eva dezìso de far na poussàda per far en pàst pù bondànte. Ancia se ‘l còrp l’averòs bù bisògn de ‘n pòc’ de lèt, el Renzo l’era dizìso a nó fermàrse per dormìr e po' l’averòs preferì crodàr en tèra ‘n mèz a la strada per la stracità, putòst che petàrse ‘nten lèt. La só idea l’era chela de tòr su informazion enchel’ostarìa su cant che l’era lontan l’Adda, e nir a savér, con en pòc’ de malìzia, na strada che lo portàs al fiume e po' méterse de nòu en viàz sùbit dopo èsserse ristorà. Essèndo nat e po' cressù vizìn a le sortìve de l’Adda, l’eva sentù dir tante bòte che, a ‘n zèrto punto, el fiume ‘l segnava ‘l confìn tra ‘l Ducato de Milan e ‘l teritòri del Veneto. Però n’idea zusta de ‘ndo che ‘l fus chel trato nó i la geva, ge ‘nteressava però traversàr el confìn pù prést che ‘mprèssa, en calunque pòsto ‘l fus sta. Se nó ‘l fus sta bòn enchel dì, l’era pronto a ciaminàr enfìn che le forze e ‘l scur i ge lo permetéva, per po' trovar en posto per passar la not enten ciàmp o ‘nten pòsto fòr de man pur che nó fus n’ostarìa. Fat calche pas per Gongonzola, l’à vist n’insegna de n’ostarìa e l’è nà ént; a l’òst, che g’era nù ‘ncontra, l’à domandà ‘n bocón e ‘n cartìn de vìn: la strada ‘n pù che l’eva fat, la geva fat passar l’òdio per el vin. “Fè prést per piazér, perché giâi bisògn de partìr sùbit.” E chesto i l’eva dit perché l’era vera, ma ancia perché ‘l geva paura che a l’òst, emmazinàndose che ‘l volés dormìr ìo, nó ge fus nù ‘n ment de domandàrge ‘l nòm e ‘l cognòm, e da ‘ndo che ‘l nidéva, e perché… per amor de Dio! L’òst el giâ respondù che i l’averòs servì sùbit; e ‘l Renzo l’è nà a sentàrse zó fòr enzìma a la tàula, vizìn a la porta, ‘ndo che de sòlit se senta zó cì che giâ respèt. Enl’ostarìa g’era ìo arcanti paesàni vòia de laoràr, sàuteme adòs, che, dopo che i eva chestionà e considerà le notìzie che era nù da Milan el dì prima, i era ansiosi de savér come che l’era nada a finìr. El desidèri l’era ancor pù fòrt perché chel che i eva savèst enfìn cì, nó i l’eva contentàdi assà, anzi le eva fat aumentàr la curiosità. Se seva che gera sta na rivoluzion, né smorzàda, né vitoriósa, troncada da la nòt pù che ruàda dal tut. La situazion emparéva che la fus pù la fìn de n’ato che la conclusion de tuta na comèdia. Un de chesti ‘l s’è destacià dal ròz e ‘l s’è svizinà al Renzo e ‘l giâ domandà se per caso ‘l nidés da Milan. “Mì?” dis el Renzo sbalordì, e per vadagnàr en pòc’ de tèmp per risponder. “Sì, voi, se pòdi domandàrvel.” El Renzo, scorlàndo la testa, struciàndo i làuri, e soflàndo fòra na speze de sìgol, el dis: - Milan, da chel che ài sentù dir… nó ‘l dev’èsser en pòsto da nar ente stì momenti, se nó se è obligiàdi. “Sichè ancia ‘ncòi i seghita col gazèr?” l’à domandà restìu chel curiós. “Ge voròs èsser ìo, per savérlo,” dis el Renzo. “Ma voi, nó nidéo da Milan?” “Mì vèni da Liscate,” l’à respondù taià ‘l putèl, che ‘ntant l’eva studià che dir. A dir la verità el nidéva pròpri da Liscate, essèndoge passà e ‘l nòm i l’eva savèst, a ‘n zèrto punto de la strada, da ‘n viandànt che ‘l geva ‘nsegnà chel paés come ‘l prìm da traversar per arivar a Gorgonzola. “Oh!” dis l’òm; come se ‘l volés dir: faròstus meio a nir da Milan, ma pasiènza. “E a Liscate,” ‘l dis, “nó se seva ‘ngot de Milan no?” “Poròs ben èsserge de segur calchedun ìo che savés de pù” à respondù ‘l Renzo: “ma mì nó ài sentù dir engot.” Ste parole i l’à proferìde ente chel modo particolare come per dir: nó giâi àuter da dir. Chel curios l’è tornà al só pòsto, e, n’àtimo dopo è nù l’òst a méter en tàula. “Cant g’è po' da cì per arivar a l’Adda?” giâ domandà ‘l Renzo mèz entrà i denti, con en far da ‘ndromenzà, che gen vist àutre bòte. “A l’Adda, per passar?” dis l’òst. “Ma sì… sì… a l’Adda.” “Ma voléo passàr dal pònt de Cassano, o su la bàrcia de Canonica?” “Ma sì, endo che ‘l sia… Domandavi ‘nzì per curiosità.” “No, l’è perché chei ìo l’è i pòsti ‘ndo che passa i gialantòmni, la zènt che che nó la giâ ‘ngot da scònder.” “Bòn va ben, ài ciapì: e cant g’è po'?” “Fé cont che tant da na banda che da l’àutra, pòc’ su, pòc’ zó, ge sarà sei chilometri.” “Sei chilometri! Nó credévi ‘nzì tant,” dis el Renzo. “E zà,” el giâ tacià dopo, come se nó ge ‘nteressàs mìgia: “e cì che giavés bisògn de zapar en scùrtol, g’è àutri pòsti da podér passar?” “Ma segur che ge n’è,” giâ rispondù l’òst fissàndol con doi òcli pléni de curiosità e putòst maliziosi. L’è sta assà chesto perché ‘l Renzo l’amplantàs ìo sùbit de far àutre domande. El s’è tirà davanti ‘l piat, e vardàndo ‘l cartìn de vin che l’òst el geva pozà ìo ensèma al piat su la tàula, ‘l dis: “èl bòn sto vin?” “Come l’òr,” dis l’òst: “domandàge pur a tuta la zènt del paés e cì ‘ntorna, che i lo sa ben: e po', sentiréo ancia voi,” e disèndo ‘nzì l’è tornà vèrs ca sclapada. — Maledéti tuti i òsti! — l’à sclamà ‘l Renzo ‘ntrà de el: — pù che ‘n cognóssi, pézi i tróvi. — El fato l’è che ‘l s’è metù a magnàr con en grant apetìt, e ‘ntel stes tèmp el féva récle, fasèndo finta de ‘ngot, per sentìr chel che i diseva e chel che i pensava de chei grant fati ‘ndo che el l’eva bù na part putòst granda, e sora tut se tra chei òumni ge ‘n fus sta ‘n calun da gialantòm e a chesto ‘n pòer putèl l’avés podèst domandàrge la strada, senza paura de èsser sospetà, e magiàri obligià a zacolar dei só afari. “Ma!” diséva un: “sto bòt empar pròpri che i milanesi i abià volèst far per dal bòn. Basta; al pù tardi, doman se saverà vergot de segur.” “Me clàmi malpentì de nó èsser nà a Milan stadomàn,” diséva n’àuter. “Se domàn vàs tì, vèni ancia mì,” dis n’àuter; e po' compàgn àutri doi. “Chel che voròssi savér,” dis ancor el prìm, “l’è se chei siori da Milan i penserà ancia a la pòra zènt de le val, o se i farà far la léze bòna sol per lori. El séo bèn come che i è no? Zitadìni superbóni, tut per lori: i àutri, come se nó i ge fus.” “La bócia la gen ancia noiàutri, sia per magnar sia per dìr le nòsse resón,” diséva n’àuter, con na ós ùmile, con prudenza: “E cando che la situazion la zaperà na zèrta plégia…” però l’à pensà che l’era mèio magnar tut che dìr tut. “Nó l’è sol a Milan che i à scondù ‘l gran…” el scomenziàva via un, con en far rabiós e maliziós; ente chela ì à sentù che se svizinava ‘n ciavàl. Tuti i è córsi su l’us a véder cì che l’era, e avèndol cognossù i g’è nadi ‘ncontra. L’era ‘n merciandèl milanes che, viazàndo de spés tra Milan e Bergamo per i só afari, el se fermava sèmper ìo ‘nca ostarìa per passar la nòt. Sicome l’ancontrava sèmper chei, i li cognosséva tuti benón. Sichè i s’è metùdi tuti ‘ntorn contènti: un el giâ zapà la bréna, n’àuter i l’à aiutà a desmontàr dal ciaval, con tanto de saluto: “Ben arivà, ben arivà!” “Ehilà, ge séo?” “Eo fat bòn viaz?” “Bonìssim; e voiàutri, come steo po'?” “Benón, benón. Che nòve né portào po' da Milan?” “Ah! eco che i g’è chei da le novità,” dis el merciandèl, desmontàndo dal ciaval, lagiàndogel en man a ‘n giarzón. “E dopo, e dopo,” el dis entel nar ént en l’ostarìa tuti ‘nsèma, “a st’ora, forse, saveréo de pù e mèio voi de mì.” “Noi, nó sén pròpri ‘ngot, dalbòn,” diséva arcanti de chei ìo, metèndose la man sul còr. “Possìbol?” dis el merciandèl, “Sichè, alor en sentiréo de bèle… o brute.” Ehi òst, èl lìbero ‘l me sòlit lèt? Benón: portàme ‘n bicér de vin, e ‘n bocón del sòlit, e sùbit, perché voròssi nar entel lèt prestòt, doman matìna giâi da partìr en valdì, e arivar a Bergamo per ora de disnàr. “E voiàutri,” ‘l dis, sentàndose zó, da l’àutra banda de ‘ndo che l’era sentà zó ‘l Renzo, zito e atènto, “siché voiàutri nó séo engot de tute che strambade da ieri?” “Sì de ieri.” “Alor le séo le novità” dis el merciandèl, disévi ben mì. “Séo sèmper cì a tènder a cì che va e che vèn…” “Ma, ‘ncòi, com’èla nada po', ‘ncòi?” “Ah ‘ncòi. Nó séo engot de ‘ncòi no?” “Engot de ‘ngot: nó è passà pròpri ‘nzun.” “Però lagiàme bagnàr i làuri; e po' dopo vé dirai chel che è suzèst ancòi. Sentiréo bèn.” El s’à ‘mplenù ‘l bicér, i l’à tòt con na man e po', con i primi doi dédi de l’àutra, l’à auzzà i bafi, el s’à lispà la barba, l’à beù, e l’à dit: “ancòi, cari amìzi, g’è mancià pòc’ che nó ‘l fus na zornadàza movimentàda come ieri, o forse pèzo. Nó me par nancia vera de èsser cì a contàrvela a voiàutri, perché evi zà metù ‘n cont de nó podér méterme ‘n viàz, per star ìo a< tènderge a la mé botégia.” “Ma che crìspol g’era po'?” ‘l dis un de chei che scoutàva. “Pròpri ‘n diaulèri: sentìme cì.” Taiàndo la vivanda che i geva metù davanti, e po' magnàndo, l’è nà avanti col só rapòrto. Tuti chei sòzi, ‘n pè tuti ‘ntorna a la tàula, i lo scoutàva con la bócia davèrta; el Renzo, al só pòsto, sèmper fasèndo finta de nó scoutàr, l’era forse chel che steva pù atènto de tuti, mastegiàndo plan planìn i só ultimi boconi. “Siché stamatìna chei lazeróni che ieri i eva fat tut chel grant gazèr, i s’è trovadi entei pòsti ‘ndo che i era nadi d’acòrdi (i se era zà ‘ntendudi: tut ròbe zà preparàde); i s’è ‘mmandriàdi e i à ‘nvià via ‘ntel stes modo, a ziràr per le strade e zigiàr per tiràr àutra zènt. Séo ben, l’è come cando che, col permés parlàndo, se spazza la ciasa: pù che se va avanti, pù ‘l mùcel de spazzadure el crés sèmper de pù. Cando che i à pensà de èsser tanti assà, i s’è ‘nviadi vèrs la ciasa del sior vicari del panàdec’ come se nó fus sta assà chel che i geva fat ieri: a ‘n gran sior come che l’è! oh che slandróni! E chel che i ge diséva contra! Tut ròbe ‘nventàde; en sior da gialantòm, zusto; e mì pòdi dìrlo perché son de ciasa, e ge fornìsi la stòfa per le divìse de la só servitù. Sichè i s’è ‘nviadi vèrs ca ciasa: avésseo vist ca zentàia, che fazzàde: feguràve che i è ancia passàdi davanti a la mé botégia: bruti musi da far paura che… i zudéri de la Via Crucis nó i ge n’ampòl nancia. E le ròbe che se sentìva nir fòr da che bóce! Ròbe da strupàrse le récle se nó ‘l fus sta che l’era mèio nó fàrse véder. Sichè i néva tuti convìnti de destrùzer, ma…” E cì l’à levà per aria la man zància e l’à metù la ponta del dé pòles su la ponta del nas. “Ma?” i pensava forse tuti chei che scoutava. Dis alor el merciandèl: “Ma i à giatà la strada seràda coi travi e con i ciàri, e, dré a chel sbarament, na bela fila de micheletti, con i szòpi puntadi, per rizéverli come che i se meritava. Cando che i à vist tut chesto… Che averòsseo fat po' voiàutri?” “Tornar endré.” “Ma segur; e difati i à fat enzì. Ma però vardà voi se nó l’era ‘l diàul che li portava. I era ìo sul Cordusio, e vedèndo ìo ca pistorìa che zà da ieri i voleva rapinar, e che se feva po' ‘nca botégia? se deva fòr pan ai vantóri; gera ìo cavalieri, e fior de cavalieri, a tènder che tut nés ben; e chesti (che ve dìgi che i geva ‘l diàul adòs, e ‘n pù gera chei che li stuzgiava), chesti, dénter come disperadi; tòi tì che tògi ancia mì: enten bàter d’òcel, cavalieri, pistori, vantori, panéti, banco, bance, asmaròti, ciasse, saci, colìni, crus-cia, farina, pasta, tut sot sora.” “E i micheleti?” “I micheleti i geva da vardar la ciasa del vicari: nó se pòl ciantàr e portàr la crós. L’è sta tut de cólp, ve dìgi: bìna su, bìna su; tut chel che è bòn a vergot, l’è sta sgrafignà. E po' dopo, ancor come ieri, i à portà tut el rèst su la piaza per dàrge fòc’. E chei slandróni zà i scomenziava a tirar fòra la ròba; cando che un pù lazerón dei àutri, endovinà mò chel che l’è nù fòr a propor.” “Con che po'?” “De far na méda de tut enla botégia, e de dar fòc’ a la meda e a la ciasa ‘nsèma. Dit e fat…” “E i giâ dat fòc’?” “Spetà che vé conti. En gialantòm de chel colomèl l’àbù na grazia dal ziél. L’è córs su ‘nle ciàmere, l’à zercià en Crozefìs, i l’à trovà, i l’à tacià su l’arcét de na finestra, po' l’à tòt zó da la testéra de ‘n lèt doi ciandéle ‘mbenedìde, i l’à ‘mpizzade, e i l’à metùde sul davanzàl da na banda e da l’àutra del Crozefìs. La zènt l’à vardà ‘n su. Ge vòl dir che, per fortuna, a Milan g’è ‘ncor timór de Dio; tuti i s’è calmadi. Almen i pù tanti, perché g’era ancor calche brigante che, per robàr, el g’averòs dat fòc’ ancia al paradìs; ma visto che la zènt nó la era d’acòrdi con lori, i à cognèst desméter, e sbassar le récle. Endovinà adès cì che è arivà tut de cólp. Tuti i monsignori del dòm, en prozessión, con la crós auzzàda, con le paramenta; e ‘l monsignor Mazenta, l’arziprèt, l’à scomenzià a prediciar da na banda, e ‘l monsignor Settala, ‘l penitenziér da l’àutra, e i àutri ancia lori: ma, fiòi benedéti! Ma che voléo far po'? ma èl chesto l’esèmpi che volèo dàrge ai vòssi fiòi? ma tornà a ciasa; ma nó ‘l séo no che ‘l pan l’è pù bonmarcià che prima? Ma né a véder che g’è l’avìso su tuti i ciantoni.” “Èrel vera?” “Ma òstrega! Nó voleréo mìgia che i monsignori del dòm i fus nùdi en pómpa a dir bosìe?” “E la zènt che ala fat po'?” “En pòc’ al bòt la s’è sfantàda; i è nadi a véder sui ciantoni; e, cì che era bòn de lézer, ìo gìera su scrìt pròpri la tarìfa. Endovinà mo: en panét da doi èti per en soldo.” “Che cucagna!” “El vignàl l’è bèl; pur che ‘l dùria. Séo canta farina che è nà de mal tra ieri e stadoman? Da mantègner tute l ducato per doi mesi.” “E per chei che nó è da Milan, nó è sta fat nancia na léze bòna no?” “Chel che i à fat per Milan, l’è tut a spese de la zità. Nó sai che dìrve: per voiàutri ‘l sarà chel che Dio vorà. Ad ogni bòn cont, la solevazion l’è ruada. Nó ve ài contà tut; adès vèn el bèl.” “Che g’è po' ‘ncor?” “G’è che ieri sera, o stadomàn che ‘l sia, i n’à zapà arcanti; e sùbit s’è savèst che i capi i sarà tuti ‘mpiciadi. Apena che à scomenzià a ziràr sta ós, ognun vardàva de tiràrse a ciasa da la pù curta, per nó riszar de èsser ente chel numer. Cando che mì son partì, Milan emparéva ‘n convent de frati.” “Ma l’impicerài po' dal bòn?” “Ma segur! e prest ancia,” à respondù ‘l merciandèl. “Ma, e la zènt che faràla po'?” à domandà ‘ncor chelìo che eva fat l’àutra domanda. “La zènt? la narà a véder,” dis el merciandèl. “I geva ‘nzì tanta vòia de véder morìr en cristian en piazza, che i voleva adiritura fàrge la fèsta al sio vicari del panàdec’, chei lazeróni! Envéze, i se giaterà a véder càter disgraziadi mazzàdi con tute le ciàrte a pòsto, compagnàdi dai frati e dai confratèi de la bòna mòrt; comunque zènt che se l’à compràda. Ma vedéo, l’è sta la providènza a volér, l’era na ròba nezessària. I eva zà zapà ‘l vìzi de nar ént enle botége, e de servìrse, senza méter man al tacuìn; se i li lagiava far, dopo ‘l pan i averòs tòt ancia ‘l vin, e ‘nzì man man… Pensà voiàutri se i averòs desmetù da só pòsta, de só volontà, en vìzi ‘nzì còmot. E sai mì che, per en gialantòm che giâ la botégia davèrta, l’era ‘n pensier migia tant aléger.” “Dalbòn,” dis un de chei che scutàva. “Dalbòn,” à ripetù i àutri, a na ós unica. “E, l’era preparada da ‘n pèz: g’era 'n complòt, el séo?” dis el merciandèl, sugiàndose la barba col tovaiòl. “G’era 'n complòt?” “G’era ‘n complòt. Tut n’embròi parezzà dai franzési, spezialment da chel cardinàl ìo, séo bèn de cì che parli, chel che giâ ‘n nòm che ‘mpar mèz turco, e che ogni dì ‘l ne ‘nvènta una per dar fastìdi a la corona de la Spagna. Ma pù de tut, el pént a fàrge dispèt a Milan; perché, chel furbàzzo, i lo vét benón che la forza del re l’è cacì.” “Zà.” “Voléo na prova? Cì che à fat el pù gran bacàn l’è sta i furèsti; néva ‘ntorn zèrte fazzàde, che a Milan nó se l’èva mai viste. Anzi, me desmentegiàvi de dìrven una che i m’à vendù per segura. La zustìzia l’eva zapà un ente n’ostarìa…” el Renzo, che nó ‘l se perdeva na parola e l’era tut récle, a sentìr enzì l’è nù frét e l’è sautà su la bancia, prima ancor de èsser bòn de star calmo. Per fortuna ‘nzun s’era acòrt, e chel’òm che parlava l’è nà avanti a contàr la só stòria senza fermàrse: “L’era un che nó se sa ‘ncor ben da ‘ndo che ‘l nidéva, cì che l’avés mandà e che tipo che ‘l fus, ma segur l’era un dei caporioni. Zà ieri, sul vìu de la rivolta l’eva des-ciadenà ‘l gazèr; e sicome nó l’era ‘ncor content, l’eva ancia scomenzià a prediciàr e a propòner, come fus engot, che giaveròs volèst copàr tuti i nòbili. Lazerón! E cì saròssel po' dopo che pensa a la pòra zènt, se tuti i sior i fus mazzàdi? La zustìzia, che i lo tegnìva sot’òcel l’è stada bòna de brancàrlo, i giâ trovà adòs en plìc de lìtere e i era dré a portàrlo ‘n preson. Ma che è suzèst po'? I só sòzi, che i tondàva ìo ‘ntorn a ca zona de l’ostarìa, i s’è giatàdi tuti canti ‘nsèma e i l’à liberà, chel slandrón!” “E che è suzèst po'?” “Nó se sa che fìn che l’àbia fat; forse l’è s-ciampà, o magiàri ‘l se scònt da calche banda a Milan. L’è zènt che nó giâ na ciasa, né ‘n cuèrt segur, ma sèmper bòna a giatàr en pòsto endo che ‘ntanàrse. Però enfìn che ‘l diàul i li protéz e i li aiuta, i se la cava, ma dopo, cando che mén i se lo spèta, i li brànca. Perché a la fìn cando che ‘l per l’è madùr el cògn crodàr. Per entant, na ròba l’è segura: le lìtere le è ‘n man a la zustìzia e g’è su tuti i particolari de la solevazion. I dis che ge narà de mèz tante persone. Pèzo per lori! I à metù Milan sot sora e i voleva far ancor pézi. I dis che i pistori i sia tuti briganti. El sai ancia mì, ma se ge vòl punìrli, ge vòl fàrlo come dis la léze. L’è vera che g’è forment scòndù, cì el po' che nó i lo sa? Tócia a cì che comanda trovar bòne spìe, trovar el forment e far empiciar ancia chei che manéza ‘nsèma ai panetéri. E se cì che comanda nó ‘l fa ‘ngot, l’è la zità che cògn fàrse sentìr; e se a la prima domanda nó la vèn scoutàda, ge vorà insister. Perché a forza de tompestàr vergot se otègn. Chel che nó se pòl perméter l’è che se zàpia su ‘l vìzi de nar ént enle botégie e ‘ntei magazini a tòr la mèrze come se ‘ngota fus.” Al Renzo chel pòc’ de damagnar el g’era restà tut sul stómec’, l’era pròpri ‘n tormént. Nó l’anvedeva l’ora de nàrsen da chel’ostarìa e de slontanàrse pù che l’era possìbol da chel paés. Pù de dés bòte l’eva dìt a sé stes: “Nén, nén fòr da le s-ciàtole.” Però la paura de far nìr sospèti, che ‘nchel moment ìo l’era cressùda fòr de mesùra e l’era deventàda ‘l cialciaròt pù brut, i lo tegnìva ‘ncloudà su la bancia, che nó l’era nancia bòn de mòverse. Ente chel batibói, l’à pensà che prima o dopo chel zacolón l’averòs desmetù de parlar de el, e l’à dezìso che ‘l saròs levà su apena che l’avés scomenzià via n’àutra storiana. Dis un de ca sclapada: “L’è per chesto, che mì nó me son movèst, perché sai come che le va ste fazènde e che ‘ntei tumulti i gialantòumni nó i sta còmodi, nó me son lagià vénzer da la curiosità e son restà a me ciasa.” “E mì, me sonte movèst?” dis n’àuter. “Mi?” dis n’àuter ancor: “se per caso fùssite sta a Milan, averòssi ‘mplantà ìo i me afari e saròssi tornà sùbit a me ciasa. G’ài sposa e fiòi; e po', ve digi la verità, i gazèri nó i me plas.” A sto punto, l’òst, che l’era sta ìo ancia el a scoutàr, l’è nà vèrs l’àutra man de la tàula, per véder chel che ‘l feva chel furèst. El Renzo l’à profità e l’à clamà l’òst con en zèst de la man, el giâ domandà ‘l cont, l’à pagià senza domandàrge ‘l sconto, ancia se i prèzzi i era stadi putòst autòti. Senza taciàrge àuter ‘l s’è ‘nvià dirèt sùbit vèrs l’us, l’à traversà la sòlia e, metèndose ‘nle man de la Providènza, l’à zapà la strada revèrsa a chela che l’era nù.
Basta spesso una voglia, per non lasciar ben avere un uomo; pensate poi due alla volta, l’una in guerra coll’altra. Il povero Renzo n’aveva, da molte ore, due tali in corpo, come sapete: la voglia di correre, e quella di star nascosto: e le sciagurate parole del mercante gli avevano accresciuta oltremodo l’una e l’altra a un colpo. Dunque la sua avventura aveva fatto chiasso; dunque lo volevano a qualunque patto; chi sa quanti birri erano in campo per dargli la caccia! quali ordini erano stati spediti di frugar ne’ paesi, nell’osterie, per le strade! Pensava bensì che finalmente i birri che lo conoscevano, eran due soli, e che il nome non lo portava scritto in fronte; ma gli tornavano in mente certe storie che aveva sentite raccontare, di fuggitivi colti e scoperti per istrane combinazioni, riconosciuti all’andare, all’aria sospettosa, ad altri segnali impensati: tutto gli faceva ombra. Quantunque, nel momento che usciva di Gorgonzola, scoccassero le ventiquattro, e le tenebre che venivano innanzi, diminuissero sempre più que’ pericoli, ciò non ostante prese contro voglia la strada maestra, e si propose d’entrar nella prima viottola che gli paresse condur dalla parte dove gli premeva di riuscire. Sul principio, incontrava qualche viandante; ma, pieno la fantasia di quelle brutte apprensioni, non ebbe cuore d’abbordarne nessuno, per informarsi della strada. — Ha detto sei miglia, colui, — pensava: — se andando fuor di strada, dovessero anche diventar otto o dieci, le gambe che hanno fatte l’altre, faranno anche queste. Verso Milano non vo di certo; dunque vo verso l’Adda. Cammina, cammina, o presto o tardi ci arriverò. L’Adda ha buona voce; e, quando le sarò vicino, non ho più bisogno di chi me l’insegni. Se qualche barca c’è, da poter passare, passo subito, altrimenti mi fermerò fino alla mattina, in un campo, sur una pianta, come le passere: meglio sur una pianta, che in prigione. — Ben presto vide aprirsi una straducola a mancina; e v’entrò. A quell’ora, se si fosse abbattuto in qualcheduno, non avrebbe più fatte tante cerimonie per farsi insegnar la strada; ma non sentiva anima vivente. Andava dunque dove la strada lo conduceva; e pensava. — Io fare il diavolo! Io ammazzare tutti i signori! Un fascio di lettere, io! I miei compagni che mi stavano a far la guardia! Pagherei qualche cosa a trovarmi a viso a viso con quel mercante, di là dall’Adda (ah quando l’avrò passata quest’Adda benedetta!), e fermarlo, e domandargli con comodo dov’abbia pescate tutte quelle belle notizie. Sappiate ora, mio caro signore, che la cosa è andata così e così, e che il diavolo ch’io ho fatto, è stato d’aiutar Ferrer, come se fosse stato un mio fratello; sappiate che que’ birboni che, a sentir voi, erano i miei amici, perchè, in un certo momento, io dissi una parola da buon cristiano, mi vollero fare un brutto scherzo; sappiate che, intanto che voi stavate a guardar la vostra bottega, io mi faceva schiacciar le costole, per salvare il vostro signor vicario di provvisione, che non l’ho mai nè visto nè conosciuto. Aspetta che mi mova un’altra volta, per aiutar signori.... È vero che bisogna farlo per l’anima: son prossimo anche loro. E quel gran fascio di lettere, dove c’era tutta la cabala, e che adesso è in mano della giustizia, come voi sapete di certo; scommettiamo che ve lo fo comparir qui, senza l’aiuto del diavolo? Avreste curiosità di vederlo quel fascio? Eccolo qui... Una lettera sola?... Sì signore, una lettera sola; e questa lettera, se lo volete sapere, l’ha scritta un religioso che vi può insegnar la dottrina, quando si sia; un religioso che, senza farvi torto, val più un pelo della sua barba che tutta la vostra; e è scritta, questa lettera, come vedete, a un altro religioso, un uomo anche lui... Vedete ora quali sono i furfanti miei amici. E imparate a parlare un’altra volta; principalmente quando si tratta del prossimo. — Ma dopo qualche tempo, questi pensieri ed altri simili cessarono affatto: le circostanze presenti occupavan tutte le facoltà del povero pellegrino. La paura d’essere inseguito o scoperto, che aveva tanto amareggiato il viaggio in pieno giorno, non gli dava ormai più fastidio; ma quante cose rendevan questo molto più noioso! Le tenebre, la solitudine, la stanchezza cresciuta, e ormai dolorosa; tirava una brezzolina sorda, uguale, sottile, che doveva far poco servizio a chi si trovava ancora indosso quegli stessi vestiti che s’era messi per andare a nozze in quattro salti, e tornare subito trionfante a casa sua; e, ciò che rendeva ogni cosa più grave, quell’andare alla ventura, e, per dir così, al tasto, cercando un luogo di riposo e di sicurezza. Quando s’abbatteva a passare per qualche paese, andava adagio adagio, guardando però se ci fosse ancora qualche uscio aperto; ma non vide mai altro segno di gente desta, che qualche lumicino trasparente da qualche impannata. Nella strada fuor dell’abitato, si soffermava ogni tanto; stava in orecchi, per veder se sentiva quella benedetta voce dell’Adda; ma invano. Altre voci non sentiva, che un mugolìo di cani, che veniva da qualche cascina isolata, vagando per l’aria, lamentevole insieme e minaccioso. Al suo avvicinarsi a qualcheduna di quelle, il mugolìo si cambiava in un abbaiar frettoloso e rabbioso: nel passar davanti alla porta, sentiva, vedeva quasi, il bestione, col muso al fessolino della porta, raddoppiar gli urli: cosa che gli faceva andar via la tentazione di picchiare, e di chieder ricovero. E forse, anche senza i cani, non ci si sarebbe risolto. — Chi è là? — pensava: — cosa volete a quest’ora? Come siete venuto qui? Fatevi conoscere. Non c’è osterie da alloggiare? Ecco, andandomi bene, quel che mi diranno, se picchio: quand’anche non ci dorma qualche pauroso che, a buon conto, si metta a gridare: aiuto! al ladro! Bisogna aver subito qualcosa di chiaro da rispondere: e cosa ho da rispondere io? Chi sente un rumore la notte, non gli viene in testa altro che ladri, malviventi, trappole: non si pensa mai che un galantuomo possa trovarsi in istrada di notte, se non è un cavaliere in carrozza. — Allora serbava quel partito all’estrema necessità, e tirava innanzi, con la speranza di scoprire almeno l’Adda, se non passarla, in quella notte; e di non dover andarne alla cerca, di giorno chiaro. Cammina, cammina; arrivò dove la campagna coltivata moriva in una sodaglia sparsa di felci e di scope. Gli parve, se non indizio, almeno un certo qual argomento di fiume vicino, e s’inoltrò per quella, eguendo un sentiero che l’attraversava. Fatti pochi passi, si fermò ad ascoltare; ma ancora invano. La noia del viaggio veniva accresciuta dalla salvatichezza del luogo, da quel non veder più nè un gelso, nè una vite, nè altri segni di coltura umana, che prima pareva quasi che gli facessero una mezza compagnia. Ciò non ostante andò avanti; e siccome nella sua mente cominciavano a suscitarsi certe immagini, certe apparizioni, lasciatevi in serbo dalle novelle sentite raccontar da bambino, così, per discacciarle, o per acquietarle, recitava, camminando, dell’orazioni per i morti. A poco a poco, si trovò tra macchie più alte, di pruni, di quercioli, di marruche. Seguitando a andare avanti, e allungando il passo, con più impazienza che voglia, cominciò a veder tra le macchie qualche albero sparso; e andando ancora, sempre per lo stesso sentiero, s’accorse d’entrare in un bosco. Provava un certo ribrezzo a inoltrarvisi; ma lo vinse, e contro voglia andò avanti; ma più che s’inoltrava, più il ribrezzo cresceva, più ogni cosa gli dava fastidio. Gli alberi che vedeva in lontananza, gli rappresentavan figure strane, deformi, mostruose; l’annoiava l’ombra delle cime leggermente agitate, che tremolava sul sentiero illuminato qua e là dalla luna; lo stesso scrosciar delle foglie secche che calpestava o moveva camminando, aveva per il suo orecchio un non so che d’odioso. Le gambe provavano come una smania, un impulso di corsa, e nello stesso tempo pareva che durassero fatica a regger la persona. Sentiva la brezza notturna batter più rigida e maligna sulla fronte e sulle gote; se la sentiva scorrer tra i panni e le carni, e raggrinzarle, e penetrar più acuta nelle ossa rotte dalla stanchezza, e spegnervi quell’ultimo rimasuglio di vigore. A un certo punto, quell’uggia, quell’orrore indefinito con cui l’animo combatteva da qualche tempo, parve che a un tratto lo soverchiasse. Era per perdersi affatto; ma atterrito, più che d’ogni altra cosa, del suo terrore, richiamò al cuore gli antichi spiriti, e gli comandò che reggesse. Così rinfrancato un momento, si fermò su due piedi a deliberare; e risolveva d’uscir subito di lì per la strada già fatta, d’andar diritto all’ultimo paese per cui era passato, di tornar tra gli uomini, e di cercare un ricovero, anche all’osteria. E stando così fermo, sospeso il fruscìo de’ piedi nel fogliame, tutto tacendo d’intorno a lui, cominciò a sentire un rumore, un mormorìo, un mormorìo d’acqua corrente. Sta in orecchi; n’è certo; esclama: “ è l’Adda! ” Fu il ritrovamento d’un amico, d’un fratello, d’un salvatore. La stanchezza quasi scomparve, gli tornò il polso, sentì il sangue scorrer libero e tepido per tutte le vene, sentì crescer la fiducia de’ pensieri, e svanire in gran parte quell’incertezza e gravità delle cose; e non esitò a internarsi sempre più nel bosco, dietro all’amico rumore. Arrivò in pochi momenti all’estremità del piano, sull’orlo d’una riva profonda; e guardando in giù tra le macchie che tutta la rivestivano, vide l’acqua luccicare e correre. Alzando poi lo sguardo, vide il vasto piano dell’altra riva, sparso di paesi, e al di là i colli, e sur uno di quelli una gran macchia biancastra, che gli parve dover essere una città, Bergamo sicuramente. Scese un po’ sul pendìo, e, separando e diramando, con le mani e con le braccia, il prunaio, guardò giù, se qualche barchetta si movesse nel fiume, ascoltò se sentisse batter de’ remi; ma non vide né sentì nulla. Se fosse stato qualcosa di meno dell’Adda, Renzo scendeva subito, per tentarne il guado; ma sapeva bene che l’Adda non era fiume da trattarsi così in confidenza. Perciò si mise a consultar tra sé, molto a sangue freddo, sul partito da prendere. Arrampicarsi sur una pianta, e star lì a aspettar l’aurora, per forse sei ore che poteva ancora indugiare, con quella brezza, con quella brina, vestito così, c’era più che non bisognasse per intirizzir davvero. Passeggiare innanzi e indietro, tutto quel tempo, oltre che sarebbe stato poco efficace aiuto contro il rigore del sereno, era un richieder troppo da quelle povere gambe, che già avevano fatto più del loro dovere. Gli venne in mente d’aver veduto, in uno de’ campi più vicini alla sodaglia, una di quelle capanne coperte di paglia, costrutte di tronchi e di rami, intonacati poi con la mota, dove i contadini del milanese usan, l’estate, depositar la raccolta, e ripararsi la notte a guardarla: nell’altre stagioni, rimangono abbandonate. La disegnò subito per suo albergo; si rimise sul sentiero, ripassò il bosco, le macchie, la sodaglia; e andò verso la capanna. Un usciaccio intarlato e sconnesso, era rabbattuto, senza chiave nè catenaccio; Renzo l’aprì, entrò; vide sospeso per aria, e sostenuto da ritorte di rami, un graticcio, a foggia d’hamac; ma non si curò di salirvi. Vide in terra un po’ di paglia; e pensò che, anche lì, una dormitina sarebbe ben saporita. Prima però di sdraiarsi su quel letto che la Provvidenza gli aveva preparato, vi s’inginocchiò, a ringraziarla di quel benefizio, e di tutta l’assistenza che aveva avuta da essa, in quella terribile giornata. Disse poi le sue solite divozioni; e per di più, chiese perdono a Domeneddio di non averle dette la sera avanti; anzi, per dir le sue parole, d’essere andato a dormire come un cane, e peggio. — E per questo, — soggiunse poi tra sè; appoggiando le mani sulla paglia, e d’inginocchioni mettendosi a giacere: — per questo, m’è toccata, la mattina, quella bella svegliata. — Raccolse poi tutta la paglia che rimaneva all’intorno, e se l’accomodò addosso, facendosene, alla meglio, una specie di coperta, per temperare il freddo, che anche là dentro si faceva sentir molto bene; e vi si rannicchiò sotto, con l’intenzione di dormire un bel sonno, parendogli d’averlo comprato anche più caro del dovere. Ma appena ebbe chiusi gli occhi, cominciò nella sua memoria o nella sua fantasia (il luogo preciso non ve lo saprei dire), cominciò, dico, un andare e venire di gente, così affollato, così incessante, che addio sonno. Il mercante, il notaio, i birri, lo spadaio, l’oste, Ferrer, il vicario, la brigata dell’osteria, tutta quella turba delle strade, poi don Abbondio, poi don Rodrigo: tutta gente con cui Renzo aveva che dire. Tre sole immagini gli si presentavano non accompagnate da alcuna memoria amara, nette d’ogni sospetto, amabili in tutto; e due principalmente, molto differenti al certo, ma strettamente legate nel cuore del giovine: una treccia nera e una barba bianca. Ma anche la consolazione che provava nel fermare sopra di esse il pensiero, era tutt’altro che pretta e tranquilla. Pensando al buon frate, sentiva più vivamente la vergogna delle proprie scappate, della turpe intemperanza, del bel caso che aveva fatto de’ paterni consigli di lui; e contemplando l’immagine di Lucia! non ci proveremo a dire ciò che sentisse: il lettore conosce le circostanze; se lo figuri. E quella povera Agnese, come l’avrebbe potuta dimenticare? Quell’Agnese, che l’aveva scelto, che l’aveva già considerato come una cosa sola con la sua unica figlia, e prima di ricever da lui il titolo di madre, n’aveva preso il linguaggio e il cuore, e dimostrata co’ fatti la premura. Ma era un dolore di più, e non il meno pungente, quel pensiero, che, in grazia appunto di così amorevoli intenzioni, di tanto bene che voleva a lui, la povera donna si trovava ora snidata, quasi raminga, incerta dell’avvenire, e raccoglieva guai e travagli da quelle cose appunto da cui aveva sperato il riposo e la giocondità degli ultimi suoi anni. Che notte, povero Renzo! Quella che doveva esser la quinta delle sue nozze! Che stanza! Che letto matrimoniale! E dopo qual giornata! E per arrivare a qual domani, a qual serie di giorni! — Quel che Dio vuole, — rispondeva ai pensieri che gli davan più noia: — quel che Dio vuole. Lui sa quel che fa: c’è anche per noi. Vada tutto in isconto de’ miei peccati. Lucia è tanto buona! non vorrà poi farla patire un pezzo, un pezzo, un pezzo! — Tra questi pensieri, e disperando ormai d’attaccar sonno, e facendosegli il freddo sentir sempre più, a segno ch’era costretto ogni tanto a tremare e a battere i denti, sospirava la venuta del giorno, e misurava con impazienza il lento scorrer dell’ore. Dico misurava, perchè, ogni mezz’ora, sentiva in quel vasto silenzio, rimbombare i tocchi d’un orologio: m’immagino che dovesse esser quello di Trezzo. E la prima volta che gli ferì gli orecchi quello scocco, così inaspettato, senza che potesse avere alcuna idea del luogo donde venisse, gli fece un senso misterioso e solenne, come d’un avvertimento che venisse da persona non vista, con una voce sconosciuta. Quando finalmente quel martello ebbe battuto undici tocchi, ch’era l’ora disegnata da Renzo per levarsi, s’alzò mezzo intirizzito, si mise inginocchioni, disse, e con più fervore del solito, le divozioni della mattina, si rizzò, si stirò in lungo e in largo, scosse la vita e le spalle, come per mettere insieme tutte le membra, che ognuno pareva che facesse da sè, soffiò in una mano, poi nell’altra, se le stropicciò, aprì l’uscio della capanna; e, per la prima cosa, diede un’occhiata in qua e in là, per veder se c’era nessuno. E non vedendo nessuno, cercò con l’occhio il sentiero della sera avanti; lo riconobbe subito, e prese per quello. Il cielo prometteva una bella giornata: la luna, in un canto, pallida e senza raggio, pure spiccava nel campo immenso d’un bigio ceruleo, che, giù giù verso l’oriente, s’andava sfumando leggermente in un giallo roseo. Più giù, all’orizzonte, si stendevano, a lunghe falde ineguali, poche nuvole, tra l’azzurro e il bruno, le più basse orlate al di sotto d’una striscia quasi di fuoco, che di mano in mano si faceva più viva e tagliente: da mezzogiorno, altre nuvole ravvolte insieme, leggieri e soffici, per dir così, s’andavan lumeggiando di mille colori senza nome: quel cielo di Lombardia, così bello quand’è bello, così splendido, così in pace. Se Renzo si fosse trovato lì andando a spasso, certo avrebbe guardato in su, e ammirato quell’albeggiare così diverso da quello ch’era solito vedere ne’ suoi monti; ma badava alla sua strada, e camminava a passi lunghi, per riscaldarsi, e per arrivar presto. Passa i campi, passa la sodaglia, passa le macchie, attraversa il bosco, guardando in qua e in là, e ridendo e vergognandosi nello stesso tempo, del ribrezzo che vi aveva provato poche ore prima; è sul ciglio della riva, guarda giù; e, di tra i rami, vede una barchetta di pescatore, che veniva adagio, contr’acqua, radendo quella sponda. Scende subito per la più corta, tra i pruni; è sulla riva; dà una voce leggiera leggiera al pescatore; e, con l’intenzione di far come se chiedesse un servizio di poca importanza, ma, senza avvedersene, in una maniera mezzo supplichevole, gli accenna che approdi. Il pescatore gira uno sguardo lungo la riva, guarda attentamente lungo l’acqua che viene, si volta a guardare indietro, lungo l’acqua che va, e poi dirizza la prora verso Renzo, e approda. Renzo che stava sull’orlo della riva, quasi con un piede nell’acqua, afferra la punta del battello, ci salta dentro, e dice: “mi fareste il servizio, col pagare, di tragittarmi di là? “Il pescatore l’aveva indovinato, e già voltava da quella parte. Renzo, vedendo sul fondo della barca un altro remo, si china, e l’afferra. “Adagio, adagio,” disse il padrone; ma nel veder poi con che garbo il giovine aveva preso lo strumento, e si disponeva a maneggiarlo, “ah, ah,” riprese: “siete del mestiere.” “Un pochino,” rispose Renzo, e ci si mise con un vigore e con una maestria, più che da dilettante. E senza mai rallentare, dava ogni tanto un’occhiata ombrosa alla riva da cui s’allontanavano, e poi una impaziente a quella dov’eran rivolti, e si coceva di non poterci andar per la più corta; chè la corrente era, in quel luogo, troppo rapida, per tagliarla direttamente; e la barca, parte rompendo, parte secondando il filo dell’acqua, doveva fare un tragitto diagonale. Come accade in tutti gli affari un po’ imbrogliati, che le difficoltà alla prima si presentino all’ingrosso, e nell’eseguire poi, vengan fuori per minuto, Renzo, ora che l’Adda era, si può dir, passata, gli dava fastidio il non saper di certo se lì essa fosse confine, o se, superato quell’ostacolo, gliene rimanesse un altro da superare. Onde, chiamato il pescatore, e accennando col capo quella macchia biancastra che aveva veduta la notte avanti, e che allora gli appariva ben più distinta, disse: “è Bergamo, quel paese? ” “La città di Bergamo,” rispose il pescatore. “E quella riva lì, è bergamasca?” “Terra di san Marco.” “Viva san Marco!” esclamò Renzo. Il pescatore non disse nulla. Toccano finalmente quella riva; Renzo vi si slancia; ringrazia Dio tra sè, e poi con la bocca il barcaiolo; mette le mani in tasca, tira fuori una berlinga, che, attese le circostanze, non fu un piccolo sproprio, e la porge al galantuomo; il quale, data ancora una occhiata alla riva milanese, e al fiume di sopra e di sotto, stese la mano, prese la mancia, la ripose, poi strinse le labbra, e per di più ci mise il dito in croce, accompagnando quel gesto con un’occhiata espressiva; e disse poi: “ buon viaggio, ” e tornò indietro. Perchè la così pronta e discreta cortesia di costui verso uno sconosciuto non faccia troppo maravigliare il lettore, dobbiamo informarlo che quell’uomo, pregato spesso d’un simile servizio da contrabbandieri e da banditi, era avvezzo a farlo; non tanto per amore del poco e incerto guadagno che gliene poteva venire, quanto per non farsi de’ nemici in quelle classi. Lo faceva, dico, ogni volta che potesse esser sicuro che non lo vedessero nè gabellieri, nè birri, nè esploratori. Così, senza voler più bene ai primi che ai secondi, cercava di soddisfarli tutti, con quell’imparzialità, che è la dote ordinaria di chi è obbligato a trattar con cert’uni, e soggetto a render conto a cert’altri. Renzo si fermò un momentino sulla riva a contemplar la riva opposta, quella terra che poco prima scottava tanto sotto i suoi piedi. — Ah! ne son proprio fuori! — fu il suo primo pensiero. — Sta’ lì, maledetto paese, — fu il secondo, l’addio alla patria. Ma il terzo corse a chi lasciava in quel paese. Allora incrociò le braccia sul petto, mise un sospiro, abbassò gli occhi sull’acqua che gli scorreva a’ piedi, e pensò — è passata sotto il ponte! — Così, all’uso del suo paese, chiamava, per antonomasia, quello di Lecco. — Ah mondo birbone! Basta; quel che Dio vuole. — Voltò le spalle a que’ tristi oggetti, e s’incamminò, prendendo per punto di mira la macchia biancastra sul pendìo del monte, finchè trovasse qualcheduno da farsi insegnar la strada giusta. E bisognava vedere con che disinvoltura s’accostava a’ viandanti, e, senza tanti rigiri, nominava il paese dove abitava quel suo cugino. Dal primo a cui si rivolse, seppe che gli rimanevano ancor nove miglia da fare. Quel viaggio non fu lieto. Senza parlare de’ guai che Renzo portava con sè, il suo occhio veniva ogni momento rattristato da oggetti dolorosi, da’ quali dovette accorgersi che troverebbe nel paese in cui s’inoltrava, la penuria che aveva lasciata nel suo. Per tutta la strada, e più ancora nelle terre e ne’ borghi, incontrava a ogni passo poveri, che non eran poveri di mestiere, e mostravan la miseria più nel viso che nel vestiario: contadini, montanari, artigiani, famiglie intere; e un misto ronzìo di preghiere, di lamenti e di vagiti. Quella vista, oltre la compassione e la malinconia, lo metteva anche in pensiero de’ casi suoi. — Chi sa, — andava meditando, — se trovo da far bene? se c’è lavoro, come negli anni passati? Basta; Bortolo mi voleva bene, è un buon figliuolo, ha fatto danari, m’ha invitato tante volte; non m’abbandonerà. E poi, la Provvidenza m’ha aiutato finora; m’aiuterà anche per l’avvenire. — Intanto l’appetito, risvegliato già da qualche tempo, andava crescendo di miglio in miglio; e quantunque Renzo, quando cominciò a dargli retta, sentisse di poter reggere, senza grand’incomodo, per quelle due o tre che gli potevan rimanere; pensò, da un’altra parte, che non sarebbe una bella cosa di presentarsi al cugino, come un pitocco, e dirgli, per primo complimento: dammi da mangiare. Si levò di tasca tutte le sue ricchezze, le fece scorrere sur una mano, tirò la somma. Non era un conto che richiedesse una grande aritmetica; ma però c’era abbondantemente da fare una mangiatina. Entrò in un’osteria a ristorarsi lo stomaco; e in fatti, pagato che ebbe, gli rimase ancor qualche soldo. Nell’uscire, vide, accanto alla porta, che quasi v’inciampava, sdraiate in terra, più che sedute, due donne, una attempata, un’altra più giovine, con un bambino, che, dopo aver succhiata invano l’una e l’altra mammella, piangeva, piangeva; tutti del color della morte: e ritto, vicino a loro, un uomo, nel viso del quale e nelle membra, si potevano ancora vedere i segni d’un’antica robustezza, domata e quasi spenta dal lungo disagio. Tutt’e tre stesero la mano verso colui che usciva con passo franco, e con l’aspetto rianimato: nessuno parlò; che poteva dir di più una preghiera? “La c’è la Provvidenza!” disse Renzo; e, cacciata subito la mano in tasca, la votò di que’ pochi soldi; li mise nella mano che si trovò più vicina, e riprese la sua strada. La refezione e l’opera buona (giacchè siam composti d’anima e di corpo) avevano riconfortati e rallegrati tutti i suoi pensieri. Certo, dall’essersi così spogliato degli ultimi danari, gli era venuto più di confidenza per l’avvenire, che non gliene avrebbe dato il trovarne dieci volte tanti. Perchè, se a sostenere in quel giorno que’ poverini che mancavano sulla strada, la Provvidenza aveva tenuti in serbo proprio gli ultimi quattrini d’un estraneo, fuggitivo, incerto anche lui del come vivrebbe; chi poteva credere che volesse poi lasciare in secco colui del quale s’era servita a ciò, e a cui aveva dato un sentimento così vivo di sè stessa, così efficace, così risoluto? Questo era, a un di presso, il pensiero del giovine; però men chiaro ancora di quello ch’io l’abbia saputo esprimere. Nel rimanente della strada, ripensando a’ casi suoi, tutto gli si spianava. La carestia doveva poi finire: tutti gli anni si miete: intanto aveva il cugino Bortolo e la propria abilità: aveva, per di più, a casa un po’ di danaro, che si farebbe mandar subito. Con quello, alla peggio, camperebbe, giorno per giorno, finchè tornasse l’abbondanza. — Ecco poi tornata finalmente l’abbondanza, — proseguiva Renzo nella sua fantasia: - rinasce la furia de’ lavori: i padroni fanno a gara per aver degli operai milanesi, che son quelli che sanno bene il mestiere; gli operai milanesi alzan la cresta; chi vuol gente abile, bisogna che la paghi; si guadagna da vivere per più d’uno, e da metter qualcosa da parte; e si fa scrivere alle donne che vengano... E poi, perchè aspettar tanto? Non è vero che, con quel poco che abbiamo in serbo, si sarebbe campati là, anche quest’inverno? Così camperemo qui. De’ curati ce n’è per tutto. Vengono quelle due care donne: si mette su casa. Che piacere, andar passeggiando su questa stessa strada tutti insieme! andar fino all’Adda in baroccio, e far merenda sulla riva, proprio sulla riva, e far vedere alle donne il luogo dove mi sono imbarcato, il prunaio da cui sono sceso, quel posto dove sono stato a guardare se c’era un battello. — Arriva al paese del cugino; nell’entrare, anzi prima di mettervi piede, distingue una casa alta alta, a più ordini di finestre lunghe lunghe; riconosce un filatoio, entra, domanda ad alta voce, tra il rumore dell’acqua cadente e delle rote, se stia lì un certo Bortolo Castagneri. “Il signor Bortolo! Eccolo là.” — Signore? buon segno, — pensa Renzo; vede il cugino, gli corre incontro. Quello si volta, riconosce il giovine, che gli dice: “ son qui. ” Un oh! di sorpresa, un alzar di braccia, un gettarsele al collo scambievolmente. Dopo quelle prime accoglienze, Bortolo tira il nostro giovine lontano dallo strepito degli ordigni, e dagli occhi de’ curiosi, in un’altra stanza, e gli dice: “ ti vedo volentieri; ma sei un benedetto figliuolo. T’avevo invitato tante volte; non sei mai voluto venire; ora arrivi in un momento un po’ critico. ” “Se te lo devo dire, non sono venuto via di mia volontà,” disse Renzo; e, con la più gran brevità, non però senza molta commozione, gli raccontò la dolorosa storia. “È un altro par di maniche,” disse Bortolo. “Oh povero Renzo! Ma tu hai fatto capitale di me; e io non t’abbandonerò. Veramente, ora non c’è ricerca d’operai; anzi appena appena ognuno tiene i suoi, per non perderli e disviare il negozio; ma il padrone mi vuol bene, e ha della roba. E, a dirtela, in gran parte la deve a me, senza vantarmi: lui il capitale, e io quella poca abilità. Sono il primo lavorante, sai? e poi, a dirtela, sono il factotum. Povera Lucia Mondella! Me ne ricordo, come se fosse ieri: una buona ragazza! sempre la più composta in chiesa; e quando si passava da quella sua casuccia... Mi par di vederla, quella casuccia, appena fuor del paese, con un bel fico che passava il muro...” “No, no; non ne parliamo.” “Volevo dire che, quando si passava da quella casuccia, sempre si sentiva quell’aspo, che girava, girava, girava. E quel don Rodrigo! già, anche al mio tempo, era per quella strada; ma ora fa il diavolo affatto, a quel che vedo: fin che Dio gli lascia la briglia sul collo. Dunque, come ti dicevo, anche qui si patisce un po’ la fame... A proposito, come stai d’appetito?” “Ho mangiato poco fa, per viaggio.” “E a danari, come stiamo?” Renzo stese una mano, l’avvicinò alla bocca, e vi fece scorrer sopra un piccol soffio. “Non importa,” disse Bortolo: “n’ho io: e non ci pensare, che, presto presto, cambiandosi le cose, se Dio vorrà, me li renderai, e te n’avanzerà anche per te.” “Ho qualcosina a casa; e me li farò mandare.” “L’ho detto io della Provvidenza!” esclamò Renzo, stringendo affettuosamente la mano al buon cugino. “Va bene; e intanto fa’ conto di me. Dio m’ha dato del bene, perchè faccia del bene; e se non ne fo a’ parenti e agli amici, a chi ne farò?” “Dunque,” riprese questo, “in Milano hanno fatto tutto quel chiasso. Mi paiono un po’ matti coloro. Già, n’era corsa la voce anche qui; ma voglio che tu mi racconti poi la cosa più minutamente. Eh! n’abbiamo delle cose da discorrere. Qui però, vedi, la va più quietamente, e si fanno le cose con un po’ più di giudizio. La citta ha comprate duemila some di grano da un mercante che sta a Venezia: grano che vien di Turchia; ma, quando si tratta di mangiare, la non si guarda tanto per il sottile. Ora senti un po’ cosa nasce: nasce che i rettori di Verona e di Brescia chiudono i passi, e dicono: di qui non passa grano. Che ti fanno i bergamaschi? Spediscono a Venezia Lorenzo Torre, un dottore, ma di quelli! È partito in fretta, s’è presentato al doge, e ha detto: che idea è venuta a que’ signori rettori? Ma un discorso! un discorso, dicono, da dare alle stampe. Cosa vuol dire avere un uomo che sappia parlare! Subito un ordine che si lasci passare il grano; e i rettori, non solo lasciarlo passare, ma bisogna che lo facciano scortare; ed è in viaggio. E s’è pensato anche al contado. Giovanbatista Biava, nunzio di Bergamo in Venezia (un uomo anche quello!) ha fatto intendere al senato che, anche in campagna, si pativa la fame; e il senato ha concesso quattro mila staia di miglio. Anche questo aiuta a far pane. E poi, lo vuoi sapere? se non ci sarà pane, mangeremo del companatico. Il Signore m’ha dato del bene, come ti dico. Ora ti condurrò dal mio padrone: gli ho parlato di te tante volte, e ti farà buona accoglienza. Un buon bergamascone all’antica, un uomo di cuor largo. Veramente, ora non t’aspettava; ma quando sentirà la storia... E poi gli operai sa tenerli di conto, perchè la carestia passa, e il negozio dura. Ma prima di tutto, bisogna che t’avverta d’una cosa. Sai come ci chiamano in questo paese, noi altri dello stato di Milano? ” “Come ci chiamano?” “Ci chiaman baggiani.” “Non è un bel nome.” “Tant’è: chi è nato nel milanese, e vuol vivere nel bergamasco, bisogna prenderselo in santa pace. Per questa gente, dar del baggiano a un milanese, è come dar dell’illustrissimo a un cavaliere.” “Lo diranno, m’immagino, a chi se lo vorrà lasciar dire.” “Figliuolo mio, se tu non sei disposto a succiarti del baggiano a tutto pasto, non far conto di poter viver qui. Bisognerebbe esser sempre col coltello in mano: e quando, supponiamo, tu n’avessi ammazzati due, tre, quattro, verrebbe poi quello che ammazzerebbe te: e allora, che bel gusto di comparire al tribunal di Dio, con tre o quattro omicidi sull’anima!” “E un milanese che abbia un po’ di...” e qui picchiò la fronte col dito, come aveva fatto nell’osteria della luna piena. “Voglio dire, uno che sappia bene il suo mestiere?” “Tutt’uno: qui è un baggiano anche lui. Sai come dice il mio padrone, quando parla di me co’ suoi amici? — Quel baggiano è stato la man di Dio, per il mio negozio; se non avessi quel baggiano, sarei ben impicciato. — L’è usanza così. ” “L’è un’usanza sciocca. E vedendo quello che sappiam fare (chè finalmente chi ha portata qui quest’arte, e chi la fa andare, siamo noi), possibile che non si sian corretti?” “Finora no: col tempo può essere; i ragazzi che vengon su; ma gli uomini fatti, non c’è rimedio: hanno preso quel vizio; non lo smetton più. Cos’è poi finalmente? Era ben un’altra cosa quelle galanterie che t’hanno fatte, e il di più che ti volevan fare i nostri cari compatriotti.” “Già, è vero: se non c’è altro di male...” “Ora che sei persuaso di questo, tutto anderà bene. Vieni dal padrone, e coraggio.” Tutto in fatti andò bene, e tanto a seconda delle promesse di Bortolo, che crediamo inutile di farne particolar relazione. E fu veramente provvidenza; perchè la roba e i quattrini che Renzo aveva lasciati in casa, vedremo or ora quanto fosse da farci assegnamento.
De spés basta che ge sia sol en pensiér per spaventar n’òm; pensà po', se i pensiéri i fus doi e un contra l’àuter. Come che sén, el pòer Renzo l’era ore che l’era combatù tra doi bisògni revèrsi: da na banda ‘l desidèri de s-ciampar en prèssa, da l’àutra chela de restàr scònt. Le parole del merciandèl le g’eva metù ‘l pipacul e le eva aumentà tute doi che impression entel stes moment. Sichè la só storia l’era zà su la bócia de tanti; sichè i era dré a zerciàrlo a tuti i costi! Cissà canti sbiri che era sta mandà ‘n ziro a zerciàrlo, e che órdeni che era sta dat per fuziàr entei paési, enle ostarìe e per le strade! Segur, el se consolava, a la fìn chei l’eva vìst l’era sta sol doi sbìri, e ‘l só nòm nó l’era mìgia scrit sul vìs no! Però ge nidéva ‘n ment storie de zènt che s-ciampava che po' i èra stadi ricognossùdi per via de ròpicolézze che ‘nzun avròs mai empensà; o per el modo de ciaminàr, o per el portament sospetós, o àutri segni che i l’eva tradìdi per caso. Ogni ròba ge ‘mparéva ‘n perìcol. Cando che l’era fòr da Gorgonzola, l’orolòi el segnava mezanòt e ‘l stròu i lo protezéva sèmper de pù. Però l’à zapà la strada prinzipale malvolintéra, con chela de ‘mbociàr apena possìbol el prìm sintér da na banda e che ge fus emparèst de nar enla direzion che ge ‘nteressava. D’imprinzìpi l’à ‘ncontrà calche viandante, ma, tormentà come che l’era da le só riòme, nó l’eva bù ‘l coràzo de domandar informazion. – “Chel merciandèl, l’eva dit dés dódes chilometri” – el pensava ‘ntra de el – "e se togèndo n’àutra strada i dovés deventar chìndes o vìnti, l’è lostes: le giambe che à ciaminà enfìn adès le ciaminerà ‘ncor. De zèrto nó son dré a nar vèrs Milan, sichè la me direzion la cògn èsser vèrs l’Adda. Ciamìna e ciamìna, prima o dopo ariverài. L’Adda se ‘l sènt da lontan, e cando che sarài ìo vizìn nó ocorerà pù ‘nzun che i me ‘nsegnìa endo che l’è. Se trovi na bàrcia per traversàrlo, tant de gadagnà, se no speterài enfìn doman bonora, me metèrài enten ciamp o su ‘nte n’arbol, come che fa i pàsseri: mèio dormìr su ‘nte n’àrbol che nar en preson!” – Scasi sùbit l’à vist na stradèla a man zància; e l’è nà per chela. A che l’ora, se l’avés encontrà calchedun nó l’averòs pù fat tante zerimònie per fàrse ‘nsegnar la strada, però nó se sentiva ànima viva. El néva endo che i lo portava la strada, e ‘l pensava. El Renzo l’era ‘n pòc’ enzispà e ‘ntrà se stes el pensava: — Mì averòssi ‘nvià via tut chel rafanàs? Mì averòssi volèst copàr tuti i siori? Mì averòssi avèst en fas de lìtere che me comprometéva? E i me compagni, sol emmazinadi, i m’averòs perfìn fat la guardia? Pageròssi volintéra vergot per giatàrme a càter òcli con chel negoziante, en bòt che a la fìn averài traversà chel benedét Adda! El fermeròssi con creànza e ge domanderòssi come che l’eva fat a binàr ensèma tute che bale. Adès, caro sior, lagiàme spiegiàrve come che le è nade, dalbòn, le ròbe: mì nó ài fat àuter che aidar el Ferrer come se fus sta mé fradèl, e chei lazeróni che, per voi, saròs sta mé amìzi, en realtà i à provà a fàrme ‘n brut schèrz sol perché enten zèrto moment ài dit na parola da bòn cristian. Entant che voi èreo pazìfico a tènder a la vòssa botégia, mì riszavi de fàrme sghizzar le còste per salvar el sior vicari del panàdec’, na persona che nó cognossévi nancia e che nó evi mai vìst prima! Spèta pur, che n’àter bòt, prima de dàrme da far per aidar i siori… L’è vera che ge voròs fàrlo per amor de Dio, perché ancia lori l’è nòssi prossimi, ma vardà voi, dopo, come che se vèn pagiàdi! E cant a chel fas de lìtere, endo che ge saròs su scrìt tut l’entrìc’ e che, a sentìrve voi, el saròs adès en man a la zustìzia… scometénte che poròssi tiràrlo fòr sùbit, senza l’aiùt del diàul? Ve plaseròs véderlo, ah? Vèl cì… Ah no, nó l’è ‘n plìc, ma l’è sol una! Sisignór, una sola. E séo cì che l’à scrìta? En frate, un che pòl ensegnàrve la dotrìna cando che voléo; n’òm che, senza fàrve tòrt, en pél de la só barba, el val de pù che tuta la vòssa persona! E ‘l séo a cì che l’era ‘ndirizzada? A n’àuter frate, ancia chesto na persona degna… eco cì chel’è i veri brigànti! E n’àuter bòt emparà a parlar mèio, spezialment cando che parlào del pròssim.” — Dopo ‘n pèz, tuti sti pensieri e àutri come chesti, i s’è sfantadi dal tut: adès l’era dal tut zapà da la situazion de chel moment, chela de ‘n pòer òm che cògn s-ciampar. La paura de èsser destanà e ricognossù, che fòr per el dì eva fat de chel viaz en cialciaròt, adès nó i lo preocupava pù che tant. Però g’era tante àutre ròbe che féva chel viaz ancor pù fadigós e odiós, la strovèra de ca nòt, èsser da só pòsta, la stracità sèmper pù fòrta e che ormai la ge féva ancia mal. Per de pù soflàva ancia n’ariéta lizéra, setìla, che néva de sèito, che de segur nó la ge aidava a chel che geva ancor i àbiti sièlti per le nòzze, convìnto de tornàr a ciasa prést e far fèsta. E a far ancor tut pù difìzile l’era ‘l fato che ‘l néva avanti senza savér endo che nar, zerciàndo a la òrba ‘n pòsto segur endo che podérse fermar e poussàr. Cando che ge tociàva de traversàr en paés el neva plan planìn, vardàndo ben se ge fus ancor calche portón davèrt. Però, nó l’eva vìst el minimo ségn de zènt ancor en pè, a parte calche lumata che la filtrava tra i scuri. Fòr dai paési, per la strada, ogni tant el se fermava, per scoutàr con atenzion speràndo de sentìr el rumor de l’Adda, ma nó ‘l sentìva ‘ngot. I unizi rumori che l’era bòn de sentìr, l’era i lamenti lontani de calche ciàgn ente i masi, en rumor a metà tra ‘l trìst e ‘l paurós. Apéna che se svizinava a un de chei masi, chel lamént el deventava ‘n bofàr ciatìo. Passàndo dinanzi a na pòrta ge ‘mparéva scasi de véder en ciagnàz con la musàra ‘ncolada a la crèpa, ardoplàr le bofàde: sta ròba la ge féva passàr la vòia de bàter sul portèl per fàrse azetàr. Forse, però, nó l’averòs trovà ‘l coràzo de fàrlo nancia se nó ge fus sta ciàgni. El se ‘mmazinava zà chel che la zènt de che ciase l’averòs dit: “Chivalà? Che voléo po' da st’ora? Come éo fat po' a arivàr cì? Perché po' nó éo zercià n’ostarìa?” e chesto se néva tut ben, sèmper che nó ge fus sta calchedun pù paurós che, per nó savér né lézer né scrìver, nó ‘l se fus metù a zigiàr: “Aiùt! Aiùt, g’è ‘n làder!” e per nó méter el cul enle peàde, ge voléva sùbit aver na spiegiazion segura e che convinzéva. Ma el, che averòssel podèst dir po'? De nòt, cì che sènt en rumor el pensa sèmper ai ladri, ai briganti o a calche perìcol. Enzun se ‘mmazina che n’òm onèst el pòdia giatàrse ‘n viaz a chel’ora, a men che nó ‘l fus en sioràz con la ciaròzza. Alor l’à dezìso de domandar aiùt sol come l’ùltima speranza, e l’à seghità a ciaminàr, speràndo almen de trovar el fiume Adda, e adiritura de èsser bòn de traversàrlo prima de l’alba. Ente sto modo, l’averòs schivà de cognér zerciàrlo dal dì, riszando de èsser cognossù. Ciamìna e ciamìna, l’è arivà ‘ndo che la ciampàgna coltivada la se ruava e scomenziava na frata sparpaiada de félsi e de sponàre. G’eva parèst, se nó àuter, en ségn de fiume vizìn, e alor l’è nà ént per chela, nàndoge dré a ‘n sintér che i la traversava. Fati pòci passi el s’è fermà per scoutàr, ma nó ‘l sentìva ancor engot. El fastìdi de chel viaz l’era aumentà dal véder chel pòsto ‘nzì selvàdec’, da nó véder pù né ‘n moràr, né na vida, né àutri segni de còut, che prima ‘nveze ‘mparéva che ge fés na mèza compagnìa. Però l’è nà avanti lostes, e sicome ente la só testa scomenziava a nìrge ‘n ment zèrte figure, zèrti pensieri, che se ricordàva da le stòrie sentùde cando che l’era ‘n pòpo, e alor, per paràrle via, o per calmàrle, el diséva su, entant che ‘l ciaminava, calche orazion per i morti. En pòc’ al bòt, el Renzo, ‘l s’è trovà en mèz a na bos-cèra pù spessa, con zesóni de sponare, róuri e spinàzzi. Nàndo avanti a ciaminar e pessegiàndo ‘l pas, pù per l’azitazion che per en desidèri vero, l’à scomenzià a véder arcanti àrboi en mèz ai spinàzzi. Seghitàndo a nar per chel sintér, el s’è acòrt de èsser na ént enten bos-c’. El g’eva na zèrta téma a nar ént per chel pòsto, ma ‘l s’à fat fòrza e, ancia se malvolintéra, la seghità a ciaminàr. Però, pù che ‘l neva avanti, pù aumentava ‘l pipìo e ogni ròba che ‘l g’eva ‘ntorn i lo metéva ‘n desàsi. I àrboi, visti da lontan, i g’eva na forma stramba, emparéva scasi mostri, l’ombra de le rame, movèste dal vènt, con la luze de la luna le petàva sul sintér figure che tremolava e che i lo spaventava; perfìn el rumor de le fòie séce che ‘l pestolava el ge deva fastìdi. Empareva che le só giambe le fus movèste da n’azitazion come se le volés córer, ma ‘ntel stes tèmp le ge ‘mparéva débole e strace. El vènt de la nòt el ge soflàva sul mus en frét che sponzéva; i lo sentiva passàrge dént sota i dràpi, ‘nglazzàrge la pèl e ficiàrse dént enfìn ai òssi, che zà ge féva mal per la stracità, smorzàndoge zó chel pòc’ de fòrza che ge restava. A ‘n zèrto punto, ca impression che lo stofegiava, ca paura che nó se pòl nancia dir e che i lo tormentava da ‘n bel pèz, emparéva che i l’avés venzù. L’era dré a zéder a la fórla, ma pròpri ‘l terór de lagiàrse vénzer i l’à scorlà. Con en sfòrz de volontà ‘l s’è obligià a trovar el coràzo e de resìster. El s’è fermà, e convìnto de pensàrge su ben a chel che far: l’à pensà de tornàr de vòuta, far de nòu la strada zà fata, arivar a l’ùltim paés traversà e zerciàr aiùt, ancia n’ostarìa, pur de trovar la compagnìa dei òumni. Entant che l’era ìo fermo, coi só passi che nó i féva pù rumor e che g’era ìo ‘ntorna en complèto silenzio l’à scomenzià a sentìr en rumor lontàn, en mormoràr de aca che corìva. L’à ‘ndrizzà le récle, l’à scoutà con atenzion e adès l’era segur: l’era l’Adda! L’è sta come giatàr n’amìzi, ‘n fradèl, en salvatór. La stracità l’è svanìda, ‘l só còr l’è tornà a bàter con forza, el sànc l’à tornà a passar ciàut per le véne, la só ment l’è nuda a èsser pù clara e ‘l pés de l’ansia el se slizerìva. Pù calmo per ca scoperta nó l’à bù pù dubi: el s’è petà dént enchel bós-c’ con segurezza, portà da chel rumor de l’aca che ge féva coràzo. Enten pòci menuti, el Renzo l’è arivà su la fìn de la plàna, e ‘l s’è fermà su l’ór de n’argiàl putòst ért. Vardàndo ‘n zó, tra i zesóni che scuertàva ca fròna, l’à vist l’aca del fiume slùser e corer velòze. Auzzàndo i òcli l’à osservà la gran planadùra su la sponda da l’àutra, tuta pléna de paesòti. Pù ‘nlà se vedéva dòssi e, sora a un de chesti na gran màcla biancia che ge ‘mparéva na zità: de segur l’era Bergamo. L’è na zó plan plan per l’argiàl, spostàndo con le man e coi brazzi le rame dei spinàzzi e la osservà mèio ‘l fiume, speràndo de véder na barcia en movimént o de sentìr almen el rumor dei remi su l’aca. Però nó l’à vist e nó l’à sentù ‘ngot. Se ‘l fus sta en fiume pù pìzzol, el Renzo l’averòs provà sùbit a traversàrlo a pè, ma ‘l séva benón che l’Adda l’era ‘n fiume pericolos e nó se podéva dàrge tanta confidènza. El Renzo ‘l s’è metù a pensàr con calma su chel che ‘l saròs sta mèio far. Rampegiàrse su ‘nte n’àrbol e restar ìo a spetàr l’alba per almen sei ore, con chel frét, l’ariéta e la rosàda, vestì come che l’era, ‘l saròs sta pù che assà per englazzàrse dal tut. Ciaminàr avanti e ‘ndré per tut chel tèmp nó ‘l saròs sta en rimèdi contra ‘l frét de la nòt, oltre che a èsser massa fadigós per le só giambe che zà le eva fat pù che ‘l só dovér. G’è nù ‘n ment de avér vìst, ente un de chei ciampi vizìni a ca frata, una de che bèrgie de ciampagna con el cuèrt de paia, fate su con le bóre e rami e po' smaltade de lòcia. I contadini del milanes i le dopràva d’istà per depositar i só prodoti e per dormìr éntotra a far la guardia, ma per el rèst de l’an le restava arbandonàde. L’à dezìso sùbit che per ca nòt el saròs sta ‘l só refugio. L’à zapà ancor el sintér, l’à traversà tut el bos-c’, chei spinàzzi, i pradi de erba e ‘l s’è dirèt vèrs la bèrgia. La porta, vècla e scassàda, l’era sol postàda, senza clào o s-ciarnàz. El Renzo l’à spenzù, l’è nà dént e l’à vist na arèla piciada su sot fata de rame una sora l’àutra, che ‘mpareva n’amaca. Però nó ge ‘nteressava montàr su chela, enveze l’à vist che per tèra g’era ‘n pòc’ de paia e che pròpri ìo el saròs sta bòn de far na bèla pisana. Però prima de butàrse zó su chel lèt che la Providènza g’eva preparà, el s’è ‘nzinoclà, e i l’à ringraziada per ca grazia e per tut l’aiùt che l’eva bù enca tremenda zornada. Po' l’à dit su le só sòlite orazión; l’à domandà perdón al Sioredio per nó avérle dìte su la sera inanazi; anzi, per dìrla con le só parole, de èsser nà a dormìr come ‘n ciàgn, e pézi. — E per chesto, — el pensava ‘ntrà de el, pozàndo le man su la paia, e sdravacàndose zó: — per chesto, m’è tocià, la doman dré, ca bèla desdromenzàda. — L’à binà ‘nsèma tuta la paia che restàva ìo ‘ntorna e ‘l se l’à comodàda adòs, per fàrge far, come che ‘l podéva, na spezie de cuèrta, per tempràr en pòc’ el frét, che ancia dénter enca bèrgia el se féva sentìr assà. El s’è ‘ncuzzolà sota con chela de fàrse na bèla dormìda, parèndoge de avérla compràda ancia pù ciara de chel che la valéva. Come che l’à serà i òcli, ente la só testa o ‘ntele só fantasìe, (nó saveròssi dìrve de precìso), à scomenzià, ve disévi, en nar e nìr de zènt, che ‘mparéva na féra, e adìo sòn. El negoziànte, el notaio, i sbiri, ‘l feràr, l’òst, el Ferrer, el vicari, ca sclapàda a l’ostarìa, tuta ca gran fóla per le strade, e po' don Abondio, e po' don Rodrigo: tut zènt che ‘l Renzo l’èva bù a che dìr. Le uniche trei ròbe che ‘l Renzo l’era bòn de véder enla só ment senza nancia ‘n brut pensier, fòr da ogni sospèt e pròpri bèle dal tut, l’era trei visi a el tanto ciari. Doi sora tut i eva metù raìs entel só còr, ancia se i era diferènti tra de lori: na drézza négra e na barba biancia. Però ancia se a pensàrli ge passava ‘n pòc’ el dolor, lostes chel pensier nó l’era senza zìsmi. Cando che ge nidéva ‘n ment fra Cristoforo, ge nidéva ‘ncor pù forta la vergògna per chel che l’eva combinà senza pensar a chel che ‘l feva, per aver fat ca bala ‘nzì vergognosa, e per nó avérge dat fé ai só consìli. E a pensar a la Lucia… nó g’è bisògn de spiegiar i só sentimenti: el lezidór el sa la situazion e ‘l pòl emmazinàrsel da só pòsta. E averòssel podèst desmentegiàrse l’Agnese? Ela che i l’eva azetà sùbit come zènder, ritegnèndol ormai un de la famìlia, e ancor prima che ‘l Renzo i la clamàs “mare”, con el l’era sèmper stada come na mare, fasèndol véder con i fati. Ma chel pensier el ge féva nìr ancor pù destrani. Propri ciàusa l’amor e l’afezion per el e per la Lucia, ca pòra feumna la era stada sbregiada via da só ciasa, e la se trovava a èsser scasi come na zibaldona, senza segurezza per el doman, pléna de preocupazion e pensieri per le stesse ròbe che, l’averòs sperà, che i l’avés fata star pazìfica e contenta entei ultimi ani che ge restava. Che bruta nòt per el pòer Renzo! Chela che averòs dovèst èsser la chìnta del só matrimòni! Che bruta ciàmera! Che razza de lèt matrimoniale! E per de pù dopo na zornadàzza come chela! E doman che saròs suzèst po'? Canti dì difìzili l’averòs dovèst passar? Ma per parar via sti bruti pensieri ‘l se diséva: — “Sia fata la volontà del Sioredio. El el sa chel che ‘l fa, de segur g’è ‘n vergot ancia per mì. Entant mì ge offri tut chesto per farme perdonar dei me peciadi. La Lucia l’è ‘nzì bòna… el Sioredio nó ‘l vorà mìgia fàrla patìr massa tant no, no per tant tèmp, no per tant tèmp!” — Plegià ént ente sti pensieri, ormai l’era rassegnà a nó podér pù ‘ndromerzàrse e sèmper pù ‘mbrumà, tant da tremar e ogni tant bàter i denti, el Renzo nó ‘l vedéva l’ora che nidés dì. Tut nervós el contava le ore che le passava massa plan. Se pòl dir che i le misuràva perché ogni mez’ora, ente tut chel silenzio de ca nòt, el sentìva rimbombar i bòti de n’orolòi: forsi l’era chel de Trezzo. La prima bòta che l’eva sentù chel cólp, che nó ‘l se lo spetava, senza ciapìr da ‘ndo che ‘l nidés, l’era restà ‘n pòc’ maraveà. Ge ‘mparéva che ‘l fus n’avertimént misteriós e solène, come se na ós che nó l’eva mai sentù e vìst la ge parlàs. Cando che a la fìn el batòcel l’eva batù ùndes bòti, che l’era l’ora che ‘l Renzo l’eva pensà per levàr, l’è nu su ‘n pè mèz englazzà, el s’è metù ‘nzinoclón, e l’à dit su, enten modo pù divòt del sòlit, le orazion de la matìna, po' ‘l s’è tirà per lònc’ e per làrc’, el s’è scorlà la vita e le spale, come per méter ensèma tuti i tòci, che ‘mparéva che i nés ognun per conto so, l’à soflà ente na man, po' ‘nl’àutra, i se la sfregolàde, l’à daverzù l’us de la bèrgia; e, per prima ròba l’à dat n’oclada encà e ‘nlà, per véder se g’era calchedun. Nó vedèndo ‘nzun, l’à zercià con l’òcel el sintér de la sera inanazi, i l’à vist e sùbit l’è nà per chel. El ziél el prometéva na bèla zornàda: la luna smòrta e senza luze, se la distinguéva enten gran ziél color grìs mez azùr, che vers matìna ‘l deventava zàlt en pòc’ rosa. Tra ziél e tèra se vedéva nùgole lònge tra l’azùr e ‘l marón tute diferènti una da l’àutra, con le pù basse che le era ‘ncornisade da na strìsa pù rossa, sèmper pù fòrta e splendiènta. A mezdì g’era àutre nùgole lizére e mòrbie che le se ‘ncolorìva de tinte che nó se pòl descrìver. L’era chel ziél de la Lombardia, che l’è pròpri bèl cando che l’è serén e belìssim. Se ‘l Renzo ‘l fus sta ìo ‘nchel posto a spassezar l’averòs de segur prezzià ca belìssima alba, enzì diferènta da chele che l’era usà a véder tra i só monti. Ma ‘nte chel moment l’era pù atènto a la strada, e ‘l ciaminàva con bòn pas, sia per s-ciaudàrse che per arivar prima. L’à traversà i ciampi, l’à passà via le frate, l’è nà ent entel bos-c’ e vardàndose ‘ntorna, nó l’à podèst far a men de fàrse na risàda e a vergognàrse per tuta ca paura che l’eva bù pòce ore prima. Arivà su l’ór de la riva, l’à vardà ‘n zó e, tra i rami, l’à vìst la barcéta de ‘n pes-ciador che la néva contra aca plan planìn, dré a la sponda. Senza spetàr àuter, l’è nà zó ‘n prèssa tra i spinàzzi, l’è arivà a la riva e l’à clamà ‘l pes-ciador con na osata lizéra. El voléva dar da ‘ntènder che ‘l domandava sol e piazeròt, ma senza rènderse cont, el só tòno el ge ‘nsomiava a na sùplicia. El pes-ciador l’à dat n’oclada a la riva, l’à oservà l’aca che la corìva, po' ‘l s’è voutà a controlar ancia l’aca a mont, po' a la fìn l’à puntà la bàrcia vèrs el Renzo e ‘l s’è svizinà a la sponda. El Renzo, che l’era scasi con en pè ‘nl’aca l’à brancà la pónta de la barcia, e l’è sautà ént e l’à domandà: “mé faròsseo el piazer de portàrme da l’àutra banda? Vé pagerài per el disturbi.” El pes-ciador l’eva zà ciapì chel che ‘l voléva e, senza dir engot, l’à scomenzià a dirèzer la barcia vèrs l’àutra sponda. El Renzo, vedèndo ‘n rém de scorta sul font de la barcia, i l’à tòt e ‘l s’à metù a remar. “Fé plan, plan,” dis el padron; ma ‘ntel véder pò con che inzègn el putèl l’eva tòt en man l’arzàra e ‘l se metéva a manezàrla, “ah, ah,” ‘l dis: “séo del mistér.” “En pocetìn,” giâ respondù ‘l Renzo, e ‘l s’è metù zalà e con na braùra, pù che da prinzipiànte. E senza mai cialàr, ogni tant el déva n’oclada con sospèt a la riva da ‘ndo che i se slontanava, e po' ‘l ne ‘n deva una a chela ‘ndo che i era dirèti, e ge premeva de nó podér nar da la pù curta, perché la fòrza de l’aca, ente chel pòsto l’era massa velòze, per taiàrla dirètament; e la barcia, en pòc’ rotèndo, en pòc’ secondànt el fil de l’aca, la cognéva far en trat a traversón. Come che suzét en tuti i afari ‘n pòc’ engiartiadi, prima le dificoltà le se presènta al pù gròs, po' entel nar avanti, se le vét pù ‘ntel particolare, e ‘l Renzo adès, che l’Adda, se pòl dìrlo, l’era passà, ge deva pensier el nó savér de segur se ìo el fiume ‘l segnàs el confìn, o se, passà via ca complicazion, ge ‘n fus n’àutra da superar. Sichè, l’à clamà ‘l pes-ciador e fasèndoge ségn con la testa, a ca macla biancia che l’eva vist la nòt inanzi, e che adès se vedéva pròpri ben, el dis: “èl Bergamo, chel paés?” “La zità de Bergamo,” à respondù ‘l pes-ciador. “Ma ca sponda ìo, èla bergamasca?” “Terà de san Marc’.” “Via san Marc’!” à sclamà ‘l Renzo. El pes-ciador nó l’à dit engot. A la fìn i à tocià ca sponda; el Renzo l’à trat en slànz fòr da la barcia; l’à ringrazià ‘l Sioredio ‘ntra de el, e po' a ós l’òm da la barcia, l’à metù le man en sciarsèla, l’à tirà fòr na berlinga, che, vista la situazion, nó l’era pròpri pòcia spesa, e ‘l ge l’à data al gialantòm; chelìo, dat ancor n’oclada a la sponda milanesa, e al fiume sora e sot, l’à slongià la man e l’à tòt la mancia, i l’à metuda via, po' l’à strenzù i làuri e ‘n pù ‘l s’à segnà col dé na cros, e con chel zèst e n’oclada che voleva dir tut, el dis: “bòn viaz,” e l’è tornà ‘ndré. Perché pò ‘n riguardo ‘nzì pronto e fidà de chelìo vèrs un che nó ‘l cognosséva nancia, el lezidor nó ‘l se fàgia maravéa, perché ‘l giâ da savér che chel’òm, che de spés contrabandieri e banditi ge domandava chel piazér, l’era usà a fàrlo, nancia tant per amor del pòc’ gadàgn che podéva nìrgen, ma putòst per nó fàrse nemìzi ‘ntrà ca zènt. I lo féva, ve digi, ogni bòta che ‘l podéva èsser segur che nó i lo vedés né i dazieri, né i sbiri, né le spìe. Enzì, senza volérge pù ben ai primi che ai secondi, ‘l vardava de contentàr tuti senza fàrge tòrt a ‘nzun, che l’è la dota de cì che è obligià a tratar con zèrti e l’è sozèto a rènderge cont a zèrti àutri. El Renzo ‘l s’è ferma n’àtimo ìo su la riva a fissar la sponda da l’àutra, chel teritòri da ‘ndo che l’era s-ciampà e che pòc’ tèmp prima el scotàva sota i só pèi. — Ah! a la fìn son proprio nù fòra! — l’è sta ‘l so prim pensier. — Resta pur ìo, maledéto paés, — l’è sta ‘l secónt, l’adio a la patria. Ma ‘l tèrz l’è nà a cì che l’eva lagià ìo ente chel paés. Alor l’à ‘ncrosà i brazzi sul stómec’ l’à sospirà, l’à sbassà i òcli su l’aca che corìva sota i só pèi, e l’à pensà — l’è passada sota ‘l pònt! — con sto pensier, che i diseva al só paés, el pensava al pònt de Lecco. E dopo con en pòc’ de destrani e de rasegnazion, l’à sclamà ‘ntrà de el: “ah mondo ciatìo! Adès basta, chel che Dio vòl. — El Renzo l’à voutà le spale a chei bruti pensieri e ‘l s’è metù a ciaminar, vardàndo drìt vèrs na màcla biancia sul mont, con chela de nar enca direzion enfìn a cando che nó l’avés encontrà calchedun da domandàrge la strada zusta. Ge voléva véder con che coràzo ‘l Renzo el ge neva vizìn ai viandanti e, senza tanti zìri de parole el nominava ‘l paés endo che abitava só cusìn. Dal prìm che ‘l geva domandà l’à savèst che ge manciava desdòt chilometri ancor da far. Chel viaz nó l’è sta na spassezada. Senza dir de le rògne che ‘l Renzo ‘l se portava dré, el vedeva dapertut misèria e patimenti che i giâ fat ciapìr che ancia ‘ntel paés endo che l’era dirèt, l’averòs trovà la stessa magra che l’eva lagià ‘ntel so. Per tuta la strada e ancor de pù traversàndo le borgade e i paesi, l’encontrava dapertut zènt che era deventà pouréta, e pù che ‘ntei drapi el vedéva la misèria sui musi. L’era contadini, zènt che nidéva zó dai monti, artesani, famìlie ‘ntrége poréte come i ragni. Dapertut el sentivà ‘n brontolar de sùplice, lamenti e splanzignàde de pòpi famàdi. Chel spetàcol i lo ‘mplenìva de compassion e malumor e ‘l giâ fat nìr en ment àutre preoccupazion per el só doman. — Cì sa, — ‘l pensava, — se me troverài ben, se ge sarà laóro, come ‘ntei ani passadi. Bòn, bòn. El Bórtol el me voleva ben, l’è ‘n bòn putèl, l’à fat i soldi, ‘l m’à ‘nvidà tante bòte; de segur nó ‘l me arbandonerà. E po' la Providenza enfìn adès la m’à sèmper aidà, la me aiuterà ancia doman.— Entramèz la fam che g’era zà nù da calche ora, la cresséva sèmper de pù ogni pas che ‘l feva; ancia se ‘l Renzo, entel moment che l’à scomenzià a sentìrla, l’era convìnto de podér resìster ancor per chei càter zìnc’ chilometri che ge restava da far, l’à pensà che nó l’era bonacreànza presentàrse da só cusìn come fus ìo per domandàrge la ciarità e come prìm salùt, domadàrge sùbit vergot da magnar. E alor la tirà fòr tuti i soldi che ‘l geva ‘n s-ciarsèla, i l’à fati córer sul palmo de la man e i l’à contàdi. El càlcol nó l’era de segur complicà, ma ‘l s’è rendù cont che ‘l ge n’eva assà per perméterse ‘n pàst. E l’à dezìso alor de fermàrse ente n’ostarìa per refiziàrse ‘n pòc’ e, na bòta pagià ‘l cont, ge restava ancor en pòc’ de mitràlia. Entel nar fòr da l’ostarìa, el Renzo l’à vist, pròprì arènt a la porta, che scasi ‘l se ‘nzopetàva, doi feumne pù che sentade, trate zó per tèra. Una l’era veclòta, l’àutra pù zóna e la g’eva sul bràz en popìn che, dopo avér zercià senza trovar engot en pòc’ de lat da tute doi le téte, el seghitava a plànzer come ‘n desperà. I visi i era tuti bròldi, color de la mòrt. Dausìn a lori, en pè, g’era n’òm che ‘l g’eva ‘l mus e ‘l còrp che che ‘n dì i era stadi robusti, ma che ormai i era flàci da tut el tèmp che i pativa. Tuti trei i à slongià la man vèrs el Renzo, che l’era dré a nar fòr con bòn pas, e tés. De chei trei nancia un che à dit na parola, ma che bisògn g’era po' de parlar, se bastava vardàrli e se ciapìva zà tut? El Renzo l’à dit: “Eco la Providènza!”, e senza pensàrge su tant l’à metù le man en s-ciarsèla e l’à tirà fòr i ultimi soldi de monéda che g’era restà e i l’à metùdi ‘nla man pù vizìna tra chele che i eva metù fòr. Po' ‘l s’è ‘nvià per la strada. El past, e chel’òpera bòna (zà che sen fat de ànima e còrp), i giâ dat l’impression de star pù ben e l’era pù content. Avér ofèrt i só ùltimi sòldi a chei poréti, ge deva pù coràzo ‘ntel doman de pù che avérnen gadagnà dés bòte tant. Perché se la Providènza l’eva destinà pròpri per el, che l’era ‘n sèmplize òm che s-ciampava, senza ‘ngot de segur per el doman, el servìzi de aidàr chei pòri disgrazadi, come podévela pò arbandonàr al só destìn chel che l’eva doprà per le só azion? Chesto l’era, ‘n pressapòc’, el pensier del putèl; però l’era ‘n pensier ancor pù confùs de chel che mì abia podèst descrìver. Man man che ‘l ciaminava, pensàndo a la só situazion, empareva tut men complicà. La ciarestìa nó la saròs durada per sèmper, a la fìn se sesla tuti i ani, e prést l’entrata la saròs tornada bondànte. Entramèz, el podeva far cont su só cusìn el Bórtol e a la só braùra ‘ntel mistér. E po', a ciasa ‘l geva ‘ncor calche vergot metù via, che l’averòs podèst fàrse mandar sùbit: con chel, ancia mal che fus nada, el saròs sta bòn de tirar avanti enfìn che le ròbe le se fus metùde a pòsto. E cando che saròs tornà la bondànza, pensava ‘l Renzo, saròs tornà ‘l gran laóro. I padroni i averòs fat de tut per tòr su operài milanesi, che i era tegnùdi come i pù bravi ‘ntel só mistér. Le page le saròs aumentàde, se saròs podèst vìver pù che bèn e perfìn sparagnar calche soldo. Alor s’averòs podèst scrìverge a la Lucia e a l’Agnese per fàrle nìr… Ma perché po' spetar enzì tant? Con i soldi che ‘l geva metùdi via, i saròs satdi bòni a vìver ancia sùbit. Dapertut g’è preti per sposàrse. La Lucia e l’Agnese le saròs nude e i averòs metù su ciasa ‘nsèma. E che belézza saròs sta spassezar tuti trei per ca strada! Magiàri nar enfìn a l’Adda con en biròz, fermàrse a far marènda su la riva, pròpri ‘ndo che ‘l s’era ‘mbarcià, e fàrge véder a la Lucia el pòsto zust ‘ndo che l’eva spetà la barcia e ‘l zesón da ‘ndo che l’era nù zó. L’ariva ‘ntel paés de só cusìn; entel nar ént, anzì ancor prima de méter dént en pè, l’à tòt fòr na ciasa àuta àuta, a tanti piani con le finestre lònge lònge; l’à cognossù la filanda, l’è nà ént, e l’à domandà con na ós fòrta, en mèz al rumor de l’aca che nidéva zó e de le ròde, se g’era ìo ‘n zèrto Bórtol Castagneri. “El sior Bórtol! Vèl ìo.” — Sior? bon segn, — à pensà ‘l Renzo; el vét só cusìn, e ‘l ge cór encontra. Chelìo ‘l s’è voutà, la cognossù ‘l putèl, che ‘l ge dis: “son cì.” S’è sentù n’oh! de sorpresa, s’è vist n’auzzàr dei brazzi, e ‘n brazzàrse al còl tuti doi ensèma. Dopo chei primi saluti, ‘l Bórtol l’à tirà ‘l Renzo lontan da chel gazèr de le machine e dai òcli dei curiosi, ente n’àutra ciàmera, e ‘l giâ dit: “te vedi volinterà; ma ses bèn en benedét fiòl vèh. T’evi ‘nvidà tante bòte; nó às mai volést nìr; adès arives ente moment en pòc’ brut.” “Se giâi da dìrtel, nó son nù cì de me volontà,” dis el Renzo; e con pù pòce parole possìbol, e però planziànt el giâ contà tuta la só storia dolorosa. “Alor l’è n’àuter par de mànge,” dis el Bórtol. “Oh pòer Renzo! Ma tì às fat cont su de mì, e mì nó te arbandonerài. A dir la verità, adès i padroni nó i zércia operai; anzi tuti i se tègn i sòi, sol per nó blocàr el laóro e mandar per aria i afari. Però ‘l me padron el me vòl ben e ‘l giâ n’à tanta ròba. A dìrtela tuta, mìgia per fàrme lùser el cul vèh no, la pù gran part, l’è grazie mì, el padron l’à metù ‘l ciapitàl e mì ca pòcia braùra. Son sta ‘l prìm laorànte, sas? En realtà ‘nla filanda fón tut mì.” Po', come se ‘l parlàs da só pòsta, l’à dit con en vél de destràni: “Pòra Lucia Mondella! Me la ricòrdi come fus ieri, na putèla de òr! Sèmper la pù educada ‘n glésia… e cando che se passava dinanzi a la só ciaséta… me par de véderla ca ciaséta, apena fòr dal paés, con chel bèl figiar che piciava fòr dal mur…” “No, no; no ‘n parlàn.” “Volévi dir che, cando che se passàva da ca ciaséta, se sentìva sèmper chel’àsp, che ‘l ziràva, ‘l ziràva, ‘l ziràva. E chel don Rodrigo! Eh sì, ancia ai mé tèmpi ‘l tondava ‘ntorn a ca strada, ma ades, a chel che senti, l’è deventà ancor pézi, e ‘l se compòrta come ‘n diaulàz… enfìn che Chel su sora ‘l ge lagia far el só còmot. Comunque, come che te disévi, la fam la se fa sentìr ancia cacì… a propòsit giâs fam?” “Ài zùst magnà, dré strada.” “E ‘ntel tacuìn, come sténte po'? ” El Renzo l’à metù fòr na man, i l’à portada su la bócia, e ‘l giâ fat sora ‘n sófel. “L’è lostes,” dis el Bórtol: “en ge n’ài mì: e nó sta pensàrge, perché prést, se cambia le ròbe, e se Dio i lo vorà, méi renderàstus, e te ‘n vanzerà ancia per tì.” “G’ài vergotìn a ciasa; e mei farài mandàr.” “L’ài dit mì che g’è la Providenza!” l’à sclamà ‘l Renzo, strenzèndoge con afèto la man de só cusìn. “Bòn, bòn; entant fai cont su de mì. El Sioredio ‘l m’à dat el ben, perché fàgia del ben; e se nó ‘l fón coi parènti e i amìzi, a cì vòs che ‘l fàgia po'?” El Bórtol, l’à tornà a dir: “Sichè, a Milan i à fat tut chel regolèri. Me par che i sia ‘n pòc’ matùrli ìo. Cì la notìzia l’è arivada, ma dopo vòi che me la cónties pù ben. Eh, ge nén ròbe da contàrne! Cacì però, come che védes la situazion l’è pù calma e le ròbe se le ‘nfronta con en pòc’ pù de prudenza. La zità l’à comprà doimili some de gran da ‘n negoziante da Venèzia, gran che vèn da la Turchia; ma cando che se giâ fam, è tut bòn. Ma senti mò chel che suzét: i governatori de Verona e Brescia i à serà le dogàne e i dis che da ìo gran nó ‘n deve passar. E alor sas chel che i à fat i bergamaschi? I à mandà a Venezia Lorenzo Torre, en dotor, ma de chei fini vèh! L’è partì ‘n prèssa, ‘l s’è presentà al doge e ‘l giâ dit: ma che g’è nù ‘n ment po' ai governatori? E po' ‘l giâ fat zó ‘n discorso, de chei che se pòl stampar su ‘nten lìber! Vòl dir vèh, avér n’òm che sa parlar! E sùbit en pefèl che se lagiàs passar el gran, e i governatori, se nó basta lagiàrlo passar, ancia protézerlo, e adès l’è ‘n viaz. E i à pensà ancia a tut el contà: el Zoàn Batìsta Biava, rapresentante de Bergamo a Venezia (n’àutra gran testa fina!) l’à denonzià al Senato che ancia fòr per le ciampagne se patìva la fam, e alor i giâ ‘ndotà càtermili stari de mèi. Ancia chel l’aiuta a far el pan. E sas chel che te dìgi? Se nó ge sarà pan, magnerén vergot àuter. El Sioredio, come che t’ài dìt, el m’à dat da vìver. Adès nén dal me padron: giâi parlà de spés de tì, vederàstus che ‘l te azeterà ben. L’è ‘n brào bergamasco de chei da ‘n bòt, e zenerós. De segur nó ‘l te spetava, ma cando che ‘l sentirà la tó storia… E po', i operai i li trata ben, perché la ciarestìa prima o dopo la passerà, ma ‘l laóro ‘l va avanti. Prima de tut, però, cògni dìrte na ròba. Sas come che i né clàma cì, noi che nidén da Milan?” “Come né clàmei po'?” “I né clàma pampalùghi” “Nó me par en bel nòm.” “Enzì l’è: cì che è nat entel milanes, e ‘l vòl vìver entel bergamasco, ge vòl che ‘l se dàgia paze. Per sta zènt, dar del pampalùgo a ‘n milanes, l’è come dìrge lustrìssim a ‘n cavaliér.” “I lo dirà, me ‘mmazini, a cì che vorà lagiàrsel dir.” “Ma Renzo benedét, se tì nó ses propènso a lagiàrte dir sèmper pampalùgo, nó sta nancia far cont de nìr a star cì. Ge voròs èsser sèmper col cortèl en man: e cando che, fénte per esèmpi, n’avéstus mazzà dói, tréi càter, niròs chel che te mazza tì: e alor, che gusto nar inanzi al Sioredio, con trei o càter delìti su la cossiènza!” “E ‘n milanes che ‘l g’avés en pòc’ de…” e cì l’à fat segn col dé su la testa, come che l’eva fat en l’ostarìa de la luna pléna. “Vòi dir, un che ‘l sàpia ben el só mistér?” “L’è sèmper chela: cì l’è ‘n pampalùgo ancia chel. Sas chel che ‘l dis el me padron, cando che ‘l parla de mì coi só amìzi? — Chel pampalùgo l’è sta la man del Sioredio, per la me filanda; se nó avéssite bù chel pampalùgo, saròssi ‘nle pèzze. — Se usa ‘nzì.” “Bèn bèn l’è n’usanza stupida. E vedèndo chel che sen bòni de far, (perché a la fìn cì che à portà cì sta art e cì che la fa nar avanti, sen noi), possìbol che nó i se sia ancor corezùdi no?” “Enfìn adès no: col tèmp poròs èsser; i putèi che vèn su; ma i òumni ormai fati, per chei nó g’è rimèdi, ormai i giâ chel vìzi e nó i se lo tòl via pù. Che po' a la fìn che saràl po'? L’era ben pézi che bòne maniére che i t’à fat, e che i voleva fàrte ancor i nòssi cari compatriòti.” “Oh, sì, sì, l’è vera: se nó g’è àuter de mal…” “Adès che te ses convìnto, vederàstus che narà tut ben. Vèi dal padron e, coràzo.” Difati è nà tut ben, e ancia tant come che g’eva ‘mprometù ‘l Bórtol, e pensàn che ‘l sia inutile star cì a far na relazion scrupolosa. E l’è sta Providènza per dal bòn, perché la ròba e i sòldi che ‘l Renzo l’eva lagià a só ciasa, vederén adès cant che ‘l fus da tègnernen cont.
Quello stesso giorno, 13 di novembre, arriva un espresso al signor podestà di Lecco, e gli presenta un dispaccio del signor capitano di giustizia, contenente un ordine di fare ogni possibile e più opportuna inquisizione, per iscoprire se un certo giovine nominato Lorenzo Tramaglino, filatore di seta, scappato dalle forze praedicti egregii domini capitanei, sia tornato, palam vel clam, al suo paese, ignotum quale per l’appunto, verum in territorio Leuci: quod si compertum fuerit sic esse, cerchi il detto signor podestà, quanta maxima diligentia fieri poterit, d’averlo nelle mani, e, legato a dovere, videlizet con buone manette, attesa l’esperimentata insufficienza de’ manichini per il nominato soggetto, lo faccia condurre nelle carceri, e lo ritenga lì, sotto buona custodia, per farne consegna a chi sarà spedito a prenderlo; e tanto nel caso del sì, come nel caso del no, accedatis ad domum praedicti Laurentii Tramaliini; et, facta debita diligentia, quidquid ad rem repertum fuerit auferatis; et informationes de illius prava qualitate, vita, et complicibus sumatis; e di tutto il detto e il fatto, il trovato e il non trovato, il preso e il lasciato, diligenter referatis. Il signor podestà, dopo essersi umanamente cerziorato che il soggetto non era tornato in paese, fa chiamare il console del villaggio, e si fa condur da lui alla casa indicata, con gran treno di notaio e di birri. La casa è chiusa; chi ha le chiavi non c’è, o non si lascia trovare. Si sfonda l’uscio; si fa la debita diligenza, vale a dire che si fa come in una città presa d’assalto. La voce di quella spedizione si sparge immediatamente per tutto il contorno; viene agli orecchi del padre Cristoforo; il quale, attonito non meno che afflitto, domanda al terzo e al quarto, per aver qualche lume intorno alla cagione d’un fatto così inaspettato; ma non raccoglie altro che congetture in aria, e scrive subito al padre Bonaventura, dal quale spera di poter ricevere qualche notizia più precisa. Intanto i parenti e gli amici di Renzo vengono citati a deporre ciò che posson sapere della sua prava qualità: aver nome Tramaglino è una disgrazia, una vergogna, un delitto: il paese è sottosopra. A poco a poco, si viene a sapere che Renzo è scappato dalla giustizia, nel bel mezzo di Milano, e poi scomparso; corre voce che abbia fatto qualcosa di grosso; ma la cosa poi non si sa dire, o si racconta in cento maniere. Quanto più è grossa, tanto meno vien creduta nel paese, dove Renzo è conosciuto per un bravo giovine: i più presumono, e vanno susurrandosi agli orecchi l’uno con l’altro, che è una macchina mossa da quel prepotente di don Rodrigo, per rovinare il suo povero rivale. Tant’è vero che, a giudicar per induzione, e senza la necessaria cognizione de’ fatti, si fa alle volte gran torto anche ai birbanti. Ma noi, co’ fatti alla mano, come si suol dire, possiamo affermare che, se colui non aveva avuto parte nella sciagura di Renzo, se ne compiacque però, come se fosse opera sua, e ne trionfò co’ suoi fidati, e principalmente col conte Attilio. Questo, secondo i suoi primi disegni, avrebbe dovuto a quell’ora trovarsi già in Milano; ma, alle prime notizie del tumulto, e della canaglia che girava per le strade, in tutt’altra attitudine che di ricever bastonate, aveva creduto bene di trattenersi in campagna, fino a cose quiete. Tanto più che, avendo offeso molti, aveva qualche ragion di temere che alcuno de’ tanti, che solo per impotenza stavano cheti, non prendesse animo dalle circostanze, e giudicasse il momento buono da far le vendette di tutti. Questa sospensione non fu di lunga durata: l’ordine venuto da Milano dell’esecuzione da farsi contro Renzo era già un indizio che le cose avevan ripreso il corso ordinario; e, quasi nello stesso tempo, se n’ebbe la certezza positiva. Il conte Attilio partì immediatamente, animando il cugino a persister nell’impresa, a spuntar l’impegno, e promettendogli che, dal canto suo, metterebbe subito mano a sbrigarlo dal frate; al qual affare, il fortunato accidente dell’abietto rivale doveva fare un gioco mirabile. Appena partito Attilio, arrivò il Griso da Monza sano e salvo, e riferì al suo padrone ciò che aveva potuto raccogliere: che Lucia era ricoverata nel tal monastero, sotto la protezione della tal signora; e stava sempre nascosta, come se fosse una monaca anche lei, non mettendo mai piede fuor della porta, e assistendo alle funzioni di chiesa da una finestrina con la grata: cosa che dispiaceva a molti, i quali avendo sentito motivar non so che di sue avventure, e dir gran cose del suo viso, avrebbero voluto un poco vedere come fosse fatto. Questa relazione mise il diavolo addosso a don Rodrigo, o, per dir meglio, rendè più cattivo quello che già ci stava di casa. Tante circostanze favorevoli al suo disegno infiammavano sempre più la sua passione, cioè quel misto di puntiglio, di rabbia e d’infame capriccio, di cui la sua passione era composta. Renzo assente, sfrattato, bandito, di maniera che ogni cosa diventava lecita contro di lui, e anche la sua sposa poteva esser considerata, in certo modo, come roba di rubello: il solo uomo al mondo che volesse e potesse prender le sue parti, e fare un rumore da esser sentito anche lontano e da persone alte, l’arrabbiato frate, tra poco sarebbe probabilmente anche lui fuor del caso di nuocere. Ed ecco che un nuovo impedimento, non che contrappesare tutti que’ vantaggi, li rendeva, si può dire, inutili. Un monastero di Monza, quand’anche non ci fosse stata una principessa, era un osso troppo duro per i denti di don Rodrigo; e per quanto egli ronzasse con la fantasia intorno a quel ricovero, non sapeva immaginar nè via nè verso d’espugnarlo, nè con la forza, nè per insidie. Fu quasi quasi per abbandonar l’impresa; fu per risolversi d’andare a Milano, allungando anche la strada, per non passar neppure da Monza; e a Milano, gettarsi in mezzo agli amici e ai divertimenti, per discacciar, con pensieri affatto allegri, quel pensiero divenuto ormai tutto tormentoso. Ma, ma, ma, gli amici; piano un poco con questi amici. In vece d’una distrazione, poteva aspettarsi di trovar nella loro compagnia, nuovi dispiaceri: perchè Attilio certamente avrebbe già preso la tromba, e messo tutti in aspettativa. Da ogni parte gli verrebbero domandate notizie della montanara: bisognava render ragione. S’era voluto, s’era tentato; cosa s’era ottenuto? S’era preso un impegno: un impegno un po’ ignobile, a dire il vero: ma, via, uno non può alle volte regolare i suoi capricci; il punto è di soddisfarli; e come s’usciva da quest’impegno? Dandola vinta a un villano e a un frate! Uh! E quando una buona sorte inaspettata, senza fatica del buon a nulla, aveva tolto di mezzo l’uno, e un abile amico l’altro, il buon a nulla non aveva saputo valersi della congiuntura, - e si ritirava vilmente dall’impresa. Ce n’era più del bisogno, per non alzar mai più il viso tra i galantuomini, o avere ogni momento la spada alle mani. E poi, come tornare, o come rimanere in quella villa, in quel paese, dove, lasciando da parte i ricordi incessanti e pungenti della passione, si porterebbe lo sfregio d’un colpo fallito? dove, nello stesso tempo, sarebbe cresciuto l’odio pubblico, e scemata la riputazion del potere? dove sul viso d’ogni mascalzone, anche in mezzo agl’inchini, si potrebbe leggere un amaro: l’hai ingoiata, ci ho gusto? La strada dell’iniquità, dice qui il manoscritto, è larga; ma questo non vuol dire che sia comoda: ha i suoi buoni intoppi, i suoi passi scabrosi; è noiosa la sua parte, e faticosa, benchè vada all’ingiù. A don Rodrigo, il quale non voleva uscirne, nè dare addietro, nè fermarsi, e non poteva andare avanti da sè, veniva bensì in mente un mezzo con cui potrebbe: ed era di chieder l’aiuto d’un tale, le cui mani arrivavano spesso dove non arrivava la vista degli altri: un uomo o un diavolo, per cui la difficoltà dell’imprese era spesso uno stimolo a prenderle sopra di sè. Ma questo partito aveva anche i suoi inconvenienti e i suoi rischi, tanto più gravi quanto meno si potevano calcolar prima; giacchè nessuno avrebbe saputo prevedere fin dove anderebbe, una volta che si fosse imbarcato con quell’uomo, potente ausiliario certamente, ma non meno assoluto e pericoloso condottiere. Tali pensieri tennero per più giorni don Rodrigo tra un sì e un no, l’uno e l’altro più che noiosi. Venne intanto una lettera del cugino, la quale diceva che la trama era ben avviata. Poco dopo il baleno, scoppiò il tuono; vale a dire che, una bella mattina, si sentì che il padre Cristoforo era partito dal convento di Pescarenico. Questo buon successo così pronto, la lettera d’Attilio che faceva un gran coraggio, e minacciava di gran canzonature, fecero inclinar sempre più don Rodrigo al partito rischioso: ciò che gli diede l’ultima spinta, fu la notizia inaspettata che Agnese era tornata a casa sua: un impedimento di meno vicino a Lucia. Rendiam conto di questi due avvenimenti, cominciando dall’ultimo. Le due povere donne s’erano appena accomodate nel loro ricovero, che si sparse per Monza, e per conseguenza anche nel monastero, la nuova di quel gran fracasso di Milano; e dietro alla nuova grande, una serie infinita di particolari, che andavano crescendo e variandosi ogni momento. La fattoressa, che, dalla sua casa, poteva tenere un orecchio alla strada, e uno al monastero, raccoglieva notizie di qui, notizie di lì, e ne faceva parte all’ospiti. “Due, sei, otto, quattro, sette ne hanno messi in prigione; gl’impiccheranno, parte davanti al forno delle grucce, parte in cima alla strada dove c’è la casa del vicario di provvisione... Ehi, ehi, sentite questa! n’è scappato uno, che è di Lecco, o di quelle parti. Il nome non lo so; ma verrà qualcheduno che me lo saprà dire; per veder se lo conoscete.” Quest’annunzio, con la circostanza d’esser Renzo appunto arrivato in Milano nel giorno fatale, diede qualche inquietudine alle donne, e principalmente a Lucia; ma pensate cosa fu quando la fattoressa venne a dir loro: “ e proprio del vostro paese quello che se l’è battuta, per non essere impiccato; un filatore di seta, che si chiama Tramaglino: lo conoscete? ” A Lucia, ch’era a sedere, orlando non so che cosa, cadde il lavoro di mano; impallidì, si cambiò tutta, di maniera che la fattoressa se ne sarebbe avvista certamente, se le fosse stata più vicina. Ma era ritta sulla soglia con Agnese; la quale, conturbata anche lei, però non tanto, potè star forte; e, per risponder qualcosa, disse che, in un piccolo paese, tutti si conoscono, e che lo conosceva; ma che non sapeva pensare come mai gli fosse potuta seguire una cosa simile; perchè era un giovine posato. Domandò poi se era scappato di certo, e dove. “Scappato, lo dicon tutti; dove, non si sa; può essere che l’accalappino ancora, può essere che sia in salvo; ma se gli torna sotto l’unghie, il vostro giovine posato...” Qui, per buona sorte, la fattoressa fu chiamata, e se n’andò: figuratevi come rimanessero la madre e la figlia. Più d’un giorno, dovettero la povera donna e la desolata fanciulla stare in una tale incertezza, a mulinare sul come, sul perchè, sulle conseguenze di quel fatto doloroso, a commentare, ognuna tra sè, o sottovoce tra loro, quando potevano, quelle terribili parole. Un giovedì finalmente, capitò al monastero un uomo a cercar d’Agnese. Era un pesciaiolo di Pescarenico, che andava a Milano, secondo l’ordinario, a spacciar la sua mercanzia; e il buon frate Cristoforo l’aveva pregato che, passando per Monza, facesse una scappata al monastero, salutasse le donne da parte sua, raccontasse loro quel che si sapeva del tristo caso di Renzo, raccomandasse loro d’aver pazienza, e confidare in Dio; e che lui povero frate non si dimenticherebbe certamente di loro, e spierebbe l’occasione di poterle aiutare; e intanto non mancherebbe, ogni settimana, di far loro saper le sue nuove, per quel mezzo, o altrimenti. Intorno a Renzo, il messo non seppe dir altro di nuovo e di certo, se non la visita fattagli in casa, e le ricerche per averlo nelle mani; ma insieme ch’erano andate tutte a voto, e si sapeva di certo che s’era messo in salvo sul bergamasco. Una tale certezza, e non fa bisogno di dirlo, fu un gran balsamo per Lucia: d’allora in poi le sue lacrime scorsero più facili e più dolci; provò maggior conforto negli sfoghi segreti con la madre; e in tutte le sue preghiere, c’era mescolato un ringraziamento. Gertrude la faceva venire spesso in un suo parlatorio privato, e la tratteneva talvolta lungamente, compiacendosi dell’ingenuità e della dolcezza della poverina, e nel sentirsi ringraziare e benedire ogni momento. Le raccontava anche, in confidenza, una parte (la parte netta) della sua storia, di ciò che aveva patito, per andar lì a patire; e quella prima maraviglia sospettosa di Lucia s’andava cambiando in compassione. Trovava in quella storia ragioni più che sufficienti a spiegar ciò che c’era d’un po’ strano nelle maniere della sua benefattrice; tanto più con l’aiuto di quella dottrina d’Agnese su’ cervelli de’ signori. Per quanto però si sentisse portata a contraccambiare la confidenza che Gertrude le dimostrava, non le passò neppur per la testa di parlarle delle sue nuove inquietudini, della sua nuova disgrazia, di dirle chi fosse quel filatore scappato; per non rischiare di spargere una voce così piena di dolore e di scandolo. Si schermiva anche, quanto poteva, dal rispondere alle domande curiose di quella, sulla storia antecedente alla promessa; ma qui non eran ragioni di prudenza. Era perchè alla povera innocente quella storia pareva più spinosa, più difficile da raccontarsi, di tutte quelle che aveva sentite, e che credesse di poter sentire dalla signora. In queste c’era tirannia, insidie, patimenti; cose brutte e dolorose, ma che pur si potevan nominare: nella sua c’era mescolato per tutto un sentimento, una parola, che non le pareva possibile di proferire, parlando di sè; e alla quale non avrebbe mai trovato da sostituire una perifrasi che non le paresse sfacciata: l’amore! Qualche volta, Gertrude quasi s’indispettiva di quello star così sulle difese; ma vi traspariva tanta amorevolezza, tanto rispetto, tanta riconoscenza, e anche tanta fiducia! Qualche volta forse, quel pudore così delicato, così ombroso, le dispiaceva ancor più per un altro verso; ma tutto si perdeva nella soavità d’un pensiero che le tornava ogni momento, guardando Lucia:" a questa fo del bene". Ed era vero; perchè, oltre il ricovero, que’ discorsi, quelle carezze famigliari erano di non poco conforto a Lucia. Un altro ne trovava nel lavorar di continuo; e pregava sempre che le dessero qualcosa da fare: anche nel parlatorio, portava sempre qualche lavoro da tener le mani in esercizio: ma, come i pensieri dolorosi si caccian per tutto! cucendo, cucendo, ch’era un mestiere quasi nuovo per lei, le veniva ogni poco in mente il suo aspo; e dietro all’aspo, quante cose! Il secondo giovedì, tornò quel pesciaiolo o un altro messo, co’ saluti del padre Cristoforo, e con la conferma della fuga felice di Renzo. Notizie più positive intorno a’ suoi guai, nessuna; perchè, come abbiam detto al lettore, il cappuccino aveva sperato d’averle dal suo confratello di Milano, a cui l’aveva raccomandato; e questo rispose di non aver veduto nè la persona, nè la lettera; che uno di campagna era bensì venuto al convento, a cercar di lui; ma che, non avendocelo trovato, era andato via, e non era più comparso. Il terzo giovedì, non si vide nessuno; e, per le povere donne, fu non solo una privazione d’un conforto desiderato e sperato, ma, come accade per ogni piccola cosa a chi è afflitto e impicciato, una cagione d’inquietudine, di cento sospetti molesti. Già prima d’allora, Agnese aveva pensato a fare una scappata a casa; questa novità di non vedere l’ambasciatore promesso, la fece risolvere. Per Lucia era una faccenda seria il rimanere distaccata dalla gonnella della madre; ma la smania di saper qualche cosa, e la sicurezza che trovava in quell’asilo così guardato e sacro, vinsero le sue ripugnanze. E fu deciso tra loro che Agnese anderebbe il giorno seguente ad aspettar sulla strada il pesciaiolo che doveva passar di lì, tornando da Milano; e gli chiederebbe in cortesia un posto sul baroccio, per farsi condurre a’ suoi monti. Lo trovò in fatti, gli domandò se il padre Cristoforo non gli aveva data qualche commissione per lei: il pesciaiolo, tutto il giorno avanti la sua partenza era stato a pescare, e non aveva saputo niente del padre. La donna non ebbe bisogno di pregare, per ottenere il piacere che desiderava: prese congedo dalla signora e dalla figlia, non senza lacrime, promettendo di mandar subito le sue nuove, e di tornar presto; e partì. Nel viaggio, non accadde nulla di particolare. Riposarono parte della notte in un’osteria, secondo il solito; ripartirono innanzi giorno; e arrivaron di buon’ora a Pescarenico. Agnese smontò sulla piazzetta del convento, lasciò andare il suo conduttore con molti: Dio ve ne renda merito; e giacchè era lì, volle, prima d’andare a casa, vedere il suo buon frate benefattore. Sonò il campanello; chi venne a aprire, fu fra Galdino, quel delle noci. “Oh! la mia donna, che vento v’ha portata?” “Vengo a cercare il padre Cristoforo.” “Il padre Cristoforo? Non c’è.” “Oh! starà molto a tornare?” “Ma...?” disse il frate, alzando le spalle, e ritirando nel cappuccio la testa rasa. “Dov’è andato?” “A Rimini.” “A?” “A Rimini.” “Dov’è questo paese?” “Eh eh eh!” rispose il frate, trinciando verticalmente l’aria con la mano distesa, per significare una gran distanza. “Oh povera me! Ma perchè è andato via così all’improvviso?” “Perchè ha voluto così il padre provinciale.” “E perchè mandarlo via? che faceva tanto bene qui? Oh Signore!” “Se i superiori dovessero render conto degli ordini che dànno, dove sarebbe l’ubbidienza, la mia donna?” “Sì; ma questa e la mia rovina.” “Sapete cosa sarà? Sarà che a Rimini avranno avuto bisogno d’un buon predicatore (ce n’abbiamo per tutto; ma alle volte ci vuol quell'uomo fatto apposta); il padre provinciale di là avrà scritto al padre provinciale di qui, se aveva un soggetto così e così; e il padre provinciale avrà detto: qui ci vuole il padre Cristoforo. Dev’esser proprio così, vedete.” “Oh poveri noi! Ouand’è partito?” “Jerlaltro.” “Ecco! s’io davo retta alla mia ispirazione di venir via qualche giorno prima! E non si sa quando possa tornare? così a un di presso? “Eh la mia donna! lo sa il padre provinciale; se lo sa anche lui. Quando un nostro padre predicatore ha preso il volo, non si può prevedere su che ramo potrà andarsi a posare. Li cercan di qua, li cercan di là: e abbiamo conventi in tutte le quattro parti del mondo. Supponete che, a Rimini, il padre Cristoforo faccia un gran fracasso col suo quaresimale: perchè non predica sempre a braccio, come faceva qui, per i pescatori e i contadini: per i pulpiti delle città, ha le sue belle prediche scritte; e fior di roba. Si sparge la voce, da quelle parti, di questo gran predicatore; e lo possono cercare da... da che so io? E allora, bisogna mandarlo; perchè noi viviamo della carità di tutto il mondo, ed è giusto che serviamo tutto il mondo.” “Oh Signore! Signore!” esclamò di nuovo Agnese, quasi piangendo: “come devo fare, senza quell’uomo? Era quello che ci faceva da padre! Per noi è una rovina.” “Sentite, buona donna; il padre Cristoforo era veramente un uomo; ma ce n’abbiamo degli altri, sapete? pieni di carità e di talento, e che sanno trattare ugualmente co’ signori e co’ poveri. Volete il padre Atanasio? volete il padre Girolamo? volete il padre Zaccaria? È un uomo di vaglia, vedete, il padre Zaccaria. E non istate a badare, come fanno certi ignoranti, che sia così mingherlino, con una vocina fessa, e una barbetta misera misera: non dico per predicare, perchè ognuno ha i suoi doni; ma per dar pareri, è un uomo, sapete?” “Oh per carità!” esclamò Agnese, con quel misto di gratitudine e d’impazienza, che si prova a un’esibizione in cui si trovi più la buona volontà altrui, che la propria convenienza: “cosa m’importa a me che uomo sia o non sia un altro, quando quel pover’uomo che non c’è più, era quello che sapeva le nostre cose, e aveva preparato tutto per aiutarci?” “Allora, bisogna aver pazienza.” “Questo lo so,” rispose Agnese: “scusate dell’incomodo.” “Di che cosa, la mia donna? mi dispiace per voi. E se vi risolvete di cercar qualcheduno de’ nostri padri, il convento è qui che non si move. Ehi, mi lascerò poi veder presto, per la cerca dell’olio.” “State bene,” disse Agnese; e s’incamminò verso il suo paesetto, desolata, confusa, sconcertata, come il povero cieco che avesse perduto il suo bastone. Un po’ meglio informati che fra Galdino, noi possiamo dire come andò veramente la cosa. Attilio, appena arrivato a Milano, andò, come aveva promesso a don Rodrigo, a far visita al loro comune zio del Consiglio segreto. (Era una consulta, composta allora di tredici personaggi di toga e di spada, da cui il governatore prendeva parere, e che, morendo uno di questi, o venendo mutato, assumeva temporaneamente il governo). Il conte zio, togato, e uno degli anziani del consiglio, vi godeva un certo credito; ma nel farlo valere, e nel farlo rendere con gli altri, non c’era il suo compagno. Un parlare ambiguo, un tacere significativo, un restare a mezzo, uno stringer d’occhi che esprimeva: non posso parlare; un lusingare senza promettere, un minacciare in cerimonia; tutto era diretto a quel fine; e tutto, o più o meno, tornava in pro. A segno che fino a un: io non posso niente in questo affare: detto talvolta per la pura verità, ma detto in modo che non gli era creduto, serviva ad accrescere il concetto, e quindi la realtà del suo potere: come quelle scatole che si vedono ancora in qualche bottega di speziale, con su certe parole arabe, e dentro non c'è nulla; ma servono a mantenere il credito alla bottega. Quello del conte zio, che, da gran tempo, era sempre andato crescendo a lentissimi gradi, ultimamente aveva fatto in una volta un passo, come si dice, di gigante, per un’occasione straordinaria, un viaggio a Madrid, con una missione alla corte; dove, che accoglienza gli fosse fatta, bisognava sentirlo raccontar da lui. Per non dir altro, il conte duca l’aveva trattato con una degnazione particolare, e ammesso alla sua confidenza, a segno d’avergli una volta domandato, in presenza, si può dire, di mezza la corte come gli piacesse Madrid, e d’avergli un’altra volta detto a quattr’occhi, nel vano d’una finestra, che il duomo di Milano era il tempio più grande che fosse negli stati del re. Fatti i suoi complimenti al conte zio, e presentatigli quelli del cugino, Attilio, con un suo contegno serio, che sapeva prendere a tempo, disse: “credo di fare il mio dovere, senza mancare alla confidenza di Rodrigo, avvertendo il signore zio d’un affare che, se lei non ci mette una mano, può diventar serio, e portar delle conseguenze...” “Qualcheduna delle sue, m’immagino.” “Per giustizia, devo dire che il torto non è dalla parte di mio cugino. Ma è riscaldato; e, come dico, non c’è che il signore zio, che possa...” “Vediamo, vediamo.” “C’è da quelle parti un frate cappuccino che l’ha con Rodrigo e la cosa è arrivata a un punto che...” “Quante volte v’ho detto, all’uno e all’altro, che i frati bisogna lasciarli cuocere nel loro brodo? Basta il da fare che dànno a chi deve... a chi tocca...” E qui soffiò. “Ma voi altri che potete scansarli...” “Signore zio, in questo, è mio dovere di dirle che Rodrigo l’avrebbe scansato, se avesse potuto. E il frate che l’ha con lui, che l’ha preso a provocarlo in tutte le maniere...” “Che diavolo ha codesto frate con mio nipote?” “Prima di tutto, è una testa inquieta, conosciuto per tale, e che fa professione di prendersela coi cavalieri. Costui protegge, dirige, che so io? una contadinotta di là; e ha per questa creatura una carità, una carità... non dico pelosa, ma una carità molto gelosa, sospettosa, permalosa.” “Intendo,” disse il conte zio; e sur un certo fondo di goffaggine, dipintogli in viso dalla natura, velato poi e ricoperto, a più mani, di politica, balenò un raggio di malizia, che vi faceva un bellissimo vedere. - Ora, da qualche tempo, - continuò Attilio, - s’è cacciato in testa questo frate, che Rodrigo avesse non so che disegni sopra questa... “S’è cacciato in testa, s’è cacciato in testa: lo conosco anch’io il signor don Rodrigo; e ci vuol altro avvocato che vossignoria, per giustificarlo in queste materie.” “Signore zio, che Rodrigo possa aver fatto qualche scherzo a quella creatura, incontrandola per la strada, non sarei lontano dal crederlo: è giovine, e finalmente non è cappuccino; ma queste son bazzecole da non trattenerne il signore zio; il serio è che il frate s’è messo a parlar di Rodrigo come si farebbe d’un mascalzone, cerca d’aizzargli contro tutto il paese...” “E gli altri frati?” “Non se ne impicciano, perchè lo conoscono per una testa calda, e hanno tutto il rispetto per Rodrigo; ma, dall’altra parte, questo frate ha un gran credito presso i villani, perchè fa poi anche il santo, e...” “M’immagino che non sappia che Rodrigo è mio nipote.” “Se lo sa! Anzi questo è quel che gli mette più il diavolo addosso.” “Come? Come?” “Perchè, e lo va dicendo lui, ci trova più gusto a farla vedere a Rodrigo, appunto perchè questo ha un protettor naturale, di tanta autorita come vossignoria: e che lui se la ride de’ grandi e de’ politici, e che il cordone di san Francesco tien legate anche le spade, e che...” “Oh frate temerario! Come si chiama costui?” “Fra Cristoforo da ***” disse Attilio; e il conte zio, preso da una cassetta del suo tavolino, un libriccino di memorie, vi scrisse, soffiando, soffiando, quel povero nome. Intanto Attilio seguitava: - è sempre stato di quell’umore, costui: si sa la sua vita. Era un plebeo che, trovandosi aver quattro soldi, voleva competere coi cavalieri del suo paese; e, per rabbia di non poterla vincer con tutti, ne ammazzò uno; onde, per iscansar la forca, si fece frate. “Ma bravo! ma bene! La vedremo, la vedremo,” diceva il conte zio, seguitando a soffiare. “Ora poi,” continuava Attilio, “è più arrabbiato che mai, perchè gli è andato a monte un disegno che gli premeva molto molto: e da questo il signore zio capirà che uomo sia. Voleva costui maritare quella sua creatura: fosse per levarla dai pericoli del mondo, lei m’intende, o per che altro si fosse, la voleva maritare assolutamente; e aveva trovato il... l’uomo: un’altra sua creatura, un soggetto, che, forse e senza forse, anche il signore zio lo conoscerà di nome; perchè tengo per certo che il Consiglio segreto avrà dovuto occuparsi di quel degno soggetto.” “Chi è costui?” “Un filatore di seta, Lorenzo Tramaglino, quello che...” “Lorenzo Tramaglino!” esclamò il conte zio. “Ma bene! ma bravo, padre! Sicuro... infatti..., aveva una lettera per un... Peccato che... Ma non importa; va bene. E perchè il signor don Rodrigo non mi dice nulla di tutto questo? perchè lascia andar le cose tant’avanti, e non si rivolge a chi lo può e vuole dirigere e sostenere?” “Dirò il vero anche in questo,” proseguiva Attilio. “Da una parte, sapendo quante brighe, quante cose ha per la testa il signore zio...” (questo, soffiando, vi mise la mano, come per significare la gran fatica ch’era a farcele star tutte) “s’è fatto scrupolo di darle una briga di più. E poi, dirò tutto: da quello che ho potuto capire, è così irritato, così fuor de’ gangheri, così stucco delle villanie di quel frate, che ha più voglia di farsi giustizia da sè, in qualche maniera sommaria, che d’ottenerla in una maniera regolare, dalla prudenza e dal braccio del signore zio. Io ho cercato di smorzare; ma vedendo che la cosa andava per le brutte, ho creduto che fosse mio dovere d’avvertir di tutto il signore zio, che alla fine è il capo e la colonna della casa...” “Avresti fatto meglio a parlare un poco prima.” “È vero; ma io andavo sperando che la cosa svanirebbe da sè, o che il frate tornerebbe finalmente in cervello, o che se n’anderebbe da quel convento, come accade di questi frati, che ora sono qua, ora sono là; e allora tutto sarebbe finito. Ma...” “Ora toccherà a me a raccomodarla.” “Così ho pensato anch’io. Ho detto tra me: il signore zio, con la sua avvedutezza, con la sua autorità, saprà lui prevenire uno scandolo, e insieme salvar l’onore di Rodrigo, che è poi anche il suo. Questo frate, dicevo io, l’ha sempre col cordone di san Francesco; ma per adoprarlo a proposito, il cordone di san Francesco, non è necessario d’averlo intorno alla pancia. Il signore zio ha cento mezzi ch’io non conosco: so che il padre provinciale ha, com’è giusto, una gran deferenza per lui; e se il signore zio crede che in questo caso il miglior ripiego sia di far cambiar aria al frate, lui con due parole...” “Lasci il pensiero a chi tocca, vossignoria,” disse un po’ ruvidamente il conte zio. “Ah è vero!” esclamò Attilio, con una tentennatina di testa, e con un sogghigno di compassione per sè stesso. “Son io l’uomo da dar pareri al signore zio! Ma è la passione che ho della riputazione del casato che mi fa parlare. E ho anche paura d’aver fatto un altro male, - soggiunse con un’aria pensierosa: - ho paura d’aver fatto torto a Rodrigo nel concetto del signore zio. Non mi darei pace, se fossi cagione di farle pensare che Rodrigo non abbia tutta quella fede in lei, tutta quella sommissione che deve avere. Creda, signore zio, che in questo caso è proprio...” “Via, via; che torto, che torto tra voi altri due? che sarete sempre amici, finchè l’uno non metta giudizio. Scapestrati, scapestrati, che sempre ne fate una; e a me tocca di rattopparle: che... mi fareste dire uno sproposito, mi date più da pensare voi altri due, che,” e qui immaginatevi che soffio mise, “tutti questi benedetti affari di stato.” Attilio fece ancora qualche scusa, qualche promessa, qualche complimento; poi si licenziò, e se n’andò, accompagnato da un “e abbiamo giudizio,” ch’era la formola di commiato del conte zio per i suoi nipoti.
El stes dì, el trédes de novèmber, è arivà ‘n viàder al sior podestà de Lecco, el giâ presentà ‘n pefèl del capetano de zustìzia (praedicti egregii domini capitanei), con su scrìt de far tut el possìbol de ‘ntraquerìr, per scoprìr se ‘n zèrto putèl che giâ nòm Lorenzo Tramaglino, tessàder de séda, s-ciampà dai sbiri el sia tornà de scondión o palesement (palam vel clam) entel só paés, che nó se cognòs con segurezza (ignotum), ma che l’è ‘ntel teritòri de Lecco (verum in territorio Leuci). Se le ròbe le fus enzì (quod si compertum fuerit sic esse), el sior podestà ‘l cògn far tut el possìbol per brancàrlo e, ligiàrlo come che se deve, o sia con (videlizet) doi bòne manéte, perché con la còrda nó se è bòni de tègnerlo. En bòt brincià ‘l dovrà èsser portà ‘n presón e tegnù dént con na bòna guardia de secondini, enfìn che ariverà un apòsta per portàrlo ‘ndré. Per de pù, sia che ‘l Renzo se ‘l tróvia o che nó se ‘l tróvia, se dovrà zerciàr dapertut a só ciasa e portàr via qualsiasi ròba che la fus bòna per na bela tamisàda sul só caràter, su come che ‘l vìo, e su le persone che le pòl avérlo aiutà (accedatis ad domum praedicti Laurentii Tramaliini; et, facta debita diligentia, quidquid ad rem repertum fuerit auferatis; et informationes de illius prava qualitate, vita, et complicibus sumatis). E de tut chel dit, fat, trovà e nó trovà, el tòt el molà, el va riferì per ben. (diligenter referatis). Dopo che è sta confermà che ‘l Renzo nó l’era entel só paés, el podestà l’à clamà ‘l cònsole de la vila e ‘l s’à fat portar a la ciasa del putèl ‘nsèma al notaio e a ‘n sclap de sbìri. Avèndola giatàda seràda, e nó avèndo trovà le clào – perché cì che le giâ nó ‘l g’è o nó l’è sta trovà – i à dezìso de sfondàr la porta e de far la perquisizion, come se ge dà adòs en tèmp de guèra a na zità torlìda. La zàcola de l’angiarìa l’è nada fòr en prèssa per tuta la zona e l’è arivada ancia ‘nle récle de padre Cristoforo. Avelì come ‘n ciàgn bastonà, l’à provà a zerciar spiegiazion da tante persone, ma l’à avèst sol idee confuse e nancia ‘ntrége. Per aver notìzie pù segure l’à scrìt sùbit al padre Bonaventura confidando che ‘l g’averòs sclarì la situazion. Entramèz, i parenti e i amìzi del Renzo i è stadi ‘nterogadi perché i dàgia notìzie sul só comportament sbaglià (prava qualità). Sol per aver come cognòm Tramaglino l’era deventà na disgrazia, na vergògna, ‘n delìto: el paés l’era sot sora. En pòc’ al bòt, se vèn a savér che ‘l Renzo l’è s-ciampà da la zustìzia, en mèz a Milan, e po' l’è sparì; zira la ós che l’abia combinà vergot de gròs; ma de chel che se tratava enzun sa dir, o se conta su tante bale ‘nventade. Pù grossa che i la conta, pù la zènt del paes la ge crét, endo che ‘l Renzo l’è cognossù come ‘n brao putèl: i pù tanti i se ‘mmazina, e de chesto passa la ós da na récla a l’àutra, che sota sota ge sia ‘n complòt de chel spòdec’ de don Rodrigo, tanto per rovinar el so pòer nemìzi. E chesto ‘l próva che, cando che se ge parla dré a calchedun, senza savér come che è nà le ròbe, a bòte se ge fa tòrt ancia ai briganti. Ma noi podén dir, come se dis, coi fati ‘n man, che ancia se don Rodrigo nó l’eva bù na part dirèta ente la disgrazia del Renzo, comunque l’eva bù na gran sodisfazion, come se fus sta per mèrito so, e adiritura ‘l se ‘mplenìva la bócia con i soi e spezialment con só cosìn el conte Tìlio. Chesto, secondo i só prozèti, enchel moment el geva da èsser zà a Milan. Però, come che l’eva sentù dei tumulti e de tuta ca zentàia ‘mbestiàda che zirava per la zità senza paura de èsser domada con la forza, l’à dezìso de restar ìo enfìn che fus tornà la calma. Sta sièlta i l’eva fata ancia perché, avèndo per el passà, oféso tanta zènt, el geva paura che calchedun de chei tanti che ‘nfìn adès i era restadi, ‘n silenzio per prudenza, i podès tòr la scusa per vendiciarse. La só prudenza però l’è durada pòc’. L’órden de brinciar el Renzo, arivà da Milan, l’era ségn che la situazion l’era tornada pazìfica e sùbit dopo l’eva bù la prova. Alor el conte Tìlio l’è partì sùbit per Milan, uzzàndo so cosìn a tègner duro e a portar avanti el só prozèto, seguràndoge che ‘l se saròs enteressà el stes a sistemar chel intrìc’ che l’era padre Cristoforo. La pégola che gera ciapità al Renzo, difati, l’era ‘n bel vantàzi per le só mire. Sùbit dopo che ‘l Tìlio l’era partì, è arivà ‘l Grìs da Monza, san e salvo, e ‘l giâ riferì a don Rodrigo le nòve che l’era sta bòn de méter ensèma. La Lucia l’era ‘ntel tal convent, sota la protezion de la tal siora; e la restava sèmper scònta, come se fus na mónegia ancia ela, e nó la metéva mai pè fòr da la porta, e le funzion en glésia i le vardava da na finestrèla con na ramada; sto fato nó ‘l ge plaséva a tanti del pòsto, perché, avèndo sentù mormorar de le só storie, e dir che l’era na gran bela putèla, i averòs volèst véder dal vìo come che l’era fata per dal bòn. Sta notìzia l’à fat enrabiar ancor de pù don Rodrigo, o a dirla mèio, l’à fat deventar ancor pù ciatìo cì che era zà ‘nzì de so. Tante ròbe le ‘mparéva a só favór e per chesto se ‘mpizzava ancor de pù la só fissazion, che l’era ‘n mesdòt de orgòi ferì, rabia e ‘n desidèri ciaprizziós e spervèrs. El Renzo l’era ormai lontan, s-ciarà, l’era ‘n bandìto, sichè nó l’era pù ‘n frèn, ogni ròba contra de el la deventava lèzita e ancia la só morósa la podéva èsser considerada, enten zèrto modo, propietà de ‘n brigante: l’unico òm al mondo che averòs podèst difènder la Lucia e far assà rumor da tiràr l’interès de persone importanti, come chel frate testàrt, ben prést forsi ‘l saròs sta metù en condizion de nó seciàr pù le bale. Però, pròpri cando che le ròbe ‘mparéva che le nés tute al só vèrs, n’àuter entrìc’ el riszava de mandar a mónt ogni só intenzion: la Lucia la era enten convent a Monza. E, ‘n convent, ancia senza la protezion de na prinzipéssa come ca “siora”, l’era comunque n’òs massa dur per i dènti de don Rodrigo; e per tant che ‘l se szervelàs, don Rodrigo nó l’era bòn de ‘mmazinàrse en modo per ficiàrse dént, né co la forza né co l’ingiagn. Per en moment l’à pensà adiritura de ‘mplantàr ìo tut, de partìr per Milan e, per segurezza, de slongiar la strada per schivàr dal tut la zità de Monza. A Milan, tra amìzi e divertimenti, l’averòs provà a desmentegiàrse chel pensier che l’era deventà ormai na fissazion. Ma, ma, ma,… i amìzi; ge voléva star atènti che sta vignòla, enveze che ‘n divertiment nó ‘l diventàs n’àuter dispiazér. El Tìlio, de segur, l’eva zà strombazzà tut e i só compagni i era curiosi. Na bòta arivà, i g’averòs domandà tuti de la Lucia e l’averòs cognèst dar spiegiazion. L’eva volèst fàrla sóa, l’eva provà… ma che ével otegnù po'? el s’era ‘mpegnà ‘nte na scoméssa, zèrto, ‘n pòc’ viliàca, ma cando che te vèn en ciaprìzzi, sèmper nó se pòl sèlier come contentàrlo. La chestión l’era: come se pòl far po' a nìrgen fòra? Refudar tut e lagiàrge la vitòria a ‘n contadinèl e a ‘n frate? Nó l’era possìbol no! E po', pròpri cando che la fortuna la geva tòt fòr da le bale ‘l Renzo senza mòver en dé, e ‘l Tìlio l’eva giatà ‘l modo per liberàrse de padre Cristoforo, el, don Rodrigo, nó l’eva savèst profitàr de l’ocasion, e ‘l se ritirava da viliaco. Ge n’era assà per nó podér pù nar a testa àuta tra i gialantòmni, o aver sèmper le man su la spada. E po' ancor, come averòssel fat po' a tornar o ancia a restar entel só paés dopo ‘n faliment compàgn? Estra al torment de la só fissazion per la Lucia, l’averòs dovèst soportar la vergogna de ‘n colpo nà a farse ‘mbenedìr. L’odio de la zènt per el, el saròs aumentà e ‘l saròs deventà ‘l pù redìcol de tuti. Ogni paesàn, ogni slandrón pur che ‘l se ‘nchinàs davanti a el per paura, l’averòs grignà sota i bafi per la sodisfazion, pensàndo: às pèrs, la te sta come ‘n fior su ‘nte na récla. La strada del mal, g’è scrìt su la nòssa storia, l’è largia, ma chesto nó vòl dìr che la sia còmoda: l’è pléna de sassi e buse. L’è na strada fadigósa, che te stracia e la te flustra, ancia se la va ‘nzo. Don Rodrigo, nó ‘l voléva far a men del só ciaprìz, e nancia restar ìo fermo, entel medésim tèmp nó l’era bòn de nar avanti da só pòsta, el pensava sol a na soluzion: domandàr aiùt a n’òm che ‘l geva ‘n crèdit tant pù grant de qualsiasi àuter. L’era na persona – o forse ‘l saròs mèio dir che l’era pròpri ‘n diaulàz – che ‘l togéva le complicazion de n’impresa come sfide da ‘nfrontar con ancor pù convinzion. Però sta sièlta la portava ancia gran perìcoi, tanto pù traditori perché nó se i emmazina mai. Enzun seva enfìn endo che ‘l saròs arivà na bòta compromés chel’òm. L’era de segur n’aleato potente, ma l’era ancia n’òm spòtico e crudél, che nó ‘l se lagiava comandar fazilment e che, cando che l’era ente n’afare, l’averòs podèst portar la situazion su strade pericolose. Sti pensieri i eva tegnù don Rodrigo tra l’us e l’às per arcanti dì e un e l’àuter i lo tormentava. Entant era arivà na lìtera de só cusìn, che la diseva che la briconada l’era ‘nviada via benon. Sùbit dopo è arivà ancia la prova segura: na doman s’è sentù che che padre Cristoforo nó l’era pù ‘ntel convent de Pescarenico. Sto fato cì suzèst enzì ‘n prèssa, ensèma a la lìtera del Tìlio, che i lo stizzava e ‘l ge ‘mprometeva che i l’averòs tòt per ziro se l’aves bazilà, l’à portà don Rodrigo sèmper de pù vèrs la sièlta pù riszosa: e chel che giâ fat dizìder per sèmper, l’è sta la notìzia che l’Agnese l’era tornada a só ciasa, e ‘nzì arènt a la Lucia nó g’era pù nancia chela. A sto punto l’è nezessari spiegiar entei particolari sti doi fati, e partìn pròpri da l’ùltim. Che doi pòre dòne le se era apena comodade ‘ntel só refugio cando a Monza e, per efèto ancia ‘ntel convent, è na fòr la ós de chel gran tumulto che gera sta a Milan; e dré a sta notìzia che l’era gròssa, g’è nà dré arcanti particolari, che i cresséva e i cambiava ogni moment. La fatora, che, da só ciasa, la sentiva tute le zàcole per la strada e chel che se diséva ‘ntel convent, la metéva ‘nsèma notìzie de cà e de là e po' i le portava a le doi feumne. “Doi, sei, òt, càter, sèt i nà metù ‘n preson; i li ‘mpicerà, ‘n pòci davanti a la pistorìa de le fèrle, e ‘n pòci en zìma a la strada ‘ndo che g’è la ciasa del vicari de panàdec’… Ehi, ehi, sentì chesta! Un l’è s-ciampà, un da Lecco, o da che bande. El nòm nó ‘l sai, ma nirà calchedun a dìrmel enzì vardào se ‘l cognosséo.” Sta notìzia, col fato che ‘l Renzo l’era arivà a Milan pròpri ‘nchel maledéto dì, la geva fat nìr en pensier de chei a le done, spezialment a la Lucia; ma ‘mmazinave chel che è suzèst cando che la fatora l’è nuda a portàrge la nòva: “l’è pròpri vòs paesan chel che è s-ciampà, per nó èsser empicià; en tessàder de seda, el se clama Tramaglino: el cognosséo?” A la Lucia, che l’era sentada zó a fàrge su l’ór a nó sai mì che, g’è crodà ‘l laoro da le man; l’è deventada biancia come na pèzza, l’era tuta scombussolada, en modo che la fatora la se saròs acòrta de segur se la fus stada pù vizìna. Ma l’era ‘n pè su la sòlia con l’Agnese, ancia chesta sbalordìda, però nancia tant, e l’è stada bòna de restar calma; l’à rispondù che ‘nten paesòt i se cognós tuti, e che i lo cognosséva; però nó la era bòna de ciapìr come che ge fus ciapità na ròba compagna, perché l’era ‘n brào putèl. Po' la domandà se l’era s-ciampà dalbòn, e ‘ndo che l’era nà. “Che l’è s-ciampà i lo dis tuti; ‘ndo che ‘l sia nà, enzun lo sa; pòl dàrse che i lo brìncîa ancora, e pòl dàrse che ‘l se sia zà metù al segur; ma se ‘l g’avés da tornàrge sota le sgrìnfie, per el vòs brao putèl…” Per fortuna la fatora i l’à clamàda e la se n’è nada: emmazinave come che è restà ìo mare e fiòla. Per pù dì, ca pòra feumna e ca putèla planziànt, le à dovèst restar enzì senza savér àuter, a seghitar a pensar come, perché, su chel che podéva suzzéder ciausa chel fato ‘nzì dolorós, a considerar, ognuna per só cont, o sota ós ‘ntrà de lore, e cando che le podeva, che paròle ‘nzì tremende. A le tànte, en zòbia, è ciapità ìo ‘ntel convent, n’òm che zerciàva l’Agnese. L’era ‘n negoziante de pés da Pescarenico, che ‘l néva de spés a Milan a vénder la só marcanzìa. El bòn fra Cristoforo el geva domandà, sicome ‘l passava da Monza, de dar na s-ciampada al convent a saludar le doi dòne da parte sóa, e che ‘l ge contàs chel che se seva sul fato del Renzo, che le giavés passiènza e che le se metés enle man del Sioredio, e po' che el, pòr frate, de segur nó ‘l se saròs desmentegià de lore e che l’averòs vardà de giatàr n’ocasion per aidàrle; e che per ‘ntant l’averòs fat savér ogni semmana se ge fus nòve, sèmper per via del merciandèl o ‘nte n’àuter modo. Per chel che se tratava del Renzo, ‘l viàder nó l’à podèst dir de pù de nòu o de segur, se nón che só ciasa l’era stada tamisàda e che le otorità i lo zerciava. Però l’à podèst dir ancia che tute ste azion nó le eva portà a ‘ngotiènto e che ‘l Renzo l’era de segur entel teritòri de Bergamo. Sta notìzia segura, ge vòl dìrlo, l’è stada per la Lucia ‘n gran soliévo: da chel moment, le só làgrime le era ‘n pòc’ pù dolze; parlàndo con só mama la geva pù consolazion e cando che la pregiava la ge taciava sèmper en ringraziament al Sioredio. La Gertrude de spés la feva nìr la Lucia entel só parlatòri privato, e a bòte i la tegnìva ìo per en bel pèz, e la se godeva a véder la semplizità e la bontà de ca poréta, e po' ge plaséva sentìrse ringraziar e ‘mbenedìr ogni moment. La ge contava ancia, en confidanza, na part (chela pù onorada) de la só storia, de chel che l’eva patì e tut per nar ìo a patìr; e se prima la Lucia en pòc’ la dubitava de ca siora, en pòc’ al bòt l’era nuda a compatìrla. A sentìr ca storia la ciapìva pù che ben per scusàrla de la só condóta che a bòte l’era ‘n mistèro spezialment se la pensava a chel che geva ‘nsegnà l’Agnese sul caràter strambo dei nòbili. Però per tant che la volés contracambiar la confidanza che ge deva la Gertrude, nó g’è mai passà per la testa de parlàrge de le só procupazion, de la só disgrazia, de dìrge cì che l’era chel tessàder che era s-ciampà; nó la voleva riszar de sparpaiar na ós enzì dolorosa e ‘nzì scandolosa. Enfìn che l’era bòna, per cant che l’era possìbol l’era atènta a nó risponder a le domande curiose de la Gertrude sul tèmp prima de prométerse spósa. Però ente chel caso ìo, nó l’era per prudenza, ma per na chestion de respèt per la só virtù, che l’era la part de la só storia che ge seva pù difìzile da contàr pù de qualsiasi àutra ròba. Entei fati de la Getrude se parlava de angiarìe, ingiagni e patimenti, ròbe brute, ma comunque che se podéva contar. Entel so caso gera ‘n sentiment, na parola che ge ‘mparéva ‘mpossìbol da proferìr parlàndo de sé stessa, e per chesta nó l’à ‘n giatàva n’àutra senza sentìrse ‘mbroiada: l’amor! A bòte la Gertrude la se ‘nzispava a véder la prudenza de la Lucia, per el só modo ‘nzì zudiziós e atènto de risponder. Però ente chel modo de far se vedéva ancia tant afèto, rispèt, riconosènza e perfìn afidament e chesto ‘l calmava zó ‘l só dispiazér. Forse ‘n zèrti momenti, ca vergogna ‘nzì fónda e deliciàta la ge deva fastìdi per àutri motìvi, ma a la fìn ogni pensier el se sfantava ‘nla bontà de ca idea che la seghitava a ripèterse vardàndo la Lucia: “A chésta ge fón del ben”. E l’era vera, perché èstra offrìrge ‘n refugio segur, le só parole ‘nzì educade e le só bele atenzion le era ‘n gran soliévo per la pòra putèla. N’àutra consolazion per la Lucia l’era ‘l laoro: la domandava sèmper calche vergot da far e, perfìn entel parlatòri, nó la steva mai con le man en man e la feva calche laureròt. Però, i bruti pensieri i trovava sèmper la strada per fàrse sentìr. Entant che la coséva, laoro che ela nó l’eva scasi mai fat, ge nidéva ‘n ment el só asp da filar; e con chel pensier tanti ricordi e pensieri su tut chel che l’eva perdù. El secónt zòbia, è tornà chel merciandèl de péssi, o n’àuter viazador, con i saluti de padre Cristoforo e con la nòva fetìva che la fùgia del Renzo l’era nada ben. Notìzie pù bele a riguardo de le só rogne, nancia una; perché, come che en zà dit al lezidór, el zocolànte l’eva sperà de avérle dal só confratèl da Milan che ‘l ge l’eva racomandà; e chesto l’eva rispondù de nó avér mai vìst né la persona, né la lìtera; che era ben arivà ‘n contadìn a zerciàrlo, ma che nó avèndol trovà, l’era ciaminà, e nó se l’era pù vist. El tèrz zòbia, el viàder che le spetava nó se l’era vist; e per le pòre feumne nó l’è sta sol na delusion de pèrder en soliévo desiderà e sperà, ma, come che suzét sèmper a cì che è ‘n dificoltà, ancia la pù pìzzola de le ròbe empar en ségn de disgrazia da far nìr mili fórle e dubi. Zà da calche tèmp l’Agnese l’eva pensà de tornar, almen per pòci dì, a ciasa e a nó véder el viazadór la tòt na dezision. Per la Lucia separàrse da só mama nó l’era fàzile, ma la vòia de aver notìzie e la segurezza che ge deva ‘l convent, en pòsto riparà e sacrosant, i l’à convìnta a superar i só dubi. Mare e fiòla le à dezìso che ‘l dì dré l’Agnese la saròs nada a spetàr el pessàro che nidéva de vòuta da Milan, per domandàrge ‘n passagio sul só ciar e tornar al só paés. Enzì l’à fat: la trovà chel’òm e la giâ domandà se padre Cristoforo el giavés dat calche informazion per lore. Però, ‘l merciandèl el giâ rispondù che, ‘l dì prima de partìr, l’era sta tut el dì a pes-ciar e nó l’eva bù notìzie dal frate. L’Agnese nó l’abù bisògn de ‘mpregiàrlo pù che tant per aver el passagio che la voléva. Dopo avér saludà la Lucia e la siora, tra le làgrime e la promessa de fàrge avér notìzie apena possìbol, e de tornar de vòuta prèst, la s’è metùda ‘n viaz vèrs só ciasa. Entel viaz nó è suzèst engot de nòu. La nòt i à poussà ente n’ostarìa come ‘l sòlit; po' i è partìdi prima che nidés dì e i è arivadi bonóra a Pescarenico. L’Agnese l’è desmontada ‘nla piazéta del convent, l’à saludà e ringrazià con tanti: Dio ‘l vé rèndia mèrit; e sicome l’era ìo, l’à volèst, prima de nar a só ciasa, véder el só bòn frate benefatór. L’à sonà ‘l ciampanèl e a davèrzer el porton è nù fra Galdino, chel de le nós. “Oh! Bòna dòna, che vòl dir po' da ste bande?” “Vèni a zerciàr padre Cristoforo.” “Padre Cristoforo? Nó ‘l g’è no.” “Orconón! Ge meteràl en pèz a nìr?” “Ma…?” Dis el frate, auzzàndo le spale e tiràndo dént entel ciapùz la testa pelada. “Endo èl nà po'?” “A Rimini.” “Endo?” “A Rimini.” “Endo saròssel po' sto paés?” “Eh eh eh!” à respondù ‘l frate, auzzàndo la man per aria come per dìr la gran lontananza. “Oh porèta mì vèh! Ma perché po' l’è partì ‘nzì de colp?” “Perché ‘nzì à volèst el padre provinciale.” “Ma perché po' mandàrlo via? che cì ‘l feva tanto del ben? Oh Signore vèh!” “Ma pòra dòna vèh, se i superiori i dovés rènder cont dei órdeni che i dà, ‘ndo saròssela po' l’obedienza?” “Sì ài ben ciapì, ma chesta l’è la me rovìna.” “Voléo savér come che la pòl èsser nada? L’è possìbol che a Rimini i geva bisògn de un bòn a prediciar (ge nén dapertut; ma a bòte ge vòl pròpri chel fat apòsta); el padre provinciale da ìo ‘l g’averà scrìt al nòs cacì, se ‘l geva calchedun enzì e ‘nzì; e ‘l padre provinciale ‘l g’averà dit: cì ge vòl padre Cristoforo. La dev’èsser nada pròpri ‘nzì, vedé.” “Oh poréti noi vèh! Cando èl po' che l’è partì?” "L'autréri" “Eco! se ge devi fé a la me idea de nìr via calche dì prima! E nó se sa cando che ‘l poròs tornar no? enzì ‘n pressapòc’?” “Eh cara mia! i lo sa ‘l padre provinciale; se i lo sa ancia el. Cando che un dei nòssi padri missionari l’è sgolà via, nó se pòl savér su che ram el narà a pozàrse. I li zércia de cà i li zércia de là: e noi gen conventi dapertut entel mondo. Meténte che, a Rimini, ‘l padre Cristoforo el fàgîa na grant impression col só sermon: perché nó ‘l prèdicia sèmper senza vardàr ben le parole, come che ‘l feva cì, per pes-ciadori e contadini: prediciar zó dal pùlpit de le zità, ‘l giâ i só bei sermoni scrìti e fior de parole. Se da che bande va fòr la ós, de sto gran frate ‘nzì brao a prediciar i poròs volérlo da… che sàite mì po'! e ‘nchel caso ìo ge vòl mandàrlo, perchè noiàutri zocolànti vivén de la ciarità de tut el mondo, e l’è zusto che offrìgente ‘l nòs servìzi per el ben de tuti.” “Oh Signore! Signore!” l’à sclamà l’Agnese, scasi planziànt: “come faràite po' senza chel’òm? L’era chel che ne féva da pare! Per noiàutri l’è na rovìna.” “La sèntia, brava dòna; el padre Cristoforo l’era pròpri na persona straordenaria; ma la sàpia che ge nén tanti d’àutri bòni compàgn, pléni ‘n ciarità e sapienza, bòni de star sia con i nòbili che con la pòra zènt. Preferìsela ‘l padre Atanasio? O ‘l padre Girolamo? O se no ‘l padre Zaccaria? La vàrdia che ‘l padre Zaccaria l’è na persona de gran valor! E nó la ge fàgia caso, come che fa zèrti che nó ciapìs engot, se l’è ‘n totìn, con la ós setìla e i peli de la barba clari: magiàri nó l’è ‘n gran prediciador, perché ognun giâ ‘l só talènto, ma per dar calche consìlio l’è n’òm pròpri capaze, ge ‘l garantìssi mì!” “Oh per amor de Dio!” l’à sclamà l’Agnese, con en misto de ringraziament e de azitazion, ca impression che se giâ cando calchedun te offre l’aiùt con tanta bòna volontà, ma senza tègner cont de chel che ‘n realtà giâ bisògn cì che lo rizéve. “A mì nó me ‘nteressa se n’àuter l’è capaze o no, cando che l’unico che cognosséva tuta la nòssa situazion e l’eva zà preparà tut per aidàrne l’era pròpri chel pòver’òm che adès nó g’è cì pù!” “Alor ge vòl avér passienza.” “Chesto ‘l sai ancia mì,” dis l’Agnese: “scusàme del distùrbo.” “Ma de che po', cara mia? me desplàs tant per voi. E se ve dezidéo de zerciar calchedun dei nòssi padri, el convent l’è sèmper cì e nó ‘l se mòu. Ehi, né vederén po' prést per la zércia de l’òio.” “Stéme ben,” dis l’Agnese; e la s’è ‘nviada vèrs el só paesòt, trista, confusa e sbalordìda, come chel pòer òrbo che à perdù ‘l só bastón. Essèndo ‘n pòc’ pù ‘nformadi de fra Galdino, podén contàrve come che è nà le ròbe per dalbòn. Apena arivà a Milan el Tìlio l’era nà, come che ‘l geva ‘mprometù a don Rodrigo, da só zio (zio de tuti doi), che l’era ‘ntel Consìlio segrèt. Sto consìlio l’era n’adunanza de trédes personazi, sia zùdizi, che militari, che i geva ‘l compito de consiliar el governator, e, ‘n caso de nezessità, de sostituirlo. El conte zio, che l’era de la part dei zùdizi, e l’era un dei pù anziani del consìlio el godéva de ‘n zèrto crèdit che ‘l doperava con gran braùra e furbìzia. Nó ‘l se fermava sol a dopràr le só facoltà diretament, ma ‘l preferìva modi pù fini e fati con antivéder: el parlava senza dir engot, el taséva cando che ge voleva tàser, el feva ‘ntènder pù de chel che ‘l diséva, el tréva oclàde misteriose come dir “nó pòdi dir engot”, l’emprometéva senza mantégner dalbòn e ‘l spaventava con chel tono da zivilizà, e tut chesto el feva ‘n modo de rinforzar la só reputazion e la só autorità. Perfìn cando che l’era sinzéro e ‘l diseva “Nó pòdi far engot ente sta chestion”, i lo féva con en tono e ‘n portament che i lo feva deventar ancor pù potènte, come se la só facoltà la fus enzì granda da dover èsser doprada con gran prudenza. L’era ‘n pòc’ come le vècle s-ciàtole da speziàl con su che scrìte arabe e che, pur essèndo vòide, le serviva a mossàr el crèdit de la botégia. El crèdit del conte zio, metù ‘nsèma ‘nte tanti ani, tut de colp l’era cressù grazie a na ocasion straordenaria: en viaz a Madrid per na mission de politica. E sul modo che l’era sta azetà da la corte spagnola ‘l ge féva tanto de mànec’. Basta dir che ‘l potènte duca i l’eva tratà con tanto de amicizia e i l’eva perfìn tirà ént entel só ziro. Per provar sta confidanza, na bòta el geva domandà davanti a tanti de la règia chel che ‘n pensàs de Madrid e, ‘nte n’àutra ocasion, el geva dit a càter òcli, vizìn a na finestra, che ‘l dòm de Milan l’era la glésia pù granda che gera ‘n tuti tuti i teritòri del re. Dopo avérge fat i complimenti al conte só zio, e portàdi ancia chei de só cusìn, el Tìlio, col só portament sèrio, che ‘l seva tòr cando che l’era nezessari, ‘l dis: “credi de far el me dovér, senza tradìr l’opunion che giâi del Rodrigo, informàndo ‘l sior zio de na chestion che, se nó la vèn tòta ‘n man da el, la poròs deventar putòst bruta e avér cissà che efèti…” “Calcheduna de le soe, me ‘mmazini.” “A dir la verità, cògni dìrge che ‘l tòrt nó l’è de me cusìn. Ma l’è putòst azità e, come dìgi, nó g’è che ‘l sior zio, che ‘l pòdia…” “Vedénte, vedénte.” “Da che bande g’è ‘n frate ciapuzìn che i la giâ su col Rodrigo e adès la ròba l’è arivada a ‘n punto che…” “Cante bòte v’àite dit po', a un e a l’àuter, che i frati ge vòl lagiàrli ‘ntel só bró? Zà i ge dà da dìr a cì che è obligià a vardàrge sora…” E cì l’à sospirà. “Ma voiàutri che poròsseo lagiàrli ‘n paze…” “Sior zio, l’è me dovér dìrve che, per chesto, ‘l Rodrigo l’averòs fat a men de tiràr en mèz en frate, se l’avés podèst. E ‘l frate i la giâ su con el, tanto che ‘l s’è metù a zaigiàrlo ‘n tute le maniere…” “Che òstrega g’àl po' sto frate con me neó?” “Prima de tut, l’è na persona ribèle, che tuti i cognós per el só caràtere nervóso, e che ‘l se vanta de dar contra ai nobili. Sto tizio ‘l s’à tòt a pèto la causa de na contadinèla de chei paesi, e per ela ‘l dimostra n’atenzion, ma n’atenzion… nó dìgi ‘nteressada, ma de segur zelosa, sospetosa, permalosa.” “Ciapìssi tut,” dis el conte zio; e su n’espression da péri còti che la ge nideva da la só natura, per ‘n pòc’ smorzada e scònta da ani e ani de politica, s’à vist slampezàr per n’àtimo ‘n lamp de malìzia, che ‘l se féva véder pròpri ben. - Sichè, da calche tèmp, - dis el Tìlio, - sto frate ‘l s’è metù ‘nla testa che ‘l Rodrigo ‘l g’aves cissà che mira su sta cì… “El s’è ‘ntestà, ‘l s’è ‘ntestà: vardà che ‘l conóssi ben ancia mì vèh ‘l sior don Rodrigo; per difènderlo ‘nte ste fazènde cì, ge vòl ben àuter avocàt che voi.” “Sior zio, che ‘l Rodrigo ‘l pòdia aver fat calche schèrz a ca criatura, cando che i l’ancontrava per la strada, ‘l pòl èsser vera: ad ogni modo l’è zóven, e nó l’è ciapuzzìn; ma cheste l’è picolézze che nó ocór tiràr en mèz ‘l sior zio; la chestion l’è che ‘l frate ‘l s’à metù a parlar del Rodrigo come fus en lazerón, e ‘l ge mét contra tut el paés…” “E i àutri frati?” “I rèsta fòra, perché i lo cognós per na testa ciàuda, e i giâ ‘n gran rispèt del Rodrigo; ma, vòutite l’òcel, sto frate ‘l giâ ‘n gran crèdit entei paesani, ancia perché ‘l fa ‘l sànt, e…” “Me ‘mmazini che ‘l frate nó i lo sàpia che ‘l Rodrigo l’è me neó.” “Auterchè se i lo sa! Anzi l’è pròpri per chesto che l’è ‘ncor pù ‘ndiaulà.” “Come pò? Come pò?” Perché, e i lo dis ancia el, el trova pù sodisfazion a méterse contra ‘l Rodrigo pròpri perché ‘l giâ ‘n protetór àut en grado come vossiorìa. E èstra, ‘l dis che el dei potènti e dei politicanti nó ‘l giâ paura mìgia, perché ‘l cordón de san Francesco l’è pù fòrt de le spade, e che… “Che sfazzadón de ‘n frate! Che g’àl nòm po' chesto?” “Fra Cristoforo da ***” dis el Tìlio; e ‘l conte zio, tòt fòr da ‘n ciassetìn del só taulìn, en nòtes, e l’à scrìt chel pòer nòm, sbufàndo pù bòte, entant che i lo scriveva. Entant, el Tìlio ‘l neva avanti a parlar: “L’è sèmper sta fat enzì, se sa ancia la só storia. L’era ‘n malarlevà che, avendo metù ‘nsèma calche soldo, ‘l pretendeva de compèter coi nobili del só paes; e, per la stìzza de nó èsser bòn de star sora a tuti, l’è arivà a copàrnen un. Per schivàrse de èsser ‘mpicià, ‘l s’è ‘ntanà ‘nten convent e l’è nà frate.” “Ma brao! benón! La vederén, farén i conti,” ‘l diseva ‘l conte zio, seghitàndo a sbufar. Dis ancora ‘l Tìlio: “E adès l’è ‘ncor pù ‘mbestià perché g’è nà a monte l progèto che ge premeva de pù: e da chesto ‘l ciapirà, sior conte zio, che razza de òm che l’è. El voleva che ca putelòta la se sposàs — e che ‘l fus per slontanàrla da le tentazion del mondo o per àuter nó ‘l saveròssi — ma ‘l voléva a tuti i costi farla sposar. E l’eva zà trovà l’òm, n’àuter só protèt, en personazi che, forse, anzì de segur, ancia el el cognosserà de nòm. Son segur che ‘l Consìlio segrèt l’à dovèst parlàrnen de sto sòzi ‘nzì da gialantòm.” “Ma cì èl po' sto cì?” “En tessàder de seda, Lorenzo Tramaglino, chel che…” El conte zio, l’à sclamà con maravéa: “Lorenzo Tramaglino! Ma vàrda tì! Ma brao, padre! Segur… difati…, ‘l geva na lìtera per un… Pecià che… Ma nó conta ‘ngot, va ben lostes. Ma perché po' ‘l sior don Rodrigo nó ‘l m’à mai dit engot de tut chesto? Perché po' l’à lagià che la situazion la se ‘ngiartiàs enzì tant senza domandar a cì che pòl e che vòl consiliarlo e aiutàrlo?” El Tìlio ‘l dis ancor: “Ancia su chesto vòi èsser sinzéro. Da na banda, savèndo cante preocupazion e doveri che pesa ‘nla testa del sior zio…” (a sentir enzì, ‘l conte zio l’à dat na soflada e ‘l s’à portà na man su la testa, come per cialciàrge su al peso dei só òbligi) “l’à vardà de nó dàrve n’àutra seciadura. E po' ve dirai tut: da chel che ài podèst ciapìr, l’è ’nzì ‘nrabià, stuf e àger de le persecuzion de chel frate, che me ‘mpar che ‘l voròs pù che àuter fàrla fòr da só pòsta, enten modo velòze e dirèto, putòst che zerciàr l’aiùt de cì che pòl dàrgel, de cì che giâ la sapienza e l’autorità del sior zio. Mì ài ben provà a calmàrlo, ma vedèndo che la situazion la neva vèrs el pézi, ài pensà che fus me dovér informar ‘l sior zio, che a la fìn l’è la colòna e la testa de la famìlia…” “Averòstus fat mèio a parlar en pòc’ prima.” “L’è vera; ma mì speravi che la fazènda la se ruàs da só pòsta, o che ‘l frate ‘l tornàs a la fìn a comportàrse come che se deve, o che ‘l sen nés da chel convent, come che a bòte suzét ai frati, che adès i è cì, po' i è ìo; e alor se ruava su tut. Ma…” “Adès tocierà a mì comodàrla via.” El Tìlio ‘l giâ dit ancora: “Ancia mì ài ragionà entel stes modo. Ài pensà che ‘l conte zio, grazie a la só sapienza e a la só autorità, ‘l saròs bòn de ‘mpedìr en scàndol e, ‘ntel stes tèmp, de difènder l’onór del Rodrigo, che a la fìn l’è ancia ‘l so. Sto frate ‘l giâ sèmper chela del cordon de san Francesco, ma dopràrlo entel modo zust nó vòl dir avérlo ‘ntorn a la panza. El sior zio ‘l giâ tanti mèzi che mì nó sai nancia: però sai che ‘l padre provinciale, come che l’è zusta, ‘l giâ ‘nzì rispèt per voi e se ‘l conte zio ‘l pensàs che la soluzion mióra ‘l fus paràr via ‘l frate, con pòce parole ‘l poròs otègner fazilment el risultato desiderà…” “El ge làgîa ‘l pensier a cì che ‘l ge tócia, vossiorìa,” dis con en pòc’ de supòsto ’l conte zio. “Ah l’è vera!” à sclamà ‘l Tìlio, con na scorladìna de la testa, e con na grignadèla come per compatìrse. “Come se fùssite mì la persona zusta a dar consìli al sior zio! Però mì son tacià a la famìlia l’è per chesto che parli ‘nzì. E giâi ancia paura de aver combinà n’àuter eror,” ‘l giâ tacià con na fazza pensierosa: “g’ài paura de avérge dat al sior zio n’impression sbagliata sul Rodrigo; nó me perdoneròssi mai se fùssite sta la ciàusa de avérge fat nir en dubi sul complèto crèdit e obedienza che ‘l Rodrigo ‘l giâ per voi. El me crédia, sior zio, che ‘nte sto caso l’è pròpri…” “Dai, dai; che tòrt e tòrt po', ‘ntrà voi doi? Saréo sèmper amìzi, almen enfìn che un de voi doi nó ‘l métia la testa a pòsto. Seo doi s-ciavìzzacòl, sèmper ìo a combinàr malàni, e po' tócia a mì méterge su na pèzza! Che… me féo dir en spropòsit, me déo pù pensieri voi doi,” e cì l’à tirà ‘n gran sospirón, “che tuti sti afari de stato metùdi ‘nsèma.” El Tìlio l’à dit ancor calche parola de scuse, l’à fat calche promessa e l’à fat ancor calche compliment, e po' l’è partì. Entant che ‘l se ‘n neva, el conte zio i l’à saludà con la só sòlita racomandazion per i só neódi: “E vardà de aver en pòc’ de zudìzi.”
Chi, vedendo in un campo mal coltivato, un’erbaccia, per esempio un bel lapazio, volesse proprio sapere se sia venuto da un seme maturato nel campo stesso, o portatovi dal vento, o lasciatovi cader da un uccello, per quanto ci pensasse, non ne verrebbe mai a una conclusione. Così anche noi non sapremmo dire se dal fondo naturale del suo cervello, o dall’insinuazione d’Attilio, venisse al conte zio la risoluzione di servirsi del padre provinciale per troncare nella miglior maniera quel nodo imbrogliato. Certo è che Attilio non aveva detta a caso quella parola; e quantunque dovesse aspettarsi che, a un suggerimento così scoperto, la boria ombrosa del conte zio avrebbe ricalcitrato, a ogni modo volle fargli balenar dinanzi l’idea di quel ripiego, e metterlo sulla strada, dove desiderava che andasse. Dall’altra parte, il ripiego era talmente adattato all’umore del conte zio, talmente indicato dalle circostanze, che, senza suggerimento di chi si sia, si può scommettere che l’avrebbe trovato da sé. Si trattava che, in una guerra pur troppo aperta, uno del suo nome, un suo nipote, non rimanesse al di sotto: punto essenzialissimo alla riputazione del potere che gli stava tanto a cuore. La soddisfazione che il nipote poteva prendersi da sé, sarebbe stata un rimedio peggior del male, una sementa di guai; e bisognava impedirla, in qualunque maniera, e senza perder tempo. Comandargli che partisse in quel momento dalla sua villa; già non avrebbe ubbidito; e quand’anche avesse, era un cedere il campo, una ritirata della casa dinanzi a un convento. Ordini, forza legale, spauracchi di tal genere, non valevano contro un avversario di quella condizione: il clero regolare e secolare era affatto immune da ogni giurisdizione laicale; non solo le persone, ma i luoghi ancora abitati da esso: come deve sapere anche chi non avesse letta altra storia che la presente; che starebbe fresco. Tutto quel che si poteva contro un tale avversario era cercar d’allontanarlo, e il mezzo a ciò era il padre provinciale, in arbitrio del quale era l’andare e lo stare di quello. Ora, tra il padre provinciale e il conte zio passava un’antica conoscenza: s’eran veduti di rado, ma sempre con gran dimostrazioni d’amicizia, e con esibizioni sperticate di servizi. E alle volte, è meglio aver che fare con uno che sia sopra a molti individui, che con un solo di questi, il quale non vede che la sua causa, non sente che la sua passione, non cura che il suo punto; mentre l’altro vede in un tratto cento relazioni, cento conseguenze, cento interessi, cento cose da scansare, cento cose da salvare; e si può quindi prendere da cento parti. Tutto ben ponderato, il conte zio invitò un giorno a pranzo il padre provinciale, e gli fece trovare una corona di commensali assortiti con un intendimento sopraffino. Qualche parente de’ più titolati, di quelli il cui solo casato era un gran titolo; e che, col solo contegno, con una certa sicurezza nativa, con una sprezzatura signorile, parlando di cose grandi con termini famigliari, riuscivano, anche senza farlo apposta, a imprimere e rinfrescare, ogni momento, l’idea della superiorità e della potenza; e alcuni clienti legati alla casa per una dipendenza ereditaria, e al personaggio per una servitù di tutta la vita; i quali, cominciando dalla minestra a dir di sì, con la bocca, con gli occhi, con gli orecchi, con tutta la testa, con tutto il corpo, con tutta l’anima, alle frutte v’avevan ridotto un uomo a non ricordarsi più come si facesse a dir di no. A tavola, il conte padrone fece cader ben presto il discorso sul tema di Madrid. A Roma si va per più strade; a Madrid egli andava per tutte. Parlò della corte, del conte duca, de’ ministri, della famiglia del governatore; delle cacce del toro, che lui poteva descriver benissimo, perché le aveva godute da un posto distinto; dell’Escuriale di cui poteva render conto a un puntino, perché un creato del conte duca l’aveva condotto per tutti i buchi. Per qualche tempo, tutta la compagnia stette, come un uditorio, attenta a lui solo, poi si divise in colloqui particolari; e lui allora continuò a raccontare altre di quelle belle cose, come in confidenza, al padre provinciale che gli era accanto, e che lo lasciò dire, dire e dire. Ma a un certo punto, diede una giratina al discorso, lo staccò da Madrid, e di corte in corte, di dignità in dignità, lo tirò sul cardinal Barberini, ch’era cappuccino, e fratello del papa allora sedente, Urbano VIII: niente meno. Il conte zio dovette anche lui lasciar parlare un poco, e stare a sentire, e ricordarsi che finalmente, in questo mondo, non c’era soltanto i personaggi che facevan per lui. Poco dopo alzati da tavola, pregò il padre provinciale di passar con lui in un’altra stanza. Due potestà, due canizie, due esperienze consumate si trovavano a fronte. Il magnifico signore fece sedere il padre molto reverendo, sedette anche lui, e cominciò: “stante l’amicizia che passa tra di noi, ho creduto di far parola a vostra paternità d’un affare di comune interesse, da concluder tra di noi, senz’andar per altre strade, che potrebbero... E perciò, alla buona, col cuore in mano, le dirò di che si tratta; e in due parole son certo che anderemo d’accordo. Mi dica: nel loro convento di Pescarenico c’è un padre Cristoforo da ***?” Il provinciale fece cenno di sì. “Mi dica un poco vostra paternità, schiettamente, da buon amico... questo soggetto... questo padre... Di persona io non lo conosco; e sì che de’ padri cappuccini ne conosco parecchi: uomini d’oro, zelanti, prudenti, umili: sono stato amico dell’ordine fin da ragazzo... Ma in tutte le famiglie un po’ numerose... c’è sempre qualche individuo, qualche testa... E questo padre Cristoforo, so da certi ragguagli che è un uomo... un po’ amico de’ contrasti... che non ha tutta quella prudenza, tutti que’ riguardi... Scommetterei che ha dovuto dar più d’una volta da pensare a vostra paternità.” — Ho inteso: è un impegno, — pensava intanto il provinciale: — Colpa mia; lo sapevo che quel benedetto Cristoforo era un soggetto da farlo girare di pulpito in pulpito, e non lasciarlo fermare mesi in un luogo, specialmente in conventi di campagna. — “Oh!” disse poi: “mi dispiace davvero di sentire che vostra magnificenza abbia in un tal concetto il padre Cristoforo; mentre, per quanto ne so io, è un religioso... esemplare in convento, e tenuto in molta stima anche di fuori.” “Intendo benissimo; vostra paternità deve... Però, però, da amico sincero, voglio avvertirla d’una cosa che le sarà utile di sapere; e se anche ne fosse già informata, posso, senza mancare ai miei doveri, metterle sott’occhio certe conseguenze... possibili: non dico di più. Questo padre Cristoforo, sappiamo che proteggeva un uomo di quelle parti, un uomo... vostra paternità n’avrà sentito parlare; quello che, con tanto scandolo, scappò dalle mani della giustizia, dopo aver fatto, in quella terribile giornata di san Martino, cose... cose... Lorenzo Tramaglino!” — Ahi! — pensò il provinciale; e disse: “questa circostanza mi riesce nuova; ma vostra magnificenza sa bene che una parte del nostro ufizio è appunto d’andare in cerca de’ traviati, per ridurli...” “Va bene; ma la protezione de’ traviati d’una certa specie...! Son cose spinose, affari delicati...” E qui, in vece di gonfiar le gote e di soffiare, strinse le labbra, e tirò dentro tant’aria quanta ne soleva mandar fuori, soffiando. E riprese: “ho creduto bene di darle un cenno su questa circostanza, perché se mai sua eccellenza... Potrebbe esser fatto qualche passo a Roma... non so niente... e da Roma venirle...” “Son ben tenuto a vostra magnificenza di codesto avviso; però son certo che, se si prenderanno informazioni su questo proposito, si troverà che il padre Cristoforo non avrà avuto che fare con l’uomo che lei dice, se non a fine di mettergli il cervello a partito. Il padre Cristoforo, lo conosco.” “Già lei sa meglio di me che soggetto fosse al secolo, le cosette che ha fatte in gioventù.” “È la gloria dell’abito questa, signor conte, che un uomo, il quale al secolo ha potuto far dir di sé, con questo indosso, diventi un altro. E da che il padre Cristoforo porta quest’abito...” “Vorrei crederlo: lo dico di cuore: vorrei crederlo; ma alle volte, come dice il proverbio... l’abito non fa il monaco.” Il proverbio non veniva in taglio esattamente; ma il conte l’aveva sostituito in fretta a un altro che gli era venuto sulla punta della lingua: il lupo cambia il pelo, ma non il vizio. “Ho de’ riscontri,” continuava, “ho de’ contrassegni...” “Se lei sa positivamente,” disse il provinciale, “che questo religioso abbia commesso qualche errore (tutti si può mancare), avrò per un vero favore l’esserne informato. Son superiore: indegnamente; ma lo sono appunto per correggere, per rimediare.” “Le dirò: insieme con questa circostanza dispiacevole della protezione aperta di questo padre per chi le ho detto, c’è un’altra cosa disgustosa, e che potrebbe... Ma, tra di noi, accomoderemo tutto in una volta. C’è, dico, che lo stesso padre Cristoforo ha preso a cozzare con mio nipote, don Rodrigo ***.” “Oh! questo mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace davvero.” “Mio nipote è giovine, vivo, si sente quello che è, non è avvezzo a esser provocato...” “Sarà mio dovere di prender buone informazioni d’un fatto simile. Come ho già detto a vostra magnificenza, e parlo con un signore che non ha meno giustizia che pratica di mondo, tutti siamo di carne, soggetti a sbagliare... tanto da una parte, quanto dall’altra: e se il padre Cristoforo avrà mancato...” “Veda vostra paternità; son cose, come io le dicevo, da finirsi tra di noi, da seppellirsi qui, cose che a rimestarle troppo... si fa peggio. Lei sa cosa segue: quest'urti, queste picche, principiano talvolta da una bagattella, e vanno avanti, vanno avanti... A voler trovarne il fondo, o non se ne viene a capo, o vengon fuori cent'altri imbrogli. Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire. Mio nipote è giovine; il religioso, da quel che sento, ha ancora tutto lo spirito, le... inclinazioni d’un giovine: e tocca a noi, che abbiamo i nostri anni... pur troppo eh, padre molto reverendo?...” Chi fosse stato lì a vedere, in quel punto, fu come quando, nel mezzo d’un’opera seria, s’alza, per isbaglio, uno scenario, prima del tempo, e si vede un cantante che, non pensando, in quel momento, che ci sia un pubblico al mondo, discorre alla buona con un suo compagno. Il viso, l’atto, la voce del conte zio, nel dir quel pur troppo!, tutto fu naturale: lì non c’era politica: era proprio vero che gli dava noia d’avere i suoi anni. Non già che piangesse i passatempi, il brio, l’avvenenza della gioventù: frivolezze, sciocchezze, miserie! La cagion del suo dispiacere era ben più soda e importante: era che sperava un certo posto più alto, quando fosse vacato; e temeva di non arrivare a tempo. Ottenuto che l’avesse, si poteva esser certi che non si sarebbe più curato degli anni, non avrebbe desiderato altro, e sarebbe morto contento, come tutti quelli che desideran molto una cosa, assicurano di voler fare, quando siano arrivati a ottenerla. Ma per lasciarlo parlar lui, “tocca a noi,” continuò, “a aver giudizio per i giovani, e a rassettar le loro malefatte. Per buona sorte, siamo ancora a tempo; la cosa non ha fatto chiasso; è ancora il caso d’un buon principiis obsta. Allontanare il fuoco dalla paglia. Alle volte un soggetto che, in un luogo, non fa bene, o che può esser causa di qualche inconveniente, riesce a maraviglia in un altro. Vostra paternità saprà ben trovare la nicchia conveniente a questo religioso. C’è giusto anche l’altra circostanza, che possa esser caduto in sospetto di chi... potrebbe desiderare che fosse rimosso: e, collocandolo in qualche posto un po’ lontanetto, facciamo un viaggio e due servizi; tutto s’accomoda da sé, o per dir meglio, non c’è nulla di guasto.” Questa conclusione, il padre provinciale se l’aspettava fino dal principio del discorso. — Eh già! — pensava tra sé: — vedo dove vuoi andar a parare: delle solite; quando un povero frate è preso a noia da voi altri, o da uno di voi altri, o vi dà ombra, subito, senza cercar se abbia torto o ragione, il superiore deve farlo sgomberare. — E quando il conte ebbe finito, e messo un lungo soffio, che equivaleva a un punto fermo, “intendo benissimo,” disse il provinciale, “quel che il signor conte vuol dire; ma prima di fare un passo...” “È un passo e non è un passo, padre molto reverendo: è una cosa naturale, una cosa ordinaria; e se non si prende questo ripiego, e subito, prevedo un monte di disordini, un’iliade di guai. Uno sproposito... mio nipote non crederei... ci son io, per questo... Ma, al punto a cui la cosa è arrivata, se non la tronchiamo noi, senza perder tempo, con un colpo netto, non è possibile che si fermi, che resti segreta... e allora non è più solamente mio nipote... Si stuzzica un vespaio, padre molto reverendo. Lei vede; siamo una casa, abbiamo attinenze...” “Cospicue.” “Lei m’intende: tutta gente che ha sangue nelle vene, e che, a questo mondo... è qualche cosa. C’entra il puntiglio; diviene un affare comune; e allora... anche chi è amico della pace... Sarebbe un vero crepacuore per me, di dovere... di trovarmi... io che ho sempre avuta tanta propensione per i padri cappuccini...! Loro padri, per far del bene, come fanno con tanta edificazione del pubblico, hanno bisogno di pace, di non aver contese, di stare in buona armonia con chi... E poi, hanno de’ parenti al secolo... e questi affaracci di puntiglio, per poco che vadano in lungo, s’estendono, si ramificano, tiran dentro... mezzo mondo. Io mi trovo in questa benedetta carica, che m’obbliga a sostenere un certo decoro... Sua eccellenza... i miei signori colleghi... tutto diviene affar di corpo... tanto più con quell’altra circostanza... Lei sa come vanno queste cose.” “Veramente,” disse il padre provinciale, “il padre Cristoforo è predicatore; e avevo già qualche pensiero... Mi si richiede appunto... Ma in questo momento, in tali circostanze, potrebbe parere una punizione; e una punizione prima d’aver ben messo in chiaro...” “No punizione, no: un provvedimento prudenziale, un ripiego di comune convenienza, per impedire i sinistri che potrebbero... mi sono spiegato.” “Tra il signor conte e me, la cosa rimane in questi termini; intendo. Ma, stando il fatto come fu riferito a vostra magnificenza, è impossibile, mi pare, che nel paese non sia traspirato qualcosa. Per tutto c’è degli aizzatori, de’ mettimale, o almeno de’ curiosi maligni che, se posson vedere alle prese signori e religiosi, ci hanno un gusto matto; e fiutano, interpretano, ciarlano... Ognuno ha il suo decoro da conservare; e io poi, come superiore (indegno), ho un dovere espresso... L’onor dell’abito... non è cosa mia... è un deposito del quale... Il suo signor nipote, giacché è così alterato, come dice vostra magnificenza, potrebbe prender la cosa come una soddisfazione data a lui, e... non dico vantarsene, trionfarne, ma...” “Le pare, padre molto reverendo? Mio nipote è un cavaliere che nel mondo è considerato... secondo il suo grado e il dovere: ma davanti a me è un ragazzo; e non farà né più né meno di quello che gli prescriverò io. Le dirò di più: mio nipote non ne saprà nulla. Che bisogno abbiamo noi di render conto? Son cose che facciamo tra di noi, da buoni amici; e tra di noi hanno da rimanere. Non si dia pensiero di ciò. Devo essere avvezzo a non parlare.” E soffiò. “In quanto ai cicaloni,” riprese, “che vuol che dicano? Un religioso che vada a predicare in un altro paese, è cosa così ordinaria! E poi, noi che vediamo... noi che prevediamo... noi che ci tocca... non dobbiamo poi curarci delle ciarle.” “Però, affine di prevenirle, sarebbe bene che, in quest’occasione, il suo signor nipote facesse qualche dimostrazione, desse qualche segno palese d’amicizia, di riguardo... non per noi, ma per l’abito...” “Sicuro, sicuro; quest’è giusto... Però non c’è bisogno: so che i cappuccini son sempre accolti come si deve da mio nipote. Lo fa per inclinazione: è un genio in famiglia: e poi sa di far cosa grata a me. Del resto, in questo caso... qualcosa di straordinario... è troppo giusto. Lasci fare a me, padre molto reverendo; che comanderò a mio nipote... Cioè bisognerà insinuargli con prudenza, affinché non s’avveda di quel che è passato tra di noi. Perché non vorrei alle volte che mettessimo un impiastro dove non c’è ferita. E per quel che abbiamo concluso, quanto più presto sarà, meglio. E se si trovasse qualche nicchia un po’ lontana... per levar proprio ogni occasione...” “Mi vien chiesto per l’appunto un predicatore da Rimini; e fors’anche, senz’altro motivo, avrei potuto metter gli occhi...” “Molto a proposito, molto a proposito. E quando...?” “Giacché la cosa si deve fare, si farà presto.” “Presto, presto, padre molto reverendo: meglio oggi che domani. E,” continuava poi, alzandosi da sedere, “se posso qualche cosa, tanto io, come la mia famiglia, per i nostri buoni padri cappuccini...” “Conosciamo per prova la bontà della casa,” disse il padre provinciale, alzatosi anche lui, e avviandosi verso l’uscio, dietro al suo vincitore. “Abbiamo spento una favilla,” disse questo, soffermandosi, “una favilla, padre molto reverendo, che poteva destare un grand’incendio. Tra buoni amici, con due parole s’accomodano di gran cose.” Arrivato all’uscio, lo spalancò, e volle assolutamente che il padre provinciale andasse avanti: entrarono nell’altra stanza, e si riunirono al resto della compagnia. Un grande studio, una grand’arte, di gran parole, metteva quel signore nel maneggio d’un affare; ma produceva poi anche effetti corrispondenti. Infatti, col colloquio che abbiam riferito, riuscì a far andar fra Cristoforo a piedi da Pescarenico a Rimini, che è una bella passeggiata. Una sera, arriva a Pescarenico un cappuccino di Milano, con un plico per il padre guardiano. C’è dentro l’obbedienza per fra Cristoforo, di portarsi a Rimini, dove predicherà la quaresima. La lettera al guardiano porta l’istruzione d’insinuare al detto frate che deponga ogni pensiero d’affari che potesse avere avviati nel paese da cui deve partire, e che non vi mantenga corrispondenze: il frate latore dev’essere il compagno di viaggio. Il guardiano non dice nulla la sera; la mattina, fa chiamar fra Cristoforo, gli fa vedere l’obbedienza, gli dice che vada a prender la sporta, il bastone, il sudario e la cintura, e con quel padre compagno che gli presenta, si metta poi subito in viaggio. Se fu un colpo per il nostro frate, lo lascio pensare a voi. Renzo, Lucia, Agnese, gli vennero subito in mente; e esclamò, per dir così, dentro di sè: — oh Dio! cosa faranno que’ meschini, quando io non sarò più qui! — Ma alzò gli occhi al cielo, e s’accusò d’aver mancato di fiducia, d’essersi creduto necessario a qualche cosa. Mise le mani in croce sul petto, in segno d’ubbidienza, e chinò la testa davanti al padre guardiano; il quale lo tirò poi in disparte, e gli diede quell’altro avviso, con parole di consiglio, e con significazione di precetto. Fra Cristoforo andò alla sua cella, prese la sporta, vi ripose il breviario, il suo quaresimale, e il pane del perdono, s’allacciò la tonaca con la sua cintura di pelle, si licenziò da’ suoi confratelli che si trovavano in convento, andò da ultimo a prender la benedizione del guardiano, e col compagno, prese la strada che gli era stata prescritta. Abbiamo detto che don Rodrigo, intestato più che mai di venire a fine della sua bella impresa, s’era risoluto di cercare il soccorso d’un terribile uomo. Di costui non possiam dare nè il nome, nè il cognome, nè un titolo, e nemmeno una congettura sopra nulla di tutto ciò: cosa tanto più strana, che del personaggio troviamo memoria in più d’un libro (libri stampati, dico) di quel tempo. Che il personaggio sia quel medesimo, l’identità de’ fatti non lascia luogo a dubitarne; ma per tutto un grande studio a scansarne il nome, quasi avesse dovuto bruciar la penna, la mano dello scrittore. Francesco Rivola, nella vita del cardinal Federigo Borromeo, dovendo parlar di quell’uomo, lo chiama “un signore altrettanto potente per ricchezze, quanto nobile per nascita,” e fermi lì. Giuseppe Ripamonti, che, nel quinto libro della quinta decade della sua Storia Patria, ne fa più distesa menzione, lo nomina uno, costui, colui, quest’uomo, quel personaggio. “Riferirò,” dice, nel suo bel latino, da cui traduciamo come ci riesce, “il caso d’un tale che, essendo de’ primi tra i grandi della città, aveva stabilita la sua dimora in una campagna, situata sul confine; e lì, assicurandosi a forza di delitti, teneva per niente i giudizi, i giudici, ogni magistratura, la sovranità; menava una vita affatto indipendente; ricettatore di forusciti, foruscito un tempo anche lui; poi tornato, come se niente fosse...” Da questo scrittore prenderemo qualche altro passo, che ci venga in taglio per confermare e per dilucidare il racconto del nostro anonimo; col quale tiriamo avanti. Fare ciò ch’era vietato dalle leggi, o impedito da una forza qualunque; esser arbitro, padrone negli affari altrui, senz’altro interesse che il gusto di comandare; esser temuto da tutti, aver la mano da coloro ch’eran soliti averla dagli altri; tali erano state in ogni tempo le passioni principali di costui. Fino dall’adolescenza, allo spettacolo e al rumore di tante prepotenze, di tante gare, alla vista di tanti tiranni, provava un misto sentimento di sdegno e d’invidia impaziente. Giovine, e vivendo in città, non tralasciava occasione, anzi n’andava in cerca, d’aver che dire co’ più famosi di quella professione, d’attraversarli, per provarsi con loro, e farli stare a dovere, o tirarli a cercare la sua amicizia. Superiore di ricchezze e di seguito alla più parte, e forse a tutti d’ardire e di costanza, ne ridusse molti a ritirarsi da ogni rivalità, molti ne conciò male, molti n’ebbe amici; non già amici del pari, ma, come soltanto potevan piacere a lui, amici subordinati, che si riconoscessero suoi inferiori, che gli stessero alla sinistra. Nel fatto però, veniva anche lui a essere il faccendiere, lo strumento di tutti coloro: essi non mancavano di richiedere ne’ loro impegni l’opera d’un tanto ausiliario; per lui, tirarsene indietro sarebbe stato decadere dalla sua riputazione, mancare al suo assunto. Di maniera che, per conto suo, e per conto d’altri, tante ne fece che, non bastando né il nome, né il parentado, né gli amici, né la sua audacia a sostenerlo contro i bandi pubblici, e contro tante animosità potenti, dovette dar luogo, e uscir dallo stato. Credo che a questa circostanza si riferisca un tratto notabile raccontato dal Ripamonti. “Una volta che costui ebbe a sgomberare il paese, la segretezza che usò, il rispetto, la timidezza, furon tali: attraversò la città a cavallo, con un seguito di cani, a suon di tromba; e passando davanti al palazzo di corte, lasciò alla guardia un’imbasciata d’impertinenze per il governatore.” Nell’assenza, non ruppe le pratiche, né tralasciò le corrispondenze con que’ suoi tali amici, i quali rimasero uniti con lui, per tradurre letteralmente dal Ripamonti, “in lega occulta di consigli atroci, e di cose funeste.” Pare anzi che allora contraesse con più alte persone, certe nuove terribili pratiche, delle quali lo storico summentovato parla con una brevità misteriosa. “Anche alcuni principi esteri,” dice, “si valsero più volte dell’opera sua, per qualche importante omicidio, e spesso gli ebbero a mandar da lontano rinforzi di gente che servisse sotto i suoi ordini.” Finalmente (non si sa dopo quanto tempo), o fosse levato il bando, per qualche potente intercessione, o l’audacia di quell’uomo gli tenesse luogo d’immunità, si risolvette di tornare a casa, e vi tornò difatti; non però in Milano, ma in un castello confinante col territorio bergamasco, che allora era, come ognun sa, stato veneto. “Quella casa,” cito ancora il Ripamonti, “era come un’officina di mandati sanguinosi: servitori la cui testa era messa a taglia, e che avevan per mestiere di troncar teste: né cuoco, né sguattero dispensati dall’omicidio: le mani de’ ragazzi insanguinate.” Oltre questa bella famiglia domestica, n’aveva, come afferma lo stesso storico, un’altra di soggetti simili, dispersi e posti come a quartiere in vari luoghi de’ due stati sul lembo de’ quali viveva, e pronti sempre a’ suoi ordini. Tutti i tiranni, per un bel tratto di paese all’intorno, avevan dovuto, chi in un’occasione e chi in un’altra, scegliere tra l’amicizia e l’inimicizia di quel tiranno straordinario. Ma ai primi che avevano voluto provar di resistergli, la gli era andata così male, che nessuno si sentiva più di mettersi a quella prova. E neppur col badare a’ fatti suoi, con lo stare a sé, uno non poteva rimanere indipendente da lui. Capitava un suo messo a intimargli che abbandonasse la tale impresa, che cessasse di molestare il tal debitore, o cose simili: bisognava rispondere sì o no. Quando una parte, con un omaggio vassallesco, era andata a rimettere in lui un affare qualunque, l’altra parte si trovava a quella dura scelta, o di stare alla sua sentenza, o di dichiararsi suo nemico; il che equivaleva a esser, come si diceva altre volte, tisico in terzo grado. Molti, avendo il torto, ricorrevano a lui per aver ragione in effetto; molti anche, avendo ragione, per preoccupare un così gran patrocinio, e chiuderne l’adito all’avversario: gli uni e gli altri divenivano più specialmente suoi dipendenti. Accadde qualche volta che un debole oppresso, vessato da un prepotente, si rivolse a lui; e lui, prendendo le parti del debole, forzò il prepotente a finirla, a riparare il mal fatto, a chiedere scusa; o, se stava duro, gli mosse tal guerra, da costringerlo a sfrattar dai luoghi che aveva tiranneggiati, o gli fece anche pagare un più pronto e più terribile fio. E in quei casi, quel nome tanto temuto e abborrito era stato benedetto un momento: perché, non dirò quella giustizia, ma quel rimedio, quel compenso qualunque, non si sarebbe potuto, in que’ tempi, aspettarlo da nessun’altra forza né privata, né pubblica. Più spesso, anzi per l’ordinario, la sua era stata ed era ministra di voleri iniqui, di soddisfazioni atroci, di capricci superbi. Ma gli usi così diversi di quella forza producevan sempre l’effetto medesimo, d’imprimere negli animi una grand’idea di quanto egli potesse volere e eseguire in onta dell’equità e dell’iniquità, quelle due cose che metton tanti ostacoli alla volontà degli uomini, e li fanno così spesso tornare indietro. La fama de’ tiranni ordinari rimaneva per lo più ristretta in quel piccolo tratto di paese dov’erano i più ricchi e i più forti: ogni distretto aveva i suoi; e si rassomigliavan tanto, che non c’era ragione che la gente s’occupasse di quelli che non aveva a ridosso. Ma la fama di questo nostro era già da gran tempo diffusa in ogni parte del milanese: per tutto, la sua vita era un soggetto di racconti popolari; e il suo nome significava qualcosa d’irresistibile, di strano, di favoloso. Il sospetto che per tutto s’aveva de’ suoi collegati e de’ suoi sicari, contribuiva anch’esso a tener viva per tutto la memoria di lui. Non eran più che sospetti; giacché chi avrebbe confessata apertamente una tale dipendenza? ma ogni tiranno poteva essere un suo collegato, ogni malandrino, uno de’ suoi; e l’incertezza stessa rendeva più vasta l’opinione, e più cupo il terrore della cosa. E ogni volta che in qualche parte si vedessero comparire figure di bravi sconosciute e più brutte dell’ordinario, a ogni fatto enorme di cui non si sapesse alla prima indicare o indovinar l’autore, si proferiva, si mormorava il nome di colui che noi, grazie a quella benedetta, per non dir altro, circospezione de’ nostri autori, saremo costretti a chiamare l’innominato. Dal castellaccio di costui al palazzotto di don Rodrigo, non c’era più di sette miglia: e quest’ultimo, appena divenuto padrone e tiranno, aveva dovuto vedere che, a così poca distanza da un tal personaggio, non era possibile far quel mestiere senza venire alle prese, o andar d’accordo con lui. Gli s’era perciò offerto e gli era divenuto amico, al modo di tutti gli altri, s’intende; gli aveva reso più d’un servizio (il manoscritto non dice di più); e n’aveva riportate ogni volta promesse di contraccambio e d’aiuto, in qualunque occasione. Metteva però molta cura a nascondere una tale amicizia, o almeno a non lasciare scorgere quanto stretta, e di che natura fosse. Don Rodrigo voleva bensì fare il tiranno, ma non il tiranno salvatico: la professione era per lui un mezzo, non uno scopo: voleva dimorar liberamente in città, godere i comodi, gli spassi, gli onori della vita civile; e perciò bisognava che usasse certi riguardi, tenesse di conto parenti, coltivasse l’amicizia di persone alte, avesse una mano sulle bilance della giustizia, per farle a un bisogno traboccare dalla sua parte, o per farle sparire, o per darle anche, in qualche occasione, sulla testa di qualcheduno che in quel modo si potesse servir più facilmente che con l’armi della violenza privata. Ora, l’intrinsichezza, diciam meglio, una lega con un uomo di quella sorte, con un aperto nemico della forza pubblica, non gli avrebbe certamente fatto buon gioco a ciò, specialmente presso il conte zio. Però quel tanto d’una tale amicizia che non era possibile di nascondere, poteva passare per una relazione indispensabile con un uomo la cui inimicizia era troppo pericolosa; e così ricevere scusa dalla necessità: giacché chi ha l’assunto di provvedere, e non n’ha la volontà, o non ne trova il verso, alla lunga acconsente che altri provveda da sé, fino a un certo segno, a’ casi suoi; e se non acconsente espressamente, chiude un occhio. Una mattina, don Rodrigo uscì a cavallo, in treno da caccia, con una piccola scorta di bravi a piedi; il Griso alla staffa, e quattro altri in coda; e s’avviò al castello dell’innominato.
Cì che vedèndo ‘nten ciamp mal laorà n’erbazza, per esèmpi na bèla lénga ‘n vacia, e ‘l volés savér se la sia nata da na soménza che l’era ‘ntel terén o portàda ìo dal vènt o molàda zó da n’auzzèl, per tant che ‘l ge pénsia nó ‘l niròs mai a na conclusion. E compàgn noiàutri nó podén savér se l’idea del conte zio de tiràr dént el padre provinciale per sistemar, mèio che se podéva, ca fazènda putòst seria, la ge sia nuda ‘ntel só zervèl naturalmént o la ge sia stada suzerìda dal Tìlio. De segur el Tìlio l’eva molà fòr ca idea con en scòpo ben prezìso: el seva che ‘l conte zio, orgoliós e malfidènt come che l’era, l’averòs podèst risponder refudando ‘n consìli ‘nzì dirèt, ma ‘l voleva comunque méterge ‘n ment chel rimèdi ìo e portàrlo vèrs la soluzion che ‘l voleva. In ogni modo, la ‘mpensada l’era tale che, col caràter del conte zio e con ca situazion ìo, tant che segur el ge saròs arivà da só pòsta. La chestion l’era che un de la só famìlia, che l’era só neó, nó ‘l podéva nancia sì ruàr batù ’nte na guèra ‘nzì palesada: se metéva a riszo la só autorità, ‘l crèdit de la stìrpa. Però lagiàr che don Rodrigo ‘l se vendicàs da só pòsta ‘l saròs sta ancor pù pericolos, perché l’averòs podèst aver conseguenze pù serie; sichè ge voleva mòverse sùbit. Obligiar don Rodrigo a nàrsen dal paés nó l’era na bòna sièlta perché nó l’averòs ubidì; e ancia se l’avés ubidì ‘l saròs sta na ritirata vergognosa de la so sclata davanti a ‘n sèmplize zocolante. E nancia órdeni, o i sbiri o àutre ratatùlie de zènere, le averòs fat efèto, perché ‘l clèro, ‘nzun podéva tociàrlo e perfìn le ciase abitade da prèti e frati le godeva de protezion, come che dovròs savér ancia cì che nó avés lezù àuter che sta storia. Sichè tut chel che se podéva far contra ‘n tale nemìzi l’era provàr a paràr via fra Cristoforo, e l’unico che podeva fàrlo l’era ‘l padre provinciale, che ‘l geva l’autorità de dezìder su la destinazion e su la presenza dei frati. El padre provinciale e ‘l conte zio i se cognosséva da ‘n gran bel pèz: i s’era ‘ncontradi pòce bòte, ma sèmper con gran zerimònie de amicizia e promesse esazeràde de aidàrse un con l’àuter. A bòte, l’è pù fàzile tratar con calchedun che comanda tante persone putòst che con un sol de chesti, perchè sto cì, le pù tante bòte, el vét sol el só ‘nterès, l‘è portà a vardar sol la só passion e l’è atènto a rencurar sol le só ròbe; chel’àuter enveze, che ‘l vét pù lontan el considera ‘nsèma zènto risultati, zènto interèssi, zènto ròbe da schivar, zènto ròbe da salvar; e pròpri per chesto l’è pù fàzile nar d’acòrdi con sto cì. Dopo averge pensà su con atenzion a la situazion, en dì el conte zio l’à dezìso de ‘nvidar a disnàr el padre provinciale, metèndo ‘nsèma per l’ocasion el bel grupo de ‘nvidàdi sièlti con grant astùzia. Tra i ‘nvidàdi gera arcanti só parenti àuti ‘n grado, zènt che sol el cognòm l’era zà chel garanzia de reputazion. Col portament nobile, la segurezza che i geva de natura, eleganti come che i era e ‘l modo de discórer de chestion importanti come fus robéte, sta zènt l’era bòna, ancia senza volérlo, de mossàr de sèito na gran potènza. Gera ìo ancia encalun dei vantòri de la famìlia, zènt che eva bù da che far con la famìlia da tanti ani e che era afezionadi al conte zio e che da sèmper i era al so servìzi. Sti cì, ancor dal prinzìpi del past, nó i feva àuter che dir de sì a tut con le parole, con i zèsti, con le oclade e perfìn col còrp e l’ànima. A forza de dir de sì a ogni ròba, prima de ruar el disnàr i era ridoti a èsserse desmentegiadi come che se fa a dir de no. Entant che i magnava, ‘l conte zio, l’à portà ben prèst el discórer su l’argoment de Madrid. Se a Roma se pòl nar da tante strade, el a Madrid el néva da tute, l’era l’argoment ‘ndo che ‘l se movéva mèio. L’à parlà de la corte, del conte duca, dei minìstri e de la famìlia del governator; l’à descrìt entei minimi particolari le corride, che l’eva bù ‘l privilèzi de véder da na posizion de riguardo, e l’à contà con scrùpol ogni piccoléza de l’Escorial, che l’eva podèst visitar pròpri ben grazie a ‘n sèrvo del conte duca che i l’eva portà dapertut. Per en pòc’ de tèmp, tuti chei che gera ìo, i scoutàva con atenzion, tuti zapàdi dal so rapòrto. Po' ‘l discórer l’è deventà tante zàcole tra i envidàdi e ‘l conte zio l’à profità per seghitar a parlar, con pù confidanza, col padre provinciale, che ‘l geva sentà zó ìo arènt e i lo lagiàva parlar senza fàrlo desméter. A ‘n zèrto punto, però, ‘l padre provinciale, da furbo, l’à cambià argoment: l’à spostà ‘l discórs da Madrid a le àutre corti, da gran cariche a lustrìssimi personàzi, enfìn a portarlo su l’argoment ben prezìso — ‘l cardinal Barberini, ‘n ciapuzìn che, ròba mìgia da ‘ngot no, l’era ancia só fradèl del papa regnante, Urbano VIII. El conte zio, de sòlit padrón de la parlada, ‘l s’è giatà costrét a lagiàrge pòsto al frate e scoutàr, rendèndose cont che al mondo gera personazi potènti ancia fòr del só grupo. Ruà de magnar, el conte zio l’à ‘nvidà ‘l padre provinciale ente n’àutra ciàmera per parlàrge a càter òcli. Doi autorità de gran speriènza e sapienza i se trovava una davanti a l’àutra. El nobile sior la fat comodàr el reverendo padre provinciale, po' ‘l s’è sentà zó ancia el e l’à scomenzià a parlar: “Visto che sen amìzi da tanto tèmp, ài pensà de podér discórer diretament con voi de na chestion che l’è interessante per tuti doi, dezidèndola ‘ntra de noi senza passar da àutre pòrte, che le poròs… nó èsser conveniènti; e sichè, con sinzerità e parlàndo sclèt senza scondiròle, ge diròssi de chel che se trata, e son segur che narén d’acòrdi. El me dìgia: entel convent de Pescarenico géo ìo ‘n zèrto padre Cristoforo?” El frate l’à fat ségn de sì. “El me dìgia fòr dai dènti, come che faròs en bòn amìzi… sto frate, sto padre… mì nó ‘l cognossi, ancia se ài bù modo de cognósser tanti frati ciapuzìni: òumni straordenari, divòti, sapienti, umili. Fìn da putèl ài sèmper bù gran riguardo per tuti i padri. Però, se sa, ente ogni comunèla de tanta zènt g’è sèmper calchedun en pòc’ particolare, calche testa ciàuda… e da zèrte informazion che ài bù, me donda che sto padre Cristoforo l’è na persona portà a litegiar, che nó ‘l fa véder sèmper ca prudenza e chei riguardi nezessari… Ge scométi che pù de ‘n bòt l’à creà calche preocupazion ancia a voi reverendo padre.” — Ài ciapì: l’è na fazènda deliciata, — el pensava ‘ntant el provinciale: — L’è colpa mia; el sévi ben che chel benedét Cristoforo l’era ‘n tipo da far zirar de pùlpit en pùlpit, e nó lagiàrlo fermo per mesi enten pòsto, spezialment se l’è conventi ‘n ciampagna. — “Oh!” dis po' ‘l padre provinciale. “Me rincrés dalbòn savér che vòssa ecelènza l’à giàbia n’opunion compagna de padre Cristoforo, perchè, per chel che sai mì, l’è ‘n frate pù che dégn entel convent e l’è ancia benvolù de fòr dal convent.” “Ciapìssi benón, voi reverèndo géo da mantègner na zèrta posizion… però, da amìzi sinzéro, vòi dìrve na ròba che poròs èsser còmoda da savér. E ancia se ‘l fus zà informà pòdi comunque fàrge savér dei efèti che ‘l poròs dar… e nó dìgi àuter. Sto padre Cristoforo, come che en savèst, el protéz n’òm de che bande, calchedun che voi reverèndo padre l’averà zà de segur sentì parlar: chelìo che con gran scàndol, l’è sta bòn de s-ciampar da la zustìzia dopo che l’eva combinà, ‘nca tremenda zornada de san Martìn, ati… ati bruti… Lorenzo Tramaglino!” — Ahi! — à pensà ‘l provinciale; e ‘l dis: “de chesto nó sévi pròpri ‘ngot; ma voi selènza séo ben che na part del nòs mistér l’è de nar en zércia de chei disonesti, per corézerli...” “Va benón; ma dàrge protezion a zèrta zènt…! L’è fazènde spinóse, situazion complicade…” E cì, ‘nveze de sgonflar le gòute e soflàr, sto bòt l’à serà i làuri e l’à tirà ént tanta de chel’aria, canta chela che de sòlit el mandava fòr, soflànt. Po' l’à dit ancor: “Ài pensà zusto dìrge de sta ròba, perché entel caso che só selènza… Se poderòs enviar via calche azion a Roma… nó sai vèh no… e da Roma poròs nìrge…” “El ringrazi tant selènza, per sta informazion che meo dat; però son segur che, ancia se ge fus tamisàde su sta fazènda, niròs fòr che ‘l padre Cristoforo l’à bù a che far con chel’òm che ‘n parlàn con l’intenzion de portàrlo su la rèta via. Cognóssi ‘l padre Cristoforo.” “Zà, zà i lo sa mèio de mì che òm che l’era prima de nar frate, le robéte che l’à combinà ‘n zoventù.” “Sta ròba cì, sior conte, l’è ‘l bèl de la tònegia: n’òm che prima l’à fat parlar de el, en bòt vestì ‘l se trasforma ente n’àutra persona. E da cando che ‘l padre Cristoforo l’è vestì con chel’àbit…” “Voròssi créderlo ancia mì: ve ‘l dìgi col còr en man: voròssi créderlo; ma a le bòte, come che dis el provèrbi… l’àbit nó ‘l fa ‘l frate.” El provèrbi nó l’era dal tut datà a la situazion; ma ‘l conte i l’eva sièlto ‘n prèssa al pòsto de n’àuter che gera nù su la pónta de la lénga: el lupo ‘l pèrt el pél, ma non el vìzi. “G’ài prove,” ‘l dis el conte, “g’ài segnài prezìsi…” “Se voi seo enzì segur,” dis el provinciale, “che sto frate l’àbia fat calche eror (sen tuti òumni e podén sbagliar), ve saròssi pròpri obligià se me ‘nformàseo. Son el superior, senza meritàrmel, ma pròpri per chesto el me dovér l’è de corézer e méterge rimèdi.” “Alor ge dirai che èstra a sto brut fato de la protezion che sto frate giâ dat a la persona che giâi dit, g’è n’àutra chestion putost antipatica, che la poròs… Ma ‘ntrà de noi, podén sistemar tut ensèma ente na bòta. Ge saròs, ve disévi, n’àutra ròba, che sèmper sto padre Cristoforo l’è nà ‘n còsta con me neó, don Rodrigo ***.” “Oh! chesto me desplàs, me desplàs, me desplàs dalbòn.” “Me neó l’è zóven, plén de vita, e ‘l sa da ‘ndo che ‘l vèn, nó l’è usà a star sota…” “Sarà me dovér nar a zerciàr informazion su ‘nten fato come chesto. Come che ài zà dit a voi selènza, e parli con n’òm che nón sol l’è zusto, ma che ‘l giâ ancia speriènza de come che va ‘l mondo, sen tuti òumni e ‘nte ogni moment podén sbagliar… sia da na banda che da l’àutra. E se ‘l padre Cristoforo l’à sbaglià…” Vardà reverendo; l’è fazènde, che come che ge disévi, le è da far fòra ‘ntrà de noi, senza che le vàgia ‘ntorna, l’è ròbe che se se sèghita a mesdàr su massa… va a finìr che l’è pézi. Voi el séo ben come che va le ròbe: ste lite, ste chestion le pù tante bòte le è ‘nviade via da picolézze e po' dopo le va avanti, le se strózzegia… Volèndo nar a giatàr fòr tut, o nó se ariva a ‘ngot o vèn fòra àutre complicazion. Ge vòl fermar tut, padre reverendo: blocar e smorzàr zó. Me neó l’è zóven; el frate, da chel che ài savèst, el giâ ancor tut el spìrit e ‘l portament de ‘n zóven: tócia a noi, che gen pù speriènza… purtropo, ah, reverendo?...” “Se calchedun fus sta ìo presente ente chel moment l’averòs vist vergot che ge ‘nsomiava a cando che ‘ntant che g’è na comèdia seria, se leva ‘l telón massa prést, fasèndo véder n’atór che, senza nascòrzerse de la zènt entel teatro, l’è ìo che ‘l zàcola con n’àuter. El vis, el portament, la ós del conte zio entel dir chel purtropo!” i era pròpri naturali: ente chel moment nó gera nancia politica, l’era pròpri vera che l’idea de èsser pù vècel la ge deva fastìdi. Nó se dis che ge desplaséva nó podér pù divertìrse, de nó èsser pù fòrt come ‘n bòt, o ancia mossar de men ani: robéte da ‘ngot, siochezze, misèrie! La ciàusa de ‘l só dispiazér l’era tant pù vera e seria: el sperava de otègner na zèrta posizion pù àuta cando che chesta la se fus liberada, però ‘l geva paura de nó arivar. En bòt otegnùda, se podèva èsser seguri che nó l’averòs pù pensà ai ani che passa, nó l’averòs pù desiderà àuter, e, come che suzét a cì che desidera tant na ròba e l’è arivà a otègnerla, el segurava che ‘l saròs mòrt content. Ma per lagiàr parlàr ancora el “tocia a noi,” el dis, “aver zudìzi per i putèi zóni e repezzar i só erori. Per fortuna che fén ancor a ora; la fazènda nó l’è ‘ncor sfogiada; l’è ancora ‘l moment de blocar la chestion prima che la devèntia pù gròssa. Gen da slontanar el fòc’ da la paia. A bòte na persona che nó fa ben enten pòsto, o che ‘l poròs far dani, ente n’àuter l’è bòn de far meio. Voi Reverendo seo bòn de segur a trovar el pòsto zust per chel frate. E po' g’è ancia ‘l fato che ‘l poròs èsser deventà sospèt per el governator… che ‘l poròs volér che ‘l fus spostà: e siché metèndol enten pòsto en pòc’ pù lontan, scanzelàn doi rogne e tut se sistema da so pòsta, o a dìrla mèio, nó resta pù ‘ngot che nó vàgia ben.” El padre provinciale l’era zà pronto a sentìr ca conclusion ìo ancor da ‘n prinzìpi de la zacolada. — Eh, zà! — ‘l pensava ‘ntrà de el. — Ciapìssi ‘ndo che vòs arivar: la sòlita storia; cando che ‘n pòer frate ‘l dà fastìdi a calchedun de voiàutri, o che ‘l vé crea calche rogna, senza nancia ciapìr se ‘l giâ resón o tòrt, el superiór el deve mandàrlo via sùbit. — E cando che ‘l conta l’à finì de parlar, fasèndo ‘n respirón che voleva dir adès ài ruà, “Ciapìssi benón,” dis el provinciale, “chel che ‘l sior conte ‘l vòl dir; però, prima de far en pas…” “L’è ‘n pas, ma nó l’è ‘n pas, reverendo padre: l’è na ròba naturale, na ròba che se sa; e se nó dezidén sùbit con ca soluzion, me ‘mmàzini en mùcel de desórdeni, na bufèra de rogne. En spropòsit… e nó credi che me neó ‘l pòdia ciapìrlo… ma per chesto ge pensi mì… Però arivadi cì a ste condizion se nó la blocàn noi, senza pèrder tèmp, de mazza batuda, nó l’è possìbol che la se fermia, che la rèstia scònta… e alor nó l’è pù sol me neó… se stùzgia ‘n bespàr, reverendo padre. El vedéo ben, sen na famìlia, gen amicìzie e conossènze...” “E tante.” “El me ciapìs ben: l’è tut zènt che conta e che per chesto i giâ ‘na discrèta importànza. El deventa na chestion de puntìlio, na fazènda de tuti; e a chel punto… ancia cì che nó volés méter rogne… el saròs pròpri brut per mì dover… trovàrme ‘nte na situazion compagna… mì che ài sèmper bù considerazion per i ciapuzìni! Lori, per podér far del ben, come che i fa véder enten modo ‘nzì dégn ai òcli de la zènt, i giâ bisògn de paze, de nó aver bège, de nar d’acòrdi con cì… E po' èstra, i giâ parenti che nó è ‘n convent, e ste begòte, se nó le vèn calmade zó ‘n prèssa, le se slàrgia, le aumenta sèmper de pù, le tira dént… mèz mondo. Mì me giàti a èsser ente sta benedeta situazion che la me òbligia a mantégner na zèrta condóta… Só Selènza… i me pari grado… tut devènta na chestion de corpo, tanto pù con ca complicazion… i lo sa ben el come che va ste ròbe.” “A dir la verità,” dis el padre provinciale, “el padre Cristoforo l’è ‘n prediciadór; e gevi zà calche idea… Me domandào apunto… Ma ‘nte sto moment, come che sen messi, empareròs en castìgo, e ‘n castìgo prima de avér ciapì ben la chestion…” “No ‘n castìgo, no: se trata de na soluzion per prudènza, che la pòdia convenìrge a tuti, per s-civar tante rogne che poròs nìr fòr… méo ciapìo ben no.” “Tra ‘l sior conte e mì, la situazion la rèsta enzì come che l’è; vòi dir che ne sen ciapìdi. Però, consideràndo come che ‘l fato l’è sta riferì a só selènza, me par empossìbol che ‘ntel paés nó sia nà fòr nancia na zàcola. I g’è dapertut e sèmper chei che ge plàs entorbolar l’aca, che sbétegia o perlomen, g’è curiosi e maliziosi che, se i pòl véder siori e preti ‘n bègia, i se gòde ‘n mondo; i spìa vergota, i la ‘ntènt come che i vòl, e po' i fa traboldéri… Ognun giâ ‘l só onór da mantègnerse; e mì po', come superior (che nó l’è dégn), giâi en dovér… L’onór de la tònegia… nó l’è ròba mia, l’è n’òbligo che i m’à consegnà… Só neó, dato che l’è ‘nzì ‘n pensier, come dis só selènza, el poròs ciapìrla come na só sodisfazion, e… nó dìgi che ‘l se vàntia o ‘l se la scàcheria, ma…” “Ma che pénsel po' el, reverendo padre? Me neó l’è ‘n cavalier che tra la zènt l’è considerà… conforma ‘l só grado e l’òbligo: ma per mì l’è ‘n putelón; e pù o men el farà chel che ge dìrai mì. Ge dirài de pù: me neó nó ‘l nirà a savér engot de tut chesto. Ancia perché cì èl po' che ne òbligia a far i conti con calchedun? L’è fazènde che ne le fen fòra ntrà noi doi, da bòni amìzi; e le deve restàr entrà de noi. Nó ‘l se tògia pensier per chesto. Cògni èsser usà a tàser.” E l’à fat en respirón. “Cant ai zacolóni,” ‘l dis, “che vòlel che i dìgia po'? Che ‘n pret el vàgia a prediciar da n’àutra banda l’è na ròba che suzét de spes! E po' noi che vedén… noi che ne emprossumàn… noi che ge sen dént… nó gen da preocupàrne de le zàcole.” “Però, per s-civar confusion, el saròs mèio che, ‘nte sta situazion, só neó el fes calche vergota che fes véder a la zènt l’amicizia e ‘l rispèt… mìgia per noi vèh, ma per la tònegia.” “Segur, segur; chesto l’è zusto… Però nó g’è bisògn: mì sai che i ciapuzìni i è sèmper de ciasa da me neó. I lo fa pròpri perché l’è fat enzì l’è de famìlia, e po' ‘l sa che ‘nzì ‘l me fa piazer ancia a mì. Comunque ente sta situazion… vergot de straodenari… l’è zusto de segur. El me làgia far a mì reverendo padre; che a me neó ge comandi mì… o putòst, ge vorà fàrge ciapìr con prudenza, che nó ‘l se l’anvédia de chel che ne sen dìti noi doi. Perché nó voròssi che a le bòte metéssente na bènda ‘ndo che la ferìda nó la g’è. E per chel che sen nadi d’acòrdi, pù prest che ‘l sarà fat meio ‘l sarà. Se po' se trovàs en pòsto en pòc’ lontan… per s-civàrse ogni sospèt possìbol…” “I m’à domandà apunto ‘n prediciador da Rimini, e forse senza ‘n perché, avròssi podèst ancia tòrlo ‘n considerazion…” “Pròpri al moment zust, pròpri al moment zust. E cando po'…?” “Sicome la ròba ge vòl fàrla, se la farà prest.” “Prest, prest, reverendo padre: mèio ‘ncòi che doman. E,” ‘l dis po' ancor, levàndo su ‘n pè, “se pòdi far vergot mì o la me famìlia, per i nòssi bòni padri ciapuzzini…” “El sen, per avérla provada, la bontà de sta ciasa,” dis el padre provinciale, levàndo ‘n pè ancia el, e ‘nviàndose vèrs l’us, drè al só vint. “En smorzà na falìva, dis el conte, fermàndose, “na falìva, reverendo padre, che la podéva procurar en grant inzèndi. Tra bòni amìzi, con doi parole se còmoda via tante de che robe.” Ariva su l’us, i l’à spalancà, e l’à volèst a tuti i costi che ‘l padre provinciale ‘l nes avanti: i è nadi dént en l’àutra ciàmera, e i s’è metùdi ‘nsèma a tuti i àutri. Chel’òm l’era dalbòn àbile e spèrto ‘ntel tratar afari, e l’era bòn de parlar come ‘n lìber stampà. Ma le só fadìge le portava ancia a ‘n risultato fetìo. Difati, grazie a ca zacolada che en apena descrìt, l’è sta bòn de far en modo che fra Cristoforo el nés a pè da Pescarenico a Rimini, che nó l’è de segur na spassezada curta. Na sera, è arivà a Pescarenico ‘n frate ciapuzzìn da Milan, portàndo na lìtera per el padre guardian. Dénter gera l’órden che ‘nterèssava fra Cristoforo: el cognéva partìr per Rimini a far i só quaresimài. La lìtera con su l’indirìz del guardian la diséva ancia de suzerìrge a fra Cristoforo de nó pensar ai afari che l’avés bù ‘ntel paes da ‘ndo che ‘l se ‘n neva e de nó restar en comunicazion con enzuni. El frate che ge portava la lìtera el saròs sta ‘l só compagn de viaz. El guardian ca sera ìo nó ‘l giâ dit engot, e ‘l dì dré l’à fat clamàr fra Cristoforo, el giâ mossà l’órden che l’eva zapà, el giâ dit de tòr la bussàcia, ‘l bastón, el fazzòl e la zintùra, e de partìr sùbit col compàgn che g’èra sta presentà. Se l’è sta ‘n colp per fra Cristoforo, ve ‘l lagi ‘mmazinar a voi. El Renzo, la Lucia, l’Agnese i gera nudi ‘n ment sùbit, e ‘ntrà de el la sclamà: “Oh Dio! Che farài po' chei poréti cando che mì nó sarài pù cì!” Ma dopo vardàndo ‘nsu ‘ntel ziél l’à domandà perdon per nó aver bù fiducia, per avér pensà de èsser nezessari. L’à metù le man en cros sul stómec’, en ségn de obedienza, l’à sbassà la testa davanti al padre guardian. Chesto i l’à clamà da na banda e ‘l giâ dat chel’àuter avìso, con parole de consìlio e come ‘n precèto. Fra Cristoforo l’è nà ‘nla só zèla, la tòt la bussàcia, ‘l giâ metù dént el breviari, el lìber de le meditazion per la carésma, el pan del perdon, el s’à ligià la tònegia con la zintùra de pèl, l’à saludà i só confratèi che era presènti ‘ntel convent, l’è nà a tòr la benedizion del guardian, e, col só compàgn, el s’è metù ‘n viaz fasèndo la strada che i geva ‘nsegnà. En zà dit che don Rodrigo, pù dezìso che mai a arivar enfìn zó ‘nfónt a la só bèla impresa, l’eva dezìso de domandar aiùt a n’òm tremendo. De sto òm nó podén confessàrve nè ‘l nòm, né la carica e nancia far parole su tut chesto. Ma chel che è pù stravagànte de sta persona l’è che trovàn segni en arcànti libri (vòi dir stampadi) de chel’epoca. I fati i se ‘nsomìa ‘nzì tant che resta pòci dubi sul fato che se tratia de la stessa persona, ma g’è na gran prudenza a nó dir el nòm, come se ‘l nòs autor l’avés volèst scanzelàrlo o scònderlo apòsta. Francesco Rivola, enla vita del cardinal Federico Borromeo, parlàndo de sto òm, i lo descrìo “en sior tanto potènte per lussi canto per stìrpa, e ‘l se ferma cì. Giuseppe Ripamonti, entel chìnt lìber de la só Storia patria i lo nòmina ‘n pòc’ pù permenù, però i lo clama sol “un”, “chesto”, “chel’òm”, “chel personazi”. “Ve conterài,” el scrìo enten latìn forbì, che tradusén come che podén, “la storia de na persona che, essèndo un dei pù ‘mportanti trà i potènti de la zità, l’eva fat la só ciasa enten pòsto vizìn al confìn; cacì el ne ‘n combinàva de tuti i colori, desprezziàndo le lezi, i zùdizi e ogni autorità; el viveva na vita libera dal tut, protezèndo briganti, essèndo sta ancia el per el passà ‘n brigànte e po' tornà, come se nó fus suzèst engot…” Da sto scritor torén calche àutra notìzia che la ne aiùtia a confermar e a ciapìr ben la storia de sto cì senza nòm e seghiteren la nòssa storia. Chesto cì l’eva sèmper desiderà de far chel che le lézi le proebìva o chel che era encricià da qualsiasi forza; èsser padrón dei afari dei àutri sol con el scòpo de comandar e ‘ngot àuter; el voleva che tuti i lo temés, avér la facoltà che àutri i geva su de el, ensoma fin da cando che l’era ‘n putelòt, ste ròbe le era sèmper stade le só matérie. Fìn da zóven, davanti al gran numer de angiarìe e tante lite, a véder tanti spòtici che ‘l geva ‘ntorn, el restava, entel stes tèmp, rabiós e ancia invidios. Da zóven, sicome ‘l viveva ‘n zità, el zerciava sèmper l’ocasion de paragonàrse con chei pù nominadi de ‘n zèrto mistér per opónerse, per sfidàrli e méterli al só posto, o per fàrsei amìzi. Tant pù sior de na bòna fléta de chesti sia de sòldi e ancia de aleati, e forse ancia de coràzo e spìrit, l’era bòn de far ritirar tanti da le sfide, a farnen pèrder autretànti e siché ancia a fàrse tanti amìzi. Però, tuti sti amìzi nó i era compàgni a el, l’era zènt che geva da star sota de el, al só flànc’. En realtà, però, col tèmp l’era deventà chel che feva le ròbe, el strumént de chei che ‘l geva ‘ntorn. Sti cì nó i se feva premùra de domandàrge aiùt enle só imprese, e per el, refudàrse de aidàrli ‘l saròs sta come dir de nar en disgrazia e pèrder tut el crèdit. Enzì, tra le azion per conto so, e chele per cont dei àutri, l’à fat tante de che ròbe che, cando che né ‘l só nòm, né la só parentèla, né i amìzi, né l’ardimént i è stadi bòni de sostègnerlo contra i pefèi e i só potènti nemìzi, l’è sta obligià a tiràrse da na man. Na fazènda interessante contàda dal Ripamonti la parla pròpri de chel moment ìo: cando che la cognèst s-ciampar dal paes, i l’à fat con na tal prudenza senza dir engot a ‘nzun, che l’à traversà la zità col ciavàl, con dré na sclapa de ciagni e compagnà da le trombe che sonava. Passàndo davanti al palàz del governator, l’à lagià ìo a le guardie, na lìtera pléna de vilanade e de sfide al governator. Ancia ‘ntant che l’era mancià, nó l’à desmetù i só afari e l’à seghità a mantègnerse ligià coi só amìzi che gera restà fedeli, e metèndo ‘nsèma con lori na combrìccola per far ròbe tremènde. Difati, se dis che a chel tèmp l’avés envià via àutre operazion pericolose, che ‘l professor Ripamonti ‘l descrìu con pòce paròle che ben ben nó se ciapìs. A star a chel che ‘l riferìs, arcanti prìnzipi furèsti i à doprà la só òpera per far calche delìto ‘mportante, mandàndoge de spes rinfòrzi de zènt che ge servìs e che i era sota ‘l só comàndo. A la fìn, dopo ‘n bèl pèz, o perché ‘l pefèl l’era sta scanzelà grazie a calchedun de potènte, o perché l’ardiment de sto òm el ge garantìva na spèzie de spòna, l’à dezìso de tornar a só ciasa e i l’à fat dalbòn. Però, nó l’è tornà a Milan, ma l’è nà a star enten ciastèl vizìn al confìn col teritòri de Bergamo, che, a chel tèmp l’era part de la Republica de Venezia. Come che scrìu el professor Ripamonti, “ca ciasa l’era come fus na fràbicia endo che se ordinava delìti: servi che era galiòti s-ciampadi che i geva l’incombènza de taiàrge via la testa a le persone; né ‘l cògo né ‘l servo i era esentàdi dal mazàr; perfìn le man dei putèi le era spórce de sànc.” Estra a sta famìlia che la viveva con el entel ciastèl, come scrìu el professor, el ge neva n’àutra fata da zènt de ca risma ìo, sparpaiàdi en tanti pòsti dei doi stati che confinava, sèmper pronti a risponder ai só órdeni. Per na bèla part del teritòri ìo ‘ntorn, tuti i tirani i eva cognèst, enten modo o ‘nte n’àuter preferìr se star da la part de sto tirano straordenari o èsser contra de chesto. Però, chei che eva zà provà a méterse contra, i eva sèmper bù n’èsit contràri, tanto che ‘nzun se fidava pù a méterse ente ca situazion. E ancia se un el voleva star entel só bró senza ‘ntrométerse, nó l’è che ‘l restava lìbero da chesto. Difati arivava ‘n só viàder a ‘ntimàrge de arbandonar la tal azion, de ‘mplantàr ìo de tormentàr el tal debitór, e àutre ròbe del zènere, e a chel punto ge voleva risponder o de sì o de no. Cando che na part la neva da el per far fòra na chestion, l’àutra part la se giatava dinanzi a na sièlta difìzile se azetàr la só dezision o no, e se l’era no, chesto voleva dir che te metéves ente na condizion de perìcol, che l’era, come che se dis, chela de cì che giâ ‘n pè ‘nla busa. Tanti, ancia ‘ntel tòrt, i ricoreva da el per aver zustìzia; àutri, pur avèndo tute le resón, i lo feva per otègner el só potènte sostégn e per encriciàrgel ai nemìzi. Ente tuti i casi la ruava che tuti doi dopo i dipendeva da el. Zèrte bòte, è suzèst che ‘n pòer perseguità da ‘n zèlbero l’è nà da el, e el, i lo difendeva, e l’obligiava ‘l spòtico a fermarse, a méter rimèdi al dan e domandar scusa; e se nó ‘l zedéva, el ge aplicava punizion severe, e a bòte obligiàndol a arbandonar el pòsto ‘ndo che ‘l feva le só angiarìe. Ente sti casi, chel nòm, che per el sòlit el feva paura e l’era odià, per en pòc’ de tèmp el deventava benedét, perché, a chei tèmpi, enzun àuter l’averòs podèst otègner zustìzia o almen na soluzione compagna. Pù de spes, però, la só azion l’era stada, e la seghitava a èsser, strument de angiarìe, sodisfazion crudéle e ciaprìzzi spòtici. Ma, pròpri per i tanti modi che ‘l dopràva la só autorità, l’èsit l’era sèmper compàgn: tra la zènt deventava sèmper pù fòrta l’idea de cant che se podéva far e otègner, senza vardàr se l’era zusto o se l’era n’angiarìa, doi ròbe che de sòlit le calma zó la volontà dei òumni e i li fa tornar su la strada bona. El nòm dei tirani ordenari de sòlit l’era confinada ente la zona endo che i geva la só autorità, ma ‘l nòm de sto tirano cì l’era cognossù ‘n tut el milanes. La só vita l’era deventada argoment de tante storie de la zènt, e ‘l só nòm el feva nìr en ment vergot che nó se podeva vénzer, de straordenari, de ardimentos. El timor e ‘l dubi ‘nsèma, che metéva i só aleati e i só sassìni i feva ‘n modo che se mantegnìs fòrta la só memòria ente ogni ciantón. Chesti l’era sol paure e dubi, perché ‘nzun averòs mai ametù ‘n piazza che ‘l dipendeva da sto òm, ma ogni tirano o slandrón el podeva èsser un dei só aleati, e sto savér, nó savèr l’engrandiva la paura e la nòmina de sto òm. Ogni bòta che da calche banda se vedeva nìr fòr fegure de róbleri che nó se eva mai vist e pù brute del sòlit o che suzzedéva delìti tremendi, senza che se podés dir sùbit cì che l’era sta, se proferìva, se mormorava ‘l nòm de chel che noi, grazie a la benedéta, per nó dir àuter, prudenza del professor Rivola e del professor Ripamonti che à scrìt ste storie, sen obligiàdi a clamàrlo l’inominà. El ciastelàz de sto òm e ‘l palàz de don Rodrigo i era dés ùndes chilometri lontani un dal’àuter. Don Rodrigo, apena deventà padron e tirano, el s’era rendù cont che, dato che l’era ‘nzì vizìn a ‘n personàzi come chelìo, nó ‘l podeva far i só mistéri senza nó avérge a che far o a deventàr só aleato. Siché l’à dezìso de svizinàrse a el deventàndo só aleato come tuti i àutri, e ‘l geva fat pù de ‘n piazér (el manoscrìt nó ‘l dis àuter); en cambi, l’eva bù promésse de aiùt e sostégn cando che ‘l n’avés bù de bisògn. Però, don Rodrigo l’era atènto a scònder ca amicìzia, o almen a nó far ciapìr cant che l’era fòrta e de che tipo che la fus. Don Rodrigo, sì ben che ‘l volés èsser en spòtico, nó ‘l voléva èsser en tirano soliènto e selvàdec’. Per el, ca posizion l’era sol en strument per en scòpo, e no l’era ‘n scòpo ‘n sé. El el voléva vìver liberament en zità, gòder i vantàzi de la vita, i ciaprìzzi e i onori. Per otègner tut chesto, el cognéva aver en zèrto riguardo, tègner cont dei parenti, pratigiar l’amicizia con le persone potenti, avér na parola ‘nla zustìzia, per podérla manezàr a só favór cando che l’era nezessàri, o per fàrla sparìr, o adiritura dopràrla per dàrge dan a calchedun, en modo da otègner vantàzi pù fazilment putòst che con la fòrza. Però, n’aleanza con un come chelìo, che l’era nemìzi patòc’ de la léze, nó la era de segur n’interès per don Rodrigo, spezialment se i l’avés savèst so zio ‘l conte. Ma chel minimo de amicizia che nó la podéva restar scònta, la podéva èsser scusada come na ròba nezessaria, l’aleanza con calchedun che se te ‘l féves nemìzi el saròs sta tant pù pericolos da ‘nfrontar. Ente sto modo, don Rodrigo l’averòs podèst scusàrse per chel ligiament come na sièlta obligiada da la situazion. Difati, cì che giâ ‘l dovér de mantègner l’órden, ma nó ‘l giâ né la volontà né l’è bòn de fàrlo, a la fìn el zét, azetàndo che sia i àutri a pensàrge, almen enfìn a ‘n zèrto punto. E ancia se nó i lo azèta palesemént, el fa finta de nó véder. Na matìna, don Rodrigo l’è partì col ciavàl dirèto a nar a ciazza, ensèma a ‘n sclap de róbleri a pè. El Gris el ge neva dré vizìn a la sèla, e i àutri ancor pù ‘n dré. El s’è dirèt vèrs el ciastèl de l’inominà.
Il castello dell’innominato era a cavaliere a una valle angusta e uggiosa, sulla cima d’un poggio che sporge in fuori da un’aspra giogaia di monti, ed è, non si saprebbe dir bene, se congiunto ad essa o separatone, da un mucchio di massi e di dirupi, e da un andirivieni di tane e di precipizi, che si prolungano anche dalle due parti. Quella che guarda la valle è la sola praticabile; un pendìo piuttosto erto, ma uguale e continuato; a prati in alto; nelle falde a campi, sparsi qua e là di casucce. Il fondo è un letto di ciottoloni, dove scorre un rigagnolo o torrentaccio, secondo la stagione: allora serviva di confine ai due stati. I gioghi opposti, che formano, per dir così, l’altra parete della valle, hanno anch’essi un po’ di falda coltivata; il resto è schegge e macigni, erte ripide, senza strada e nude, meno qualche cespuglio ne’ fessi e sui ciglioni. Dall’alto del castellaccio, come l’aquila dal suo nido insanguinato, il selvaggio signore dominava all’intorno tutto lo spazio dove piede d’uomo potesse posarsi, e non vedeva mai nessuno al di sopra di sé, né più in alto. Dando un’occhiata in giro, scorreva tutto quel recinto, i pendìi, il fondo, le strade praticate là dentro. Quella che, a gomiti e a giravolte, saliva al terribile domicilio, si spiegava davanti a chi guardasse di lassù, come un nastro serpeggiante: dalle finestre, dalle feritoie, poteva il signore contare a suo bell’agio i passi di chi veniva, e spianargli l’arme contro, cento volte. E anche d’una grossa compagnia, avrebbe potuto, con quella guarnigione di bravi che teneva lassù, stenderne sul sentiero, o farne ruzzolare al fondo parecchi, prima che uno arrivasse a toccar la cima. Del resto, non che lassù, ma neppure nella valle, e neppur di passaggio, non ardiva metter piede nessuno che non fosse ben visto dal padrone del castello. Il birro poi che vi si fosse lasciato vedere, sarebbe stato trattato come una spia nemica che venga colta in un accampamento. Si raccontavano le storie tragiche degli ultimi che avevano voluto tentar l’impresa; ma eran già storie antiche; e nessuno de’ giovani si rammentava d’aver veduto nella valle uno di quella razza, né vivo, né morto. Tale è la descrizione che l’anonimo fa del luogo: del nome, nulla; anzi, per non metterci sulla strada di scoprirlo, non dice niente del viaggio di don Rodrigo, e lo porta addirittura nel mezzo della valle, appiè del poggio, all’imboccatura dell’erto e tortuoso sentiero. Lì c’era una taverna, che si sarebbe anche potuta chiamare un corpo di guardia. Sur una vecchia insegna che pendeva sopra l’uscio, era dipinto da tutt’e due le parti un sole raggiante; ma la voce pubblica, che talvolta ripete i nomi come le vengono insegnati, talvolta li rifà a modo suo, non chiamava quella taverna che col nome della Malanotte. Al rumore d’una cavalcatura che s’avvicinava, comparve sulla soglia un ragazzaccio, armato come un saracino; e data un’occhiata, entrò ad informare tre sgherri, che stavan giocando, con certe carte sudice e piegate in forma di tegoli. Colui che pareva il capo s’alzò, s’affacciò all’uscio, e, riconosciuto un amico del suo padrone, lo salutò rispettosamente. Don Rodrigo, resogli con molto garbo il saluto, domandò se il signore si trovasse al castello; e rispostogli da quel caporalaccio che credeva di sì, smontò da cavallo, e buttò la briglia al Tiradritto, uno del suo seguito. Si levò lo schioppo, e lo consegnò al Montanarolo, come per isgravarsi d’un peso inutile, e salir più lesto; ma, in realtà, perché sapeva bene, che su quell’erta non era permesso d’andar con lo schioppo. Si cavò poi di tasca alcune berlinghe, e le diede al Tanabuso, dicendogli: “voi altri state ad aspettarmi; e intanto starete un po’ allegri con questa brava gente.” Cavò finalmente alcuni scudi d’oro, e li mise in mano al caporalaccio, assegnandone metà a lui, e metà da dividersi tra i suoi uomini. Finalmente, col Griso, che aveva anche lui posato lo schioppo, cominciò a piedi la salita. Intanto i tre bravi sopraddetti, e lo Squinternotto ch’era il quarto (oh! vedete che bei nomi, da serbarceli con tanta cura), rimasero coi tre dell’innominato, e con quel ragazzo allevato alle forche, a giocare, a trincare, e a raccontarsi a vicenda le loro prodezze. Un altro bravaccio dell’innominato, che saliva, raggiunse poco dopo don Rodrigo; lo guardò, lo riconobbe, e s’accompagnò con lui; e gli risparmiò così la noia di dire il suo nome, e di rendere altro conto di sé a quant’altri avrebbe incontrati, che non lo conoscessero. Arrivato al castello, e introdotto (lasciando però il Griso alla porta), fu fatto passare per un andirivieni di corridoi bui, e per varie sale tappezzate di moschetti, di sciabole e di partigiane, e in ognuna delle quali c’era di guardia qualche bravo; e, dopo avere alquanto aspettato, fu ammesso in quella dove si trovava l’innominato. Questo gli andò incontro, rendendogli il saluto, e insieme guardandogli le mani e il viso, come faceva per abitudine, e ormai quasi involontariamente, a chiunque venisse da lui, per quanto fosse de’ più vecchi e provati amici. Era grande, bruno, calvo; bianchi i pochi capelli che gli rimanevano; rugosa la faccia: a prima vista, gli si sarebbe dato più de’ sessant’anni che aveva; ma il contegno, le mosse, la durezza risentita de’ lineamenti, il lampeggiar sinistro, ma vivo degli occhi, indicavano una forza di corpo e d’animo, che sarebbe stata straordinaria in un giovine. Don Rodrigo disse che veniva per consiglio e per aiuto; che, trovandosi in un impegno difficile, dal quale il suo onore non gli permetteva di ritirarsi, s’era ricordato delle promesse di quell’uomo che non prometteva mai troppo, né invano; e si fece ad esporre il suo scellerato imbroglio. L’innominato che ne sapeva già qualcosa, ma in confuso, stette a sentire con attenzione, e come curioso di simili storie, e per essere in questa mischiato un nome a lui noto e odiosissimo, quello di fra Cristoforo, nemico aperto de’ tiranni, e in parole e, dove poteva, in opere. Don Rodrigo, sapendo con chi parlava, si mise poi a esagerare le difficoltà dell’impresa; la distanza del luogo, un monastero, la signora!... A questo, l’innominato, come se un demonio nascosto nel suo cuore gliel’avesse comandato, interruppe subitamente, dicendo che prendeva l’impresa sopra di sé. Prese l’appunto del nome della nostra povera Lucia, e licenziò don Rodrigo, dicendo: “tra poco avrete da me l’avviso di quel che dovrete fare.” Se il lettore si ricorda di quello sciagurato Egidio che abitava accanto al monastero dove la povera Lucia stava ricoverata, sappia ora che costui era uno de’ più stretti ed intimi colleghi di scelleratezze che avesse l’innominato: perciò questo aveva lasciata correre così prontamente e risolutamente la sua parola. Ma appena rimase solo, si trovò, non dirò pentito, ma indispettito d’averla data. Già da qualche tempo cominciava a provare, se non un rimorso, una cert’uggia delle sue scelleratezze. Quelle tante ch’erano ammontate, se non sulla sua coscienza, almeno nella sua memoria, si risvegliavano ogni volta che ne commettesse una di nuovo, e si presentavano all’animo brutte e troppe: era come il crescere e crescere d’un peso già incomodo. Una certa ripugnanza provata ne’ primi delitti, e vinta poi, e scomparsa quasi affatto, tornava ora a farsi sentire. Ma in que’ primi tempi, l’immagine d’un avvenire lungo, indeterminato, il sentimento d’una vitalità vigorosa, riempivano l’animo d’una fiducia spensierata: ora all’opposto, i pensieri dell’avvenire eran quelli che rendevano più noioso il passato. — Invecchiare! morire! e poi? — E, cosa notabile! l’immagine della morte, che, in un pericolo vicino, a fronte d’un nemico, soleva raddoppiar gli spiriti di quell’uomo, e infondergli un’ira piena di coraggio, quella stessa immagine, apparendogli nel silenzio della notte, nella sicurezza del suo castello, gli metteva addosso una costernazione repentina. Non era la morte minacciata da un avversario mortale anche lui; non si poteva rispingerla con armi migliori, e con un braccio più pronto; veniva sola, nasceva di dentro; era forse ancor lontana, ma faceva un passo ogni momento; e, intanto che la mente combatteva dolorosamente per allontanarne il pensiero, quella s’avvicinava. Ne’ primi tempi, gli esempi così frequenti, lo spettacolo, per dir così, continuo della violenza, della vendetta, dell’omicidio, ispirandogli un’emulazione feroce, gli avevano anche servito come d’una specie d’autorità contro la coscienza: ora, gli rinasceva ogni tanto nell’animo l’idea confusa, ma terribile, d’un giudizio individuale, d’una ragione indipendente dall’esempio; ora, l’essere uscito dalla turba volgare de’ malvagi, l’essere innanzi a tutti, gli dava talvolta il sentimento d’una solitudine tremenda. Quel Dio di cui aveva sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava di negare né di riconoscere, occupato soltanto a vivere come se non ci fosse, ora, in certi momenti d’abbattimento senza motivo, di terrore senza pericolo, gli pareva sentirlo gridar dentro di sé: Io sono però. Nel primo bollor delle passioni, la legge che aveva, se non altro, sentita annunziare in nome di Lui, non gli era parsa che odiosa: ora, quando gli tornava d’improvviso alla mente, la mente, suo malgrado, la concepiva come una cosa che ha il suo adempimento. Ma, non che aprirsi con nessuno su questa sua nuova inquietudine, la copriva anzi profondamente, e la mascherava con l’apparenze d’una più cupa ferocia; e con questo mezzo, cercava anche di nasconderla a sé stesso, o di soffogarla. Invidiando (giacchè non poteva annientarli nè dimenticarli) que’ tempi in cui era solito commettere l’iniquità senza rimorso, senz’altro pensiero che della riuscita, faceva ogni sforzo per farli tornare, per ritenere o per riafferrare quell’antica volontà, pronta, superba, imperturbata, per convincer sé stesso ch’era ancor quello. Così in quest’occasione, aveva subito impegnata la sua parola a don Rodrigo, per chiudersi l’adito a ogni esitazione. Ma appena partito costui, sentendo scemare quella fermezza che s’era comandata per promettere, sentendo a poco a poco venirsi innanzi nella mente pensieri che lo tentavano di mancare a quella parola, e l’avrebbero condotto a scomparire in faccia a un amico, a un complice secondario; per troncare a un tratto quel contrasto penoso, chiamò il Nibbio, uno de’ più destri e arditi ministri delle sue enormità, e quello di cui era solito servirsi per la corrispondenza con Egidio. E, con aria risoluta, gli comandò che montasse subito a cavallo, andasse diritto a Monza, informasse Egidio dell’impegno contratto, e richiedesse il suo aiuto per adempirlo. Il messo ribaldo tornò più presto che il suo padrone non se l’aspettasse, con la risposta d’Egidio: che l’impresa era facile e sicura; gli si mandasse subito una carrozza, con due o tre bravi ben travisati; e lui prendeva la cura di tutto il resto, e guiderebbe la cosa. A quest’annunzio, l’innominato, comunque stesse di dentro, diede ordine in fretta al Nibbio stesso, che disponesse tutto secondo aveva detto Egidio, e andasse con due altri che gli nominò, alla spedizione. Se per rendere l’orribile servizio che gli era stato chiesto, Egidio avesse dovuto far conto de’ soli suoi mezzi ordinari, non avrebbe certamente data così subito una promessa così decisa. Ma, in quell’asilo stesso dove pareva che tutto dovesse essere ostacolo, l’atroce giovine aveva un mezzo noto a lui solo; e ciò che per gli altri sarebbe stata la maggior difficoltà, era strumento per lui. Noi abbiamo riferito come la sciagurata signora desse una volta retta alle sue parole; e il lettore può avere inteso che quella volta non fu l’ultima, non fu che un primo passo in una strada d’abbominazione e di sangue. Quella stessa voce, che aveva acquistato forza e, direi quasi, autorità dal delitto, le impose ora il sagrifizio dell’innocente che aveva in custodia. La proposta riuscì spaventosa a Gertrude. Perder Lucia per un caso impreveduto, senza colpa, le sarebbe parsa una sventura, una punizione amara: e le veniva comandato di privarsene con una scellerata perfidia, di cambiare in un nuovo rimorso un mezzo di espiazione. La sventurata tentò tutte le strade per esimersi dall’orribile comando; tutte, fuorchè la sola ch’era sicura, e che le stava pur sempre aperta davanti. Il delitto è un padrone rigido e inflessibile, contro cui non divien forte se non chi se ne ribella interamente. A questo Gertrude non voleva risolversi; e ubbidì. Era il giorno stabilito; l’ora convenuta s’avvicinava; Gertrude, ritirata con Lucia nel suo parlatorio privato, le faceva più carezze dell’ordinario, e Lucia le riceveva e le contraccambiava con tenerezza crescente: come la pecora, tremolando senza timore sotto la mano del pastore che la palpa e la strascina mollemente, si volta a leccar quella mano; e non sa che, fuori della stalla, l’aspetta il macellaio, a cui il pastore l’ha venduta un momento prima. “Ho bisogno d’un gran servizio; e voi sola potete farmelo. Ho tanta gente a’ miei comandi; ma di cui mi fidi, nessuno. Per un affare di grand’importanza, che vi dirò poi, ho bisogno di parlar subito subito con quel padre guardiano de’ cappuccini che v’ha condotta qui da me, la mia povera Lucia; ma è anche necessario che nessuno sappia che l’ho mandato a chiamare io. Non ho che voi per far segretamente quest’imbasciata.” Lucia fu atterrita d’una tale richiesta; e con quella sua suggezione, ma senza nascondere una gran maraviglia, addusse subito, per disimpegnarsene, le ragioni che la signora doveva intendere, che avrebbe dovute prevedere: senza la madre, senza nessuno, per una strada solitaria, in un paese sconosciuto... Ma Gertrude, ammaestrata a una scola infernale, mostrò tanta maraviglia anche lei, e tanto dispiacere di trovare una tal ritrosia nella persona di cui credeva poter far più conto, figurò di trovar così vane quelle scuse! di giorno chiaro, quattro passi, una strada che Lucia aveva fatta pochi giorni prima, e che, quand’anche non l’avesse mai veduta, a insegnargliela, non la poteva sbagliare!... Tanto disse, che la poverina, commossa e punta a un tempo, si lasciò sfuggir di bocca: “e bene; cosa devo fare?” “Andate al convento de’ cappuccini:" e le descrisse la strada di nuovo: "fate chiamare il padre guardiano, ditegli, da solo a solo, che venga da me subito subito; ma che non dica a nessuno che son io che lo mando a chiamare.” “Ma cosa dirò alla fattoressa, che non m’ha mai vista uscire, e mi domanderà dove vo?” “Cercate di passare senz’esser vista; e se non vi riesce, ditele che andate alla chiesa tale, dove avete promesso di fare orazione.” Nuova difficoltà per la povera giovine: dire una bugia; ma la signora si mostrò di nuovo così afflitta delle ripulse, le fece parer così brutta cosa l’anteporre un vano scrupolo alla riconoscenza, che Lucia, sbalordita più che convinta, e soprattutto commossa più che mai, rispose: “e bene; anderò. Dio m’aiuti!” E si mosse. Quando Gertrude, che dalla grata la seguiva con l’occhio fisso e torbido, la vide metter piede sulla soglia, come sopraffatta da un sentimento irresistibile, aprì la bocca, e disse: "sentite, Lucia!" Questa si voltò, e tornò verso la grata. Ma già un altro pensiero, un pensiero avvezzo a predominare, aveva vinto di nuovo nella mente sciagurata di Gertrude. Facendo le viste di non esser contenta dell’istruzioni già date, spiegò di nuovo a Lucia la strada che doveva tenere, e la licenziò dicendo: “fate ogni cosa come v’ho detto, e tornate presto.” Lucia partì. Passò inosservata la porta del chiostro, prese la strada, con gli occhi bassi, rasente al muro; trovò, con l’indicazioni avute e con le proprie rimembranze, la porta del borgo, n’uscì, andò tutta raccolta e un po’ tremante, per la strada maestra, arrivò in pochi momenti a quella che conduceva al convento; e la riconobbe. Quella strada era, ed è tutt’ora, affondata, a guisa d’un letto di fiume, tra due alte rive orlate di macchie, che vi forman sopra una specie di volta. Lucia, entrandovi, e vedendola affatto solitaria, sentì crescere la paura, e allungava il passo; ma poco dopo si rincorò alquanto, nel vedere una carrozza da viaggio ferma, e accanto a quella, davanti allo sportello aperto, due viaggiatori che guardavano in qua e in là, come incerti della strada. Andando avanti, sentì uno di que’ due, che diceva: “ecco una buona giovine che c’insegnerà la strada.” Infatti, quando fu arrivata alla carrozza, quel medesimo, con un fare più gentile che non fosse l’aspetto, si voltò, e disse: “quella giovine, ci sapreste insegnar la strada di Monza?” “Andando di lì, vanno a rovescio,” rispondeva la poverina: “Monza è di qua...” e si voltava, per accennar col dito; quando l’altro compagno (era il Nibbio), afferrandola d’improvviso per la vita, l’alzò da terra. Lucia girò la testa indietro atterrita, e cacciò un urlo; il malandrino la mise per forza nella carrozza: uno che stava a sedere davanti, la prese e la cacciò, per quanto lei si divincolasse e stridesse, a sedere dirimpetto a sè: un altro, mettendole un fazzoletto alla bocca, le chiuse il grido in gola. In tanto il Nibbio entrò presto presto anche lui nella carrozza: lo sportello si chiuse, e la carrozza partì di carriera. L’altro che le aveva fatta quella domanda traditora, rimasto nella strada, diede un’occhiata in qua e in là, per veder se fosse accorso qualcheduno agli urli di Lucia: non c’era nessuno; saltò sur una riva, attaccandosi a un albero della macchia, e disparve. Era costui uno sgherro d’Egidio; era stato, facendo l’indiano, sulla porta del suo padrone, per veder quando Lucia usciva dal monastero; l’aveva osservata bene, per poterla riconoscere; ed era corso, per una scorciatoia, ad aspettarla al posto convenuto. Chi potrà ora descrivere il terrore, l’angoscia di costei, esprimere ciò che passava nel suo animo? Spalancava gli occhi spaventati, per ansietà di conoscere la sua orribile situazione, e li richiudeva subito, per il ribrezzo e per il terrore di que’ visacci: si storceva, ma era tenuta da tutte le parti: raccoglieva tutte le sue forze, e dava delle stratte, per buttarsi verso lo sportello; ma due braccia nerborute la tenevano come conficcata nel fondo della carrozza; quattro altre manacce ve l’appuntellavano. Ogni volta che aprisse la bocca per cacciare un urlo, il fazzoletto veniva a soffogarglielo in gola. Intanto tre bocche d’inferno, con la voce più umana che sapessero formare, andavan ripetendo: "zitta, zitta, non abbiate paura, non vogliamo farvi male." Dopo qualche momento d’una lotta così angosciosa, parve che s’acquietasse; allentò le braccia, lasciò cader la testa all’indietro, alzò a stento le palpebre, tenendo l’occhio immobile; e quegli orridi visacci che le stavan davanti le parvero confondersi e ondeggiare insieme in un mescuglio mostruoso: le fuggì il colore dal viso; un sudor freddo glielo coprì; s’abbandonò, e svenne. “Su, su, coraggio,” diceva il Nibbio. “Coraggio, coraggio,” ripetevan gli altri due birboni; ma lo smarrimento d’ogni senso preservava in quel momento Lucia dal sentire i conforti di quelle orribili voci. “Diavolo! par morta,” disse uno di coloro: “se fosse morta davvero?” “Oh! morta!” disse l’altro: “è uno di quegli svenimenti che vengono alle donne. Io so che, quando ho voluto mandare all’altro mondo qualcheduno, uomo o donna che fosse, c’è voluto altro.” “Via!” disse il Nibbio: “attenti al vostro dovere, e non andate a cercar altro. Tirate fuori dalla cassetta i tromboni, e teneteli pronti; che in questo bosco dove s’entra ora, c’è sempre de’ birboni annidati. Non così in mano, diavolo! riponeteli dietro le spalle, lì stesi: non vedete che costei è un pulcin bagnato che basisce per nulla? Se vede armi, è capace di morir davvero. E quando sarà rinvenuta, badate bene di non farle paura; non la toccate, se non vi fo segno; a tenerla basto io. E zitti: lasciate parlare a me.” Intanto la carrozza, andando sempre di corsa, s’era inoltrata nel bosco. Dopo qualche tempo, la povera Lucia cominciò a risentirsi, come da un sonno profondo e affannoso, e aprì gli occhi. Penò alquanto a distinguere gli spaventosi oggetti che la circondavano, a raccogliere i suoi pensieri: alfine comprese di nuovo la sua terribile situazione. Il primo uso che fece delle poche forze ritornatele, fu di buttarsi ancora verso lo sportello, per slanciarsi fuori; ma fu ritenuta, e non potè che vedere un momento la solitudine selvaggia del luogo per cui passava. Cacciò di nuovo un urlo; ma il Nibbio, alzando la manaccia col fazzoletto, “via,” le disse, più dolcemente che potè; “state zitta, che sarà meglio per voi: non vogliamo farvi male; ma se non istate zitta, vi faremo star noi.” “Lasciatemi andare! Chi siete voi? Dove mi conducete? Perchè m’avete presa? Lasciatemi andare, lasciatemi andare!” “Vi dico che non abbiate paura: non siete una bambina, e dovete capire che noi non vogliamo farvi male. Non vedete che avremmo potuto ammazzarvi cento volte, se avessimo cattive intenzioni? Dunque state quieta.” “No, no, lasciatemi andare per la mia strada: io non vi conosco.” “Vi conosciamo noi.” “Oh santissima Vergine! come mi conoscete? Lasciatemi andare, per carità. Chi siete voi? Perchè m’avete presa?” “Perchè c’è stato comandato.” “Chi? chi? chi ve lo può aver comandato?” “Zitta!” disse con un visaccio severo il Nibbio: “a noi non si fa di codeste domande.” Lucia tentò un’altra volta di buttarsi d’improvviso allo sportello; ma vedendo ch’era inutile, ricorse di nuovo alle preghiere; e con la testa bassa, con le gote irrigate di lacrime, con la voce interrotta dal pianto, con le mani giunte dinanzi alle labbra, "oh!" diceva: "per l’amor di Dio, e della Vergine santissima, lasciatemi andare! Cosa v’ho fatto di male io? Sono una povera creatura che non v’ha fatto niente. Quello che m’avete fatto voi, ve lo perdono di cuore; e pregherò Dio per voi. Se avete anche voi una figlia, una moglie, una madre, pensate quello che patirebbero, se fossero in questo stato. Ricordatevi che dobbiamo morir tutti, e che un giorno desidererete che Dio vi usi misericordia. Lasciatemi andare, lasciatemi qui: il Signore mi farà trovar la mia strada.” “Non possiamo.” “Non potete? Oh Signore! perchè non potete? Dove volete condurmi? Perchè? ... ” “Non possiamo: è inutile: non abbiate paura, che non vogliamo farvi male: state quieta, e nessuno vi toccherà.” Accorata, affannata, atterrita sempre più nel vedere che le sue parole non facevano nessun colpo, Lucia si rivolse a Colui che tiene in mano il cuore degli uomini, e può, quando voglia, intenerire i più duri. Si strinse, il più che potè, nel canto della carrozza, mise le braccia in croce sul petto, e pregò qualche tempo con la mente; poi, tirata fuori la corona, cominciò a dire il rosario, con più fede e con più affetto che non avesse ancor fatto in vita sua. Ogni tanto, sperando d’avere impetrata la misericordia che implorava, si voltava a ripregar coloro; ma sempre inutilmente. Poi ricadeva ancora senza sentimenti, poi si riaveva di nuovo, per rivivere a nuove angosce. Ma ormai non ci regge il cuore a descriverle più a lungo: una pietà troppo dolorosa ci affretta al termine di quel viaggio, che durò più di quattr’ore; e dopo il quale avremo altre ore angosciose da passare. Trasportiamoci al castello dove l’infelice era aspettata. Era aspettata dall’innominato, con un’inquietudine, con una sospension d’animo insolita. Cosa strana! quell’uomo, che aveva disposto a sangue freddo di tante vite, che in tanti suoi fatti non aveva contato per nulla i dolori da lui cagionati, se non qualche volta per assaporare in essi una selvaggia voluttà di vendetta, ora, nel metter le mani addosso a questa sconosciuta, a questa povera contadina, sentiva come un ribrezzo, direi quasi un terrore. Da un’alta finestra del suo castellaccio, guardava da qualche tempo verso uno sbocco della valle; ed ecco spuntar la carrozza, e venire innanzi lentamente: perchè quel primo andar di carriera aveva consumata la foga, e domate le forze de’ cavalli. E benchè, dal punto dove stava a guardare, la non paresse più che una di quelle carrozzine che si dànno per balocco ai fanciulli, la riconobbe subito, e si sentì il cuore batter più forte. — Ci sarà? — pensò subito; e continuava tra sè: — che noia mi dà costei! Liberiamocene. — E voleva chiamare uno de’ suoi sgherri, e spedirlo subito incontro alla carrozza, a ordinare al Nibbio che voltasse, e conducesse colei al palazzo di don Rodrigo. Ma un no imperioso che risonò nella sua mente, fece svanire quel disegno. Tormentato però dal bisogno di dar qualche ordine, riuscendogli intollerabile lo stare aspettando oziosamente quella carrozza che veniva avanti passo passo, come un tradimento, che so io? come un gastigo, fece chiamare una sua vecchia donna. Era costei nata in quello stesso castello, da un antico custode di esso, e aveva passata lì tutta la sua vita. Ciò che aveva veduto e sentito fin dalle fasce, le aveva impresso nella mente un concetto magnifico e terribile del potere de’ suoi padroni; e la massima principale che aveva attinta dall’istruzioni e dagli esempi, era che bisognava ubbidirli in ogni cosa, perchè potevano far del gran male e del gran bene. L’idea del dovere, deposta come un germe nel cuore di tutti gli uomini, svolgendosi nel suo, insieme co’ sentimenti d’un rispetto, d’un terrore, d’una cupidigia servile, s’era associata e adattata a quelli. Quando l’innominato, divenuto padrone, cominciò a far quell’uso spaventevole della sua forza, costei ne provò da principio un certo ribrezzo insieme, e un sentimento più profondo di sommissione. Col tempo, s’era avvezzata a ciò che aveva tutto il giorno davanti agli occhi e negli orecchi: la volontà potente e sfrenata d’un così gran signore, era per lei come una specie di giustizia fatale. Ragazza già fatta, aveva sposato un servitor di casa, il quale, poco dopo, essendo andato a una spedizione rischiosa, lasciò l’ossa sur una strada, e lei vedova nel castello. La vendetta che il signore ne fece subito, le diede una consolazione feroce, e le accrebbe l’orgoglio di trovarsi sotto una tal protezione. D’allora in poi, non mise piede fuor del castello, che molto di rado; e a poco a poco non le rimase del vivere umano quasi altre idee salvo quelle che ne riceveva in quel luogo. Non era addetta ad alcun servizio particolare, ma, in quella masnada di sgherri, ora l’uno ora l’altro, le davan da fare ogni poco; ch’era il suo rodimento. Ora aveva cenci da rattoppare, ora da preparare in fretta da mangiare a chi tornasse da una spedizione, ora feriti da medicare. I comandi poi di coloro, i rimproveri, i ringraziamenti, eran conditi di beffe e d’improperi: vecchia, era il suo appellativo usuale; gli aggiunti, che qualcheduno sempre ci se n’attaccava, variavano secondo le circostanze e l’umore dell’amico. E colei, disturbata nella pigrizia, e provocata nella stizza, ch’erano due delle sue passioni predominanti, contraccambiava alle volte que’ complimenti con parole in cui Satana avrebbe riconosciuto più del suo ingegno, che in quelle de’ provocatori. “Tu vedi laggiù quella carrozza!” le disse il signore. “La vedo,” rispose la vecchia, cacciando avanti il mento appuntato, e aguzzando gli occhi infossati, come se cercasse di spingerli su gli orli dell’occhiaie. “Fa allestir subito una bussola, entraci, e fatti portare alla Malanotte. Subito subito; che tu ci arrivi prima di quella carrozza: già la viene avanti col passo della morte. In quella carrozza c’è... ci dev’essere... una giovine. Se c’è, dì al Nibbio, in mio nome, che la metta nella bussola, e lui venga su subito da me. Tu starai nella bussola, con quella... giovine; e quando sarete quassù, la condurrai nella tua camera. Se ti domanda dove la meni, di chi è il castello, guarda di non...” “Oh!” disse la vecchia. “Ma,” continuò l’innominato, “falle coraggio.” “Cosa le devo dire?” “Cosa le devi dire? Falle coraggio, ti dico. Tu sei venuta a codesta età, senza sapere come si fa coraggio a una creatura, quando si vuole! Hai tu mai sentito affanno di cuore? Hai tu mai avuto paura? Non sai le parole che fanno piacere in que’ momenti? Dille di quelle parole: trovale, alla malora. Va’.” E partita che fu, si fermò alquanto alla finestra, con gli occhi fissi a quella carrozza, che già appariva più grande di molto; poi gli alzò al sole, che in quel momento si nascondeva dietro la montagna; poi guardò le nuvole sparse al di sopra, che di brune si fecero, quasi a un tratto, di fuoco. Si ritirò, chiuse la finestra, e si mise a camminare innanzi e indietro per la stanza, con un passo di viaggiatore frettoloso.
El ciastèl de l’inominà l’era su ‘nzìma a na val strénta e imbrènza, sul cólem de ‘n dòs che pìcia fòr da na fila de monti, e nó se pòl dir se l’è tacià a chesta o se l’è separà, da ‘n gran mùcel de sassóni, de buróni e da ‘n viavài de tane, abìssi, che le sèghita per tute doi le còste. Al ciastèl se podéva arivar sol da la costéra che vardàva zó ‘nla val, per na strada ‘n pendéza ma valìva; pù àuti gera pràdi, e sui érti gera ciampi e calche ciasòta cì e ìo. Zó ‘n fónt a la val gera glaróni e corìva ‘n rì che, conforma la stazón, el deventava pù rabiós. Sto rì ‘l segnava ‘l confìn tra i doi stati de Milan con chel de Venezia. I monti permèz, che i feva l’àutra sponda de la val, i geva ancia chesti calche ciamp coltivà; el rèst l’era cròzzi, ertóni, nó gera strade e sol calche zesón enle crèpe e sui óri. Dal pòsto pù àut del ciastèl, come n’àgola che vàrda zó dal só nìo ensangonà, el sior crudél el dirizéva su tut el teritòri enfìn endo che podés méter pè n’òm, senza mai véder enzun come el e nancia sora de el. Dàndo n’oclada ‘n ziro, l’oservava ogni ciantón de chel distrét, le fròne, ‘l terén e le strade che gera dént. Chela che a gómbeti e pìrle la portava su ‘nchel tremendo ciastelàz, vardàndola da lassù, l’era come ‘n nastro che neva a bissabòa: da le finestre, da le ‘nferiàde, el sior el podeva controlar con tuta comodità cì che neva e nidéva, e ‘l podéva sbaràrge contra zènto bòte. Col só corpo de róbleri ben armà, l’averòs podèst copàr o fàr rodolàr zó na gran compagnìa de soldàdi e vénzer calunque aves volèst nar su al ciastèl, e senza che l’arivàs a tociàrlo. E èstra ‘nzun, nancia de passagio, averòs bù l’ardiment de méter pè ‘nca val senza avér bù ‘l permés del padron del ciastèl. El sbìr che fus sta demò vist da lontan, el saròs sta considerà come na spia nemìca. Se contava le storie tremènde dei ùltimi che s’era ‘mpazzà a tentar l’impresa; ma l’era storie zà vècle antìche; e tra i zóveni nó gera ‘nzun che se ricordas de aver vist un de chei ardìti, né vìo né mòrt enca val. Chel che à scrit sta storia ‘l descrìo sto posto senza però dir el só nòm: difati, per nó far ciapìr endo che l’era, nó ‘l parla nancia del viaz che eva fat don Rodrigo, ma i lo porta sùbir en mèz a ca val, ai pèi de ‘n dòs endo che scomenziava ‘n menador ert e a zigzàc’. Ìo ‘nchel posto gera na tavérna, che podéva ancia èsser en rifugio de le guardie. Su ‘nte na tabèla ‘nciaiolada taciada su sora la porta, gera su ‘mpiturà ‘n sol slusènt da tute doi le bande. Però la zènt del posto, che a bòte la ripèt i nomi come che i l’à sentùdi e a bòte i li cambia come che la vòl, la clamàva ca tavèrna col nòm de la Malanòt. Al rumor de ‘n ciavàl che se svizinava, è nù fòr su la sòlia ‘n putèl malarlevà, armà come ‘n mòro. Dopo aver dat n’oclada, l’è tornà dént a avisar trei róbleri che i era dré a zugiar a le ciàrte, che arcante de cheste le era blólge e splegiazzàde. El caporión l’è levà su, l’à vardà fòr da la porta e, avèndo cognossù n’amìzi del só padron, i l’à saludà con tanto de riguardo. Don Rodrigo, l’à rispondù al salùt con educazion e l’à domandà se ‘l sior el fus entel ciastèl. El caporàl, che ‘l pensava de sì, ‘l giâ confermà che sì. Don Rodrigo l’è desmontà dal ciavàl e ‘l giâ consegnà la rédena al Tiradrìt, un dei só òumni fedéli. Po' l’à tòt el só szòp e i ge l’à dat en man al Montanarolo, come se ‘l volés liberàrse de ‘n pesaròl inutile per nar su pù ‘mprèssa, ma en realtà i lo feva perché el seva che su per chel menadór nó se podeva nar su con le armi. Po' l’à tirà fòr arcante berlìnghe da le s-ciarsèle e i ge l’à date al Tanabuso, disèndoge: “Voi spetàme cì, e ‘ntramèz divertìve ‘n pòc’ con sti cì.” L’à tirà fòr a la fìn arcanti scudi de òr, e i ge l’à méssi ‘n man al caporion, mèzi per el, e mèzi da spartìr con i só òumni. A la fìn, col Grìs, che ancia el s’eva liberà del szòp, el s’è ‘nvià a pè su per chel sintér ért. Entant, i trei róbleri che en nominà prima, ensèma a un che i clamava Squinternotto, i è restadi ìo a zugiar, a béver e a contàrse le só braùre con i àutri slandróni, e tra chesti ancia chel putèl che era sta tirà su ‘nsegnàndoge la crudeltà. N’àuter mazzasète de l’inominà, che neva su, l’è arivà a zapàr don Rodrigo; i l’à vardà, i l’à cognossù, e l’à fat la strada ‘nsèma; e ‘nzì l’à podèst nar senza cognér dir el só nòm e dir i só afari a tuti chei che l’avés encontrà e che nó i lo cognosséva. Arivà su al ciastèl, i l’à fat nar ént (però lagiàndo ‘l Grìs su la porta), i l’à fat passar per en via vai de coridóri scuri, e per arcante sale tapezzade de fusii, de siàbole e de lanze, e ‘nte ognuna de ste sale gera calche róbler a far la gardia; e, dopo avér aspetà arcànt tèmp, l’è sta azetà en la ciàmera endo che gera l’inominà. Chesto ‘l g’è nà ‘ncontra, saludàndol e ‘ntel stes tèmp vardàndoge le man e ‘l mus, come che ‘l feva de sòlit, e ormai scasi senza volérlo, con tuti chei che nideva a trovàrlo, ancia se fus sta un dei pù vècli e sinzéri dei só amìzi. L’era grant, moro, pelà; i pòci ciavéi che gera restà i era bianci; el mus plén de fìzze: a véderlo ‘l prìm bòt g’averòstus dat de pù dei sessant’ani che ‘l geva; però ‘l portament, le mòsse che ‘l feva, le fatézze da sèrio, e po' chel slampezar dei òcli da far paura, i mossava na forza che la saròs stada straordenaria ancia ‘nten zóven. Don Rodrigo ‘l giâ contà che l’era nù per domandar consìli e aiùt, ché ‘l se giatava ente na situazion difìzile e che nó ‘l podeva tiràrse ‘ndré per nó pèrder el só onór e ‘l s’era ricordà le promesse de chel’òm che nó l’amprometéva mai massa e per engot e l’à scomenzià a contàrge de la só briconada disonèsta. L’inominà, che l’eva zà sentù vergot de ca fazènda, ancia se ‘nten modo confùs, l’à scoltà tut con atenzion perché l’era curios de sentìr storie ‘nzì, ma ancia perchè gera dént mesdà ‘l nòm de un che ‘l cognosséva benón e che nó ‘l podéva véder come ‘l fum entei òcli, chel de fra Cristoforo, nemìzi sinzéro dei tirani, con le parole e cando che ‘l podéva ancia coi fati. Don Rodrigo, che ‘l seva benón con cì che l’era dré a parlar, l’à scomenzià a sgrandezar l’impresa parlàndoge del posto che l’era lontan, del convent, e de la siora!... L’inominà come che l’à sentù chesto, come se ‘l fus sta ‘l diàol en persona che ge deva i órdeni, i l’à fermà de colp, disèndoge che la chestion i la togéva ‘n man el. L’à tòt nota de la pòra Lucia, e l’à mandà via don Rodrigo disendo: “ent’un pezzòt ve dirai mì chel che geo da far.” Se ‘l lezidor el se ricorda del Zìdio, chel slandron che abitava arènt al convent endo che gera la pòra Lucia, ‘l cògn savér che chelìo l’era pròpri n’amigón e un dei pù fedeli sòzi e compagn de ciativérie che l’Inominà ‘l podéva aver. Per chesto, l’Inominà l’era sta ‘nzì pronto e ‘nzì segur a parlàr. Però, apena che l’è restà da só pòsta, ‘l s’era clamà ‘n pòc’ malpentì e ‘n pél enzispà per avér parlà ‘n pòc’ massa. L’era zà da ‘n bel pèz che scomenziava, nó se dis rimòrs, ma a dàrge ‘n pòc’ de fastìdi tute che angiarìe che ‘l feva. Le tante inzustìzie che l’eva combinà, nó le ge pesava tant su la cossiènza, ma putòst i se le ricordava tute e ogni bòt che ‘l ne ‘n combinava una de nòve ge ‘mpareva che tute chele del passà le fus ancor pù brute e pù tante, e le scomenziava a deventar n’agràvi che zà ‘l pesàva assà, ma che adiritura ‘l cresséva ancor de pù. En zèrto schifo che l’eva provà d’imprinzìpi cando che l’eva fat i so primi delìti, che però dopo l’era sparì e che scasi l’eva desmentegià, adès el se feva sentìr de nòu. Ma se ‘nchei primi tèmpi, vedèndo ‘n doman lontan, e avèndo ca impression de èsser fòrt come ‘n tòr, el geva dat l’inlusion de restar sèmper enzì, adès vizevèrsa ‘l pensava ai ani che ‘l geva dinanzi come a vergot che feva deventar ancor pù brut el passà. — Enveclàr! morìr! e dopo? — E po' na ròba importante! El pensava a la mòrt, che prima i lo spenzéva a combàter ardoplàndoge ‘l coràzo davanti al perìcol, ma adès, chel stes pensier, entel silènzio de la nòt, entel só ciastèl al segur, el ge metéva adòs n’angóssa de chele. Nó l’era la mòrt che ge arivava da ‘n nemìzi, che con chel el podéva combàter, ma chela che arivava da el stes e che plan plan la se svizinava sèmper de pù e nó ‘l podéva fermar. E ‘ntant che ‘l combatéva come ‘n desperà per slontanàr chel pensier, chela en pas al bòt l’era sèmper pù vizìna. I primi tèmpi, a pratigiar sèmper la crudeltà, a vendiciàrse, a copar la zènt de sèito, ‘l gera servì come se chei ati i fus n’autorità che tegnìva calma la só cossiènza. Ma adès, ogni tant, ge nideva ‘n ment l’idea spaventosa che averòs podèst arivar en dì en zudìzi tremendo pròpri su de el, na resón che l’era separada da che ròbe che l’eva vist. E èstra, ‘l fato de sentìrse fòr da la fóla dei spòtici, l’èsser davanti a tuti, a bòte ‘l ge deva l’impression tremenda de èsser arbandonà da tuti. Ancia ‘l pensier del Sioredio, che ‘l neva sentù parlar, ma che da ‘n bel pèz, nó ‘l se preocupava né de negiar né de ricognósser, ocupà sol a vìver come se nó ‘l ge fus, adès, ente zèrti momenti che l’era de malumór e che ge nideva paura senza savér de che, de terór senza che ge sia perìcol, ge paréva de sentìrlo zigiar dént se stes: “Però mì son cì”. Cando che per el passà la leze del Sioredio la gera ‘mparèsta fastidiosa, adès, cando la ge nidéva ‘n ment l’era deventada ‘nveze na leze segura che nó se podéva discùter. Però su ste ròbe cì, su ste preocupazion, nó ‘l voleva parlar con enzuni, anzi i le scondéva ancor de pù sota a na mas-cera de crudeltà ancor pù granda, e con sto modo cì ‘l vardava de scònderla a sé stes, o de stofegiarla. L’envidiava (zà che nó ‘l podéva scanzelàrli né desmentegiàrli) i tèmpi cando che ‘l podéva combinar tute le so inzustìzie senza avér rimòrs, e che ‘l podéva pensar sol al fato che le só angiarìe le nés a ruar ben, e ‘l feva ogni sfòrz per farli tornar, e ‘l provava a trovar de nòu ca volontà, pronta, supèrba e fréda che ‘l geva embòt per convìnzerse de èsser ancor chel da prima. L’è stada ‘nzì che, ‘nchel moment, el geva dat sùbit la só parola a don Rodrigo, per nó ‘ncriciar a sé stes ogni dubi. Ma, apena che don Rodrigo l’era partì, l’à sentù che la segurezza che l’eva bù a ‘mprométerge ca ròba, l’era dré a svanìr, e plan planìn enla só testa ge nidéva pensieri, na tentazion a nó mantègner la parola data. Sti pensieri i l’averòs fat sentìr come se ‘l fus dré a tradìr n’amìzi, o ‘n sòzi de seconda; per troncar sùbit chel torment, l’à clamà ‘l Nibbio, un dei pù bravi e buli tra i só róbleri e che l’era chel che de sòlit tegnìva le relazion col Zìdio. Con en tòno dezìso, ‘l giâ ordenà de montar sùbit sul ciaval e nar diretament a Monza, dìrge tut al Zìdio de l’òbligo che l’eva tòt e de domandàrge ‘l só aiùt per portàrlo a la fìn. El messo l’è nù de vòuta prima che ‘l só padron i se lo spetàs, portàndoge la risposta del Zìdio: el laoro l’era fàzile e segur; ge voleva sol mandar subit na ciaròzza, con doi o trei róbleri ben mas-ceradi; a tut el rèst ge pensava el, che ge vardava sora a tuta la fazènda el en persona. A sentìr chesto, l’Inominà, calunque fus sta ‘l só umor enchel moment, ‘l giâ dat órden en prèssa pròpri al Nibbio, che ‘l pensas el a méter ensèma tut come che eva dit el Zìdio e che ‘l nes con doi àutri róbleri che ‘l giâ nominà, per ruar su ca incombènza. Se per combinar ca tremenda òpera che i geva destinà de far, el Zìdio l’avés dovèst fidàrse sol dei mèzi che ‘l geva de sòlit, nó l’averòs de segur dat na risposta ‘nzì ‘mprèssa e seguriènta. Ma, pròpri dént ente chel refugio che podeva èsser per tuti i àutri empossìbol, chel s-ciavìzzacol el geva ‘n mèzo che sol el cognosséva; e chel che per i àutri saròs sta na gran complicazion, per el el deventava ‘n strument. En zà contà come che ca siora scarognada en bòt l’avés zedù a le só parole, e ‘l lezidor el pòl aver ciapìr benón che chel bòt nó l’era sta l’ùltim, ma l’era sta ‘l prìm pas ente na storia de gran disonor. Ca stessa ós, che eva gadagnà forza e scasi autorità grazie a l’inzustìzia, i la obligiava adès a sacrificar ca pòra nozènta che la geva da protèzer. Per la Gertrude ca proposta l’era tremenda. Perder la Lucia ciàusa a ‘n fato che ‘nzun podéva prevéder, senza avér colpa, ge ‘mpareva na bruta disgrazia, na punizion pròpri dolorosa: e ‘nveze i ge domandava de destaciàrsen con na crudeltà de chele, cambiando chel che l’era na bòna azion per méterse a pòsto con la cossiènza ente n’àuter rimòrs. Ca pòra feumna l’à provà ‘n tuti i modi possìboi a tiràrse ‘ndré da chel comando ‘nzì crudél, però i l’à provade tute men che una, l’unica che saròs sta segura, chela che saròs sèmper sta dinanzi a sé stessa. El delìto l’è ‘n padron sèrio e nó ‘l schèrza, e contra chesto g’è sol na roba da far, refudàrlo dal tut; ma la Gertrude nó l’è stada bòna de tòr ca decision e l’à obedì. L’era ‘l dì che i eva dezìso; l’ora che i era nadi d’acòrdi la se svizinava; la Gertrude, che l’era con la Lucia entel só parlatòri privato, la ge feva pù moìne del sòlit, e la Lucia la se le godeva e i le contracambiava con afèto: come la pégora, tremolènta senza paura sota la man del pastór che i la palpa e i la tirà plan planìn, la se zira a leciàr ca man, e nó la sa che de fòr da la stala, i l’aspèta ‘l beciàr che ‘l pastór en momento prima i ge l’à venduda. “G’ài bisògn de ‘n gran piazér e sol voi podéo aiutàrme. G’ài tanti òumni al me servìzi, ma nó ge n’è un che pòdia fidàrme dal tut. Per na fazènda importante, che ve dirài dopo, cògni parlar sùbit con chel padre guardian dei ciapuzìni, chel che v’à compagnà cì da mì, la me pòra Lucia. Però l’è nezessari che ‘nzun sàpia che son mì a mandàrlo a clamàr. Nó g’è ‘nzun àuter che voi che pòl fàrme sto distùrbo en secrèt.” La Lucia l’è restada confusa da na richiesta ‘nzì; e con la só sòlita prudènza, ma senza scònder la grant emprovisada, l’à provà a scusàrse sùbit, per véder se l’era bòna de s-civar ca incombènza, portàndo scuse che la siora l’averòs dovèst ciapìr e prevéder: senza só mare, senza ‘nzuni, su ‘nte na strada da só pòsta, enten paés che nó la cognosseva… Ma la Gertrude, ormai usada a la crudeltà, l’à mossà sùbit de èsser ancia ela pléna ‘n maravéa e ofésa, da cì che la pensava èsser l’unica che podéva dàrge na man, de opónerse e l’à fat a fìnta de considerar che scuse inutili! La giâ dit che, dal dì, con càter passi, su ‘nte na strada che la Lucia l’eva fat sol pòci dì prima, e che, ancia se nó i l’avés mai vista, nó l’averòs podèst sbagliàrse, perchè calchedun ge l’averòs ensegnada… L’à dit e fat, che la pòra Lucia, tociada e ‘ndebolìda da che parole, nó l’à podèst far a men de risponder “Bòn va ben, che g’àite da far po'?” “Né al convent dei ciapuzìni:” e la giâ ‘nsegnà la strada de nòu: “Fè clamàr el padre guardian, disége, senza che vé sèntia ‘nzun, che ‘l vègnia sùbit da mì, ma sùbit; ma che nó ‘l dìgia a ‘nzun che son mì che ‘l mandi a clamàr.” “Ma a la fatóra, che dìrge po', che nó la m’à mai vìst nar fòr dal convent, e la me domanderà de segur endo che von?” “Vardà de passar senza che la vé védia; e se nó seo bòna, disége che néo ‘nla tal glésia, endo che eo ‘mprometù de nar a pregiar.” N’àutra complicazion per ca pòra putèla: dir na bosìa; ma la siora la s’è ofesa de nòu a sentir che la Luzia la se refudava, la g’a fat emparér na ròba enzì bruta méter davanti en scrùpol da ‘ngot al dèbit che la geva, che la Lucia, sbalordìda pù che convìnta, e sora tut engropada l’à respondù: “e ben; narài. Che ‘l Sioredio ‘l me aiùtia!” E l’è partìda. Cando che la Gertrude, che i la vardava fòr da la grada con oclade atènte, i l’à vista méter pè su la sòlia, come se la fus stada zonzùda da na grant emozion, l’à daverzù la bócia e la dis: “ascolta, Lucia!” La Lucia la s’è voutàda e l’è tornada vèrs la grada. Ma ormai n’àuter pensier, en pensier che eva sèmper venzù ‘nla ment disgraziada de la Gertrude. Fasèndo fìnta de nó èsser segura de le istruzion che la g’eva zà dat, la giâ spiegià ancor na bòta a la Lucia la strada che la geva da far e i la saludada disèndoge: “Fai tut come che t’ài dit, e vèi prést.” La Lucia la se n’è nada. La Lucia l’è passada senza fàrse véder davanti a la porta del convent, po' l’à zapà la strada con i òcli bassi, rasènt al mur. Fasèndo come che i geva ‘nsegnà e ricordàndose ‘n pòc’ la strada che l’eva fat a nir, l’à trovà la porta de la borgada, i l’à passada via, è l’è nada avanti per la strada prinzipale, en pòc’ tremolènta per l’azitazion e ben atènta. Enten pòc’ tèmp l’è arivada a la strada che portava al convent e i l’à cognossùda. Ca strada l’era, e la è ancia ‘ncòi, pù bassa del terén ìo ‘n ziro, come fus el córs de ‘n rì, tra doi sponde àute scuertade de bos-ci che i ge fa da voutabót naturale. La Lucia, dént enca strada desèrta, l’à sentù crésser la paura e la scomenzià a nar pù ‘n prèssa, ma pòc’ dopo la s’è calmada a véder na ciaròzza da viaz ferma, con arènt doi viazadori che vardava da na banda e da l’àutra come se nó i savés la direzion da tòr. Svizinàndose, l’à sentù un de lori dir: “Varda che vèn na putèla che la né dirà da che banda nar.” Difati, cando che l’è arivada vizìn a la ciaròzza, chel’òm, che ‘l geva ‘n bèl trato, ancor pù educà de come che se podeva spetàrse ‘ntel véderlo, ‘l s’è voutà e ‘l giâ domandà: “Signorina, saveròsseo dìrme la strada per nar a Monza?” “A nar da chela, neo a la revèrsa,” l’à rispondù la pòra putèla: “Monza l’è da chesta…” e la s’è voutada per fàrge véder col dé; ente chela l’àuter sòzi (che l’era ‘l Nibbio), i l’à zapàda per la vita e i l’à auzzàda da tèra. La Lucia la zirà la testa ‘ndré spaventada e l’à trat n’urlo; el malandrìn i l’à ficiada dént enla ciaròzza e un che era sentà zó davanti, i l’à brancada e i l’à cazzada, ancia se la se storzéva e la zigiava, a sentàrse zó permèz a el; n’àuter metèndoge ‘n fazòl en bócia, ‘l giâ serà i urli ‘n gola. Entant el Nibbio l’è montà ént ancia el enla ciaròzza: s’è serà ‘l portèl, e la ciaròzza l’è partìda ‘nfugiada. L’àuter che geva fat ca domanda traditora, che era restà su la strada, l’à dat n’oclada ‘ncà e ‘nlà per véder se calchedun, a sentìr i zìgi de la Lucia, fus ciapità ìo: nó gera ‘nzun, alor l’è sautà su da l’argiàl, zapàndose al ram de n’àrbol e l’è sparì. Chesto cì l’era ‘n róbler del Zìdio; prima ‘l s’era metù, fasèndo fìnta de ‘ngot, su la porta del só padron, per vardar cando che la Lucia la nideva fòr dal convent, i l’eva oservada ben per po' podérla cognosser, e po' l’era nà de corsa per en scurtaròl, a spetarla ‘ntel posto che l’era nà d’acòrdi. Cì èl po' che pòl descrìver el teror, l’angossa de la Lucia, dir chel che ge passava per la só ment? La spalancava i òcli spaventadi, con l’ansia de podér ciapìr ca brutìssima situazion, po' i li serava sùbit per el ribréz e per el gran spavènt a véder che brute fazzàde: la se storzéva, ma i la tegnìva da tute le man; alor la metéva ‘nsèma tute le só forze, e la deva tiróni, per petàrse fòr dal portèl, ma doi brazzi robusti i la tegnìva come la fus emplantada ‘n fónt a la ciaròzza; àutre càter manazze i l’ampontava. Ogni bòta che la provava a davèrzer la bócia per trar n’urlo, gera ‘l fazòl a stofegiàrlo zó ‘nla gola. Entant trei bóce de diàuli, con na ós pù cristiana che le podéva, le ripeteva: “zita, zita, nó ste a aver paura, nó volén fàrve del mal.” Dopo calche moment de na batàlia ‘nzì disperada, empareva che la se chietàs; l’à molà i brazzi, la molà ‘ndré la testa, a stento l’à auzzà le pàlpebre, tegnèndo fìc’ i òcli; e chei òridi musazzi che la geva davanti ge ‘mpareva che i se confondés e i zinzolàs ensèma; el vis l’era deventà biànc’ come na pèzza, e ‘n sudór frét i ge l’à scuertà; la s’è lagiàda nar e la s’è perdùda via. “Dai, dai su, coràzo,” ge diséva ‘l Nibbio. “Coràzo, coràzo,” ge ripeteva i àutri doi briganti; ma perdùda via come che l’era ente chel moment la Lucia, nó la podéva sentìr che parole de consolazion da che osàzze orènde. “Diàolo pòrco! la ‘mpar morta,” dis un de chei ìo: “e se la fus morta per dalbòn?” “Oh valà! Morta po'!” dis l’àuter: “l’è un de chei svanimenti che ge vèn a le feumne. Mì sai che, cando che ài volèst mandar a l’àuter mondo calchedun, òm o feumna che fus, giâ volèst àuter che chesto.” “Dai, dai!” dis el Nibbio: “ste atènti a far el vòs dovér, e nó ste nar a zerciar àuter no. Tirà fòr da la ciasséta i szòpi, e tegnìli pronti; perché ‘ntel bós-c’ endo che sen dré a nar, g’è sèmper briganti ‘ntanàdi. E no ‘n man, sacranón! pozàli dré la s-cena, ìo scònti: nó vedéo no che chesta l’è ‘n poiàt mìz che la svanìs per engot? Se la vét armi l’è bel e bòna de morìr per dalbòn. E cando che la renvèn, vardà de nó fàrge ancor pù paura; nó ste tociàrla se nó ve ‘l dìgi mì; a tègnerla l’è assà che ge sia mì. E ziti: lagiàme parlar a mì.” Entant la ciaròzza, sèmper enfugiada, la era nada ént en bel tòc’ entel bós-c’. Dopo ‘n bel pèz, la pòra Lucia la scomenzià a rinvégner, come da na dormida de nossocànt tèmp e la daverzù i òcli. L’à stentà assà a véder ben le ròbe spaventose che la geva ‘ntorn, a méter ensèma i só pensieri: a la fìn la s’è ricordada tut de la só tremenda situazion. Con che pòce forze che gera tornà, la provà ancor enbòt a nar vèrs el sportèl, per petàrse fòr; ma i l’a tegnìva fìs, e nó la podèst veder àuter che per n’àtimo ‘l posto selvàdec’ endo che i era dré a passar. L’à trat fòr ancor en zìc’; ma ‘l Nibbio, auzzàndo la manazza col fazòl, “via,” ‘l giâ dit, pù educà che ‘l podeva; “tasé, che l’è mèio per voi: nó volen fàrve del mal; ma se nó taséo, ve faren tàser noi.” “Lagiàme nar! Cì séo po' voi? Endo me portào po'? Perché po' m’éo zapà? Lagiàme nar, lagiàme nar!” “Nó ste a aver paura ve dìgi: nó séo mìgia na pòpa, e dovéo ciapìr che noi nó volen fàrve mal. Nó ‘l vedéo no che averòssen podèst mazzàrve zènto bòte, se avéssente bù brute intenzion? Sichè ste ìo calma.” “No, no, lagiàme nar per la me strada: mì nó ve cognossi no.” “Ve cognossén noi.” “Oh vèrzine santissima! come féo po' a cognósserme? Lagiàme nar, feme na ciarità. Cì séo po' voi? Perché po' méo zapà?” “Perché i ne l’à comandà.” “Cì po'? cì po'? cì èl po' che pòl avérvel comandà?” “Tasé!” el dis con na fazzada sèria ‘l Nibbio: “a noi nó se deve far de ste domande.” La Lucia l’à provà n’àuter bòt a petàrse fòr de cólp dal portèl; ma vedèndo che l’era inutile, l’à provà ‘ncor a ‘mpregiar; con la testa bassa, con le gòute mìzze de làgrime, con la ós che sanglotìva, con le man conzàde su dinanzi a la bócia la diseva: “oh! per l’amor de Dio e de la Vèrzine santìssima, lagiàme nar! Che mal v’àite fat po' mì? Son na pòra criatùra che nó la v’à fat engot. Chel che m’éo fat voi, ve ‘l perdoni con tut el còr; e pregerai el Sioredio per voi. Se geo ancia voiàutri na fiòla, na spósa, na mare, pensà chel che le patiròs, se le fus ente ste condizion. Ricordàve che tuti gen da morìr e che ‘n dì desidereréo ancia voi che ‘l Sioredio ‘l g’àbia misericòrdia. Lagiàme nar, lagiàme cì: ‘l Sioredio ‘l me farà trovar la me strada.” “Nó podén.” “Nó podéo? Oh Signore! Perché po' nó podéo? Endo voléo portàrme po'? Perché po'?...” “Nó podén: l’è inutile: nó ste a aver paura, che noi nó volén farve mal: ste chièta, e ‘nzun ve tocerà.” La Lucia sèmper pù angossàda e spaventada ‘ntel véder che le só parole nó le feva cólpo, l’à s’è fidada al Sioredio, che ‘l giâ l’autorità de tociàr el còr dei òumni e ‘l pòl, cando che ‘l vòl, endolzìr ancia chei pù duri. La s’è ‘ncuzzolada pù che la podèst entel cianton de la ciaròzza, l’à metù le man encrosade sul stómec’, e l’à pregià per en pezzòt con la ment; po' l’à tirà fòr la corona, l’à scomenzià a dir su ‘l rosari, con pù fede e con pù afèto che nó l’eva mai fat enfìn a alor en vita soa. Ogni tant, speràndo che calchedun g’avés misericòrdia de ela, la se voutava vèrs chei oumnazzi per empregiarli ancor, ma senza ciavar en ragn dal bus. Po' senza forze la se molàva zó come se la dormìs, per po' fàrse fòra e ‘nfrontar àutri tormenti. Ma ormai nó podén pù soportar de descrìver el só dolor: l’è massa tormentos e putòst concluden en prèssa sto viaz che l’è durà de pù che càter ore, e che dopo g’è sta ancor àutre ore de angossa. Adès né spostàn entel ciastèl endo che i spetàva la Lucia. A spetàrla l’era l’Inominà, con n’azitazion e na procupazion de chele e che de sòlit nó ‘l geva mai. L’era na ròba da nó créder! Chel’òm, che l’eva dezìso la sòrt de tante persone senza aver el minimo rimòrs, che ‘nte le só azion nó l’eva mai pensà al dolor che l’eva ciausà, a parte calche bòt che l’eva godèst a véder patìr i àutri, adès, entel pensar de méter le man su ca dona che nó ‘l cognosseva nancia, ca pòra contadìna, ge nideva ‘l voutastómec’ e scasi paura. Da na finestra àuta del só ciastèl l’oservava vèrs na gola zó ‘nla val. E a la fìn l’à vist arivar plan plan la ciaròzza perchè, dopo che i era partìdi ‘mprèssa, i ciavài i eva ruà la só forza. Ancia se da ‘ndo che ‘l vardava el, la ciaròzza la ‘mpareva ‘n ciaredèl, come chei che se dòpra per far matérie coi pòpi, i la cognossùda sùbit e la sentù ‘l còr che ‘l bateva pù fòrt. — Ge saràla? — l’à pensà sùbit; e ‘l pensava ‘ntra de el: — che rògna che l’è chesta! L’è mèio liberàrsen. — L’averòs volèst clamàr un dei só sèrvi e mandàrlo sùbit encontra a la ciaròzza e ordenàrge al Nibbio che ‘l se fermàs e ‘l dés de vòuta e che ‘l portàs ca putèla drìta al palàz de don Rodrigo. Però ‘nla só ment l’à sentù ‘n no dezìso e alor l’à cambià idea. Sicome ‘l geva spìzza de dar calche órden perchè nó ‘l soportava de restar ìo a spetar senza far engot, vedèndo la ciaròzza che se svizinàva plan planìn, ge pareva ‘n tradiment o che sàite mì, ‘n castìgo e l’à fat clamàr na vèzza sèrva. Sta feumna l’era nata ‘ntel stes ciastèl, fiòla de ‘n vècel custòde, e ìo l’eva passà tuta la só vita. Fin da cando che l’era pìzzola, chel che l’eva vìst e sentù i l’eva convìnta che l’autorità dei só padroni l’era vergot de grandios e tremendo. La lezion pù importante che l’eva ‘mparà da le istruzion e dai esèmpi l’era che ge voleva obedìr a lori ente calsìasi ròba perché i podéva far sia gran dani che gran benefìzi. El senso del dovér, che ‘n zènere giâ tuti, l’era cressù ‘ntel só còr ensèma a sentimenti de gran rispèt, de teror e de na ‘ngordìsia obediènta. Cando che l’Inominà l’era deventà ‘l padron e l’à scomenzià a doprar la só forza enten modo tremendo, ela d’imprinzìpi ge nidéva ‘l voutastómec’, e ‘ntel stes tèmp ancia ‘n sentiment de obediènza ancor pù fort. Col tèmp la s’era usada a véder e a sentìr tuti i sacrosanti dì el volér de chel spòtico del só padron, che per ela l’era na sòrt de zustìzia che nó se podeva evitar. Da zóvena, l’eva sposà ‘n servitor del ciastèl, che però pòc’ tèmp dopo l’era mòrt ente n’azion pericolosa e i l’à lagiada ìo védoa. La vendéta che ‘l só padron sùbit l’eva aplicà a cì che l’eva copà, la geva dat na spèzie de sodisfazion crudéle e la geva fat aumentar l’orgòi de sentìrse protézer da el. Da alor nó la neva mai fòr dal ciastèl, e col tèmp tut chel che la pensava del mondo el nidéva tut da chel pòsto. Nó l’è che la g’àves incombènze particolari, però en mèz a ca banda de slandróni, enbòt un e ‘nbòt n’àuter, i ge deva sèmper vergot da far, che però ela la calcolava come n’umiliazion che se ripeteva sèmper. A bòte ge tociava repezzàr sdràzze, àutre bòte la geva da parezzàr en past velòze per cì che tornava da na spedizion, àutre bòte ancor rencurar i ferìdi. I órdeni, le brontolàde e i ringraziamenti che la zapàva, de spès i era compagnàdi da coionadure e parolàzze. “Vècla” l’era ‘l soranòm che i ge deva de sòlit, e le zónte, che le cambiava conforma a le situazion de l’umor de cì che parlava, le pù tante bòte le era pròpri fadigose da soportar. E ela, seciada da tuti chei fastìdi e azitada per la rabia, che l’era doi ròbe che nó manciava mai entel só caràter, calche bòt la rispondeva con parole che le averòs fat deventar ros come na brasa ancia ‘l diàul, ancor de pù de chele de chei superbóni. “Vàrda ca ciaròzza zó ìo!” ‘l giâ dit el padron. “La védi,” giâ rispondù la vècla, spenzèndo inanazi ‘l barbizzòl a ponta, e uzzàndo i òcli sfondàdi, come se la provàs a spénzerli sui óri de le oclàre. “Fai parezzàr sùbit na ciaréta, monta su e fate portar a la Malanòt. Ma subitiènto; cògnes arivar prima de la ciaròzza, che l’è dré e nìr su come ‘l limòz. Entela ciaròzza g’è… o almen doròs èsserge… na putèla zóvena. Se la g’è, dìge al Nibbio, che te ‘l dìgi mì, de fàrla montar su ‘nla ciaréta e de nìr sùbit cì da mì. Tì ‘nveze rèsta ‘nla ciaréta ‘nsèma a ca putèla e cando che ariveréo cì, pòrtela ‘nla tó ciàmera. Se la te domanda ‘ndo che la pòrtes, cì che l’è ‘l padrón del ciastèl, vàrda stai atènta a nó…” “Oh!” dis la vècla. “Ma,” dis l’Inominà, “fàge coràzo.” “Che dìrge po'?” “Nó sas che dìrge no? Déves fàrge coràzo, te dìgi. Ses arivada a deventar enzì vècla, senza savér come che se ge fa coràzo a na criatura, cando che ge vòl! Tì nó às mai bù ‘n dolor sul còr no? Nó às mai bù paura no? Nó sas le parole da dir per far calmar enchei momenti ìo no? Dai, dìge de che parole ìo, dìge vergot, sacranón. Vai.” Partì la vècla, ‘l s’è fermà ‘n bel pèz a vardar fòr da la finestra con i òcli fissi vèrs la ciaròzza, che zà se la vedeva tant pù granda; po' l’à vardà ‘l sol, che ‘nte chel àtimo el neva zó drè al mont; l’à vardà le nùgole sparpaiade sora e che da grìse scasi de colp le è deventate rosse come ‘l fòc’. El s’è tirà dént, l’à serà la finestra e ‘l s’è metù a ciaminar inanzi e ‘ndré per la sala, col pas de ‘n viazadór asvèlto.
La vecchia era corsa a ubbidire e a comandare, con l’autorità di quel nome che, da chiunque fosse pronunziato in quel luogo, li faceva spicciar tutti; perchè a nessuno veniva in testa che ci fosse uno tanto ardito da servirsene falsamente. Si trovò infatti alla Malanotte un po’ prima che la carrozza ci arrivasse; e vistala venire, uscì di bussola, fece segno al cocchiere che fermasse, s’avvicinò allo sportello; e al Nibbio, che mise il capo fuori, riferì sottovoce gli ordini del padrone. Lucia, al fermarsi della carrozza, si scosse, e rinvenne da una specie di letargo. Si sentì da capo rimescolare il sangue, spalancò la bocca e gli occhi, e guardò. Il Nibbio s’era tirato indietro; e la vecchia, col mento sullo sportello, guardando Lucia, diceva: “venite, la mia giovine; venite, poverina; venite con me, che ho ordine di trattarvi bene e di farvi coraggio.” Al suono d’una voce di donna, la poverina provò un conforto, un coraggio momentaneo; ma ricadde subito in uno spavento più cupo. “Chi siete?” disse con voce tremante, fissando lo sguardo attonito in viso alla vecchia. “Venite, venite, poverina,” andava questa ripetendo. Il Nibbio e gli altri due, argomentando dalle parole e dalla voce così straordinariamente raddolcita di colei, quali fossero l’intenzioni del signore, cercavano di persuader con le buone l’oppressa a ubbidire. Ma lei seguitava a guardar fuori; e benchè il luogo selvaggio e sconosciuto, e la sicurezza de’ suoi guardiani non le lasciassero concepire speranza di soccorso, apriva non ostante la bocca per gridare; ma vedendo il Nibbio far gli occhiacci del fazzoletto, ritenne il grido, tremò, si storse, fu presa e messa nella bussola. Dopo, c’entrò la vecchia; il Nibbio disse ai due altri manigoldi che andassero dietro, e prese speditamente la salita, per accorrere ai comandi del padrone. “Chi siete?” domandava con ansietà Lucia al ceffo sconosciuto e deforme: “perchè son con voi? dove sono? dove mi conducete?” “Da chi vuol farvi del bene,” rispondeva la vecchia, “da un gran... Fortunati quelli a cui vuol far del bene! Buon per voi, buon per voi. Non abbiate paura, state allegra, chè m’ha comandato di farvi coraggio. Glielo direte, eh? che v’ho fatto coraggio?” “Chi è? perchè? che vuol da me? Io non son sua. Ditemi dove sono; lasciatemi andare; dite a costoro che mi lascino andare, che mi portino in qualche chiesa. Oh! voi che siete una donna, in nome di Maria Vergine...!” Quel nome santo e soave, già ripetuto con venerazione ne’ primi anni, e poi non più invocato per tanto tempo, nè forse sentito proferire, faceva nella mente della sciagurata che lo sentiva in quel momento, un’impressione confusa, strana, lenta, come la rimembranza della luce, in un vecchione accecato da bambino. Intanto l’innominato, ritto sulla porta del castello, guardava in giù; e vedeva la bussola venir passo passo, come prima la carrozza, e avanti, a una distanza che cresceva ogni momento, salir di corsa il Nibbio. Quando questo fu in cima, il signore gli accennò che lo seguisse; e andò con lui in una stanza del castello. “Ebbene?” disse, fermandosi lì. “Tutto a un puntino” rispose, inchinandosi, il Nibbio: “l’avviso a tempo, la donna a tempo, nessuno sul luogo, un urlo solo, nessuno comparso, il cocchiere pronto, i cavalli bravi, nessun incontro: ma...” “Ma che?” “Ma... dico il vero, che avrei avuto più piacere che l’ordine fosse stato di darle una schioppettata nella schiena, senza sentirla parlare, senza vederla in viso.” “Cosa? cosa? che vuoi tu dire?” “Voglio dire che tutto quel tempo, tutto quel tempo... M’ha fatto troppa compassione.” “Compassione! Che sai tu di compassione? Cos’è la compassione?” “Non l’ho mai capito così bene come questa volta: è una storia la compassione un poco come la paura: se uno la lascia prender possesso, non è più uomo.” “Sentiamo un poco come ha fatto costei per moverti a compassione.” “O signore illustrissimo! tanto tempo...! piangere, pregare, e far cert’occhi, e diventar bianca bianca come morta, e poi singhiozzare, e pregar di nuovo, e certe parole...” — Non la voglio in casa costei, — pensava intanto l’innominato. — Sono stato una bestia a impegnarmi; ma ho promesso, ho promesso. Quando sarà lontana... — E alzando la testa, in atto di comando, verso il Nibbio, “ora,” gli disse, “metti da parte la compassione: monta a cavallo, prendi un compagno, due se vuoi; e va’ di corsa a casa di quel don Rodrigo che tu sai. Digli che mandi... ma subito subito, perchè altrimenti...” Ma un altro no interno più imperioso del primo gli proibì di finire. “No,” disse con voce risoluta, quasi per esprimere a sè stesso il comando di quella voce segreta, “no: va’ a riposarti; e domattina... farai quello che ti dirò!” — Un qualche demonio ha costei dalla sua, - pensava poi, rimasto solo, ritto, con le braccia incrociate sul petto, e con lo sguardo immobile sur una parte del pavimento, dove il raggio della luna, entrando da una finestra alta, disegnava un quadrato di luce pallida, tagliata a scacchi dalle grosse inferriate, e intagliata più minutamente dai piccoli compartimenti delle vetriate. Un qualche demonio, o.... un qualche angelo che la protegge.... Compassione al Nibbio!... Domattina, domattina di buon’ora, fuor di qui costei; al suo destino, e non se ne parli più, e, — proseguiva tra sè, con quell’animo con cui si comanda a un ragazzo indocile, sapendo che non ubbidirà — e non ci si pensi più. Quell’animale di don Rodrigo non mi venga a romper la testa con ringraziamenti; che... non voglio più sentir parlar di costei. L’ho servito perchè.... perchè ho promesso: e ho promesso perchè.... è il mio destino. Ma voglio che me lo paghi bene questo servizio, colui. Vediamo un poco... — E voleva almanaccare cosa avrebbe potuto richiedergli di scabroso per compenso, e quasi per pena; ma gli si attraversaron di nuovo alla mente quelle parole: compassione al Nibbio! — Come può aver fatto costei? - continuava, strascinato da quel pensiero. — Voglio vederla.... Eh! no.... Sì, voglio vederla. E d’una stanza in un’altra, trovò una scaletta, e su a tastone, andò alla camera della vecchia, e picchiò all’uscio con un calcio. “Chi è?” “Apri.” A quella voce, la vecchia fece tre salti; e subito si sentì scorrere il paletto negli anelli, e l’uscio si spalancò. L’innominato, dalla soglia, diede un’occhiata in giro; e, al lume d’una lucerna che ardeva sur un tavolino, vide Lucia rannicchiata in terra, nel canto il più lontano dall’uscio. “Chi t’ha detto che tu la buttassi là come un sacco di cenci, sciagurata?” disse alla vecchia, con un cipiglio iracondo. “S’è messa dove le è piaciuto,” rispose umilmente colei: “io ho fatto di tutto per farle coraggio: lo può dire anche lei; ma non c’è stato verso.” “Alzatevi,” disse l’innominato a Lucia, andandole vicino. Ma Lucia, a cui il picchiare, l’aprire, il comparir di quell’uomo, le sue parole, avevan messo un nuovo spavento nell’animo spaventato, stava più che mai raggomitolata nel cantuccio, col viso nascosto tra le mani, e non movendosi, se non che tremava tutta. “Alzatevi, chè non voglio farvi del male.... e posso farvi del bene,” ripetè il signore.... “Alzatevi!” tonò poi quella voce, sdegnata d’aver due volte comandato invano. Come rinvigorita dallo spavento, l’infelicissima si rizzò subito inginocchioni; e giungendo le mani, come avrebbe fatto davanti a un’immagine, alzò gli occhi in viso all’innominato, e riabbassandoli subito, disse: “son qui: m’ammazzi.” “V’ho detto che non voglio farvi del male,” rispose, con voce mitigata, l’innominato, fissando quel viso turbato dall’accoramento e dal terrore. “Coraggio, coraggio,” diceva la vecchia: “se ve lo dice lui, che non vuol farvi del male...” “E perchè,” riprese Lucia con una voce, in cui, col tremito della paura, si sentiva una certa sicurezza dell’indegnazione disperata, “perchè mi fa patire le pene dell’inferno? Cosa le ho fatto io?...” “V’hanno forse maltrattata? Parlate.” “Oh maltrattata! M’hanno presa a tradimento, per forza! perchè? perchè m’hanno presa? perchè son qui? dove sono? Sono una povera creatura: cosa le ho fatto? In nome di Dio...” “Dio, Dio,” interruppe l’innominato: “sempre Dio: coloro che non possono difendersi da sè, che non hanno la forza, sempre han questo Dio da mettere in campo, come se gli avessero parlato. Cosa pretendete con codesta vostra parola? Di farmi...?” e lasciò la frase a mezzo. “Oh Signore! pretendere! Cosa posso pretendere io meschina, se non che lei mi usi misericordia? Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia! Mi lasci andare; per carità mi lasci andare! Non torna conto a uno che un giorno deve morire di far patir tanto una povera creatura. Oh! lei che può comandare, dica che mi lascino andare! M’hanno portata qui per forza. Mi mandi con questa donna a ***, dov’è mia madre. Oh Vergine santissima! mia madre! mia madre, per carità, mia madre! Forse non è lontana di qui.... ho veduto i miei monti! Perchè lei mi fa patire? Mi faccia condurre in una chiesa. Pregherò per lei, tutta la mia vita. Cosa le costa dire una parola? Oh ecco! vedo che si move a compassione: dica una parola, la dica. Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia! ” — Oh perchè non è figlia d’uno di que’ cani che m’hanno bandito! — pensava l’innominato: — d’uno di que’ vili che mi vorrebbero morto! che ora godrei di questo suo strillare; e in vece... — “Non iscacci una buona ispirazione!” proseguiva fervidamente Lucia, rianimata dal vedere una cert’aria d’esitazione nel viso e nel contegno del suo tiranno. “Se lei non mi fa questa carità, me la farà il Signore: mi farà morire, e per me sarà finita; ma lei!... Forse un giorno anche lei... Ma no, no; pregherò sempre io il Signore che la preservi da ogni male. Cosa le costa dire una parola? Se provasse lei a patir queste pene...! ” “Via, fatevi coraggio,” interruppe l’innominato, con una dolcezza che fece strasecolar la vecchia. “V’ho fatto nessun male? V’ho minacciata?” “Oh no! Vedo che lei ha buon cuore, e che sente pietà di questa povera creatura. Se lei volesse, potrebbe farmi paura più di tutti gli altri, potrebbe farmi morire; e in vece mi ha... un po’ allargato il cuore. Dio gliene renderà merito. Compisca l’opera di misericordia: mi liberi, mi liberi.” “Domattina...” “Oh mi liberi ora, subito...” “Domattina ci rivedremo, vi dico. Via, intanto fatevi coraggio. Riposate. Dovete aver bisogno di mangiare. Ora ve ne porteranno.” “No, no; io moio se alcuno entra qui: io moio. Mi conduca lei in chiesa... que’ passi Dio glieli conterà.” “Verrà una donna a portarvi da mangiare,” disse l’innominato; e dettolo, rimase stupito anche lui che gli fosse venuto in mente un tal ripiego, e che gli fosse nato il bisogno di cercarne uno, per rassicurare una donnicciola. “E tu,” riprese poi subito, voltandosi alla vecchia, “falle coraggio che mangi; mettila a dormire in questo letto: e se ti vuole in compagnia, bene; altrimenti, tu puoi ben dormire una notte in terra. Falle coraggio, ti dico; tienla allegra. E che non abbia a lamentarsi di te!” Così detto, si mosse rapidamente verso l’uscio. Lucia s’alzò e corse per trattenerlo, e rinnovare la sua preghiera; ma era sparito. “Oh povera me! Chiudete, chiudete subito.” E sentito ch’ebbe accostare i battenti e scorrere il paletto, tornò a rannicchiarsi nel suo cantuccio. “Oh povera me!” esclamò di nuovo singhiozzando: “chi pregherò ora? Dove sono? Ditemi voi, ditemi per carità, chi è quel signore... quello che m’ha parlato?” “Chi è, eh? chi è? Volete ch’io ve lo dica. Aspetta ch’io te lo dica. Perchè vi protegge, avete messo su superbia; e volete esser soddisfatta voi, e farne andar di mezzo me. Domandatene a lui. S’io vi contentassi anche in questo, non mi toccherebbe di quelle buone parole che avete sentite voi.” — Io son vecchia, son vecchia, — continuò, mormorando tra i denti. — Maledette le giovani, che fanno bel vedere a piangere e a ridere, e hanno sempre ragione. — Ma sentendo Lucia singhiozzare, e tornandole minaccioso alla mente il comando del padrone, si chinò verso la povera rincantucciata, e, con voce raddolcita, riprese: “via, non v’ho detto niente di male: state allegra. Non mi domandate di quelle cose che non vi posso dire; e del resto, state di buon animo. Oh se sapeste quanta gente sarebbe contenta di sentirlo parlare come ha parlato a voi! State allegra, che or ora verrà da mangiare; e io che capisco.... nella maniera che v’ha parlato, ci sarà della roba buona. E poi anderete a letto, e.... mi lascerete un cantuccino anche a me, spero,” soggiunse, con una voce, suo malgrado, stizzosa. “Non voglio mangiare, non voglio dormire. Lasciatemi stare; non v’accostate; non partite di qui!” “No, no, via,” disse la vecchia, ritirandosi, e mettendosi a sedere sur una seggiolaccia, donde dava alla poverina certe occhiate di terrore e d’astio insieme; e poi guardava il suo covo, rodendosi d’esserne forse esclusa per tutta la notte, e brontolando contro il freddo. Ma si rallegrava col pensiero della cena, e con la speranza che ce ne sarebbe anche per lei. Lucia non s’avvedeva del freddo, non sentiva la fame, e come sbalordita, non aveva de’ suoi dolori, de’ suoi terrori stessi, che un sentimento confuso, simile all’immagini sognate da un febbricitante. Si riscosse quando sentì picchiare; e, alzando la faccia atterrita, gridò: “chi è? chi è? Non venga nessuno!” “Nulla, nulla; buone nuove,” disse la vecchia: “è Marta che porta da mangiare.” “Chiudete, chiudete!” gridava Lucia. “Ih! subito, subito,” rispondeva la vecchia; e presa una paniera dalle mani di quella Marta, la mandò via, richiuse, e venne a posar la paniera sur una tavola nel mezzo della camera. Invitò poi più volte Lucia che venisse a goder di quella buona roba. Adoprava le parole più efficaci, secondo lei, a mettere appetito alla poverina, prorompeva in esclamazioni sulla squisitezza de’ cibi: “di que’ bocconi che, quando le persone come noi possono arrivare a assaggiarne, se ne ricordan per un pezzo! Del vino che beve il padrone co’ suoi amici.... quando capita qualcheduno di quelli...! e vogliono stare allegri! Ehm!” Ma vedendo che tutti gl’incanti riuscivano inutili, “siete voi che non volete,” disse. “Non istate poi a dirgli domani ch’io non v’ho fatto coraggio. Mangerò io; e ne resterà più che abbastanza per voi, per quando metterete giudizio, e vorrete ubbidire.” Così detto, si mise a mangiare avidamente. Saziata che fu, s’alzò, andò verso il cantuccio, e, chinandosi sopra Lucia, l’invitò di nuovo a mangiare, per andar poi a letto. “No, no, non voglio nulla,” rispose questa, con voce fiacca e come sonnolenta. Poi, con più risolutezza, riprese: “è serrato l’uscio? è serrato bene?” E dopo aver guardato in giro per la camera, s’alzò, e, con le mani avanti, con passo sospettoso, andava verso quella parte. La vecchia ci corse prima di lei, stese la mano al paletto, lo scosse, e disse: “sentite? vedete? è serrato bene? siete contenta ora?” “Oh contenta! contenta io qui!” disse Lucia, rimettendosi di nuovo nel suo cantuccio. “Ma il Signore lo sa che ci sono!” “Venite a letto: cosa volete far lì, accucciata come un cane? S’è mai visto rifiutare i comodi, quando si possono avere?” “No, no; lasciatemi stare.” “Siete voi che lo volete. Ecco, io vi lascio il posto buono: mi metto sulla sponda; starò incomoda per voi. Se volete venire a letto, sapete come avete a fare. Ricordatevi che v’ho pregata più volte.” Così dicendo, si cacciò sotto vestita; e tutto tacque. Lucia stava immobile in quel cantuccio, tutta in un gomitolo, con le ginocchia alzate, con le mani appoggiate sulle ginocchia, e col viso nascosto nelle mani. Non era il suo nè sonno nè veglia, ma una rapida successione, una torbida vicenda di pensieri, d’immaginazioni, di spaventi. Ora, più presente a sè stessa, e rammentandosi più distintamente gli orrori veduti e sofferti in quella giornata, s’applicava dolorosamente alle circostanze dell’oscura e formidabile realtà in cui si trovava avviluppata; ora la mente, trasportata in una regione ancor più oscura, si dibatteva contro i fantasmi nati dall’incertezza e dal terrore. Stette un pezzo in quest’angoscia; alfine, più che mai stanca e abbattuta, stese le membra intormentite, si sdraiò, o cadde sdraiata, e rimase alquanto in uno stato più somigliante a un sonno vero. Ma tutt’a un tratto si risentì, come a una chiamata interna, e provò il bisogno di risentirsi interamente, di riaver tutto il suo pensiero, di conoscere dove fosse, come, perchè. Tese l’orecchio a un suono: era il russare lento, arrantolato della vecchia; spalancò gli occhi, e vide un chiarore fioco apparire e sparire a vicenda: era il lucignolo della lucerna, che, vicino a spegnersi, scoccava una luce tremola, e subito la ritirava, per dir così, indietro, come è il venire e l’andare dell’onda sulla riva: e quella luce, fuggendo dagli oggetti, prima che prendessero da essa rilievo e colore distinto, non rappresentava allo sguardo che una successione di guazzabugli. Ma ben presto le recenti impressioni, ricomparendo nella mente, l’aiutarono a distinguere ciò che appariva confuso al senso. L’infelice risvegliata riconobbe la sua prigione: tutte le memorie dell’orribil giornata trascorsa, tutti i terrori dell’avvenire, l’assalirono in una volta: quella nuova quiete stessa dopo tante agitazioni, quella specie di riposo, quell’abbandono in cui era lasciata, le facevano un nuovo spavento: e fu vinta da un tale affanno, che desiderò di morire. Ma in quel momento, si rammentò che poteva almen pregare, e insieme con quel pensiero, le spuntò in cuore come un’improvvisa speranza. Prese di nuovo la sua corona, e ricominciò a dire il rosario; e, di mano in mano che la preghiera usciva dal suo labbro tremante, il cuore sentiva crescere una fiducia indeterminata. Tutt’a un tratto, le passò per la mente un altro pensiero: che la sua orazione sarebbe stata più accetta e più certamente esaudita, quando, nella sua desolazione, facesse anche qualche offerta. Si ricordò di quello che aveva di più caro, o che di più caro aveva avuto; giacchè, in quel momento, l’animo suo non poteva sentire altra affezione che di spavento, nè concepire altro desiderio che della liberazione; se ne ricordò, e risolvette subito di farne un sacrifizio. S’alzò, e si mise in ginocchio, e tenendo giunte al petto le mani, dalle quali pendeva la corona, alzò il viso e le pupille al cielo, e disse: “o Vergine santissima! Voi, a cui mi sono raccomandata tante volte, e che tante volte m’avete consolata, voi che avete patito tanti dolori, e siete ora tanto gloriosa, e avete fatti tanti miracoli per i poveri tribolati; aiutatemi! fatemi uscire da questo pericolo, fatemi tornar salva con mia madre, o Madre del Signore; e fo voto a voi di rimaner vergine; rinunzio per sempre a quel mio poveretto, per non esser mai d’altri che vostra.” Proferite queste parole, abbassò la testa, e si mise la corona intorno al collo, quasi come un segno di consacrazione, e una salvaguardia a un tempo, come un’armatura della nuova milizia a cui s’era ascritta. Rimessasi a sedere in terra, sentì entrar nell’animo una certa tranquillità, una più larga fiducia. Le venne in mente quel domattina ripetuto dallo sconosciuto potente, e le parve di sentire in quella parola una promessa di salvazione. I sensi affaticati da tanta guerra s’assopirono a poco a poco in quell’acquietamento di pensieri; e finalmente, già vicino a giorno, col nome della sua protettrice tronco tra le labbra, Lucia s’addormentò d’un sonno perfetto e continuo. Ma c’era qualchedun altro in quello stesso castello, che avrebbe voluto fare altrettanto, e non potè mai. Partito, o quasi scappato da Lucia, dato l’ordine per la cena di lei, fatta una consueta visita a certi posti del castello, sempre con quell’immagine viva nella mente, e con quelle parole risonanti all’orecchio, il signore s’era andato a cacciare in camera, s’era chiuso dentro in fretta e in furia, come se avesse avuto a trincerarsi contro una squadra di nemici; e spogliatosi, pure in furia, era andato a letto. Ma quell’immagine, più che mai presente, parve che in quel momento gli dicesse: tu non dormirai. — Che sciocca curiosità da donnicciola, — pensava, — m’è venuta di vederla? Ha ragione quel bestione del Nibbio; uno non è più uomo; è vero, non è più uomo!... Io?... io non son più uomo, io? Cos’è stato? che diavolo m’è venuto addosso? che c’è di nuovo? Non lo sapevo io prima d’ora, che le donne strillano? Strillano anche gli uomini alle volte, quando non si possono rivoltare. Che diavolo! non ho mai sentito belar donne? E qui, senza che s’affaticasse molto a rintracciare nella memoria, la memoria da sè gli rappresentò più d’un caso in cui nè preghi nè lamenti non l’avevano punto smosso dal compire le sue risoluzioni. Ma la rimembranza di tali imprese, non che gli ridonasse la fermezza, che già gli mancava, di compir questa; non che spegnesse nell’animo quella molesta pietà; vi destava invece una specie di terrore, una non so qual rabbia di pentimento. Di maniera che gli parve un sollievo il tornare a quella prima immagine di Lucia, contro la quale aveva cercato di rinfrancare il suo coraggio. — È viva costei, — pensava, — è qui; sono a tempo; le posso dire: andate, rallegratevi; posso veder quel viso cambiarsi, le posso anche dire: perdonatemi.... Perdonatemi? io domandar perdono? a una donna? io...! Ah, eppure! se una parola, una parola tale mi potesse far bene, levarmi d’addosso un po’ di questa diavoleria, la direi; eh! sento che la direi. A che cosa son ridotto! Non son più uomo, non son più uomo!... Via! — disse, poi, rivoltandosi arrabbiatamente nel letto divenuto duro duro, sotto le coperte divenute pesanti pesanti: — via! sono sciocchezze che mi son passate per la testa altre volte. Passerà anche questa. — E per farla passare, andò cercando col pensiero qualche cosa importante, qualcheduna di quelle che solevano occuparlo fortemente, onde applicarvelo tutto; ma non ne trovò nessuna. Tutto gli appariva cambiato: ciò che altre volte stimolava più fortemente i suoi desidèri, ora non aveva più nulla di desiderabile: la passione, come un cavallo divenuto tutt’a un tratto restìo per un’ombra, non voleva più andare avanti. Pensando all’imprese avviate e non finite, in vece d’animarsi al compimento, in vece d’irritarsi degli ostacoli (chè l’ira in quel momento gli sarebbe parsa soave), sentiva una tristezza, quasi uno spavento de’ passi già fatti. Il tempo gli s’affacciò davanti voto d’ogni intento, d’ogni occupazione, d’ogni volere, pieno soltanto di memorie intollerabili; tutte l’ore somiglianti a quella che gli passava così lenta, così pesante sul capo. Si schierava nella fantasia tutti i suoi malandrini, e non trovava da comandare a nessuno di loro una cosa che gl’importasse; anzi l’idea di rivederli, di trovarsi tra loro, era un nuovo peso, un’idea di schifo e d’impiccio. E se volle trovare un’occupazione per l’indomani, un’opera fattibile, dovette pensare che all’indomani poteva lasciare in libertà quella poverina. — La libererò, sì; appena spunta il giorno, correrò da lei, e le dirò: andate, andate. La farò accompagnare... E la promessa? e l’impegno? e don Rodrigo?... Chi è don Rodrigo? — A guisa di chi è colto da una interrogazione inaspettata e imbarazzante d’un superiore, l’innominato pensò subito a rispondere a questa che s’era fatta lui stesso, o piuttosto quel nuovo lui, che cresciuto terribilmente a un tratto, sorgeva come a giudicare l’antico. Andava dunque cercando le ragioni per cui, prima quasi d’esser pregato, s’era potuto risolvere a prender l’impegno di far tanto patire, senz’odio, senza timore, un’infelice sconosciuta, per servire colui; ma, non che riuscisse a trovar ragioni che in quel momento gli paressero buone a scusare il fatto, non sapeva quasi spiegare a sè stesso come ci si fosse indotto. Quel volere, piuttosto che una deliberazione, era stato un movimento istantaneo dell’animo ubbidiente a sentimenti antichi, abituali, una conseguenza di mille fatti antecedenti; e il tormentato esaminator di sè stesso, per rendersi ragione d’un sol fatto, si trovò ingolfato nell’esame di tutta la sua vita. Indietro, indietro, d’anno in anno, d’impegno in impegno, di sangue in sangue, di scelleratezza in scelleratezza: ognuna ricompariva all’animo consapevole e nuovo, separata da’ sentimenti che l’avevan fatta volere e commettere; ricompariva con una mostruosità che que’ sentimenti non avevano allora lasciato scorgere in essa. Eran tutte sue, eran lui: l’orrore di questo pensiero, rinascente a ognuna di quell’immagini, attaccato a tutte, crebbe fino alla disperazione. S’alzò in furia a sedere, gettò in furia le mani alla parete accanto al letto, afferrò una pistola, la staccò, e... al momento di finire una vita divenuta insopportabile, il suo pensiero sorpreso da un terrore, da un’inquietudine, per dir così, superstite, si slanciò nel tempo che pure continuerebbe a scorrere dopo la sua fine. S’immaginava con raccapriccio il suo cadavere sformato, immobile, in balìa del più vile sopravvissuto; la sorpresa, la confusione nel castello, il giorno dopo: ogni cosa sottosopra; lui, senza forza, senza voce, buttato chi sa dove. Immaginava i discorsi che se ne sarebber fatti lì, d’intorno, lontano; la gioia de’ suoi nemici. Anche le tenebre, anche il silenzio, gli facevan veder nella morte qualcosa di più tristo, di spaventevole; gli pareva che non avrebbe esitato, se fosse stato di giorno, all’aperto, in faccia alla gente: buttarsi in un fiume e sparire. E assorto in queste contemplazioni tormentose, andava alzando e riabbassando, con una forza convulsiva del pollice, il cane della pistola; quando gli balenò in mente un altro pensiero. — Se quell’altra vita di cui m’hanno parlato quand’ero ragazzo, di cui parlano sempre, come se fosse cosa sicura; se quella vita non c’è; se è un’invenzione de’ preti; che fo io? perchè morire? cos’importa quello che ho fatto? cos’importa? è una pazzia la mia... E se c’è quest’altra vita...! — A un tal dubbio, a un tal rischio, gli venne addosso una disperazione più nera, più grave, dalla quale non si poteva fuggire, neppur con la morte. Lasciò cader l’arme, e stava con le mani ne’ capelli, battendo i denti, tremando. Tutt’a un tratto, gli tornarono in mente parole che aveva sentite e risentite, poche ore prima: — Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia! — E non gli tornavan già con quell’accento d’umile preghiera, con cui erano state proferite; ma con un suono pieno d’autorità, e che insieme induceva una lontana speranza. Fu quello un momento di sollievo: levò le mani dalle tempie, e, in un’attitudine più composta, fissò gli occhi della mente in colei da cui aveva sentite quelle parole; e la vedeva, non come la sua prigioniera, non come una supplichevole, ma in atto di chi dispensa grazie e consolazioni. Aspettava ansiosamente il giorno, per correre a liberarla, a sentire dalla bocca di lei altre parole di refrigerio e di vita; s’immaginava di condurla lui stesso alla madre. — E poi? che farò domani, il resto della giornata? che farò doman l’altro? che farò dopo doman l’altro? E la notte? la notte, che tornerà tra dodici ore! Oh la notte! no, no, la notte! — E ricaduto nel vòto penoso dell’avvenire, cercava indarno un impiego del tempo, una maniera di passare i giorni, le notti. Ora si proponeva d’abbandonare il castello, e d’andarsene in paesi lontani, dove nessun lo conoscesse, neppur di nome; ma sentiva che lui, lui sarebbe sempre con sè: ora gli rinasceva una fosca speranza di ripigliar l’animo antico, le antiche voglie; e che quello fosse come un delirio passeggiero; ora temeva il giorno, che doveva farlo vedere a’ suoi così miserabilmente mutato; ora lo sospirava, come se dovesse portar la luce anche ne’ suoi pensieri. Ed ecco, appunto sull’albeggiare, pochi momenti dopo che Lucia s’era addormentata, ecco che, stando così immoto a sedere, sentì arrivarsi all’orecchio come un’onda di suono non bene espresso, ma che pure aveva non so che d’allegro. Stette attento, e riconobbe uno scampanare a festa lontano; e dopo qualche momento, sentì anche l’eco del monte, che ogni tanto ripeteva languidamente il concento, e si confondeva con esso. Di lì a poco, sente un altro scampanìo più vicino, anche quello a festa; poi un altro. — Che allegria c’è? cos’hanno di bello tutti costoro? — Saltò fuori da quel covile di pruni; e vestitosi a mezzo, corse a aprire una finestra, e guardò. Le montagne eran mezze velate di nebbia; il cielo, piuttosto che nuvoloso, era tutto una nuvola cenerognola; ma, al chiarore che pure andava a poco a poco crescendo, si distingueva, nella strada in fondo alla valle, gente che passava, altra che usciva dalle case, e s’avviava, tutti dalla stessa parte, verso lo sbocco, a destra del castello, tutti col vestito delle feste, e con un’alacrità straordinaria. — Che diavolo hanno costoro? che c’è d’allegro in questo maledetto paese? dove va tutta quella canaglia? — E data una voce a un bravo fidato che dormiva in una stanza accanto, gli domandò qual fosse la cagione di quel movimento. Quello, che ne sapeva quanto lui, rispose che anderebbe subito a informarsene. Il signore rimase appoggiato alla finestra, tutto intento al mobile spettacolo. Erano uomini, donne, fanciulli, a brigate, a coppie, soli; uno, raggiungendo chi gli era avanti, s’accompagnava con lui; un altro, uscendo di casa, s’univa col primo che rintoppasse; e andavano insieme, come amici a un viaggio convenuto. Gli atti indicavano manifestamente una fretta e una gioia comune; e quel rimbombo non accordato ma consentaneo delle varie campane, quali più, quali meno vicine, pareva, per dir così, la voce di que’ gesti, e il supplimento delle parole che non potevano arrivar lassù. Guardava, guardava; e gli cresceva in cuore una più che curiosità di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a tanta gente diversa.
La vècla l’era córsa a ubidìr e a comandar, a nòm de chel’òm che, da calunque ‘l fus prononzià ente chel ciastèl, i li feva rigiar drit tuti; ancia perché a ‘nzun ge saròs nù ‘n ment un tanto corazós da dopràrlo enten modo sbaglià. Difati la s’è giatàda a la Malanòt prima che arivàs la ciaròzza; visto che la nideva, l’è desmontada da la ciaréta, la giâ fat ségn al cùcer che ‘l se fermàs, la s’è svizinada al portèl, e al Nibbio, che l’eva metù la testa fòr, la giâ riferì i órdeni del padron. La Lucia, al fermàrse de la ciaròzza, la s’è fata fòr e la s’è desdromenzada da na spezie de sonèra. L’à sentù ‘ncor el sanc che boìva, l’à spalancà la bócia e i òcli e l’à vardà. El Nibbio ‘l s’era tirà dént; e la vècla, col barbizzòl sul portèl vardàndo la Lucia la diseva: “Nidé, nidé, pòpa; nidé poréta; nidè con mì, che giâi órden de tratàrve ben e de fàrve ànem.” A sentìr la ós de na feumna, ca pòra laóra la s’è sentùda consolada, g’è nù ‘n pòc’ de coràzo, almen per en pòc’; però sùbit dopo l’èra ancor pù spaventada. “Cì seo po'?” l’à domandà con la ós tremolènta, vardàndo fìs el mus de la vècla. “Nidé, nidé, poréta vèh,” la seghitava a dìrge chesta. El Nibbio e i àutri doi, da le parole e da chel tòno ‘nzì calmo che da ca dòna nó i eva mai sentù, emmazinàndose le intenzion del padron, i provava ancia lori a convìnzer la pòra putèla a ubidìr. Ma la Lucia la seghitava a vardàr fòra senza mòverse. Ancia se ‘l pòsto l’era fòr de man e furèst e la presènza de che guardie le g’àves fat ciapìr che nó l’averòs bù speranza de èsser aiutada, la tentava de urlar. Però, vedèndo che ‘l Nibbio ‘l ge feva òclàzzi mossàndoge ‘l fazzòl, l’à trategnù ‘l zìc’ e, spaventada, la s’è ziràda, ma i l’à brancàda e ficiada dént a la portantìna e dré è nà ént ancia la vècla. El Nibbio l’à ordenà ai àutri doi de nàrge dré e ‘mprèssa l’à comenzià a nar su, per córer dal padron. “Cì seo po'?” l’à domandava ansiósa la Lucia a chel musàz che nó la cognosséva e desfigurà: “perché po' son cì con voi? endo sónte po'? endo me portào po'?” “Da cì che vòl fàrve del ben,” ge rispondeva la vècla, “da ‘n grant… fortunàdi chei che ‘l vòl fàrge del ben! Mèio per voi, mèio per voi. Nó sté a aver paura, sté alégra, ché ‘l m’à comandà de fàrve coràzo. Ge ‘l diréo ben, no? che v’ài fat coràzo?” “Cì èl po'? perché po'? che vòlel po' da mì? Mì nó son mìgia soa no. Diséme ‘ndo che son; lagiàme nar; disége a chesti che i me làgia nar, che i me portia entena calche glésia. Oh! voi che séo na feumna, en nòm de Maria Vèrzine…!” Chel santo nòm e bèl, che era sta prononzià con gran rispèt entei primi ani de la só vita, e po' desmentegià per tant tèmp, forse nancia pù prononzià, el ge feva nìr en ment a ca pòra dòna che i lo sentìva ente chel moment, n’impression confusa, particolare, calma, scasi come ‘l recòrt de la luze de ‘n vècel che, da pòpo, era deventà òrbo. Entant l’inominà, drìt su la porta del ciastèl, el vardava ‘n zó, e ‘l vedéva la portantìna nìr su plan plan, come prima la ciaròzza, e davanti, a na distanza che la cresséva ogni moment, el Nibbio che nideva su de corsa. Cando che chesto l’è arivà su ‘nzìma, ‘l sior el giâ fat ségn de nàrge dré; e l’è nà con el enla sala del ciastél. “E alor?” el dis fermàndose ìo. “Tut benón” giâ respondù, fasèndoge n’inchino ‘l Nibbio: “l’avìso al momento zùst, la putèla al momento zùst, enzun ìo ‘ntorna, l’à trat sol en zìc’, nancia un che se sia fat véder, el cùcer l’era pronto, i ciavai bravi, nó en encontrà ‘nzuni: però…” “Però che po'?” “Però… ve dìgi la verità, che averòssi bù pù piazér che l’órden fus sta de tiràrge na szopetada ‘nla s-cena, senza sentìrla parlar, senza véderla ‘ntel mus. ” “Che? Che? Che voròstus dir po'?” “Vòi dir che tut chel tèmp, tut chel tèmp… La m’à fat massa compassión.” “Compassión! Che sas po' tì de compassión? Che èl po' la compassión?” “Nó l’ài mai ciapì ‘nzì ben come sto bòt: la compassión l’è na ròba come la paura: se calchedun el se lagia vénzer, nó l’è pù n’òm no.” “Ma sentìnte mò come che l’à fat chesta a fàrte ‘nzì pecià.” “O lustrìssim! tant tèmp…! Plànzer, pregiar, e zèrti òcli, e deventar biancia come na sdràzza, e po' sanglotìr, e pregiar de nòu, e zèrte parole…” — Mì chesta nó la vòi en ciasa no, — ‘l pensava ‘ntant l’inominà. — Son sta na bestia a ‘mpegolàrme; ma l’ài emprometù, ài emprometù. Cando che la sarà lontana... — E auzzàndo la testa, con n’ato de comando, vèrs el Nibbio, “adès,” el giâ dit, “meti da na banda la compassión: monta sul ciaval, tòte ‘n sòzi, o doi se vòs; e vai de corsa a ciasa de chel don Rodrigo che tì sas. Dìge che ‘l màndia... ma subitiènto, perchè se no...” Ma n’àuter no ‘ntrà de el, e pù spòtico del prìm el giâ proebì de ruar. “No,” ‘l dis con la ós dezìsa, scasi per dàrsel a el chel comando de la só cossiènza, “no: vai a poussàr; e doman matìna… faràstus chel che te dìgi mì!” — Chesta la deve avér en calche demòni da la sóa, — el pensava, dopo che l’era restà ìo da só pòsta, drìt en pè, con i brazzi ‘ncrosadi sul stómec’, e vardàndo fìs su na part del paviment, endo che na spirèla de luna, che nideva dént da la finestra àuta, la disegnava ‘n càder de luze pù smòrta taiada a scachi de le ‘nferiade e taiada fòr pù menùda dai tocéti de le vedriade. En calche demònio, o… ‘n calche ànzol che la protéz… Compassión al Nibbio!... Doman matina, doman bonora, chesta cì, fòr da sta ciasa; che la vàgia al só destìn, e nó se ‘n pàrlia pù, e, — ‘l pensava ancor, con chel spìrit de cì che prova a dàrge n’órden a ‘n putèl ribèle, convìnto che nó l’ubidirà: — e nó se ge pénsia pù. Chel’embezìle de don Rodrigo nó ‘l vègnia pù a destraviàrme coi só ringraziamenti; nó vòi pù sentìr parlar de chela ìo. L’ài aiutà perché… perché giâi dat la me parola, e l’ài fat perché… l’è ‘l me destìn. Però vòi èsser pagià, e ben, per sto piazér che ge fon. Vederén ben po'… — E ‘l se strolegiava a pensar chel che ‘l podeva domandàrge de spinós per pagiamént, scasi per penitènza; ma ge tornà ‘n ment de nòu che parole: compassion al Nibbio! — Come pòdela aver fat po' chela ìo? — el seghitava a pensar, zapà da chel pensier. — Vòi véderla… Eh! no... Sì, vòi pròpri véderla. E da na sala a l’àutra, l’à trovà na s-cialéta, passà su a tastón, l’è nà a la ciàmera de la vècla, e l’à batù con na peàda su l’us. “Cì èl po'?” “Davèrzi.” A sentìr ca ós, la vècla l’à fat trei sàuti; e sùbit s’è sentù córer el palét entei anèi, e l’us el s’è spalancà. L’inominà, da la sòlia, l’à dat n’oclada ‘n ziro; e a la lum de na lantèrna che l’ardéva su ‘nten taulìn, l’à vìst la Lucia ‘ncuzzolada per tèra, ‘ntel ciantón pù lontan da la porta. “Cì èl sta po' a dìrte de petàrla ìo come ‘n sac’ de sdrazze, maledéta?” ‘l dis a la vècla, con na fazza rabiosa. “Là s’è metùda ‘ndo che ge plaséva a ela,” l’à rispondù con umiltà la vècla: “mì ài fat de de tut per fàrge coràzo: la pòl dìrlo ancia ela; ma nó g’è sta vèrs.” “Levà su,” dis l’inominà a la Lucia, nàndoge vizìn. Ma a la Lucia, che a sentìr bàter su l’us, davèrzerge e véder chel’òm, sentìr le só parole, gera nù n’àuter spavènt che nó l’era zà spaventada assà, l’era ìo ferma encuzzolón entel ciantón, col mus scondù tra le man, e ferma come na statua, se non che la tremolava come na fòia. “Nidé su ‘n pè, che nó vòi fàrve del mal… e pòssi fàrve del ben,” l’à ripetù ‘l sior… “Levà su!” ‘l dis con na ós pù fòrta, ‘nzispada per aver cognèst dir doi bòte ‘n comando perengót. Emparéva che la pòra putèla la se fus fata fòr dal spavènt, l’è nuda ‘n zinoclón; e conzàndo su le man come che l’averòs fat dinanzi a na figura, l’à auzzà i òcli ‘n fazza a l’inominà, e sbassàndoi sùbit, la dis: “son cì: mazzàme.” “V’ài dit che nó vòi fàrve del mal,” el giâ rispondù, con na ós pù calma, l’inominà, vardàndo chel mus stremì dal dolor e dal teror. “Coràzo, coràzo,” la diseva la vècla: “se ‘l ve lo dis el, che nó ‘l vòl fàrve del mal…” “Perché po',” la dis la Lucia, con na ós en pòc’ tremolènta per la paura, ma ‘ntel stes tèmp con en sentiment de rabia disperada, “perché po' me féo patìr le pene de l’infèrn? Che v’àite fat po' mì de mal?” “Ve ài forsi tratàda mal? Disémel.” “Oh tratàda mal! I m’à zapàda a tradiment, per forza! perché po'? perché po' i m’à tòta? Perché po' son cì? Endo sónte po'? Son na pòra criatura: che v’àite fat po' mì? En nòm del Sioredio…” “Dio, Dio,” i l’à fermada l’inominà: “sèmper sto Dio: chei che nó pòl difènderse da só pòsta, perché nó i giâ la forza, i giâ sèmper sto Dio da méter en mèz, come se i g’àves parlà. Che pretendéo po' con ste parole? De fàrme…?” e l’à ‘mplantà ìo la parlada. “Oh Signore! pretènder! Che pòdite pretènder po' mì pòra laora, se non che el el g’àbia misericòrdia de mì? El Sioredio ‘l perdona tante ròbe, per n’opera de misericòrdia! El me làgia nar; per ciarità el me làgia nar! Nó torna a cont a un che ‘n dì ge tócia morìr, far patìr enzì tant na pòra creatura. Oh! el che ‘l pòl comandàr, el dìgia che i me làgia nar! I m’à portà cì con la forza. El me mandia con sta dòna a ***, endo che g’è me mama. Oh Vèrzine santissima! me mama! me mama, feme la ciarità, me mama! Forse nó l’è nancia lontana da cacì… ài vist i me monti! Perché po' me féo patìr? El me fàgia compagnar ente na glésia. Pregerài per el, tuta la me vita. Che ve costa po' dir na parola? Oh eco! vedi che forse ge vèn compassion per mì: el dìgia na parola, i la dìgia. El Sioredio ‘l perdona tante ròbe, per n’ato de misericordia!” — Oh perchè po' nó l’è la fiòla de un de chei ciagni che m’à parà via! — el pensava l’innominà: — de un de chei viliàchi che voròs véderme mort! che adès goderòssi de sto zigiar enzì; e ‘nveze... — “Nó ‘l se làgia s-ciampar sta ocasion!” la diseva con passion ‘ncor la Lucia, encorazàda a véder sul mus de chel tirano, che ‘l scomenziava a aver calche dubi. “Se el nó ‘l vòl aiutarme, i lo farà ‘l Sioredio: ‘l me farà morìr, e alor per mì sarà tut finì; ma per el… forse ‘n dì ancia el… No, no pregerai sèmper el Sioredio perché i lo protézia sèmper da ogni mal. Che ge costeròs po' dir na parola de aiùt? Se ‘l provàs el a soportar ste tribulazion…!” “Dai, féve coràzo,” dis l’inominà, con na bontà che à fat sbalordìr la vècla. “V’àite fat vergot de mal? V’àite metùda ‘n perìcol?” “Oh no, no! Vedi che ‘l giâ bòn còr e che ‘l giâ pietà de sta pòra creatura. Se el el volés, el poròs fàrme paura pù de tuti i àutri, ‘l poròs fàrme morìr; e ‘nveze ‘l m’à… en pòc’ s-ciaudà ‘l còr. El Sioredio ‘l ge renderà ‘l mèrit. El fàgia n’opera de misericordia: el me lìberia, ‘l me lìberia. ” “Doman matìna…” “Oh ‘l me lìberia adès, sùbit…” “Doman matìna né vederén ancor, ve dìgi. Dai, entant féve coràzo. Vardà de poussàr. G’averéo bisògn de ‘n bocón. Adès i ve porterà vergot.” “No, no; mì mòri se calchedun vèn cì: mì mòri. El me pòrtia el en glésia… el Sioredio ‘l ge conterà chei passi.” “Nirà na feumna a portàrve da magnar,” dis l’inominà; e dit chesto, l’è restà maraveà ancia el che ge fus nù ‘n ment en rimèdi tale, e che ge fus nù ‘l bisògn de zerciàrnen un per calmar na donéta. “E tì,” ‘l dis po' sùbit, voutàndose vèrs la vècla, “fàge coràzo e che la métia zó vergot; métela a dormìr ente sto lèt: e se la vòl che ge fàgies compagnìa, bòn; se no, pòdes ben dormìr tì ‘n tèra per na nòt. Fage coràzo, te dìgi; tègnela alégra. E vàrda che nó la g’àbia da lamentàrse de tì!” Con ste parole, l’è nà ‘n prèssa vèrs la porta. La Lucia l’è levada su per nar a tratègnerlo e per empregiarlo ancora; ma l’era zà sparì. “Oh poréta mì! Serà, serà sùbit.” E come che l’à sentù seràr la porta e córer el palét, l’è nada a ‘ncuzzolàrse entel só ciantón. “Oh poréta mì!” l’à sclamà de nòu sanglotànt: “cì g’àite da ‘mpregiar po' adès? Endo sónte po'? Diséme voi, per ciarità, diséme voi, cì èl po' sto sior… chel che m’à parlà?” “Cì èl, cì èl? Voléo che ve ‘l dìgia, ah? Spetà pur che ve ‘l dìgia mì! Sicome ‘l ve protéz, adès séo deventada supèrba, pensào sol a voi e voléo méterme de mèz mì. Domandàge a el. E ancia se voléssite contentàrve, per voi nó ve cambieròs engot de chel che éo sentù che ‘l v’à dit.” — Mì son vècla, son vècla, — la diseva mormoràndo ‘ntra i dènti. — Maledéte che zóne che a plànzer e grignàr le te ‘nciànta sèmper e ‘n pù le giâ sèmper resón. — Ma a sentìr la Lucia che sanglotìva e ricordàndose del comando che geva dat el padron, la s’è svizinada a la pòra putèla scònta e, con na ós pù calma la giâ dit: “Dai, dai, nó v’ài mìgia dit engot de ciatìo no: vardà de star calma. Nó ste domandàrme ròbe che nó pòdi dìrve; ma, in ogni modo sté calma. Se voi savésseo cante persone che g’è che le saròs contènte come na pasca a sentìrlo parlàr come che l’à parlà con voi! Nó ste preocupàrve, enten pezzòt ariverà vergot da magnàr; e mì nó sai… però a sentìr come che ‘l v’à parlà, ge sarà de segur vergot de bòn. E po' néo entel lèt, e… speri che me lagiàgeo ‘n ciantonat ancia per mì,” la giâ tacià, con na ós che sota sota l’èra ‘n pòc’ enzispada. “Nó vòi magnar e nó vòi dormìr. Lagiàme star entel me bró; stéme lontana, e nó ste nàrven da cacì!” “Dai, dai, basta adès,” dis la vècla, tiràndose da na banda e sentàndose zó su ‘nte na ciaregiàza, da ‘ndo che la ge deva a la pòra putèla zèrte oclade pléne de paura e de fél entel stes tèmp. Po' la vardava ‘l só cùzzol, e la se rodeva a pensar che forse la cogneva far senza ancia de chel per tuta la nòt, e la se lamentava per el frét. Ma la se consolava a pensar a la zéna, e che forse ge n’era ancia per ela. La Lucia ‘nveze nó la sentiva né ‘l frét, né la fam, e come la fus emmatonìda, nó la sentìva nancia pù i só dolori e tute le só paure, ma sol en sentiment confus, scasi compagn a che aparizión che giâ na persona cando che ge bat la féver. Cando che l’à sentù bàter su l’us, la s’è fata fòr; e, auzzàndo il mus terorizà, l’à zigià: “cì èl po'? cì èl po'? Che nó vègnia ‘nzun no!” “Nó l’è ‘ngot, engot; l’è bòne nòve,” dis la vècla: “l’è la Marta che vèn a portàr da magnar.” “Serà, serà!” la urlava la Lucia. “Eh! Sùbit, sùbit!” à rispondù la vècla, e tòta na zésta da le man de la Marta, i l’à mandada via, l’à serà l’us, e l’à pozà la zésta su ‘nte na tàula en mèz a la ciamera. Po' l’à ‘nvidà arcante bòte la Lucia a nìr a tastar tute che golosarìe. La le provava tute per convìnzer la pòra putèla, per fàrge nìr apetìt, disèndoge cant che le era bòne che ròbe; e zó sclamazión su la bontà del damagnàr: “sti bocóni i è ‘nzì bòni che cando che la zènt come noi l’ariva a tastàrli i se lo ricòrda per en bèl pèz! E ‘l vin che ‘l padron el béo con i só amìzi… cando che vèn calchedun de chei…! E i vòl gòdersela! Ehm!” Però vedèndo che con tute che moìne nó nideva fòr engot, la dis: “Séo voi che nó voléo. Però, doman, nó ste dìr che nó v’ài consolà vèh no! Mì magni, e ‘n vanzerà pù che assà ancia per voi, cando che ve meteréo a far zudìzi e ve dezideréo a ubidìr.” Dit enzì, l’à s’è metùda a slapar con engordìsia. Cando che l’era tésa, l’è levada su e l’è nada vèrs el cianton, e sgobàndose zó su la Lucia, i l’à ‘nvidada ancor a magnar, per po' nar entel lèt. “No, no, nó vòi engot,” la giâ rispondù, con la ós fiàca e pléna ‘n sòn. Po' con pù dezision, la dis: “èl serà l’us? Èl serà ben? E dopo avér vardà ‘n ziro per la ciàmera, l’è levada su, e, con le man avanti, con en pas sospetós, l’è nada da ca banda. La vècla l’è arivada de corsa prima de ela, l’à pozà la man sul palét i l’à scorlà e la dis: “Sentìo? Vedéo? èl serà ben? seo contenta adès?” “Oh contènta! Conténta de star cì!” dis la Lucia rimetèndose de nòu entel só ciantón. Ma ‘l Sioredio i lo sa che ge son! “Nidé ‘ntel lèt: che féo po' ìo, encuzzolada come ‘n ciagn? Come se fa po' a refudar le comodità, cando che se pòl avérle?” “No, no; lagiàme star.” “Bòn, bòn seo stada voi a volérlo. Vardà, mì ve lagi ‘l pòsto pù bòn: me méti su la sponda; starài descòmoda per voi. Se voléo nìr entel lèt, séo come che géo da far. Ricordàve che ve l’ài dit pù che ‘n bòt.” E disèndo ‘nzì, la s’è ficiada sota le cuèrte vestìda, e po' tut silenzio. La Lucia la restava ferma ente chel cianton, tuta ‘nten glòm, con i zinòcli auzzàdi, con le man pozade sul zinòcli, e col vis scondù ‘nle man. Nó la dormìva, nó la era nancia desdromenzada, l’era ente na situazion de torbolèri de pensieri, de ‘nsògni, de riòme. A momenti, l’era presènte e la se ricordava tut ben, tuti i tormenti visti e patìdi ‘nca zornada, la se cruziava a pensar a tuti i fati de ca bruta e spaventosa realtà endo che l’era ‘ngiartiada; n’àuter moment la só ment l’era portada ente n’àuter pensier ancor pù brut, la combatéva contra i tormenti del teror e de nó savér chel che ge saròs suzèst. L’è restada ìo ‘nzì ente sta angóssa per en bel pèz; a la fin stracia come n’àsen, la slongià fòr le giambe ‘ndromenzade, la s’è sdravacada o, disénte, l’è crodada per tera e l’è restada ìo ‘nte na situazion che ge ‘nsomiava a na dormìda. Tut de colp, la Lucia la s’è desdromenzàda come se calchedun la clamàs dénter de ela, e l’à sentù ‘l bisògn de fàrse fòr, de tornar a èsser presènte de ciapìr endo che la era, come che l’era arivàda ìo e perché. La s’è metùda a scoutàr en rumor: l’era ‘l ronzegiàr péger e profondo de la vècla. L’à daverzù i òcli e l’à vist na luze débola che, a turno, se vedeva e la sparìva: l’era la flama tremolènta de la lantèrna, che era dré a smorzàrse, e che la feva na luze che dindolava e che sùbit la sparìva, come ‘l nar e nìr de le onde su la riva. Ca luze, che ge s-ciampava a le ròbe prima che le fus ben luminade, nó la feva véder àuter che arcante forme confuse e scure. Ma scasi sùbit tute che impression apena bude, tornàndoge ‘n ment, le giâ aiutà a véder ben chel che ‘mparéva confus. Ca poréta, ‘nbòt fata fòr da la sòn, la cognossù sùbit la só presón: tut chel che gera suzèst ente ca brutìssima zornada zust passada, tut el terór per chel che la geva ancor da patìr, ‘l giâ dat adòs tut ‘nsèma: ancia la calma stessa dopo tante azitazion, ca spèzie de poussàda, chel sfinimént endo che l’era stada lagiada, i la spaventava ancora, tanto che venzùda da chel tormént la desiderava de morìr. Ma ‘nchel moment, la s’è ricordada che la podéva almen pregiar, e ‘nsèma a sto pensier, de colp g’è nù n’àutra speranza. L’à tòt de nòu la só corona, e la scomenzià a dir su ‘l rosari; e, man man, che le orazion le ge nidéva fòr dai làuri tremolènti, la sentìva ‘ntel còr che cresséva na zèrta fede. Tut de colp, g’è nù ‘n ment n’àuter pensier: che le só orazion le saròs stade pù ben azzetàde e ela la saròs stada pù contentada de segur, se, ‘nte le só tribolazion, l’avés fat calche ofèrta. La s’è ricordada chel che la geva de pù ciar, o chel che de pù ciar l’eva bù; sicome ‘nchel moment, el só ànem nó ‘l podéva sentìr àuter che ‘n gran spavènt e paura, e nó ‘l podéva pensar a àuter che al desidèri de èsser liberada; la s’è ricordada, e l’à deziso sùbit de ofrìrli come sacrifìzi. L’è levada su, la s’è metùda ‘n zinòclón e tegnèndo le man conzàde su da ‘ndo che spindorlava la corona, l’à auzzà ‘l vis e i òcli al ziél, e la dis: “o Vèrzine santìssima! Voi, che tante bòte me son racomandada, e che tante bòte m’éo consolada, voi che éo patì tanti dolori, e adès séo enzì tant lodada, e éo fat tanti miràcoi per i poréti patidèi; aidàme! Féme nìr fòr da sto perìcol, féme tornar salva con me mama, o Mare del Sioredio; e mì fòn el voto a voi de restar vèrzine; refudi per sèmper el me morós, per èsser per sèmper vòssa e de ‘nzun d’àutri.” Dopo che l’à dit che parole, l’à sbassà la testa e la s’è metùda la corona ‘ntorna al còl, come se fus en zèsto de consacrazion e ‘ntel stes tèmp na protezion, come na spèzie de corazza per la trupa de le vèrzini. Dopo èsserse sentàda zó de nòu per tera, l’à sentù na gran calma e na fede pù granda. G’è tornà ‘n ment ca parola, doman matìna che chel spòtico de ca doman, che nó la cognosséva, l’eva ripetù, e ‘nte ca parola la promessa de salvàrse. Tuti i só sènsi, sfinìdi per ca batàlia lòngia, en pòc’ al bòt, dré a chei pensieri de paze, i s’è calmadi. A la fìn cando che l’albezàva apéna, entant che ‘l nòm de la só protetrice ‘l ge sfiorava la bócia, la Lucia la s’è ‘ndormenzada come ‘n flàut, entena sòn profónda e pazìfica. Ma ‘nte chel ciastèl g’era calchedun àuter che averòs volést dormìr enzì, ma nó l’è pù sta bòn. Partì, o scasi s-ciampà da la Lucia, dopo che l’à dat l’órden de portàrge zena, fat en ziro per zèrti pòsti del ciastèl come che ‘l feva de sòlit, sèmper con ca ròba ‘n ment, e con che parole che ge sonava ‘nle récle, el nobile l’era nà a ficiàrse ‘n ciàmera, e ‘l s’è serà dént en prèssa e ‘n furia, come se l’avés bù da difènderse contra na sclapada de nemìzi; el s’è spoià, sèmper de furia, e l’è nà ‘ntel lèt. Ma ca figura, l’era pù che mai ìo presènte ‘nla só testa, e ‘mpareva che la ge disés: tì nó dormiràstus. — Che siòca curiosità da donéta, — ‘l pensava, — che m’è nù ‘n ment de véderla? G’à resón che l’órs del Nibbio; un nó l’è pù n’òm; l’è vera, nó l’è pù n’òm!... Mì?... mì nó son pù n’òm, mì? Ma che devènta po'? che òstrega m’è nù adòs po'? che g’è po' de nòu? Ma, nó ‘l sévite no, prima de adès, che le feumne le zìgia? Zìgia ancia i òumni a bòte, cando che nó i pòl ribelàrse. Sacranón! nó àite mai sentù begelar feumne no? Ente chel moment, senza far tanta fadìgia, l’inominà ‘l s’è ricordà de tante àutre bòte endo che né le sùplice né i laménti i l’eva fat tornar endré da le só dezision. Però el recòrt de che brigantade, nó ‘l ge feva nìr ancora chel rigór, che zà ‘l ge manciava, per combinàr chesta. Anzi ‘l pensier de che imprese ‘l ge feva nir en misto de paura e de rabia per el bisògn de pentiment che ‘l sentìva. Ente sto modo, g’è ‘mparèst en soliévo tornar a ca prima figura de la Lucia e contra de chela l’eva provà a trovar de nòu la supèrbia. — L’è viva chesta, — ‘l pensava, — l’è cì; fón ancor a ora; pòdi dìrge: né, alegràve; pòdi véder chel vis cambiar, pòdi ancia dir: perdonàme… Perdonàme? mì domandàr perdon? A na feumna? mì…! Ah, epur! se na parola, na parola ‘nzì la podés fàrme bèn, la podés tòrme zó d’adòs en pòc’ de sta ciativèria, la diròssi; eh! me pareròs de dìrla. Endo che son ridót! Nó son pù n’òm, nó son pù n’òm!... Dai! — el dis, pò, svoutolàndose rabiosament entel lèt che era deventà dur come ‘n sas, sota le cuèrte che le era ‘n pesaròl: — dai! l’è tut stupidade che, ancia àutre bòte, m’è passà per la zùcia. La passerà ancia chesta. — E per fàrsela passar, l’à provà a pensar a vergot de importante, calche vergot che de sòlit i ló ‘nteressàva tant, e pensar a chel; però nó l’à trovà ‘ngot che podéva tòrlo fòr dai pensieri. Ge ‘mpareva che fus tut cambià: chel che ‘mbòt uzzava de pù i só talènti, adès nó ‘l geva pù ‘ngot da desideràr: la só passion, come ‘n ciavàl che tut de colp el se refùda de mòverse davanti a n’ombra, nó la voleva nar inanzi. Pensando a le ròbe scomenziàde e mai ruàde, enveze de sentìrse obligià a completàrle, o de ‘nrabiàrse per le complicazion (che ‘nte chel moment le ge saròs emparèste scasi bèle) el sentìva sol malancolìa, come se ‘l se clamàs malpentì de tut chel che l’eva fat. Ge ‘mpareva che ‘l tèmp che ‘l geva davanti el fus senza sugo, senza ocupazión, senza nancia na vòia, plén sol de rimòrsi; tute le ore che ge ‘nsomiava a chela ìo che nó la passava mai, che la pesava come ‘l plómp su la testa. El se ‘mmazinava i só sòzi de bricconade, ma nó l’era bòn de pensar a ‘ngot da domandàrge a lori che ge ‘nteressàs per dalbòn. Anzi l’idea de tornar a véderli e star de nòu ensèma con lori, ge ‘mpareva ‘n pés da nó podér soportar, vergot de schifos e descòmot. Cando che l’à zercià vergot da far per el dì dré, l’à pensà che l’unica ròba che ‘l podeva far l’era chela de lagiar lìbera ca pòra putèla. — La libererai, sì; apena che vèn dì, corerài da ela, e ge dirài: né, né. La farài compagnàr... E chel che ài emprometù? e l’òbligo? e don Rodrigo?... Cì èl pò don Rodrigo? — Come cì che è cobià da na domanda fastidiosa che nó ‘l se spetava de ‘n só superiór, l’inominà l’à pensà sùbit a risponder a chesta che ‘l se era fat el stes, o disénte chel nòu inominà, che nù grant tut de colp, el levàva su per giudicar chel vècel. El seghitava a pensar al perché, scasi prima che i g’àves domandà, l’eva podèst tòrse ‘n carico chel’òbligo de far patìr enzì tant, senza odio, senza paura, na pòra disgraziada, per fàrge ‘n piazér a don Rodrigo; ma se nó basta che nó ‘l trovava nancia na resón che podés èsser bòna ente chel moment per scusàr chel fato, nó ‘l seva nancia spiegiarse come che ‘l g’era crodà ént. Chel volér, putòst che na dezision, l’era sta na sièlta fata con l’istinto, nàndoge dré a la só vita come l’eva sèmper fat, usà come che l’era sta en tanti ani de ca condóta, e ‘l zùdize de sé stes enzì tormentà, per rènderse cont sol de na ròba, el s’è giatà a dovér far l’esame de cosssiènza de tuta la só vita. Endré ‘ntel tèmp, an dopo an, òbligo dopo òbligo, sanc dopo sanc, e ciativéria dopo ciativéria: ogni ròba la ge nideva ‘n ment a ‘n òm, ormai cossienziós e cambià, separàda dai sentimenti che i l’eva spenzù a volérla e a combinàrla; ogni ròba la tornava ‘n ment con na brutézza che chei sentimenti, cando che i la combinava, nó i geva permès de véder. Le era tute soe, le era pròpri el: l’oror de sto pensier, che ge tornava ‘n ment a ognuna de che azion, tacià a tute le àutre, l’è cressù enfìn a la disperazion. L’è sbalzà su de colp e ‘l s’è sentà zó, con na furia de chele l’à pozà le man su la paré vizìna al lèt, l’à brancà la pistola, i l’à tòta fòr, e… ‘ntant che l’era dré a méter fin a la só vita che ge ‘mpareva de nó tolerar pù, ‘l só pensier l’è sta zapà da ‘n teror, da n’azitazion, come dir, che restava ancia cando che el el fus sta mòrt. El se ‘mmazinava con oror el só còrp mòrt desformà, fic’, lagià ‘nle man del pù viliàco tra chei che saròs vivèst ancor; el vedeva la maravéa e la confusion che saròs suzèst entel ciastel el dì dré, tut saròs na sot sora; e el, senza forza, senza ós, arbandonà cissà ‘ndo. El pensava a le zàcole che i averòs metù ‘n ziro su de el, lontàn, e a la sodisfazion dei só nemìzi. Ancia ‘l pensier de le tènebre e del silènzio el ge deva n’idea de la mòrt ancor pù trista e spaventosa; ge ‘mpareva che se fus sta dì e ‘l fus sta a l’avèrta, davanti a la zènt, nó l’averòs trabalà a tràrse ‘ntel fiume e sparìr. Pèrs ente sti cialciaròti el seghitava a tiràr e a levar el ciàgn de la pistola col dé pòles, cando che n’àuter pensier giâ traversà la testa. — Se ca vita che i me diséva cando che èri ‘n putèl, che che i dis sèmper come se la fus segùra, nó la esistés? Se ‘l fus sol na invenzión dei prèti? Perché po' doròssi morìr? Che importanza giâ po' chel che ài fat? Che ‘mpòrta po'? Saròs na pazzìa… E se ‘nveze ca vita la ge fus…! — Davanti a ‘n dubi compàgn e a ‘n perìcol enzì grant, g’è nù adòs na disperazion ancor pù fòrta e gréva, e da chesta nó g’èra vèrs de s-ciampàrge, nancia con la mòrt. L’à lagià crodar per tèra l’arma, e l’è restà ìo con le man entei ciavéi, tut tremolènt e batèndo i denti. Tut de colp, g’è tornà ‘n ment le parole che l’eva sentù e risentù, pòce ore prima: — El Sioredio ‘l perdona tante ròbe, per n’òpera de misericòrdia! — e le ge nideva ‘n ment, no tant come na sèmplize orazion, enzì come che le era stade proferìde; ma con en tòno de autorità, e che le te portava na speranza, ancia se lontana. Con sto pensier el s’è sentù per en moment solevà: l’à tòt zó le man da la testa e, con en far pù calmo, ‘l s’è metù a pensar con atenzion a chela che g’éva dìt che parole. Nó i la vedéva pù come na só presonéra o una che sùplicia, ma come na persona che fus bòna de far na grazia e dar consolazion. Nó l’aspetava àuter che nidés dì per córer a liberàrla, per scoutàr ancor da la só bócia parole che i lo solevàs parole de vita. El se ‘mmazinava de compagnàrla pròpri el da só mama. Però dopo n’àuter pensier i lo tormentava: — E dopo? Che faràite po' doman e ‘l rèst de la zornada? E ‘l dì dré? E ‘l dì dré ‘ncor? E la nòt? La nòt che la tornerà ente dódes ore! Oh, la not! No, no la nòt! — Sprofondà ‘ntela disperazion pù bruta, el provava, ma l’era inùtil, en modo de passar el tèmp, per superar i dì e le nòt. Adès el pensava de s-ciampar dal ciastèl e nar ente na tèra lontana, endo che ‘nzun nó i lo cognossés nancia de nòm, però ‘l séva che ‘l só tormént el ge saròs nà dré dapertut. Dopo ‘l sperava che tornàs a nìrge ‘l só temperamént da prima, tuti i só ciaprìzzi da ‘mbòt, e ‘l credéva che tut chel desórden el fus sol n’àtimo de pazzìa. A momenti ‘l geva timor che nidés dì, e che l’averòs mossà a tuti chel mìsero cambiament; a momenti i lo desiderava come se ‘l dì ‘l podés méter paze ancia ai só cruzzi. E pròpri ‘n valdì, pòci àtimi dopo che la Lucia la s’era ‘ndromenzada, entant che el l’era ancor fermo e sentà zó, la sentù arivar enle récle ‘n sòn confus, ma che ‘l g’eva de l’aléger. L’è restà ìo a scoutàr ben, e la ricognossù ‘l dindelèn de le ciampane; dopo calche moment la sentù ancia l’èco del mont che ‘l ripeteva ‘l sòn e tuti doi ensèma i se confondeva. Pòc’ tèmp dopo l’à sentù ancia n’àuter dindìn pù vizìn, ancia chesto aléger e po' n’àuter ancor. — Che festa g’è po'? Perché po' g’è tuta sta alegrìa? — ‘l se domandava. L’è sbalzà su dal só lèt, el s’è vestì ‘mprèssa e l’è córs a davèrzer na finestra e l’à vardà fòra. Le montagne le era mèze scuertàde da la nèbia, el ziél l’era nuvolos, adiritura enfìn en tèra, nùgole grìse. Però, con la luze che plan plan aumentava, l’era bòn de distinguér la zènt che passava su la strada zó ‘nla val: zèrti i nidéva fòr da le ciase e i néva tuti per chel vèrs, vèrs el portón a man drìta del ciastèl. Tuti vestìdi da le fèste e i mossàva n’alegrìa che de sòlit nó se vedeva mai. — Che diàolo giâi po' chesti? che g’è po' de ‘nzì aléger ente sto paés maledét? Endo vala po' tuta ca zentàia? — E, clamà ‘n róbler de chei fidadi che dormìva ente na ciàmera ìo arènt, el giâ domandà la ciàusa de tut chel movimént. Chelìo, che ‘l ne ‘n seva tant che el, el giâ rispondù che ‘l neva sùbit a tòr informazion. El sior l’è restà pozà a la finestra, tut intento a vardar chel spetàcol. L’era òumni, feumne, pòpi, a sclapi, a doi a doi, da só pòsta; un, giaruàndo cì che g’era davanti, i neva ‘nsèma a chesto; n’àuter, nidèndo fòr da ciasa, el se metéva ‘nsèma col prìm che l’ancontrava; e i neva ‘nsèma, come fus amìzi per far en viaz concordà. I ati che feva tuta ca zènt, i mossava pròpri ben la prèssa e l’alegrìa de tuti; e chel ciampanò stonà, ma bèl de le arcante ciampane, calcheduna pù vizìna, calche àutra lontana, emparéva, per dir enzì, che ‘l des la ós a chei zèsti, perché le parole nó le podéva arivar enfìn lassù. L’inominà el seghitava a oservar, sèmper pù curiós, de savér che fato podéva èsser che provocava na passion de ‘nzì tante persone diferènte.
Poco dopo, il bravo venne a riferire che, il giorno avanti, il cardinal Federigo Borromeo, arcivescovo di Milano, era arrivato a ***, e ci starebbe tutto quel giorno; e che la nuova sparsa la sera di quest’arrivo ne’ paesi d’intorno aveva invogliati tutti d’andare a veder quell’uomo; e si scampanava più per allegria, che per avvertir la gente. Il signore, rimasto solo, continuò a guardar nella valle, ancor più pensieroso. — Per un uomo! Tutti premurosi, tutti allegri, per vedere un uomo! E però ognuno di costoro avrà il suo diavolo che lo tormenti. Ma nessuno, nessuno n’avrà uno come il mio; nessuno avrà passata una notte come la mia! Cos’ha quell’uomo, per render tanta gente allegra? Qualche soldo che distribuirà così alla ventura... Ma costoro non vanno tutti per l’elemosina. Ebbene, qualche segno nell’aria, qualche parola... Oh se le avesse per me le parole che possono consolare! se...! Perchè non vado anch’io? Perchè no?... Anderò, anderò; e gli voglio parlare: a quattr’occhi gli voglio parlare. Cosa gli dirò? Ebbene, quello che, quello che... Sentirò cosa sa dir lui, quest’uomo! — Fatta così in confuso questa risoluzione, finì in fretta di vestirsi, mettendosi una sua casacca d’un taglio che aveva qualche cosa del militare; prese la terzetta rimasta sul letto, e l’attaccò alla cintura da una parte; dall’altra, un’altra che staccò da un chiodo della parete; mise in quella stessa cintura il suo pugnale; e staccata pur dalla parete una carabina famosa quasi al par di lui, se la mise ad armacollo; prese il cappello, uscì di camera; e andò prima di tutto a quella dove aveva lasciata Lucia. Posò fuori la carabina in un cantuccio vicino all’uscio, e picchiò, facendo insieme sentir la sua voce. La vecchia scese il letto in un salto, e corse ad aprire. Il signore entrò, e data un’occhiata per la camera, vide Lucia rannicchiata nel suo cantuccio e quieta. “Dorme?” domandò sotto voce alla vecchia: “là, dorme? eran questi i miei ordini, sciagurata?” “Io ho fatto di tutto,” rispose quella: “ma non ha mai voluto mangiare, non è mai voluta venire...” “Lasciala dormire in pace; guarda di non la disturbare; e quando si sveglierà... Marta verrà qui nella stanza vicina; e tu manderai a prendere qualunque cosa che costei possa chiederti. Quando si sveglierà... dille che io... che il padrone è partito per poco tempo, che tornerà, e che... farà tutto quello che lei vorrà.” La vecchia rimase tutta stupefatta pensando tra sè: — che sia qualche principessa costei? — Il signore uscì, riprese la sua carabina, mandò Marta a far anticamera, mandò il primo bravo che incontrò a far la guardia, perchè nessun altro che quella donna mettesse piede nella camera; e poi uscì dal castello, e prese la scesa, di corsa. Il manoscritto non dice quanto ci fosse dal castello al paese dov’era il cardinale; ma dai fatti che siam per raccontare, risulta che non doveva esser più che una lunga passeggiata. Dal solo accorrere de’ valligiani, e anche di gente più lontana, a quel paese, questo non si potrebbe argomentare; giacchè nelle memorie di quel tempo troviamo che da venti e più miglia veniva gente in folla, per veder Federigo. I bravi che s’abbattevano sulla salita, si fermavano rispettosamente al passar del signore, aspettando se mai avesse ordini da dar loro, o se volesse prenderli seco, per qualche spedizione; e non sapevan che si pensare della sua aria, e dell’occhiate che dava in risposta a’ loro inchini. Quando fu nella strada pubblica, quello che faceva maravigliare i passeggieri, era di vederlo senza seguito. Del resto, ognuno gli faceva luogo, prendendola larga, quanto sarebbe bastato anche per il seguito, e levandosi rispettosamente il cappello. Arrivato al paese, trovò una gran folla; ma il suo nome passò subito di bocca in bocca; e la folla s’apriva. S’accostò a uno, e gli domandò dove fosse il cardinale. “ In casa del curato, ” rispose quello, inchinandosi, e gl’indicò dov’era. Il signore andò là, entrò in un cortiletto dove c’eran molti preti, che tutti lo guardarono con un’attenzione maravigliata e sospettosa. Vide dirimpetto un uscio spalancato, che metteva in un salottino, dove molti altri preti eran congregati. Si levò la carabina, e l’appoggiò in un canto del cortile; poi entrò nel salottino: e anche lì, occhiate, bisbigli, un nome ripetuto, e silenzio. Lui, voltatosi a uno di quelli, gli domandò dove fosse il cardinale; e che voleva parlargli. “Io son forestiero,” rispose l’interrogato, e data un’occhiata intorno, chiamò il cappellano crocifero, che in un canto del salottino, stava appunto dicendo sotto voce a un suo compagno: “colui? quel famoso? che ha a far qui colui? alla larga!” Però, a quella chiamata che risonò nel silenzio generale, dovette venire; inchinò l’innominato, stette a sentir quel che voleva, e alzando con una curiosità inquieta gli occhi su quel viso, e riabbassandoli subito, rimase lì un poco, poi disse o balbettò: “non saprei se monsignore illustrissimo... in questo momento... si trovi... sia... possa... Basta, vado a vedere.” E andò a malincorpo a far l’imbasciata nella stanza vicina, dove si trovava il cardinale. A questo punto della nostra storia, noi non possiam far a meno di non fermarci qualche poco, come il viandante, stracco e tristo da un lungo camminare per un terreno arido e salvatico, si trattiene e perde un po’ di tempo all’ombra d’un bell’albero, sull’erba, vicino a una fonte d’acqua viva. Ci siamo abbattuti in un personaggio, il nome e la memoria del quale, affacciandosi, in qualunque tempo, alla mente, la ricreano con una placida commozione di riverenza, e con un senso giocondo di simpatia: ora, quanto più dopo tante immagini di dolore, dopo la contemplazione d’una moltiplice e fastidiosa perversità! Intorno a questo personaggio bisogna assolutamente che noi spendiamo quattro parole: chi non si curasse di sentirle, e avesse però voglia d’andare avanti nella storia, salti addirittura al capitolo seguente. Federigo Borromeo, nato nel 1564, fu degli uomini rari in qualunque tempo, che abbiano impiegato un ingegno egregio, tutti i mezzi d’una grand’opulenza, tutti i vantaggi d’una condizione privilegiata, un intento continuo, nella ricerca e nell’esercizio del meglio. La sua vita è come un ruscello che, scaturito limpido dalla roccia, senza ristagnare nè intorbidarsi mai, in un lungo corso per diversi terreni, va limpido a gettarsi nel fiume. Tra gli agi e le pompe, badò fin dalla puerizia a quelle parole d’annegazione e d’umiltà, a quelle massime intorno alla vanità de’ piaceri, all’ingiustizia dell’orgoglio, alla vera dignità e a’ veri beni, che, sentite o non sentite ne’ cuori, vengono trasmesse da una generazione all’altra, nel più elementare insegnamento della religione. Badò, dico, a quelle parole, a quelle massime, le prese sul serio, le gustò, le trovò vere; vide che non potevan dunque esser vere altre parole e altre massime opposte, che pure si trasmettono di generazione in generazione, con la stessa sicurezza, e talora dalle stesse labbra; e propose di prender per norma dell’azioni e de’ pensieri quelle che erano il vero. Persuaso che la vita non è già destinata ad essere un peso per molti, e una festa per alcuni, ma per tutti un impiego, del quale ognuno renderà conto, cominciò da fanciullo a pensare come potesse render la sua utile o santa. Nel 1580, manifestò la risoluzione di dedicarsi al ministero ecclesiastico, e ne prese l’abito dalle mani di quel suo cugino Carlo, che una fama, già fin d’allora antica e universale, predicava santo. Entrò poco dopo nel collegio fondato da questo in Pavia, e che porta ancora il nome del loro casato; e lì, applicandosi assiduamente alle occupazioni che trovò prescritte, due altre ne assunse di sua volontà; e furono d’insegnar la dottrina cristiana ai più rozzi e derelitti del popolo, e di visitare, servire, consolare e soccorrere gl’infermi. Si valse dell’autorità che tutto gli conciliava in quel luogo, per attirare i suoi compagni a secondarlo in tali opere; e in ogni cosa onesta e profittevole esercitò come un primato d’esempio, un primato che le sue doti personali sarebbero forse bastate a procacciargli, se fosse anche stato l’infimo per condizione. I vantaggi d’un altro genere, che la sua gli avrebbe potuto procurare, non solo non li ricercò, ma mise ogni studio a schivarli. Volle una tavola piuttosto povera che frugale, usò un vestiario piuttosto povero che semplice; a conformità di questo, tutto il tenore della vita e il contegno. Ne credette mai di doverlo mutare, per quanto alcuni congiunti gridassero e si lamentassero che avvilisse così la dignità della casa. Un’altra guerra ebbe a sostenere con gl’istitutori, i quali, furtivamente e come per sorpresa, cercavano di mettergli davanti, addosso, intorno, qualche suppellettile più signorile, qualcosa che lo facesse distinguer dagli altri, e figurare come il principe del luogo: o credessero di farsi alla lunga ben volere con ciò; o fossero mossi da quella svisceratezza servile che s’invanisce e si ricrea nello splendore altrui; o fossero di que’ prudenti che s’adombrano delle virtù come de’ vizi, predicano sempre che la perfezione sta nel mezzo; e il mezzo lo fissan giusto in quel punto dov’essi sono arrivati, e ci stanno comodi. Federigo, non che lasciarsi vincere da que’ tentativi, riprese coloro che li facevano; e ciò tra la pubertà e la giovinezza. Che, vivente il cardinal Carlo, maggior di lui di ventisei anni, davanti a quella presenza grave, solenne, ch’esprimeva così al vivo la santità, e ne rammentava le opere, e alla quale, se ce ne fosse stato bisogno, avrebbe aggiunto autorità ogni momento l’ossequio manifesto e spontaneo de’ circostanti, quali e quanti si fossero, Federigo fanciullo e giovinetto cercasse di conformarsi al contegno e al pensare d’un tal superiore, non è certamente da farsene maraviglia; ma è bensì cosa molto notabile che, dopo la morte di lui, nessuno si sia potuto accorgere che a Federigo, allor di vent’anni, fosse mancata una guida e un censore. La fama crescente del suo ingegno, della sua dottrina e della sua pietà, la parentela e gl’impegni di più d’un cardinale potente, il credito della sua famiglia, il nome stesso, a cui Carlo aveva quasi annessa nelle menti un’idea di santità e di preminenza, tutto ciò che deve, e tutto ciò che può condurre gli uomini alle dignità ecclesiastiche, concorreva a pronosticargliele. Ma egli, persuaso in cuore di ciò che nessuno il quale professi cristianesimo può negar con la bocca, non ci esser giusta superiorità d’uomo sopra gli uomini, se non in loro servizio, temeva le dignità, e cercava di scansarle; non certamente perchè sfuggisse di servire altrui; che poche vite furono spese in questo come la sua; ma perchè non si stimava abbastanza degno nè capace di così alto e pericoloso servizio. Perciò, venendogli, nel 1595, proposto da Clemente VIII l’arcivescovado di Milano, apparve fortemente turbato, e ricusò senza esitare. Cedette poi al comando espresso del papa. Tali dimostrazioni, e chi non lo sa? non sono nè difficili nè rare; e l’ipocrisia non ha bisogno d’un più grande sforzo d’ingegno per farle, che la buffoneria per deriderle a buon conto, in ogni caso. Ma cessan forse per questo d’esser l’espressione naturale d’un sentimento virtuoso e sapiente? La vita è il paragone delle parole: e le parole ch’esprimono quel sentimento, fossero anche passate sulle labbra di tutti gl’impostori e di tutti i beffardi del mondo, saranno sempre belle, quando siano precedute e seguite da una vita di disinteresse e di sacrifizio. In Federigo arcivescovo apparve uno studio singolare e continuo di non prender per sè, delle ricchezze, del tempo, delle cure, di tutto sé stesso in somma, se non quanto fosse strettamente necessario. Diceva, come tutti dicono, che le rendite ecclesiastiche sono patrimonio de’ poveri: come poi intendesse infatti una tal massima, si veda da questo. Volle che si stimasse a quanto poteva ascendere il suo mantenimento e quello della sua servitù; e dettogli che seicento scudi (scudo si chiamava allora quella moneta d’oro che, rimanendo sempre dello stesso peso e titolo, fu poi detta zecchino), diede ordine che tanti se ne contasse ogni anno dalla sua cassa particolare a quella della mensa; non credendo che a lui ricchissimo fosse lecito vivere di quel patrimonio. Del suo poi era così scarso e sottile misuratore a se stesso, che badava di non ismettere un vestito, prima che fosse logoro affatto: unendo però, come fu notato da scrittori contemporanei, al genio della semplicità quello d’una squisita pulizia: due abitudini notabili infatti, in quell’età sudicia e sfarzosa. Similmente, affinchè nulla si disperdesse degli avanzi della sua mensa frugale, gli assegnò a un ospizio di poveri; e uno di questi, per suo ordine, entrava ogni giorno nella sala del pranzo a raccoglier ciò che fosse rimasto. Cure, che potrebbero forse indur concetto d’una virtù gretta, misera, angustiosa, d’una mente impaniata nelle minuzie, e incapace di disegni elevati; se non fosse in piedi questa biblioteca ambrosiana, che Federigo ideò con sì animosa lautezza, ed eresse, con tanto dispendio, da’ fondamenti; per fornir la quale di libri e di manoscritti, oltre il dono de’ già raccolti con grande studio e spesa da lui, spedì otto uomini, de’ più colti ed esperti che potè avere, a farne incetta, per l’Italia, per la Francia, per la Spagna, per la Germania, per le Fiandre, nella Grecia, al Libano, a Gerusalemme. Così riuscì a radunarvi circa trentamila volumi stampati, e quattordicimila manoscritti. Alla biblioteca unì un collegio di dottori (furon nove, e pensionati da lui fin che visse; dopo, non bastando a quella spesa l’entrate ordinarie, furon ristretti a due); e il loro ufizio era di coltivare vari studi, teologia, storia, lettere, antichità ecclesiastiche, lingue orientali, con l’obbligo ad ognuno di pubblicar qualche lavoro sulla materia assegnatagli; v’unì un collegio da lui detto trilingue, per lo studio delle lingue greca, latina e italiana; un collegio d’alunni, che venissero istruiti in quelle facoltà e lingue, per insegnarle un giorno; v’unì una stamperia di lingue orientali, dell’ebraica cioè, della caldea, dell’arabica, della persiana, dell’armena; una galleria di quadri, una di statue, e, una scuola delle tre principali arti del disegno. Per queste, potè trovar professori già formati; per il rimanente, abbiam visto che da fare gli avesse dato la raccolta de’ libri e de’ manoscritti; certo più difficili a trovarsi dovevano essere i tipi di quelle lingue, allora molto men coltivate in Europa che al presente; più ancora de’ tipi, gli uomini. Basterà il dire che, di nove dottori, otto ne prese tra i giovani alunni del seminario; e da questo si può argomentare che giudizio facesse degli studi consumati e delle riputazioni fatte di quel tempo: giudizio conforme a quello che par che n’abbia portato la posterità, col mettere gli uni e le altre in dimenticanza. Nelle regole che stabilì per l’uso e per il governo della biblioteca, si vede un intento d’utilità perpetua, non solamente bello in sè, ma in molte parti sapiente e gentile molto al di là dell’idee e dell’abitudini comuni di quel tempo. Prescrisse al bibliotecario che mantenesse commercio con gli uomini più dotti d’Europa, per aver da loro notizie dello stato delle scienze, e avviso de’ libri migliori che venissero fuori in ogni genere, e farne acquisto; gli prescrisse d’indicare agli studiosi i libri che non conoscessero, e potesser loro esser utili; ordinò che a tutti, fossero cittadini o forestieri, si desse comodità e tempo di servirsene, secondo il bisogno. Una tale intenzione deve ora parere ad ognuno troppo naturale, e immedesimata con la fondazione d’una biblioteca: allora non era così. E in una storia dell’ambrosiana, scritta (col costrutto e con l’eleganze comuni del secolo) da un Pierpaolo Bosca, che vi fu bibliotecario dopo la morte di Federigo, vien notato espressamente, come cosa singolare, che in questa libreria, eretta da un privato, quasi tutta a sue spese, i libri fossero esposti alla vista del pubblico, dati a chiunque li chiedesse, e datogli anche da sedere, e carta, penne e calamaio, per prender gli appunti che gli potessero bisognare; mentre in qualche altra insigne biblioteca pubblica d’Italia, i libri non erano nemmen visibili, ma chiusi in armadi, donde non si levavano se non per gentilezza de’ bibliotecari, quando si sentivano di farli vedere un momento; di dare ai concorrenti il comodo di studiare, non se n’aveva neppur l’idea. Dimodochè arricchir tali biblioteche era un sottrar libri all’uso comune: una di quelle coltivazioni, come ce n’era e ce n’è tuttavia molte, che isteriliscono il campo. Non domandate quali siano stati gli effetti di questa fondazione del Borromeo sulla coltura pubblica: sarebbe facile dimostrare in due frasi, al modo che si dimostra, che furon miracolosi, o che non furon niente; cercare e spiegare, fino a un certo segno, quali siano stati veramente, sarebbe cosa di molta fatica, di poco costrutto, e fuor di tempo. Ma pensate che generoso, che giudizioso, che benevolo, che perseverante amatore del miglioramento umano, dovess' essere colui che volle una tal cosa, la volle in quella maniera, e l’eseguì, in mezzo a quell’ignorantaggine, a quell’inerzia, a quell’antipatia generale per ogni applicazione studiosa, e per conseguenza in mezzo ai cos’importa? e c’era altro da pensare? e che bell’invenzione! e mancava anche questa, e simili; che saranno certissimamente stati più che gli scudi spesi da lui in quell’impresa; i quali furon centocinquemila, la più parte de’ suoi. Per chiamare un tal uomo sommamente benefico e liberale, può parer che non ci sia bisogno di sapere se n’abbia spesi molt’altri in soccorso immediato de’ bisognosi; e ci son forse ancora di quelli che pensano che le spese di quel genere, e sto per dire tutte le spese, siano la migliore e la più utile elemosina. Ma Federigo teneva l’elemosina propriamente detta per un dovere principalissimo; e qui, come nel resto, i suoi fatti furon consentanei all’opinione. La sua vita fu un continuo profondere ai poveri; e a proposito di questa stessa carestia di cui ha già parlato la nostra storia, avremo tra poco occasione di riferire alcuni tratti, dai quali si vedrà che sapienza e che gentilezza abbia saputo mettere anche in questa liberalità. De’ molti esempi singolari che d’una tale sua virtù hanno notati i suoi biografi, ne citeremo qui un solo. Avendo risaputo che un nobile usava artifizi e angherie per far monaca una sua figlia, la quale desiderava piuttosto di maritarsi, fece venire il padre; e cavatogli di bocca che il vero motivo di quella vessazione era il non avere quattromila scudi che, secondo lui, sarebbero stati necessari a maritar la figlia convenevolmente, Federigo la dotò di quattromila scudi. Forse a taluno parrà questa una larghezza eccessiva, non ben ponderata, troppo condiscendente agli stolti capricci d’un superbo; e che quattromila scudi potevano esser meglio impiegati in cent’altre maniere. A questo non abbiamo nulla da rispondere, se non che sarebbe da desiderarsi che si vedessero spesso eccessi d’una virtù così libera dall’opinioni dominanti (ogni tempo ha le sue), così indipendente dalla tendenza generale, come, in questo caso, fu quella che mosse un uomo a dar quattromila scudi, perchè una giovine non fosse fatta monaca. La carità inesausta di quest’uomo, non meno che nel dare, spiccava in tutto il suo contegno. Di facile abbordo con tutti, credeva di dovere specialmente a quelli che si chiamano di bassa condizione, un viso gioviale, una cortesia affettuosa; tanto più, quanto ne trovan meno nel mondo. E qui pure ebbe a combattere co’ galantuomini del ne quid nimis, i quali, in ogni cosa, avrebbero voluto farlo star ne’ limiti, cioè ne’ loro limiti. Uno di costoro, una volta che, nella visita d’un paese alpestre e salvatico, Federigo istruiva certi poveri fanciulli, e, tra l’interrogare e l’insegnare, gli andava amorevolmente accarezzando, l’avvertì che usasse più riguardo nel far tante carezze a que’ ragazzi, perchè eran troppo sudici e stomacosi: come se supponesse, il buon uomo, che Federigo non avesse senso abbastanza per fare una tale scoperta, o non abbastanza perspicacia, per trovar da sè quel ripiego così fino. Tale è, in certe condizioni di tempi e di cose, la sventura degli uomini costituiti in certe dignità: che mentre così di rado si trova chi gli avvisi de’ loro mancamenti, non manca poi gente coraggiosa a riprenderli del loro far bene. Ma il buon vescovo, non senza un certo risentimento, rispose: “sono mie anime, e forse non vedranno mai più la mia faccia; e non volete che gli abbracci?” Ben raro però era il risentimento in lui, ammirato per la soavità de’ suoi modi, per una pacatezza imperturbabile, che si sarebbe attribuita a una felicità straordinaria di temperamento; ed era l’effetto d’una disciplina costante sopra un’indole viva e risentita. Se qualche volta si mostrò severo, anzi brusco, fu co’ pastori suoi subordinati che scoprisse rei d’avarizia o di negligenza o d’altre tacce specialmente opposte allo spirito del loro nobile ministero. Per tutto ciò che potesse toccare o il suo interesse, o la sua gloria temporale, non dava mai segno di gioia, nè di rammarico, nè d’ardore, nè d’agitazione: mirabile se questi moti non si destavano nell’animo suo, più mirabile se vi si destavano. Non solo da’ molti conclavi ai quali assistette, riportò il concetto di non aver mai aspirato a quel posto così desiderabile all’ambizione, e così terribile alla pietà; ma una volta che un collega, il quale contava molto, venne a offrirgli il suo voto e quelli della sua fazione (brutta parola, ma era quella che usavano), Federigo rifiutò una tal proposta in modo, che quello depose il pensiero, e si rivolse altrove. Questa stessa modestia, quest’avversione al predominare apparivano ugualmente nell’occasioni più comuni della vita. Attento e infaticabile a disporre e a governare, dove riteneva che fosse suo dovere il farlo, sfuggì sempre d’impicciarsi negli affari altrui; anzi si scusava a tutto potere dall’ingerirvisi ricercato: discrezione e ritegno non comune, come ognuno sa, negli uomini zelatori del bene, qual era Federigo. Se volessimo lasciarci andare al piacere di raccogliere i tratti notabili del suo carattere, ne risulterebbe certamente un complesso singolare di meriti in apparenza opposti, e certo difficili a trovarsi insieme. Però non ometteremo di notare un’altra singolarità di quella bella vita: che, piena come fu d’attività, di governo, di funzioni, d’insegnamento, d’udienze, di visite diocesane, di viaggi, di contrasti, non solo lo studio c’ebbe una parte, ma ce n’ebbe tanta, che per un letterato di professione sarebbe bastato. E infatti, con tant’altri e diversi titoli di lode, Federigo ebbe anche, presso i suoi contemporanei, quello d’uom dotto. Non dobbiamo però dissimulare che tenne con ferma persuasione, e sostenne in pratica, con lunga costanza, opinioni, che al giorno d’oggi parrebbero a ognuno piuttosto strane che mal fondate; dico anche a coloro che avrebbero una gran voglia di trovarle giuste. Chi lo volesse difendere in questo, ci sarebbe quella scusa così corrente e ricevuta, ch’erano errori del suo tempo, piuttosto che suoi: scusa che, per certe cose, e quando risulti dall’esame particolare de’ fatti, può aver qualche valore, o anche molto; ma che applicata così nuda e alla cieca, come si fa d’ordinario, non significa proprio nulla. E perciò, non volendo risolvere con formole semplici questioni complicate, nè allungar troppo un episodio, tralasceremo anche d’esporle; bastandoci d’avere accennato così alla sfuggita che, d’un uomo così ammirabile in complesso, noi non pretendiamo che ogni cosa lo fosse ugualmente; perchè non paia che abbiam voluto scrivere un’orazion funebre. Non è certamente fare ingiuria ai nostri lettori il supporre che qualcheduno di loro domandi se di tanto ingegno e di tanto studio quest’uomo abbia lasciato qualche monumento. Se n’ha lasciati! Circa cento son l’opere che rimangon di lui, tra grandi e piccole, tra latine e italiane, tra stampate e manoscritte, che si serbano nella biblioteca da lui fondata: trattati di morale, orazioni, dissertazioni di storia, d’antichità sacra e profana, di letteratura, d’arti e d’altro. — E come mai, dirà codesto lettore, tante opere sono dimenticate, o almeno così poco conosciute, così poco ricercate? Come mai, con tanto ingegno, con tanto studio, con tanta pratica degli uomini e delle cose, con tanto meditare, con tanta passione per il buono e per il bello, con tanto candor d’animo, con tant’altre di quelle qualità che fanno il grande scrittore, questo, in cento opere, non ne ha lasciata neppur una di quelle che son riputate insigni anche da chi non le approva in tutto, e conosciute di titolo anche da chi non le legge? Come mai, tutte insieme, non sono bastate a procurare, almeno col numero, al suo nome una fama letteraria presso noi posteri? — La domanda è ragionevole senza dubbio, e la questione, molto interessante; perchè le ragioni di questo fenomeno si troverebbero con l’osservar molti fatti generali: e trovate, condurrebbero alla spiegazione di più altri fenomeni simili. Ma sarebbero molte e prolisse: e poi se non v’andassero a genio? se vi facessero arricciare il naso? Sicchè sarà meglio che riprendiamo il filo della storia, e che, in vece di cicalar più a lungo intorno a quest’uomo, andiamo a vederlo in azione, con la guida del nostro autore.
Sùbit dopo, chel róbler l’è nù de vòuta per riferìrge che, ‘l dì prima, ‘l cardinal Federigo Borromeo, vesco de Milan, l’era arivà a *** e che ‘l saròs restà ìo per tut el dì. E po' ‘l giâ dit che la ós che g’era ‘l vesco l’era nada fòr per tuti i paesòti ìo ‘ntorna, ancor la sera prima, e tanta zènt la voléva a tuti i costi nar a véderlo e che tut chel sbadoclar de le ciampane, pù che avisàr la popolazion l’era pròpri ‘n far véder la contentezza. Restà che l’era da só pòsta, l’inominà, l’à seghità a vardar zó per la val, pèrs entei só pensieri ancor pù fondi. — Per n’òm! Tuti ‘nzì ansiosi, ‘nzì contenti, sol per véder n’òm! Epur, ognun de lori i g’averà le só preocupazion, i só tormenti. Ma ‘nzun, enzun de lori i ge n’averà un come ‘l mè! Enzun averà passà na nòt come la mia! Che g’averàl po' st òm per far contente e beate ‘nzì tante persone? Forse calche sòldo che ‘l darà fòr a caso… Ma mìgia tuti i và ìo per domandar la ciarità no. Forse na oclada calmante, calche parola de consolazion… Oh, se ‘l g’avés parole bòne ancia per slizerìr el me dolor! Se…! — Po' tut de colp, en pensier i l’à scorlà: “Perché po' nó doròssi nar ancia mì? Perché po' no?... Vón ancia mì! Sì, vòi véderlo, e vòi parlàrge ‘ntei òcli. Ma… che dìrge po'? Bòn, ge dirai chel che… chel che me nirà ‘n ment. Spèti a véder chel che ‘l giâ da dìrme el, sto òm! — Zapà, enten modo confus, sta risoluzion, l’à ruà ‘mprèssa de vestìrse, metèndo na plùs che ge ‘nsomiava a na divisa da militare. L’à tòt la pistola che era restà sul lèt e i se la taciàda a la zintùra da na banda; da l’àutra banda ‘l n’à ‘nzolà su n’àutra che l’à tòt zó da ‘n clòut su ‘nte na paré. Enla stessa zintùra l’à metù ancia ‘l só pugnàl e, sèmper da la paré, l’à tòt zó ‘n szòp, notòrio scasi come el, che ‘l s’à metù a tracòla. Po' l’à brancà ‘l ciapèl, l’è partì da la ciàmera e ‘l s’è dirèt per prìma ròba vèrs chela ‘ndo che l’eva lagià la Lucia. L’à pozà ‘l szòp enten cianton vizìn a la porta e l’à batù, fasèndo sentìr entel stes tèmp la só ós. La vècla l’è sbalzàda zó dal lèt e l’è corsa a davèrzerge. El sior l’è nà ént e, dopo aver dat n’oclada a la ciàmera, l’à vist la Lucia encuzzolada enten cianton, chièta. “Dòrmela?” l’à domandà sota ós a la vècla: “ìo la dòrm? Èrel chest i me órdeni, disgraziada?” “Mì ài fat de de tut,” l’à rispondù chela ìo: “ma nó l’à volèst magnar si tanti gen èra, nó l’à volèst nir…” “Làgela dormìr en paze; vàrda de nó disturbàrla; e cando che la se desdromenzerà… la Marta la nirà cì enla ciàmera arènt; e tì manda a tòr calunque ròba che la putèla la pòdia domandàrte. Cando che la se desdromenzerà… dìge che mì… che ‘l padron l’è partì per pòc’ tèmp, e che ‘l tornerà, e che… ‘l farà tut chel che ela la vorà.” La vècla l’è restada tuta sbalordìda e la pensava ‘ntra de ela: — che ‘l sia calche prinzipéssa chesta? — El padron l’è partì, l’à tòt el só szòp e ‘l giâ dit a la Marta de restar ìo ‘nla ciàmera vizìna e de spetar. Po' dopo al prim róbler che l’à ‘ncontrà ‘l giâ ordenà de nar a far la guardia davanti a la porta e che ‘nzun, men che la vècla, podés méter pè ‘nla ciàmera. Dopo aver dat tuti sti órdeni, l’è nà fòr dal ciastèl e ‘l s’è ‘nvià zó per l’ertón de corsa. Ca vècla storia scrìta a man, nó la né dis cant che g’era dal ciastèl al ciampanìl endo che steva ‘l cardinal; ma dai fati che sen dré a contàrve, vèn fòr che nó ‘l dovéva èsser che na spassezàda en pòc’ pù lòngia. Sol dal fato che i abitànti de la val e perfìn zènt che nidéva dai pòsti pù lontani i se ‘nviàs vèrs chel paes, nó se poròs tirar na conclusion segura. Difati, da le ciarte de chel’epoca noi sen che tanta zènt la corìva per véder el cardinal Federigo da distànze de trenta o carànta chilometri. I róbleri che l’ancontrava per ca strada érta i se fermava con rispèt cando che passava ‘l padron, pronti a rizéver calche órden o a nàrge dré per calche incombènza. Però, i restava ‘n pòc’ dubiosi entel véder la só fazza e le oclàde che ‘l deva a risponder ai só saluti, senza ressuìr a ciapìr chel che ‘l geva ‘n ment. Cando che l’è arivà su la strada del comun, chel che feva pù maravea a la zènt, l’era de véderlo senza ‘l só sòlit sclap de guardie. Peràuter, ognun ge féva pòsto, togèndola largia, cant che saròs sta assà ancia se ge fus sta i róbleri, e s-ciapelàndose con rispèt. Arivà ‘ntel paes, la trovà na gran fola; ma ‘l só nòm l’è passà de bócia ‘n bócia; e la fola la lo feva passar. El s’è svizinà a un e ‘l giâ domandà endo che l’era ‘l cardinal. “En cialòngia,” ‘l giâ respondù chelìo, inchinàndose, e ‘l giâ fat véder endo che l’era. El sior l’è nà da chela, l’è passà ‘nte ‘n cortìu plén de prèti ‘ndo che tuti i lo vardava con na maravea de chele e ancia con sospèt. Davanti a na porta spalancada l’à vist na saléta, endo che s’era binà tanti àutri prèti. El s’à tòt zó ‘l szòp e i l’à pozà enten cianton del cortìu; po' l’è nà ént ente la saléta: e ancia ìo, oclàde, sussùri, e ‘n nòm ripetù, e silenzio. L’inominà, parlàndo con un de chei prèti, ‘l giâ domandà ‘ndo che l’era ‘l cardinal, e che ‘l voléva parlàrge. “Mì son furèst,” dis sto cì, e dat n’oclada ìo ‘ntorna, l’à clamà ‘l segretàri del vesco, che l’era ‘nten cianton de la saléta, e l’era drè apunto a dir sota ós a ‘n só compàgn: “ma chel? chel che giâ ca nòmina? che g’àl da far po' cì chelìo? fòr da le s-ciàtole!” Però, sicome i l’eva clamà e tuti i eva sentù, l’è sta obligià a nìr; el s’è inchinà dinanzi al’inominato, e l’à scoutà chel che ‘l voleva, e auzzàndo i òcli con curiosità su chel vis, e po' sbassàndoi sùbit, l’è restà ìo ‘n pòc’, po' ‘l dis o, mèio, l’à sbezzegià: “nó saveròssi se ‘l monsignor lustrìssim… ente sto moment… el se trovia… ‘l sia… ‘l pòdia… Bòn, vón a véder.” E l’è nà malvolintéra a portar l’avìso ‘nte la ciàmera dausìna, endo che g’era ‘l cardinal. A sto punto de la nòssa storia, nó podén far a men de fermàrne n’àtimo, pròpri come ‘n viazadór strac’ e avelì, dopo aver fat tanta strada su ‘nten terén difìzile e selvàdec’, el se ferma a poussàr e a pèrder en pòc’ de tèmp, en pezzòt a l’ombra de na bèla planta, su l’erba, vizìn a na sortìva de aca fres-cia. Sen arivadi a contàrve de ‘n personazi che ‘l só nòm e la só memòria, ogni bòt che i te vèn en ment, i te fa nìr en sènso de vero rispèt e de gran simpatìa. Tanto pù adès, dopo aver vist tante brute ròbe dolorose e arcanti ati de crudeltà e de ciativèria, l’è nezessari dedicar càter parole a sto òm. Cì che nó è ‘nteressà a scoutàrle e però ‘l volés sol nar a véder come che la và avanti sta storia, ‘l pòl sautàr sùbit a lézer el capìtol che vèn dopo. Federigo Borromeo, l’era nat entel 1564, e l’è sta na persona straordenaria per ogni epoca, n’òm che l’à ‘mpiegià ‘l só grant inzègn, tuti i mezi del só gran patrimòni e tuti i privilèzi de la só posizion per zerciar e pratigiar de sèito ‘l ben. La só vita la pòl èsser paragonada a ‘n rì che sbrìnzà fòr làmpit dal cròz e, senza mai fermàrse e nancia mai ‘ntorbolàrse, enten cors lònc’ per teréni diferènti, el cór puro ‘nfìn a nar a petàrse ‘nten fiume. Nù su ‘ntel lusso e ‘ntel splendór, fin da pòpo l’à ‘mparà le lezion de umiltà e de sacrifìzi, le regole che parlava de l’inutilità dei ciaprìzzi, de l’inzustìzia de l’orgòi, e del vero decoro de n’òm, a chel che conta de pù ‘nla vita, tut ròbe che vèn passà da na generazion a l’àutra con la relizion. Però, ste lezion, nó l’è che i l’à sol scutàde, ma i l’à tòte sul serio, i la studiade ben e i l’à calcolade come vere. E ‘nzì pensando, ‘l s’era rendù cont che le idee contrarie nó le podéva èsser vere, ancia se le passa da na generazion a l’àutra ancia chele e con la stesa convinzion e a bòte perfìn da le stesse persone. Sichè l’eva dezìso de oservar entei só pensieri e ‘nte le só azion sol chel che ‘l credéva fus verità. Convinto che la vita nó la fus destinada a èsser en pés per tanti e ‘n privilèzi per pòci, ma putòst en servìzi che tuti i giâ da far, e che a la fìn ognun deve rènder cont, fin da pòpo l’à scomenzià a pensàr su come che ‘l podéva rènder la só vita utile e onesta. Entel 1580, el Federigo Borromeo l’à dezìso de far la vita da prèt e l’è sta consacrà da só cosìn el Carlo, n’àuter de chei che zà alora l’era stimà da tuti come ‘n sant. Pòc’ tèmp dopo, l’è nà ‘ntel colègio che ancora ancòi el giâ ‘l nòm de la só famìlia. Dént ente chel colègio, èstra che aplicàrse con gran passion a studiar e a tute le àutre mansión e a le régole, ‘l s’eva tòt su, per conto so, doi dovéri ‘n pù: ansegnar el catechismo ai pù poréti e arbandonadi tra la zènt e assìster, consolar e aidar i maladi. Grazie a la só autorità e al rispèt che tuti i ge ricognosséva naturalment, l’era sta bòn de tiràr dént ente ste òpere de ciarità ancia i só compagni, dando sèmper l’esèmpi e togèndose su, de fato, l’incombènza de far da timón. Sto èsser capo, nó ‘l nidéva da èsser en nòbile, ma sora a tut da le só calità de persona, perchè ‘l saròs sta ‘n esèmpi da copiar ancia se ‘l fus sta l’ultim tra i studènti. Anzi, tuti i privilèzi che nidéva da la só posizion non sol nó i ge ‘nteressava pròpri ‘ngot, ma i le feva tute per s-civàrli. L’eva sièlto de far na vita severa, magnàr pòc’, vestìr con moderazion, scasi da porét e ‘n comportament che neva d’acòrdi con ste sièlte. Nó l’à mai lagià, nancia la só famìlia, che la ge metés el bèc’, e difati i ge brontolava perché i diseva che sto só modo de vìver el riduséva l’onor de la stìrpa. L’à dovèst ancia blocar le manòure dei maestri del colègio, che i provava a offrìrge de scondión ròbe pù zivìli o de fàrlo passar, dinanazi ai só compagni, per un pù àut en grado; e chesti i lo feva, o perché i credéva che a la lòngia i se saròs fati volér ben; o perché i geva ca spèzie de divozion che svanìs e po' la torna entel splendor dei àutri; o perché l’era de chei che téme le virtù tanto cant i vizi e i pensa che la perfezion la sia sèmper entel mèz; e ‘l mèz l’è sèmper endo che i era arivadi lori e ‘ndo che i sta còmodi. El Federigo, enveze che lagiàrse convìnzer da ste ròbe, el critegiava nèt e sclèt calunque provàs a vantazàrlo e ste dezision enzì resolute i le mossava che l’era ancora zóven. Cando che ‘l cardinal Carlo l’era ‘ncor vìo, essèndo pù vècel de el de vintisei ani, davanti a ca presènza ‘nzì sèria e importante che mossava ‘l só èsser sant e tute le òpere de ben, se davanti a sta presenza, che ‘nte ogni moment l’era onorada da tuti si tanti ge n’era, el Federigo putelòt el provàs a comportàrse come chel superior ìo, nó l’era de segur da fàrse maravéa; ma chel che è straordenari dalbòn, l’è che, dopo che è mòrt el cardinal Carlo, enzun s’è acòrt che al Federigo, che ‘l geva vinti ani, ge manciàs un che lo direzés e che ‘l ge vardàs sora. La só capazità, la só sapiènza, e la só profonda credènza de la religion, le ge garantìva na nòmina che cresséva sèmper de pù. Per de pù, l’aiùt de cardinai potènti, l’autorità de la só famìlia, e perfin l’onor del só nòm, metù ‘nsèma a la santità del Carlo, tut chesto el feva pensar per el Fedirigo a ‘n doman entei pù àuti gradi del clero. Però ‘l Federigo l’era dal tut convìnto de na regola cristiana de grant importanza: enzun tra i òumni giâ na vera autorità sui àutri se non chela de méterse a servìrli. Per sto motivo ‘l teméva le posizion àute de grado e ‘l vardava se l’era possìbol de s-civàrle, ma no perché ‘l volés tiràrse ‘ndrè dal servìr el pròssim — al contràri la dedicà tuta la só vita a chesto — ma perché nó ‘l se tegnìva dégn assà e capàze de pratigiar en servìzi ‘nzì ‘mportante e difìzile. E ‘nzì, cando che ‘ntel 1595 el papa Clemente VIII ‘l giâ proponèst de deventar vesco de Milan, el Federigo l’èra tut preocupà e l’à refudà senza dir baf. Sol dopo, cando che ‘l papa ‘l giâ órdenà fòr dai dènti de azetar, a la fìn l’eva zedù. Mossàr zèrte virtù, come tuti i sa, nó l’è né difìzil né straordenàri, e tuti i sa che l’impocrisìa la le pòl simiotar senza tanta fadìgia, pròpri come la coionadura la pòl vènzerle senza pensàrge su tant. Però, chesto nó vòl dir che le virtù mossade nó le sia la realtà de n’ànem zenerós e savi. A la fìn, la vera prova de le parole l’è la condóta de chel che le dis: se ‘n zèrto modo de parlar el palésa con sinzerità ‘n portament empostà a la zenerosità e al sacrifìzi, alor che parole le sarà sèmper nòbili e bele, al de fòr del fato che le sia stade dite ancia da impòcriti e burloni. El Federigo, da vesco, ‘l s’à fat ben véder per la só atenzion a nó dopràr mai per sé stes né lussi, né ‘l só tèmp, né le só forze, se non pròpri per chel tant che l’era nezessàri. El diséva sèmper, come che fa tanti, che ‘l patrimòni de la glésia l’è dei poréti; ma ‘l modo che ‘l togéva sul sèrio ste parole se ‘l ciapìs benón da ‘n fato. L’eva fat stimar cant che ge voléva per mantègner el e i só servi: i geva dit che ge voléva seizènto scudi (a chel’època soldi de òr che dopo, pesàndo sèmper compàgn i l’à clamadi zechini). Alor l’à ordenà che ogni an sta sóma la fus tòta fòr da la só pròpia cassa e la fus metùda ‘nchela de la mènsa del vesco, sicome ‘l pensava che nó fus zùsto, ancia se l’era ‘n gran sior, vìver coi soldi destinadi ai pouréti. Cant al só patrimòni privato i lo ministrava con na tale atenzion che nó ‘l cambiava l’àbit ‘nfìn che nó l’era pròpri delìs dal tut; a sta poertà, come che à tramandà tanti scritóri, ‘l metéva ‘nsèma l’abitudine de tègnerse nét; doi ròbe che a chel tèmp le era ‘n fato pròpri straordenari. Entel stes modo, per nó far nar de mal nancia ‘l minimo svanzaròt del só past, sèmper s-ciàrs, el Federigo l’eva dezìso che ‘l fus destinà per el ricòvero dei pouréti. Tuti i dì, su só órden, un de chei pouréti ‘l nidéva ‘nla sala ‘ndo che ‘l magnava, per tòr su tut chel che era vanzà. Zèrte de ste ròbe le poròs far pensar a na virtù grama, s-ciarsa, a ‘n modo de pensar ossessionà da le picolézze e che nó l’era bòn de prozetàr ròbe pù grande. Ma sto zudìzi, davanti a la creazion de la Bibioteca Ambrosiana, nó ‘l val engot: n’impresa tiràda su da zèro con spese smisurade. Per aumentar el nùmer dei libri e de ciàrte vècle, èstra che regialàrge chei che l’eva zà metù ‘nsèma el con grant inzègn e a só spese, l’à mandà òt tra i pù bravi sienziati che ‘l podéva trovar, destinàndoi a zerciar e a comprar libri de l’Italia, de la Francia, de la Spagna, de la Zermània, de le Fiandre, en Grecia, sul Libano e perfìn a Zerusalème. Ente sto modo l’è sta bòn de méter ensèma zirconzìrca trènta mìli libri stampadi e catòrdes mìli ciarte antìche. A ca bibiotèca, ‘l Federigo ‘l giâ tacià en colègio de sienziati (d’imprinzìpi i era nove e i li mantegnìva tuti el a só spese enfìn che l’è vivèst; dopo mòrt, sicome le sòlite entrate nó le era assà per sostègnerli, el nùmer de sti cì l’è sta sbassà a dói). L’incombènza de sti dotóri l’era de studiar pù ben che l’era possìbol, arcanti argomenti: teologia, storia, literatura, antichità reliziose e parlade de l’oriente, con l’òbligo, per ognun, de scrìver almen en lìber che ‘nteressàs el só argomént. L’à ‘nvià via ancia ‘n seminàri che l’eva clamà “tréi lénghe”, ‘ndo che i studènti i ‘mparava ‘l grèco, ‘l latìn e ‘l taliàn; en colègio de scolari che nidéva su ‘mparàndo a menadìt ste trei lénghe per dopo, en domàn, podérle ‘nsegnar; po' ancia na stamperìa apòsta per le lénghe de l’oriente: l’ebraico, ‘l caldèo, l’arabo, ‘l persian, e l’arméno; na colezion de cadri, na galerìa de statue e na scòla per le tréi art prinzipali del disegno. Per ste cì (le art del disegno), l’è sta bòn de trovar maestri zà spèrti. Per tut el rèst, come zà dit, la dovèst dàrse da far assà a tòr su libri e ciarte antiche. De segur l’era sta ancor pù difìzile procuràrse i stampìni de che lénghe, che a chel tèmp le era tant de men studiade enl’Europa a confront de adès; ma ancor pù clari era chei dotóri bòni de lauràr parlàndo che lénghe ìo. Basterà dir che, de nòve dotóri destinadi, òt i è stadi sièlti tra i studenti zóveni del seminari: sto fato ‘l fa ciapìr l’opinion che ‘l geva ‘l Federigo dei studi zà fati prima, e dei dotoróni de chel tèmp; en zudìzi chesto che, da chel che s’à vist, ancia le generazion che è nù dopo le à tòt come esèmpi, che difati le à desmentegià sia chei studi sia chei dotoróni ‘nzì nominàdi. Ente le regole che l’à deliberà per podér dopràr la bibiotèca, se vét benón l’intènto che la fus sèmper ùtile: n’intènto che nó l’era sol bel en sé, ma ancia zudiziós e fino, pù avanti ‘n confrónt a le sòlite abitudini de chel tèmp. L’eva ordenà al bibiotecàri de mantègner le relazion con i studiosi pù sapiènti de l’Europa, per restar informà su come che l’era metùda la siènza e sui libri mióri che fus sta publicià ente ogni argomént, en modo da comtràrli sùbit per la bibiotèca. E èstra i l’à obligià ancia de consiliar ai studiàdi i libri che nó i cognosséva, ma che podéva èsser ùtili per lori. Po' l’à dezìso ancia che tuti, fus zitadìni o furèsti, i podés doperàr i libri, col tèmp e ‘l modo nezessari. Na intenzion del zènere (chele de perméter che i libri i fus a disposizion de tuti) ancòi la poròs emparér dal tut normale e conforme col scòpo de na bibiotèca; ma ai tèmpi nó l’era pròpri ‘nzì. Difati, na storia de la Bibiotèca Ambrosiana scrìta da Pierpaolo Bosca, che l’era sta ‘l bibiotecàri dopo che ‘l Federigo l’era mòrt, se léz come che ‘n fato straordenari che, sta bibiotèca metùda ‘nsèma da ‘n privato e scasi dal tut a só spese, i libri i fus metùdi ‘n mostra, pronti per èsser dopràdi da tuti chei che voléva, e che adiritura la ofrìs en pòsto da sentàrse zó con ciàrta, péna e cialamàr per tòr zó nòta. Al contràri, ente zèrte bibiotèche plùvige ancia pù nominàde, i libri nó i era nancia ‘n vista: i era seràdi dént entei armàri, e se podéva véderli sol se ‘l bibiotecàri, per piazér, el dezidéva de mossàrli per calche minùt. L’idea de offrìr a le persone la possibilità de studiar en bibiotèca, nó la esisteva nancia. Enzì, aumentàr i libri de che bibiotèche voléva dir, en realtà, far manciar i libri da l’uso de tuti: una de che ròbe che come che ge n’era e ge n’è ancor tante, che ‘nveze de far frutar le fa nar en misèria. Nó ste domandàr che fruti che l’àbia dat la fondazion de la Bibiotèca Ambrosiana su la siènza del tèmp, se poròs dir fazilment, con doi bele parole dite ben, che i efèti i era stadi straodenarie, al contràri, che i era stadi inùtili. Però a provar a ciapìr e spigiàr dalbòn, o almen per na pàrt, che efèti reali l’abia bù, ge voròss tanta fadìgia, e ‘l porteròs a pòci risultati veri, e, comunque, el ne porteròs fòr de strada ente la nòssa storia. Pensà ‘nveze a cant che ‘l dovéva èsser zenerós, capàze, tegnìz e bòn, el volér migliorar le condizion de la zènt, de chel che à emmazinà e realizà en prozèto de zènere. E i l’à fat ente n’època ‘ndo che g’era pù gnari, pù fàussi e n’odio per ogni tipo de studi e dimostrazion de siènza. I l’à fat ancia se gera tante crìtege saurìde, e per chesto en mèz ai “a che sérvela po'? g’era àuter da far no? ma che bèla invenzion! ne manciava sol chesta” e àutre de sto tipo; crìtege che de segur le è stade de pù dei soldi che l’eva metù entel prozèto. E chei soldi nó i era stadi pòci: ben 105.000 scudi, i pù tanti da le só s-ciarsèle. Per spiegiar che n’òm, come ‘l Federigo, zenerosìssim e che ‘l feva tant del ben, nó ‘l saròs nancia nezessàri savér se l’abia spendù tanti soldi per aiutar i pù pouréti; epur g’è ancora zènt che pensa che sol sto tipo de spesa, o adiritura tute le spese, le sia la vera e pù utile de le ciarità. El Federigo ‘nveze ‘l pensava che la limòsina la fus el dovér prinzipalìssim de tuti; e cì, come ancia ‘ntel rèst, i só comportamenti i era come che ‘l parlava. Difati, sèmper, fòr e fòr enla só vita, nó l’eva fat àuter che donar tant ai pouréti. A riguardo de la ciarestìa, zà descrìta ente sta storia, enten pezzòt sarà contà arcanti fati che i farà véder con canta sapiènza e bòn còr el savés dopràr ancia sto tipo de zenerosità. Tra le tante ròbe, contàde da chei che à scrìt de la só vita e che testimoniava che ca virtù nó la ge manciava, eco che ve ‘n dìgi un che pròpri vòl dir tut: nù a savér che ‘n nòbile el voleva obligiar con l’ingiagn e la forza só fiòla a fàrse suòra, benància ela la desideràs enveze de sposàrse, el Federigo l’à fat clamàr el pare. Dopo avérse fat dir la verità, o sia che ‘l motìvo de chel òbligo l’era che nó ‘l podèva méterge catermìli scudi, soldi che ‘l pensava fus nezessàri per far en matrimòni decorós, el Federigo l’eva dezìso de dàrge pròpri el chei catermìli scudi. Calchedun poròs pensar che se tratas de n’azion massa zenerósa, esazeràda, senza antivéder, e magiari ancia massa conziliante vèrs che pretenzión orgolióse de chel nòbile. E se poròs ancia controbàter che chei soldi s’averòs podèst dopràrli per far vergot de pù ùtile. A tut chesto noiàutri nó gen na vera risposta, se non chela de dir che saròs pù bel se, pù de spés, se vedés le bondànze de na virtù tanto libera da le fìsime del só tèmp, tanto separada da le mode e da le opinión de la zènt, come che l’è sta chela che à convìnto ‘l Federigo a regialar catermìli scudi per impedìr che na putèla la fus obligiada a tòr i voti contra la só volontà. La ciarità senza fìn de sto òm, èstra che fàrse véder ente la zenerosità reale, se la vedéva ancia entel só comportament de tuti i dì. L’era na persona che steva con tuti, e che la dovéva mossàr de èsser sèmper contènt e de avér en portamént de afèto, spezialment vèrs le persone pù ùmili, pròpri perché l’è chele che ‘nla vita le ‘ncontra men bontà. Ancia ‘nte chesto però l’à cognèst combàter contra zèrti fintóni, chei da “’ngot de massa”, che i voròs comandàrge ai àutri zèrte regole, e se sa, le sóe. Un de chesti, ente n’ocasion che ‘l Federigo l’era enten paesòt su ‘nzìma a la val, e l’era dré a ‘nsegnarge a arcanti pòri popàti, dodolàndoi con afèto entant che ‘l parlava con lori, el giâ brontolà con en tono de sfida: ‘l giâ dit che l’averòs dovèst far a men de tante moìne, perché chei pòpi i era massa spórci e spuzzolènti. Sto “bòn òm”, de segur, el pensava che ‘l Federigo nó ‘l se fus acòrt de la blolgiarìa de chei pòpi, o che nó ‘l fus bòn de giatàr da só pòsta en modo pù fino per mossar afèto. Purtropo, ‘n zèrte epoche e ‘n zèrti momenti, cì che è a la testa de vergot, come ‘n vesco, de spes el giâ la scarògna che ‘nzun giâ ‘l coràzo de corézerlo cando che ‘l sbaglia, ma nó mancia mai cì che se fa avànti per critegiàrlo cando che ‘l fa vergot de bòn. Ma ‘l Federigo, con na zèrta delusion, el giâ rispondù a chel’òm: “Cheste l’è le ànime che i m’à consegnà, e forse nó le vederà mai pù ‘l me vis… e voi pretenderòsseo che mì nó le brazzia?” El Federigo però l’era un che nó ‘l se la togéva pù che tant, l’era contènt del só modo de far e de la só gran calma dovuda al só naturàl sèmper felìze; en realtà ca paze che ‘l mossàva l’era ‘l frut de tanto sfòrz per tègnerse calmo el che l’everòs bù ‘n caràter portà a l’istìnto. Cando che calche bòta ‘l se feva véder sèrio, o perfìn rustegón, i lo feva sol con i prèti che ‘l geva sota e che ‘l nidéva a savér che i era angórdi, fàussi o che i geva comportamenti che i neva contra a l’onor de la só nòbile mission. Per tut chel che ‘mportava i só ‘nterèssi privati o la só vita fòr da chela de prèt, nó ‘l feva véder mai nessun ségn: né contentezza, né dolor, né passión, né azitazion. L’era straodenari se dalbòn nó ‘l sentiva sti sentimenti, ma ‘ncor de pù se l’era bòn de tègner chièti chei sentimenti dénter de sé stes. L’è nà a tanti conclavi, e da tuti l’è nù fòr con la nòmina de nó avèr mai desiderà deventar papa, na carica che la pòl èsser na grant ambizion, ma per cì che ge crét ancia putòst rognosa. Na bòta ‘n cardinal de chei che contava el geva ofèrt el só voto e chel del só partito (na bruta parola, ma l’era chesta che se usava), e ‘l Federigo l’eva refudà l’ofèrta con na tale dezision da fàrge arbandonar sùbit a chel cardinal l’idea. Sta umiltà e la só renónzia del comando le se feva véder ancia ‘nle situazion de tuti i dì. Pur essèndo atènto e mai strac’ entel preparar e far nar, endo che ‘l pensava che fus só dové r fàrlo, ‘l vardava sèmper de nó ‘ntrométerse ‘ntei afari dei àutri e, anzì, ‘l vardava ‘n tuti i modi de starnen fòr cando che i lo tirava dént. Temperanza e moderazion straordenarie, come tuti i sa, entei òumni pù atènti e che vol far del ben, come che l’era el Federigo. Se ne lagiàssente portar dal piazér de rezistrar tute le ròbe degne de lode del só caràter, niròs fòr de segur en gran numer de calità che, sùbit per sùbit, se diròs che nó le và d’acòrdi ‘ntra de lore, e che comunque l’è gran difìzile trovàr tute ‘nsèma ‘nla stessa persona. Però, volén ancià dàrge importanza a n’àutra calità de ca vita splendiènta: benancia che la só vita la fus pléna de incombènze del goernar, de l’ansegnar, po' de òbligi reliziósi, riunion, visite pastorali, viàzi e lite, ‘l trovava sèmper comunque ‘l tèmp per studiar. Ma non sol, el studiava ‘nzì tant che ‘l saròs sta assà ancia per un che la siènza l’era ‘l so mistér. Per chesto, èstra che per tanti àutri mèriti che g’era sta ricognossù, el Federigo l’è sta considerà ancia da chei del só tèmp come n’òm lezù. Nó podén però scònder el fato che ‘l Federigo l’è sta, e per tant tèmp, convinto a sostègner arcante idee che ancòi le ‘mpareròs a tuti pù strambe che sbagliàde; ancia a chei che saròs d’acòrdi che le era zuste. Cì che volés difènderlo ente chesto, ge saròs ca scusa che se tratava de erori che a chel tèmp feva tuti. Ma l’è na scusa che, ‘n zèrti casi, se l’à giâ ‘n bòn fondament, la pòl aver ancia ‘n zèrto valor, e ancia grant; ma però se la vèn tòta, come che se fa de sòlit, enzì, tanto per dir, nó l’à vòl dir pròpri ‘ngot. Sichè, nó volèndo far sèmplizi le chestion complicade con spiegiazion massa fàzili, e nancia tiràrla ‘n lòngia massa su ‘nten fato che conta pòc’, faren a men ancia de star cì a descrìver entel minimo cale che l’era ste opunion. Basta dir che pur avèndo gran stima de sto grant òm en zeneràle, nó pretendén de dir che ogni ròba del só caràter la fus perfèta; perché nó volén nancia far la fegura de cì che scrìo en discors come che se fa ai funerài. Nó ofenderén de segur i nòssi lezidori se ‘mmazinan che calchedun se domàndia se n’òm con enzì tant inzègn e tant studiar l’abia lagià cì calche lìber importante. Demóscol, se ‘l n’à lagià! I è zirconzìrca ‘n zentenàr i só libri che s’è salvà, tra grandi e pìzzoi, en latìn e ‘n taliàn, sia stampadi che scrìti a man, custodìdi ‘nla bibiotèca che l’eva ‘nvià via ancor el. Se trata de libri de morale, discorsi, studi de storia, de antichità sacre e profane, libri de literatura, su l’art e su tanti àutri argomenti. — E come mai po', ‘l dirà sto lezidor, tanti de sti libri i è stadi desmentegiàdi, o perlomen i è ‘nzì pòc’ cognossùdi, enzì pòc’ zerciadi? Come mai pò, con tant inzègn, con tant studiar, con tanta pràtigia dei òumni e delle ròbe, con tant prozetar, con tanta passion per el bòn e per el bèl, con tanta sinzerità, con tante àutre de che calità che fa ‘n gran scritor, chesto, enten zènto libri che l’à scrìt, nó ‘l n’à lagià nancia un de chei che po' dopo è restà ‘nla memòria de tuti, anche da cì che nó i li prezzava dal tut, e cognossùde dal tìtol ancia da cì che nó i li léz? Come mai pò, tuti ‘nsèma, nó i è stadi assà a ciausàr, almen col nùmer, al só nom na nòmina de sapiènte ancia per noiàutri? — Sta domanda l’è de segur sàvia, e l’argoment pròpri interessante, perché le ciàuse de sto fato se poderòs ciapìrle con l’osservar tanti fati ‘n zenerale: e na bòta ciapì, le poròs portàrne a na spiegiazion ancia de àutri fati sìmili. Però le spiegiazion le saròs lònge e complicade… e se dopo nó le ve plasés? Se le ve stufisés? Alor l’è meio tornàr a contàrve la storia e, ‘nveze che seghitar a parlar de sto òm, nén a véder chel che ‘l fa, nàndoge dré al nòs autor.
Il cardinal Federigo, intanto che aspettava l’ora d’andar in chiesa a celebrar gli ufizi divini, stava studiando, com’era solito di fare in tutti i ritagli di tempo; quando entrò il cappellano crocifero, con un viso alterato. “Una strana visita, strana davvero, monsignore illustrissimo!” “Chi è?” domandò il cardinale. “Niente meno che il signor...” riprese il cappellano; e spiccando le sillabe con una gran significazione, proferì quel nome che noi non possiamo scrivere ai nostri lettori. Poi soggiunse: “è qui fuori in persona; e chiede nient’altro che d’esser introdotto da vossignoria illustrissima.” “Lui!” disse il cardinale, con un viso animato, chiudendo il libro, e alzandosi da sedere: “venga! venga subito!” “Ma...” replicò il cappellano, senza moversi: “vossignoria illustrissima deve sapere chi è costui: quel bandito, quel famoso...” “E non è una fortuna per un vescovo, che a un tal uomo sia nata la volontà di venirlo a trovare?” “Ma...” insistette il cappellano: “noi non possiamo mai parlare di certe cose, perchè monsignore dice che le son ciance: però, quando viene il caso, mi pare che sia un dovere... Lo zelo fa de’ nemici, monsignore; e noi sappiamo positivamente che più d’un ribaldo ha osato vantarsi che, un giorno o l’altro...” “E che hanno fatto?” interruppe il cardinale. “Dico che costui è un appaltatore di delitti, un disperato, che tiene corrispondenza co’ disperati più furiosi, e che può esser mandato...” “Oh, che disciplina è codesta,” interruppe ancora sorridendo Federigo, “che i soldati esortino il generale ad aver paura?” Poi, divenuto serio e pensieroso, riprese: “san Carlo non si sarebbe trovato nel caso di dibattere se dovesse ricevere un tal uomo: sarebbe andato a cercarlo. Fatelo entrar subito: ha già aspettato troppo.” Il cappellano si mosse, dicendo tra sè: — non c’è rimedio: tutti questi santi sono ostinati. — Aperto l’uscio, e affacciatosi alla stanza dov’era il signore e la brigata, vide questa ristretta in una parte, a bisbigliare e a guardar di sott’occhio quello, lasciato solo in un canto. S’avviò verso di lui; e intanto squadrandolo, come poteva, con la coda dell’occhio, andava pensando che diavolo d’armeria poteva esser nascosta sotto quella casacca; e che, veramente, prima d’introdurlo, avrebbe dovuto proporgli almeno... ma non si seppe risolvere. Gli s’accostò, e disse: “monsignore aspetta vossignoria. Si contenti di venir con me.” E precedendolo in quella piccola folla, che subito fece ala, dava a destra e a sinistra occhiate, le quali significavano: cosa volete? non lo sapete anche voi altri, che fa sempre a modo suo? Appena introdotto l’innominato, Federigo gli andò incontro, con un volto premuroso e sereno, e con le braccia aperte, come a una persona desiderata, e fece subito cenno al cappellano che uscisse: il quale ubbidì. I due rimasti stettero alquanto senza parlare, e diversamente sospesi. L’innominato, ch’era stato come portato lì per forza da una smania inesplicabile, piuttosto che condotto da un determinato disegno, ci stava anche come per forza, straziato da due passioni opposte, quel desiderio e quella speranza confusa di trovare un refrigerio al tormento interno, e dall’altra parte una stizza, una vergogna di venir lì come un pentito, come un sottomesso, come un miserabile, a confessarsi in colpa, a implorare un uomo: e non trovava parole, nè quasi ne cercava. Però, alzando gli occhi in viso a quell’uomo, si sentiva sempre più penetrare da un sentimento di venerazione imperioso insieme e soave, che, aumentando la fiducia, mitigava il dispetto, e senza prender l’orgoglio di fronte, l’abbatteva, e, dirò così, gl’imponeva silenzio. La presenza di Federigo era infatti di quelle che annunziano una superiorità, e la fanno amare. Il portamento era naturalmente composto, e quasi involontariamente maestoso, non incurvato nè impigrito punto dagli anni; l’occhio grave e vivace, la fronte serena e pensierosa; con la canizie, nel pallore, tra i segni dell’astinenza, della meditazione, della fatica, una specie di floridezza verginale: tutte le forme del volto indicavano che, in altre età, c’era stata quella che più propriamente si chiama bellezza; l’abitudine de’ pensieri solenni e benevoli, la pace interna d’una lunga vita, l’amore degli uomini, la gioia continua d’una speranza ineffabile, vi avevano sostituita una, direi quasi, bellezza senile, che spiccava ancor più in quella magnifica semplicità della porpora. Tenne anche lui, qualche momento, fisso nell’aspetto dell’innominato il suo sguardo penetrante, ed esercitato da lungo tempo a ritrarre dai sembianti i pensieri; e, sotto a quel fosco e a quel turbato, parendogli di scoprire sempre più qualcosa di conforme alla speranza da lui concepita al primo annunzio d’una tal visita, tutt’animato, “oh!” disse: “che preziosa visita è questa! e quanto vi devo esser grato d’una sì buona risoluzione; quantunque per me abbia un po’ del rimprovero!” “Rimprovero!” esclamò il signore maravigliato, ma raddolcito da quelle parole e da quel fare, e contento che il cardinale avesse rotto il ghiaccio, e avviato un discorso qualunque. “Certo, m’è un rimprovero,” riprese questo, “ch’io mi sia lasciato prevenir da voi; quando, da tanto tempo, tante volte, avrei dovuto venir da voi io.” “Da me, voi! Sapete chi sono? V’hanno detto bene il mio nome?” “E questa consolazione ch’io sento, e che, certo, vi si manifesta nel mio aspetto, vi par egli ch’io dovessi provarla all’annunzio, alla vista d’uno sconosciuto? Siete voi che me la fate provare; voi, dico, che avrei dovuto cercare; voi che almeno ho tanto amato e pianto, per cui ho tanto pregato; voi, de’ miei figli, che pure amo tutti e di cuore, quello che avrei più desiderato d’accogliere e d’abbracciare, se avessi creduto di poterlo sperare. Ma Dio sa fare Egli solo le maraviglie, e supplisce alla debolezza, alla lentezza de’ suoi poveri servi.” L’innominato stava attonito a quel dire così infiammato, a quelle parole, che rispondevano tanto risolutamente a ciò che non aveva ancor detto, nè era ben determinato di dire; e commosso ma sbalordito, stava in silenzio. “E che?” riprese, ancor più affettuosamente, Federigo: “voi avete una buona nuova da darmi, e me la fate tanto sospirare?” “Una buona nuova, io? Ho l’inferno nel cuore; e vi darò una buona nuova? Ditemi voi, se lo sapete, qual è questa buona nuova che aspettate da un par mio.” “Che Dio v’ha toccato il cuore, e vuol farvi suo,” rispose pacatamente il cardinale. “Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov’è questo Dio?” “Voi me lo domandate? voi? E chi più di voi l’ha vicino? Non ve lo sentite in cuore, che v’opprime, che v’agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v’attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d’una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l’imploriate?” “Oh, certo! ho qui qualche cosa che m’opprime, che mi rode! Ma Dio! Se c’è questo Dio, se è quello che dicono, cosa volete che faccia di me?” Queste parole furon dette con un accento disperato; ma Federigo, con un tono solenne, come di placida ispirazione, rispose: “cosa può far Dio di voi? cosa vuol farne? Un segno della sua potenza e della sua bontà: vuol cavar da voi una gloria che nessun altro gli potrebbe dare. Che il mondo gridi da tanto tempo contro di voi, che mille e mille voci detestino le vostre opere...” (l’innominato si scosse, e rimase stupefatto un momento nel sentir quel linguaggio così insolito, più stupefatto ancora di non provarne sdegno, anzi quasi un sollievo); “che gloria,” proseguiva Federigo, “ne viene a Dio? Son voci di terrore, son voci d’interesse; voci forse anche di giustizia, ma d’una giustizia così facile, così naturale! alcune forse, pur troppo, d’invidia di codesta vostra sciagurata potenza, di codesta, fino ad oggi, deplorabile sicurezza d’animo. Ma quando voi stesso sorgerete a condannare la vostra vita, ad accusar voi stesso, allora! allora Dio sarà glorificato! E voi domandate cosa Dio possa far di voi? Chi son io pover’uomo, che sappia dirvi fin d’ora che profitto possa ricavar da voi un tal Signore? cosa possa fare di codesta volontà impetuosa, di codesta imperturbata costanza, quando l’abbia animata, infiammata d’amore, di speranza, di pentimento? Chi siete voi, pover’uomo, che vi pensiate d’aver saputo da voi immaginare e fare cose più grandi nel male, che Dio non possa farvene volere e operare nel bene? Cosa può Dio far di voi? E perdonarvi? e farvi salvo? e compire in voi l’opera della redenzione? Non son cose magnifiche e degne di Lui? Oh pensate! se io omiciattolo, io miserabile, e pur così pieno di me stesso, io qual mi sono, mi struggo ora tanto della vostra salute, che per essa darei con gaudio (Egli m’è testimonio) questi pochi giorni che mi rimangono; oh pensate! quanta, quale debba essere la carità di Colui che m’infonde questa così imperfetta, ma così viva; come vi ami, come vi voglia Quello che mi comanda e m’ispira un amore per voi che mi divora!” A misura che queste parole uscivan dal suo labbro, il volto, lo sguardo, ogni moto ne spirava il senso. La faccia del suo ascoltatore, di stravolta e convulsa, si fece da principio attonita e intenta; poi si compose a una commozione più profonda e meno angosciosa; i suoi occhi, che dall’infanzia più non conoscevan le lacrime, si gonfiarono; quando le parole furon cessate, si coprì il viso con le mani, e diede in un dirotto pianto, che fu come l’ultima e più chiara risposta. “Dio grande e buono!” esclamò Federigo, alzando gli occhi e le mani al cielo: “che ho mai fatto io, servo inutile, pastore sonnolento, perchè Voi mi chiamaste a questo convito di grazia, perchè mi faceste degno d’assistere a un sì giocondo prodigio!” Così dicendo, stese la mano a prender quella dell’innominato. “No!” gridò questo, “no! lontano, lontano da me voi: non lordate quella mano innocente e benefica. Non sapete tutto ciò che ha fatto questa che volete stringere.” “Lasciate,” disse Federigo, prendendola con amorevole violenza, “lasciate ch’io stringa codesta mano che riparerà tanti torti, che spargerà tante beneficenze, che solleverà tanti afflitti, che si stenderà disarmata, pacifica, umile a tanti nemici.” “È troppo!” disse, singhiozzando, l’innominato. “Lasciatemi, monsignore; buon Federigo, lasciatemi. Un popolo affollato v’aspetta; tant’anime buone, tant’innocenti, tanti venuti da lontano, per vedervi una volta, per sentirvi: e voi vi trattenete... con chi!” “Lasciamo le novantanove pecorelle,” rispose il cardinale: “sono in sicuro sul monte: io voglio ora stare con quella ch’era smarrita. Quell’anime son forse ora ben più contente, che di vedere questo povero vescovo. Forse Dio, che ha operato in voi il prodigio della misericordia, diffonde in esse una gioia di cui non sentono ancora la cagione. Quel popolo è forse unito a noi senza saperlo: forse lo Spirito mette ne’ loro cuori un ardore indistinto di carità, una preghiera ch’esaudisce per voi, un rendimento di grazie di cui voi siete l’oggetto non ancor conosciuto.” Così dicendo, stese le braccia al collo dell’innominato; il quale, dopo aver tentato di sottrarsi, e resistito un momento, cedette, come vinto da quell’impeto di carità, abbracciò anche lui il cardinale, e abbandonò sull’omero di lui il suo volto tremante e mutato. Le sue lacrime ardenti cadevano sulla porpora incontaminata di Federigo; e le mani incolpevoli di questo stringevano affettuosamente quelle membra, premevano quella casacca, avvezza a portar l’armi della violenza e del tradimento. L’innominato, sciogliendosi da quell’abbraccio, si coprì di nuovo gli occhi con una mano, e, alzando insieme la faccia, esclamò: “Dio veramente grande! Dio veramente buono! io mi conosco ora, comprendo chi sono; le mie iniquità mi stanno davanti; ho ribrezzo di me stesso; eppure...! eppure provo un refrigerio, una gioia, sì una gioia, quale non ho provata mai in tutta questa mia orribile vita!” “È un saggio,” disse Federigo, “che Dio vi dà per cattivarvi al suo servizio, per animarvi ad entrar risolutamente nella nuova vita in cui avrete tanto da disfare, tanto da riparare, tanto da piangere!” “Me sventurato!” esclamò il signore, “quante, quante... cose, le quali non potrò se non piangere! Ma almeno ne ho d’intraprese, d’appena avviate, che posso, se non altro, rompere a mezzo: una ne ho, che posso romper subito, disfare, riparare.” Federigo si mise in attenzione; e l’innominato raccontò brevemente, ma con parole d’esecrazione anche più forti di quelle che abbiamo adoprato noi, la prepotenza fatta a Lucia, i terrori, i patimenti della poverina, e come aveva implorato, e la smania che quell’implorare aveva messa addosso a lui, e come essa era ancor nel castello... “Ah, non perdiam tempo!” - esclamò Federigo, ansante di pietà e di sollecitudine. “Beato voi! Questo è pegno del perdono di Dio! far che possiate diventare strumento di salvezza a chi volevate esser di rovina. Dio vi benedica! Dio v’ha benedetto! Sapete di dove sia questa povera nostra travagliata?” Il signore nominò il paese di Lucia. “Non è lontano di qui,” disse il cardinale: “lodato sia Dio; e probabilmente...” Così dicendo, corse a un tavolino, e scosse un campanello. E subito entrò con ansietà il cappellano crocifero, e per la prima cosa, guardò l’innominato; e vista quella faccia mutata, e quegli occhi rossi di pianto, guardò il cardinale; e sotto quell’inalterabile compostezza, scorgendogli in volto come un grave contento, e una premura quasi impaziente, era per rimanere estatico con la bocca aperta, se il cardinale non l’avesse subito svegliato da quella contemplazione, domandandogli se, tra i parrochi radunati lì, si trovasse quello di ***. “C’è, monsignore illustrissimo,” rispose il cappellano. “Fatelo venir subito,” disse Federigo, “e con lui il parroco qui della chiesa.” Il cappellano uscì, e andò nella stanza dov’eran que’ preti riuniti: tutti gli occhi si rivolsero a lui. Lui, con la bocca tuttavia aperta, col viso ancor tutto dipinto di quell’estasi, alzando le mani, e movendole per aria, disse: “signori! signori! haec mutatio dexterae Excelsi.” E stette un momento senza dir altro. Poi, ripreso il tono e la voce della carica, soggiunse: “sua signoria illustrissima e reverendissima vuole il signor curato della parrocchia, e il signor curato di ***.” Il primo chiamato venne subito avanti, e nello stesso tempo, uscì di mezzo alla folla un: “io?” strascicato, con un’intonazione di maraviglia. “Non è lei il signor curato di ***?” riprese il cappellano. “Per l’appunto; ma...” “Sua signoria illustrissima e reverendissima vuol lei.” “Me?” disse ancora quella voce, significando chiaramente in quel monosillabo: come ci posso entrar io? Ma questa volta, insieme con la voce, venne fuori l’uomo, don Abbondio in persona, con un passo forzato, e con un viso tra l’attonito e il disgustato. Il cappellano gli fece un cenno con la mano, che voleva dire: a noi, andiamo; ci vuol tanto? E precedendo i due curati, andò all’uscio, l’aprì, e gl’introdusse. Il cardinale lasciò andar la mano dell’innominato, col quale intanto aveva concertato quello che dovevan fare; si discostò un poco, e chiamò con un cenno il curato della chiesa. Gli disse in succinto di che si trattava; e se saprebbe trovar subito una buona donna che volesse andare in una lettiga al castello, a prender Lucia: una donna di cuore e di testa, da sapersi ben governare in una spedizione così nuova, e usar le maniere più a proposito, trovar le parole più adattate, a rincorare, a tranquillizzare quella poverina, a cui, dopo tante angosce, e in tanto turbamento, la liberazione stessa poteva metter nell’animo una nuova confusione. Pensato un momento, il curato disse che aveva la persona a proposito, e uscì. Il cardinale chiamò con un altro cenno il cappellano, al quale ordinò che facesse preparare subito la lettiga e i lettighieri, e sellare due mule. Uscito anche il cappellano, si voltò a don Abbondio. Questo, che già gli era vicino, per tenersi lontano da quell’altro signore, e che intanto dava un’occhiatina di sotto in su ora all’uno ora all’altro, seguitando a almanaccar tra sè che cosa mai potesse essere tutto quel rigirìo, s’accostò di più, fece una riverenza, e disse: “m’hanno significato che vossignoria illustrissima mi voleva me; ma io credo che abbiano sbagliato.” “Non hanno sbagliato,” rispose Federigo: “ho una buona nuova da darvi, e un consolante, un soavissimo incarico. Una vostra parrocchiana, che avrete pianta per ismarrita, Lucia Mondella, è ritrovata, è qui vicino, in casa di questo mio caro amico; e voi anderete ora con lui, e con una donna che il signor curato di qui è andato a cercare, anderete, dico, a prendere quella vostra creatura, e l’accompagnerete qui.” Don Abbondio fece di tutto per nascondere la noia, che dico? l’affanno e l’amaritudine che gli dava una tale proposta, o comando che fosse; e non essendo più a tempo a sciogliere e a scomporre un versaccio già formato sulla sua faccia, lo nascose, chinando profondamente la testa, in segno d’ubbidienza. E non l’alzò che per fare un altro profondo inchino all’innominato, con un’occhiata pietosa che diceva: sono nelle vostre mani: abbiate misericordia: parcere subjectis. Gli domandò poi il cardinale, che parenti avesse Lucia. “Di stretti, e con cui viva, o vivesse, non ha che la madre,” rispose don Abbondio. “E questa si trova al suo paese?” “Monsignor, sì.” “Giacchè,” riprese Federigo, “quella povera giovine non potrà esser così presto restituita a casa sua, le sarà una gran consolazione di veder subito la madre: quindi, se il signor curato di qui non torna prima ch’io vada in chiesa, fatemi voi il piacere di dirgli che trovi un baroccio o una cavalcatura; e spedisca un uomo di giudizio a cercar quella donna, per condurla qui.” “E se andassi io?” disse don Abbondio. “No, no, voi: v’ho già pregato d’altro,” rispose il cardinale. “Dicevo,” replicò don Abbondio, “per disporre quella povera madre. È una donna molto sensitiva; e ci vuole uno che la conosca, e la sappia prendere per il suo verso, per non farle male in vece di bene.” “E per questo, vi prego d’avvertire il signor curato che scelga un uomo di proposito: voi siete molto più necessario altrove,” rispose il cardinale. E avrebbe voluto dire: quella povera giovine ha molto più bisogno di veder subito una faccia conosciuta, una persona sicura, in quel castello, dopo tant’ore di spasimo, e in una terribile oscurità dell’avvenire. Ma questa non era ragione da dirsi così chiaramente davanti a quel terzo. Parve però strano al cardinale che don Abbondio non l’avesse intesa per aria, anzi pensata da sè; e così fuor di luogo gli parve la proposta e l’insistenza, che pensò doverci esser sotto qualche cosa. Lo guardò in viso, e vi scoprì facilmente la paura di viaggiare con quell’uomo tremendo, d’andare in quella casa, anche per pochi momenti. Volendo quindi dissipare affatto quell’ombre codarde, e non piacendogli di tirare in disparte il curato e di bisbigliar con lui in segreto, mentre il suo nuovo amico era lì in terzo, pensò che il mezzo più opportuno era di far ciò che avrebbe fatto anche senza questo motivo, parlare all’innominato medesimo; e dalle sue risposte don Abbondio intenderebbe finalmente che quello non era più uomo da averne paura. S’avvicinò dunque all’innominato, e con quell’aria di spontanea confidenza, che si trova in una nuova e potente affezione, come in un’antica intrinsichezza, “non crediate,” gli disse, “ch’io mi contenti di questa visita per oggi. Voi tornerete, n’è vero? in compagnia di questo ecclesiastico dabbene?” “S’io tornerò?” rispose l’innominato: “quando voi mi rifiutaste, rimarrei ostinato alla vostra porta, come il povero. Ho bisogno di parlarvi! ho bisogno di sentirvi, di vedervi! ho bisogno di voi!” Federigo gli prese la mano, gliela strinse, e disse: “favorirete dunque di restare a desinare con noi. V’aspetto. Intanto, io vo a pregare, e a render grazie col popolo; e voi a cogliere i primi frutti della misericordia.” Don Abbondio, a quelle dimostrazioni, stava come un ragazzo pauroso, che veda uno accarezzar con sicurezza un suo cagnaccio grosso, rabbuffato, con gli occhi rossi, con un nomaccio famoso per morsi e per ispaventi, e senta dire al padrone che il suo cane è un buon bestione, quieto, quieto: guarda il padrone, e non contraddice nè approva; guarda il cane, e non ardisce accostarglisi, per timore che il buon bestione non gli mostri i denti, fosse anche per fargli le feste; non ardisce allontanarsi, per non farsi scorgere; e dice in cuor suo: oh se fossi a casa mia! Al cardinale, che s’era mosso per uscire, tenendo sempre per la mano e conducendo seco l’innominato, diede di nuovo nell’occhio il pover’uomo, che rimaneva indietro, mortificato, malcontento, facendo il muso senza volerlo. E pensando che forse quel dispiacere gli potesse anche venire dal parergli d’esser trascurato, e come lasciato in un canto, tanto più in paragone d’un facinoroso così ben accolto, così accarezzato, se gli voltò nel passare, si fermò un momento, e con un sorriso amorevole, gli disse: “signor curato, voi siete sempre con me nella casa del nostro buon Padre; ma questo... questo perierat, et inventus est.” “Oh quanto me ne rallegro!” disse don Abbondio, facendo una gran riverenza a tutt’e due in comune. L’arcivescovo andò avanti, spinse l’uscio, che fu subito spalancato di fuori da due servitori, che stavano uno di qua e uno di là: e la mirabile coppia apparve agli sguardi bramosi del clero raccolto nella stanza. Si videro que’ due volti sui quali era dipinta una commozione diversa, ma ugualmente profonda; una tenerezza riconoscente, un’umile gioia nell’aspetto venerabile di Federigo; in quello dell’innominato, una confusione temperata di conforto, un nuovo pudore, una compunzione, dalla quale però traspariva tuttavia il vigore di quella selvaggia e risentita natura. E si seppe poi, che a più d’uno de’ riguardanti era allora venuto in mente quel detto d’Isaia: il lupo e l’agnello andranno ad un pascolo; il leone e il bue mangeranno insieme lo strame. Dietro veniva don Abbondio, a cui nessuno badò. Quando furono nel mezzo della stanza, entrò dall’altra parte l’aiutante di camera del cardinale, e gli s’accostò, per dirgli che aveva eseguiti gli ordini comunicatigli dal cappellano; che la lettiga e le due mule eran preparate, e s’aspettava soltanto la donna che il curato avrebbe condotta. Il cardinale gli disse che, appena arrivato questo, lo facesse parlar subito con don Abbondio: e tutto poi fosse agli ordini di questo e dell’innominato; al quale strinse di nuovo la mano, in atto di commiato, dicendo: “v’aspetto.” Si voltò a salutar don Abbondio, e s’avviò dalla parte che conduceva alla chiesa. Il clero gli andò dietro, tra in folla e in processione: i due compagni di viaggio rimasero soli nella stanza. Stava l’innominato tutto raccolto in sè, pensieroso, impaziente che venisse il momento d’andare a levar di pene e di carcere la sua Lucia: sua ora in un senso così diverso da quello che lo fosse il giorno avanti: e il suo viso esprimeva un’agitazione concentrata, che all’occhio ombroso di don Abbondio poteva facilmente parere qualcosa di peggio. Lo sogguardava, avrebbe voluto attaccare un discorso amichevole; ma, — cosa devo dirgli? — pensava: — devo dirgli ancora: mi rallegro? Mi rallegro di che? che essendo stato finora un demonio, vi siate finalmente risoluto di diventare un galantuomo come gli altri? Bel complimento! Eh eh eh! in qualunque maniera io le rigiri, le congratulazioni non vorrebbero dir altro che questo. E se sarà poi vero che sia diventato galantuomo: così a un tratto! Delle dimostrazioni se ne fanno tante a questo mondo, e per tante cagioni! Che so io, alle volte? E intanto mi tocca a andar con lui! in quel castello! Oh che storia! che storia! che storia! Chi me l’avesse detto stamattina! Ah, se posso uscirne a salvamento, m’ha da sentire la signora Perpetua, d’avermi cacciato qui per forza, quando non c’era necessità, fuor della mia pieve: e che tutti i parrochi d’intorno accorrevano, anche più da lontano; e che non bisognava stare indietro; e che questo, e che quest’altro; e imbarcarmi in un affare di questa sorte! Oh povero me! Eppure qualcosa bisognerà dirgli a costui. — E pensa e ripensa, aveva trovato che gli avrebbe potuto dire: non mi sarei mai aspettato questa fortuna d’incontrarmi in una così rispettabile compagnia; e stava per aprir bocca, quando entrò l’aiutante di camera, col curato del paese, il quale annunziò che la donna era pronta nella lettiga; e poi si voltò a don Abbondio, per ricevere da lui l’altra commissione del cardinale. Don Abbondio se ne sbrigò come potè, in quella confusione di mente; e accostatosi poi all’aiutante, gli disse: “mi dia almeno una bestia quieta; perchè, dico la verità, sono un povero cavalcatore.” “Si figuri,” rispose l’aiutante, con un mezzo sogghigno: “è la mula del segretario, che è un letterato.” “Basta...” replicò don Abbondio, e continuò pensando: — il cielo me la mandi buona. — Il signore s’era incamminato di corsa, al primo avviso: arrivato all’uscio, s’accorse di don Abbondio, ch’era rimasto indietro. Si fermò ad aspettarlo; e quando questo arrivò frettoloso, in aria di chieder perdono, l’inchinò, e lo fece passare avanti, con un atto cortese e umile: cosa che raccomodò alquanto lo stomaco al povero tribolato. Ma appena messo piede nel cortiletto, vide un’altra novità che gli guastò quella poca consolazione; vide l’innominato andar verso un canto, prender per la canna, con una mano, la sua carabina, poi per la cigna con l’altra, e, con un movimento spedito, come se facesse l’esercizio, mettersela ad armacollo. — Ohi! ohi! ohi! — pensò don Abbondio: — cosa vuol farne di quell’ordigno, costui? Bel cilizio, bella disciplina da convertito! E se gli salta qualche grillo? Oh che spedizione! oh che spedizione! — Se quel signore avesse potuto appena sospettare che razza di pensieri passavano per la testa al suo compagno, non si può dire cosa avrebbe fatto per rassicurarlo; ma era lontano le mille miglia da un tal sospetto; e don Abbondio stava attento a non far nessun atto che significasse chiaramente: non mi fido di vossignoria. Arrivati all’uscio di strada, trovarono le due cavalcature in ordine: l’innominato saltò su quella che gli fu presentata da un palafreniere. “Vizi non ne ha?” - disse all’aiutante di camera don Abbondio, rimettendo in terra il piede, che aveva già alzato verso la staffa. “Vada pur su di buon animo: è un agnello.” Don Abbondio, arrampicandosi alla sella, sorretto dall’aiutante, su, su, su, è a cavallo. La lettiga, ch’era innanzi qualche passo, portata da due mule, si mosse, a una voce del lettighiero; e la comitiva partì. Si doveva passar davanti alla chiesa piena zeppa di popolo, per una piazzetta piena anch’essa d’altro popolo del paese e forestieri, che non avevan potuto entrare in quella. Già la gran nuova era corsa; e all’apparir della comitiva, all’apparir di quell’uomo, oggetto ancor poche ore prima di terrore e d’esecrazione, ora di lieta maraviglia, s’alzò nella folla un mormorìo quasi d’applauso; e facendo largo, si faceva insieme alle spinte, per vederlo da vicino. La lettiga passò, l’innominato passò; e davanti alla porta spalancata della chiesa, si levò il cappello, e chinò quella fronte tanto temuta, fin sulla criniera della mula, tra il susurro di cento voci che dicevano: Dio la benedica! Don Abbondio si levò anche lui il cappello, si chinò, si raccomandò al cielo; ma sentendo il concerto solenne de’ suoi confratelli che cantavano a distesa, provò un’invidia, una mesta tenerezza, un accoramento tale, che durò fatica a tener le lacrime. Fuori poi dell’abitato, nell’aperta campagna, negli andirivieni talvolta affatto deserti della strada, un velo più nero si stese sui suoi pensieri. Altro oggetto non aveva su cui riposar con fiducia lo sguardo, che il lettighiero, il quale, essendo al servizio del cardinale, doveva essere certamente un uomo dabbene, e insieme non aveva aria d’imbelle. Ogni tanto, comparivano viandanti, anche a comitive, che accorrevano per vedere il cardinale; ed era un ristoro per don Abbondio; ma passeggiero, ma s’andava verso quella valle tremenda, dove non s’incontrerebbe che sudditi dell’amico: e che sudditi! Con l’amico avrebbe desiderato ora più che mai d’entrare in discorso, tanto per tastarlo sempre più, come per tenerlo in buona; ma vedendolo così soprappensiero, gliene passava la voglia. Dovette dunque parlar con se stesso; ed ecco una parte di ciò che il pover’uomo si disse in quel tragitto: chè, a scriver tutto, ci sarebbe da farne un libro. — È un gran dire che tanto i santi come i birboni gli abbiano a aver l’argento vivo addosso, e non si contentino d’esser sempre in moto loro, ma voglian tirare in ballo, se potessero, tutto il genere umano; e che i più faccendoni mi devan proprio venire a cercar me, che non cerco nessuno, e tirarmi per i capelli ne’ loro affari: io che non chiedo altro che d’esser lasciato vivere! Quel matto birbone di don Rodrigo! Cosa gli mancherebbe per esser l’uomo il più felice di questo mondo, se avesse appena un pochino di giudizio? Lui ricco, lui giovine, lui rispettato, lui corteggiato: gli dà noia il bene stare; e bisogna che vada accattando guai per sè e per gli altri. Potrebbe far l’arte di Michelaccio; no signore: vuol fare il mestiere di molestar le femmine: il più pazzo, il più ladro, il più arrabbiato mestiere di questo mondo; potrebbe andare in paradiso in carrozza, e vuol andare a casa del diavolo a piè zoppo. E costui...! — E qui lo guardava, come se avesse sospetto che quel costui sentisse i suoi pensieri, — costui, dopo aver messo sottosopra il mondo con le scelleratezze, ora lo mette sottosopra con la conversione... se sarà vero. Intanto tocca a me a farne l’esperienza!... È finita: quando son nati con quella smania in corpo, bisogna che faccian sempre fracasso. Ci vuol tanto a fare il galantuomo tutta la vita, com’ho fatt’io? No signore: si deve squartare, ammazzare, fare il diavolo... oh povero me!... e poi uno scompiglio, anche per far penitenza. La penitenza, quando s’ha buona volontà, si può farla a casa sua, quietamente, senza tant’apparato, senza dar tant’incomodo al prossimo. E sua signoria illustrissima, subito subito, a braccia aperte, caro amico, amico caro; stare a tutto quel che gli dice costui, come se l’avesse visto far miracoli; e prendere addirittura una risoluzione, mettercisi dentro con le mani e co’ piedi, presto di qua, presto di là: a casa mia si chiama precipitazione. E senza avere una minima caparra, dargli in mano un povero curato! questo si chiama giocare un uomo a pari e caffo. Un vescovo santo, com’è lui, de’ curati dovrebbe esserne geloso, come della pupilla degli occhi suoi. Un pochino di flemma, un pochino di prudenza, un pochino di carità, mi pare che possa stare anche con la santità... E se fosse tutto un’apparenza? Chi può conoscer tutti i fini degli uomini? e dico degli uomini come costui? A pensare che mi tocca a andar con lui, a casa sua! Ci può esser sotto qualche diavolo: oh povero me! è meglio non ci pensare. Che imbroglio è questo di Lucia? Che ci fosse un’intesa con don Rodrigo? che gente! ma almeno la cosa sarebbe chiara. Ma come l’ha avuta nell’unghie costui? Chi lo sa? È tutto un segreto con monsignore: e a me che mi fanno trottare in questa maniera, non si dice nulla. Io non mi curo di sapere i fatti degli altri; ma quando uno ci ha a metter la pelle, ha anche ragione di sapere. Se fosse proprio per andare a prendere quella povera creatura, pazienza! Benchè, poteva ben condurla con sè addirittura. E poi, se è così convertito, se è diventato un santo padre, che bisogno c’era di me? Oh che caos! Basta; voglia il cielo che la sia così: sarà stato un incomodo grosso, ma pazienza! Sarò contento anche per quella povera Lucia: anche lei deve averla scampata grossa; sa il cielo cos’ha patito: la compatisco; ma è nata per la mia rovina... Almeno potessi vedergli proprio in cuore a costui, come la pensa. Chi lo può conoscere? Ecco lì, ora pare sant’Antonio nel deserto; ora pare Oloferne in persona. Oh povero me! povero me! Basta: il cielo è in obbligo d’aiutarmi, perchè non mi ci son messo io di mio capriccio. — Infatti, sul volto dell’innominato si vedevano, per dir così, passare i pensieri, come, in un’ora burrascosa, le nuvole trascorrono dinanzi alla faccia del sole, alternando ogni momento una luce arrabbiata e un freddo buio. L’animo, ancor tutto inebriato dalle soavi parole di Federigo, e come rifatto e ringiovanito nella nuova vita, s’elevava a quell’idee di misericordia, di perdono e d’amore; poi ricadeva sotto il peso del terribile passato. Correva con ansietà a cercare quali fossero le iniquità riparabili, cosa si potesse troncare a mezzo, quali i rimedi più espedienti e più sicuri, come scioglier tanti nodi, che fare di tanti complici: era uno sbalordimento a pensarci. A quella stessa spedizione, ch’era la più facile e così vicina al termine, andava con un’impazienza mista d’angoscia, pensando che intanto quella creatura pativa, Dio sa quanto, e che lui, il quale pure si struggeva di liberarla, era lui che la teneva intanto a patire. Dove c’eran due strade, il lettighiero si voltava, per saper quale dovesse prendere: l’innominato gliel’indicava con la mano, e insieme accennava di far presto. Entrano nella valle. Come stava allora il povero don Abbondio! Quella valle famosa, della quale aveva sentito raccontar tante storie orribili, esserci dentro: que’ famosi uomini, il fiore della braveria d’Italia, quegli uomini senza paura e senza misericordia, vederli in carne e in ossa; incontrarne uno o due o tre a ogni voltata di strada. Si chinavano sommessamente al signore; ma certi visi abbronzati! certi baffi irti! certi occhiacci, che a don Abbondio pareva che volessero dire: fargli la festa a quel prete? A segno che, in un punto di somma costernazione, gli venne detto tra sè: — gli avessi maritati! non mi poteva accader di peggio. — Intanto s’andava avanti per un sentiero sassoso, lungo il torrente: al di là quel prospetto di balze aspre, scure, disabitate; al di qua quella popolazione da far parer desiderabile ogni deserto: Dante non istava peggio nel mezzo di Malebolge. Passan davanti la Malanotte; bravacci sull’uscio, inchini al signore, occhiate al suo compagno e alla lettiga. Coloro non sapevan cosa si pensare: già la partenza dell’innominato solo, la mattina, aveva dello straordinario; il ritorno non lo era meno. Era una preda che conduceva? E come l’aveva fatta da sè? E come una lettiga forestiera? E di chi poteva esser quella livrea? Guardavano, guardavano, ma nessuno si moveva, perchè questo era l’ordine che il padrone dava loro con dell’occhiate. Fanno la salita, sono in cima. I bravi che si trovan sulla spianata e sulla porta, si ritirano di qua e di là, per lasciare il passo libero: l’innominato fa segno che non si movan di più; sprona, e passa davanti alla lettiga; accenna al lettighiero e a don Abbondio che lo seguano; entra in un primo cortile, da quello in un secondo; va verso un usciolino, fa stare indietro con un gesto un bravo che accorreva per tenergli la staffa, e gli dice: “ tu sta’ costì, e non venga nessuno.” Smonta, lega in fretta la mula a un’inferriata, va alla lettiga, s’accosta alla donna, che aveva tirata la tendina, e le dice sottovoce: “consolatela subito; fatele subito capire che è libera, in mano d’amici. Dio ve ne renderà merito.” Poi fa cenno al lettighiero, che apra; poi s’avvicina a don Abbondio, e, con un sembiante così sereno come questo non gliel aveva ancor visto, né credeva che lo potesse avere, con dipintavi la gioia dell’opera buona che finalmente stava per compire, gli dice, ancora sotto voce: “signor curato, non le chiedo scusa dell’incomodo che ha per cagion mia: lei lo fa per Uno che paga bene, e per questa sua poverina.” Ciò detto, prende con una mano il morso, con l’altra la staffa, per aiutar don Abbondio a scendere. Quel volto, quelle parole, quell’atto, gli avevan dato la vita. Mise un sospiro, che da un’ora gli s’aggirava dentro, senza mai trovar l’uscita; si chinò verso l’innominato, rispose a voce bassa bassa: “le pare? Ma, ma, ma, ma, ...!” e sdrucciolò alla meglio dalla sua cavalcatura. L’innominato legò anche quella, e detto al lettighiero che stesse lì a aspettare, si levò una chiave di tasca, aprì l’uscio, entrò, fece entrare il curato e la donna, s’avviò davanti a loro alla scaletta; e tutt’e tre salirono in silenzio.
El cardinal Federigo, ‘ntant che l’aspetava ora de nar en glésia a dir su messa e bèsper, l’era dré a studiar, come che ‘l feva de sòlit cando che ‘l g’eva ‘n pezzòt de tèmp, cando che è nù ént el segretàri, con el mus rabiós. “G’è na visita che l’è ‘n mistèro, ma ‘n mistèro dalbòn, monsignor lustrìssim!” “Cì èl po'?” à domandà ‘l cardinal. “Adritura ‘l sior…” à dit el ciapelàn; e distinguèndo ben le parole con gran risalto, l’à proferì chel nòm che noi nó podén scrìver ai nòssi lezidori. Po' ‘l dis: “l’è cì de fòra ‘n persona; e ‘l domanda adritura de podér parlar con vossiorìa lustrìssima.” “Pròpri el!” dis el cardinal, con en vis sbalordì, seràndi ‘l lìber, e levàndo ‘n pè: “Che ‘l vègnia pur! che ‘l vègnia sùbit!” “Ma…” giâ dite l ciapelan, senza mòverse: “vossiorìa lustrìssima, la giâ da savér cì che l’è chelìo: chel bandìto, chel nominà da tuti…” “E nó èl na fortuna no, per en vesco, che a n’òm del zènere ge sia nù ‘n ment de nìr a trovarlo?” “Ma…” l’insisteva ‘l ciapelan: “noi nó podén mai parlar sclèt de zèrte ròbe, perché monsignor el dis che l’è tut bazanàde; però, cando che l’ocasion i lo clàma, me par che sia ‘n dovér de fàrlo… El scrùpol el pòl far nemìzi, monsignor, e noi el sen con segurezza che pù de un de chei briganti l’abù ‘l corazo de scacheràrse che, prima o dopo…” “E che ài fat po'?” dis el cardinal. “Dìgi che chesto l’è n’impresàri de delìti, ‘n disperà, che ‘l giâ a che far con i disperàdi pù furiosi, e che ‘l pòl èsser mandà…” “Ehi, ehi, che obediènza èl po' chesta,” dis ancor grignando ‘l Federigo, “che i soldàdi i dìgia al zeneràl de avér paura?” E po', deventà pù sèrio e pensierós, el dis: “san Carlo nó l’averòs bù ‘l minimo dùbi de azetar o no na persona del zènere: ‘l saròs nà el en persona a zerciàrla. Felo nìr ént sùbit: l’à zà spetà ‘ncia massa.” El ciapelàn l’è nà, disèndo ‘ntrà de el: — nó g’è rimèdi: tuti sti santi i è testóni. — Cando che s’è davèrt la porta e l’à vardà ‘nla sala ‘ndo che g’era l’inominà e tuti i àutri, i l’à visti tuti ‘mmucladi da na banda, intènti a ciciolar e a mandàr oclàde de travèrs a chel’òm che era restà da só pòsta enten ciantón da l’àutra. El s’è dirèt vèrs de el e, ‘ntant che i lo osservava de scondión, el se domandava che tipo de arma che ‘l podés avér scòndù sota chel giabanón. En realtà, prima de fàrlo nar ént, l’averòs dovèst almen propónerge… vergotà, ma nó l’è sta bòn a dezìderse. El s’è svizinà e ‘l dis: “Monsignor i lo spèta. Prégo nidéme dré.” Po', el davanti, i è nadi ‘nsèma en mèz a ca spèze de fóla che la s’è daverzùda sùbit per fàrli passar, mandàndo oclàde a mandrìta e ‘nzància come dir: “Che voléo po'? el séo ben ancia voiàutri che ‘l fa sèmper come che ge par!” Apena che i à fat nar ént l’inominà, el Federigo ‘l g’è nà ‘ncòntra, con en far premurós e calmo, e con i brazzi davèrti, come davanti a na persona che l’aspetava da ‘n pèz, e la fat sùbit ségn al ciapelan che ‘l nés fòr: e chelìo l’à obedì. I doi i è restadi arcant tèmp senza parlar, e, ognun per el so, intènti ‘ntei só pensieri. L’inominà, che l’era arivà ìo pù per l’ansia che per na vera dezision, el se trovava ‘nca stùa scasi senza volérlo. Entrà de el l’era tormentà da doi sentimenti contrari: da na banda, ‘n desidèri e na speranza confusa de trovar en pòc’ de soliévo al só dolor che ‘l geva dént; da l’àutra ‘n senso de rabia e de vergògna per èsser nà ìo come n’òm pentì, sozetà, come ‘n disgrazià che ‘l sa de èsser gòbo e ‘n zércia de aiùt da n’àuter òm. Nó l’era bòn de trovar le parole, e scasi no ‘l provava nancia a zerciàrle. Però, ogni bòta che ‘l deva n’oclada vèrs el Federigo, el se sentiva sèmper pù zapà da ‘n senso de rispèt profondo, en misto de sudizion e de calma. Sto sentiment el ge deva sèmper pù fiducia, el smorzava la supèrbia, el calmava la stìzza, e senza èsser severo ‘l feva tàser l’orgòi. La presenza del Federigo l’era de chele che le fa ciapìr sùbit che se giâ davanti ‘n superior, ma ‘n modo tale che la se fa ancia volér ben. El só bel portament, scasi senza che ‘l se rendés cónt, l’era pròpri dégn; i ani nó i eva segnà e nancia ‘ndebolì ‘l só còrp. Le só oclade le era sèrie ma entel stes tèmp ancia vive, ‘l vis serén ma ancia sèrio. Benancia ‘l g’avés el mus bròlt e i segni de na vita de sacrifìzi, de orazion e de fadìgia, el vardava fòr ancor ben, scasi frésc’ come ‘n zóven. La filosomìa del mus la feva véder benón che ‘ndré ‘ntel tèmp, g’era sta ca belezza, come che se dis, de la zoventù. Adès ca belezza l’era stada scambiada da n’àuter tipo de belezza, pù madura: l’abitudine a pensièri nòbili e onèsti, a la calma ‘ntela cossiènza da na vita lòngia pléna de virtù, a l’amor per el pròssim, e a la felizìtà che nidéva da na speranza profonda e pléna ‘n mistèro. Tut chesto ‘l ge déva na belezza da bòn vècel, ca belezza dei nòni, che la risaltava ancor de pù en ca semplizità grandiosa de la tònegia da vesco. Ancia ‘l Federigo, per calche àtimo, l’à fissà con atenzion l’inominà, e dopràndo l’òcel usà da ‘n pèz, grazie ancia a la só gran speriènza, per ciapìr, vardàndo ‘ntel mus, i pensieri de la zènt. E, sùbit giâ ‘mparèst sèmper de pù, che dré a l’azitazion de chel’òm g’era vergota che ge siguràva chel che l’eva sperà cando che i geva fat savér de ca visita. Alor, tut contènt, l’à sclamà: “Oh! Che bèla visita chesta! Cògni pròpri ringraziàrve per sta vòssa dezision enzì bòna, ancia se, per mì, la sòna come na brontolada!” “Brontolàda!” l’à sclamà l’inominà en pòc’ sbalordì, ma ancia pù chietà da che parole e dal modo ‘nzì educà ‘ntel dìrle. L’era ancia pù solevà perché ‘l cardinale l’eva rót el silenzio e l’eva ‘nvià via na zacolada, ancia se su na ròba de pòc’ cont. “Ma segùr, per mì l’è come na brontolada,” dis el cardinal, “perché séo nù voi prima de mì, e ‘ntant da tant tèmp e ‘nte ‘n tante ocasion, averòssi dovèst nìr mì da voi per prìm.” “Voi da mì! Ma ‘l séo cì che son mì? Ve l’ài dit ben el mé nòm?” “Ma sta consolazion che sènti ‘ntel còr, e che de segùr vedéo ancia su la me fazza, pensào dalbòn che averòssi podést sentìrla sol a sentìr el vòs nòm o a véder arivar un furèst? No, séo voi a farmela sentìr; voi, sì pròpri voi, che averòssi dovèst zerciàr mì; voi che v’ài volèst tanto ben e che per voi ài patì e pregià ‘nzì tant; voi che, tra tuti chei che ‘l Sioredio l’à metù ‘nle me man (e che a tuti ge vòi en gran ben), saròsseo sta chel che pù averòssi desiderà de brazzar e azetàr, se sol avéssite bù l’ocasion per fàrlo. Ma sol el Sioredio l’è bòn de far miràcoi del zènere, e de suplìr la deboleza e la lèmpa dei só ùmili sèrvi”. L’inominà l’era restà da che parole ‘nzì cialoróse, da che parole che ‘mparéva che le volés risponder benón a chel che el stes nó l’eva ancor dit, e che nó l’era nancia segur de volér dir; e, pur essèndo engropà, l’era ancia confùs e ‘l restava ìo senza dìr engot. Alor el Federigo, con ancor pù riguardo e sinzerità, l’à parlà ancor: “E alor? Géo na bèla notìzia da dàrme, e me la féo sospirar enzì tant?” “Na bòna nòva, mì? Ma mì giâi dént el diàol; e saròssi mì a dàrve na bòna notìzia? Diséme voi, se ‘l séo, cala che saròs sta bòna nòva che vé spetào da un come mì.” “Che ‘l Sioredio ‘l v’à tocià ‘l còr, e ‘l vòl tiràrve da la sóa,” à rispondù con calma ‘l cardinal. “Dio! Dio! Dio! Se ‘l vedéssite! Se ‘l sentìssite! Endo èl po' sto Dio?” “Voi me ‘l domandào? voi? ma cì èl po' che lo giâ pù vizìn? Nó sentìo no ‘ntel còr, che ‘l ve strùcia, che ‘l ve àzita, che nó ‘l vé lagia star, e che ‘ntel stes tèmp el vé tira, ‘l ve fa sentìr na speranza de paze, de consolazion, de na consolazion che la sarà completa, grandìssima, apena che voi el ricognosséseo, el confessàseo, l’ampregiàseo?” “Ah, segùr! G’ài cì vergot che me strùcia e che me rózgia! Ma Dio! Se g’è sto Dio, se l’è chel che i dis, che voléo che ‘l se ‘n fàgia po' de mì?” Che parole le era stade dìte con en tono disperà; ma ‘l Federigo, con na ós solène e chièta el giâ rispondù: “Che poderàl far ‘l Sioredio de voi? Che desidereràl far po'? El vòl trasformàrve ente na dimostrazion de la só autorità e de la só bontà: el vòl aver da voi na gloria che ‘nzun d’àutri poròs dàrge. L’è vera, la zènt l’è ‘n bel pèz che la vé acusa, mìli e mìli ós le condana le vòsse azion…” (l’inominà a ste parole che nó ‘l se spetava, ‘l s’è fat fòr e l’è restà ancor pù sbalordì de nó sentìrse ‘nzispà, ma anzi l’era pù solevà); “che gloria,” diseva ‘l Federigo, “ge ‘n vèn po' al Sioredio? L’è ós suzerìde da la paura, da l’interès; forsi ancia da la zustìzia, sì, ma de na zustìzia fàzile, scasi naturale! zèrte forse, purtropo, da l’invidia de sta vòssa disgraziada autorità, e, enfìn a ‘ncòi de sta bruta supèrbia. Ma cando che voi stes vé convìnzeo a condanar la vòssa vita, a acusarve voi stes, alor! alor el Sioredio ‘l sarà glorificà! E voi domandào chel che ‘l Sioredio ‘l pòdia far de voi? Cì sónte po' mì, pover òm, da savér dìrve adès, che ‘nterès che ‘l pòl otègner da voi en tale Signor? Che poderàl far po' con la vòssa volontà ‘nzì forta, con ca vòssa dezision, na bota che le fus tociade da l’amor, da la speranza e dal pentiment? E voi, pover òm, pensào dalbòn de aver savèst far ròbe pù grande ‘ntel mal, che ‘l Sioredio ‘l pòl fàrve desiderar de far far entel ben? Che pòdel far ‘l Sioredio? Perdonàrve? Salvàrve? Portàr a la fìn con voi l’òpera de la penitènza? Nó èl forsi ròbe grandiose, degne de El? Pensàge su! Se mì, omìn, enz’ misero e superbón, son enzì tormentà dal desideri de la vòssa salveza, tanto che, davanti al Sioredio che ‘l me scóuta, diròssi tut contènt de èsser pronto a sacrificar i pòcì dì che me rèsta… pensà alor a cant che l’è pù grant e potente l’amor del Sioredio che ‘l me comanda sto sentiment enzì sinzero per voi! Pensà cant che ‘l Sioredio ‘l ve vòl ben, cant che ‘l desidera el vòs ben!” Man a man che ‘l Federigo ‘l diseva ste parole, tuta la só zéra, la só fazza, le oclade, tuti i só movimenti, i mossàva benón chel che l’era dré a dìr. L’inominà, che su le prime l’era tut azità e scombussolà, l’è restà sbalordì e atènto, e po' ‘l s’è lagià zapàr da n’emozion pù profonda e tormentada. I só òcli, che nó i eva mai molà zó làgrime dal tèmp che l’era ‘n pòpo, e s’è sgonfladi. Cando che ‘l Federigo l’eva ruà de parlar, l’inominà ‘l s’è scondù ‘l mus con le man e ‘l s’è metù a plànzer come n’àchila: l’è sta chel el ségn pù sclèt de la só emozion e del cambiament che ge suzzedeva dént. “El Sioredio l’è grant e misericordiós!” l’à sclamà ‘l Federigo, auzzàndo i òcli e le man vèrs el ziél: “che averàite fat po' mì, sèrvo inùtile, pastor endormenzà, perché Voi me clamàsseo a assìster a sta grazia, perché po' méo fat dégn de véder en miràcol enzì felìze!” E disèndo ‘nzì, l’à slongià la man per tòr chela de l’inominà. “No! no!” à zigià l’inominà “lontan, sté lontan da mì voi: nó ste sporciar la vòssa man nozènta e bòna. Voi nó ‘l séo tut chel che à fat chesta che voléo strénzer.” El Federigo togèndo la man de l’inominà con na zèrta fòrza, ‘l dis: “Lagiàme, lagiàme strénzer sta man che la conzerà tanti tòrti, che la darà fòr tanta ciarità, che la soleverà tanta zènt angossàda, che da adès la sarà per sèmper desarmada, pazìfica, umile a tanti nemìzi.” “L’è massa” ‘l dis sanglotànt, l’inominà. “Lagiàme nar, monsignor; bòn Federigo, lagiàme nar. G’è cì tanta de ca zènt che ve spèta; tante bòne ànime, tanti nozènti, tanti che è nù da lontan, per véderve almen na bòta, per sentìrve: e voi perdéo tèmp… con cì po'!” “Lagiànte star le novantanòve pégore,” à rispondù ‘l cardinal: “lé è al segùr sul mont: mì adès vòi star con chela che èra nàda pèrsa. Che ànime foróutra le è forse pù contènte, che de véder sto pòr vesco. Forse ‘l Sioredio, che l’à fat en vói el miràcol de la misericòrdia, l’è zà dré a sparpaiar entei só còri na felizità, ancia se nó i ciapìs da ‘ndo che la vèn. Forse ca zènt la è tut un con noiàutri senza savérlo: forse ‘l Spìrit l’è dré a ‘mpizzar entei só còri ‘n sentiment de amor, na orazion che la vèn scoutàda per voi, en ringraziament a voi, ancia se ancor nó i ve cognós.” Entant che ‘l diseva ste parole, ‘l cardial l’à brazzà l’inominà. E chesto, dopo che l’eva zercià per n’àtimo de tiràrse ‘ndré e de opónerse, a la fin l’à zedù, venzù da la forza de chel’amor. Ancia el l’ò brazzà ‘l cardinal, e l’à pozà ‘l mus tremolènt e trasformà su la só spala. Le só làgrime ciàude e sinzére, l’è crodàva su la tònegia del Federigo; e le man del cardinal le strenzéva con afèto chel’òm, le tociàva ca plus che fìn a pòc’ tèmp prima l’era abituada a portar armi de crudeltà e de tradiment. L’inominà liberàndose dal cardinal, el s’è scuertà de nòu i òcli con na man, e, auzzàndo ‘nsèma ‘l vis, l’à sclamà: “Dio pròpri onipotènte! Dio pròpri bòn! Mì me cognossi adès, adès ciapìssi cì che son; le mé angiarìe le védi cì dinanzi; giâi ribréz de mì stes; epur…! epur sènti che stón mèio, che son contènt, sì son pròpri felìze, de na felizità che nó ài mai sentù en tuta la me orènda vita!” “L’è na prova,” dis el Federigo, “che ‘l Sioredio ‘l ve dà per tiràrve da la sóa, per fàrve coràzo a tòr la strada de cambiar vita, endo che g’averéo en mùcel de ròbe da desfar, tant da zustar, tant da plànzer!” “Disgrazià che nó son àuter!” l’à sclamà l’inominà, “cante, cante… ròbe, che nó poderài che plànzer! Ma almen ge n’ài de scomenziàde, de apena ‘nviade, che pòdi, se nó àuter, blocar a metà: una la giâi, che pòdi róter sùbit, desfar, conzar.” El Federigo ‘l s’è metù a scoutàr con atenzion; e l’inominà l’à confessà ‘n prèssa, ma con parole pléne de oror ancia pù fòrte de chele che en doprà noi, l’angiarìa fata a la Lucia, el terór, el patiment de ca pòra putèla, e come che i l’eva sconzurà, e l’azitazion che chel sconzurar el geva metù adòs a el, e come che la Lucia l’era ancor entel só ciastèl… “Déhi déhi, nó sténte cì a pèrder tèmp!” à dit el Federigo, ansiós de pietà e dé prèssa. “Beato voi! chesto cì l’è ‘l ségn che ‘l Sioredio ‘l v’à perdonà! Far en modo che podégieo deventar strumént de la salvezza per cì che voléveo èsser la só rovìna. Che Dio ‘l vé benedìssia! El Sioredio ‘l v’à benedì! El seo da ‘ndo che l’è sta pòra creatura disgraziada?” L’inominà l’à proferì ‘l paes de la Lucia. “Nó l’è tant lontan da cacì,” dis el cardinal: “sia lodato Gesucrìsto; e forse…” Dit ste parole, l’è córs vèrs en taulìn, e l’à scorlà ‘n ciampanèl. Sùbit è nù ént el só ciapelan secretari, e l’à vardà sùbit l’inominà; vista ca fazza tuta cambiada, chei òcli rossi dal plànzer, l’à vardà ‘l cardinal; e sota chel nòbile portamént che ‘l geva sèmper, l’à ‘ndoclà sul só vis na contentezza, na premura scasi nervosa, e ‘l saròs sta ìo a amirar come ‘nciantà con la bócia davèrta, se ‘l cardinal nó i l’aves fat fòr sùbit da ca contemplazion, domandàndoge se, tra i pàroci che gera ìo, ge fus ancia chel da ***. “El g’è, monsignor lustrìssim,” à rispondù ‘l secretari. “Félo nìr cì sùbit,” dis el Federigo, “e ‘nsèma al pàroco de sta glésia cì.” El ciapelan l’è nà fòr, e l’è nà ‘nla sala ‘ndo che gera chei prèti adùn: tuti i òcli i à vardà da chela. Chelìo, ancor a bócia davèrta, col mus ancor sberlunà per ca contemplazion da prima, auzzààndo le man, e movèndole per aria, ‘l dis: “siori! siori! haec mutatio dexterae Excelsi.” E per en moment l’è restà ìo senza dir àuter. Po', tornà col só sòlit tono de la carica che ‘l geva, ‘l dis: "la siorìa lustrìssima e reverendissima la vòl el sior curàt de sta paròchia, e ‘l curàt de la paròchia de ***.” El prìm che l’eva clamà l’è nù sùbit avanti, e ‘ntel stes tèmp, se à sentì en mèz a ca fóla en: “mì?” dit entrà i denti, con en tono de maravéa. “Nó èl el el sior curàt de ***?” dis el ciapelan segretari. “Apunto; ma…” “La siorìa lustrìssima e reverendìssima la vòl el.” “Mì?” dis ancor ca ós, che con ca paroléta la voléva dir: ma come pòdite nar dént mì po'? e sto bòt, ensèma con la ós, era nù fòr ancia l’òm, don Abondio ‘n persona, con en pas en pòc’ stentà e con en mus tra ‘l sbalordì e ‘l malcontènt. El ciapelan el giâ fat ségn con la man, come per dìrge: dai mò, dai che nén; che ge vòl po'? e dinanzi a chei doi curàti, l’è nà vèrs l’us, i l’à daverzù e i l’à fati nar ént. El cardinal l’à molà la man de l’inominà, che con el ‘l s’eva metù d’acòrdi su chel che g’era da far. El s’è spostà ‘n pòc’ e ‘l giâ fat ségn al curàt de la glésia de nìr vizìn. El giâ spiegià senza fàrla lòngia la situazion e ‘l giâ domandà se ‘l cognosséva na feumna sèria e con cossiènza, che la azetàs de montar su ‘nte na barzèla e nar al ciastèl a tòr la Lucia. El geva da èsser na dòna capàze de star calma ente n’incombènza ‘nzì straordenaria, e bòna de dìr le parole pù zuste per consolar e chietar la putèla, che dopo tante tribolazion l’averòs podèst sentìrse ancor pù scombussolada perfìn entel moment de la liberazion. El curàt el giâ pensà su n’àtimo e po' l’à rispondù che ‘l cognosséva la persona pù zusta per ca ròba ìo e l’è nà fòr. El cardinal alor l’à fat n’àuter ségn, sto bòt al só segretàri e ‘l giâ ordenà de far parezzar sùbit la barzèla i fachìni e doi mule da selàr. Cando che ancia ‘l ciapelan l’è nà fòr da la ciamera, el cardinal el s’è voutà vèrs don Abondio. Chesto, che l’era zà ìo vizìn, per tègnerse lontàn da chel’àuter sior, e che ‘ntant el vardàva da sota ‘nsu prìma un e po' l’àuter, seghitando a strolegiar entrà de el chel che ‘l podéva èsser tut chel moviment endafarà, ‘l s’è svizinà de pù, l’à fat n’inchìno, e ‘l dis: “i m’à dit che vossiorìa lustrìssima la me voleva mì; ma credi che i abia sbaglià.” “Nó i à sbaglià,” à rispondù ‘l Federigo: “g’ài na bèla nòva da dàrve, na bela incombènza che ve consolerà. Na vòssa parochiana, che de segùr ve desplàs de avér pèrs, la Lucia Mondella, l’è stada trovada, l’è cì vizìn, en ciasa de sto me amìzi; e adès voi naréo con él e con na feumna che ‘l sior curàt de sto paes l’è nà a zerciar, naréo, disévi, a tòr ca vòssa creatura, e me la porteréo cì.” Don Abondio l’à fat de tut per scònder el fastìdi, anzi, che dìgite po'? l’ansia e ‘l saór amar che ‘l sentìva davanti a ca propòsta, o comando che ‘l fus; e nó avèndo pù tèmp per scònder ca fizza de fastìdi che ormai se vedèva bèn sul só mus, l’à provà almen a scuertàrla ‘l pù gròs, sbassando la testa, come per far en zèst de obediènza. I l’à levada su sol per far n’àuter inchino profondo a l’inominà, ensèma a n’oclada pietosa che ‘mpareva che la volés dir: “Son enle vòsse man, ébieo pietà, e risparmià cì che se sozèta.” Po' ‘l cardinal el giâ domandà che parenti che l’à geva la Lucia. “De strénti, e che la vìo ensèma, o che la vivéva, nó la giâ che só mama,” giâ rispondù don Abondio. “E só mama àbitela al só paes?” “Sì, monsignor.” Dis el Federigo: “Sicome ca pòra putèla nó la podrà èsser portada sùbit a só ciasa, el sarà per ela na gran consolazion almen véder sùbit so mama: sichè se ‘l sior curàt de sto paes nó ‘l vèn de vòuta prima che mì vàgia ‘n glésia, féme voi el piazér de dìrge che ‘l trovia na barzèla o ‘n ciaval; e ‘l màndia n’òm zudiziós a zerciar ca feumna, e portarla cì.” “E se néssite mì?” dis don Abondio. “No, no, voi: v’ài zà domandà de l’àuter,” dis el cardinal. “Disévi,” dis ancor don Abondio, “per preparar ca pòra mama. L’è na dòna che la se ‘mpressiona fazilment; e ge vòl un che i la conóssia e che i la sàpia tòr per el vèrs zust, per nó farge del mal enveze che del ben.” “L’è ben per chesto che ve domandi de dìrge al sior curàt che ‘l zernìsia fòr n’àuter òm zust per far ca incombènza: voi séo tant pù còmot da n’àutra banda,” à rispondù ‘l cardinal. L’averòs volèst taciàrge che ca pòra putèla la giâ tant pù bisògn de véder sùbit na fazza cognossuda, na persona fidada, ente chel ciastèl, dopo tante ore de tormenti, e senza savér engot de chel che sarà ‘l só tèmp a nìr. Però chesto nó l’era da dir davanti a ‘n tèrz. El cardinal però l’era restà dubios ché don Abondio nó l’avés ciapì da só pòsta chel motivo ìo e che nó i l’avès nancia considerà. E ancia chel empontàrse del curàt el ge ‘mpareva ‘nzì fòr de posto che ‘l sospetava che ge fus sota vergot àuter. I l’à oservà con atenzion, e l’à ciapì sùbit che l’òm l’era plén de paura: paura de viazar ensèma a chel’òm tremendo, de nar ént ente ca ciasa ancia sol per pòci menuti. Per tòrge ogni dubi o pipacul, e nó volèndo parlar a càter òcli col curàt o parlàrge ‘nle récle davanti a l’inominà – só nòu amìzi – l’à pensà che ‘l modo pù zust l’era chel de far chel che l’averòs fat lostes, parlar dirèt con l’inominà medésem; e da le só risposte don Abondio l’everòs ciapì a la fin che chel’òm nó ‘l geva pù da far paura. Alor l’è nà arènt a l’inominà e con che tono de naturale confidànza, chela che g’è ‘nten fòrt sentiment o ‘nte na famìlia, ‘l giâ dit: “nó sté créder che me contèntia de sta visita che m’éo fat ancòi. Torneréo ben a trovàrme, vera? En compagnìa de sto brao prèt?” “Auterchè se véni a trovàrve!” à rispondù l’inominà: “se voi me refudàsseo, resteròssi davanti a la vòssa porta testàrt come ‘n pourét. Mì giâi bisògn de parlàrve! G’ài bisògn de sentìrve, de véderve! G’ài bisògn de voi!” El Federigo ‘l giâ tòt la man e i ge l’à strenzùda, e ‘l dis: “alor azeteréo de restar cì con noi a disnàr. Vardà che vé spèti. Entant, mì vón a pregiar e a ringraziar el Sioredio con la zènt; e voi né a coìr i primi fruti de la misericordia.” Davanti a ca sèna, don Abondio ‘l se comportava come ‘n putelòt pauros, che ‘l varda calchedun farge le moìne con calma a’n ciagnàz grant e gròs con na musàra ciatìva, tut spatuzzà, con i òcli rossi de sanc, e con na bruta reputazion per aver mordù e spaventà tanta zènt. Cando po' ‘l sènt el só padron dir che chel ciagn l’è bòn e calmo, chel putelòt i lo varda, ma nó ‘l sa se creéderge o no: nó ‘l dis engot, sia per nó contradìr e nancia per aprovar. Po' ‘l varda ‘l ciagn, ma nó ‘l se fida a nàrge vizìn, per la paura che ancia sol a fàrge le fèste el ge móssia le zane. Però nó ‘l se fida nancia a nàrsen, per nó tiràrse l’atenzion de la bèstia. E ‘ntant el pensa ‘ntra de el: “Ah, se fùssite a mé ciasa!” El cardinal, che ‘l s’era ‘nvià per nar, tegnèndo sèmper per la man l’inominà e portàndosel dré, l’à vist ancora na bòta che don Abondio, che l’era restà ‘ndré, che la ‘mparéva avelì e ancia ‘n pòc’ malcontènt e che ‘l geva ‘l mus che mossava dispiazer che, ancia se nó ‘l volèva se vedeva benon. Pensàndo che ‘l só malumór el fus ciausà ancia da fato che l’era sta trat endré, trascurà, tanto pù che ‘l vedeva che inveze che chel slandron l’era tegnù con tanto de rispèt, el cardinal, passàndoge arènt el s’è voutà e ‘l s’è fermà per n’àtimo e con en risolìn de afèto’l giâ dit: “Sior curàt, voi séo sèmper con mì, enla ciasa del nòs bòn Pare; ma chesto cì… perierat, et inventus est.” “Oh sono pròpri contènt!” dis don Abondio, fasèndo na gran svergla a tuti doi ensèma. El vescovo l’è nà avanti e la spenzù la porta, che sùbit dal de fòra à daverzù doi servi, un da banda e un da l’àutra. Enchel moment, la sèna straodenaria de chei doi òumni la s’è palesàda dinanzi ai òcli curiosi de ca pretarìa che g’era ‘nca sala. S’à vist i só visi, tuti doi segnadi da na grant emozion, ancia se diferènta una da l’àutra: sul mus del Federigo se vedéva na calma pléna de ringraziament e na contentezza sèmplize e umile; su chel de l’inominà se podéva véder en scombussolament mesdà al soliévo, el mossava de aver en pòc’ de respèt, en sentiment de sinzèro pentiment. Però, benancia se vedés el cambiament, se vedéva ancor ca forza del só caràter sfèrs. Se conta che pù de un de chei che gera ìo presenti, ente chel moment l’eva pensà a le parole del profèta Isaia: el lóu e l’agnèl i narà a pàst ensèma; el leon e ‘l bòi i magnerà ‘l stes fén. De dré a lori nidéva don Abondio, ma ‘nzun s’era nancia acòrt. Cando che i è stadi ‘n mèz a la sala, è nù ént da l’àutra banda l’aiutànt del cardinal, e ‘l g’è nà dausìn per dìrge che l’eva assòlto ai órdeni che geva dit el ciapelan; che la barzèla e le doi mule le era pronte, e che i spetava sol ca feumna che averòs portà ‘l curat. El cardinal el giâ dit che apena arivàva chesto, i lo fés parlar sùbit con don Abondio: e che tut po' dopo fus ai órdeni de chesto e de l’inominà; che a chel el giâ strenzù ancor la man, per saludàrlo, diséndoge: “vardà che vé spèti.” El s’è voutà a saludàr don Abondio, e ‘l s’è ‘nvià per la strada che néva a la glésia. Tuti i preti i g’è nadi dré, ‘n pòci con la fóla ‘n pòci ‘n prozession: i doi compagni de viaz i era restadi da só pòsta ‘nla sala. L’inominà l’era tut pèrs entei só pensieri, intènto come che l’era ente la só situazion, e nó ‘l vedéva l’ora che arivas el moment de nar a liberàr da le péne e da la presón la só pòra Lucia. La Lucia adès l’era “sóa” ente ‘n modo dal tut diferènt che ‘l dì prima. El só vis el mossàva na grant azitazion, tegnùda a frèn, ma che se vedeva benón, e che a don Abondio, che l’era ancor sèmper sospetós, ge emparéva scasi scasi vergot de misteriós e paurós. Con la cóa de l’òcel, don Abondio l’averòs volèst dìrge vergot de bel, dir doi parole… ma, ‘l pensava: “Che dìrge po'? Fàrge le congratulazion? Ma le congratulazion perché po'? che dopo che l’è stà ‘n demòni enfìn a ieri, a la fìn l’à dezìso de deventar na persona da gialantòm come tuti i àutri? Bel compliment! En calunque modo che mì l’à métia zó, le congratulazion nó le voròs dir àuter che chesto. E po', saràl pròpri vera che l’è deventà ‘n gialantòm: enzì tut de colp! A sto mondo se ‘n vét de tuti i colori, e a bòte tuti i giâ i só motivi per far zèrte sène! Però ‘ntant mé tócia a mì nar con chelìo! Enchel ciastèl! Che ròba! che ròba! che ròba! Se calchedun stadomàn el me l’avés dit… Ah, se demò son bòn de arivar a mé ciasa san e salvo, la me sentirà ben la siora Perpetua! L’è sta ela a mandàrme cì malvolintéra, disèndo che nó podevi restar endré, che tuti i paroci de la zona, ancia tanti che nidéva pù da lontan, i era presenti, e che gevi da nar ancia mì. E ‘nzì mé son metù ‘nte sta bruta rogna! Pòer mì vèh! Epur, vergot doverài pur dìrge a sto òm.” Dopo tanti pensieri, g’è nù ‘n ment de podér dir vergot come: “Nó mé saròssi mai aspetà l’onor de giatàrme en compagnìa de vossiorìa — e ‘nte chela che ‘l voléva parlar, è nù dént el secretari del vescovo con el paroco del paes. Chesto cì l’à dit che la feuma l’era pronta su la barzèla e l’aspetava ìo, e po' ‘l s’è zirà vèrs don Abondio per sentìr l’àuter avìso che geva dat el cardinal. Don Abondio el se l’à cavada come che l’à podèst, ancor confus come che l’era; po' ‘l s’è svizinà al secretari e ‘l giâ dit sota ós — el me dàgia almen na bestia calma, perché, ge dìgi la verità, mì son en cavaliér bòn da ‘ngot.” “Ma segur,” à respondù ‘l ciapelan, con na mèza grignadèla: “l’è la mula del secretari, che l’è un lezù.” “Basta che…” dis don Abondio, e ‘ntant el pensava: — che ‘l ziél el me l’à mandia bòna. — L’inominà l’era sùbit partì de corsa al prìm avìso: arivà su l’us, el s’è acòrt che don Abondio l’era restà de dré. El s’è fermà per aspetarlo e cando che chesto l’è arivà ‘n prèssa, con chel’ària d’aver colpa, come per scusàrse se l’era arivà tardi, l’inominà i l’à saludà con en zèsto rispetos e i l’à ‘nvidà a pasar davanti, con n’àto zantìl e plén de umiltà. Sto zèsto l’à consolà don Abondio, che ‘l se sentiva azità en desàsi. Apena però che i eva metù pè ‘ntel cortìu, n’àuter fato l’à rovinà chel pòc’ de consolazion che l’eva apena provà: l’à vist enfati l’inominà dirèzerse vèrs en ciantón, tòr la só carabina per la ciana con na man e per la rìmena con l’àutra, e con na mòssa velòze e dezìsa, come se ‘l fus sta abituà a far ca operazion, i se l’à metùda a tracòla. — Ohi! ohi! ohi! — à pensà don Abondio: — che se ‘n faràl po' de chel’arzara chel’ìo? Bèla penitènza, bela pròva de èsserse convertì! E se ge sàuta ‘n ment calche idea strana? Oddio che viàz! che bruta situazion! — Se l’inominà l’avés podèst sol en pòc’ sospetar che razza de pensieri che ge passava per la testa al só compagn de viaz, nó se pòl dir chel che l’averòs fat per tègnerlo calmo; ma chel sospèt nó ‘l podéva nancia emmazinàrsel; don Abondio l’era atènto a nó far engot che volés dir: nó me fidi de vossiorìa. Arivadi sul porton che neva ‘nla strada, i à trovà le doi mule a l’órden: l’inominà l’è sautà su chela che g’eva presentà ‘n stalér. “Nó la g’àverà mìgia calche vizi no, vera?” el dis don Abondio a l’aiutànt, metèndo ‘l pè per tera che l’eva zà levà per montàr su. “Montà pur su senza paura: l’è come n’agnelòt.” Don Abondio, rampegiàndose su la sèla, entant che l’era tegnù da l’aiutànt, su, su, su, l’è a ciavàl. La barzèla, che l’era dinanzi de calche pas, tirà da doi mule, ‘l s’è ‘nvià al comando del veturìn; e la compagnia l’è partita. Ge voleva passar dinanzi a la glésia, che l’era pléna come n’òu de zènt, traversar na piazzéta ancia chesta plena de paesani e de furèsti che nó i era stadi bòni de nar ént en glésia. La gran notizia l’era zà su la bócia de tuti e cando che s’à vist el grupét, e ‘nte chel, chel’òm che ‘nfìn a pòce ore prima ‘l feva teror e l’era odià come ‘l diàul, che però adès el feva tuti contènti e alegri, tra la fóla s’à sentù ‘n pìssipìssi che ge ‘nsomiava a ‘n batiman. La zènt la se tiràva da na banda per lagiàrli passar, ma ‘ntel stes tèmp i spenzéva per véderlo mèio da vizìn. La barzèla l’è passà, l’inominà ‘l sa tòt zó ‘l ciapèl e l’à sgobà zó la testa, ca testa che l’eva fat tanta paura, enfìn su la criniera de la mula e ‘ntant se sentìva zentenàri de ós sussurar: “El Sioredio ‘l ve benedìssia!” Ancia don Abondio l’à tòt zó ‘l ciapèl, e ‘l s’è ‘nchinà e ‘l s’à metù ‘nle man de Chel su sora; ma ‘ntel sentìr i canti solèni dei só compagni preti, el geva invidia e l’era malanconiós e ‘nzì ‘ngropà da far fadìgia a tratègner le làgrime. En bòt che i era fòr dal paes, en mèz a la ciampagna, fasèndo strade che le era desèrte e fòr de man, i pensieri de don Abondio i s’era fati ancor pù scùri. Nó ‘l geva ‘ngot da podér vardàr con en minimo de calma, men che ‘l veturìn, che lauràndo per el cardinal, el geva da èsser per forza na persona da gialantòm, e che almen nó la deva da véder de èsser en spavènt. Ogni cal trat se ‘ncontrava viazadori, a bòte ancia a grupi, tuti che corìva a véder el cardinal: e chesto per don Abondio l’era na gran consolazion… ma sol per pòc’, perché comunque se era dré a nar enca bruta val tanto paurosa, endo che se saròs encontrà sol i servi de l’inominà, e che razza de servi! L’averòs volèst parlar con l’inominà, spezialment adès, per ciapìrlo mèio e ancia per tiràrlo da la só man, ma vedèndol tut intènto entei só pensieri, ge passava la vòia. El s’è trovà alor a parlar da só pòsta, a remenar entrà sè stes; e chel che l’à pensà ‘nte chel viaz l’è sta pròpri tant, enzì tant da podér scrìver en lìber entréc’. — L’è na gran bruta ròba che tant i santi che i lazeróni empar che i g’àbia adòs l’arzènt vìo, e che nó i se contentia de mòverse lori, ma i vòl che zìria tut el mondo; e, seguriènto, i pù azitadi i cògn nìr a zerciàrme pròpri mì che nó zérci mai enzun e che domandi sol de èsser lagià ‘n paze! Chel mat s-ciavìzzacòl de don Rodrigo! Che ge mancia po' per èsser l’òm pù felìze al mondo, se ‘l fés sol en pòc’ de zudìzi? L’è sior, zóven, rispetà da tuti, plén de amìzi… ma no, ge dà fastìdi star chièt, el cògn per forza nar a méter el cul enle peàde, per el e ancia per i àutri. El poròs vìver na vita senza pensiéri mìgia, come chei bontempóni che nó i va a méterse enle rògne… e ‘nveze no! Ge vèn en ment de ‘nzigeràr na pòra putelòta; el mistér pù pazzo, pù vergognós, pù crudél che ge sia! El poròs nar en paradìs en ciaròzza, e ‘nveze ‘l vòl nar a ficiàrse a l’infèrn sgiambirlànt! E sto àuter cì… (i lo varda con sospèt, come se ‘l podés lézerge ‘ntel pensiér), dopo che l’à scombussolà ‘l mondo con le só briconade, adès ì lo vòl rebaltar con la só conversion… se l’è vera! Però ‘ntant la me tócia a mì! L’è pròpri ‘nzì, l’è ‘ntel só natural: cando che i vèn al mondo sgiablìni i cògn sèmper farse congnósser. Èl enzì difìzile far el gialantòm per tuta la vita, come che ài fat mì? No! Ge vòl copàr, far en diaoléz de chei… e po', ancia per far penitènza, en gran rebaltón! Ma la penitènza nó se pòl farla a só ciasa, en silenzio, senza dar fastìdi a ‘nzun? E ancia ‘l cardinal, apena sentù doi parole, sùbit che i lo azèta a brazzi avèrti, “caro amìzi, amìzi caro”… come se i l’avés vìst far miràcoi! E ‘l se péta ént ente la fazènda dal tut, en prèssa, senza pensàrge su doi bòte: da noi chesto vòl dir far massa ‘n prèssa! E, senza avér nancia na minima garanzia, el mè làgia cì sto òm… a mì pòer curàt! Chesto per mì ‘l se clama puntar su ‘nte na persona senza savér come che la va a ruàr. En vesco sant come el, ‘l doròs èsser pù zelós dei só prèti, come de la pòpola dei òcli! En pòc’ de calma, de prudènza, en pòc’ de ciarità, nó le fa mal nancia a la santità… E se dopo l’è tut na fìnta? Cì èl po' che pòl savér le vere ‘ntenzion de zèrte persone? E dìgi: de zènt come chesta? E pensar che cògni nar a só ciasa! Cì èl po' che sa chel che g’è dré… l’è mèio nó pensàrge. E che pastìz èl po' sta storia de la Lucia? Ge sarà calche acòrdi con don Rodrigo? Che zentàia! Almen el saròs tut pù clar. Ma come averàl fat po' a avérla ‘nle só man? Cì èl po' che lo sa? Col monsignor l’è tut en secrèt, e a mì, che i me manda de cà e de là come na tròtola, nó i me dis engot. Mì nó vòi savér i afàri dei àutri, ma se cògni zontàrge la pèl, g’averài ben da savér vergota ancia mì! Se se tratas dalbòn sol de nar a tòr ca pòra creatura… passiènza! Ancia se ‘l podéva tòrsela dré el no? E po', se l’è dalbòn enzì convertì, se l’è deventà sant, che bisògn g’era po' de mì? Che confusion! Sperànte che ‘l sia come che ‘l dis… sarà sta na gran seciada, ma passiènza! Se tut finìs ben, sarài contènt ancia per ca pòra Lucia: cissà che spavènti che la passà! La compatìssi… ma zèrto che l’è nata per portàrme adòs tute le disgrazie! Se almen podéssite véder dalbòn dénter ente l’ànima de sto òm, savér chel che ‘l giâ ‘nla zùcia dalbòn… Cì èl po' che pòl cognósserlo? A momenti ‘mpar sant’Antòni ‘ntel desèrt, a momenti Oloferne ‘n persona! Oh poréto mì, poréto mì! Comunque, la Providenza la mé aiderà ben, no? Ancia perché ente sta storia nó ài mìgia volést nar mì per ciaprìzzi no! — Difati i pensieri de l’inominà se podéva scasi véderli passar sul só vis, pròpri come cando che g’è ‘n temporàl, le nùgole le passa davanti al sol, e ‘nzì da far véder a momenti na luze forta e a momenti pù scur e frét. La só ànema, ancor pléna de la passion e de la bontà del Federigo, la ‘mparéva nòva, come nata n’àuter bòt a na vita nòva, e l’era pù portàda a la misericordia, al perdon e a l’amor. Ma sùbit dopo ‘l tornava a sentìr el gran dispiazer sfinì al pensier de tut chel che l’eva combinà de tremendo. El se tormentava a pensar a le colpe che l’everòs podèst ancor méterge remèdi, a chele che s’averòs podèst blocar, ai remèdi che fus sta pù bòni e seguri per desfar tuti chei ligiamenti complicadi, a chel che l’averòs podèst far dei só compari: l’era tut en rebaltón che sol a pensàrge ge nideva mal. Ancia a pensar a ca mission che l’era dré a compìr, la pù sèmplize, ormai scasi fata, ‘l se movéva ansiós e angossà, pensando che ca pòra putèla l’era ‘ncor dré a patìr, cissà cant, e che, ancia se ‘l desiderava con tut sé stes de liberàrla, l’era pròpri el a tégnerla ancor presonéra. Ogni bòta che la strada la se spartìva ‘n doi, el veturìn el se voutàva a domandar la direzion zùsta da tòr: l’inominà i la segnava con la man e ‘ntel stes tèmp el, feva segn de nar pù ‘mprèssa. I è nadi dént enla val. Ma come stével po' ente chel moment el pòer don Abondio! L’era pròpri dént ente ca val enzì nominada, e che de chesta l’eva sentù contàr tante storie tremènde. Adès l’era ìo en mèz a chei oumnàzi da ca bruta nòmina, che tuti i diséva èsser i pù corazósi (e ancia i pù crudéi) en tuta l’Italia, cognossùdi per nó avér né paura né pietà. I li vedéva coi só òcli, ‘n carne e òssi; a ogni vòuta de la strada el ne ‘ncontrava un, doi, trei. I se ‘nchinava con rispèt al só capo, ma che fazzade scure! Che bafi sponziènti! Che razza de oclàde, a don Abondio ge ‘mparéva che le disés: “Che dìges po', el ranzànte per le fèste sto prèt?”. A ‘n zèrto momént, zapà da na grant angóssa, l’è perfìn arivà a pensar ‘ntrà de el: “Se l’avéssite sposàdi (el Renzo e la Lucia), nó la saròs podèsta nàrme pèzo”. Entant, el grupo ‘l néva avanti su ‘nten sintér plén de sassi, arènt a ‘n rì. Da na banda g’era muri de cròzzi scuri e erti, da l’àutra, ca zentàia ‘nzì paurosa da far emparér bel perfìn el desèrt. Don Abondio ‘l se sentiva come ‘l Dante en mèz a le Malebolge de l’infèrn. I era passadi davanti a la tavèrna de la Malanòt (ca spèzie de casèrma dei róbleri); su l’us g’era ‘ncalùn de chei slandróni, svérgle al padron, e oclàde curiose ancia al compàgn de l’inominà e a la barzèla che l’era de dré. Chei òumni nó i séva che pensar: che ca matìna l’inominà el fus partì da só pòsta, l’era ‘mparèsta na ròba stramba, ma ancia ‘l tornàr de vòuta l’era fòr dal normale. Che ‘l portàs vergot che l’eva robà? Ma come ével fat po' da so pòsta? E ca barzèla mai vista? E la divìsa de chei sèrvi de cì èrela po'? I vardàva e i vardàva, ma ‘nzun se fidava a mòverse, perché l’era l’órden che ge deva ‘l padron con zèrte oclade. I va su per l’ért e i ariva su ‘n zìma. I róbleri che g’era sul planét e vizìn al porton i s’è tiràdi da na banda per lagiàr lìbero ‘l passo; l’inominà ‘l fa ségn che i rèstia ìo fermi. Po' l’à speronà la só mula e l’è passà davanti a la barzèla, l’à fat ségn al veturìn e a don Abondio de nàrge dré; po' l’è nà ént ‘ntel prìm cortìu e po' da chesto ‘ntel secónt; po' l’inominà ‘l s’è dirèt vèrs na portèla. Un de chei róbleri el ge va arènt per aidàrlo a nir zó dal ciaval, però ‘l ge órdena con en zèsto, de restar ìo fermo e ‘l ge dis: “Tì restà cì e nó sta far nìr ént enzun.” Po' ‘l desmónta con en sàut da la mula, e i l’à ligia a na ‘nferiada el va vèrs la barzèla, vizìn a ca feumna, che l’eva tirà la coltrìna, e sota ós el ge dis: “consolàla sùbit; fége ciapìr sùbit che l’è lìbera, e ‘nle man de amìzi. El Sioredio ‘l ve benedirà.” Po' ‘l giâ fat ségn al veturìn, che ‘l davèrzia e ‘l se svizìna a don Abondio, e, con en vis contènt che ‘l curàt nó ‘l geva vìst ancor far, anzi che ‘l credéva de nó véder mai, con la contentezza de far n’opera bòna che a la fìn l’era sta bòn ancia el de far, el giâ dit sèmper sota ós: “sior curàt, nó ge domandi scusa per l’incombènza che ‘l giâ da far per colpa mia: el i lo fa per Un che pagia ben, e per sta só pòra putèla.” E con ste parole, l’à tòt con na man el mòrs e la stafa con l’àutra, per aiutar don Abondio a desmontar. Ca fazza contènta, che parole ‘nzì bèle e ‘l far de l’inominà, i à tornà a dàrge coràzo e soliévo a don Abondio. A la fìn l’è sta bòn de tirar en sospìr che ‘l tegnìva da n’ora, senza èsser bòn de liberàrlo; po' ‘l s’è sgobà vèrs l’inominà e, con na osata bassa, l’à respondù: “Ma vé par? Ma, ma, ma, ma…!” bezgolàndo, e ‘n calche vèrs l’è sta bòn de desmontar da la mula. L’inominà l’à ligià ancia ca mula ìo, l’à ordenà al veturìn de restar ìo a spetar, po' l’à tòt na clào da la s-ciarsèla, l’à daverzù na portèla, l’à fat nar ént don Abondio e la feumna, e ‘l s’è ‘nvià davanti a lori su per na s-cialéta. Tuti trei i è nadi su ‘n silenzio.
Lucia s’era risentita da poco tempo; e di quel tempo una parte aveva penato a svegliarsi affatto, a separar le torbide visioni del sonno dalle memorie e dall’immagini di quella realtà troppo somigliante a una funesta visione d’infermo. La vecchia le si era subito avvicinata, e, con quella voce forzatamente umile, le aveva detto: “ah! avete dormito? Avreste potuto dormire in letto: ve l’ho pur detto tante volte ier sera.” E non ricevendo risposta, aveva continuato, sempre con un tono di supplicazione stizzosa: “mangiate una volta: abbiate giudizio. Uh come siete brutta! Avete bisogno di mangiare. E poi se, quando torna, la piglia con me?” “No, no; voglio andar via, voglio andar da mia madre. Il padrone me l’ha promesso, ha detto: domattina. Dov’è il padrone?” “È uscito; m’ha detto che tornerà presto, e che farà tutto quel che volete.” “Ha detto così? ha detto così? Ebbene; io voglio andar da mia madre; subito, subito.” Ed ecco si sente un calpestìo nella stanza vicina; poi un picchio all’uscio. La vecchia accorre, domanda: “chi è?” “Apri,” risponde sommessamente la nota voce. La vecchia tira il paletto; l’innominato, spingendo leggermente i battenti, fa un po’ di spiraglio: ordina alla vecchia di venir fuori, fa entrar subito don Abbondio con la buona donna. Socchiude poi di nuovo l’uscio, si ferma dietro a quello, e manda la vecchia in una parte lontana del castellaccio; come aveva già mandata via anche l’altra donna che stava fuori, di guardia. Tutto questo movimento, quel punto d’aspetto, il primo apparire di persone nuove, cagionarono un soprassalto d’agitazione a Lucia, alla quale, se lo stato presente era intollerabile, ogni cambiamento però era motivo di sospetto e di nuovo spavento. Guardò, vide un prete, una donna; si rincorò alquanto: guarda più attenta: è lui, o non è lui? Riconosce don Abbondio, e rimane con gli occhi fissi, come incantata. La donna, andatale vicino, si chinò sopra di lei, e, guardandola pietosamente, prendendole le mani, come per accarezzarla e alzarla a un tempo, le disse: “oh poverina! venite, venite con noi.” “Chi siete?” le domandò Lucia; ma, senza aspettar la risposta, si voltò ancora a don Abbondio, che s’era trattenuto discosto due passi, con un viso, anche lui, tutto compassionevole; lo fissò di nuovo, e esclamò: “lei! è lei? il signor curato? Dove siamo?... Oh povera me! son fuori di sentimento!” “No, no,” rispose don Abbondio: “son io davvero: fatevi coraggio. Vedete? siam qui per condurvi via. Son proprio il vostro curato, venuto qui apposta, a cavallo...” Lucia, come riacquistate in un tratto tutte le sue forze, si rizzò precipitosamente; poi fissò ancora lo sguardo su que’ due visi, e disse: “è dunque la Madonna che vi ha mandati.” “Io credo di sì,” disse la buona donna. “Ma possiamo andar via, possiamo andar via davvero?” riprese Lucia, abbassando la voce, e con uno sguardo timido e sospettoso. “E tutta quella gente...?” continuò, con le labbra contratte e tremanti di spavento e d’orrore: “e quel signore...! quell’uomo...! Già, me l’aveva promesso...” “È qui anche lui in persona, venuto apposta con noi,” disse don Abbondio: “è qui fuori che aspetta. Andiamo presto; non lo facciamo aspettare, un par suo.” Allora, quello di cui si parlava, spinse l’uscio, e si fece vedere; Lucia, che poco prima lo desiderava, anzi, non avendo speranza in altra cosa del mondo, non desiderava che lui, ora, dopo aver veduti visi, e sentite voci amiche, non potè reprimere un subitaneo ribrezzo; si riscosse, ritenne il respiro, si strinse alla buona donna, e le nascose il viso in seno. L’innominato, alla vista di quell’aspetto sul quale già la sera avanti non aveva potuto tener fermo lo sguardo, di quell’aspetto reso ora più squallido, sbattuto, affannato dal patire prolungato e dal digiuno, era rimasto lì fermo, quasi sull’uscio; nel veder poi quell’atto di terrore, abbassò gli occhi, stette ancora un momento immobile e muto; indi rispondendo a ciò che la poverina non aveva detto, - è vero, - esclamò: “perdonatemi!” “Viene a liberarvi; non è più quello; è diventato buono: sentite che vi chiede perdono?” diceva la buona donna all’orecchio di Lucia. “Si può dir di più? Via, su quella testa; non fate la bambina; che possiamo andar presto,” le diceva don Abbondio. Lucia alzò la testa, guardò l’innominato, e, vedendo bassa quella fronte, atterrato e confuso quello sguardo, presa da un misto sentimento di conforto, di riconoscenza e di pietà, disse: “oh, il mio signore! Dio le renda merito della sua misericordia!” “E a voi, cento volte, il bene che mi fanno codeste vostre parole.” Così detto, si voltò, andò verso l’uscio, e uscì il primo. Lucia, tutta rianimata, con la donna che le dava braccio, gli andò dietro; don Abbondio in coda. Scesero la scala, arrivarono all’uscio che metteva nel cortile. L’innominato lo spalancò, andò alla lettiga, aprì lo sportello, e, con una certa gentilezza quasi timida (due cose nuove in lui) sorreggendo il braccio di Lucia, l’aiutò ad entrarvi, poi la buona donna. Slegò quindi la mula di don Abbondio, e l’aiutò anche lui a montare. “Oh che degnazione!” disse questo; e montò molto più lesto che non avesse fatto la prima volta. La comitiva si mosse quando l’innominato fu anche lui a cavallo. La sua fronte s’era rialzata; lo sguardo aveva ripreso la solita espressione d’impero. I bravi che incontrava, vedevan bene sul suo viso i segni d’un forte pensiero, d’una preoccupazione straordinaria; ma non capivano, nè potevan capire più in là. Al castello, non si sapeva ancor nulla della gran mutazione di quell’uomo; e per congettura, certo, nessun di coloro vi sarebbe arrivato. La buona donna aveva subito tirate le tendine della lettiga: prese poi affettuosamente le mani di Lucia, s’era messa a confortarla, con parole di pietà, di congratulazione e di tenerezza. E vedendo come, oltre la fatica di tanto travaglio sofferto, la confusione e l’oscurità degli avvenimenti impedivano alla poverina di sentir pienamente la contentezza della sua liberazione, le disse quanto poteva trovar di più atto a distrigare, a ravviare, per dir così, i suoi poveri pensieri. Le nominò il paese dove andavano. “Sì?” disse Lucia, la qual sapeva ch’era poco discosto dal suo. “Ah Madonna santissima, vi ringrazio! Mia madre! mia madre!” “La manderemo a cercar subito,” disse la buona donna, la quale non sapeva che la cosa era già fatta. “Sì, sì; che Dio ve ne renda merito... E voi, chi siete? Come siete venuta...” “M’ha mandata il nostro curato,” disse la buona donna: “perchè questo signore, Dio gli ha toccato il cuore (sia benedetto!), ed è venuto al nostro paese, per parlare al signor cardinale arcivescovo (che l’abbiamo là in visita, quel sant’uomo), e s’è pentito de’ suoi peccatacci, e vuol mutar vita; e ha detto al cardinale che aveva fatta rubare una povera innocente, che siete voi, d’intesa con un altro senza timor di Dio, che il curato non m’ha detto chi possa essere.” Lucia alzò gli occhi al cielo. “Lo saprete forse voi,” continuò la buona donna: “basta; dunque il signor cardinale ha pensato che, trattandosi d’una giovine, ci voleva una donna per venire in compagnia, e ha detto al curato che ne cercasse una; e il curato, per sua bontà, è venuto da me...” “Oh! il Signore vi ricompensi della vostra carità!” “Che dite mai, la mia povera giovine? E m’ha detto il signor curato, che vi facessi coraggio, e cercassi di sollevarvi subito, e farvi intendere come il Signore v’ha salvata miracolosamente...” “Ah sì! proprio miracolosamente; per intercession della Madonna.” “Dunque, che stiate di buon animo, e perdonare a chi v’ha fatto del male, e esser contenta che Dio gli abbia usata misericordia, anzi pregare per lui; chè, oltre all’acquistarne merito, vi sentirete anche allargare il cuore.” Lucia rispose con uno sguardo che diceva di sì, tanto chiaro come avrebbero potuto far le parole, e con una dolcezza che le parole non avrebbero saputa esprimere. “Brava giovine!” riprese la donna: “e trovandosi al nostro paese anche il vostro curato (che ce n’è tanti tanti, di tutto il contorno, da mettere insieme quattro ufizi generali), ha pensato il signor cardinale di mandarlo anche lui in compagnia; ma è stato di poco aiuto. Già l’avevo sentito dire ch’era un uomo da poco; ma in quest’occasione, ho dovuto proprio vedere che è più impicciato che un pulcin nella stoppa.” “E questo...” domandò Lucia, “questo che è diventato buono... chi è?” “Come! non lo sapete?” disse la buona donna, e lo nominò. “Oh misericordia!” esclamò Lucia. Quel nome, quante volte l’aveva sentito ripetere con orrore in più d’una storia, in cui figurava sempre come in altre storie quello dell’orco! E ora, al pensiero d’essere stata nel suo terribil potere, e d’essere sotto la sua guardia pietosa; al pensiero d’una così orrenda sciagura, e d’una così improvvisa redenzione; a considerare di chi era quel viso che aveva veduto burbero, poi commosso, poi umiliato, rimaneva come estatica, dicendo solo, ogni poco: “oh misericordia!” “È una gran misericordia davvero!” diceva la buona donna: “dev’essere un gran sollievo per mezzo mondo. A pensare quanta gente teneva sottosopra; e ora, come m’ha detto il nostro curato... e poi, solo a guardarlo in viso, è diventato un santo! E poi si vedon subito le opere” Dire che questa buona donna non provasse molta curiosità di conoscere un po’ più distintamente la grand’avventura nella quale si trovava a fare una parte, non sarebbe la verità. Ma bisogna dire a sua gloria che, compresa d’una pietà rispettosa per Lucia, sentendo in certo modo la gravità e la dignità dell’incarico che le era stato affidato, non pensò neppure a farle una domanda indiscreta, ne oziosa: tutte le sue parole, in quel tragitto, furono di conforto e di premura per la povera giovine. “Dio sa quant’è che non avete mangiato!” “Non me ne ricordo più... Da un pezzo.” “Poverina! Avrete bisogno di ristorarvi.” “Sì,” rispose Lucia con voce fioca. “A casa mia, grazie a Dio, troveremo subito qualcosa. Fatevi coraggio, che ormai c’è poco.” Lucia si lasciava poi cader languida sul fondo della lettiga, come assopita; e allora la buona donna la lasciava in riposo. Per don Abbondio questo ritorno non era certo così angoscioso come l’andata di poco prima; ma non fu neppur esso un viaggio di piacere. Al cessar di quella pauraccia, s’era da principio sentito tutto scarico, ma ben presto cominciarono a spuntargli in cuore cent’altri dispiaceri; come, quand’è stato sbarbato un grand’albero, il terreno rimane sgombro per qualche tempo, ma poi si copre tutto d’erbacce. Era diventato più sensibile a tutto il resto; e tanto nel presente, quanto ne’ pensieri dell’avvenire, non gli mancava pur troppo materia di tormentarsi. Sentiva ora, molto più che nell’andare, l’incomodo di quel modo di viaggiare, al quale non era molto avvezzo; e specialmente sul principio, nella scesa dal castello al fondo della valle. Il lettighiero, stimolato da’ cenni dell’innominato, faceva andar di buon passo le sue bestie; le due cavalcature andavan dietro dietro, con lo stesso passo; onde seguiva che, a certi luoghi più ripidi, il povero don Abbondio, come se fosse messo a leva per di dietro, tracollava sul davanti, e, per reggersi, doveva appuntellarsi con la mano all’arcione; e non osava però pregare che s’andasse più adagio, e dall’altra parte avrebbe voluto esser fuori di quel paese più presto che fosse possibile. Oltre di ciò, dove la strada era sur un rialto, sur un ciglione, la mula, secondo l’uso de’ pari suoi, pareva che facesse per dispetto a tener sempre dalla parte di fuori, e a metter proprio le zampe sull’orlo; e don Abbondio vedeva sotto di sè, quasi a perpendicolo, un salto, o come pensava lui, un precipizio. — Anche tu, — diceva tra sè alla bestia, — hai quel maledetto gusto d’andare a cercare i pericoli, quando c’è tanto sentiero! — E tirava la briglia dall’altra parte; ma inutilmente. Sicchè, al solito, rodendosi di stizza e di paura, si lasciava condurre a piacere altrui. I bravi non gli facevan più tanto spavento, ora che sapeva più di certo come la pensava il padrone. — Ma, — rifletteva però, — se la notizia di questa gran conversione si sparge qua dentro, intanto che ci siamo ancora, chi sa come l’intenderanno costoro! Chi sa cosa nasce! Che s’andassero a immaginare che sia venuto io a fare il missionario! Povero me! mi martirizzano! — Il cipiglio dell’innominato non gli dava fastidio. — Per tenere a segno quelle facce lì, — pensava, — non ci vuol meno di questa qui; lo capisco anch’io; ma perchè deve toccare a me a trovarmi tra tutti costoro! — Basta; s’arrivò in fondo alla scesa, e s’uscì finalmente anche dalla valle. La fronte dell’innominato s’andò spianando. Anche don Abbondio prese una faccia più naturale, sprigionò alquanto la testa di tra le spalle, sgranchì le braccia e le gambe, si mise a stare un po’ più sulla vita, che faceva un tutt’altro vedere, mandò più larghi respiri, e, con animo più riposato, si mise a considerare altri lontani pericoli. — Cosa dirà quel bestione di don Rodrigo? Rimaner con tanto di naso a questo modo, col danno e con le beffe, figuriamoci se la gli deve parere amara. Ora è quando fa il diavolo davvero. Sta a vedere che se la piglia anche con me, perchè mi son trovato dentro in questa cerimonia. Se ha avuto cuore fin d’allora di mandare que’ due demòni a farmi una figura di quella sorte sulla strada, ora poi, chi sa cosa farà! Con sua signoria illustrissima non la può prendere, che è un pezzo molto più grosso di lui; lì bisognerà rodere il freno. Intanto il veleno l’avrà in corpo, e sopra qualcheduno lo vorrà sfogare. Come finiscono queste faccende? I colpi cascano sempre all’ingiù; i cenci vanno all’aria. Lucia, di ragione, sua signoria illustrissima penserà a metterla in salvo: quell’altro poveraccio mal capitato è fuor del tiro, e ha già avuto la sua: ecco che il cencio son diventato io. La sarebbe barbara, dopo tant’incomodi, dopo tante agitazioni, e senza acquistarne merito, che ne dovessi portar la pena io. Cosa farà ora sua signoria illustrissima per difendermi, dopo avermi messo in ballo? Mi può star mallevadore lui che quel dannato non mi faccia un’azione peggio della prima? E poi, ha tanti affari per la testa! mette mano a tante cose! Come si può badare a tutto? Lascian poi alle volte le cose più imbrogliate di prima. Quelli che fanno il bene, lo fanno all'ingrosso: quand'hanno provata quella soddisfazione, n'hanno abbastanza, e non si voglion seccare a star dietro a tutte le conseguenze; ma coloro che hanno quel gusto di fare il male, ci mettono più diligenza, ci stanno dietro fino alla fine, non prendon mai requie, perchè hanno quel canchero che li rode. Devo andar io a dire che son venuto qui per comando espresso di sua signoria illustrissima, e non di mia volontà? Parrebbe che volessi tenere dalla parte dell’iniquità. Oh santo cielo! Dalla parte dell’iniquità io! Per gli spassi che la mi dà! Basta; il meglio sarà raccontare a Perpetua la cosa com’è; e lascia poi fare a Perpetua a mandarla in giro. Purché a monsignore non venga il grillo di far qualche pubblicità, qualche scena inutile, e mettermici dentro anche me. A buon conto, appena siamo arrivati, se è uscito di chiesa, vado a riverirlo in fretta in fretta; se no, lascio le mie scuse, e me ne vo diritto diritto a casa mia. Lucia è bene appoggiata; di me non ce n’è più bisogno; e dopo tant’incomodi, posso pretendere anch’io d’andarmi a riposare. E poi... che non venisse anche curiosità a monsignore di saper tutta la storia, e mi toccasse a render conto dell’affare del matrimonio! Non ci mancherebbe altro. E se viene in visita anche alla mia parrocchia!... Oh! sarà quel che sarà; non vo’ confondermi prima del tempo: n’ho abbastanza de’ guai. Per ora vo a chiudermi in casa. Fin che monsignore si trova da queste parti, don Rodrigo non avrà faccia di far pazzie. E poi... E poi? Ah! vedo che i miei ultimi anni ho da passarli male! — La comitiva arrivò che le funzioni di chiesa non erano ancor terminate; passò per mezzo alla folla medesima non meno commossa della prima volta; e poi si divise. I due a cavallo voltarono sur una piazzetta di fianco, in fondo a cui era la casa del parroco; la lettiga andò avanti verso quella della buona donna. Don Abbondio fece quello che aveva pensato: appena smontato, fece i più sviscerati complimenti all’innominato, e lo pregò di volerlo scusar con monsignore; ché lui doveva tornare alla parrocchia addirittura, per affari urgenti. Andò a cercare quel che chiamava il suo cavallo, cioè il bastone che aveva lasciato in un cantuccio del salotto, e s’incamminò. L’innominato stette a aspettare che il cardinale tornasse di chiesa. La buona donna, fatta seder Lucia nel miglior luogo della sua cucina, s’affaccendava a preparar qualcosa da ristorarla, ricusando, con una certa rustichezza cordiale, i ringraziamenti e le scuse che questa rinnovava ogni tanto. Presto presto, rimettendo stipa sotto un calderotto, dove notava un buon cappone, fece alzare il bollore al brodo, e riempitane una scodella già guarnita di fette di pane, potè finalmente presentarla a Lucia. E nel vedere la poverina a riaversi a ogni cucchiaiata, si congratulava ad alta voce con se stessa che la cosa fosse accaduta in un giorno in cui, com’essa diceva, non c’era il gatto nel fuoco. “Tutti s’ingegnano oggi a far qualcosina,” aggiungeva: “meno que’ poveri poveri che stentano a aver pane di vecce e polenta di saggina; però oggi da un signore così caritatevole sperano di buscar tutti qualcosa. Noi, grazie al cielo, non siamo in questo caso: tra il mestiere di mio marito, e qualcosa che abbiamo al sole, si campa. Sicchè mangiate senza pensieri intanto; chè presto il cappone sarà a tiro, e potrete ristorarvi un po’ meglio.” Così detto, ritornò ad accudire al desinare, e ad apparecchiare. Lucia, tornatele alquanto le forze, e acquietandosele sempre più l’animo, andava intanto assettandosi, per un’abitudine, per un istinto di pulizia e di verecondia: rimetteva e fermava le trecce allentate e arruffate, raccomodava il fazzoletto sul seno, e intorno al collo. In far questo, le sue dita s’intralciarono nella corona che ci aveva messa, la notte avanti; lo sguardo vi corse; si fece nella mente un tumulto istantaneo; la memoria del voto, oppressa fino allora e soffogata da tante sensazioni presenti, vi si suscitò d’improvviso, e vi comparve chiara e distinta. Allora tutte le potenze del suo animo, appena riavute, furon sopraffatte di nuovo, a un tratto: e se quell’animo non fosse stato così preparato da una vita d’innocenza, di rassegnazione e di fiducia, la costernazione che provò in quel momento, sarebbe stata disperazione. Dopo un ribollimento di que’ pensieri che non vengono con parole, le prime che si formarono nella sua mente furono: — oh povera me, cos’ho fatto! — Ma non appena l’ebbe pensate, ne risentì come uno spavento. Le tornarono in mente tutte le circostanze del voto, l’angoscia intollerabile, il non avere una speranza di soccorso, il fervore della preghiera, la pienezza del sentimento con cui la promessa era stata fatta. E dopo avere ottenuta la grazia, pentirsi della promessa, le parve un’ingratitudine sacrilega, una perfidia verso Dio e la Madonna; le parve che una tale infedeltà le attirerebbe nuove e più terribili sventure, in mezzo alle quali non potrebbe più sperare neppur nella preghiera; e s’affrettò di rinnegare quel pentimento momentaneo. Si levò con divozione la corona dal collo, e tenendola nella mano tremante, confermò, rinnovò il voto, chiedendo nello stesso tempo, con una supplicazione accorata, che le fosse concessa la forza d’adempirlo, che le fossero risparmiati i pensieri e l’occasioni le quali avrebbero potuto, se non ismovere il suo animo, agitarlo troppo. La lontananza di Renzo, senza nessuna probabilità di ritorno, quella lontananza che fin allora le era stata così amara, le parve ora una disposizione della Provvidenza, che avesse fatti andare insieme i due avvenimenti per un fine solo; e si studiava di trovar nell’uno la ragione d’esser contenta dell’altro. E dietro a quel pensiero, s’andava figurando ugualmente che quella Provvidenza medesima, per compir l’opera, saprebbe trovar la maniera di far che Renzo si rassegnasse anche lui, non pensasse più... Ma una tale idea, appena trovata, mise sottosopra la mente ch’era andata a cercarla. La povera Lucia, sentendo che il cuore era lì lì per pentirsi, ritornò alla preghiera, alle conferme, al combattimento, dal quale s’alzò, se ci si passa quest’espressione, come il vincitore stanco e ferito, di sopra il nemico abbattuto: non dico ucciso. Tutt’a un tratto, si sente uno scalpiccìo, e un chiasso di voci allegre. Era la famigliola che tornava di chiesa. Due bambinette e un fanciullo entran saltando; si fermano un momento a dare un’occhiata curiosa a Lucia, poi corrono alla mamma, e le s’aggruppano intorno: chi domanda il nome dell’ospite sconosciuta, e il come e il perchè; chi vuol raccontare le maraviglie vedute: la buona donna risponde a tutto e a tutti con un - zitti, zitti -. Entra poi, con un passo più quieto, ma con una premura cordiale dipinta in viso, il padrone di casa. Era, se non l’abbiamo ancor detto, il sarto del villaggio, e de’ contorni; un uomo che sapeva leggere, che aveva letto in fatti più d’una volta il Leggendario de’ Santi, il Guerrin meschino e i Reali di Francia, e passava, in quelle parti, per un uomo di talento e di scienza: lode però che rifiutava modestamente, dicendo soltanto che aveva sbagliato la vocazione; e che se fosse andato agli studi, in vece di tant’altri...! Con questo, la miglior pasta del mondo. Essendosi trovato presente quando sua moglie era stata pregata dal curato d’intraprendere quel viaggio caritatevole, non solo ci aveva data la sua approvazione, ma le avrebbe fatto coraggio, se ce ne fosse stato bisogno. E ora che la funzione, la pompa, il concorso, e soprattutto la predica del cardinale avevano, come si dice, esaltati tutti i suoi buoni sentimenti, tornava a casa con un’aspettativa, con un desiderio ansioso di sapere come la cosa fosse riuscita, e di trovare la povera innocente salvata. “Guardate un poco,” gli disse, al suo entrare, la buona donna, accennando Lucia; la quale fece il viso rosso, s’alzò, e cominciava a balbettar qualche scusa. Ma lui, avvicinatosele, l’interruppe facendole una gran festa, e esclamando: “ben venuta, ben venuta! Siete la benedizione del cielo in questa casa. Come son contento di vedervi qui! Già ero sicuro che sareste arrivata a buon porto; perchè non ho mai trovato che il Signore abbia cominciato un miracolo senza finirlo bene; ma son contento di vedervi qui. Povera giovine! Ma è però una gran cosa d’aver ricevuto un miracolo!” Nè si creda che fosse lui il solo a qualificar così quell’avvenimento, perchè aveva letto il Leggendario: per tutto il paese e per tutt’i contorni non se ne parlò con altri termini, fin che ce ne rimase la memoria. E, a dir la verità, con le frange che vi s’attaccarono, non gli poteva convenire altro nome. Accostatosi poi passo passo alla moglie, che staccava il calderotto dalla catena, le disse sottovoce: - è andato bene ogni cosa? “Benone: ti racconterò poi tutto.” “Sì, sì; con comodo.” Messo poi subito in tavola, la padrona andò a prender Lucia, ve l’accompagnò, la fece sedere; e staccata un’ala di quel cappone, gliela mise davanti; si mise a sedere anche lei e il marito, facendo tutt’e due coraggio all’ospite abbattuta e vergognosa, perchè mangiasse. Il sarto cominciò, ai primi bocconi, a discorrere con grand’enfasi, in mezzo all’interruzioni de’ ragazzi, che mangiavano ritti intorno alla tavola, e che in verità avevano viste troppe cose straordinarie, per fare alla lunga la sola parte d’ascoltatori. Descriveva le cerimonie solenni, poi saltava a parlare della conversione miracolosa. Ma ciò che gli aveva fatto più impressione, e su cui tornava più spesso, era la predica del cardinale. “A vederlo lì davanti all’altare,” diceva, “un signore di quella sorte, come un curato...” “E quella cosa d’oro che aveva in testa...” diceva una bambinetta. “Sta’ zitta. A pensare, dico, che un signore di quella sorte, e un uomo tanto sapiente, che, a quel che dicono, ha letto tutti i libri che ci sono, cosa a cui non è mai arrivato nessun altro, nè anche in Milano; a pensare che sappia adattarsi a dir quelle cose in maniera che tutti intendano...” “Ho inteso anch’io,” disse l’altra chiacchierina. “Sta’ zitta! cosa vuoi avere inteso, tu?” “Ho inteso che spiegava il Vangelo in vece del signor curato.” “Sta’ zitta. Non dico chi sa qualche cosa; chè allora uno è obbligato a intendere; ma anche i più duri di testa, i più ignoranti, andavan dietro al filo del discorso. Andate ora a domandar loro se saprebbero ripeter le parole che diceva: sì; non ne ripescherebbero una; ma il sentimento lo hanno qui. E senza mai nominare quel signore, come si capiva che voleva parlar di lui! E poi, per capire, sarebbe bastato osservare quando aveva le lacrime agli occhi. E allora tutta la gente a piangere...” “E proprio vero,” scappò fuori il fanciullo: “ma perchè piangevan tutti a quel modo, come bambini?” “Sta’ zitto. E sì che c’è de’ cuori duri in questo paese. E ha fatto proprio vedere che, benchè ci sia la carestia, bisogna ringraziare il Signore, ed esser contenti: far quel che si può, industriarsi, aiutarsi, e poi esser contenti. Perchè la disgrazia non è il patire, e l’esser poveri; la disgrazia è il far del male. E non son belle parole; perchè si sa che anche lui vive da pover’uomo, e si leva il pane di bocca per darlo agli affamati; quando potrebbe far vita scelta, meglio di chi si sia. Ah! allora un uomo dà soddisfazione a sentirlo discorrere; non come tant’altri, fate quello che dico, e non fate quel che fo. E poi ha fatto proprio vedere che anche coloro che non son signori, se hanno più del necessario, sono obbligati di farne parte a chi patisce. Qui interruppe il discorso da sè, come sorpreso da un pensiero. Stette un momento; poi mise insieme un piatto delle vivande ch’eran sulla tavola, e aggiuntovi un pane, mise il piatto in un tovagliolo, e preso questo per le quattro cocche, disse alla sua bambinetta maggiore: “piglia qui.” Le diede nell’altra mano un fiaschetto di vino, e soggiunse: “va’ qui da Maria vedova; lasciale questa roba, e dille che è per stare un po’ allegra co’ suoi bambini. Ma con buona maniera, ve’; che non paia che tu le faccia l’elemosina. E non dir niente, se incontri qualcheduno; e guarda di non rompere.” Lucia fece gli occhi rossi, e sentì in cuore una tenerezza ricreatrice; come già da’ discorsi di prima aveva ricevuto un sollievo che un discorso fatto apposta non le avrebbe potuto dare. L’animo attirato da quelle descrizioni, da quelle fantasie di pompa, da quelle commozioni di pietà e di maraviglia, preso dall’entusiasmo medesimo del narratore, si staccava da’ pensieri dolorosi di sè; e anche ritornandoci sopra, si trovava più forte contro di essi. Il pensiero stesso del gran sacrifizio, non già che avesse perduto il suo amaro, ma insiem con esso aveva un non so che d’una gioia austera e solenne. Poco dopo, entrò il curato del paese, e disse d’esser mandato dal cardinale a informarsi di Lucia, ad avvertirla che monsignore voleva vederla in quel giorno, e a ringraziare in suo nome il sarto e la moglie. E questi e quella, commossi e confusi, non trovavan parole per corrispondere a tali dimostrazioni d’un tal personaggio. “E vostra madre non è ancora arrivata? - disse il curato a Lucia.” “Mia madre!” esclamò questa. Dicendole poi il curato, che l’aveva mandata a prendere, d’ordine dell’arcivescovo, si mise il grembiule agli occhi, e diede in un dirotto pianto, che durò un pezzo dopo che fu andato via il curato. Quando poi gli affetti tumultuosi che le si erano suscitati a quell’annunzio, cominciarono a dar luogo a pensieri più posati, la poverina si ricordò che quella consolazione allora così vicina, di riveder la madre, una consolazione così inaspettata poche ore prima, era stata da lei espressamente implorata in quell’ore terribili, e messa quasi come una condizione al voto. Fatemi tornar salva con mia madre, aveva detto; e queste parole le ricomparvero ora distinte nella memoria. Si confermò più che mai nel proposito di mantener la promessa, e si fece di nuovo, e più amaramente, scrupolo di quel povera me! che le era scappato detto tra sè, nel primo momento. Agnese infatti, quando si parlava di lei, era già poco lontana. È facile pensare come la povera donna fosse rimasta, a quell’invito così inaspettato, e a quella notizia, necessariamente tronca e confusa, d’un pericolo, si poteva dir, cessato, ma spaventoso; d’un caso terribile, che il messo non sapeva nè circostanziare nè spiegare; e lei non aveva a che attaccarsi per ispiegarlo da sè. Dopo essersi cacciate le mani ne’ capelli, dopo aver gridato più volte: “ah Signore! ah Madonna!”, dopo aver fatte al messo varie domande, alle quali questo non sapeva che rispondere, era entrata in fretta e in furia nel baroccio, continuando per la strada a esclamare e interrogare, senza profitto. Ma, a un certo punto, aveva incontrato don Abbondio che veniva adagio adagio, mettendo avanti, a ogni passo, il suo bastone. Dopo un - oh! - di tutt’e due le parti, lui s’era fermato, lei aveva fatto fermare, ed era smontata; e s’eran tirati in disparte in un castagneto che costeggiava la strada. Don Abbondio l’aveva ragguagliata di ciò che aveva potuto sapere e dovuto vedere. La cosa non era chiara; ma almeno Agnese fu assicurata che Lucia era affatto in salvo; e respirò. Dopo, don Abbondio era voluto entrare in un altro discorso, e darle una lunga istruzione sulla maniera di regolarsi con l’arcivescovo, se questo, com’era probabile, avesse desiderato di parlar con lei e con la figliuola; e soprattutto che non conveniva far parola del matrimonio... Ma Agnese, accorgendosi che il brav’uomo non parlava che per il suo proprio interesse, l’aveva piantato, senza promettergli, anzi senza risolver nulla; chè aveva tutt’altro da pensare. E s’era rimessa in istrada. Finalmente il baroccio arriva, e si ferma alla casa del sarto. Lucia s’alza precipitosamente; Agnese scende, e dentro di corsa: sono nelle braccia l’una dell’altra. La moglie del sarto, ch’era la sola che si trovava lì presente, fa coraggio a tutt’e due, le acquieta, si rallegra con loro, e poi, sempre discreta, le lascia sole, dicendo che andava a preparare un letto per loro; che aveva il modo, senza incomodarsi; ma che, in ogni caso, tanto lei, come suo marito, avrebbero piuttosto voluto dormire in terra, che lasciarle andare a cercare un ricovero altrove. Passato quel primo sfogo d’abbracciamenti e di singhiozzi, Agnese volle sapere i casi di Lucia, e questa si mise affannosamente a raccontarglieli. Ma, come il lettore sa, era una storia che nessuno la conosceva tutta; e per Lucia stessa c’eran delle parti oscure, inesplicabili affatto. E principalmente quella fatale combinazione d’essersi la terribile carrozza trovata lì sulla strada, per l’appunto quando Lucia vi passava per un caso straordinario: su di che la madre e la figlia facevan cento congetture, senza mai dar nel segno, anzi senza neppure andarci vicino. In quanto all’autor principale della trama, tanto l’una che l’altra non potevano fare a meno di non pensare che fosse don Rodrigo. “Ah anima nera! ah tizzone d’inferno!” esclamava Agnese: “ma verrà la sua ora anche per lui. Domeneddio lo pagherà secondo il merito; e allora proverà anche lui...” “No, no, mamma; no!” interruppe Lucia: “non gli augurate di patire, non l’augurate a nessuno! Se sapeste cosa sia patire! Se aveste provato! No, no! preghiamo piuttosto Dio e la Madonna per lui: che Dio gli tocchi il cuore, come ha fatto a quest’altro povero signore, ch’era peggio di lui; e ora è un santo.” Il ribrezzo che Lucia provava nel tornare sopra memorie così recenti e così crudeli, la fece più d’una volta restare a mezzo; più d’una volta disse che non le bastava l’animo di continuare, e dopo molte lacrime, riprese la parola a stento. Ma un sentimento diverso la tenne sospesa, a un certo punto del racconto: quando fu al voto. Il timore che la madre le desse dell’imprudente e della precipitosa; e che, come aveva fatto nell’affare del matrimonio, mettesse in campo qualche sua regola larga di coscienza, e volesse fargliela trovar giusta per forza; o che, povera donna, dicesse la cosa a qualcheduno in confidenza, se non altro per aver lume e consiglio, e la facesse così divenir pubblica, cosa che Lucia, solamente a pensarci, si sentiva venire il viso rosso; anche una certa vergogna della madre stessa, una ripugnanza inesplicabile a entrare in quella materia; tutte queste cose insieme fecero che nascose quella circostanza importante, proponendosi di farne prima la confidenza al padre Cristoforo. Ma come rimase allorchè, domandando di lui, si sentì rispondere che non c’era più, ch’era stato mandato in un paese lontano lontano, in un paese che aveva un certo nome! “E Renzo?” disse Agnese. “È in salvo, n’è vero?” disse ansiosamente Lucia. “Questo è sicuro, perchè tutti lo dicono; si tien per certo che si sia ricoverato sul bergamasco; ma il luogo proprio nessuno lo sa dire: e lui finora non ha mai fatto saper nulla. Che non abbia ancora trovata la maniera.” “Ah, se è in salvo, sia ringraziato il Signore!” disse Lucia; e cercava di cambiar discorso; quando il discorso fu interrotto da una novità inaspettata: la comparsa del cardinale arcivescovo. Questo, tornato di chiesa, dove l’abbiam lasciato, sentito dall’innominato che Lucia era arrivata, sana e salva, era andato a tavola con lui, facendoselo sedere a destra, in mezzo a una corona di preti, che non potevano saziarsi di dare occhiate a quell’aspetto così ammansato senza debolezza, così umiliato senza abbassamento, e di paragonarlo con l’idea che da lungo tempo s’eran fatta del personaggio. Finito di desinare, loro due s’eran ritirati di nuovo insieme. Dopo un colloquio che durò molto più del primo, l’innominato era partito per il suo castello, su quella stessa mula della mattina; e il cardinale, fatto chiamare il curato, gli aveva detto che desiderava d’esser condotto alla casa dov’era ricoverata Lucia. “Oh! monsignore,” aveva risposto il curato, “non s’incomodi: manderò io subito ad avvertire che venga qui la giovine, la madre, se è arrivata, anche gli ospiti, se monsignore li vuole, tutti quelli che desidera vossignoria illustrissima.” “Desidero d’andar io a trovarli,” aveva replicato Federigo. “Vossignoria illustrissima non deve incomodarsi: manderò io subito a chiamarli: è cosa d’un momento,” aveva insistito il curato guastamestieri (buon uomo del resto), non intendendo che il cardinale voleva con quella visita rendere onore alla sventura, all’innocenza, all’ospitalità e al suo proprio ministero in un tempo. Ma, avendo il superiore espresso di nuovo il medesimo desiderio, l’inferiore s’inchinò e si mosse. Quando i due personaggi furon veduti spuntar nella strada, tutta la gente che c’era andò verso di loro; e in pochi momenti n’accorse da ogni parte, camminando loro ai fianchi chi poteva, e gli altri dietro, alla rinfusa. Il curato badava a dire: “via, indietro, ritiratevi; ma! ma!” Federigo gli diceva: “lasciateli fare,” e andava avanti, ora alzando la mano a benedir la gente, ora abbassandola ad accarezzare i ragazzi che gli venivan tra’ piedi. Così arrivarono alla casa, e c’entrarono: la folla rimase ammontata al di fuori. Ma nella folla si trovava anche il sarto, il quale era andato dietro come gli altri, con gli occhi fissi e con la bocca aperta, non sapendo dove si riuscirebbe. Quando vide quel dove inaspettato, si fece far largo, pensate con che strepito, gridando e rigridando: “lasciate passare chi ha da passare;” e entrò. Agnese e Lucia sentirono un ronzìo crescente nella strada; mentre pensavano cosa potesse essere, videro l’uscio spalancarsi, e comparire il porporato col parroco. “È quella?” domandò il primo al secondo; e, a un cenno affermativo, andò verso Lucia, ch’era rimasta lì con la madre, tutt’e due immobili e mute dalla sorpresa e dalla vergogna. Ma il tono di quella voce, l’aspetto, il contegno, e soprattutto le parole di Federigo l’ebbero subito rianimate. “Povera giovine,” cominciò: “Dio ha permesso che foste messa a una gran prova; ma v’ha anche fatto vedere che non aveva levato l’occhio da voi, che non v’aveva dimenticata. V’ha rimessa in salvo; e s’è servito di voi per una grand’opera, per fare una gran misericordia a uno, e per sollevar molti nello stesso tempo.” Qui comparve nella stanza la padrona, la quale, al rumore, s’era affacciata anch’essa alla finestra, e avendo veduto chi le entrava in casa, aveva sceso le scale, di corsa, dopo essersi raccomodata alla meglio; e quasi nello stesso tempo, entrò il sarto da un altr’uscio. Vedendo avviato il discorso, andarono a riunirsi in un canto, dove rimasero con gran rispetto. Il cardinale, salutatili cortesemente, continuò a parlar con le donne, mescolando ai conforti qualche domanda, per veder se nelle risposte potesse trovar qualche congiuntura di far del bene a chi aveva tanto patito. “Bisognerebbe che tutti i preti fossero come vossignoria, che tenessero un po’ dalla parte de’ poveri, e non aiutassero a metterli in imbroglio, per cavarsene loro,” disse Agnese, animata dal contegno così famigliare e amorevole di Federigo, e stizzita dal pensare che il signor don Abbondio, dopo aver sempre sacrificati gli altri, pretendesse poi anche d’impedir loro un piccolo sfogo, un lamento con chi era al di sopra di lui, quando, per un caso raro, n’era venuta l’occasione. “Dite pure tutto quel che pensate,” disse il cardinale: “parlate liberamente.” “Voglio dire che, se il nostro signor curato avesse fatto il suo dovere, la cosa non sarebbe andata così.” Ma facendole il cardinale nuove istanze perchè si spiegasse meglio, quella cominciò a trovarsi impicciata a dover raccontare una storia nella quale aveva anch’essa una parte che non si curava di far sapere, specialmente a un tal personaggio. Trovò però il verso d’accomodarla con un piccolo stralcio: raccontò del matrimonio concertato, del rifiuto di don Abbondio, non lasciò fuori il pretesto de’ superiori che lui aveva messo in campo (ah, Agnese!); e saltò all’attentato di don Rodrigo, e come, essendo stati avvertiti, avevano potuto scappare. “Ma sì,” soggiunse e concluse: “scappare per inciamparci di nuovo. Se in vece il signor curato ci avesse detto sinceramente la cosa, e avesse subito maritati i miei poveri giovani, noi ce n’andavamo via subito, tutti insieme, di nascosto, lontano, in luogo che nè anche l’aria non l’avrebbe saputo. Così s’è perduto tempo; ed è nato quel che è nato.” “Il signor curato mi renderà conto di questo fatto,” disse il cardinale. “No, signore, no, signore,” disse subito Agnese: “non ho parlato per questo: non lo gridi, perchè già quel che è stato è stato; e poi non serve a nulla: è un uomo fatto così: tornando il caso, farebbe lo stesso.” Ma Lucia, non contenta di quella maniera di raccontar la storia, soggiunse: “anche noi abbiamo fatto del male: si vede che non era la volontà del Signore che la cosa dovesse riuscire.” “Che male avete potuto far voi, povera giovine?” disse Federigo. Lucia, malgrado gli occhiacci che la madre cercava di farle alla sfuggita, raccontò la storia del tentativo fatto in casa di don Abbondio; e concluse dicendo: “abbiam fatto male; e Dio ci ha gastigati.” “Prendete dalla sua mano i patimenti che avete sofferti, e state di buon animo,” disse Federigo: “perchè, chi avrà ragione di rallegrarsi e di sperare, se non chi ha patito, e pensa ad accusar se medesimo? ” Domandò allora dove fosse il promesso sposo, e sentendo da Agnese (Lucia stava zitta, con la testa e gli occhi bassi) ch’era scappato dal suo paese, ne provò e ne mostrò maraviglia e dispiacere; e volle sapere il perchè. Agnese raccontò alla meglio tutto quel poco che sapeva della storia di Renzo. “Ho sentito parlare di questo giovine,” disse il cardinale: “ma come mai uno che si trovò involto in affari di quella sorte, poteva essere in trattato di matrimonio con una ragazza così?” “Era un giovine dabbene,” disse Lucia, facendo il viso rosso, ma con voce sicura. “Era un giovine quieto, fin troppo,” soggiunse Agnese: “e questo lo può domandare a chi si sia, anche al signor curato. Chi sa che imbroglio avranno fatto laggiù, che cabale? I poveri, ci vuol poco a farli comparir birboni.” “È vero pur troppo,” disse il cardinale: “m’informerò di lui senza dubbio:” e fattosi dire nome e cognome del giovine, ne prese l’appunto sur un libriccin di memorie. Aggiunse poi che contava di portarsi al loro paese tra pochi giorni, che allora Lucia potrebbe venir là senza timore, e che intanto penserebbe lui a provvederla d’un luogo dove potesse esser al sicuro, fin che ogni cosa fosse accomodata per il meglio. Si voltò quindi ai padroni di casa, che vennero subito avanti. Rinnovò i ringraziamenti che aveva fatti fare dal curato, e domandò se sarebbero stati contenti di ricoverare, per que’ pochi giorni, le ospiti che Dio aveva loro mandate. “Oh! sì signore,” rispose la donna, con un tono di voce e con un viso ch’esprimeva molto più di quell’asciutta risposta, strozzata dalla vergogna. Ma il marito, messo in orgasmo dalla presenza d’un tale interrogatore, dal desiderio di farsi onore in un’occasione di tanta importanza, studiava ansiosamente qualche bella risposta. Raggrinzò la fronte, torse gli occhi in traverso, strinse le labbra, tese a tutta forza l’arco dell’intelletto, cercò, frugò, sentì di dentro un cozzo d’idee monche e di mezze parole: ma il momento stringeva; il cardinale accennava già d’avere interpretato il silenzio: il pover’uomo aprì la bocca, e disse: “si figuri!” Altro non gli volle venire. Cosa, di cui non solo rimase avvilito sul momento; ma sempre poi quella rimembranza importuna gli guastava la compiacenza del grand’onore ricevuto. E quante volte, tornandoci sopra, e rimettendosi col pensiero in quella circostanza, gli venivano in mente, quasi per dispetto, parole che tutte sarebbero state meglio di quell’insulso si figuri! Ma, come dice un antico proverbio, del senno di poi ne son piene le fosse. Il cardinale partì, dicendo: “la benedizione del Signore sia sopra questa casa.” Domandò poi la sera al curato come si sarebbe potuto in modo convenevole ricompensare quell’uomo, che non doveva esser ricco, dell’ospitalità costosa, specialmente in que’ tempi. Il curato rispose che, per verità, nè i guadagni della professione, nè le rendite di certi campicelli, che il buon sarto aveva del suo, non sarebbero bastate, in quell’annata, a metterlo in istato d’esser liberale con gli altri; ma che, avendo fatto degli avanzi negli anni addietro, si trovava de’ più agiati del contorno, e poteva far qualche spesa di più, senza dissesto, come certo faceva questa volentieri; e che, del rimanente, non ci sarebbe stato verso di fargli accettare nessuna ricompensa. “Avrà probabilmente,” disse il cardinale, “crediti con gente che non può pagare.” “Pensi, monsignore illustrissimo: questa povera gente paga con quel che le avanza della raccolta: l’anno scorso, non avanzò nulla; in questo, tutti rimangono indietro del necessario.” “Ebbene,” disse Federigo: “prendo io sopra di me tutti que’ debiti; e voi mi farete il piacere d’aver da lui la nota delle partite, e di saldarle.” “Sarà una somma ragionevole.” “Tanto meglio: e avrete pur troppo di quelli ancor più bisognosi, che non hanno debiti perchè non trovan credenza.” “Eh, pur troppo! Si fa quel che si può; ma come arrivare a tutto, in tempi di questa sorte?” “Fate che lui li vesta a mio conto, e pagatelo bene. Veramente, in quest’anno, mi par rubato tutto ciò che non va in pane; ma questo è un caso particolare.” Non vogliam però chiudere la storia di quella giornata, senza raccontar brevemente come la terminasse l’innominato. Questa volta, la nuova della sua conversione l’aveva preceduto nella valle; vi s’era subito sparsa, e aveva messo per tutto uno sbalordimento, un’ansietà, un cruccio, un susurro. Ai primi bravi, o servitori (era tutt’uno) che vide, accennò che lo seguissero: e così di mano in mano. Tutti venivan dietro, con una sospensione nuova, e con la suggezione solita; finchè, con un seguito sempre crescente, arrivò al castello. Accennò a quelli che si trovavan sulla porta, che gli venissero dietro con gli altri; entrò nel primo cortile, andò verso il mezzo, e lì, essendo ancora a cavallo, mise un suo grido tonante: era il segno usato, al quale accorrevano tutti que’ suoi che l’avessero sentito. In un momento, quelli ch’erano sparsi per il castello, vennero dietro alla voce, e s’univano ai già radunati, guardando tutti il padrone. “Andate ad aspettarmi nella sala grande,” disse loro; e dall’alto della sua cavalcatura, gli stava a veder partire. Ne scese poi, la menò lui stesso alla stalla, e andò dov’era aspettato. Al suo apparire, cessò subito un gran bisbiglìo che c’era; tutti si ristrinsero da una parte, lasciando voto per lui un grande spazio della sala: potevano essere una trentina. L’innominato alzò la mano, come per mantener quel silenzio improvviso; alzò la testa, che passava tutte quelle della brigata, e disse: “ascoltate tutti, e nessuno parli, se non è interrogato. Figliuoli! la strada per la quale siamo andati finora, conduce nel fondo dell’inferno. Non è un rimprovero ch’io voglia farvi, io che sono avanti a tutti, il peggiore di tutti; ma sentite ciò che v’ho da dire. Dio misericordioso m’ha chiamato a mutar vita; e io la muterò, l’ho già mutata: così faccia con tutti voi. Sappiate dunque, e tenete per fermo che son risoluto di prima morire che far più nulla contro la sua santa legge. Levo a ognun di voi gli ordini scellerati che avete da me; voi m’intendete; anzi vi comando di non far nulla di ciò che v’era comandato. E tenete per fermo ugualmente, che nessuno, da qui avanti, potrà far del male con la mia protezione, al mio servizio. Chi vuol restare a questi patti, sarà per me come un figliuolo: e mi troverei contento alla fine di quel giorno, in cui non avessi mangiato per satollar l’ultimo di voi, con l’ultimo pane che mi rimanesse in casa. Chi non vuole, gli sarà dato quello che gli è dovuto di salario, e un regalo di più: potrà andarsene; ma non metta più piede qui: quando non fosse per mutar vita; che per questo sarà sempre ricevuto a braccia aperte. Pensateci questa notte: domattina vi chiamerò, a uno a uno, a darmi la risposta; e allora vi darò nuovi ordini. Per ora, ritiratevi, ognuno al suo posto. E Dio che ha usato con me tanta misericordia, vi mandi il buon pensiero.” Qui finì, e tutto rimase in silenzio. Per quanto vari e tumultuosi fossero i pensieri che ribollivano in que’ cervellacci, non ne apparve di fuori nessun segno. Erano avvezzi a prender la voce del loro signore come la manifestazione d’una volontà con la quale non c’era da ripetere: e quella voce, annunziando che la volontà era mutata, non dava punto indizio che fosse indebolita. A nessuno di loro passò neppur per la mente che, per esser lui convertito, si potesse prendergli il sopravvento, rispondergli come a un altr’uomo. Vedevano in lui un santo, ma un di que’ santi che si dipingono con la testa alta, e con la spada in pugno. Oltre il timore, avevano anche per lui (principalmente quelli ch’eran nati sul suo, ed erano una gran parte) un’affezione come d’uomini ligi; avevan poi tutti una benevolenza d’ammirazione; e alla sua presenza sentivano una specie di quella, dirò pur così, verecondia, che anche gli animi più zotici e più petulanti provano davanti a una superiorità che hanno già riconosciuta. Le cose poi che allora avevan sentite da quella bocca, erano bensì odiose a’ loro orecchi, ma non false nè affatto estranee ai loro intelletti: se mille volte se n’eran fatti beffe, non era già perchè non le credessero, ma per prevenir con le beffe la paura che gliene sarebbe venuta, a pensarci sul serio. E ora, a veder l’effetto di quella paura in un animo come quello del loro padrone, chi più, chi meno, non ce ne fu uno che non gli se n’attaccasse, almeno per qualche tempo. S’aggiunga a tutto ciò, che quelli tra loro che, trovandosi la mattina fuor della valle, avevan risaputa per i primi la gran nuova, avevano insieme veduto, e avevano anche riferito la gioia, la baldanza della popolazione, l’amore e la venerazione per l’innominato, ch’erano entrati in luogo dell’antico odio e dell’antico terrore. Di maniera che, nell’uomo che avevan sempre riguardato, per dir così, di basso in alto, anche quando loro medesimi erano in gran parte la sua forza, vedevano ora la maraviglia, l’idolo d’una moltitudine; lo vedevano al di sopra degli altri, ben diversamente di prima, ma non meno; sempre fuori della schiera comune, sempre capo. Stavano adunque sbalorditi, incerti l’uno dell’altro, e ognun di sè. Chi si rodeva, chi faceva disegni del dove sarebbe andato a cercar ricovero e impiego; chi s’esaminava se avrebbe potuto adattarsi a diventar galantuomo; chi anche, tocco da quelle parole, se ne sentiva una certa inclinazione; chi, senza risolver nulla, proponeva di prometter tutto a buon conto, di rimanere intanto a mangiare quel pane offerto così di buon cuore, e allora così scarso, e d’acquistar tempo: nessuno fiatò. E quando l’innominato, alla fine delle sue parole, alzò di nuovo quella mano imperiosa per accennar che se n’andassero, quatti quatti, come un branco di pecore, tutti insieme se la batterono. Uscì anche lui, dietro a loro, e, piantatosi prima nel mezzo del cortile, stette a vedere al barlume come si sbrancassero, e ognuno s’avviasse al suo posto. Salito poi a prendere una sua lanterna, girò di nuovo i cortili, i corridoi, le sale, visitò tutte l’entrature, e, quando vide ch’era tutto quieto, andò finalmente a dormire. Sì, a dormire; perchè aveva sonno. Affari intralciati, e insieme urgenti, per quanto ne fosse sempre andato in cerca, non se n’era mai trovati addosso tanti, in nessuna congiuntura, come allora; eppure aveva sonno. I rimorsi che gliel avevan levato la notte avanti, non che essere acquietati, mandavano anzi grida più alte, più severe, più assolute; eppure aveva sonno. L’ordine, la specie di governo stabilito là dentro da lui in tant’anni, con tante cure, con un tanto singolare accoppiamento d’audacia e di perseveranza, ora l’aveva lui medesimo messo in forse, con poche parole; la dipendenza illimitata di que’ suoi, quel loro esser disposti a tutto, quella fedeltà da masnadieri, sulla quale era avvezzo da tanto tempo a riposare, l’aveva ora smossa lui medesimo; i suoi mezzi, gli aveva fatti diventare un monte d’imbrogli, s’era messa la confusione e l’incertezza in casa; eppure aveva sonno. Andò dunque in camera, s’accostò a quel letto in cui la notte avanti aveva trovate tante spine; e vi s’inginocchiò accanto, con l’intenzione di pregare. Trovò in fatti in un cantuccio riposto e profondo della mente, le preghiere ch’era stato ammaestrato a recitar da bambino; cominciò a recitarle; e quelle parole, rimaste lì tanto tempo ravvolte insieme, venivano l’una dopo l’altra come sgomitolandosi. Provava in questo un misto di sentimenti indefinibile; una certa dolcezza in quel ritorno materiale all’abitudini dell’innocenza; un inasprimento di dolore al pensiero dell’abisso che aveva messo tra quel tempo e questo; un ardore d’arrivare, con opere di espiazione, a una coscienza nuova, a uno stato il più vicino all’innocenza, a cui non poteva tornare; una riconoscenza, una fiducia in quella misericordia che lo poteva condurre a quello stato, e che gli aveva già dati tanti segni di volerlo. Rizzatosi poi, andò a letto, e s’addormentò immediatamente. Così terminò quella giornata, tanto celebre ancora quando scriveva il nostro anonimo; e ora, se non era lui, non se ne saprebbe nulla, almeno de’ particolari; giacchè il Ripamonti e il Rivola, citati di sopra, non dicono se non che quel sì segnalato tiranno, dopo un abboccamento con Federigo, mutò mirabilmente vita, e per sempre. E quanti son quelli che hanno letto i libri di que’ due? Meno ancora di quelli che leggeranno il nostro. E chi sa se, nella valle stessa, chi avesse voglia di cercarla, e l’abilità di trovarla, sarà rimasta qualche stracca e confusa tradizione del fatto? Son nate tante cose da quel tempo in poi!
La Lucia la s’era fata fòr da la sòn da pòc’; e de chel pòc’ tèmp na pàrt i l’à dopràda a desdromenzàrse dal tut, a distìnguer i bruti ‘nsògni dai ricordi e da le impression de la realtà che la era ‘nzì pléna de angóssa da èsser forsi pèzo de ‘n cialciaròt. La vècla sùbit la g’era nada dausìn e, parlando apòsta con na bèla ós, l’à geva dit: “Ah! Eo dormì? Averòsseo podèst poussàr enten lèt: mì vé l’évi dit tante bòte ieri sera.” Nó avèndo abù nancia na risposta, sèmper con le bòne, ma ancia ‘n pòc’ enzispàda l’à dis: “Magnà, per piazer: fé zudìzi. Oh, come che seo sbatudèla! Géo pròpri bisògn de magnar. E po', se cando che ‘l vèn el se l’à tòl con mì?” “No, no; mi vòi nàrmen da cacì, vòi nar da me mama. El padron i me l’à ‘mprometù, l’à dit: doman en doman. Endo èl po' ‘l padron?” “L’è nà; ‘l m’à dit che ‘l nirà de vòuta prést, e che dopo ‘l farà tut chel che voléo.” “L’à dit enzì? L’à dit enzì? Benón; mì vòi nar da me mama; sùbit, sùbit.” Eco che ‘nte chela se sènt en pestolò ‘nla ciàmera vizìna; po' calchedun che bat su l’us. La vècla la cór, e la domanda: “Cì èl po'?” “Davèrzi,” rispònt plan na ós cognossùda. La vècla la tira ‘l palét; l’inominà, spenzèndo apena apena la porta ‘l fà ‘n pòc’ de crèpa: l’órdena a la vècla de nìr fòr, e ‘l fa nar ént sùbit don Abondio con ca bòna dòna. Po' ‘l sèra de nòu la porta, el se ferma dré a chela e ‘l manda la vècla ‘nten pòsto lontan del ciastelàz; come che l’eva zà mandà via ancia l’àutra feumna che l’era de fòr, a far la guardia. Tut chel movimént, chel pòsto furèst e a véder tute ca zènt nòva a la Lucia le giâ fat nìr ancor de colp pù azitazion; difati per ela sibèn che la situazion endo che la era la fus fastidiosa, ogni cambiamént l’era comunque assà per fàrge nìr sospèt e paura. L’à vardà bèn e l’à vist en prèt e na feumna; e ‘n pòc’ la s’è tiràda su. Po' l’à vardà pù bèn: ma èl el dalbòn, o no? L’à cognossù don Abondio e l’è restada ìo a vardàrlo, come ‘nciantàda. La feumna, svizinàndose, la s’è sgobada zó e, vardàndola pléna ‘n compassion, togèndoge le man, come per carezzarla e ‘ntel stes tèmp aidàrla a nìr en pè, la giâ dit: “oh poréta vèh! nidé, nidé con noi.” “Cì séo po'?” à domandà la Lucia; ma, senza spetar che la ge rispondia, la s’è voutada ancor vèrs don Abondio che ‘l s’era tegnù ìo doi passi da na banda, con en vis, ancia el, tut pietos; i l’à vardà de nòu fìs entei òcli e l’à sclamà: “el! èl el? el sior curàt? Endo sénte po'?... Oh poréta mì! nó ciapìssi pù ‘ngot!” “No, no,” dis don Abondio: “son mì dalbòn: féve coràzo. Vedéo no? sen cì per portàrve via. Son pròpri mì, ‘l vòs curàt, son nù cì apòsta, col ciaval…” La Lucia, come se tut de colp l’avés metù ‘nsèma tute le só forze, la s’è ‘ndrizzada su ‘n pè ‘n prèssa; po' la fissà ancor i òcli su che doi fazze, e la dis: “l’è segur la Madona che la v’à mandà.” “Mì credi de sì,” dis ca bòna dòna. “Ma podénte nar, podénte nar via dalbòn?” dis la Lucia, sbassàndo la ós, con i òcli spàvi e sospetósi. “E tuta ca zènt…?” la domandava ancor, con i làuri strénti e tremolènti dal spavènt e da l’orór: “e chel sior…! chel’òm…! Zà, ‘l me l’éva ‘mprométù…” “G’è cì ancia el en persona, e l’è nù ancia el apòsta con noiàutri,” dis don Abondio: “L’è cì de fòr che l’aspèta. Nén, présto; nó podén far aspetar un come el.” Alora chelìo che i parlava (l’inominato) l’à spenzù la porta e l’è nà ént enla ciàmera e ‘l s’à fat véder. La Lucia che sùbit prima la desiderava véder pròpri el, anzi, nó avèndo àutra speranza al mondo la desiderava sol el só aiùt, adès, dopo che l’eva vist visi e sentù ós amiche, nó l’è stada bòna de tratègner en sènso de terór; l’è sbalzàda, l’à tegnù ‘l flà, l’à s’è taciàda a ca bòna dòna e la giâ scondù ‘l vis contrà ‘l stómec’. L’inominà, entel véder ca fazza che zà la sera inanzi nó l’era sta bòn de osservar ben, adès che l’era ancor pù bròlda e sbatùda per la tribulàda e la fam, l’è restà ìo fermo su la sòlia. Cando po' che l’à vist chel zèsto de paura, l’à sbassà i òcli e l’è resta ancor n’àtimo fermo, fìc’ e silenziós; a la fìn, la respondù a chel terór mut de la putèla e ‘l dis: “L’è vera… perdonàme!” “El vèn a liberàrve; nó l’è pù chel; l’è deventà ‘n bonòm: sentìo no che ‘l vé domanda perdón?” la ge diseva ca bòna dòna ente na récla de la Lucia. “Se pòl dir de pù? Dehi, dehi, tirà su la testa; nó ste a far come na pòpa; che podén nar prést,” ge diseva don Abondio. La Lucia l’à levà la testa, l’à vardà l’inominà, e, vedèndol con la testa bassa, trìsti e confusi chei òcli, zapàda da ‘n sentimént misto de soliévo, de ringraziament e de pietà, la dis: “oh, ‘l me sior! El Sioredio ‘l ve rèndia mèrit de la vòssa misericordia!” “E a voi, zènto bòte, ‘l bèn che me fa ste vòsse paròle.” Proferì ste parole, ‘l s’è voutà, l’è nà vèrs la porta, e l’è nà fòr per prìm. La Lucia tuta consolada, con ca feumna che ge déva ‘l braz, la g’è nada dré; don Abondio de dré per ùltim. I è nadi zó per la s-ciala e i è arivadi a l’us che neva ‘ntel cortìu. L’inominà i l’à spalancà, e l’è nà vèrs la barzèla, l’à daverzù ‘l sportèl, e, con en zèrto riguardo, scasi temiós (doi ròbe nòve per el) tegnèndoge ‘l braz a la Lucia, i l’à aiutada a montar su, e dopo ancia a la bòna feumna. L’à desligià la mula de don Abondio e i l’à aiutà ancia el a montar su. “Oh che onór!” el dis don Abondio; e l’è montà su la mula tant pù ‘mprèssa de chel che l’eva fat el prìm bòt. El grupo ‘l s’è ‘nvià cando che ancia l’inominà l’era su la só mula. Adès el néva a testa àuta; i só òcli i era tornàdi a èsser come ‘l sòlit, chei de un che comanda. I róbleri che l’ancontrava, i vèdéva benón sul só mus i ségni de ‘n pensiér sèrio, de na preocupazion straordenaria; però nó i ciapìva, né i podéva ciapìr de pù. Al ciastèl, nó se séva ancor engot del grant cambiamént de chel’òm; e nancia a ragionàrge sora, de segur, enzun de chei ìo i ge saròs arivadi. La bòna dòna l’eva tirà sùbit le coltrìne de la barzèla: po' l’à tòt con afèto le man de la Lucia, e la s’era metùda a consolàrla, con parole de pietà, de complimént e de bontà. E vedèndo come, èstra la fadìgia de tant tribulàr che l’eva patì, la confusion e ‘l nó savér chel che ge suzzedéva ròbe che ge ‘mpediva a ca pòra putèla de godér ben la contentezza de la só liberazion, la giâ dit chel che ge paréva pù datà a desgiartiàr, a ‘nviar via de nòu, i só pòri pensieri. La giâ nominà ‘l paes endo che i era dré a nar. “Sì?” dis la Lucia, che la séva che l’era pòc’ lontan dal so. “Ah Madona santìssima, ve ringrazi! Me mare! me mare!” “La manderén sùbit a zerciàr,” dis la bòna dòna, che nó la séva che la ròba l’era zà stada fata. “Sì, sì; che ‘l Sioredio ‘l ve rendia ‘l mèrit... E voi, cì séo pò? Come séo nuda pò...” “M’à mandà ‘l nòs curàt,” dis ca bòna feumna: “perché a sto sior el Sioredio ‘l giâ tocià ‘l còr (che ‘l sia benedét!), e l’è nù ‘ntel nòs paes, per parlar col sior cardinal vescovo (che gén ìo per la visita pastorale, chel sant’òm), e ‘l s’è pentì de só peciadàzzi, e ‘l vòl cambiar vita; e ‘l giâ dit al cardinal che l’eva fat robàr na pòra nozènta, che séo voi, d’acòrdi con n’àuter senza timor de Dio, che ‘l curàt nó ‘l m’à dit cì che pòl èsser.” La Lucia l’à petà i òcli su sota. “Forse ‘l saveréo voi,” dis ancor la bòna feumna: “basta; donca ‘l sior cardinal l’à pensà che, tratàndose de na putelòta zóvena, ge voléva na feumna per fàrve compagnìa, e ‘l giâ domandà al curàt che ‘l ne ‘n zerciàs una; e ‘l curat, l’à pensà ben, de nìr da mì…” “Oh! ‘l Sioredio ‘l vé darà pagiamént de la vòssa ciarità!” “Che diséo su po', pòra putèla? E ‘l sior curàt el m’à ancia dit che vé faséssite coràzo e che vardàssite de solevàrve sùbit e de fàrve ‘ntènder come che ‘l Sioredio ‘l vé à salvada per miràcol…” “Ah sì! pròpri per miràcol; per la racomandazion de la Madona.” “Siché, che stégieo su, senza preocupazion, e perdonar cì che vé à fat del mal, e èsser contènta che ‘l Sioredio ‘l g’àbia dat misericordia, e anzi pregiar ancia per el; perché, èstra a gadagnar mèrit, ve sentiréo ancia slargiàr el còr.” La Lucia l’à respondù tanto ben con n’oclada che la diséva de sì, forse mèio che con le parole, e ancia con en bèl trato che le parole nó le averòs savèst dir. “Brava pòpa!” la dis ca feumna: “e sicome ‘ntel mé paés g’era ancia ‘l vòs curàt (che ge n’è ìo ‘nzì tanti, de tut el distrét, da méter ensèma càter ufìzi ‘ntrégi), el sior cardinal l’à pensà ben de mandàrlo ancia el con noi; però nó l’è che l’abia fat cissà che. Evi zà sentù dir che nó ‘l val tant; ma ‘nte sta ocasion ài cognést pròpri osservar che l’è pù confus e ‘mpazzà de ‘n poiàt enla stópa.” “E chesto…” à domandà la Lucia, “sto cì che è deventà bòn… cì èl po'?” “Ma come po'! Nó ‘l cognossèo no? dis la bòna dòna, e i l’à nominà.” “Oh misericordia!” l’à sclamà la Lucia. Chel nòm, i l’eva sentù ripèter tante de che bòte con orór en pù de na stòriana, come ‘nte tante d’àutre g’era nominà l’òrco patanàro! E adès, al pensier de èsser stada ‘nle só man, e de èsser sota la só guardia pietosa; al pensier de na disgrazia ‘nzì orènda, e de na penitènza ‘nzì ‘mprovisada, a considerar de cì che l’era chel vis che l’eva vist sevéro, po' ‘ngropà, po' umilià, la restava ìo come ‘nciantada, disèndo sol, ogni tant: “oh misericordia!” “L’è dalbòn na gran grazia!” diseva ca bòna dòna: “el dev’èsser en gran solievo per tanta zènt. A pensar a tuti chei che ‘l tegnìva sota e che ‘l feva vìver ente l’angóssa; e adès, come che m’à dit el nòs curàt… e po', basta sol vardàrlo ‘ntel mus, empar pròpri che ‘l sia deventà ‘n sant! E po' se ‘l vét sùbit ancia da le só bòne azion.” Dir che sta bòna dòna nó la fus enzì curiosa de savér de pù de sto gran mistèro ‘ndo che la s’era giatada ‘nvisclada el saròs dir na bosìa. Però ge vòl ancia dir che l’abù ‘l mèrit, dato che l’era stada tociada da ‘n sentimént de profonda compassion e de rispèt per la Lucia, e l’era ancia segura de cant che l’era importante e deliciata l’incombènza che gera sta dat, nó l’à mai pensà nancia per n’àtimo de fàrge domande sfazzade o inutili. Per tut el viaz, l’à vardà ben de dìrge sol parole per solevàrla e per fàrge véder el só afèto. “Dio sol sa da cant che l’è che nó magnào!” “Nó me ricordi pù… Da ‘n gran pèz." “Poréta! G’averéo bisògn de refiziàrve.” “Sì,” dis la Lucia con na osàta fina fina. “A me ciasa, grazie a Dio, troverén sùbit vergota. Féve coràzo, che ormai sen scasi arivadi.” La Lucia po' la se molàva zó mòla sul font de la barzèla, come ‘mpisolada; e alor la bòna dòna i la lagiava poussàr. Per don Abondio ‘l viaz de ritorno nó l’è sta de segur enzì angossà come chel de l’andata pòc’ tèmp prima, ma nancia se podéva dir che ‘l fus sta pròpri ‘n viàz de piazér. D’imprinzìpi, cando che era finì la gran fórla, el s’era sentù solevà; ma sùbit dopo è scomenzià a nìrge zèrti àutri pensieri, come, cando enten ciamp è sta podà zó, ‘n grant àrbol e ‘l terén el rèsta lìbero per calche tèmp, ma dopo ‘l se ‘mplenìs prést de erbazze. L’era deventà pù nervós per ogni desàsi, e tant entel presènte cant entéi pensiéri del doman che geva da nìr, nó ge manciava de segur motìvi de tormentàrse. Adès el se nascorzéva, tant de pù che prima, del desàsi de chel tipo de viaz, che nó l’era tant usà, spezialment d’imprinzìpi zó per la chìpa che dal ciastèl la néva zó ‘nfìn enla val. El veturìn, spenzù dai segnài che ge feva l’inominà, el feva nar en prèssa i só muli; ancia le àutre doi bèstie le ge neva dré col stes cólp. Tanto che, entei tòci pù érti, don Abondio ‘l se trovava a far coaléva e ‘l cogneva ‘mpontàrse con na man su la sèla per nó crodàr zó per tèra, ma nó ‘l fidava a domandar de nar pù plan, perché ‘ntel stes tèmp el voleva s-ciampar pù prest che ‘mprèssa da chel pòsto. E po', cando che la strada la corìva su l’or de ‘n sbrìc’, la só mula, come la volés fàrge ‘n dispèt, la ciaminava sèmper da la banda del burón metèndo le zate pròpri su l’ór. Don Abondio, vardàndo sota de el, el vedeva ‘n sàut a piombo spaventós, che ai só òcli ‘l vedéva come ‘n precipìzi. El pensava ‘ntrà de el: “Ancia tì giâs el vìzi de nar a méterte ‘n perìcol, cando che g’è tant pòsto libero!”. El provava a tirar le brìe per far desviar la mula, ma l’era inutile. Sichè, come sèmper, el se lagiava portàr endo che ge plaséva ai àutri, zaciàndose i dédi da la rabia e con la paura, senza podér fàrge ‘ngot. I róbleri nó i ge feva pù ‘nzì tanta paura adès che ‘l seva chel che pensava ‘l só capo. Però ‘l pensava: “Se cì va fòr la zàcola de la só conversion, entant che sen cì en mèz a chesti, cissà come che i poròs tòrla! E se i pensa che mì sia cì per far el missionàri? Poréto mì, i me fa a tòci!” Ancia l’aspèto serio de l’inominà nó ‘l ge deva pù fastìdi: el pensava che n’òm del zènere el fus l’unico bòn de tègner a frèn chei slandroni. Però ‘l se lamentava lostes de la só scarògna: “Perché po' pròpri a mì me deve ciapitàr de trovàrme ‘n mèz a tuta sta zentàia?”. A la fìn i è arivadi zó ‘n font a chel’ertón e, per fortuna i è nadi fòr da la val. El vis de l’inominà el s’era fat man man pù chièt. Ancia don Abondio l’eva zapà ‘n colór pù naturàle, l’eva liberà la testa da le spale (endo che la s’era ‘nciassada per via de l’azitazion), el s’era desgranfì i brazzi e le giambe, e ‘l s’era metù sù pù drìt, che ‘l feva tut n’àuter véder, l’arfladava gran respiróni e, sentèndose ‘n pòc’ pù calmo, el scomenziàva a considerar àutri perìcoi che podeva ancor nìrge ‘ncòntra. — Che diràl po' ca bèstia de don Rodrigo? Restàr ìo con tanto de nas ente sto modo, col dan e con le bèfe, mazinàrse se nó la ge sbruserà, e tant. Adès de segur el farà ‘l diàol per dalbòn. E vederéo che ‘l se la torà su con mì, che me son giatà dént en tuta sta fazènda. Se zà prima l’eva bù l’ardimént de mandàrme chei doi lazeroni per la strada, adès cissà chel che ‘l se ‘nventerà de far! Col sior cardinal nó ‘l poderà tòrsela su, perché chel’ìo l’è ‘n pèzzo tant pù gròs de el; ìo ge vorà che ‘l màndia zó ‘l rósc’. Però ‘l g’averà adòs na rabia de chéle e con calchedun el vorà bàterla fòr. Come vale a finìr po' ste ròbe? I colpi i và sèmper en zó; la pòra zènt l’è sèmper chela che ge zónta. La Lucia, e l’è zusto, penserà la siorìa lustrissima a protézerla; l’àuter pòr laór ormai l’è fòr da le rògne, e po' l’à zà abù la só part. E alor, chel che rèsta… son mì. La saròs pròpri gròssa, se dopo tuti sti fastìdi e tante azitazion, e senza che me végnia vergot a mì, dovéssite ancia pagiàrla mì per tut. E adès, che faràl po' la siorìa lustrissima per protézerme, dopo che ‘l m’à tirà dént ente sta fazènda? Poderàl garantìrme che chel maledét nó ‘l se ‘nventerà vergot de pézi? E po' ‘l giâ mili pensieri, tante de che ròbe da far! Nó ‘l pòl de segur pensar a tut! Anzi, zèrte bòte chei che vòl far del bèn i fa le ròbe en zenerale, e po', na bòta che i à abù ca sodisfazion, i ge n’à assà, i se sènt a pòsto e nó i vòl pù èsser disturbadi; enveze chei che se gòde a far del mal i ge la mét tuta, i ge sta dré enfìn a la fìn, nó i giâ mai rèchie, perché i giâ dént ca rabia che rózia. G’averàite da nar mì a dir che son nù cì per órden del cardinal, e che nó son nù per mé volontà? L’empareròs che mì vòbia descolparme e tòr la part dei spòtici. Oh santo cielo! Mì tòr la part dei spòtici! Con tute le rògne che ài cognèst soportar! Bòn bòn, mèio de tut sarà contàrge a la Perpetua come che l’è la fazènda e po' ela la ge penserà a méter fòr la zàcola zusta. Basta però che al cardinal nó ge vègnia ‘n ment de méter en piaza la storia, de far calche sèna e de méterme ‘n mèz. Per segurezza, apena che arivàn, se l’è nù fòr da la glésia, vó ìo a saludarlo ‘n prèssa; e se no ge fón le me scuse e vón drìt a mé ciasa. La Lucia ormai l’è ‘n bòne man, de mì nó g’è pù bisògn e dopo tut chel che ài passà, g’averài ancia mì ‘l dirìto de poussàr en pocetìn. E po'… sperànte che nó ge vègnia ancia la curiosità de savér tut el fato del matrimoni, e che nó mé tócia contàrge ancia tuta ca storia ìo! Ge manceròs ancia chéla! E se po' ‘l vèn a visitar ancia la me paròchia!... Oh bèn, el sarà chel che sarà, nó vòi rovinàrme la testa prima del tèmp: giâi zà assà pensieri. Entant, mì vón a seràrme ‘n ciasa. Enfìn che ‘l monsignor cardinal l’è cì ‘n ziro da ste bande, don Rodrigo nó ‘l se fiderà a far pazzìe. E po'… e po'? Eh, me sa che i mé ultimi ani nó i sarà pròpri ‘nzì pazìfici! — El grupét l’è arivà che le funzion en glésia nó le era ancor ruade; l’è passà en mèz a la fóla che g’èra ‘nla piaza la fóla non men ‘mpressionada de la prima bòta; e po' ‘l s’è separà. I doi che era sul ciavàl i è voutàdi su ‘nte na piazéta ìo de flànc’, che zó ‘n fónt g’èra la cialòngia del paroco; la barzèla l’è nada davanti vèrs la ciasa de ca bòna dòna. Don Abondio l’à fat chel che l’eva pensà: apéna desmontà da la mula, l’à fat i pù grandissimi complimenti a l’inominà, e ‘l s’è racomandà che ‘l ge pòrtia le só scuse al monsignor, che el el geva da tornar en paròchia, adiritura per far fòra afari che nó podéva spetar. L’è nà a zerciar chel che ‘l clamava ‘l só ciaval, o sia ‘l só bastón che l’eva lagià enten ciantón de la sala, e ‘l s’è ‘nvià. L’inominà l’è restà ìo a spetar che ‘l cardinal el nidés de vòuta da la glésia. La bòna dòna, l’à fat comodàr la Lucia entel pòsto miór de la só cosìna, e la brigiava per preparar vergot da refiziàrla, refudàndo, ‘nten modo ‘n pòc’ rùstec’, ma a la bòna, i ringraziamenti e le scuse che la Lucia ge feva ogni tant. La feumna l’à pessegià a stizzar sota ‘n marmitón endo che g’era zó ‘n pàit e l’à fat auzzàr el bói del bròdo, e ‘mplenù na scudèla zà guarnìda de arcante bèle fléte de pan, a la fìn la podèst presentàrgela a la Lucia. A véder che ca pòra putèla l’à se tirava su a ogni scuzzarada, la se féva i complimenti a sé stessa con la ós àuta, per el fato che tut fus zusèst enten dì che – come che la diséva ela – "nó g’era ‘l giat sul foglar”, o sia che g’era vergot de bòn da magnar. “A tuti ‘ncòi ge vèn en ment de parezzar vergot de straordenari,” la diséva, “men che chei che i fa fadìgia a aver en tòc’ de pan sciartà, e polènta fata con la pézi farìna; però ‘ncòi, grazie a ‘n sior de gran ciarità, ancia lori i pòl sperar de rizéver vergot. Noiàutri, per fortuna, nó sén ente che condizion ìo no: tra ‘l mistér del mé òm e calche vergot metù via, sen bòni de vìver. Sichè, vardà de magnar, con calma per adès; enten pezzòt el pàit el sarà pronto e poderéo tiràrve su ancor mèio.” Dit enzì, l’à seghità a cosinar el disnàr e a parezzar la tàula. La Lucia che plan planìn l’era dré a tiràrse ‘n forza e avèndo trovà ‘n pòc’ de calma, la scomenziava a sistemàrse, come che l’era sèmper stada usada a tègnerse néta e a èsser rispetósa: la se comodava le drézze tute szufàde, la metéva a pòsto ‘l fazzolét su la sbòza e ‘ntorn al còl. Entel far chesto i só dédi i s’è ‘mpegolàdi ‘nla coróna che la s’eva metù la nòt inanzi; la giâ pozà sora i òcli e ‘nte la só testa è scopià subitiènto ‘n gran tumulto: la s’è ricordada del voto — che ‘nfìn a chel moment l’era sta sghizzà e scondù da tute le emozion che l’eva passà — e ‘l g’è tornà ‘n ment bèl clar. Alor ente chel moment tute le só forze che le era apéna renvegnùde, le g’è tornade a manciar de cólp: se la Lucia nó l’avés abù ‘n caràter temprà da na vita nozènta, de rassegnazion e de fiducia, l’avelimént che l’à provà ente chel moment, el saròs deventà disperazion. Passà ‘n bèl moment de batibói ente chei pensieri che nó se pòl dir con le parole, le prime che g’è nù ‘n ment l’è sta cheste: — oh poréta mì, che àite combinà! — Ma apena pensà de pentìrse del voto che l‘eva fat, a la Lucia g’è nù ‘n sènso de paura. G’era tornà ‘n ment tuti chei momenti cando che ‘l voto l’era nat: la passava na grant angossa, nó la g’èva nancia la pù pìzzola speranza de aiùt, la devozion che l’eva bù ‘nla só orazion, la sinzerità che la geva metù ‘ntel far ca promessa. Adès che la grazia i l’eva otegnùda, pentìrse de ca promessa, ge ‘mparéva de comportàrse pròpri mal vèrs el Sioredio e la Madona, scasi come fus en tradimént. La pensava che na tale azion l’averòs podèst tiràrge adòs àutre disgrazie ancor pù brute endo che nó l’averòs pù podèst far fidament su la consolazion de le orazion. E a ciàusa de chesto la pessegià a desmentegiàrse del pentiment de chel àtimo. Con na gran devozion la s’à tòt zó dal còl la corona del rosàri, e tegnèndola tremolènta ‘n man, l’à rifat el voto e ancia ‘n modo soléne. La pregiava ‘l Sioredio che ‘l ge sparagnàs pensieri e ocasion che i podés, nó se dis cambiar idea, ma nancia preocuparla de pù. La lontananza dal Renzo — che ‘nfìn a pòc’ tèmp prima ge ‘mpareva che fus en castìgo — adès la ge ‘mpareva come na volontà de la Providènza: come se ‘l Sioredio l’aves volèst far combinàr i fati pròpri per aidàrla a mantègner el só voto. E la provava a convìnzerse che ca separazion la fus en motìvo ‘n pù per rassegnàrse. Po', vardàndo de completar ca idea, la se ‘mmazinava che ancia la stessa Providènza l’averòs savèst tociàr ancia ‘l còr del Renzo, fasèndol rassegnàrse e desméter de pensar a ela. Ma apena che l’eva ruà de far chel pensier sùbit dopo ‘nla só testa g’è tornà l’azitazion fasèndoge témer de zéder. Sentèndo che ‘l còr l’era vizìn al pentiment, l’à tornà a pregiar, l’à pensà de ripèter ancora ‘l só voto e l’à ‘nfrontà ca batalia che la geva ént. A la fìn — per dopràr parole da ciapìrse — l’era come ‘n soldà strac’ e ferì che l’à venzù sì, ma nó l’à ancor destruzèst dal tut el só nemìzi. Tut de colp s’à sentù ‘n pestolò, e ‘n rumór de osàte alégre. L’era la familiòta che nideva de vòuta da la glésia. Doi popàte e ‘n putelòt i è nudi dént sautàndo come salùpi; i s’è fermadi ‘n moment a dar n’oclada curiosa a la Lucia, po' i è corèsti da só mama, e i s’è taciadi a le só vèste: cì che domanda ‘l nòm de ca putèla che nó i cognosséva, e ‘l come e ‘l perché; cì che vòl contàr le ròbe nòve che i eva vist: la bòna dòna l’à respondù a tut e a tuti con en —ziti, ziti —. Po' è nù ént con en pas pù chièt, ma tut premurós, el padron de ciasa. L’era, se nó l’en ancor dit, el saltór del paes e de chei paesòti ìo ‘n ziro; n’òm che l’era bòn de lézer, che difati l’eva lezù pù de na bòta le Lezènde dei Santi, ‘l Guerìn meschino e i Reali de Franza, e ‘l passava, ‘nchel fato ìo, per n’òm che g’eva talènto e siènza: na loda però che ‘l refudava con umiltà, disèndo sol che l’eva sbaglià la vocazion; e che se ‘l fus nà a studiar, enveze de tanti d’àutri…! L’era, ‘n pòce parole, na persona pròpri bòna come ‘l pan. Essèndo sta ìo presente al moment che ‘l curàt el g’eva domandà a la só spósa de nar a far ca òpera de ciarità, non sol l’era d’acòrdi, ma, se fus sta nezessàri, i l’everòs ancia spenzùda a nar. Adès che l’eva assistèst a la funzion, a la solenità, a la gran fóla che g’era, e, spezialment a la prèdicia del cardinal — che l’eva solevà ente el tuti i só boni sentimenti — ‘l tornava a ciasa desiderós de savèr come che l’era nada e sperando con tut el còr che la pòra putèla la fus stada salvada. “Vardà mò ìo,” la dis la bòna dòna ‘ntant che nideva dént el só òm, segnàndo la Lucia; chesta l’è deventada tuta rossa, l’è levada su ‘n pè, e la scomenziava a bezgolar calche scusa. Ma el, nàndoge dausìn, i l’à fata desméter, fasèndoge na gran festa, e sclamando: “ben arivada, ben arivada! Seo la benedizion del ziél ente sta ciasa. Son pròpri contènt de véderve cì! Eri bèn segur che saròsseo arivada sana e salva; perché giâi ancor da véder che ‘l Soredio l’abia scomenzià ‘n miràcol senza ruàrlo come che se deve; ma son contènt de véderve cacì. Pòra putèla! Però l’è ancia na gran bela ròba avér rizevù ‘n miràcol!” E nó ge vòl pensar che ‘l fus sol el a clamàr chel fato ‘n miràcol, magiari perché l’eva lezù ‘l Lezendàri; en tut el paes e ancia entei paesi vizìni se ‘n parlava compàgn enfìn che ca storia l’era restada ‘nla memòria de la zènt. E a dir la verità, con tute le sfrànze che i giâ tacià dopo, nó se podéva pròpri dàrge n’àuter nòm. Po' nàndoge arènt plan plan a la spósa, che la destaciava ‘l paròl da la segósta, ‘l giâ dit sota ós: “è nà tut ben?” “Benón: te conterài po' tut.” “Sì, sì; con còmot.” Dopo che l’eva servì ‘l disnar, la padrona l’è nada a clamar la Lucia, i l’à compagnada vèrs la tàula, i l’à fata sentàrse e, destacià n’ala del pàit i ge l’à metùda ‘ntel piat. Po' s’è sentà zó ancia ela e ‘l só òm, e ‘nsèma i ‘nvidava la pòra putèla che l’era pléna ‘n rispèt, a nó far complimenti e a magnar. El saltor, zà dai primi bocóni, l’à scomenzià a parlar con passion, ancia se g’era i pòpi che i magnava ‘n pè ‘ntorn a la tàula e de sèito i se ‘ntrometéva a voler contar ancia lori de tute che ròbe straordenarie che i eva vist. El contava de le zerimònie solèni e po' ‘l passava a parlar de la conversion miracolosa. Ma chel che geva pròpri fat pù impression, e che de spes el nominava, l’era la predicia del cardinal. “A véderlo ìo davanti a l’autàr,” el diseva, “n’òm de ca fata, come ‘n curàt…” “E ca ròba de òr che ‘l geva su la testa…” la diséva na popàta. “Tasi. A pensar, dìgi, che ‘n sior de ca sòrt, n’òm tanto sapiènte, che, a chel che i dis, l’à lezù tuti i libri che g’è, na ròba che ‘nfin a adès nó g’è arivà ancor enzuni, nancia a Milan; a pensar che ‘l sia bòn de datàrse a dir che ròbe enten modo che tuti i lo ciapìssia…” “Ài ciapì ancia mì,” dis n’àutra de che zacoléte. “Tasi! Che vòs avér ciapì po' tì?” “Ài ciapì che ‘l spiegiava ‘l Vanzèlo al pòsto del sior curàt.” “Fai zito. Nó parli de cì che à studià o che sa vergot, perché ‘nchel caso ìo l’è naturale che un el ciapìssia; ma ancia i pù ignoranti e i pù testàrdi i ciapìva e i ge n’eva dré al fil de la parlada. Se mì adès néssite a domandar a calchedun de ripèterme le paròle zuste che l’à dit, magiari nó i ne ‘n ricorderòs nancia una, ma chel che le voleva dir, l’emozion, chela i la giâ ‘ntel còr. E senza mai nominàr chel sior, se ciapìva benón che l’era dré a parlar de el! Bastava vardàrlo ‘ntei òcli, e véder cando che ‘l se ‘ngropava, e alor tuti i se metéva a plànzer…” “L’è pròpri vera,” g’è s-ciampà fòr de dir al putelòt: “ma perché po' i planzéva tuti ‘nchel modo, come i pòpi?” “Fai zito. E dìr che ‘nte sto paes g’è tanta zènt egoista. Ma el l’à pròpri far véder che, ancia se g’è la ciarestìa, ge vòl ringraziar el Sioredio e avér sèmper speranza: far tut el possìbol, dàrse da far, aidàrse un con l’àuter, e po' èsser contènti. Perché la vera disgrazia nó l’è patìr, o èsser pouréti, ma far del mal. E cheste nó l’è sol bele parole: se sa che ancia el el vìo con pòc’, el se tòl fòr da la bócia ‘l só pan per dàrgel a cì che giâ fam, e ‘l poderòs vìver entel lusso, mèio de tanti d’àutri. Eh sì! Chel’ìo l’è n’òm che è bel sentìrlo descórer; no come tanti àutri che i dis de far na ròba, e dopo i fa ‘l contràri. E l’à spiegià nèt e sclèt che ancia cì che nó è ‘n gran sior, se ‘l giâ pù del nezessàri, ‘l giâ ‘l dovér de spartìrlo con cì che ge n’à de bisògn.” Cacì l’à desmetù de parlar, come se ge fus nù ‘n ment en pensier. L’è sta ìo per n’àtimo, po' l’à metù ‘nsèma ‘n piat con tute le vivànde che g’era su la tàula, el giâ metù sora ‘n panét, l’à metù ‘l piat enten mantìn, e zapà per i càter bèci, ‘l giâ dit a la só pòpa pù grandòta: “tègni cì.” El giâ metù ‘nl’àutra man en cartìn de vin, e ‘l dis: “vai cì da la Mariòta vedoa, dàge sta ròba e dìge che l’è per star en pòc’ pù alégra coi só pòpi. Ma con bele maniere, vèh; che nó la pensia che ‘l sia na limòsina. E se ‘ncòntres calchedun, nó sta dir engot; e stai atènta a nó róter engot.” A la Lucia g’è nù da molàr zó calche làgrima, e l’à sentù n’afèto che ge deva ‘n pòc’ de calma; come che zà, da le parole che l’eva sentù prima, l’eva trovà consolazion che nancia ‘n gran pròlec’ preparà apòsta l’averòs podèst ofrìrge. La só cossiènza, tuta zapàda da che ròbe che i contava, da tuti chei fati ‘nzì solèni, da che emozion de compassion e de maravéa, da la passion de chel’òm che contava i fati, la se slontanava dai bruti pensieri; e ancia cando che i tornava a nìrge ‘n ment, la se sentiva pù forta a ‘nfrontàrli. Perfìn l’idea del gran sacrifìzi che l’eva fat, pur restando doloràta, l’era compagnada ‘nsèma da na spèzie de felizità profonda. Pòc’ tèmp dopo, è nù ént el curàt del paes, e l’à dit de èsser sta mandà dal cardinal per savér de la Lucia, per avisàrla che ‘l monsignor el voléva véderla pròpri chel dì, e a ringraziar per el el saltór e la só spósa. Tuti doi, òm e feumna, ‘ngropadi e confusi, nó i trovava le parole per risponder a tuti i complimenti de n’òm de ca fata, come che l’era ‘l cardinal. “E vòssa maman nó èla ancor arivada no?” — dis el curàt a la Lucia. “Me mama!” l’à sclamà la Lucia. Cando che ‘l curàt el giâ spiegià che l’era sta ‘l Vescovo a mandàrla a zerciàr per fàrla ‘ncontrar con só mama, la Lucia l’à scuertà ‘l mus col grombiàl e l’à scomenzià a plànzer come na fontana, na planzùda che l’è durada ancia dopo che ‘l curàt l’era nà. Cando po' che tute che emozion sveglade fòr da ca notìzia l’è s’è chietade, l’à scomenzià a far pensieri pù zudiziosi, la Lucia la s’è ricordada che pròpri ca consolazion, enzì ‘mprovisada fìn a pòce ore prima, — cioè ‘l podér véder só mama — l’era stada ‘mplorada da ela con le só orazion entei momenti pù angossadi, come na condizion per el voto che l’eva fat. L’eva dit: “Féme tornar sana e salva da me mama,” e adès che parole le g’è tornade ‘n ment. Sto ricordo l’à rinforzà ancor de pù ‘l pròposit de mantègner la promessa fata, e l’à sentù de nòu e pù fòrt el rimòrs per chel “poréta mì!” che g’era s-ciampà fòr entel prim moment de deboléza. Difati l’Agnese, ‘ntant che i parlava de ela, l’era zà dré a nir e l’era pòc’ lontana. L’è fàzile ‘mmazinarse come che la steva ca pòra dòna, dopo avér abù ca clamada enzì ‘mprovìsa e la notìzia, che l’era nezessàri tègner mèza scònta, de ‘n perìcol ormai passà ma spaventós; de ‘n fato tremèndo che ‘l viàder nó ‘l podèva né descrìver né spiegiar pròpri bèn, e che ela stessa nó l’era bòna de ‘mmazinàrse chel che l’era. Dopo èsserse tòta la testa tra le man, e avér urlà tante bòte “Oh Dio mio! Oh Madona santa! e avérge fat al viàder tante de che domande che nó ‘l seva rispónderge, l’era montada ‘n prèssa sul ciar, seghitando per tut el viaz a sclamar e a domandar spiegiazion, senza otègner engot. A ‘n zèrto punto, però, l’à ‘ncontrà don Abondio, che ‘l nidéva inanzi plan plan e ‘mplantando ‘l baston per tèra a ogni pas che ‘l féva. Dopo èsser restàdi tuti doi per ca ‘mprovisada, el el s’era fermà, ela l’eva fat fermar el ciar e l’era desmontàda, e ‘nsèma i s’è metùdi da na banda sota ‘n castagnar dré la strada. Don Abondio ‘l giâ contà tut chel che l’era sta bòn de savér e che l’eva vìst el en persona. Sibèn che la fazènda nó la fus clara dal tut, l’Agnese l’à podèst almen aver la segurezza che la Lucia l’era fòr dal perìcol dal tut, ‘nsoma l’à podèst tirar en sospìr de soliévo. Dopo però, don Abondio l’à volèst far n’àutra parlada e istruirla su come comportàrse e regolàrse col vescovo, se, come che l’era fàzile, l’avès volèst parlar con ela e con só fiòla; e spezialment che nó convenìva parlar del matrimòni… però l’Agnese, che la s’era acòrta che ‘l bòn òm el parlava sol per só interès, i l’eva ‘mplantà ìo, senza ‘mprométerge ‘ngot, enzì, senza nìr a una de ‘ngot; perché, a dir la verità, la g’eva bèn àutre ròbe da pensar. E la s’è rimetùda ‘n viaz. A la fìn el biròz l’è arivà e ‘l s’è fermà davanti a la ciasa del saltór. La Lucia l’è sbalzàda su ‘n prèssa; l’Agnese l’è desmontàda, e l’è corsa dént en ciasa: e le s’è zapàde a brazzacòl tute doi. La spósa del saltór, che l’era l’unica che g’era ìo, la giâ fat corazo a tute doi, i l’à calmade e la giâ fat i complimenti tuta alégra, e po', sèmper con na gran prudènza, i l’à lagiade ìo da só pòsta, disèndoge che la néva a preparar el lèt per lore. La giâ spiegià che la g’eva la facoltà de sistemarle tute doi senza desàsi per enzun, e che, en ogni caso, sia ela che ‘l só òm i averòs preferì dormìr per tèra putòst che mandàrle a zerciàrse da dormìr ente n’àuter pòsto. Dopo che le s’è sfogiàde a brazzaménti e a làgrime, l’Agnese l’à volèst savér chel che g’era suzèst a la só Lucia e chesta l’à s’è metùda ìo a contàrge tut ansiosamént. Però, come che ‘l lezidór el sa, l’era na storia che ‘nzun cognosseva dal tut; perfìn per la Lucia g’era fati confusi e che nó l’era bòna de ciapìr. Spezialment, restava ‘n mistèro ‘l fato che ca tremènda ciaròzza la se fus trovada pròpri ìo, ‘nchel pòsto, pròpri ‘nchel moment zust che passava ela e èstra per en motìvo dal tut straordenàri. Su sta fatalità mare e fiòla le féva ‘n mùcel de ‘mpensade, ma senza mai arivar a la verità, e nancia nàrge vizìn. Cant a cì che podéva èsser la persona prinzipale de tuta la fazènda, tant una che l’àutra nó le podéva che pensar che ‘l fus don Rodrigo. “Ah diaulàz! ah stizzón de l’infèrn!” la sclamava l’Agnese: “ma nirà bèn ancia la só ora. El Sioredio i lo pagerà conforma al mèrit; e alor el proverà ancia el…” “No, no, mama; no!” dis la Lucia: “nó ste a agoràrge de patìr, nó ste agoràrgel a ‘nzun! Se savésseo chel che vòl dir patìr! Se avésseo provà! No, no! putòst pregian Dio e la Madòna per el: che ‘l Sioredio ‘l ge tócia ‘l còr, come che l’à fat con chel’àuter pòer sior, che l’era ancor pèzo de el; e adès l’è ‘n sant.” El ribréz che geva la Lucia ‘ntel tornar a pensar a zèrte ròbe ‘nzì vizìne e brute che l’eva passà, i l’eva fata blocàrse tante bòte ‘ntel contarle; pù de ‘n bòt la diséva de nó avér nancia ‘l coràzo de nar avanti, e sol dopo tante làgrime l’era bòna de tornar a parlar, ma con na gran fadìgia. Però, la se era trategnùda da n’àuter sentiment cando che è arivà ‘l moment de contar del voto che l’eva fat. La geva paura che só mare la ge brontolàs de èsser stada massa sventada; la temeva che, come era zà suzèst con la chestion del matrimòni, l’Agnese la provàs a convìnzerla con la cossiènza tuta sóa e ‘n pòc’ a làstico che la geva e che la volés a tuti i costi fàrge cambiar idea. La teméva ancia che, sèmper en bòna fede, só mama la ge contàs a calchedun la storia per domandàr consìli, e che la notìzia la nés fòr en récla a tuti, na ròba che sol a pensàrge la feva deventar rossa dal respèt la Lucia. E èstra, l’era ‘n pòc’ embroiada perfìn a parlar con só mare come se fus n’argoment massa deliciàt. Per tute ste resón, l’à dezìso de nó dir engot de chel fato ìo, e de fàrgel savér prima a padre Cristoforo. Ma cando che l’à domandà notìzie sul frate, l’è restada con tanto de nas a sentìr che nó ‘l gera pù, che l’era sta mandà enten paes lontanìssim, con en nòm strambo e mai sentù! “E ‘l Renzo?” dis l’Agnese. “El sarà ben al segur, si mò?” l’à dis con ansia la Lucia. “Chesto de segur, perché i lo dis tuti; se sa de segur che ‘l dev’èsser via per Bergamo o zó da chela; ma ‘l pòsto zust enzun lo sa: e ‘nfìn adès el nó l’à fat savér ancor engot. Forse nó l’à trovà ancor el modo.” “Oh ben, se l’è al segur, sia ringrazià ‘l ziél!” dis la Lucia, vardàndo de cambiar argoment; le à desmetù de zacolar cando che è suzèst na ròba che nó le se spetava: è arivà ‘l cardinal vescovo. Apena nù de vòuta da la glésia, endo che l’éven lagià, e avendo savèst da l’inominà che la Lucia l’era arivada sana e salva, el cardinal el s’è metù a magnar con el, fasèndoge pòsto a la só mandrìta e ‘n mèz a ‘n grupo de prèti. Chesti nó i desmetéva de fissàrlo ‘ntel mus, che l’era ‘ntel stes tèmp calmo ma no débol, umile ma ancia dégn, e i lo confrontava con l’idea dal tut diferènta che i se era fati da ‘n pèz sul personàzi. Finì de disnàr, lori doi i s’èra tiradi da na banda de nòu ensèma. Dopo aver parlà ‘n pez, tant de pù che ‘l prìm bòt, l’inominà l’era partì per nar entel só ciastèl, con la stessa mula de ca doman; e ‘l cardinal, dopo che l’eva fat clamàr el curàt, el geva dit che l’everòs bù piazér de nar ente la ciasa ‘ndo che gera la Lucia. “Oh! monsignor,” geva respondù ‘l curàt, “nó ‘l se distùrbia: mandi mì sùbit a avisar che végnia cì la putèla, só mama, se l’è arivada, e ancia i àutri, se monsignor el vòl, tuti chei che ‘l vòl el vossiorìa lustrìssima.” “No, no, vòi nar mì a trovàrli,” eva respondù ‘l Federigo. “Vossiorìa lustrissima nó ‘l deve disturbàrse: mandi mì sùbit a clamàrli: l’è chestion de n’àtimo,” eva ‘nsistèst el curàt seciacòrni (per el rèst l’era ancia ‘n bòn òm), che nó l’eva ciapì che ‘l cardinal el voleva fàrge onor a la scarògna, a ca inozènta, al bòn còr e a la só missión ensèma. Però, avèndo ‘l só pù àut en grado, fat savér el só desidèri, chel che era sota ‘l s’è ‘nchinà e ‘l s’è ‘nvià. Cando che i doi personàzi, i è stadi visti comparìr su la strada, tuta la zènt che gera ìo presènte le s’è svizinada a lori; en pòc’ tèmp n’è arivà da tute le man, cì che era bòn el ciaminava stàndoge de flànc’, i àutri i ge neva dré come le pégore. El curàt el provava a tègnerli lontani disèndo: “Via, ste ‘ndré, félo passar; ma! ma!”, ma ‘l Federigo ‘l ge diséva: “Lagiàli far,” e ‘l neva inànzi, auzzàndo la man per benedìr la zènt, po' i la sbassàva per dodolar i pòpi che ge nidéva ‘ntrà i pèi. E ‘nzì i è arivadi a ca ciasa e i è nadi dénter: la fóla l’è restada de fòr emmuclada. Però ‘nte ca fóla g’era ancia ‘l saltór, che, curiós come tuti i àutri, con i òcli fissi e a bócia davèrta, ‘l gera nà dré senza savér endo che i saròs nadi a ruàrla. Cando che ‘l s’è acòrt de ‘ndo che i neva ‘l s’à fat strada en mèz a tuta ca moltitudine, fasèndo ‘n grant gazèr e urlando pù de ‘n bòt: “Fé passar cì che cògn passar!” e ancia el l’è nà dént. Entant l’Agnese e la Lucia, avèndo sentù ‘l torololò sèmper pù fòrt che nidéva da la strada, le se domandava chel che era dré a suzzéder, enfìn che le à vist spalancàrse la porta e comparìr el cardinal ensèma al paroco. “Èl chela ìo?” à domadà ‘l cardinal al curàt; e, dopo che chesto ‘l giâ fat ségn de sì, el s’è svizinà a la Lucia, che l’era restada arènt a só mama, tute doi ferme e ‘n silènzio per l’emprovisada e ‘l respèt. Però ‘l tòno de la só ós, el só portamént e ‘l só modo de far e spezialment le só parole, le giâ fat coràzo sùbit. “Pòra putèla” l’à scomenzià a dir, “el Sioredio l’à permetù che passàstus per na prova dura; però ‘l t’à mossà ancia che nó ‘l t’à mai arbandonà, che nó ‘l t’à mai desmentegià. El t’à salvà, e ‘l t’à doprà tì per far n’òpera granda: dàrge la só misericòrdia a n’òm e ‘ntel stes tèmp de portar soliévo a tanti d’àutri.” Ente chela è nù dént enla ciàmera la padrona de ciasa, che, avèndo sentù ‘l gazèr, l’à vardà fòr da la finestra e, avèndo cognossù cì che ge nideva ‘n ciasa, l’era nuda zó per le s-ciale, de corsa, dopo èsserse sistemada ‘l pù gròs; e scasi ‘ntel stes tèmp, è nù ént el saltór da n’àuter us. Vedèndo che i era zà dré a parlàr, tuti doi i s’è metùdi da na banda enten ciantón, con gran prudènza. El cardinal i l’à saludadi con educazion, po' ‘l s’è metù a parlar ancor con la Lucia e l’Agnese, disèndo parole de consolazion e fasèndo calche domanda, per ciapìr se da le só risposte podéva sautàr fòr calche ocasion per far del bèn a cì che eva patì ‘nzì tant. “Ge voròs che tuti i preti i fus come vossiorìa, che i tegnìs ancia ‘n pòc’ la part de la pòra zènt, e nó i li metés enten imbròi, per cavàrsela lori,” dis l’Agnese, con na zèrta confidanza che ge nidéva dal sentìr parlar el Federigo ‘nzì sinzéro e a la man, e putòst enzispada dal pensar che ‘l sior don Abondio, dopo aver sèmper sacrificà i àutri, ‘l pretendés po' ancia de ‘mpedìrge a lore de sfogiàrse almen en pocetìn, de lamentàrse con cì che era sora de el, cando che, pròpri per en caso, le eva bù l’ocasion. “Disé pur tut chel che pensào,” dis el cardinal: “parlà pur senza péli su la lènga.” “Vòi dir che se ‘l nòs sior curàt l’avés fat el só dovér, tuta sta fazènda nó la saròs nada de segur enzì.” El cardinal però el ge féva ancor àutre domande perché la se spiegiàs mèio, e alor l’à s’è giatàda ‘mpazzada a cognér contarge na storia endo che ancia ela l’eva bù na part che la voléva tégner scònta, spezialment a ‘n tal personàzi. E alor l’à trovà ‘l modo per comodàrla via lagiàndo ‘ndré de dìr chel vergot: l’à giâ contà del matrimòni zà tut preparà, e che don Abondio ‘l s’era refudà de far con la scusa che el eva tirà fòr dei só superiori (ah, Agnese!); po' l’è sautàda al fato che don Rodrigo l’eva provà a portar via la Lucia, e come, sicome i era stadi avisadi, i era stadi bòni de s-ciampar. “Ma sì,” la dis ancor e po' l’à tasèst: “s-ciampar per tornar a ‘nzopegiàrse ancor. Se ‘nveze ‘l sior curàt el n’avés dit sùbit la verità e l’avés sposà sùbit i doi pòri putèi, saròssen partìdi tuti, senza dir engot a ‘nzun enten pòsto lontan endo che nancia l’aria la n’averòs pù trovà. Enzì enveze se à perdù tèmp, e è suzèst chel che è suzèst.” “El sior curàt el farà i conti con mì de sto fato,” dis el cardinal. “No, sior, no, sior,” dis sùbit l’Agnese: “nó ài parlà per chesto: nó ‘l fàgia svolgo, perché ormai chel che è sta è sta; e po' nó ‘l serve pù a ‘ngot: l’è n’òm fat enzì: se ge tociàs ancor en caso ‘nzì ‘l faròs compàgn.” Ma la Lucia, che nó la era tant d’acòrdi de come che só mama l’eva contà la storia, la dis: “ancia noi en fat del mal: se vét che nó l’era la volontà del Sioredio che la fazènda la giavés da reussìr.” “Che mal podéo avér fat po' voi, pòra putèla?” dis el Federigo. La Lucia, sibèn che só mare la ge féva doi oclàzzi de scondión, la giâ contà tuta la storia, che i eva tentà de fàrgela a don Abondio dént a só ciasa; e per ruàr la dis: “en fat del mal; e ‘l Sioredio ‘l n’à ciastigiadi.” “Azetà con féde i patimenti che éo soportà ‘nfìn a ‘ncòi, come se i nidés da le man del Sioredio,” dis el Federigo, “perché cì po', pù de chei che à patì e i se pènt dei só eróri, i pòl èsser contènti e sperar enten doman?” Po' l’à domandà ‘ndo che fus el spós e, avendo savèst da l’Agnese (la Lucia la restava ìo senza parlar, con la testa e i òcli bassi) che l’era s-ciampà dal só paes, l’è restà sbalordì e ge desplaséva; e l’à volèst savér el motivo. L’Agnese la giâ contà a la bòna tut chel pòc’ che la séva de la storia del Renzo. “Ài sentù parlar de sto putèl,” dis el cardinal: “ma come àl fat un come sto cì, compromés ente afari de ca sòrt, a parlàrge a na putèla come chesta?” “L’era pròpri ‘n brao putèl,” dis la Lucia, che l’era deventada rossa come na brasa, ma con na ós segura. “L’era ‘n putèl chièt, ancia massa,” dis l’Agnese: “e chesto podéo domandàrlo a cì che voléo, ancia al sior curàt. Cissà che ‘mbròi che i à fat zó ìo, che buzeràde? Ge vòl pòc’ a far véder birbanta la pòra zènt.” “L’è pròpri vera, purtròpo,” dis el cardinal: “varderài de ‘nformàrme de el de segur:” e fatose dir el nòm e ‘l cognòm del putèl, l’à tòt zó nota su ‘nten librét de momòrie. Po' l’à dit che ‘l geva ‘ntenzion de nar al só paes tra pòci dì, e che alor la Lucia l’averòs podèst nìr ancia ela senza timor, e che ‘ntant l’averòs pensà el a sistemàrla ‘nten pòsto ‘ndo che la podés èsser al segur, enfìn che fus comodà tute le ròbe pù ben che se podéva. Po' ‘l s’è voutà vèrs i padroni de ciasa, che i è nudi sùbit avanti. L’à fat ancor i só ringraziamenti, che ‘l geva fat far dal curàt, e l’à domandà se i saròs stadi contenti de tègner ìo per chéi pòci dì, le doi feumne che ‘l Sioredio ‘l geva mandà. “Oh, sì reverèndo sior” à respondù la feumna, con en tono de la ós e na fazza che la diséva tant de pù de che doi paròle, pléne de rispèt. Ma ‘l só òm, azità come che l’era per aver en ciasa ‘n personazo ‘nzì importante e volèndo far bèla fegura ente ca ocasion enzì unica, el se desperava a zerciar na bèla risposta. L’à ‘nfizzà ‘l vis, l’à vardà de travèrs, l’à strenzù i làuri, e ‘l s’è metù con tute le só forze a zerciar ente la confusion dei pensieri e parole a metà… e però ‘ntant nó gera pù tèmp; el cardinal el deva zà ségn de aver ciapì ‘l só silenzio; alora l’òm, che nó l’era pronto, l’à daverzù la bócia e l’à dit sol: “figuràve!” Nó gera nù ‘n ment engot àuter. Parole ‘nzì senza sugo che se nó basta avèrlo avelì ìo ‘nte chel moment, ancia dopo, tute le bòte che le ge nidéva ‘n ment, le ge rovinava la sodisfazion de aver abù chel’onor enzì grant. E cante bòte, nidèndo col pensier su chel fato, ge nidéva ‘n ment – scasi per castìgo – tante àutre parole che le saròs stade tute mèio de chel striminzì “figurave”! Ma, come che dis el provèrbi antico, de sapiènza dopo i fati le è pléne le tombe. El cardinal l’è partì disèndo: “la benedizion del Sioredio la sia sora sta ciasa.” Ca sera ‘n cialòngia, l’à domandà al curàt come che se podeva far a pagiàrge na sóma zusta a chel’òm, che fazilment nó l’era sior, per el fato che ‘l s’era ofèrt de tegner ìo che doi feumne, tanto pù che l’era tèmpi grami. El curàt l’à respondù che, difati, el vadàgn del só laóro e i pòci ciampéti che ‘l geva nó i saròs stàdi assà, en chel’an, da perméterge de èsser enzì slargér con i àutri; ma che però, avèndo metù via entei ani ‘ndré, adès l’era deventà un de chei che steva pù ben ente la zona e ‘l podéva perméterse calche spesòta ‘n pù senza nar en malora, come che difati ‘l feva volintéra; e po' ‘l giâ dit ancia che, comunque, nó ge saròs sta vèrs de fàrge azetàr en pagiament. Dis el cardinal: “L’è probàbile che ‘l g’àbia créditi con zènt che nó pòl pagiar.” “El giâ da savér, monsignor lustrìssim che sta pòra zènt la pagia con chel pòc’ che ge vanza da la ciampagna: l’an passà, nó è vanzà ‘ngotiènto; e ‘nzì, tuti i resta ‘ndré del nezessàri.” “Bòn, bòn,” dis el Federigo: “Me tògi su mì tuti chei debiti; e voi me faréo el piazér de fàrve dar la nòta de chel che ‘l giâ da avér, e de pagiàrlo.” “Ma, vardà che ‘l sarà na bèla sóma vèh.” “Tanto mèio: e purtropo ge sarà de chei che i è ancor pù bisognosi, che dèbiti nó i ge n’à, perché nó i giâ credènza mìgia.” “Eh, sì purtropo. Se fa chel che se pòl; ma come se fa po' a arivar dapertut ente sti tèmpi cì?” “Fé ‘nten modo che i li vestìssia a me spese, e pagiàlo bèn. A dir la verità, chest’an me par che ‘l sia robà tut chel che nó serve a compràr pan; però chesto l’è ‘n caso fòr del normale.” Però nó volén ruàr la storia de ca zornàda, senza contarve ‘n pòce parole come che i l’à ruada l’inominà. Sta bòta, la notìzia de la só conversion l’era arivada ‘nla val prima che arivas el; sùbit l’era nada fòra dapertut, procuràndo maravéa, azitazion, dispiazér e ‘n gran mormorar. Ai primi robleri o servi (che po' l’era en pratigia la stessa ròba) che l’à ‘ncontrà, el giâ fat ségn de nàrge dré: e ‘nzì man man a tuti i àutri. Tuti i ge néva dré con en misto de maravéa e con el timór de sèmper, enfìn che, con na cóa de zènt sèmper pù lòngia, l’è arivà su al ciastèl. L’à fat ségn a chei che era sul portón de taciàrse ai àutri; l’è nà ént entel prim cortìu, el s’è metù en mèz e ìo, ancor sul ciavàl, la trat n’urlo fort: l’era ‘l segnal destinà, che tuti i só òumni cando che i lo sentìva i corìva. Ente n’àtimo, chei che era sparpaiàdi per el ciastèl i s’è binadi, tuti ‘nsèma a chei che g’era zà ìo, e tuti i fissava ‘l padron. “Né tuti a spetarme ‘nla sala granda,” l’à dit a lori; e da sóra ‘l só ciavàl, l’è restà ìo a véderli partìr. Po' l’è desmontà dal ciavàl e i l’à portà el stes enla stala e l’è nà ‘ndo che i lo spetava. A véderlo arivar, sùbit s’è smorzà zó ‘l mismas che g’era; tuti i s’è tiràdi da na banda, lagiàndo vòit per el en gran pòsto enla sala: i podéva èsser zirconzìrca na trentìna. L’inominà l’à auzzà la man, come per mantègner chel silenzio emprovìs; l’à auzzà la testa, che l’era pù àuta de tute chele de ca sclapada, e ‘l dis: “scoutàme tuti, e che ‘nzun pàrlia, se nó l’è ‘nterogà. Putèi! la strada che en fat enfìn adès, la né pòrta driti a l’infèrn. Nó l’è che mì vòbia brontolàrve, mì che son davanti a tuti e ‘l pézi de tuti; ma sentìme chel che giâi da dìrve. El Sioredio misericordios el m’à clamà perché càmbia vita; e mì vòi cambiàrla, l’ài zà cambiada: e che ‘l fàgia chesto con tuti voiàutri. Savégeo donca, e tegnì per segur che ‘nfìn che vivi, son dezìso a nó far engot contra la só léze. Scanzèli a ognun de voi i órdeni disgraziadi che v’ài dat; voi me ciapìo; anzi ve comandi de nó far engot de chel che ve evi comandà de far. E ste seguri ancia che ‘nzun da cì en avanti, el podrà far de mal con la me protezion, a me servìzi. Cì che vòl restar con sti pati, per mì ‘l sarà come ‘n fiòl: e saròssi contènt a la fìn de chel dì che nó ài magnà mì per entesìr l’ùltim de voiàutri, con l’ùltim panét che me restas en ciasa. Cì che nó vòl ge darai chel che ge vèn de la pagia, e ancia ‘n regial en pù: el poderà nàrsen, ma però che nó ‘l métia pù pè cacì: se nó ‘l fus per cambiar vita; che se ‘l fus per chesto ‘l saròs sèmper azetà a brazzi davèrti. Pesàge su stanòt: doman en doman ve clamerai, un a un a dàrme na risposta; e alor ve darài i nòvi órdeni. Per adès, né tuti ‘ntel vòs pòsto. E che ‘l Sioredio che l’àbù tanta misericordia con mì, ‘l ve màndia ‘n bòn pensier.” Cì l’à ruà de parlar, e tut è restà ‘n silenzio. Ancia se ‘ntei zervelàzi de chei òumni azitadi g’era tanti pensieri confusi e ‘n tumulto dal de fòra nó i féva véder nancia ‘n ségn. I era usadi a zapàr le parole del só padron come n’órden da ubidìr e che nó se podeva discùter: e adès, ancia se l’eva dit che la só volontà l’era cambiada, ca ós nó la mossava ‘ngot de deboléza. A ‘nzun g’era nù ‘n ment che, sol perché ‘l s’era convertì, se podés profitar de la situazion o tratarlo come se ‘l fus n’òm calunque. I lo vedéva sì come ‘n sant, ma de chei santi ‘mpituradi con la testa àuta e la spada ‘n man. Estra al timór, tanti de lori, spezialment chei che era nat entei só teritòri, che l’era i pù tanti, per chel’òm i portava n’efèto sinzéro, scasi da servi divòti. Tuti i lo prezziava dalbòn, e cando che i era ‘n só presènza, i geva ‘n rispèt che ge ‘nsomiava al pudór che ancia i pù tàngeri e malarlevadi i giâ davanti a na grandezza che tuti i ricognos. Tute che ròbe che i eva sentù dir da la só bócia le era zèrto antipàtiche, però nó le era fàusse e nancia pròpri tant lontane da la só cossiènza: se tante bòte i se n’eva fat en baf, nó l’era perché nó i ge credéva, ma l’era per s-ciaràr con le risàde la paura che che verità le averòs provocà se i l’aves tòte sul serio. E adès, vedèndo come ca paura l’eva tocià ‘n caràter fòrt come chel del só padron, cì pù cì men, tuti i è restadi ‘mpressionadi, almen per en pòc’. Và dit ancia che arcanti de lori, che ca doman i se giatava fòr da la val, i eva savèst per primi de la só conversion e i eva ancia assistèst a la passion de tuta la zènt: i eva vist e contà la felizità, l’orgòi, l’efèto e la venerazión che i geva per l’inominà, al posto del terór e de la fél che i geva prima. E alor, ente chel’òm che i eva sèmper tegnù come un sora de lori, ancia cando l’era lori a formar el pù tant de la só forza, adès i vedeva na persona ancor pù granda: nó l’era pù temùda per le angiarìe, ma ben vista da tuti. El restava sèmper en capo, fòr dal normale, ma ‘nten modo nòu. Sichè i era tuti sbalordìdi, confusi, malfidenti un de l’àuter e ancia de se stessi. G’era cì che se rodéva per el dispiazer, cì che scomenziava a pensar endo che l’everòs podèst nar a zerciar en posto segur o ‘n laoro nòu, cì che se domandava se ‘l saròs sta bòn de cambiar vita e deventar na persona onesta, cì che, scotà da le parole de l’inominà, el scomenziava a sentìr dalbòn el desidèri, e cì che, senza zapàr na dezision el pensava che saròs sta mèio prométer de far tut chel che g’era sta domandà, e restar ìo per entant a magnar chel pan ofèrt con tanta zenerosità (ancia se l’era ormai s-ciàrs), e spetar per véder chel che suzzedéva. Enzun à dit na parola. E cando che l’inominà, a la fin de la só prèdicia, l’à auzzà ancor la so man da autorità per far ségn a lori de nàrsen, tuti, ziti, ziti, come ‘n ròz de pégore, i se n’è nadi via ‘nsèma. Dopo è nà fòr ancia el, e fermàndose en mèz al cortìu, el s’è metù a osservar en valnòt che ognun tornava al só pòsto. Po' l’è nà su a tòr na lantèrna l’à zirà per tute le cort, per i coridóri e le sale, a controlar tute le porte; e cando che l’è sta segur che tut era calmo, l’è nà a dormìr. Sì, pròpri a dormìr, perché, ‘l geva sòn, engot àuter che sòn. El se trovava en mèz a chestion complicade e da far fòra sùbit come mai era sta prima, ancia se l’era sèmper sta un che ‘l neva ‘n zércia de situazion difìzili: epur, el geva sòn. I rimòrsi de la nòt prima i geva tòt el sòn, envéze de calmàrse, i se féva sentìr ancor pù forti, pù duri, pù crudéli: epur el geva sòn. Le regole e ‘l tipo de aministrazion che el stes l’eva metù ‘nsèma ìo denter en tanti ani, con gran sfòrz, metèndoge coràzo e testa dura enten modo pròpri unico, l’era sta metù ‘n discussion pròpri da el, con pòce parole. L’obedienza òrba dei só òumni, sèmper pronti a far qualsiasi ròba, che ‘l s’era usà da ‘n pèz a far cont, l’era stada scorlada da el stes. I mèzi del só comando i era deventadi na montagna de complicazion; a só ciasa era nù ént desórden e tanti dubi. Epur el geva sòn. Sichè l’è nà ‘nla só ciamera e ‘l s’è svizinà a chel lèt endo che, la nòt prima, l’eva sentù tanta angóssa. El s’è ‘nzinoclà arènt con chela de pregiar. Entela la part pù scònta e fónda de la só ment, l’à trovà le orazion che l’eva ‘mparà da pòpo. L’à scomenzià a dìrle su, e che parole, restade sepolìde dénter de el per tant tèmp, le ge nidéva ‘n ment una dopo l’àutra, come se le se desrodolàs zó da ‘n glòm. Ente chel moment el sentìva en misto de impression difìzili da descriver: na zèrta calma entel ripèter che ròbe ligiade a cando che l’era pòpo e l’era nozènt; en dolor pù fòrt entel rènderse cont de cant el se fus slontanà da chel tèmp; en desidèri plen de passion de otègner, con le só azion, na cossiènza nòva e na condizion el pù possìbol vizìna a l’inocènza perduda, ancia se nó ‘l podeva tornar a chei ani; en senso de ringraziament e de fiducia ente la misericordia del Sioredio, che la podéva portarlo vèrs ca condizion e che la geva zà dat tanti segni de la só presènza. Po' l’è levà ‘n pè, el s’è metù ‘ntel lèt e ‘l s’è ‘ndromenzà sùbit. Enzì è ruà ca zornada, tanto famosa ancor cando che scriveva el nòs sconossù; e adès, se nó g’era el, nó se saveròs engot, almen entei particolari; sicome ‘l Ripamonti e ‘l Rivola, che en zà nominà prima, nó i dis àuter che chel famoso spòtico, dopo che l’à ‘ncontrà ‘l Federigo, l’à cambià entel bèn la só vita, e per sèmper. E canti èi po' chei che à lezù i libri de chei doi? De men ancor de chei che lezerà ‘l nòs. E cìssà se, enla stessa val, cì che volés zerciàrla, e la braùra de trovarla, sarà restà calche tradizion stracia e confusa de chel fato? N’è passà ròbe da chel tèmp e dopo!
Il giorno seguente, nel paesetto di Lucia e in tutto il territorio di Lecco, non si parlava che di lei, dell’innominato, dell’arcivescovo e d’un altro tale, che, quantunque gli piacesse molto d’andar per le bocche degli uomini, n’avrebbe, in quella congiuntura, fatto volentieri di meno: vogliam dire il signor don Rodrigo. Non già che prima d’allora non si parlasse de’ fatti suoi; ma eran discorsi rotti, segreti: bisognava che due si conoscessero bene bene tra di loro, per aprirsi sur un tale argomento. E anche, non ci mettevano tutto il sentimento di che sarebbero stati capaci: perchè gli uomini, generalmente parlando, quando l’indegnazione non si possa sfogare senza grave pericolo, non solo dimostran meno, o tengono affatto in sè quella che sentono, ma ne senton meno in effetto. Ma ora, chi si sarebbe tenuto d’informarsi, e di ragionare d’un fatto così strepitoso, in cui s’era vista la mano del cielo, e dove facevan buona figura due personaggi tali? uno, in cui un amore della giustizia tanto animoso andava unito a tanta autorità; l’altro, con cui pareva che la prepotenza in persona si fosse umiliata, che la braverìa fosse venuta, per dir così, a render l’armi, e a chiedere il riposo. A tali paragoni, il signor don Rodrigo diveniva un po’ piccino. Allora si capiva da tutti cosa fosse tormentar l’innocenza per poterla disonorare, perseguitarla con un’insistenza così sfacciata, con sì atroce violenza, con sì abbominevoli insidie. Si faceva, in quell’occasione, una rivista di tant’altre prodezze di quel signore: e su tutto la dicevan come la sentivano, incoraggiti ognuno dal trovarsi d’accordo con tutti. Era un susurro, un fremito generale; alla larga però, per ragione di tutti que’ bravi che colui aveva d’intorno. Una buona parte di quest’odio pubblico cadeva ancora sui suoi amici e cortigiani. Si rosolava bene il signor podestà, sempre sordo e cieco e muto sui fatti di quel tiranno; ma alla lontana, anche lui, perchè, se non aveva i bravi, aveva i birri. Col dottor Azzecca-garbugli, che non aveva se non chiacchiere e cabale, e con altri cortigianelli suoi pari, non s’usava tanti riguardi: eran mostrati a dito, e guardati con occhi torti; di maniera che, per qualche tempo, stimaron bene di non farsi veder per le strade. Don Rodrigo, fulminato da quella notizia così impensata, così diversa dall’avviso che aspettava di giorno in giorno, di momento in momento, stette rintanato nel suo palazzotto, solo co’ suoi bravi, a rodersi, per due giorni; il terzo, partì per Milano. Se non fosse stato altro che quel mormoracchiare della gente, forse, poichè le cose erano andate tant’avanti, sarebbe rimasto apposta per affrontarlo, anzi per cercar l’occasione di dare un esempio a tutti sopra qualcheduno de’ più arditi; ma chi lo cacciò, fu l’essersi saputo per certo, che il cardinale veniva anche da quelle parti. Il conte zio, il quale di tutta quella storia non sapeva se non quel che gli aveva detto Attilio, avrebbe certamente preteso che, in una congiuntura simile, don Rodrigo facesse una gran figura, e avesse in pubblico dal cardinale le più distinte accoglienze: ora, ognun vede come ci fosse incamminato. L’avrebbe preteso, e se ne sarebbe fatto render conto minutamente; perchè era un’occasione importante di far vedere in che stima fosse tenuta la famiglia da una primaria autorità. Per levarsi da un impiccio così noioso, don Rodrigo, alzatosi una mattina prima del sole, si mise in una carrozza, col Griso e con altri bravi, di fuori, davanti e di dietro; e, lasciato l’ordine che il resto della servitù venisse poi in seguito, partì come un fuggitivo, come (ci sia un po’ lecito di sollevare i nostri personaggi con qualche illustre paragone), come Catilina da Roma, sbuffando, e giurando di tornar ben presto, in altra comparsa, a far le sue vendette. Intanto, il cardinale veniva visitando, a una per giorno, le parrocchie del territorio di Lecco. Il giorno in cui doveva arrivare a quella di Lucia, già una gran parte degli abitanti erano andati sulla strada a incontrarlo. All’entrata del paese, proprio accanto alla casetta delle nostre due donne, c’era un arco trionfale, costrutto di stili per il ritto, e di pali per il traverso, rivestito di paglia e di borraccina, e ornato di rami verdi di pugnitopo e d’agrifoglio, distinti di bacche scarlatte; la facciata della chiesa era parata di tappezzerie; al davanzale d’ogni finestra pendevano coperte e lenzoli distesi, fasce di bambini disposte a guisa di pendoni; tutto quel poco necessario che fosse atto a fare, o bene o male, figura di superfluo. Verso le ventidue, ch’era l’ora in cui s’aspettava il cardinale, quelli ch’eran rimasti in casa, vecchi, donne e fanciulli la più parte, s’avviarono anche loro a incontrarlo, parte in fila, parte in truppa, preceduti da don Abbondio, uggioso in mezzo a tanta festa, e per il fracasso che lo sbalordiva, e per il brulicar della gente innanzi e indietro, che, come andava ripetendo, gli faceva girar la testa, e per il rodìo segreto che le donne avesser potuto cicalare, e dovesse toccargli a render conto del matrimonio. Quand’ecco si vede spuntare il cardinale, o per dir meglio, la turba in mezzo a cui si trovava nella sua lettiga, col suo seguito d’intorno; perchè di tutto questo non si vedeva altro che un indizio in aria, al di sopra di tutte le teste, un pezzo della croce portata dal cappellano che cavalcava una mula. La gente che andava con don Abbondio, s’affrettò alla rinfusa, a raggiunger quell’altra: e lui, dopo aver detto, tre e quattro volte: “adagio; in fila; cosa fate?” si voltò indispettito; e seguitando a borbottare: “è una babilonia, è una babilonia,” entrò in chiesa, intanto ch’era vôta; e stette lì ad aspettare. Il cardinale veniva avanti, dando benedizioni con la mano, e ricevendone dalle bocche della gente, che quelli del seguito avevano un bel da fare a tenere un po’ indietro. Per esser del paese di Lucia, avrebbe voluto quella gente fare all’arcivescovo dimostrazioni straordinarie; ma la cosa non era facile, perchè era uso che, per tutto dove arrivava, tutti facevano più che potevano. Già sul principio stesso del suo pontificato, nel primo solenne ingresso in duomo, la calca e l’impeto della gente addosso a lui era stato tale, da far temere della sua vita; e alcuni gentiluomini che gli eran più vicini, avevano sfoderate le spade, per atterrire e respinger la folla. Tanto c’era in que’ costumi di scomposto e di violento, che, anche nel far dimostrazioni di benevolenza a un vescovo in chiesa, e nel moderarle, si dovesse andar vicino all’ammazzare. E quella difesa non sarebbe forse bastata, se il maestro e il sottomaestro delle cerimonie, un Clerici e un Picozzi, giovani preti che stavan bene di corpo e d’animo, non l’avessero alzato sulle braccia, e portato di peso, dalla porta fino all’altar maggiore. D’allora in poi, in tante visite episcopali ch’ebbe a fare, il primo entrar nella chiesa si può senza scherzo contarlo tra le sue pastorali fatiche, e qualche volta, tra i pericoli passati da lui. Entrò anche in questa come potè; andò all’altare e, dopo essere stato alquanto in orazione, fece, secondo il suo solito, un piccol discorso al popolo, sul suo amore per loro, sul suo desiderio della loro salvezza, e come dovessero disporsi alle funzioni del giorno dopo. Ritiratosi poi nella casa del parroco, tra gli altri discorsi, gli domandò informazione di Renzo. Don Abbondio disse ch’era un giovine un po’ vivo, un po’ testardo, un po’ collerico. Ma, a più particolari e precise domande, dovette rispondere ch’era un galantuomo, e che anche lui non sapeva capire come, in Milano, avesse potuto fare tutte quelle diavolerie che avevan detto. “In quanto alla giovine,” riprese il cardinale, “pare anche a voi che possa ora venir sicuramente a dimorare in casa sua?” “Per ora,” rispose don Abbondio, “può venire e stare, come vuole: dico, per ora; ma,” soggiunse poi con un sospiro, “bisognerebbe che vossignoria illustrissima fosse sempre qui, o almeno vicino.” “Il Signore è sempre vicino,” disse il cardinale: “del resto, penserò io a metterla al sicuro.” E diede subito ordine che, il giorno dopo, si spedisse di buon’ora la lettiga, con una scorta, a prender le due donne. Don Abbondio uscì di lì tutto contento che il cardinale gli avesse parlato de’ due giovani, senza chiedergli conto del suo rifiuto di maritarli. — Dunque non sa niente, — diceva tra sè: — Agnese è stata zitta: miracolo! È vero che s’hanno a tornare a vedere; ma le daremo un’altra istruzione, le daremo. — E non sapeva, il pover’uomo, che Federigo non era entrato in quell’argomento, appunto perchè intendeva di parlargliene a lungo, in tempo più libero; e, prima di dargli ciò che gli era dovuto, voleva sentire anche le sue ragioni. Ma i pensieri del buon prelato per metter Lucia al sicuro eran divenuti inutili: dopo che l’aveva lasciata, eran nate delle cose, che dobbiamo raccontare. Le due donne, in que’ pochi giorni ch’ebbero a passare nella casuccia ospitale del sarto, avevan ripreso, per quanto avevan potuto, ognuna il suo antico tenor di vita. Lucia aveva subito chiesto da lavorare; e, come aveva fatto nel monastero, cuciva, cuciva, ritirata in una stanzina, lontano dagli occhi della gente. Agnese andava un po’ fuori, un po’ lavorava in compagnia della figlia. I loro discorsi eran tanto più tristi, quanto più affettuosi: tutt’e due eran preparate a una separazione; giacchè la pecora non poteva tornare a star così vicino alla tana del lupo: e quando, quale, sarebbe il termine di questa separazione? L’avvenire era oscuro, imbrogliato: per una di loro principalmente. Agnese tanto ci andava facendo dentro le sue congetture allegre: che Renzo finalmente, se non gli era accaduto nulla di sinistro, dovrebbe presto dar le sue nuove; e se aveva trovato da lavorare e da stabilirsi, se (e come dubitarne?) stava fermo nelle sue promesse, perchè non si potrebbe andare a star con lui? E di tali speranze, ne parlava e ne riparlava alla figlia, per la quale non saprei dire se fosse maggior dolore il sentire, o pena il rispondere. Il suo gran segreto l’aveva sempre tenuto in sè; e, inquietata bensì dal dispiacere di fare a una madre così buona un sotterfugio, che non era il primo; ma trattenuta, come invincibilmente, dalla vergogna e da’ vari timori che abbiam detto di sopra, andava d’oggi in domani, senza dir nulla. I suoi disegni eran ben diversi da quelli della madre, o, per dir meglio, non n’aveva; s’era abbandonata alla Provvidenza. Cercava dunque di lasciar cadere, o di stornare quel discorso; o diceva, in termini generali, di non aver più speranza, nè desiderio di cosa di questo mondo, fuorchè di poter presto riunirsi con sua madre; le più volte, il pianto veniva opportunamente a troncar le parole. “Sai perchè ti par così?” diceva Agnese: “perchè hai tanto patito, e non ti par vero che la possa voltarsi in bene. Ma lascia fare al Signore; e se... Lascia che si veda un barlume, appena un barlume di speranza; e allora mi saprai dire se non pensi più a nulla.” Lucia baciava la madre, e piangeva. Del resto, tra loro e i loro ospiti era nata subito una grand’amicizia: e dove nascerebbe, se non tra beneficati e benefattori, quando gli uni e gli altri son buona gente? Agnese specialmente faceva di gran chiacchiere con la padrona. Il sarto poi dava loro un po’ di svago con delle storie, e con de’ discorsi morali: e, a desinare soprattutto, aveva sempre qualche bella cosa da raccontare, di Bovo d’Antona o de’ Padri del deserto. Poco distante da quel paesetto, villeggiava una coppia d’alto affare; don Ferrante e donna Prassede: il casato, al solito, nella penna dell’anonimo. Era donna Prassede una vecchia gentildonna molto inclinata a far del bene: mestiere certamente il più degno che l’uomo possa esercitare; ma che pur troppo può anche guastare, come tutti gli altri. Per fare il bene, bisogna conoscerlo; e, al pari d’ogni altra cosa, non possiamo conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni, per mezzo de’ nostri giudizi, con le nostre idee; le quali bene spesso stanno come possono. Con l’idee donna Prassede si regolava come dicono che si deve far con gli amici: n’aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche, ce n’era per disgrazia molte delle storte; e non eran quelle che le fossero men care. Le accadeva quindi, o di proporsi per bene ciò che non lo fosse, o di prender per mezzi, cose che potessero piuttosto far riuscire dalla parte opposta, o di crederne leciti di quelli che non lo fossero punto, per una certa supposizione in confuso, che chi fa più del suo dovere possa far più di quel che avrebbe diritto; le accadeva di non vedere nel fatto ciò che c’era di reale, o di vederci ciò che non c’era; e molte altre cose simili, che possono accadere, e che accadono a tutti, senza eccettuarne i migliori; ma a donna Prassede, troppo spesso e, non di rado, tutte in una volta. Al sentire il gran caso di Lucia, e tutto ciò che, in quell’occasione, si diceva della giovine, le venne la curiosità di vederla; e mandò una carrozza, con un vecchio bracciere, a prender la madre e la figlia. Questa si ristringeva nelle spalle, e pregava il sarto, il quale aveva fatta loro l’imbasciata, che trovasse maniera di scusarla. Finchè s’era trattato di gente alla buona che cercava di conoscer la giovine del miracolo, il sarto le aveva reso volentieri un tal servizio; ma in questo caso, il rifiuto gli pareva una specie di ribellione. Fece tanti versi, tant’esclamazioni, disse tante cose: e che non si faceva così, e ch’era una casa grande, e che ai signori non si dice di no, e che poteva esser la loro fortuna, e che la signora donna Prassede, oltre il resto, era anche una santa; tante cose insomma, che Lucia si dovette arrendere: molto più che Agnese confermava tutte quelle ragioni con altrettanti “sicuro, sicuro.” Arrivate davanti alla signora, essa fece loro grand’accoglienza, e molte congratulazioni; interrogò, consigliò: il tutto con una certa superiorità quasi innata, ma corretta da tante espressioni umili, temperata da tanta premura, condita di tanta spiritualità, che, Agnese quasi subito, Lucia poco dopo, cominciarono a sentirsi sollevate dal rispetto opprimente che da principio aveva loro incusso quella signorile presenza; anzi ci trovarono una certa attrattiva. E per venire alle corte, donna Prassede, sentendo che il cardinale s’era incaricato di trovare a Lucia un ricovero, punta dal desiderio di secondare e di prevenire a un tratto quella buona intenzione, s’esibì di prender la giovine in casa, dove, senz’essere addetta ad alcun servizio particolare, potrebbe, a piacer suo, aiutar l’altre donne ne’ loro lavori. E soggiunse che penserebbe lei a darne parte a monsignore. Oltre il bene chiaro e immediato che c’era in un’opera tale, donna Prassede ce ne vedeva, e se ne proponeva un altro, forse più considerabile, secondo lei; di raddirizzare un cervello, di metter sulla buona strada chi n’aveva gran bisogno. Perchè, fin da quando aveva sentito la prima volta parlar di Lucia, s’era subito persuasa che una giovine la quale aveva potuto promettersi a un poco di buono, a un sedizioso, a uno scampaforca in somma, qualche magagna, qualche pecca nascosta la doveva avere. Dimmi chi pratichi, e ti dirò chi sei. La visita di Lucia aveva confermata quella persuasione. Non che, in fondo, come si dice, non le paresse una buona giovine; ma c’era molto da ridire. Quella testina bassa, col mento inchiodato sulla fontanella della gola, quel non rispondere, o risponder secco secco, come per forza, potevano indicar verecondia; ma denotavano sicuramente molta caparbietà: non ci voleva molto a indovinare che quella testina aveva le sue idee. E quell’arrossire ogni momento, e quel rattenere i sospiri... Due occhioni poi, che a donna Prassede non piacevan punto. Teneva essa per certo, come se lo sapesse di buon luogo, che tutte le sciagure di Lucia erano una punizione del cielo per la sua amicizia con quel poco di buono, e un avviso per far che se ne staccasse affatto; e stante questo, si proponeva di cooperare a un così buon fine. Giacchè, come diceva spesso agli altri e a se stessa, tutto il suo studio era di secondare i voleri del cielo: ma faceva spesso uno sbaglio grosso, ch’era di prender per cielo il suo cervello. Però, della seconda intenzione che abbiam detto, si guardò bene di darne il minimo indizio. Era una delle sue massime questa, che, per riuscire a far del bene alla gente, la prima cosa, nella maggior parte de’ casi, è di non metterli a parte del disegno. La madre e la figlia si guardarono in viso. Nella dolorosa necessità di dividersi, l’esibizione parve a tutt’e due da accettarsi, se non altro per esser quella villa così vicina al loro paesetto: per cui, alla peggio de’ peggi, si ravvicinerebbero e potrebbero trovarsi insieme, alla prossima villeggiatura. Visto, l’una negli occhi dell’altra, il consenso, si voltaron tutt’e due a donna Prassede con quel ringraziare che accetta. Essa rinnovò le gentilezze e le promesse, e disse che manderebbe subito una lettera da presentare a monsignore. Partite le donne, la lettera se la fece distendere da don Ferrante, di cui, per esser letterato, come diremo più in particolare, si serviva per segretario, nell’occasioni d’importanza. Trattandosi d’una di questa sorte, don Ferrante ci mise tutto il suo sapere, e, consegnando la minuta da copiare alla consorte, le raccomandò caldamente l’ortografia; ch’era una delle molte cose che aveva studiate, e delle poche sulle quali avesse lui il comando in casa. Donna Prassede copiò diligentissimamente, e spedì la lettera alla casa del sarto. Questo fu due o tre giorni prima che il cardinale mandasse la lettiga per ricondur le donne al loro paese. Arrivate, smontarono alla casa parrocchiale, dove si trovava il cardinale. C’era ordine d’introdurle subito: il cappellano, che fu il primo a vederle, l’eseguì, trattenendole solo quant’era necessario per dar loro, in fretta in fretta, un po’ d’istruzione sul cerimoniale da usarsi con monsignore, e sui titoli da dargli; cosa che soleva fare, ogni volta che lo potesse di nascosto a lui. Era per il pover’uomo un tormento continuo il vedere il poco ordine che regnava intorno al cardinale, su quel particolare: “tutto,” diceva con gli altri della famiglia, “per la troppa bontà di quel benedett’uomo; per quella gran famigliarità.” E raccontava d’aver perfino sentito più d’una volta co’ suoi orecchi, rispondergli: messer sì, e messer no. Stava in quel momento il cardinale discorrendo con don Abbondio, sugli affari della parrocchia: dimodochè questo non ebbe campo di dare anche lui, come avrebbe desiderato, le sue istruzioni alle donne. Solo, nel passar loro accanto, mentre usciva, e quelle venivano avanti, potè dar loro d’occhio, per accennare ch’era contento di loro, e che continuassero, da brave, a non dir nulla. Dopo le prime accoglienze da una parte, e i primi inchini dall’altra, Agnese si cavò di seno la lettera, e la presentò al cardinale, dicendo: “è della signora donna Prassede, la quale dice che conosce molto vossignoria illustrissima, monsignore; come naturalmente, tra loro signori grandi, si devon conoscer tutti. Quand’avrà letto, vedrà.” “Bene,” disse Federigo, letto che ebbe, e ricavato il sugo del senso da’ fiori di don Ferrante. Conosceva quella casa quanto bastasse per esser certo che Lucia c’era invitata con buona intenzione, e che lì sarebbe sicura dall’insidie e dalla violenza del suo persecutore. Che concetto avesse della testa di donna Prassede, non n’abbiam notizia positiva. Probabilmente, non era quella la persona che avrebbe scelta a un tal intento; ma, come abbiam detto o fatto intendere altrove, non era suo costume di disfar le cose che non toccavano a lui, per rifarle meglio. “Prendete in pace anche questa separazione, e l’incertezza in cui vi trovate,” soggiunse poi: “confidate che sia per finir presto, e che il Signore voglia guidar le cose a quel termine a cui pare che le avesse indirizzate; ma tenete per certo che quello che vorrà Lui, sarà il meglio per voi.” Diede a Lucia in particolare qualche altro ricordo amorevole; qualche altro conforto a tutt’e due; le benedisse, e le lasciò andare. Appena fuori, si trovarono addosso uno sciame d’amici e d’amiche, tutto il comune, si può dire, che le aspettava, e le condusse a casa, come in trionfo. Era tra tutte quelle donne una gara di congratularsi, di compiangere, di domandare; e tutte esclamavano dal dispiacere, sentendo che Lucia se n’anderebbe il giorno dopo. Gli uomini gareggiavano nell’offrir servizi; ognuno voleva star quella notte a far la guardia alla casetta. Sul qual fatto, il nostro anonimo credè bene di formare un proverbio: volete aver molti in aiuto? cercate di non averne bisogno. Tante accoglienze confondevano e sbalordivano Lucia: Agnese non s’imbrogliava così per poco. Ma in sostanza fecero bene anche a Lucia, distraendola alquanto da’ pensieri e dalle rimembranze che, pur troppo, anche in mezzo al frastono, le si risvegliavano, su quell’uscio, in quelle stanzucce, alla vista d’ogni oggetto. Al tocco della campana che annunziava vicino il cominciar delle funzioni, tutti si mossero verso la chiesa, e fu per le nostre donne un’altra passeggiata trionfale. Terminate le funzioni, don Abbondio, ch’era corso a vedere se Perpetua aveva ben disposto ogni cosa per il desinare, fu chiamato dal cardinale. Andò subito dal grand’ospite, il quale, lasciatolo venir vicino, “signor curato,” cominciò; e quelle parole furon dette in maniera, da dover capire, ch’erano il principio d’un discorso lungo e serio: “signor curato; perchè non avete voi unita in matrimonio quella povera Lucia col suo promesso sposo?” ― Hanno votato il sacco stamattina coloro, ― pensò don Abbondio; e rispose borbottando: “monsignore illustrissimo avrà ben sentito parlare degli scompigli che son nati in quell’affare: è stata una confusione tale, da non poter, neppure al giorno d’oggi, vederci chiaro: come anche vossignoria illustrissima può argomentare da questo, che la giovine è qui, dopo tanti accidenti, come per miracolo; e il giovine, dopo altri accidenti, non si sa dove sia.” “Domando,” riprese il cardinale, “se è vero che, prima di tutti codesti casi, abbiate rifiutato di celebrare il matrimonio, quando n’eravate richiesto, nel giorno fissato; e il perchè.” “Veramente... se vossignoria illustrissima sapesse... che intimazioni... che comandi terribili ho avuti di non parlare...” E restò lì senza concludere, in un cert’atto, da far rispettosamente intendere che sarebbe indiscrezione il voler saperne di più. “Ma!” disse il cardinale, con voce e con aria grave fuor del consueto: “è il vostro vescovo che, per suo dovere e per vostra giustificazione, vuol saper da voi il perchè non abbiate fatto ciò che, nella via regolare, era obbligo vostro di fare.” “Monsignore,” disse don Abbondio, facendosi piccino piccino, “non ho già voluto dire... Ma m’è parso che, essendo cose intralciate, cose vecchie e senza rimedio, fosse inutile di rimestare... Però, però, dico... so che vossignoria illustrissima non vuol tradire un suo povero parroco. Perchè vede bene, monsignore; vossignoria illustrissima non può esser per tutto; e io resto qui esposto... Però, quando Lei me lo comanda, dirò, dirò tutto.” “Dite: io non vorrei altro che trovarvi senza colpa.” Allora don Abbondio si mise a raccontare la dolorosa storia; ma tacque il nome principale, e vi sostituì: un gran signore; dando così alla prudenza tutto quel poco che si poteva, in una tale stretta. “E non avete avuto altro motivo?” domandò il cardinale, quando don Abbondio ebbe finito. “Ma forse non mi sono spiegato abbastanza,” rispose questo: “sotto pena della vita, m’hanno intimato di non far quel matrimonio.” “E vi par codesta una ragion bastante, per lasciar d’adempire un dovere preciso?” “Io ho sempre cercato di farlo, il mio dovere, anche con mio grave incomodo, ma quando si tratta della vita...” “E quando vi siete presentato alla Chiesa,” disse, con accento ancor più grave, Federigo, “per addossarvi codesto ministero, v’ha essa fatto sicurtà della vita? V’ha detto che i doveri annessi al ministero fossero liberi da ogni ostacolo, immuni da ogni pericolo? O v’ha detto forse che dove cominciasse il pericolo, ivi cesserebbe il dovere? O non v’ha espressamente detto il contrario? Non v’ha avvertito che vi mandava come un agnello tra i lupi? Non sapevate voi che c’eran de’ violenti, a cui potrebbe dispiacere ciò che a voi sarebbe comandato? Quello da Cui abbiam la dottrina e l’esempio, ad imitazione di Cui ci lasciam nominare e ci nominiamo pastori, venendo in terra a esercitarne l’ufizio, mise forse per condizione d’aver salva la vita? E per salvarla, per conservarla, dico, qualche giorno di più sulla terra, a spese della carità e del dovere, c’era bisogno dell’unzione santa, dell’imposizion delle mani, della grazia del sacerdozio? Basta il mondo a dar questa virtù, a insegnar questa dottrina. Che dico? oh vergogna! il mondo stesso la rifiuta: il mondo fa anch’esso le sue leggi, che prescrivono il male come il bene; ha il suo vangelo anch’esso, un vangelo di superbia e d’odio; e non vuol che si dica che l’amore della vita sia una ragione per trasgredirne i comandamenti. Non lo vuole; ed è ubbidito. E noi! noi figli e annunziatori della promessa! Che sarebbe la Chiesa, se codesto vostro linguaggio fosse quello di tutti i vostri confratelli? Dove sarebbe, se fosse comparsa nel mondo con codeste dottrine?” Don Abbondio stava a capo basso: il suo spirito si trovava tra quegli argomenti, come un pulcino negli artigli del falco, che lo tengono sollevato in una regione sconosciuta, in un’aria che non ha mai respirata. Vedendo che qualcosa bisognava rispondere, disse, con una certa sommissione forzata: “monsignore illustrissimo, avrò torto. Quando la vita non si deve contare, non so cosa mi dire. Ma quando s’ha che fare con certa gente, con gente che ha la forza, e che non vuol sentir ragioni, anche a voler fare il bravo, non saprei cosa ci si potesse guadagnare. È un signore quello, con cui non si può nè vincerla nè impattarla.” “E non sapete voi che il soffrire per la giustizia è il nostro vincere? E se non sapete questo, che cosa predicate? di che siete maestro? qual è la buona nuova che annunziate a’ poveri? Chi pretende da voi che vinciate la forza con la forza? Certo non vi sarà domandato, un giorno, se abbiate saputo fare stare a dovere i potenti; che a questo non vi fu dato nè missione, nè modo. Ma vi sarà ben domandato se avrete adoprati i mezzi ch’erano in vostra mano per far ciò che v’era prescritto, anche quando avessero la temerità di proibirvelo.” — Anche questi santi son curiosi, — pensava intanto don Abbondio: — in sostanza, a spremerne il sugo, gli stanno più a cuore gli amori di due giovani, che la vita d’un povero sacerdote. — E, in quant’a lui, si sarebbe volentieri contentato che il discorso finisse lì; ma vedeva il cardinale, a ogni pausa, restare in atto di chi aspetti una risposta: una confessione, o un’apologia, qualcosa in somma. “Torno a dire, monsignore,” rispose dunque, “che avrò torto io... Il coraggio, uno non se lo può dare.” “E perchè dunque, potrei dirvi, vi siete voi impegnato in un ministero che v’impone di stare in guerra con le passioni del secolo? Ma come, vi dirò piuttosto, come non pensate che, se in codesto ministero, comunque vi ci siate messo, v’è necessario il coraggio, per adempir le vostre obbligazioni, c’è Chi ve lo darà infallibilmente, quando glielo chiediate? Credete voi che tutti que’ milioni di martiri avessero naturalmente coraggio? che non facessero naturalmente nessun conto della vita? tanti giovinetti che cominciavano a gustarla, tanti vecchi avvezzi a rammaricarsi che fosse già vicina a finire, tante donzelle, tante spose, tante madri? Tutti hanno avuto coraggio; perchè il coraggio era necessario, ed essi confidavano. Conoscendo la vostra debolezza e i vostri doveri, avete voi pensato a prepararvi ai passi difficili a cui potevate trovarvi, a cui vi siete trovato in effetto? Ah! se per tant’anni d’ufizio pastorale, avete (e come non avreste?) amato il vostro gregge, se avete riposto in esso il vostro cuore, le vostre cure, le vostre delizie, il coraggio non doveva mancarvi al bisogno: l’amore è intrepido. Ebbene, se voi gli amavate, quelli che sono affidati alle vostre cure spirituali, quelli che voi chiamate figliuoli; quando vedeste due di loro minacciati insieme con voi, ah certo! come la debolezza della carne v’ha fatto tremar per voi, così la carità v’avrà fatto tremar per loro. Vi sarete umiliato di quel primo timore, perchè era un effetto della vostra miseria; avrete implorato la forza per vincerlo, per discacciarlo, perchè era una tentazione: ma il timor santo e nobile per gli altri, per i vostri figliuoli, quello l’avrete ascoltato, quello non v’avrà dato pace, quello v’avrà eccitato, costretto, a pensare, a fare ciò che si potesse, per riparare al pericolo che lor sovrastava... Cosa v’ha ispirato il timore, l’amore? Cosa avete fatto per loro? Cosa avete pensato?” E tacque in atto di chi aspetta.
El dì dré, entel paesòt de la Lucia e nte tute l teritòri de Lecco, nó se parlava àuter che de ela, de l’inominà, del vescovo e de n’àuter tale, che, siben che ge plasés pròpri tant de èsser su la bócia dei òumni, ente sto caso, l’averòs volintera fat a men: volén dir el sior don Rodrigo. Nó l’è che prima de alor nó se parlàs zà de le só azion; però l’era tut zàcole a tòci, sussurade de scondión: ge voleva cognòsserse pròpri ben e fidàrse tant, per parlar sclèt de n’argoment del zènere. E po' la zènt nó la diseva pròpri tut el disprèz che la sentiva: perché, ‘n zenerale, cando che ‘nrabiàrse liberament el pòl èsser pericolós, nón sol se fa sentìr men rabia de chela che se sènt, ma va a finir che adiritura se ‘n sènt ancor de men. Ma adès, cì èl po' che averòs podèst far a men dal voler savér e parlar de n’aveniment che l’eva fat enzì svolgo, che ‘mpareva pròpri n’opera del ziél, e che la metéva fòr doi personazi ‘nzì ‘mportanti? Un l’era ‘l cardinal Federigo, che ‘l metéva ‘nsèma na grant autorità e ancia na gran vòia de zustìzia; l’àuter l’era l’inominà, che ‘mpareva fus l’angiarìa fata persona e che adès empareva èsserse pentì, come se tuta la crudeltà l’aves pozà tute le armi e domandà la paze. A confront de lori don Rodrigo el deventava pròpri pìzzol. Adès tuti i ciapìva pròpri ben, chel che volés dir tormentar na pòra nozènta sol per svergognarla, zinzegiàrla con tanta fissazion, con angiarìe crudeli, e trame viliache. Ente che ocasion se tornava a parlar ancia de tute le àutre brigantade de chel sior, e la zènt la diséva a la fìn chel che la pensava dalbòn, trovando ‘l coràzo entel sentìrse d’acordi con tuti i àutri. G’era ‘n sussur dapertut, n’azitazion zenerale; ma comunque sèmper con na zèrta prudenza, per paura de tuti i róbleri che don Rodrigo el geva ancor entorn. Na bèla fléta de la bila de la zènt la era ancia per i só amìzi e per tuti chei che portava don Rodrigo. El sior podestà, che l’era sèmper sta stórn, òrbo e mut davanti a le só brigantade, el se la passava mal, ma ancia el a la lontana, perché, ancia se nó ‘l geva slàizeri a protézerlo, el geva comunque i sbìri. El dotor Azzeca-garbugli, enveze, che nó ‘l geva àuter che parole complicate e trapolade, e àutri rufiàni de la stesa pasta, nó i godeva de tuta ca prudenza: i nideva segnadi a dé, vardadi con sospèt e fél; tanto che, per en zèrto tèmp, i à pensà ben de nó fàrse véder en ziro per le strade. Don Rodrigo, emmatonì da ca notìzia che nó ‘l podeva nancia ‘mmazinàrse, e ‘nzì diferènta da chela che ‘l se spetava da ‘n moment a l’àuter, l’è restà serà dént entel só palaz per doi dì, da só pòsta coi só róbleri, a ròderse. El tèrz dì l’è partì per Milan. Se ge fus sta sol el sussur de la zènt, forse ‘l saròs restà ìo apòsta per fàrge fronte e magiari ancia per per tòr l’ocasion de punìr davanti a tuti calchedun dei pù corazósi. Però chel che l’à obligià a s-ciampar l’è sta la notìzia segura che ‘l cardinal l’era ìo ìo per arivar ancia da le só bande. Só zio ‘l conte, che de tuta ca storia nó ‘l seva àuter che chel che geva contà ‘l Tìlio, l’averòs pretendù de segur che, ente na situazione come chela ìo, don Rodrigo el fes na gran bèla fegura, e che ‘l giavés el pù grant azzèto dal cardinal. E de segur don Rodrigo nó l’era ‘nle condizion per otègner tut chel’onór. El zio conte, ‘l giaveròs domandà en tuti i particolari su come che era nà le ròbe, perché l’era ‘l moment zust per mossàr l’importanza de la famìlia ai òcli de n’autorità ‘nzì granda. Per s-civar n’impìzz enzì descòmot, don Rodrigo, l’è levà prima che levàs el sol, l’è montà su la ciaròzza ensèma al Gris e a àutri slàizeri, che i lo zircondava davanti e de dré, e l’è partì dàndoge órden ai servi de nàrge dré pù tardi. L’è s-ciampà come n’òm che s-ciampa, come (lagiàme far en confront notòrio) Catilina cando che l’è s-ciampà da Roma: enrabià e zuràndo che ‘l saròs tornà prést, ancor pù fòrt e bulo, per vendicarse. Entant el cardinal el nidéva a visitar una al dì, tute le paròchie del teritòri de Lecco. Entel dì che ‘l geva da arivar ente chela de la Lucia, zà na gran part dei paesani i era nadi su la strada per nàrge ‘ncòntra. D’imprinzìpi al paes, pròpri arènt a la ciaséta de le nòsse doi feumne, i eva fat l’arc’ per el cardinal, late de pin en pè e de travèrs fodrade de paia e de dase e de rami verdi de nas ornadi de strupacùi rossi; la fazzada de la glésia l’era tuta ‘n tapé; al davanzàl de ogni finestra pendéva zó cuèrte e linzòi destendùdi, panzèi dei pòpi che i feva da bandiere; tut chel pòc’ che era pròpri nezessàri l’era sta sistemà en modo da ‘mparér, ben o mal, vergot de inutile e de abeliment. Entorn a le dés de sera, l’ora che ‘l cardinal el geva da arivar, ancia chei che era restà a ciasa, perlopù vècli, feumne e pòpi, i s’è ‘nviàdi per nàrge ‘ncòntra, zèrti ‘n fila a l’órden, àutri a grupéti, con dinanzi don Abondio, che ge deva fastìdi tuta ca festa, sia per el rumor che i lo stornìva, sia per la confusion de zènt che néva avanti e ‘ndré e che, ‘l seghitava a lamentàrse, la ge feva ziràr la testa, e ancia per el tormént secrèt che le feumne le avés podèst baderlàr, e ge tociàs far i conti col matrimòni che nó l’eva volèst far. Cando eco che se scomenzia a véder che arivava ‘l cardinal, o per dìrla ben, la fóla ‘ndo che ‘n mèz g’era el portà sul só biròz e zircondà da tuta la cóa dei só servi, perché en realtà, de tuta ca prozession nó se vedéva àuter che ‘n segn àut, sora tute le teste: en tòc’ de crós che ‘l ciapelàn el portava a ciavàl de na mula. La zènt che era con don Abondio la s’è petada come na boarìa per taciàrse a l’àutra fola; e el, dopo aver ripetù tante bòte: “Plan! En fila! Ma che féo po'?”, el s’è voutà ‘nzispà e seghitando a brontolar: “L’è ‘n gazèr, l’è ‘n gazèr”, l’è nà dent en glésia, che al moment l’era ancor vòida, e ìo ‘l s’è metù a spetar. El cardinal el nidéva avanti, e l’ambenedìva con la man e ‘l rizeveva benedizion da le ós de la zènt, che i só sèrvi i feva fadìgia a tègner en pòc’ lontana. Essèndo ‘l paes de la Lucia, ca zènt l’averòs volèst mossàrge n’azzèto el pù possìbol festos; ma nó l’era fàzile far de pù, perché dapertut endo che ‘l néva, tuti i eva fat tut chel che i era bòni per fàrge pù festa. Zà d’imprinzìpi de la só incombènza da vescovo, entant che ‘l neva per la prima bòta entel dòm, la fola le se era petada adòs a el con na tal passion e pression che se geva paura che nó ‘l se fés mal; e arcanti nòbili mèzi parènti i eva perfìn tòt fòr la spada con chela de spaventar e paràr de vòuta la zènt. L’era ‘nzì tanta la passion e la furia ente le usanze de chel’epoca che, ancia per mossar afèto a ‘n vescovo ‘n glésia, e per combàter chel’afèto, se podéva arivar scasi a riszar la vita. E forse ca difesa nó la saròs nancia stada assà, se doi prèti gaiàrdi, el maestro e vice maestro de le zerimònie, che i geva nòm Clerici e Picozzi, nó i l’avés solevà de péso e a braz portà dal porton enfìn a l’autàr magiore. Da alor, en tute le visite pastorali che ‘l geva da far, el moment de nar ent en glésia l’è sèmper sta, senza esazeràr, una de le só fadìge da vescovo pù greve e, a bòte, perfìn en perìcol. Ancia ‘nte chesta l’è nà ént come che l’à podèst; l’è nà su l’autàr e, dopo èsser sta ìo nossocànt a dir su orazion, l’à fat, come che ‘l feva de sòlit, na prediciòta a la zènt, sul só amor per lori, sul só desidèri de la só salvezza, e come che i dovés preparàrse per le funzion del dì dopo. Po' l’è nà ‘nla ciasa del paroco, e tra le àutre parlade, ‘l giâ domandà informazion sul Renzo. Don Abondio ‘l giâ contà che l’era ‘n putèl en pòc’ asvèlto, en pòc’ testàrt, en pòc’ zidiós. Però a domande pù prezìse l’à cognèst risponder che l’era ‘n gialantòm, e che ancia el nó ‘l seva ciapìr come che a Milan l’aves podèst far tute che piazzarolade che i diseva. “Cant a la putèla,” dis el cardinal, “pensào ancia voi che la pòl nìr a star cì a só ciasa senza perìcol?” “Per adès,” à respondù don Abondio, “la pòl nìr e star cì, come che la vòl: digi, per adès; ma,” po' ‘l dis con en sospirón, “ge voròs che vossiorìa lustrìssima la fus sèmper cì, o almen vizìn.” “El Sioredio l’è sèmper vizìn,” dis el cardinal: “e comunque, penserài mì a méterla al segur.” E l’à dat sùbit órden che, ‘l dì dré, partìs la doman bonora en biròz, con en drapèl de guardie, a tòr le doi feumne. Don Abondio l’è partì tut contènt che ‘l cardinal el g’avés parlà dei doi putèi, senza domandàrge perché ‘l s’era refudà de maridàrli. — Sichè no ‘l sa ‘ngot, — el diseva ‘ntrà de el: — l’Agnese l’è stada ‘n silènzio: miràcol! L’è ben vera che i tornerà a véderse; ma ge darén àutre istruzion, ge darén. — E nó ‘l seva, ‘l pòver’òm, che ‘l Federigo nó ‘l geva parlà de chel’argoment, apòsta perché ‘l voléva parlàrgen pù tant e ben, cando che ge fus sta pù tèmp; e prima de dàrge chel che ‘l se meritava, el voleva sentìr ancia le só resón. Ma i pensieri del bòn monsignor per méter la Lucia al segur i era deventàdi inutili: dopo che i l’eva lagiada enca ciasa del saltor, era suzzedù àutre ròbe, che ve doven contàr. Ente chei pòci dì che le era restade ‘nte ca ciasèta del saltór comoda, ancia se l’era pìzzola, le doi feumne le eva provà per chel che l’era possìbol, de tornar a far chel che le eva sèmper fat prima. La Lucia l’à domandà sùbit de podérse mantègner, e come che l’eva fat entel convènt, l’à s’è metùda a cóser, da só pòsta ente na ciameréta, lontana dai òcli de la zènt. L’Agnese enveze la néva ‘n pòc’ ancia fòr de ciasa e ‘n pòc’ la steva ìo con só fiòla. Le só parlade le era pléne de afèto, ma ‘ntel stes tèmp plene de malincolìa: tute doi le seva che da ìo a pòc’ le averòs dovèst separàrse. La Lucia nó la podéva difati restar tant vizìna al pòsto endo che viveva ancor cì che l’eva tormentada. Ma cant saròssela durada po' ca separazion? El doman l’era scur, embroià: spezialment per una de le doi, la Lucia. L’Agnese però la se feva coràzo con empensade che tut geva da nar ben: la pensava che ‘l Renzo, a men che nó ge fus suzèst vergot de brut, prést l’averòs mandà a dir só nòve; e se l’eva trovà ‘n laóro e ‘n pòsto ‘ndo che fermàrse, e se (nó g’era da dubitar) el mantegnìva le só promesse, perché po' nó se podeva nar a star con el? La parlava de spés de ste speranze con só fiòla. Ma per la Lucia l’era difìzil scoutar e ancor pù difìzile riponder. Enfati la geva ‘n secrèt che nó l’eva mai dit a ‘nzuni: el voto de nocènza fat ente la disperazion. Da na banda l’era preocupada dal fato de scònderge na ròba compagna a só mama, enzì bòna come che l’era; e nó l’era nancia ‘l prìm bòt che la ge scondéva vergota. Da l’àutra, però, la se sentìva blocada da la vergògna e da le tante paure che en zà dit. E ‘nte sto modo la seghitava a trivar dì per dì, senza mai trovar el coràzo de dir engot. I só prozèti i era ben diferènti da chei de só mare, o per mèio dir, nó la ge neva mìgia. La se era metùda enle man de la Providènza. Sichè la provava a s-ciampàrge a le parole de só mama o almen de dir vergot àuter; o se no la parlava enten modo confus, disèndo che nó la geva pù speranza e nancia desidèri de ‘ngot ente sto mondo, se non de podér star con só mama. Scasi sèmper, le làgrime le arivava al momento zust a far desméter le parole. “Sas perché te par che la sia ‘nzì? Ge diseva l’Agnese: “l’è perché às patì ‘nzì tant, e nó te par vera che la pòdia voutàrse e nar ben. Ma làgia far al Sioredio; e se… Lagia che se védia na lumàta, apena na lumata de speranza; e po' me saveràstus dir se nó te ‘nterèssa pù de ‘ngot.” La Lucia le ge deva ‘n baso a só mama e la planzeva. Per àuter entrà de lore e ca famìlia che i le logiava, sùbit era nat na grant’amicìzia: e ‘ndo poderòssela nàsser mèio po' n’amicìzia se nón tra cì che rizéve n’aiùt e cì che lo offre, cando che le une e le àutre l’è brava zènt? L’Agnese spezialment, la feva ‘n gran zacolar con la padrona. El saltor po', come divertiment, el contava storie disèndo ròbe onèste: e spezialment entant che i disnava, el geva sèmper vergot de curios da contàr, come per esèmpi i fati de Bovo d’Antona o le storie dei Padri del deserto. Pòc’ lontan da chel paesòt, g’era ‘n vizilatùra n’òm e na feumna gran siori; don Ferrante e la siora Prassede: la stìrpa, come sèmper l’è restada ‘nla péna del scritor scognossù. La siora Prassede l’era na vècla nòbile che ge plaséva far del ben: de segur en mister pù dégn che n’òm o na feumna pòdia far; en mister che però a bòte ‘l pòl ancia far dani, come tuti i àutri. Per far del ben, ge vòl cognósserlo; e, come tute le ròbe, nó podén cognósserlo che ‘n mèz a le nòsse passion, con i nòssi zudìzi, con le nòsse idee; e cheste, de spés, le è come che le è. Con le idee la siora Prassede la se regolava come che se dis che se deve far coi amìzi: la ge neva pòce; ma a che pòce la ge tegnìva tant. Tra che pòce, ge n’era, per scarògna, tante de stòrte; e èstra nó l’era chele che la ge tegnìs de men. Sichè ge suzzedéva de convìnzerse che na ròba la fus zusta ma che ‘n realtà nó l’era vera; opur la doprava mèzi che, ‘nveze che aiutarla a far na bòna azion, i la portava ente la direzion revèrsa; o ancia la se convinzéva che zèrte azion se podés fàrle e magiari nó se podéva, sol perché la pensava che cì che laora tant e che ‘l fa de pù del só dovér el giâ ancia ‘l dirìto de nar fòr da le regole. Ge suzzedeva de nó véder ben come che le era zèrte situazion, o de ‘mmazinàrse che ‘nte che situazion ge fus ròbe che ‘nveze nó g’era. E ge suzzedéva tante àutre ròbe compagne, eróri che pòl ciapitàrge a tuti, ancia a le persone pù onèste, ma la siora Prassede le ge suzzedeva de spes ancia massa e a bòte tute ‘nsèma. Cando che è nà fòr la ós de chel fato straordenari ciapità a la Lucia, e tut chel che ‘nte chel tèmp se diseva su de ela, a la siora Prassede g’è nù la curiosità de cognósserla de persona. E alor l’à mandà na ciaròzza, compagnada da ‘n vècel servo, per nar a tòr la Lucia e só mare. La Lucia però, la stentava a azetar, e la se strenzéva ‘nle spale perché l’era respetósa, e la ‘mpregiava ‘l saltór, che l’eva bù l’incombènza de riferìr che l’era ‘nvidada, de trovàrge fòr na scusa per nó nar. Enfìn che s’era tratà de persone a la bòna, curióse sol de véder ca putèla del miràcol, el saltór i l’eva aidada volintera a s-civàrle, ma ‘nte sto caso cì l’era na gran siora che i l’anvidava, e refudar ge ‘mpareva scasi de manciar de rispèto. E ‘nzì l’à scomenzià a ‘mpontàrse con parole e sclamazion: el diseva che nó se podeva refudar n’azèto compàgn, che la ciasa l’era granda, e che ai siori nó se ge dis mai de no, che podéva èsser na bona ocasion per en doman, e che la siora Prassede l’era ancia na santa dòna, ensoma tante ròbe. L’à fat e l’à dit, con l’Agnese che ge deva resón su tut disèndo ogni tant “segur, ma segur”, che la Lucia a la fin la cognèst zéder e azetar de nar. Arivade davanti a la siora, chesta la giâ fat en mùcel de fèste, e tante congratulazion; la giâ domandà de tut, i l’à consiliade e tut con en zèrto tòno, come se ela la fus nata per èsser sèmper sora come l’òio, però la parlava con parole umili, la se ‘nteressava con sinzerità, e ogni tant la ge feva esèmpi reliziósi e de moralità. Grazie a sto modo de far l’Agnese scasi sùbit e la Lucia pòc’ dopo le à scomenzià a star pù dèstre e le se è liberade del timór e del respèt che le geva d’imprinzìpi davanti a ca persona tanto siora e nòbile. Anzi, l’è nada a finìr che le à giatà la siora Prassede na feumna simpatica e ‘nteressante. Per fàrla curta, la siora Prassede, savèndo che ‘l cardinal el s’era tòt l’incombènza de trovàrge ‘n cartiér per la Lucia, la s’è sentùda ela de risòlver ca chestion e adiritura de antizipàr la bòna azion e la s’è ofèrta de tòr ela la Lucia ‘n ciasa. Ìo, senza èsser obligiada a laorar, l’averòs podèst aidàrge a le àutre dòne ‘ntei mistéri de ciasa, ma sol se l’aves volèst. E po' la giâ dit ancor che l’averòs pensà ela a avisar el monsignor de sta dezision. Estra a l’aiùt fetìo e pronto che la offrìva togèndose la Lucia ‘n ciasa, la siora Prassede la geva ancia n’àuter scòpo, che ela stessa la calcolava ancor pù ‘mportante: endrizzar via la putèla, corézerla, méterla su la strada bòna, perche secondo ela la ge neva ‘n gran bisògn. Difati, enfìn da cando che l’eva sentù parlar de la Lucia ‘l prim bòt, la s’era sùbit convìnta che na putelòta che la s’era metùda a parlàrge a un pòc’ de bòn, a ‘n ribèle, ensoma a ‘n slàizer, calche magiagna, calche vizi scondù la geva da avér ancia ela. Dime con cì che vas, e te dirài cì che sès. La visita de la Lucia da la siora Prassede nó l’eva fat àuter che convìnzerla ancor de pù. Nó l’è che, zó ‘l font, nó la ge parés na bòna putèla, ma secondo ela g’era tante ròbe da corézer. Chel far rispetós, con la testa sèmper bassa e ‘l barbizzòl scasi encolà al stómec’, po' chel parlar pòc’ e a stènto, l’era tut ròbe che podeva ‘mparér umiltà, ma per la siora Prassede le voléva dir enveze testardàzine: l’era segur, la pensava, che ca testa la geva idee tute sóe. E po', chel seghitar a deventar rossa e tratègner i sospìri… e chei oclóni po' che a la siora Prassede nó ge plaséva pròpri mìgia. La siora Prassede l’era pròpri convìnta, come se i ge l’avés dit zènt fidada, che tute le disgrazie che g’era ciapità a la Lucia le fus na punizion del Sioredio, tut per via de chel ligiament che l’eva bù con chel linzéra de Renzo, e che le fus en segnal del ziél perché la se ‘n destaciàs dal tut. Per tut chesto la g’eva ‘ntenzion de far la só part a sta zusta separazion. Dato che la ripetéva, a se stessa e ancia ai àutri, che ‘l só unico scòpo l’era nar dré a la volontà del Sioredio, la geva però l’abitudine sbagliada de confónder la volontà de Chel su sora con le só idee. Però, nó l’eva mai fat savér a la Lucia sto só secónt propòsit. Una de le só sentènze difati l’era che, per reussìr a aidàr calchedun, de sòlit l’è meio nó fàrge savér chel che se vòl otègner da el. Mare e fiòla le s’è vardade ‘ntel mus. Davanti a chel bisògn enzì doloros de cognér separàrse, l’ofèrta de la siora Prassede, la g’era parèsta a tute doi da azetar, se nó àuter perché ca ciasa l’era dausìna al só paesòt: siché a la pézi, le averòs podèst rivéderse e star en pòc’ ensèma l’istà cando che la siora la nidéva ‘n vizilatura. Vìsto che tute doi le era d’acòrdi, le s’è voutade vèrs la siora Prassede e ringraziando le à azetà. La siora l’à giâ rinovà i complimenti e le promesse, e la giâ dit che la mandava sùbit na lìtera da presentàrge a monsignor. Dopo che le feumne le è partìde, la siora Prassede la s’è fata scrìver la lìtera dal sior Ferrante, che l’era ‘l só òm e che, essèndo lezù, come che vederén dopo, el ge feva da secretàri ente le ocasion pù importanti. Sicome se tratava pròpri de una de che ocasion, el sior Ferrante l’à metù tuta la só siènza entel scriver ca lìtera, e, consegnàndoge a la só spósa la bruta còpia da ricopiar, el giâ racomandà come a ‘n sant, de star atènta a le régole de la scritura, che l’era una de le tante siènze che l’eva studià, e una de le pòce ‘ndo che comandava ancor el ente ca ciasa. La siora Prassede la ricopià la lìtera con gran scrùpol e i l’à fata spedìr enla ciasa del saltór. Tut chesto l’era suzèst doi o trei dì prima che ‘l cardinal el mandas la ciaròzza a riportar l’Agnese e la Lucia al só paes. Cando che le è arivade, le è desmontade davanti a la cialòngia, endo che g’era ‘l cardinal. G’era l’órden de fàrle passar sùbit: el ciapelàn, che l’è sta ‘l prìm a véderle, l’à ubidì, tegnèndole ìo sol chel tant per dàrge calche istruzion en prèssa, su come che le geva da comportàrse davanti al monsignor, e su come clamàrlo; chesta l’era na ròba che ‘l feva de sòlit, ogni bòt che ‘l podeva e de scondión da el. Per chel pover’òm l’era ‘n continuo tormento ‘l véder el pòc’ rigor che regnava ‘ntorn al cardinal. De spes el diséva con i àutri de la ciasa che l’era tut colpa de la gran bontà de chel’òm benedét e de la só gran confidanza. E ‘l contava de avér perfìn sentù pù de ‘n bòt con le só récle che calchedun rispondeva adiritura sior sì, e sior no. Ente chel moment el cardinal l’era drè a descórer con don Abondio, sui afari de la paròchia: de modo che nancia el l’eva podèst, come che l’averòs volèst, dar le só istruzion a le doi dòne. Sol entel passàrge arènt, cando che ‘l neva fòr, e ele le nidéva ént, l’à podèst dàrge n’oclada per fàrge ségn che l’era contènt de lore, e che le seghitas, da brave, a nó dir engot. Dopo i primi saluti da na banda, e i primi inchìni da l’àutra, l’Agnese l’à tòt fòr la lìtera da la sbòza e i ge l’à presentada al cardinal, disèndo: “l’è de la siora Prassede, che la dis che la cognós benón vossiorìa lustrìssima, monsignor; come che naturalment, tra de voi gran siori, cognéo cognósserve tuti. Cando che l’averà lezù, el vederà.” “Benón,” dis el Federigo, cando che l’à lezù, e ciapì ‘l sugo del senso tut enfioretà del sior Ferrante. El cognosséva ca ciasa chel che era assà per èsser segur che la Lucia la saròs stada azetàda con na bòna intenzion, e che ìo la saròs stada segura dai perìcoi e da le angiarìe de chel seciabàle. Che idea che ‘l giavés dei pensieri de la siora Prassede, nó se pòl dir che la sia stada tant bòna. Scasi de segur nó l’era ela che l’averòs pensà per chel scòpo; ma, come che en zà dit e fat entènder prima, el nó l’era de segur usà a desfar le ròbe che nó i lo tociava, per rifarle meio. “Azetà con rassegnazion ancia sta separazion cì e ‘l timór che géo adès,” po' ‘l giâ dit ancor: “vardà de avér fede che tut se finirà prést, e che ‘l Sioredio ‘l vòl far nar le ròbe vèrs chel che ‘mpar che ‘l volés fàrle nar; ma tegnì per segur che chel che ‘l vorà El, el sarà ‘l mèio per voiàutre.” Po' l’à dit a la Lucia spezialmente ancor calche bèla parola; calche àutra consolazione a tute doi; i l’à ‘mbenedìde e po' i l’à lagiade nar. Apena fòr da la cialòngia, le s’è trovade adòs en siàm de amìzi e de amìche, se pòl dir tut el comun che i le spetava, e i la compagnade a ciasa, come ‘n trionfo. Tra tute che feumne l’era na gara a cì che se congratulava, a compatìr, a domandar; e tute le sclamava dal dispiazér, a savér che la Lucia la saròs partìda ‘l dì dré. I òumni i se spenzéva un con l’àuter per ofrìr calunque piazér; ognun voléva star ìo ca nòt a far la guardia a la ciaséta. Su sto fato, en scritor senza nòm, l’à pensà de scrìver en provèrbi furbo: voléo avér tanti amìzi che ve aiùta? Alor vardà de nó avérnen de bisògn. Tante feste ‘nzì le confondeva e le sbalordìva la Lucia: l’Agnese enveze nó la se perdeva per enzì pòc’. Però a la fìn le giâ fat ben ancia a la Lucia, desviàndola via dai pensieri e dai ricòrdi che, purtròpo, ancia ‘n mèz a tut chel treboldèri, ogni tant ge nidéva ‘n ment, a nar ént enca ciaséta, en che ciameréte, a véder ogni ròba. A sentìr la ciampana che sonava i bòti che era dré a scomenziar le funzion, tuti i s’è ‘nviadi vèrs la glésia, e per le nòsse feumne l’è sta n’àutra spassezada da trionfo. Ruàde le funzion, don Abondio, che l’era córs a véder se la Perpetua l’eva parezzà tut ben ogni ròba per el disnàr, l’è sta clamà dal cardinal. L’è nà sùbit dal grant envidà, che, lagià che ‘l vègnia pù dausìn, l’à scomenzià: “sior curàt,” e che parole le era stade dite enten modo da far ciapìr che le era sol el prinzìpi de ‘n discórs lònc’ e sèrio: “sior curat, perché po' nó èo maridà ca pòra Lucia col só spós prometù?” ― Che doi le à svoidà ‘l sac’ stamatìna, ― à pensà sùbit don Abondio; e l’à respondù tontonànt: “monsignor lustrìssim l’averà ben sentù parlar dei scombussolaménti che è nù fòr per chel’afare: l’è sta na tal confusion da nó podér, nancia al dì d’ancòi, ciapìrgen dént vergot: e vossiorìa lustrìssima la pòl véderlo dal fato che la Lucia l’è cì, dopo tanti azidènti, come per miràcol; e chel putèl, dopo tanti àutri azidènti, nó se sa ‘ndo che ‘l sia. “Ve domandi,” dis ancor el cardinal, “se l’è vera che, prima de tuti sti fati, ve seo refudà de fonzionar el matrimòni, cando che i ve l’à domandà, entel dì che era destinà; e ‘l perché.” “A dir la verità… se vossiorìa lustrìssima la savés… che comandi… che órdeni tremèndi che ài bù de nó parlar…” E l’è restà ìo senza conclùder, enten n’ato, da far entènder, con gran rispèt, che ‘l saròs sta scasi sfazzà el volér savérnen de pù. “Ma!” dis el cardinal, con na ós e col mus ancor pù sèrio del sòlit: “l’è ‘l vòs vescovo che, per só dover e per le vòsse scuse, che ‘l vòl savér da voi el perché che nó eo fat chel che, de regola, èreo obligià a far.” “Monsignor,” dis don Abondio, fasèndose pìzzol, pìzzol, “nó volévi pròpri… ma m’è parèst che, sicome se tratava de chestion complicade, ròbe vècle e ormai senza remèdi, el fus inutile tornar a mesdar… però, però, digi… mì sai che Vossiorìa Lustrìssima nó la vòl de segur arbandonar en pòer paroco come mì. Perché ‘l vàrdia, monsignor, Vossiorìa Lustrìssima nó la pòl èsser dapertut; e mì rèsti cì da mé pòsta… Però, se El i me lo comanda, dirai, dirài tut.” “Diséme: mì nó vòi àuter che voi nó g’ébieo colpa.” Alor don Abondio ‘l s’è metù a contàrge tuta ca bruta storia; però senza dìr el nòm prinzipale, cambiàndol con: en gran sior; dàndoge ‘nzì a la prudenza tut chel pòc’ che se podéva, obligià come che l’era a parlar. “E nó éo bù n’àuter motìvo no?” giâ domandà ‘l cardinal, cando che don Abondio l’eva finì de parlar. “Ma alor forse nó ne sen ciapìdi ancor ben,” à rispondù don Abondio: “sota pena de la vita, i m’à ‘ntimà de nó far chel matrimòni.” “E chesta ve par che ‘l sia na bòna resón per lagiàr ìo de far en vòs prezìso dover?” “Mì ài sèmper vardà de fàrlo, ‘l me dovér, ancia cando che m’è costà sacrifìzi, però cando che ge va de mèz la vita…” “E cando che ve séo presentà per deventar prèt,” dis, con na ós ancor pù sèria ‘l Federigo, “la Glésia v’ala forse garantì la segurezza de la vita? V’àla dit che i dovéri de la vòssa mission i saròs stadi senza dificoltà, fòr da ogni perìcol? O forsi l’a v’à dit che, ‘ndo che scomenzia ‘l perìcol, ìo finìs ancia i vòssi dovéri? O ‘nveze la v’à dit el contràri? Nó v’àla avertì che néveo come n’agnél en mèz ai lupi? Nó séveo voi che g’era i òumni spòtici e che a chesti poròs nó plàserge chel che i v’à comandà de far? Chel che n’à dat l’insegnamént e l’esèmpi, Chel che ne permét de clamàrne pastori come El, àl forse pretendù, cando che l’è nù su sta tèra, de star al segur? E, ve digi, per salvar per conservar la vita, per vìver sol calche dì de pù su sta tèra sacrificando la ciarità e ‘l dovér, g’era bisògn del sacramént, de l’imposizion de le man, de la grazia de nar prèt? No! Per chesto l’è assà ‘l mondo: basta ‘l mondo a ‘nsegnar sta dotrìna cì. Ma che dìgite po'? oh vergògna! perfìn el mondo i la refuda: ancia ‘l mondo ‘l giâ le só lézi, che le dis chel che zust e chel che è sbaglià; ancia ‘l mondo ‘l giâ ìl só vanzèlo, en vanzèlo che ‘l pòza su la superbia e su l’odio; e nancia ‘l mondo l’azèta che se dòperia l’amor per la vita come scusa per disubidìr a le só regole. Nó i lo permét, e tuti i ubidìs. E noi? noi che sén fiòi e missionari del vanzèlo del Sioredio? Come saròssela po' la Glésia, se tuti i prèti i parlàs come voi? Che saròs deventà po' de la Glésia se la se fus presentada al mondo con ste idee?” Don Abondio l’era ìo con la testa bassa: el se sentìva dal tut sotometù da chei argomenti, come fus en poiàt tra le sgrìnfie de n’agolìn, solevà enten mondo mai cognossù, ente n’aria che nó l’eva mai respirà. Avèndo ciapì che vergot ge voléva che ‘l rispondés, l’à dit con na zèrta rassegnazion sforzada: “Celènza, pòl dàrse che mì g’àbia tòrt. Cando che la vita nó la dev’èsser tegnùda ‘n cont, nó sai dalbòn che risponder. Ma cando che se giâ da far con zerta zèntàia, persone spòtiche, che nó le vòl sentìr resón, ancia se se volés far el corazós, nó vedi pròpri che vantàzi che se poròss tiràr fòr. Chelìo l’è ‘n sior che nó se pòl né vénzer né arivar a ‘n compromés.” “Ma nó séo no che patìr per la zustìzia vòl dir, per noiàutri, otègner la vera vitòria? E se nó séo chesto, che ge prediciào po' a la zènt? Che razza de guìda seo po'? cala èl po' la bòna nòva che ge portào ai pouréti? Cì èl po' che pretènt da voi de vénzer i potènti con la forza? Zèrto nó ve sarà domandà, ‘n dì, se seo stadi bòni de tègner a bacéta i spòtici; perché nó seo stadi mandadi per far chesto, e nancia v’è sta dat i mezzi per fàrlo. Ma ve sarà domandà se l’eo dopràdi ben i mezi che era ‘nla vòssa man per far chel che ve era sta ordinà, ancia cando che i potènti i aves bù ‘l tòno de proebìrvel.” — Ancia sti santi cì i giâ ben idee strambe, — el pensava ‘ntant don Abondio: — a la fin dei conti, a vardàr ben, i ge tègn de pù a l’amor de doi putèi che a la vita de ‘n pòer prèt. — Cant a el l’averòs preferì a la granda che tut chel discórs el ruàs ìo; però ‘l se nascorzéva che ‘l cardinal, a ogni pausa, el restava ìo con la fazza de cì che se spèta na risposta: na confession, na scusa, ensoma vergot. “Torni a dìrge, monsignor,” l’à rispondù alor don Abondio, “giaverài tòrt mì… Ma ‘l coràzo, se un nó i lo giâ, da só pòsta nó ‘l pòl dàrsel.” “Ma alor, poderòssi domandàrve: perché po' ve seo tòt su l’incombènza, chela de fàrve prèt, che la prevét de dovér dàrge contra a le passionn del mondo? Ma mì ‘nveze ve domandi: come mai po' nó pensào che, se ‘nte sto ministèri, comunque ve ge sìeo metù, ve è nezessàri aver coràzo, per rispetar i vòssi doveri, g’è Calchedun che chel coràzo i ve lo dà de segur, se ge ‘l domandào? Ma voi credéo che tuti chei milioni de màrtiri i abia bù ‘l corazo de natura? che nó i ge tegnìs a la vita? tanti putelòti che i scomenziava a sentìrnen el saór, tanti vècli che se lamentàva che la fus zà dré a finìr, tante signorìne, tante spóse, tante mame? Epur tuti i à trovà ‘l coràzo, perché ‘l coràzo l’era nezessàri, e perché i geva fiducia ‘ntel Sioredio. Cognossèndo le vòsse deboléze e i vòssi dovéri ve seo mai preparà a ‘nfrontàr i passi difìzili che podeva ciapitàrve, e che difati v’è ciapità? Ah! Se ‘nten tanti ani de ministèri geo (e come nó avròsseo podèst?) volèst ben al vòs pòpol, se eo metù dént el vòs còr, le vòsse cure, le vòsse sodisfazion, el coràzo, al bisògn, nó ‘l geva da manciàrve: l’amor nó ‘l sa chel che l’è la paura. Ebèn, se voi ge voléveo ben a chei che nidéva a consegnàrse a voi per le cure de l’ànima, chei che voi clamào fiòi; cando che eo vist doi de lori spaventadi, ‘nsèma con voi, ah zèrto! come che la vòssa paura la v’à fat tremar per voi stes, enzì la ciarità cristiana la ve averà fat tremar per lori. Avereo ciapì ca vòssa paura come na vòssa deboléza; averéo pregià per avér la forza de vénzerla, perché l’era na tentazion. Ma chel zusto timor, chel’ansia premurosa per i vòssi fedéli, l’averéo sentìda per dalbòn, chela nó le averà dat paze, chela la ve averà spenzù, obligià, a pensar e a far tut chel che era possìbol per salvàrli dal perìcol. Alor: che v’àla fat pensar po' la paura e l’amor? Che eo fat po' per lori? Che èl po' che eo pensà?” E po' la tasèst e l’è restà ìo come cì che speta.
A una siffatta domanda, don Abbondio, che pur s’era ingegnato di risponder qualcosa a delle meno precise, restò lì senza articolar parola. E, per dir la verità, anche noi, con questo manoscritto davanti, con una penna in mano, non avendo da contrastare che con le frasi, nè altro da temere che le critiche de’ nostri lettori; anche noi, dico, sentiamo una certa ripugnanza a proseguire: troviamo un non so che di strano in questo mettere in campo, con così poca fatica, tanti bei precetti di fortezza e di carità, di premura operosa per gli altri, di sacrifizio illimitato di sè. Ma pensando che quelle cose erano dette da uno che poi le faceva, tiriamo avanti con coraggio. “Voi non rispondete?” riprese il cardinale. “Ah, se aveste fatto, dalla parte vostra, ciò che la carità, ciò che il dovere richiedeva; in qualunque maniera poi le cose fossero andate, non vi mancherebbe ora una risposta. Vedete dunque voi stesso cosa avete fatto. Avete ubbidito all’iniquità, non curando ciò che il dovere vi prescriveva. L’avete ubbidita puntualmente: s’era fatta vedere a voi, per intimarvi il suo desiderio; ma voleva rimanere occulta a chi avrebbe potuto ripararsi da essa, e mettersi in guardia; non voleva che si facesse rumore, voleva il segreto, per maturare a suo bell’agio i suoi disegni d’insidie o di forza; vi comandò la trasgressione e il silenzio: voi avete trasgredito, e non parlavate. Domando ora a voi se non avete fatto di più; voi mi direte se è vero che abbiate mendicati de’ pretesti al vostro rifiuto, per non rivelarne il motivo.” E stette lì alquanto, aspettando di nuovo una risposta. — Anche questa gli hanno rapportata le chiacchierone, — pensava don Abbondio; ma non dava segno d’aver nulla da dire; onde il cardinale riprese: “se è vero, che abbiate detto a que’ poverini ciò che non era, per tenerli nell’ignoranza, nell’oscurità, in cui l’iniquità li voleva... Dunque lo devo credere; dunque non mi resta che d’arrossirne con voi, e di sperare che voi ne piangerete con me. Vedete a che v’ha condotto (Dio buono! e pur ora voi la adducevate per iscusa) quella premura per la vita che deve finire. V’ha condotto... ribattete liberamente queste parole, se vi paiono ingiuste, prendetele in umiliazione salutare, se non lo sono... v’ha condotto a ingannare i deboli, a mentire ai vostri figliuoli. — Ecco come vanno le cose, — diceva ancora tra sè don Abbondio: — a quel satanasso, — e pensava all’innominato, — le braccia al collo; e con me, per una mezza bugia, detta a solo fine di salvar la pelle, tanto chiasso. Ma sono superiori; hanno sempre ragione. È il mio pianeta, che tutti m’abbiano a dare addosso; anche i santi. — E ad alta voce, disse: “ho mancato; capisco che ho mancato; ma cosa dovevo fare, in un frangente di quella sorte?” “E ancor lo domandate? E non ve l’ho detto? E dovevo dirvelo? Amare, figliuolo; amare e pregare. Allora avreste sentito che l’iniquità può aver bensì delle minacce da fare, de’ colpi da dare, ma non de’ comandi; avreste unito, secondo la legge di Dio, ciò che l’uomo voleva separare; avreste prestato a quegl’innocenti infelici il ministero che avevan ragione di richieder da voi: delle conseguenze sarebbe restato mallevadore Iddio, perchè si sarebbe andati per la sua strada: avendone presa un’altra, ne restate mallevadore voi; e di quali conseguenze! Ma forse che tutti i ripari umani vi mancavano? forse che non era aperta alcuna via di scampo, quand’aveste voluto guardarvi d’intorno, pensarci, cercare? Ora voi potete sapere che que’ vostri poverini, quando fossero stati maritati, avrebbero pensato da sè al loro scampo, eran disposti a fuggire dalla faccia del potente, s’eran già disegnato il luogo di rifugio. Ma anche senza questo, non vi venne in mente che alla fine avevate un superiore? Il quale, come mai avrebbe quest’autorità di riprendervi d’aver mancato al vostro ufizio, se non avesse anche l’obbligo d’aiutarvi ad adempirlo? Perchè non avete pensato a informare il vostro vescovo dell’impedimento che un’infame violenza metteva all’esercizio del vostro ministero?” — I pareri di Perpetua! — pensava stizzosamente don Abbondio, a cui, in mezzo a que’ discorsi, ciò che stava più vivamente davanti, era l’immagine di que’ bravi, e il pensiero che don Rodrigo era vivo e sano, e, un giorno o l’altro, tornerebbe glorioso e trionfante, e arrabbiato. E benchè quella dignità presente, quell’aspetto e quel linguaggio, lo facessero star confuso, e gl’incutessero un certo timore, era però un timore che non lo soggiogava affatto, nè impediva al pensiero di ricalcitrare: perchè c’era in quel pensiero, che, alla fin delle fini, il cardinale non adoprava nè schioppo, nè spada, nè bravi. “Come non avete pensato,” proseguiva questo, “che, se a quegli innocenti insidiati non fosse stato aperto altro rifugio, c’ero io, per accoglierli, per metterli in salvo, quando voi me gli aveste indirizzati, indirizzati dei derelitti a un vescovo, come cosa sua, come parte preziosa, non dico del suo carico, ma delle sue ricchezze? E in quanto a voi, io, sarei divenuto inquieto per voi; io, avrei dovuto non dormire, fin che non fossi sicuro che non vi sarebbe torto un capello. Ch’io non avessi come, dove, mettere in sicuro la vostra vita? Ma quell’uomo che fu tanto ardito, credete voi che non gli si sarebbe scemato punto l’ardire, quando avesse saputo che le sue trame eran note fuor di qui, note a me, ch’io vegliavo, ed ero risoluto d’usare in vostra difesa tutti i mezzi che fossero in mia mano? Non sapevate che, se l’uomo promette troppo spesso più che non sia per mantenere, minaccia anche non di rado, più che non s’attenti poi di commettere? Non sapevate che l’iniquità non si fonda soltanto sulle sue forze, ma anche sulla credulità e sullo spavento altrui? — Proprio le ragioni di Perpetua, — pensò anche qui don Abbondio, senza riflettere che quel trovarsi d’accordo la sua serva e Federigo Borromeo su ciò che si sarebbe potuto e dovuto fare, voleva dir molto contro di lui. “Ma voi,” proseguì e concluse il cardinale, “non avete visto, non avete voluto veder altro che il vostro pericolo temporale; qual maraviglia che vi sia parso tale, da trascurar per esso ogni altra cosa?” “Gli è perchè le ho viste io quelle facce,” scappò detto a don Abbondio; “le ho sentite io quelle parole. Vossignoria illustrissima parla bene; ma bisognerebbe esser ne’ panni d’un povero prete, e essersi trovato al punto.” Appena ebbe proferite queste parole, si morse la lingua; s’accorse d’essersi lasciato troppo vincere dalla stizza, e disse tra sè: — ora vien la grandine. — Ma alzando dubbiosamente lo sguardo, fu tutto maravigliato, nel veder l’aspetto di quell’uomo, che non gli riusciva mai d’indovinare nè di capire, nel vederlo, dico, passare, da quella gravità autorevole e correttrice, a una gravità compunta e pensierosa. “Pur troppo!” disse Federigo, “tale è la misera e terribile nostra condizione. Dobbiamo esigere rigorosamente dagli altri quello che Dio sa se noi saremmo pronti a dare: dobbiamo giudicare, correggere, riprendere; e Dio sa quel che faremmo noi nel caso stesso, quel che abbiam fatto in casi somiglianti! Ma guai s’io dovessi prender la mia debolezza per misura del dovere altrui, per norma del mio insegnamento! Eppure è certo che, insieme con le dottrine, io devo dare agli altri l’esempio, non rendermi simile al dottor della legge, che carica gli altri di pesi che non posson portare, e che lui non toccherebbe con un dito. Ebbene, figliuolo e fratello; poichè gli errori di quelli che presiedono, sono spesso più noti agli altri che a loro; se voi sapete ch’io abbia, per pusillanimità, per qualunque rispetto, trascurato qualche mio obbligo, ditemelo francamente, fatemi ravvedere; affinchè, dov’è mancato l’esempio, supplisca almeno la confessione. Rimproveratemi liberamente le mie debolezze; e allora le parole acquisteranno più valore nella mia bocca, perchè sentirete più vivamente, che non son mie, ma di Chi può dare a voi e a me la forza necessaria per far ciò che prescrivono.” — Oh che sant’uomo! ma che tormento! — pensava don Abbondio: — anche sopra di sè: purchè frughi, rimesti, critichi, inquisisca; anche sopra di sè. — Disse poi ad alta voce: “oh, monsignore! che mi fa celia? Chi non conosce il petto forte, lo zelo imperterrito di vossignoria illustrissima?” E tra sè soggiunse: — anche troppo. — “Io non vi chiedevo una lode, che mi fa tremare,” disse Federigo, “perchè Dio conosce i miei mancamenti, e quello che ne conosco anch’io, basta a confondermi. Ma avrei voluto, vorrei che ci confondessimo insieme davanti a Lui, per confidare insieme. Vorrei, per amor vostro, che intendeste quanto la vostra condotta sia stata opposta, quanto sia opposto il vostro linguaggio alla legge che pur predicate, e secondo la quale sarete giudicato.” “Tutto casca addosso a me,” disse don Abbondio: “ma queste persone che son venute a rapportare, non le hanno poi detto d’essersi introdotte in casa mia, a tradimento, per sorprendermi, e per fare un matrimonio contro le regole.” “Me l’hanno detto, figliuolo: ma questo m’accora, questo m’atterra, che voi desideriate ancora di scusarvi; che pensiate di scusarvi, accusando; che prendiate materia d’accusa da ciò che dovrebb’esser parte della vostra confessione. Chi gli ha messi, non dico nella necessità, ma nella tentazione di far ciò che hanno fatto? Avrebbero essi cercata quella via irregolare, se la legittima non fosse loro stata chiusa? pensato a insidiare il pastore, se fossero stati accolti nelle sue braccia, aiutati, consigliati da lui? a sorprenderlo, se non si fosse nascosto? E a questi voi date carico? e vi sdegnate perchè, dopo tante sventure, che dico? nel mezzo della sventura, abbian detto una parola di sfogo al loro, al vostro pastore? Che il ricorso dell’oppresso, la querela dell’afflitto siano odiosi al mondo, il mondo è tale; ma noi! E che pro sarebbe stato per voi, se avessero taciuto? Vi tornava conto che la loro causa andasse intera al giudizio di Dio? Non è per voi una nuova ragione d’amar queste persone (e già tante ragioni n’avete), che v’abbian dato occasione di sentir la voce sincera del vostro vescovo, che v’abbian dato un mezzo di conoscer meglio, e di scontare in parte il gran debito che avete con loro? Ah! se v’avessero provocato, offeso, tormentato, vi direi (e dovrei io dirvelo?) d’amarli, appunto per questo. Amateli perchè hanno patito, perchè patiscono, perchè son vostri, perchè son deboli, perchè avete bisogno d’un perdono, a ottenervi il quale, pensate di qual forza possa essere la loro preghiera.” Don Abbondio stava zitto; ma non era più quel silenzio forzato e impaziente: stava zitto come chi ha più cose da pensare che da dire. Le parole che sentiva, eran conseguenze inaspettate, applicazioni nuove, ma d’una dottrina antica però nella sua mente, e non contrastata. Il male degli altri, dalla considerazion del quale l’aveva sempre distratto la paura del proprio, gli faceva ora un’impressione nuova. E se non sentiva tutto il rimorso che la predica voleva produrre (chè quella stessa paura era sempre lì a far l’ufizio di difensore), ne sentiva però; sentiva un certo dispiacere di sè, una compassione per gli altri, un misto di tenerezza e di confusione. Era, se ci si lascia passare questo paragone, come lo stoppino umido e ammaccato d’una candela, che presentato alla fiamma d’una gran torcia, da principio fuma, schizza, scoppietta, non ne vuol saper nulla; ma alla fine s’accende e, bene o male, brucia. Si sarebbe apertamente accusato, avrebbe pianto, se non fosse stato il pensiero di don Rodrigo; ma tuttavia si mostrava abbastanza commosso, perchè il cardinale dovesse accorgersi che le sue parole non erano state senza effetto. “Ora,” proseguì questo, “uno fuggitivo da casa sua, l’altra in procinto d’abbandonarla, tutt’e due con troppo forti motivi di starne lontani, senza probabilità di riunirsi mai qui, e contenti di sperare che Dio li riunisca altrove; ora, pur troppo, non hanno bisogno di voi; pur troppo, voi non avete occasione di far loro del bene; nè il corto nostro prevedere può scoprirne alcuna nell’avvenire. Ma chi sa se Dio misericordioso non ve ne prepara? Ah non le lasciate sfuggire! cercatele, state alle velette, pregatelo che le faccia nascere.” “Non mancherò, monsignore, non mancherò, davvero,” rispose don Abbondio, con una voce che, in quel momento, veniva proprio dal cuore. “Ah sì, figliuolo, sì!” esclamò Federigo; e con una dignità piena d’affetto, concluse: “lo sa il cielo se avrei desiderato di tener con voi tutt’altri discorsi. Tutt’e due abbiamo già vissuto molto: lo sa il cielo se m’è stato duro di dover contristar con rimproveri codesta vostra canizie, e quanto sarei stato più contento di consolarci insieme delle nostre cure comuni, de’ nostri guai, parlando della beata speranza, alla quale siamo arrivati così vicino. Piaccia a Dio che le parole le quali ho pur dovuto usar con voi, servano a voi e a me. Non fate che m’abbia a chieder conto, in quel giorno, d’avervi mantenuto in un ufizio, al quale avete così infelicemente mancato. Ricompriamo il tempo: la mezzanotte è vicina; lo Sposo non può tardare; teniamo accese le nostre lampade. Presentiamo a Dio i nostri cuori miseri, vòti, perchè Gli piaccia riempirli di quella carità, che ripara al passato, che assicura l’avvenire, che teme e confida, piange e si rallegra, con sapienza; che diventa in ogni caso la virtù di cui abbiamo bisogno.” Così detto, si mosse; e don Abbondio gli andò dietro. Qui l’anonimo ci avvisa che non fu questo il solo abboccamento di que’ due personaggi, nè Lucia il solo argomento de’ loro abboccamenti; ma che lui s’è ristretto a questo, per non andar lontano dal soggetto principale del racconto. E che, per lo stesso motivo, non farà menzione d’altre cose notabili, dette da Federigo in tutto il corso della visita, nè delle sue liberalità, nè delle discordie sedate, degli odi antichi tra persone, famiglie, terre intere, spenti o (cosa ch’era pur troppo più frequente) sopiti, nè di qualche bravaccio o tirannello ammansato, o per tutta la vita, o per qualche tempo; cose tutte delle quali ce n’era sempre più o meno, in ogni luogo della diocesi dove quell’uomo eccellente facesse qualche soggiorno. Dice poi, che, la mattina seguente, venne donna Prassede, secondo il fissato, a prender Lucia, e a complimentare il cardinale, il quale gliela lodò, e raccomandò caldamente. Lucia si staccò dalla madre, potete pensar con che pianti; e uscì dalla sua casetta; disse per la seconda volta addio al paese, con quel senso di doppia amarezza, che si prova lasciando un luogo che fu unicamente caro, e che non può esserlo più. Ma i congedi con la madre non eran gli ultimi; perchè donna Prassede aveva detto che si starebbe ancor qualche giorno in quella sua villa, la quale non era molto lontana; e Agnese promise alla figlia d’andar là a trovarla, a dare e a ricevere un più doloroso addio. Il cardinale era anche lui sulle mosse per continuar la sua visita, quando arrivò, e chiese di parlargli il curato della parrocchia, in cui era il castello dell’innominato. Introdotto, gli presentò un gruppo e una lettera di quel signore, la quale lo pregava di far accettare alla madre di Lucia cento scudi d’oro ch’eran nel gruppo, per servir di dote alla giovine, o per quell’uso che ad esse sarebbe parso migliore; lo pregava insieme di dir loro, che, se mai, in qualunque tempo, avessero creduto che potesse render loro qualche servizio, la povera giovine sapeva pur troppo dove stesse; e per lui, quella sarebbe una delle fortune più desiderate. Il cardinale fece subito chiamare Agnese, le riferì la commissione, che fu sentita con altrettanta soddisfazione che maraviglia; e le presentò il rotolo, ch’essa prese, senza far gran complimenti. “Dio gliene renda merito, a quel signore,” disse: “e vossignoria illustrissima lo ringrazi tanto tanto. E non dica nulla a nessuno, perchè questo è un certo paese... Mi scusi, veda; so bene che un par suo non va a chiacchierare di queste cose; ma... lei m’intende.” Andò a casa, zitta, zitta; si chiuse in camera, svoltò il rotolo, e quantunque preparata, vide con ammirazione, tutti in un mucchietto e suoi, tanti di que’ ruspi, de’ quali non aveva forse mai visto più d’uno per volta, e anche di rado; li contò, penò alquanto a metterli di nuovo per taglio, e a tenerli lì tutti, chè ogni momento facevan pancia, e sgusciavano dalle sue dita inesperte; ricomposto finalmente un rotolo alla meglio, lo mise in un cencio, ne fece un involto, un batuffoletto, e legatolo bene in giro con della cordellina, l’andò a ficcare in un cantuccio del suo saccone. Il resto di quel giorno, non fece altro che mulinare, far disegni sull’avvenire, e sospirar l’indomani. Andata a letto, stette desta un pezzo, col pensiero in compagnia di que’ cento che aveva sotto: addormentata, li vide in sogno. All’alba, s’alzò e s’incamminò subito verso la villa, dov’era Lucia. Questa, dal canto suo, quantunque non le fosse diminuita quella gran ripugnanza a parlar del voto, pure era risoluta di farsi forza, e d’aprirsene con la madre in quell’abboccamento, che per lungo tempo doveva chiamarsi l’ultimo. Appena poterono esser sole, Agnese, con una faccia tutta animata, e insieme a voce bassa, come se ci fosse stato presente qualcheduno a cui non volesse farsi sentire, cominciò: “ho da dirti una gran cosa;” e le raccontò l’inaspettata fortuna. “Iddio lo benedica, quel signore,” disse Lucia: “così avrete da star bene voi, e potrete anche far del bene a qualchedun altro.” “Come?” rispose Agnese: “non vedi quante cose possiamo fare, con tanti danari? Senti; io non ho altro che te, che voi due, posso dire; perchè Renzo, da che cominciò a discorrerti, l’ho sempre riguardato come un mio figliuolo. Tutto sta che non gli sia accaduta qualche disgrazia, a vedere che non ha mai fatto saper nulla: ma eh! deve andar tutto male? Speriamo di no, speriamo. Per me, avrei avuto caro di lasciar l’ossa nel mio paese; ma ora che tu non ci puoi stare, in grazia di quel birbone, e anche solamente a pensare d’averlo vicino colui, m’è venuto in odio il mio paese: e con voi altri io sto per tutto. Ero disposta, fin d’allora, a venir con voi altri, anche in capo al mondo; e son sempre stata di quel parere; ma senza danari come si fa? Intendi ora? Que’ quattro, che quel poverino aveva messi da parte, con tanto stento e con tanto risparmio, è venuta la giustizia, e ha spazzato ogni cosa; ma, per ricompensa, il Signore ha mandato la fortuna a noi. Dunque, quando avrà trovato il bandolo di far sapere se è vivo, e dov’è, e che intenzioni ha, ti vengo a prender io a Milano; io ti vengo a prendere. Altre volte mi sarebbe parso un gran che; ma le disgrazie fanno diventar disinvolti; fino a Monza ci sono andata, e so cos’è viaggiare. Prendo con me un uomo di proposito, un parente, come sarebbe a dire Alessio di Maggianico: chè, a voler dir proprio in paese, un uomo di proposito non c’è: vengo con lui: già la spesa la facciamo noi, e... intendi?” Ma vedendo che, in vece d’animarsi, Lucia s’andava accorando, e non dimostrava che una tenerezza senz’allegria, lasciò il discorso a mezzo, e disse: “ma cos’hai? non ti pare?” “Povera mamma!” esclamò Lucia, gettandole un braccio al collo, e nascondendo il viso nel seno di lei. “Cosa c’è?” domandò di nuovo ansiosamente la madre. “Avrei dovuto dirvelo prima,” rispose Lucia, alzando il viso, e asciugandosi le lacrime; “ma non ho mai avuto cuore: compatitemi.” “Ma dì su, dunque.” “Io non posso più esser moglie di quel poverino!” “Come? come?” Lucia, col capo basso, col petto ansante, lacrimando senza piangere, come chi racconta una cosa che, quand’anche dispiacesse, non si può cambiare, rivelò il voto; e insieme, giungendo le mani, chiese di nuovo perdono alla madre, di non aver parlato fin allora; la pregò di non ridir la cosa ad anima vivente, e d’aiutarla ad adempire ciò che aveva promesso. Agnese era rimasta stupefatta e costernata. Voleva sdegnarsi del silenzio tenuto con lei; ma i gravi pensieri del caso soffogavano quel dispiacere suo proprio; voleva dirle: cos’hai fatto? ma le pareva che sarebbe un prendersela col cielo: tanto più che Lucia tornava a dipinger co’ più vivi colori quella notte, la desolazione così nera, e la liberazione così impreveduta, tra le quali la promessa era stata fatta, così espressa, così solenne. E intanto, ad Agnese veniva anche in mente questo e quell’esempio, che aveva sentito raccontar più volte, che lei stessa aveva raccontato alla figlia, di gastighi strani e terribili, venuti per la violazione di qualche voto. Dopo esser rimasta un poco come incantata, disse: “e ora cosa farai?” “Ora,” rispose Lucia, “tocca al Signore a pensarci; al Signore e alla Madonna. Mi son messa nelle lor mani: non m’hanno abbandonata finora; non m’abbandoneranno ora che... La grazia che chiedo per me al Signore, la sola grazia, dopo la salvazion dell’anima, è che mi faccia tornar con voi: e me la concederà, sì, me la concederà. Quel giorno... in quella carrozza... ah Vergine santissima!... quegli uomini!... chi m’avrebbe detto che mi menavano da colui che mi doveva menare a trovarmi con voi, il giorno dopo?” “Ma non parlarne subito a tua madre!” disse Agnese con una certa stizzetta temperata d’amorevolezza e di pietà. “Compatitemi; non avevo cuore... e che sarebbe giovato d’affliggervi qualche tempo prima?” “E Renzo?” disse Agnese, tentennando il capo. “Ah!” esclamò Lucia, riscotendosi, “io non ci devo pensar più a quel poverino. Già si vede che non era destinato... Vedete come pare che il Signore ci abbia voluti proprio tener separati. E chi sa...? ma no, no: l’avrà preservato Lui da’ pericoli, e lo farà esser fortunato anche di più, senza di me.” “Ma intanto,” riprese la madre, “se non fosse che tu ti sei legata per sempre, a tutto il resto, quando a Renzo non gli sia accaduta qualche disgrazia, con que’ danari io ci avevo trovato rimedio.” “Ma que’ danari,” replicò Lucia, “ci sarebbero venuti, s’io non avessi passata quella notte? È il Signore che ha voluto che tutto andasse così: sia fatta la sua volontà.” E la parola morì nel pianto. A quell’argomento inaspettato, Agnese rimase lì pensierosa. Dopo qualche momento, Lucia, rattenendo i singhiozzi, riprese: “ora che la cosa è fatta, bisogna adattarsi di buon animo; e voi, povera mamma, voi mi potete aiutare, prima, pregando il Signore per la vostra povera figlia, e poi... bisogna bene che quel poverino lo sappia. Pensateci voi, fatemi anche questa carità; chè voi ci potete pensare. Quando saprete dov’è, fategli scrivere, trovate un uomo... appunto vostro cugino Alessio, che è un uomo prudente e caritatevole, e ci ha sempre voluto bene, e non ciarlerà: fategli scriver da lui la cosa com’è andata, dove mi son trovata, come ho patito, e che Dio ha voluto così, e che metta il cuore in pace, e ch’io non posso mai mai esser di nessuno. E fargli capir la cosa con buona grazia, spiegargli che ho promesso, che ho proprio fatto voto. Quando saprà che ho promesso alla Madonna... ha sempre avuto il timor di Dio. E voi, la prima volta che avrete le sue nuove, fatemi scrivere, fatemi saper che è sano; e poi... non mi fate più saper nulla.” Agnese, tutta intenerita, assicurò la figlia che ogni cosa si farebbe come desiderava. “Vorrei dirvi un’altra cosa,” riprese questa: “quel poverino, se non avesse avuto la disgrazia di pensare a me, non gli sarebbe accaduto ciò che gli è accaduto. È per il mondo; gli hanno troncato il suo avviamento, gli hanno portato via la sua roba, que’ risparmi che aveva fatti, poverino, sapete perchè... E noi abbiamo tanti danari! Oh mamma! giacchè il Signore ci ha mandato tanto bene, e quel poverino, è proprio vero che lo riguardavate come vostro... sì, come un figliuolo, oh! fate mezzo per uno; chè, sicuro, Iddio non ci mancherà. Cercate un’occasione fidata, e mandateglieli, chè sa il cielo come n’ha bisogno!” “Ebbene, cosa credi?” rispose Agnese: “glieli manderò davvero. Povero giovine! Perchè pensi tu ch’io fossi così contenta di que’ danari? Ma...! io era proprio venuta qui tutta contenta. Basta, io glieli manderò, povero Renzo! ma anche lui... so quel che dico; certo che i danari fanno piacere a chi n’ha bisogno; ma questi non saranno quelli che lo faranno ingrassare.” Lucia ringraziò la madre di quella pronta e liberale condiscendenza, con una gratitudine, con un affetto, da far capire a chi l’avesse osservata, che il suo cuore faceva ancora a mezzo con Renzo, forse più che lei medesima non lo credesse. “E senza di te, che farò io povera donna?” disse Agnese, piangendo anch’essa. “E io senza di voi, povera mamma? e in casa di forestieri? e laggiù in quel Milano...! Ma il Signore sarà con tutt’e due; e poi ci farà tornare insieme. Tra otto o nove mesi ci rivedremo; e di qui allora, e anche prima, spero, avrà accomodate le cose Lui, per riunirci. Lasciamo fare a Lui. La chiederò sempre sempre alla Madonna questa grazia. Se avessi qualche altra cosa da offrirle, lo farei; ma è tanto misericordiosa, che me l’otterrà per niente.” Con queste ed altre simili, e più volte ripetute parole di lamento e di conforto, di rammarico e di rassegnazione, con molte raccomandazioni e promesse di non dir nulla, con molte lacrime, dopo lunghi e rinnovati abbracciamenti, le donne si separarono, promettendosi a vicenda di rivedersi il prossimo autunno, al più tardi; come se il mantenere dipendesse da loro, e come però si fa sempre in casi simili. Intanto cominciò a passar molto tempo senza che Agnese potesse saper nulla di Renzo. Nè lettere nè imbasciate da parte di lui, non ne veniva: di tutti quelli del paese, o del contorno, a cui potè domandare, nessuno ne sapeva più di lei. E non era la sola che facesse invano una tal ricerca: il cardinal Federigo, che non aveva detto per cerimonia alle povere donne, di voler prendere informazioni del povero giovine, aveva infatti scritto subito per averne. Tornato poi dalla visita a Milano, aveva ricevuto la risposta in cui gli si diceva che non s’era potuto trovar recapito dell’indicato soggetto; che veramente era stato qualche tempo in casa d’un suo parente, nel tal paese, dove non aveva fatto dir di sè; ma, una mattina, era scomparso all’improvviso, e quel suo parente stesso non sapeva cosa ne fosse stato, e non poteva che ripetere certe voci in aria e contraddittorie che correvano, essersi il giovine arrolato per il Levante, esser passato in Germania, perito nel guadare un fiume: che non si mancherebbe di stare alle velette, se mai si potesse saper qualcosa di più positivo, per farne subito parte a sua signoria illustrissima e reverendissima. Più tardi, quelle ed altre voci si sparsero anche nel territorio di Lecco, e vennero per conseguenza agli orecchi d’Agnese. La povera donna faceva di tutto per venire in chiaro qual fosse la vera, per arrivare alla fonte di questa e di quella, ma non riusciva mai a trovar di più di quel dicono, che, anche al giorno d’oggi, basta da sè ad attestar tante cose. Talora, appena glien’era stata raccontata una, veniva uno e le diceva che non era vero nulla; ma per dargliene in cambio un’altra, ugualmente strana o sinistra. Tutte ciarle: ecco il fatto. Il governatore di Milano e capitano generale in Italia, don Gonzalo Fernandez di Cordova, aveva fatto un gran fracasso col signor residente di Venezia in Milano, perchè un malandrino, un ladrone pubblico, un promotore di saccheggio e d’omicidio, il famoso Lorenzo Tramaglino, che, nelle mani stesse della giustizia, aveva eccitato sommossa per farsi liberare, fosse accolto e ricettato nel territorio bergamasco. Il residente avea risposto che la cosa gli riusciva nuova, e che scriverebbe a Venezia, per poter dare a sua eccellenza quella spiegazione che il caso avesse portato. A Venezia avevan per massima di secondare e di coltivare l’inclinazione degli operai di seta milanesi a trasportarsi nel territorio bergamasco, e quindi di far che ci trovassero molti vantaggi e, soprattutto quello senza di cui ogni altro è nulla, la sicurezza. Siccome però, tra due grossi litiganti, qualche cosa, per poco che sia, bisogna sempre che il terzo goda; così Bortolo fu avvisato in confidenza, non si sa da chi, che Renzo non istava bene in quel paese, e che farebbe meglio a entrare in qualche altra fabbrica, cambiando anche nome per qualche tempo. Bortolo intese per aria, non domandò altro, corse a dir la cosa al cugino, lo prese con sè in un calessino, lo condusse a un altro filatoio, discosto da quello forse quindici miglia, e lo presentò, sotto il nome d’Antonio Rivolta, al padrone, ch’era nativo anche lui dello stato di Milano, e suo antico conoscente. Questo, quantunque l’annata fosse scarsa, non si fece pregare a ricevere un operaio che gli era raccomandato come onesto e abile, da un galantuomo che se n’intendeva. Alla prova poi, non ebbe che a lodarsi dell’acquisto; meno che, sul principio, gli era parso che il giovine dovesse essere un po’ stordito, perchè, quando si chiamava: Antonio! le più volte non rispondeva. Poco dopo, venne un ordine da Venezia, in istile pacato, al capitano di Bergamo, che prendesse e desse informazione, se nella sua giurisdizione, e segnatamente nel tal paese, si trovasse il tal soggetto. Il capitano, fatte le sue diligenze, come aveva capito che si volevano, trasmise la risposta negativa, la quale fu trasmessa al residente in Milano, che la trasmettesse al gran cancelliere che potrebbe trasmetterla a don Gonzalo Fernandez di Cordova. Non mancavan poi curiosi, che volessero saper da Bortolo il perchè quel giovine non c’era più, e dove fosse andato. Alla prima domanda Bortolo rispondeva: “ ma! è scomparso. ” Per mandar poi in pace i più insistenti, senza dar loro sospetto di quel che n’era davvero, aveva creduto bene di regalar loro, a chi l’una, a chi l’altra delle notizie da noi riferite di sopra: però, come cose incerte, che aveva sentite dire anche lui, senza averne un riscontro positivo. Ma quando la domanda gli venne fatta per commission del cardinale, senza nominarlo, e con un certo apparato d’importanza e di mistero, lasciando capire ch’era in nome d’un gran personaggio, tanto più Bortolo s’insospettì, e credè necessario di risponder secondo il solito; anzi, trattandosi d’un gran personaggio, diede in una volta tutte le notizie che aveva stampate a una a una, in quelle diverse occorrenze. Non si creda però che don Gonzalo, un signore di quella sorte, l’avesse proprio davvero col povero filatore di montagna; che informato forse del poco rispetto usato, e delle cattive parole dette da colui al suo re moro incatenato per la gola, volesse fargliela pagare; o che lo credesse un soggetto tanto pericoloso, da perseguitarlo anche fuggitivo, da non lasciarlo vivere anche lontano, come il senato romano con Annibale. Don Gonzalo aveva troppe e troppo gran cose in testa, per darsi tanto pensiero de’ fatti di Renzo; e se parve che se ne desse, nacque da un concorso singolare di circostanze, per cui il poveraccio, senza volerlo, e senza saperlo nè allora nè mai, si trovò, con un sottilissimo e invisibile filo, attaccato a quelle troppe e troppo gran cose.
A na domanda come chela, don Abondio, che però l’eva ancia provà a risponder, almen na part, a le domande men dirète, l’è restà ìo senza podér dir baf. E, a dir la verità, ancia noi, che sen dré a scrìver ste ròbe lezèndo che ciarte vècle, con na péna ‘n man, senza àutre dificoltà che nó ‘l sia le parole stesse, e sol col riszo de zapàrne calche crìtegia dei lezidori, ancia noiàutri, ‘nsoma, sentìn na zèrta fadìgia a nar avanti. Ne par scasi ‘n mistèro spiegiar, enzì fazilment e a parole, tante bèle ròbe de coràzo, de ciarità, de òbligo vèrs el pròssim e sacrifìzi complèto de se stessi. Però, ricordandone che che parole le nidéva da n’òm che po' che calità i le metéva en pràtigia per dalbòn, tiran avanti con coràzo. “Nó rispondéo no?” dis el cardinal. “Ah, se avésseo fat, la vòssa part, chel che la ciarità e ‘l vòs dovér i ve comandava de far, calunque ròba fus suzèst, adès g’averòsseo perlomen vergot da dir. Vardà voi stes chel che éo fat: eo obedì a l’angiarìa, trascurando chel che la vòssa incombènza la ve comandava de far. Geo obedì con scrùpol: la se è presentada davanti a voi per dirve la só volontà, ma la pretendeva de restar scònta a cì che averòs podèst difènderse e protézerse; nó la voleva che nes fòr la ós, la voleva silenzio per podér preparar con calma i só prozèti, fati de ingiagni e de crudeltà. La v’à ordenà de nó rispetar el vòs dovér e de nó dir engot: e voi tasèndo eo disubidì al vòs dovér. Adès ve domandi: nó eo fat ancia de pù no? diséme voi se l’è vera che eo perfìn ‘nventà de le scuse per sconder el vòs pecià, en modo da nó fàrge savér a ‘nzuni ‘l motìvo.” E po' ‘l s’è fermà ‘n moment, aspetàndo ancor na risposta. — Ancia chesto le è nade a dìrge che doi petégole, — el pensava don Abondio; però nó ‘l diséva ‘ngot, nó ‘l mossava de aver engot en contràri. Alora ‘l cardinal el dis: “Se l’è vera che eo dit bosìe a ca pòra zènt, sol per tegnìrli gnari e a scònder tut come che voleva l’angiarìa… alor cògni pròpri créderlo, e nó me resta àuter da far che vergognàrme mì con voi e sperar che che ve pentìgeo ensèma con mì. Pensàge su ben a ‘ndo che la v’à portà — (Dio mio! e prima la portàveo ancor come na scusa) — ca preocupazion per la vita che comunque la deve ruàr. La v’à portà… ribatéme pur se ste parole le ve par sbagliade, ma se ‘nveze le ve par zuste, azetàle con umiltà con pentimént… la v’à portà a ‘ngianar i pù déboi, a dir bosìe a cì che doveròsseo tègner come vòssi fiòi.” — Eco come che va ‘l mondo, — ‘l diseva ancor ‘ntra de el don Abondio: — a chel diaulàz, — e ‘l pensava a l’inominà, — i brazzi davèrti; e con mi, per na meza bosiòta, dita sol per salvarme la pèl, tant gazèr. Ma i è superiori; i giâ sèmper resón. L’è ‘l me destìn che i me dàgia adòs tuti; ancia i santi. — E con na bèla ós, el dis: “ài sbaglià; ciapìssi che ài sbaglià; ma che dovévite far po' ente na situazion come chela ìo?” “Ancor me ‘l domandào? Ma nó ve l’àite zà dit? E gévite da dìrvel pròpri mì? Volér ben caro mio; volér ben e pregiar. Se avésseo fat enzì averòsseo ciapì che l’angiarìa la pòl sì spaventar e punìr, ma nó la pòl dar comandi; averòsseo maridà, come che dis el Sioredìo, chei che l’òm el voleva separar; averòsseo fat per chei doi pòri nozènti ‘l servìzi che i geva dirìto de avér da voi. De tut chel che saròs suzèst dopo se ‘n saròs obligià ‘l Sioredio, però averòsseo fat chel che l’era la só volontà; enveze, avendo tòt n’àutra strada, adès séo voi a èsser obligià, e che obligiazion! Ma ve manciava per dalbòn i mèzi per protézerve? Nó g’èra pròpri nancia ‘n rimèdi no, se ve fusseo vardà ‘ntorn a voi, pensàrge su ben, zerciar en modo per nìrgen fòr? Adès podèo ben savér che chei doi poréti, se i fus stadi maridadi, i averòs po' pensà lori a salvàrse da só pòsta: i era pronti a s-ciampar da le sgrìnfie de chel spòdec’ e i eva zà dezìso ‘ndo che scònderse. Ma ancia se la fus, nó v’è mai nù ‘n ment che géveo ancia voi en superior? Come poderòssel po' aver l’autorità de brontolàrve per nó aver fat el vòs dovér, se nó ‘l giavés ancia l’òbligo de aidàrve a destrigiarlo? Perché po' nó éo pensà de dìrgel al vòs vescovo che géveo sto ostàcol, che éveo vist ca angiarìa scandolosa che la ve ‘mpedìva de far el vòs mistér?” — Le opunión de la Perpetua! — ‘l pensava nervosament don Abondio, che, en mèz a tuti chei discorsi, chel che ‘l geva pu de tut davanti ai òcli l’era chei doi róbleri, e ‘l pensier che don Rodrigo l’era vìo e san, e, che ‘n dì o l’àuter, el saròs tornà vitoriós, onorà… e ancia rabiós. E ancia se ‘l portament del cardinal, el só modo de far e de parlar i ge dés tanta sudizión, e che ‘l geva ‘n gran rispèt, se tratava comunque de na paura che nó i lo dominava dal tut, e nancia la ge ‘mpedìva de opórse dénter de el: perché a la fìn, don Abondio, ‘l pensava che ‘l cardinal nó ‘l doprava né szòpi, né spade, né sassìni. “Come po' nó éo pensà,” diseva ancor el cardinal, “che se chei pòri nozènti spaventadi nó i avés bù n’àuter refugio, ge saròssi sta mì a logiàrli e a méterli al segùr, se me l’avésseo mandàdi? Se me l’avésseo mandadi, mandadi al so vescovo come persone arbandonàde, come fus ròba sóa, come part de le pù ciare, nó sol de la me responsabilità, ma del me stes patrimòni spirituale? E cant a voi, mì me saròssi preocupà per la vòssa segurezza; mì nó averòssi bù paze enfìn che nó fùssite sta segùr che nó vé saròs sta fat vergot de mal. Pensào che mì nó averòssi bù i mezzi per protézer la vòssa vita? E chel’òm enzì spòtico, credéo dalbòn che nó l’averòs perdù tanta part de la só supèrbia se l’avés savèst che i só prozèti i era stadi scoprìdi fòr da cì, che mì sevi tut, che tendévi e che eri dezìso a dopràr calunque mèzo che podévi per difènderve? Nó séo no che de spés le persone le ‘mpromét de pù de cant che dopo le pòl mantègner e, ‘ntel stes tèmp, le spavènta de pù de cant che dopo le giâ ‘l coràzo de far dalbòn? Nó ‘l séo no che l’angiarìa nó la pòza sol su la fòrza, ma ancia su la paura e sul massa crèdit de cì che la subìs?” — Pròpri le resón de la Perpetua, — à pensà ancia cì don Abondio, senza pensar che chel trovàrse d’acòrdi la so cògia e Federigo Borromeo su chel che se saròs podèst e dovèst far, voleva dir tant a só dan. “Ma voi,” dis el cardinal per ruàrla ìo, “nó éo vist, nó éo volèst véder àuter che ‘l vòs perìcol de momént; nó g’è da fàrse maravéa alor se ‘l v’è parèst enzì gròs da trascurar per chesto ogni àutra ròba?” “L’è perché che doi brute fazzade l’ài viste mì,” g’è s-ciampà da dir a don Abondio; “l’ài sentìde mì che parole. Vossiorìa lustrìssima l’à parla benón; ma ge voròs èsser entéi pani de ‘n pòer prèt, e èsserse giatà ‘nca situazion.” Apena che l’eva proferì ste parole, ‘l s’è zacià la lénga; el s’è nascòrt che la g’era nada su per el nas massa fazilmént, e ‘ntra de el l’à pensà: — adès vèn zó pali de fèr. — Però levà i òcli dubiós, l’è restà maraveà entel véder la fegura de chel’òm — che nó l’era mai bòn de ciapìr ben chel che ‘l geva ‘nla testa, — trasformàrse: da ‘n far severo e brontolón, l’è passà a n’ sentiment serio, ma zudiziós e scasi avelì. “Purtròpo!” dis el Federigo, “chesta l’è la nòssa condizion e l’è trista e difìzile. Sen obligiadi a domandàr ai àutri, con dezision, ròbe che dio sol lo sa se saròssen bòni noi stessi de far. Dovén pesar tut, corézer, cridàr; e sol el Sioredio ‘l cognoss come che ne comporteròssen noi ente la stessa situazion o come che ne sen comportadi ‘nte na situazion compagna! Però guai a mì se doperàssite la me deboléza come misura per chel che deve far i àutri, o come regola per chel che ‘nsegni mì! Però, l’è segur che, èstra che a tramandar i ‘nsegnamenti, mì cògni dar ancia l’esèmpi con la mé condóta, e nó èsser come chei dotori de la leze che i òbligia i àutri a portar pesi massa grossi che lori stessi nó i se ‘nsonieròs nancia de tociar. Sichè, caro mio, fradèl, sicome i erori de cì che è a la testa, le pù tante bòte, i è sota i òcli de tuti, men che chei de sé stessi, se voi séo che mì, per paura o per calsiasi àutra ciàusa, ài trascurà calche mé dovér, parlàme con sinzerità, aidàme a corézerme. E ‘nzì, se è mancià ‘l bòn esèmpi, che almen pòdia confessàr el me eror. Cridàme pur per le mé deboléze; e ‘nte sto modo le mé parole le g’averà pù valor, perché ‘nzì ciapirài mèio che nó le vèn da mì, ma da Chel su sora che ‘l pòl darne sia a voi che a mì la forza per far chel che ‘l ne comanda.” — Che sant’òm! ma che torment! — el pensava don Abbndio: — ancia sora sé stes: el fùzia, el mésda, ‘l crìtica, l’entraquerìs; ancia sora sé stes. — Po' ‘l dis a ós àuta: “ma, monsignor! che fal po', mé tògel per ziro? Cì èl po' che nó cognos la forza d’animo, el gran scrùpol perfìn ostinà de vossiorìa lustrìssima?” E ‘ntra de el l’à pensà: — ancia massa. — “Mì nó ve domadàvi na lòde, che anzi la me fa tremolar,” dis el Federigo, “perché ‘l Sioredio ‘l cognos benón i me peciadi, e chei che cognossi ancia mì i è assà per sentìrme umilià. Averòssi volèst, e voròssi ancora, che ne umiliàssente ‘nsèma tuti doi davanti a El, per podér confidar ensèma ‘nte El. Per el vòs ben, voròssi che ciapisésseo cant che ‘l vòs comportament el sia sta contrari, e cant che le vòsse parole le sia stade lontane da la leze che ancia voi prediciào, e che dré a chela ‘n dì saréo giudicà ancia voi.” “Tut cròda adòs a mì,” dis don Abondio: “ma chei tali che è nu a farve rapòrto, nó ve ài dit no che i s’è ‘ntrometùdi dént a me ciasa, a tradimént, per zapàrme tut de cólp, e per far en matrimòni contra le regole.” “Sì, sì caro, i me l’à dit: ma l’è ben chesto che me avelìs e ‘l me scombùssola, che voi vardàgeo ancor de scusàrve; che pensàgeo a scusàrve; dàndoge la colpa ai àutri; che voi togégeo motivo per encolpar pròpri chel che doròs èsser per voi l’amission de la vòssa colpa. Cì è sta po' a méterli, nó digi ‘nla nezessità, ma ‘nla tentazion de far chel che i à fat? Averòssei tòt ca strada ìo, fòr de regola, se la strada drita nó i ge l’aves serada? Averòssei pensà de tiràr ente ‘n tranèl el so paroco se i fus stadi scoltadi con comprension, portadi, consigliadi da el? Averòssei provà a fàrge n’improvisada, se el nó ‘l se fus scondù? E adès voi ve la togéo con lori? Ve feo maravéa perché, dopo tut chel che i à patì, anzi, pròpri ‘ntel bel mèz del so patiment, i s’è sfogiadi con na parola a voi che séo el so paroco? Che i lamenti de cì che è sotomes o tormentà ‘l ge dàgia fastìdi a la zènt, l’è na ròba normale, perché la zènt l’è fata ‘nzì, ma noiàutri? E che vantàzi averòsseo bù po' se lori i aves tasèst? Ve convegnìva che la so resón la fus stada giudicada diretament dal Sioredio? Nó èl envéze n’àutra resón, oltre a tute le àutre, per volérge ben, el fato che i t’àbia dat modo de sentìr la paròla sinzéra del to vescovo, e l’ocasion per pensàrge su e méterge ‘n repèz almen na part, al gran dèbit che géo entei so confronti? Ah, se i t’aves ofeso, provocà o tormentà, ve diròssi (e doròssi èsser mì a dìrvel?) de volérge ben pròpri per chesto. Volége ben, perché i à patì, perché i patìs, perché i è vòssi, perché i è déboi, perché géo bisògn del perdon, che per avérlo, pensà demò a cant che le valeròs le so orazion dinanzi al Sioredio.” Don Abondio el stéva ìo zito; ma nó l’era pù chel silènzio sforzà e nervós come prima: el stéva zito come cì che giâ pù ròbe da pensar che da dir. Le parole che ‘l sentìva, l’era conclusion che nó ‘l se spetava, modi de far nòvi de la dotrìna che, en realtà, zà ‘l cognosséva e che nó l’eva mai metù ‘n discussion. El mal dei àutri, che nó i l’eva mai tocià per dalbòn, perché l’era massa intento a preocuparse del so, adès i lo sentiva enten modo divèrs. Ancia se nó ‘l geva tut chel rimòrs che averòs volèst el cardinal (perché ca stessa paura la seghitava a protézerlo), el sentìva comunque vergot: en zèrto dispiazér vèrs sé stes, compassion per i àutri, en misto de afèto e respèt. L’era, per far en paragon, come ‘n stupìn bagnà e sghizzà de na ciandéla, cando che se ‘l svizìna a la flama de na tòrza, d’imprinzìpi ‘l fa sol fum e calche stìzzola, ma po' a la fìn el se ‘mpìzza e, ‘nten modo o ‘nte n’àuter, el brusa. El se saròs confessà sinzerament e l’averòs ancia planzù, se nó ‘l fus sta per la paura de don Rodrigo; però ‘l mossava comunque n’emozion sinzéra, che l’era assà per far ciapìr al cardinal che le só parole le eva fat efèto. “Adès,” dis el cardinale, “un dei doi l’è s-ciampà da só ciasa, l’àutra l’è dré a nàrsen da la sóa; tuti doi i giâ bòne scuse per stàrnen lontani, e ‘mpar scasi ‘mpossìbol che i pòdia giatàrse de nòu cacì. I se contènta de sperar che ‘l Sioredio i li fàgia regiatàrse per star ensèma ‘nte l’àutra vita. Purtropo, adès nó i giâ pù bisògn de voi; purtropo, nó géo pù ocasion de far del ben a lori, e nancia podén prevéder se ‘n doman ge ‘n sarà una. Ma cì èl po' che pòl savér se ‘l Sioredio, ente la só misericòrdia, nó l’abia destinà n’ocasion per voi? Ah, nó ste a lagiàrvela s-ciampar! Zerciàla, vardà de èsser pronto, domandàge al Sioredio con le orazion che ‘l ve n’òfria una.” “Nó mé desmentegerài, monsignor, nó me desmentegerài per dalbòn, à respondù don Abondio, con na ós che, ‘nte chel moment, la parlava pròpri col còr en man.” “Ah sì, caro, sì!” à sclamà ‘l Federigo; e con en decoro plén de afèto, ‘l dis: “i lo sa ‘l ziél se averòssi desiderà de parlar con voi de tut àutre ròbe. Tuti doi en zà vivèst tant: i lo sa ‘l ziél se la m’è stada dura de avér cognèst brontolàrve ente sto moment de la vòssa vita, coi ciavéi ormai bianci. Cant che averòssi preferì podér spartìr con voi calche consolazion, parlar de le nòsse fadìge, dei nòssi tormenti, e de la speranza beata che ne speta e che ormai l’è ‘nzì vizìna. Dio ‘l vòbia che le parole che ài cognèst doprar con voi le fàgia dalbòn fazion, tant a voi che a mì. Nó fé ‘n modo che dovèndo rènder cont, davanti a El, de avérve lagià ente ‘l vòs mistér de prèt che eo fat putòst mal. Vardànte de recuperar el tèmp che en perdù: ormai l’è mezanòt, el Spos l’è dré a nir, nó ‘l pòl tardivar. Tegnìnte pronte e ‘mpizzade le nòsse lantèrne. Ofrìntege al Sioredio i nòssi còri, poréti e vòidi perché ‘l vòbia ‘mplenìrli de ca ciarità che la pòl comodar via ‘l passà e garantìr en doman, che sa témer ma ancia aver fiducia, che ‘l plànz ma l’è ancia contènt, con zudìzi. Chesta l’è, ente ogni ocasion, la virtù che gen de bisògn.” Dit chesto l’è nà, e don Abondio ‘l g’è nà dré. L’autor scognossù ‘l ne avìsa che chela tra ‘l cardinal Federigo e don Abondio nó l’è sta l’unica zacolada tra i doi personazi, e la Lucia nó l’è sta l’unico argomént che i à tratà. Però l’à dezìso de méter pù atenzion sol su sto fato cì, per nó slontanàrse massa da la storia prinzipale che ‘l voleva contar. Per el stes motivo, nó ‘l ne conterà nancia àutre ròbe importanti che ‘l Federigo l’à dit entant che ‘l feva la só visita pastorale: nó l’à contà ‘ngot de le só opere de ciarità, né de le bègie o de le vècle lite tra persone, familie o paesi ‘ntrégi, che el l’era sta bòn de smorzàr zó dal tut (e che magiari i limegiava sota la zénder da ani e ani) e nancia dei spòtici o delinquenti che l’è sta bòn de calmar e ‘nfranciar, magiàri per sèmper o almen per en pòc’. Tuti sti fati i suzzedeva dapertut enla diocesi endo che chel’òm straordenari ‘l se fermava a per calche dì. L’autor el dis dopo che, la doman dré è arivà la siora Prassede, come che era sta dezìso, per tòrse dré con ela la Lucia e per far visita al cardinal. E chesto l’à parlà pròpri ben de la Lucia e i ge la pròpri racomandada. La Lucia la s’è separada da só mama, e poderéo emmazinàrve canti pianti che g’è sta; l’è nuda fòr da la só ciaséta e l’àdit adìo per la seconda bòta, sentèndo dópla malincolìa: chela de abandonar en posto che la se portava ‘ntel còr, ma che nó ‘l saròs pù sta chel perché ormai era tut cambià. Ma chel nó l’era l’ultim salut con só mama, perché la siora Prassede la g’eva dit che le saròs restade ancor per calche dì ente la só vila, che nó la era tant lontana. Alor l’Agnese la giâ ‘mprometù a la Lucia che la saròs nada a trovàrla ìo, per dàrse n’àuter adìo, ancor pù doloros. Ancia ‘l cardinal l’era dré a partìr per portar avanti la só visita pastorale, cando che è arivà ‘l paroco de la parochia endo che g’era ‘l ciastèl de l’inominà, domamdàndo de parlàrge. I l’à fat nar ént e la consegnà al cardinal na lìtera e ‘n pachét che ge mandava l’inominà. Entela lìtera l’inominà el domandava al cardinal de fàrge azetar a só mama de la Lucia zènto soldi de òr che era dent ‘ntel pachét, come dota per la putèla, o se no per dopràrli come che la voleva e che fus mèio. E po' ‘l domandava al cardinal de dir a l’Agnese e la Lucia che ‘ntel caso che le aves bù bisògn de el enten calsiasi moment, la Lucia la seva ben endo che trovàrlo e che per el el saròs sta n’onor e na gran fortuna podérle aidar. El cardinal la fat clamar sùbit l’Agnese, el giâ contà tut e ‘l giâ dat el pachét. L’Agnese l’à scoltà con gran contentezza e plena ‘n maravéa, l’à tòt i soldi senza tanti complimenti disendo: “Che ‘l Sioredio ‘l benedìssia chel sior; e vossiorìa lustrissima i lo ringrazia tant per cont nòs. E nó ‘l dìgia engot a ‘nzun perché ‘nte sto paes… el me scusia tant, ma ‘l vàrdia, sai ben che un come el nó ‘l va ‘n ziro a baderlar de ste ròbe, ma… ‘l me ciapìs ben.” L’è nada a ciasa, zita, zita; la s’è serada ‘n ciamera, l’à desplegià fòr el pachét, e ancia se la era preparada, l’à vist con maravéa, tuti ‘nten muclét e per de pù sòi, tanti de chei schèi, che nó la n’eva vìst pù che un al bòt e nancia tant de spés; i l’à contadi, l’à stentà a méterli e a tègnerli tuti al stes vèrs, perché ogni moment i féva panza e sicome nó la era usada a manezàr soldi, i ge slitava fòr dai dédi; metù ‘nsèma ‘l ròdol come che l’è stada bòna, i l’à metù ente na pèzza, l’à fat en pachét, en batufolét, e ligià ben en ziro con na cordèla e i l’à ficià enten ciantón del só materàs. El rèst de chel dì, nó l’à fat àuter che far fantasìe, prozèti sul doman, e aspetar el dì dré. Nada ‘ntel lèt, l’è restada senza seràr òcel per en bèl pèz, col pensier en compagnìa de chei zènto che la geva sota ‘l cul: endromenzàda, i l’à visti ente n’insògni. La doman a l’alba, l’è levada e la s’è ‘nviada sùbit vèrs la vila endo che g’era la Lucia. Per la Lucia, ancia se la feva ancor na gran fadìgia a parlar del só voto, l’era però dezìsa a fàrse coràzo e a confidàrse con só mama, ente chel discórs che, per tant tèmp, el saròs sta considerà come l’ultim tra de lore. Apena che le à podèst restar da só pòsta, l’Agnese, con na fazza tuta azitàda, e ‘nsèma sota ós, come se ge fus sta ìo presènte calchedun che nó la voleva che sentìs, l’à scomenzià: “g’ài da dìrte na gran ròba;” e l’à giâ contà ca ‘mprovvisa fortuna. “Che ‘l Sioredio el benedìssia chel sior,” dis la Lucia: “enzì g’averéo da star ben voi, e poderéo ancia far del ben a calchedun d’àuter." “Come po'?” dis l’Agnese. “Ma nó ciapìsses no, cante ròbe che podén far con tuti chei soldi? Scolta: mì nó giâi enzun fòr da tì, pòdi dir da voi doi, da cando che ‘l Renzo l’à scomenzià a parlàrte, l’ài sèmper tegnù come fus me fiòl. Zèrto, son ben preocupada che nó l’abia pù fat savér engot: sperànte sol che nó ge sìa ciapità engot de brut… ma perché po' dev’èsser per forza nà tut mal? Sperànte de no. Cant a mì, averòssi volèst morìr entel me paes, però adès che tì nó pòdes pù star ìo, ciàusa chel disgrazià, e sol el pensier de avérlo ìo vizìn el me fa odiar chel pòsto, mì ston ben dapertut, pur che sia con voi. Eri zà pronta da ‘n pèz a nìrve dré ancia su ‘nzima al mondo e son ancor de ca idea ìo. Ma senza soldi come févente po'? Ciapìsses adès? I pòci che chel porét (de Renzo) l’era sta bòn de méter via con tante fadìge e sacrifìzi, i è stadi portàdi via da la zustìzia; ma ‘n cambi, ‘l Sioredio ‘l n’à mandà na fortuna. Siché, apena che ‘l troverà ‘l modo de far savér che l’è vìo, endo che l’è, e cale che l’è le só ‘ntenzion, nirài mì a tòrte a Milan. Sì, nirài mì. Na bòta me saròs emparèst na ròba ‘nzì granda, ma le disgrazie le ne fa pù inzignévole: son arivada enfìn a Monza, oramai sai come che la è a viazàr. Me porti dré n’òm de fiducia, en parènt, magiari l’Alessio da Maggianico: tanto per dir, perché ‘ntel paes un che sia de fiducia dal bòn nó ‘l g’è: vèni con el: tanto le spese le pagian tute noi, e… me ciapìsses?” Ma, vedendo che, ‘nveze de fàrse fòr, la Lucia la deventava sèmper pù trista e la mossava sol n’afèto ma senza contentezza, l’à ‘mplantà ìo ‘l discórs a metà e la dis: “ma che giâs po'? nó ses d’acòrdi no?” “Pòra mama!” l’à sclamà la Lucia, zapàndola a brazzacòl, e scondèndo ‘l mus sul só stómec’. “Che g’è po'?” domànda de nòu só mama pléna de ansia. “Averòssi dov èst dìrvel prima,” à respondù la Lucia, auzzàndo la fazza, e sugiàndose zó le làgrime; “ma nó ài mai bù ‘l coràzo: perdonàme.” “Ma, dìme dai, che g’è po'?” “Mì nó pòdi pù èsser la spósa de chel pòr putèl!” “Come po'? come po'?” La Lucia, a testa bassa, col pèt che soflava come ‘n màntes, slagrimàndo senza plànzer, come cì che conta na ròba che, ancia se nó la plasés, nó se pòl cambiarla, l’à confessà ‘l voto; e ‘nsèma, conzàndo su le man, la giâ domandà perdon de nòu a só mama per nó avérge parlà ‘nfin adès; la giâ racomandà de nó dir engot de ca fazènda a anima viva, e de aidàrla a mantègner chel che l’eva ‘mprometù. L’Agnese l’era restàda ìo a bócia avèrta e avelìda. L’averòs volèst enrabiarse per el fato che ‘nfìn alór la Lucia la geva tegnù tut scònt, ma la preocupazion per ca situazion l’era tale da stofegiàr zó ‘l só dispiazer. L’averòs volèst domandàrge: “Ma che èl po' che às fat?”, ma ge ‘mparéva scasi de cridàrge al ziél, spezialment perché la Lucia la seghitava a contàrge con parole pléne de angóssa ca nòt tremènda, la disperazion enzì fónda e po' la liberazion tut de ‘n cólp e ‘ntramèz ca proméssa che l’eva fat enten modo ‘nzì sinzéro e solène. Entant a l’Agnese ge nidéva ‘n ment ancia arcante storie che l’eva sentù contàr o che ela stessa l’eva contà a la Lucia, su strani e tremèndi castìghi ciapitadi a cì che nó eva mantegnù ‘n voto. Dopo èsser restada per en pòc’ come la fus paralìtica, la giâ dit: “e adès che pénses de far pò? “Adès,” à respondù la Lucia, “tócia al Sioredio pensàrge; al Sioredio e a la Madòna. Me son metùda enle só man: enfìn adès nó i m’à arbandonà; e nó i me arbandonerà adès che… La grazia che ge domandi per mì al Sioredio, chéla sol, dopo che l’à salvà la mé anima, l’è che ‘l mé fàgia tornar a star con voi: e ‘l me la farà, sì, ca grazia, el me la farà. Chel dì… enca ciaròzza… ah Vèrzine santìssima!... chei oumnazzi!... cì l’averòs mai dit che i me portava da chel che ‘l dì dré ‘l m’averòs portà a trovàrme con voi?” “Ma nó sta mai dìrge ‘ngot a tó mama vèh no!” dis l’Agnese con en tono en pòc’ secià, ma ancia plén de afèto e compassion. “Perdonàme; nó ài bù ‘l corazo… e tanto che contava po' dàrve n’avelizion calche tèmp prima?” “E ‘l Renzo?” dis l’Agnese, scorlando la testa. “Ah!” l’à sclamà la Lucia, che la s’era fata fòra, “mì nó devi pù pensar a chel pòr putèl. Se vede che nó l’era destìn… Vedéo che ‘mpar che ‘l Sioredio l’abia volèst pròpri tègnerne separadi. E cissà po'…? ma, no, no: i l’averà parservà El dai perìcoi, e i lo farà èsser fortunà ancia de pù, senza de mì.” “Ma ‘ntant,” dis ancor só mare, “se tì nó tè fùstus ligiada per sèmper con chel voto, a tut el rèst, con chei soldi averòssi giatà na soluzion, sèmper che al Renzo nó ge sia ciapità calche disgrazia.” “Ma chei soldi,” giâ respondù la Lucia, “l’averòssente abùdi, se mì nó avéssite passà ca bruta nòt? L’è sta ‘l Sioredio a volér che tut ciapitàs ente sto modo: sia fata la só volontà.” E disèndo ‘nzì l’à s’è metuda a plànzer come na fontana e nó l’è pù stada bona de parlar. Davanti a sto argoment che nó la se spetava, l’Agnese l’è restada ìo zita, intènta ente i só pensieri. Dopo ‘n pezzòt, la Lucia, fasèndo de tut per tratègner i sanglóti, la scomenzià a dir: “adès che la dezision l’ài tòta, ge vòl azetàrla con coràzo; e voi pòra mama, podéo ben aidàrme: prima de tut pregiando ‘l Sioredio per ca disgraziada de vòssa fiòla, e po'… ge vòl fàrge savér tut a chel pòr putèl. Pensàge voi, féme ancia sta ciarità; perché sol vòi podéo fàrlo. Cando che saveréo endo che l’è, fé ‘n modo che calchedun ge scrìvia; trovà n’òm… pròpri vòs cusìn l’Alessio, che l’è na persona fidada, bòna e che la n’à sèmper volèst ben, e che de segur nó ‘l narà a sblateràr engot. Fége scrìver da el come che è nà le fazènde, endo che me son trovada, i patimenti che ài bù, che l’è sta la volontà del Sioredio, e che ‘l cògn rassegnarse, perché mì nó poderai mai partègner a ‘nzun àuter. E fége ciapìr tut con prudenza, spiegiàge che ài fat na promessa, che ài fat en voto. Cando che ‘l nirà a savér che l’ài fat a la Madòna… el che l’à sèmper bù timor de Dio… el ciapirà. E po', la prima bòta che giaveréo só notìzie, feme scrìver, féme savér che ‘l sta ben; ma dopo… nó diséme pù ‘ngot.” L’Agnese, tuta ‘ngropada, l’à segurà la fiòla che ogni roba la saròs stada fata come che ela la desiderava. “G’è n’àutra ròba che voròssi dìrve,” dis ancor la Lucia: “se chel pòr putèl nó l’avés bù la scarògna de pensar a mì, nó ge saròs suzèst tut chel che g’è ciapità. L’è ‘n ziro per el mondo; i giâ ‘mpedì de ‘nviar via ‘l só mistér, i giâ portà via tut chel che ‘l geva e chei pòci soldi che l’eva sparagnà, séo ben perché… E noi, enveze, gen tuti sti soldi! Oh mama, dato che ‘l Sioredio el n’à fat tuta sta grazia, e dato che l’è verà che ‘l tegnìveo scasi come fus vòs fiòl, oh, valà che spartìn a la mèza chel che gen noi! Son segura che ‘l Sioredio nó ‘l ne farà manciar engot. Trovà ‘n modo segur per fàrgei avér, perché sol el ziél lo sa cant che ‘l ge n’averà de bisògn!” “E alor, che crédes che fàgia po'?” dis l’Agnese: “segur che géi manderai. Pòer putèl! Pénses tì che mì fùssite ‘nzì contenta per chei soldi? Ma…! mì èri arivada cì tuta contènta. Comunque bòn, géi manderai, pòer Renzo! Però ancia el… sai chel che dìgi: zèrto, i soldi i gé fa còmot a cì che ge n’à de bisògn, ma chesti nó i sarà zèrto chei che ge cambierà la vita e che i lo farà ‘ngrassar.” La Lucia l’à ringrazià só mama per ca premura pronta e zenerosa, con en ringraziament e n’afèto che féva ciapìr, a cì che avés vardà ben, che l’era ancor ligiada al só Renzo, forse de pù de chel che ela stessa la pensas. “E senza de tì, che faràite p ò mì pòra dòna?” dis l’Agnese, ancia ela planziànt. “E mì senza de voi, pòra mama? e ‘n ciasa de furèsti? E zó per Milan…! Ma ‘l Sioredio el varderà zó per tute doi; e po' ‘l ne farà tornar ensèma. Tra òt o nove mesi ne rivedrén; e da cì a alor, e ancia prima, speri, le ròbe i l’averà comodàde via El, per méterne ancora ensèma. Lagiànte far a El. Mì domanderài sèmper, sèmper a la Madona ca grazia. Se giavéssite calche àutra ròba da ofrìrge, ‘l faròssi; ma la è ‘nzi misericordiosa, che la mé farà sta grazia senza volér engot.” Con ste parole e àutre sìmile, ripetùde tante bòte, fate de lamenti, e de consolazion, de dispiazer e de rassegnazion, tra tante racomandazion e promesse de mantègner el secrèt, e tra tante làgrime, dopo èsser stade nossocant a brazzacòl, le doi feumne le s’è separade, ‘mprometèndose de véderse al pù tardi entra l’autón dré; come se dipendés dal bòn da lore podér mantègner ca promessa, e come però se fa sèmper enten momenti de zènere. Entant scomenziava a passar tant tèmp senza che l’Agnese la podés savér vergot del Renzo. Né lìtere, né nòve da parte soa, nó ‘n nideva: de tuti i paesani, o da ìo ‘n ziro, che l’eva podèst domandar, enzun che ‘n seva de pù de ela. E nó l’era sol l’Agnese a zerciar notìzie per engot: ancia ‘l cardinal Federigo, che nó l’eva ‘mprometù, enzì tanto per emprométer, a le doi feumne de aver informazion sul Renzo, el s’era metù sùbit sul sèrio per avèrnen. Tornà a Milan da lo só visita pastorale, l’eva zapà na risposta endo che se diséva che nó l’era sta possìbol trovar el putèl; se seva sol che per en zèrto tèmp l’abitava da ‘n só parènt enten paes, ma senza fàrse véder o lagiàr segni. Po', na doman, l’era sparì tut de colp, e perfin chel só parènt nó ‘l seva che fin che l’eva fat: nó ‘l podeva far àuter che ripèter arcante ós confuse che zircolava e che nó le neva d’acòrdi una con l’àutra, che ‘l se fus fat reclutar per nar entel est, che ‘l fus partì per la Zermania, o che ‘l fus mòrt a traversar el fiume. La lìtera la ruava seguràndo che se saròs seghità a zerciar informazion, e che, se ge fus sta notìzie pù segure, le saròs stade sùbit comunicade e só siorìa lustrissima e reverendissima. Col tèmp, tute che ós e àutre del zènere le à scomenzià a ziràr ancia ‘ntel teritòri de Lecco, e sichè ancia ‘nle récle de l’Agnese. La pòra dòna la féva tut el possìbol per ciapìr cala che podéva èsser la verità, per nìrgen fòra a savér da ‘ndo che la nidéva, ma nó l’era mai bòna de aver engot de pù prezìso del sòlit “i dis”, che, da sèmper, l’è assà a far ‘mparér vere tante ròbe. A bòte, apena che i geva contà na ós, sùbit arivava calchedun àuter a dìrge che nó l’era vera mìgia… ma sol per cambiarla con n’àutra storia, autertant stramba o preocupante. En conclusion: l’era tut zàcole, tut cì. El goernatór de Milan e comandante zenerale en Italia, don Gonzalo Fernandez de Cordova, el seva fat sentìr a urli e strèpiti col rapresentante ufizial de Venezia che steva ìo a Milan, perché ‘n malandrìn, en notòrio ladrón, un che stuzgiava a far razìa e copar le zènt, nominà Lorenzo Tramaglino, che l’era sta bòn perfìn de ‘nviar via ‘n rebaltón entant che l’era zà ‘nle man de la zustìzia per fàrse liberar, el fus sta azetà e ospità ‘ntel teritòri del bergamasco che l’era sota ‘l comando de Venezia. El rapresentante de Venezia a Milan l’eva rispondù che nó l’eva mai sentù parlar de sto fato e che l’averòs scrìt a Venezia per podér dar a só celènza le spiegiazion, apena che l’aves bù informazion pù segure. A Venezia, i era convinti che ge voleva spénzer e aidàr i operai de la séda che nideva da Milan a traslocar entel teritòri de Bergamo. Per sto motivo se vardava de ofrìr a lori tanti vantazi, prima de tut chel nezessari chel che se ‘l mancia, ogni àuter benefìzi no ‘l val engot: la segurezza. Però, sicome ente na guera tra doi potenze, g’è sèmper vergot che ‘l tèrz l’è bòn de sfrutar a só vantàzi, el Bortol l’à zapà n’avertiment secrèt, nó se sa da cì, che ‘l Renzo nó l’era pù al segur ente chel posto e ‘l saròs sta mèio per el cambiar frabicia e ancia nòm, almen per en pòc’ de tèmp. El Bortol avèndo ciapì la situazion senza far tante domande, l’è córs a dìrgel al Renzo, i l’à fat montar su ‘nten biròz e i l’à portà ente n’àutra filanda lontana chìndes chilòmetri zirconzìrca. Ìo i l’à presentà al proprietari de la frabicia, en milanes che ‘l Bortol el cognosséva da ani, con en nòm fàus, Antonio Rivolta. El padron, ancia se chel’an nó g’era tant laoro, l’à pessegià a tòrlo su, fidandose de la racomandazion de n’òm onèst e che se n’antendeva. Difati, entel tèmp de prova, l’era restà pròpri content de chel’operaio nòu; l’unico problema d’imprinzìpi l’era che ‘l putèl l’amparéva ‘n pòc’ distràt, perché le pù tante bòte nó ‘l rispondeva cando che i lo clamava “Antonio”. Pòc’ tèmp dopo, è nù n’órden da Venezia, scrìt zó enten modo calmo, al capitano de Bergamo, perché chesto ‘l togés e ‘l des le informazion, se ‘ntel teritòri sota de el, e spezialment entel tal paes, ge fus na zèrta persona. El capitano, dopo aver fat tute le só tamisade entel modo che l’eva ciapì che i governanti de Venezia i voleva (o sia en modo da nó trovar engot e ‘nzun), l’à negià che sto tale ‘l fus ente la só zona. Sta risposta po' l’è stada mandada al rapresentante de Venezia a Milan, che i l’à mandada al cancelier perché chesto i l’à mandas a la fìn a don Gonzalo Fernandez de Cordova. E po' nó manciava i curiosi, che i voleva savér dal Bortol el perché chel putèl nó ‘l gera pù e ‘ndo che ‘l fus nà. A la prima domanda ‘l Bortol el rispondeva: “ma! l’è sparì.” Per contentar po' i pù insistènti, senza dàrge ‘l minimo sospèt de chel che l’era dalbòn, l’eva pensà de regialàrge a lori, a cì una, a cì n’àutra de che notìzie che en riferì sora: però, come ròbe confuse, che ancia el l’eva sentù dir, senza aver na prova segura. Ma cando che la domanda i ge l’à fata su comission del cardinal, senza mai nominar el Renzo, e con en zèrto tono solène e misterios, fasèndo ‘ntènder che la domanda la nidéva da na persona de grant importanza, ‘l Bortol l’à dubità ancor de pù. Sichè l’à pensà che fus mèio risponder come che ‘l feva de sòlit. Anzì, tratandose de ‘n gran personazi, l’à ritegnù zusto riportar tute le notìzie che l’eva zà riferì un a un en diferènti ocasion. Nó ste pensar però che don Gonzalo, n’òm de ca importanza come che l’era, i la giavés su dalbòn col pòer filàder bacanòt; e nancia che, forse stuzgià per el pòc’ rispèt mossà e per le parole ofensive che ‘l Renzo l’eva dit al só re, el re de Spagna, el volés vendiciarse; e nancia che i lo consideras en personazi tanto pericolos da cognér córerge dré e perseghitàrlo ancia se l’era s-ciampà senza lagiàrlo ‘n paze nancia se l’era lontan, come che eva fat i Romani con l’Anibale. Don Gonzalo el geva ben àutre ròbe pù importanti per la testa, e sichè nó ‘l se saròs dat tant disturbo per el Renzo. E se ‘mpareva che ‘l se fus enteressà dela só chestion, l’è sta sol ciàusa tante ròbe metùde ‘nsèma per caso, che le à fat sì che ‘l pòr Renzo, senza volérlo né savérlo, né ‘nchel moment né mai, ‘l se trovàs tirà dént ente che àutre ròbe ben pù importanti.
Già più d’una volta c’è occorso di far menzione della guerra che allora bolliva, per la successione agli stati del duca Vincenzo Gonzaga, secondo di quel nome; ma c’è occorso sempre in momenti di gran fretta: sicché non abbiam mai potuto darne più che un cenno alla sfuggita. Ora però, all’intelligenza del nostro racconto si richiede proprio d’averne qualche notizia più particolare. Son cose che chi conosce la storia le deve sapere; ma siccome, per un giusto sentimento di noi medesimi, dobbiam supporre che quest’opera non possa esser letta se non da ignoranti, non sarà male che ne diciamo qui quanto basti per infarinarne chi n’avesse bisogno. Abbiam detto che, alla morte di quel duca, il primo chiamato, in linea di successione, Carlo Gonzaga, capo d’un ramo cadetto trapiantato in Francia, dove possedeva i ducati di Nevers e di Rhétel, era entrato al possesso di Mantova; e ora aggiungiamo, del Monferrato: che la fretta appunto ce l’aveva fatto lasciar nella penna. La corte di Madrid, che voleva a ogni patto (abbiam detto anche questo) escludere da que’ due feudi il nuovo principe, e per escluderlo aveva bisogno d’una ragione (perché le guerre fatte senza una ragione sarebbero ingiuste), s’era dichiarata sostenitrice di quella che pretendevano avere, su Mantova un altro Gonzaga, Ferrante, principe di Guastalla; sul Monferrato Carlo Emanuele I, duca di Savoia, e Margherita Gonzaga, duchessa vedova di Lorena. Don Gonzalo, ch’era della casa del gran capitano, e ne portava il nome, e che aveva già fatto la guerra in Fiandra, voglioso oltremodo di condurne una in Italia, era forse quello che faceva più fuoco, perché questa si dichiarasse; e intanto, interpretando l’intenzioni e precorrendo gli ordini della corte suddetta, aveva concluso col duca di Savoia un trattato d’invasione e di divisione del Monferrato; e n’aveva poi ottenuta facilmente la ratificazione dal conte duca, facendogli creder molto agevole l’acquisto di Casale, ch’era il punto più difeso della parte pattuita al re di Spagna. Protestava però, in nome di questo, di non volere occupar paese, se non a titolo di deposito, fino alla sentenza dell’imperatore; il quale, in parte per gli ufizi altrui, in parte per suoi propri motivi, aveva intanto negata l’investitura al nuovo duca, e intimatogli che rilasciasse a lui in sequestro gli stati controversi: lui poi, sentite le parti, li rimetterebbe a chi fosse di dovere. Cosa alla quale il Nevers non s’era voluto piegare. Aveva anche lui amici d’importanza: il cardinale di Richelieu, i signori veneziani, e il papa, ch’era, come abbiam detto, Urbano VIII. Ma il primo, impegnato allora nell’assedio della Roccella e in una guerra con l’Inghilterra, attraversato dal partito della regina madre, Maria de’ Medici, contraria, per certi suoi motivi, alla casa di Nevers, non poteva dare che delle speranze. I veneziani non volevan moversi, e nemmeno dichiararsi, se prima un esercito francese non fosse calato in Italia; e, aiutando il duca sotto mano, come potevano, con la corte di Madrid e col governatore di Milano stavano sulle proteste, sulle proposte, sull’esortazioni, placide o minacciose, secondo i momenti. Il papa raccomandava il Nevers agli amici, intercedeva in suo favore presso gli avversari, faceva progetti d’accomodamento; di metter gente in campo non ne voleva saper nulla. Così i due alleati alle offese poterono, tanto più sicuramente, cominciar l’impresa concertata. Il duca di Savoia era entrato, dalla sua parte, nel Monferrato; don Gonzalo aveva messo, con gran voglia, l’assedio a Casale; ma non ci trovava tutta quella soddisfazione che s’era immaginato: che non credeste che nella guerra sia tutto rose. La corte non l’aiutava a seconda de’ suoi desidèri, anzi gli lasciava mancare i mezzi più necessari; l’alleato l’aiutava troppo: voglio dire che, dopo aver presa la sua porzione, andava spilluzzicando quella assegnata al re di Spagna. Don Gonzalo se ne rodeva quanto mai si possa dire; ma temendo, se faceva appena un po’ di rumore, che quel Carlo Emanuele, così attivo ne’ maneggi e mobile ne’ trattati, come prode nell’armi, si voltasse alla Francia, doveva chiudere un occhio, mandarla giù, e stare zitto. L’assedio poi andava male, in lungo, ogni tanto all’indietro, e per il contegno saldo, vigilante, risoluto degli assediati, e per aver lui poca gente, e, al dire di qualche storico, per i molti spropositi che faceva. Su questo noi lasciamo la verità a suo luogo, disposti anche, quando la cosa fosse realmente così, a trovarla bellissima, se fu cagione che in quell’impresa sia restato morto, smozzicato, storpiato qualche uomo di meno, e, ceteris paribus, anche soltanto un po’ meno danneggiati i tegoli di Casale. In questi frangenti ricevette la nuova della sedizione di Milano, e ci accorse in persona. Qui, nel ragguaglio che gli si diede, fu fatta anche menzione della fuga ribelle e clamorosa di Renzo, de’ fatti veri e supposti ch’erano stati cagione del suo arresto; e gli si seppe anche dire che questo tale s’era rifugiato sul territorio di Bergamo. Questa circostanza fermò l’attenzione di don Gonzalo. Era informato da tutt’altra parte, che a Venezia avevano alzata la cresta, per la sommossa di Milano; che da principio avevan creduto che sarebbe costretto a levar l’assedio da Casale, e pensavan tuttavia che ne fosse ancora sbalordito, e in gran pensiero: tanto più che, subito dopo quell’avvenimento, era arrivata la notizia, sospirata da que’ signori e temuta da lui, della resa della Roccella. E scottandogli molto, e come uomo e come politico, che que’ signori avessero un tal concetto de’ fatti suoi, spiava ogni occasione di persuaderli, per via d’induzione, che non aveva perso nulla dell’antica sicurezza; giacché il dire espressamente: non ho paura, è come non dir nulla. Un buon mezzo è di fare il disgustato, di querelarsi, di reclamare: e perciò, essendo venuto il residente di Venezia a fargli un complimento, e ad esplorare insieme, nella sua faccia e nel suo contegno, come stesse dentro di sé (notate tutto; ché questa è politica di quella vecchia fine), don Gonzalo, dopo aver parlato del tumulto, leggermente e da uomo che ha già messo riparo a tutto; fece quel fracasso che sapete a proposito di Renzo; come sapete anche quel che ne venne in conseguenza. Dopo, non s’occupò più d’un affare così minuto e, in quanto a lui, terminato; e quando poi, che fu un pezzo dopo, gli arrivò la risposta, al campo sopra Casale, dov’era tornato, e dove aveva tutt’altri pensieri, alzò e dimenò la testa, come un baco da seta che cerchi la foglia; stette lì un momento, per farsi tornar vivo nella memoria quel fatto, di cui non ci rimaneva più che un’ombra; si rammentò della cosa, ebbe un’idea fugace e confusa del personaggio; passò ad altro, e non ci pensò più. Ma Renzo, il quale, da quel poco che gli s’era fatto veder per aria, doveva supporre tutt’altro che una così benigna noncuranza, stette un pezzo senz’altro pensiero o, per dir meglio, senz’altro studio, che di viver nascosto. Pensate se si struggeva di mandar le sue nuove alle donne, e d’aver le loro; ma c’eran due gran difficoltà. Una, che avrebbe dovuto anche lui confidarsi a un segretario, perché il poverino non sapeva scrivere, e neppur leggere, nel senso esteso della parola; e se, interrogato di ciò, come forse vi ricorderete, dal dottor Azzecca-garbugli, aveva risposto di sì, non fu un vanto, una sparata, come si dice; ma era la verità che lo stampato lo sapeva leggere, mettendoci il suo tempo: lo scritto è un altro par di maniche. Era dunque costretto a mettere un terzo a parte de’ suoi interessi, d’un segreto così geloso: e un uomo che sapesse tener la penna in mano, e di cui uno si potesse fidare, a que’ tempi non si trovava così facilmente; tanto più in un paese dove non s’avesse nessuna antica conoscenza. L’altra difficoltà era d’avere anche un corriere; un uomo che andasse appunto da quelle parti, che volesse incaricarsi della lettera, e darsi davvero il pensiero di recapitarla; tutte cose, anche queste, difficili a trovarsi in un uomo solo. Finalmente, cerca e ricerca, trovò chi scrivesse per lui. Ma, non sapendo se le donne fossero ancora a Monza, o dove, credè bene di fare accluder la lettera per Agnese in un’altra diretta al padre Cristoforo. Lo scritoro prese anche l’incarico di far recapitare il plico; lo consegnò a uno che doveva passare non lontano da Pescarenico; costui lo lasciò, con molte raccomandazioni, in un’osteria sulla strada, al punto più vicino; trattandosi che il plico era indirizzato a un convento, ci arrivò; ma cosa n’avvenisse dopo, non s’è mai saputo. Renzo, non vedendo comparir risposta, fece stendere un’altra lettera, a un di presso come la prima, e accluderla in un’altra a un suo amico di Lecco, o parente che fosse. Si cercò un altro latore, si trovò; questa volta la lettera arrivò a chi era diretta. Agnese trottò a Maggianico, se la fece leggere e spiegare da quell’Alessio suo cugino: concertò con lui una risposta, che questo mise in carta; si trovò il mezzo di mandarla ad Antonio Rivolta nel luogo del suo domicilio: tutto questo però non così presto come noi lo raccontiamo. Renzo ebbe la risposta, e fece riscrivere. In somma, s’avviò tra le due parti un carteggio, né rapido né regolare, ma pure, a balzi e ad intervalli, continuato. Ma per avere un’idea di quel carteggio, bisogna sapere un poco come andassero allora tali cose, anzi come vadano; perché, in questo particolare, credo che ci sia poco o nulla di cambiato. Il contadino che non sa scrivere, e che avrebbe bisogno di scrivere, si rivolge a uno che conosca quell’arte, scegliendolo, per quanto può, tra quelli della sua condizione, perché degli altri si perita, o si fida poco; l’informa, con più o meno ordine e chiarezza, degli antecedenti: e gli espone, nella stessa maniera, la cosa da mettere in carta. Il letterato, parte intende, parte frantende, dà qualche consiglio, propone qualche cambiamento, dice: lasciate fare a me; piglia la penna, mette come può in forma letteraria i pensieri dell’altro, li corregge, li migliora, carica la mano, oppure smorza, lascia anche fuori, secondo gli pare che torni meglio alla cosa: perché, non c’è rimedio, chi ne sa più degli altri non vuol essere strumento materiale nelle loro mani; e quando entra negli affari altrui, vuol anche fargli andare un po’ a modo suo. Con tutto ciò, al letterato suddetto non gli riesce sempre di dire tutto quel che vorrebbe; qualche volta gli accade di dire tutt’altro: accade anche a noi altri, che scriviamo per la stampa. Quando la lettera così composta arriva alle mani del corrispondente, che anche lui non abbia pratica dell’abbiccì, la porta a un altro dotto di quel calibro, il quale gliela legge e gliela spiega. Nascono delle questioni sul modo d’intendere; perché l’interessato, fondandosi sulla cognizione de’ fatti antecedenti, pretende che certe parole voglian dire una cosa; il lettore, stando alla pratica che ha della composizione, pretende che ne vogliano dire un’altra. Finalmente bisogna che chi non sa si metta nelle mani di chi sa, e dia a lui l’incarico della risposta: la quale, fatta sul gusto della proposta, va poi soggetta a un’interpretazione simile. Che se, per di più, il soggetto della corrispondenza è un po’ geloso; se c’entrano affari segreti, che non si vorrebbero lasciar capire a un terzo, caso mai che la lettera andasse persa; se, per questo riguardo, c’è stata anche l’intenzione positiva di non dir le cose affatto chiare; allora, per poco che la corrispondenza duri, le parti finiscono a intendersi tra di loro come altre volte due scolastici che da quattr’ore disputassero sull’entelechia: per non prendere una similitudine da cose vive; che ci avesse poi a toccare qualche scappellotto. Ora, il caso de’ nostri due corrispondenti era appunto quello che abbiam detto. La prima lettera scritta in nome di Renzo conteneva molte materie. Da principio, oltre un racconto della fuga, molto più conciso, ma anche più arruffato di quello che avete letto, un ragguaglio delle sue circostanze attuali; dal quale, tanto Agnese quanto il suo turcimanno furono ben lontani di ricavare un costrutto chiaro e intero: avviso segreto, cambiamento di nome, esser sicuro, ma dovere star nascosto; cose per sé non troppo famigliari a’ loro intelletti, e nella lettera dette anche un po’ in cifra. C’era poi delle domande affannose, appassionate, su’ casi di Lucia, con de’ cenni oscuri e dolenti, intorno alle voci che n’erano arrivate fino a Renzo. C’erano finalmente speranze incerte, e lontane, disegni lanciati nell’avvenire, e intanto promesse e preghiere di mantener la fede data, di non perder la pazienza né il coraggio, d’aspettar migliori circostanze. Dopo un po’ di tempo, Agnese trovò un mezzo fidato di far pervenire nelle mani di Renzo una risposta, co’ cinquanta scudi assegnatigli da Lucia. Al veder tant’oro, Renzo non sapeva cosa si pensare; e con l’animo agitato da una maraviglia e da una sospensione che non davan luogo a contentezza, corse in cerca del segretario, per farsi interpretar la lettera, e aver la chiave d’un così strano mistero. Nella lettera, il segretario d’Agnese, dopo qualche lamento sulla poca chiarezza della proposta, passava a descrivere, con chiarezza a un di presso uguale, la tremenda storia di quella persona (così diceva); e qui rendeva ragione de’ cinquanta scudi; poi veniva a parlar del voto, ma per via di perifrasi, aggiungendo, con parole più dirette e aperte, il consiglio di mettere il cuore in pace, e di non pensarci più. Renzo, poco mancò che non se la prendesse col lettore interprete: tremava, inorridiva, s’infuriava, di quel che aveva capito, e di quel che non aveva potuto capire. Tre o quattro volte si fece rileggere il terribile scritto, ora parendogli d’intender meglio, ora divenendogli buio ciò che prima gli era parso chiaro. E in quella febbre di passioni, volle che il segretario mettesse subito mano alla penna, e rispondesse. Dopo l’espressioni più forti che si possano immaginare di pietà e di terrore per i casi di Lucia, “scrivete,” proseguiva dettando, “che io il cuore in pace non lo voglio mettere, e non lo metterò mai; e che non son pareri da darsi a un figliuolo par mio; e che i danari non li toccherò; che li ripongo, e li tengo in deposito, per la dote della giovine; che già la giovine dev’esser mia; che io non so di promessa; e che ho ben sempre sentito dire che la Madonna c’entra per aiutare i tribolati, e per ottener delle grazie, ma per far dispetto e per mancar di parola, non l’ho sentito mai; e che codesto non può stare; e che, con questi danari, abbiamo a metter su casa qui; e che, se ora sono un po’ imbrogliato, l’è una burrasca che passerà presto;” e cose simili. Agnese ricevè poi quella lettera, e fece riscrivere; e il carteggio continuò, nella maniera che abbiam detto. Lucia, quando la madre ebbe potuto, non so per qual mezzo, farle sapere che quel tale era vivo e in salvo e avvertito, sentì un gran sollievo, e non desiderava più altro, se non che si dimenticasse di lei; o, per dir la cosa proprio a un puntino, che pensasse a dimenticarla. Dal canto suo, faceva cento volte al giorno una risoluzione simile riguardo a lui; e adoprava anche ogni mezzo, per mandarla ad effetto. Stava assidua al lavoro, cercava d’occuparsi tutta in quello: quando l’immagine di Renzo le si presentava, e lei a dire o a cantare orazioni a mente. Ma quell’immagine, proprio come se avesse avuto malizia, non veniva per lo più, così alla scoperta; s’introduceva di soppiatto dietro all’altre, in modo che la mente non s’accorgesse d’averla ricevuta, se non dopo qualche tempo che la c’era. Il pensiero di Lucia stava spesso con la madre: come non ci sarebbe stato? e il Renzo ideale veniva pian piano a mettersi in terzo, come il reale aveva fatto tante volte. Così con tutte le persone, in tutti i luoghi, in tutte le memorie del passato, colui si veniva a ficcare. E se la poverina si lasciava andar qualche volta a fantasticar sul suo avvenire, anche lì compariva colui, per dire, se non altro: io a buon conto non ci sarò. Però, se il non pensare a lui era impresa disperata, a pensarci meno, e meno intensamente che il cuore avrebbe voluto, Lucia ci riusciva fino a un certo segno: ci sarebbe anche riuscita meglio, se fosse stata sola a volerlo. Ma c’era donna Prassede, la quale, tutta impegnata dal canto suo a levarle dall’animo colui, non aveva trovato miglior espediente che di parlargliene spesso. “Ebbene?” le diceva: “non ci pensiam più a colui?” “Io non penso a nessuno,” rispondeva Lucia. Donna Prassede non s’appagava d’una risposta simile; replicava che ci volevan fatti e non parole; si diffondeva a parlare sul costume delle giovani, le quali, diceva, “quando hanno nel cuore uno scapestrato (ed è lì che inclinano sempre), non se lo staccan più. Un partito onesto, ragionevole, d’un galantuomo, d’un uomo assestato, che, per qualche accidente, vada a monte, son subito rassegnate; ma un rompicollo, è piaga incurabile.” E allora principiava il panegirico del povero assente, del birbante venuto a Milano, per rubare e scannare; e voleva far confessare a Lucia le bricconate che colui doveva aver fatte, sicuramente anche al suo paese. Lucia, con la voce tremante di vergogna, di dolore, e di quello sdegno che poteva aver luogo nel suo animo dolce e nella sua umile fortuna, assicurava e attestava, che, al suo paese, quel poveretto non aveva mai fatto parlar di sè, altro che in bene; avrebbe voluto, diceva, che fosse presente qualcheduno di là, per fargli far testimonianza. Anche sull’avventure di Milano, delle quali non era ben informata, lo difendeva, appunto con la cognizione che aveva di lui e de’ suoi portamenti fino dalla fanciullezza. Lo difendeva o si proponeva di difenderlo, per puro dovere di carità, per amore del vero, e, a dir proprio la parola con la quale spiegava a sè stessa il suo sentimento, come prossimo. Ma da queste apologie donna Prassede ricavava nuovi argomenti per convincer Lucia, che il suo cuore era ancora perso dietro a colui. E per verità, in que’ momenti, non saprei ben dire come la cosa stesse. L’indegno ritratto che la vecchia faceva del poverino, risvegliava, per opposizione, più viva e più distinta che mai, nella mente della giovine l’idea che vi s’era formata in una così lunga consuetudine; le rimembranze compresse a forza, si svolgevano in folla; l’avversione e il disprezzo richiamavano tanti antichi motivi di stima; l’odio cieco e violento faceva sorger più forte la pietà: e con questi affetti, chi sa quanto ci potesse essere o non essere di quell’altro che dietro ad essi s’introduce così facilmente negli animi; figuriamoci cosa farà in quelli, donde si tratti di scacciarlo per forza. Sia come si sia, il discorso, per la parte di Lucia, non sarebbe mai andato molto in lungo; chè le parole finivan presto in pianto. Se donna Prassede fosse stata spinta a trattarla in quella maniera da qualche odio inveterato contro di lei, forse quelle lacrime l’avrebbero, tocca e fatta smettere; ma parlando a fin di bene, tirava avanti, senza lasciarsi smovere: come i gemiti, i gridi supplichevoli, potranno ben trattenere l’arme d’un nemico, ma non il ferro d’un chirurgo. Fatto però bene il suo dovere per quella volta, dalle stoccate e da’ rabbuffi veniva all’esortazioni, ai consigli, conditi anche di qualche lode, per temperar così l’agro col dolce, e ottener meglio l’effetto, operando sull’animo in tutti i versi. Certo, di quelle baruffe (che avevan sempre a un di presso lo stesso principio, mezzo e fine), non rimaneva alla buona Lucia propriamente astio contro l’acerba predicatrice, la quale poi nel resto la trattava con gran dolcezza; e anche in questo, si vedeva una buona intenzione. Le rimaneva bensì un ribollimento, una sollevazione di pensieri e d’affetti tale, che ci voleva molto tempo e molta fatica per tornare a quella qualunque calma di prima. Buon per lei, che non era la sola a cui donna Prassede avesse a far del bene; sicchè le baruffe non potevano esser così frequenti. Oltre il resto della servitù, tutti cervelli che avevan bisogno, più o meno, d’esser raddirizzati e guidati; oltre tutte l’altre occasioni di prestar lo stesso ufizio, per buon cuore, a molti con cui non era obbligata a niente: occasioni che cercava, se non s’offrivan da sè; aveva anche cinque figlie; nessuna in casa, ma che le davan più da pensare, che se ci fossero state. Tre eran monache, due maritate; e donna Prassede si trovava naturalmente aver tre monasteri e due case a cui soprintendere: impresa vasta e complicata, e tanto più faticosa, che due mariti, spalleggiati da padri, da madri, da fratelli, e tre badesse, fiancheggiate da altre dignità e da molte monache, non volevano accettare la sua soprintendenza. Era una guerra, anzi cinque guerre, coperte, gentili, fino a un certo segno, ma vive e senza tregua: era in tutti que’ luoghi un’attenzione continua a scansare la sua premura, a chiuder l’adito a’ suoi pareri, a eludere le sue richieste, a far che fosse al buio, più che si poteva, d’ogni affare. Non parlo de’ contrasti, delle difficoltà che incontrava nel maneggio d’altri affari anche più estranei: si sa che agli uomini il bene bisogna, le più volte, farlo per forza. Dove il suo zelo poteva esercitarsi liberamente, era in casa: lì ogni persona era soggetta, in tutto e per tutto, alla sua autorità, fuorchè don Ferrante, col quale le cose andavano in un modo affatto particolare. Uomo di studio, non gli piaceva nè di comandare nè d’ubbidire. Che, in tutte le cose di casa, la signora moglie fosse la padrona, alla buon’ora; ma lui servo, no. E se, pregato, le prestava a un’occorrenza l’ufizio della penna, era perchè ci aveva il suo genio; del rimanente, anche in questo sapeva dir di no, quando non fosse persuaso di ciò che lei voleva fargli scrivere. “La s’ingegni,” diceva in que’ casi; “faccia da sè, giacchè la cosa le par tanto chiara.” Donna Prassede, dopo aver tentato per qualche tempo, e inutilmente, di tirarlo dal lasciar fare al fare, s’era ristretta a brontolare spesso contro di lui, a nominarlo uno schivafatiche, un uomo fisso nelle sue idee, un letterato; titolo nel quale, insieme con la stizza, c’entrava anche un po’ di compiacenza. Don Ferrante passava di grand’ore nel suo studio, dove aveva una raccolta di libri considerabile, poco meno di trecento volumi: tutta roba scelta, tutte opere delle più riputate, in varie materie; in ognuna delle quali era più o meno versato. Nell’astrologia, era tenuto, e con ragione, per più che un dilettante; perchè non ne possedeva soltanto quelle nozioni generiche, e quel vocabolario comune, d’influssi, d’aspetti, di congiunzioni; ma sapeva parlare a proposito, e come dalla cattedra, delle dodici case del cielo, de’ circoli massimi, de’ gradi lucidi e tenebrosi, d’esaltazione e di deiezione, di transiti e di rivoluzioni, de’ princìpi in somma più certi e più reconditi della scienza. Ed eran forse vent’anni che, in dispute frequenti e lunghe, sosteneva la domificazione del Cardano contro un altro dotto attaccato ferocemente a quella dell’Alcabizio, per mera ostinazione, diceva don Ferrante; il quale, riconoscendo volentieri la superiorità degli antichi, non poteva però soffrire quel non voler dar ragione a’ moderni, anche dove l’hanno chiara che la vedrebbe ognuno. Conosceva anche, più che mediocremente, la storia della scienza; sapeva a un bisogno citare le più celebri predizioni avverate, e ragionar sottilmente ed eruditamente sopra altre celebri predizioni andate a vòto, per dimostrar che la colpa non era della scienza, ma di chi non l’aveva saputa adoprar bene. Della filosofia antica aveva imparato quanto poteva bastare, e n’andava di continuo imparando di più, dalla lettura di Diogene Laerzio. Siccome però que’ sistemi, per quanto sian belli, non si può adottarli tutti; e, a voler esser filosofo, bisogna scegliere un autore, così don Ferrante aveva scelto Aristotile, il quale, come diceva lui, non è né antico né moderno; è il filosofo. Aveva anche varie opere de’ più savi e sottili seguaci di lui, tra i moderni: quelle de’ suoi impugnatori non aveva mai voluto leggerle, per non buttar via il tempo, diceva; né comprarle, per non buttar via i danari. Per eccezione però, dava luogo nella sua libreria a que’ celebri ventidue libri De subtilitate, e a qualche altr’opera antiperipatetica del Cardano, in grazia del suo valore in astrologia; dicendo che chi aveva potuto scrivere il trattato De restitutione temporum et motuum coelestium, e il libro Duodecim geniturarum, meritava d’essere ascoltato, anche quando spropositava; e che il gran difetto di quell’uomo era stato d’aver troppo ingegno; e che nessuno si può immaginare dove sarebbe arrivato, anche in filosofia, se fosse stato sempre nella strada retta. Del rimanente, quantunque, nel giudizio de’ dotti, don Ferrante passasse per un peripatetico consumato, non ostante a lui non pareva di saperne abbastanza; e più d’una volta disse, con gran modestia, che l’essenza, gli universali, l’anima del mondo, e la natura delle cose non eran cose tanto chiare, quanto si potrebbe credere. Della filosofia naturale s’era fatto più un passatempo che uno studio; l’opere stesse d’Aristotile su questa materia, e quelle di Plinio le aveva piuttosto lette che studiate: non di meno, con questa lettura, con le notizie raccolte incidentemente da’ trattati di filosofia generale, con qualche scorsa data alla Magia naturale del Porta, alle tre storie lapidum, animalium, plantarum, del Cardano, al Trattato dell’erbe, delle piante, degli animali, d’Alberto Magno, a qualche altr’opera di minor conto, sapeva a tempo trattenere una conversazione ragionando delle virtù più mirabili e delle curiosità più singolari di molti semplici; descrivendo esattamente le forme e l’abitudini delle sirene e dell’unica fenice; spiegando come la salamandra stia nel fuoco senza bruciare: come la remora, quel pesciolino, abbia la forza e l’abilità di fermare di punto in bianco, in alto mare, qualunque gran nave; come le gocciole della rugiada diventin perle in seno delle conchiglie; come il cameleonte si cibi d’aria; come dal ghiaccio lentamente indurato, con l’andar de’ secoli, si formi il cristallo; e altri de’ più maravigliosi segreti della natura. In quelli della magia e della stregoneria s’era internato di più, trattandosi, dice il nostro anonimo, di scienza molto più in voga e più necessaria, e nella quale i fatti sono di molto maggiore importanza, e più a mano, da poterli verificare. Non c’è bisogno di dire che, in un tale studio, non aveva mai avuta altra mira che d’istruirsi e di conoscere a fondo le pessime arti de’ maliardi, per potersene guardare, e difendere. E, con la scorta principalmente del gran Martino Delrio (l’uomo della scienza), era in grado di discorrere ex professo del maleficio amatorio, del maleficio sonnifero, del maleficio ostile, e dell’infinite specie che, pur troppo, dice ancora l’anonimo, si vedono in pratica alla giornata, di questi tre generi capitali di malìe, con effetti così dolorosi. Ugualmente vaste e fondate eran le cognizioni di don Ferrante in fatto di storia, specialmente universale: nella quale i suoi autori erano il Tarcagnota, il Dolce, il Bugatti, il Campana, il Guazzo, i più riputati in somma. Ma cos’è mai la storia, diceva spesso don Ferrante, senza la politica? Una guida che cammina, cammina, con nessuno dietro che impari la strada, e per conseguenza butta via i suoi passi; come la politica senza la storia è uno che cammina senza guida. C’era dunque ne’ suoi scaffali un palchetto assegnato agli statisti; dove, tra molti di piccola mole, e di fama secondaria, spiccavano il Bodino, il Cavalcanti, il Sansovino, il Paruta, il Boccalini. Due però erano i libri che don Ferrante anteponeva a tutti, e di gran lunga, in questa materia; due che, fino a un certo tempo, fu solito di chiamare i primi, senza mai potersi risolvere a qual de’ due convenisse unicamente quel grado: l’uno, il Principe e i Discorsi del celebre segretario fiorentino; mariolo sì, diceva don Ferrante, ma profondo: l’altro, la Ragion di Stato del non men celebre Giovanni Botero; galantuomo sì, diceva pure, ma acuto. Ma, poco prima del tempo nel quale è circoscritta la nostra storia, era venuto fuori il libro che terminò la questione del primato, passando avanti anche all’opere di que’ due matadori, diceva don Ferrante; il libro in cui si trovan racchiuse e come stillate tutte le malizie, per poterle conoscere, e tutte le virtù, per poterle praticare; quel libro piccino, ma tutto d’oro; in una parola, lo Statista Regnante di don Valeriano Castiglione, di quell’uomo celeberrimo, di cui si può dire, che i più gran letterati lo esaltavano a gara, e i più gran personaggi facevano a rubarselo; di quell’uomo, che il papa Urbano VIII onorò, come è noto, di magnifiche lodi; che il cardinal Borghese e il vicerè di Napoli, don Pietro di Toledo, sollecitarono a descrivere, il primo i fatti di papa Paolo V, l’altro le guerre del re cattolico in Italia, l’uno e l’altro invano; di quell’uomo, che Luigi XIII, re di Francia, per suggerimento del cardinal di Richelieu, nominò suo istoriografo; a cui il duca Carlo Emanuele di Savoia conferì la stessa carica; in lode di cui, per tralasciare altre gloriose testimonianze, la duchessa Cristina, figlia del cristianissimo re Enrico IV, potè in un diploma, con molti altri titoli, annoverare “la certezza della fama ch’egli ottiene in Italia, di primo scrittore de’ nostri tempi.” Ma se, in tutte le scienze suddette, don Ferrante poteva dirsi addottrinato, una ce n’era in cui meritava e godeva il titolo di professore: la scienza cavalleresca. Non solo ne ragionava con vero possesso, ma pregato frequentemente d’intervenire in affari d’onore, dava sempre qualche decisione. Aveva nella sua libreria, e si può dire in testa, le opere degli scrittori più riputati in tal materia: Paride dal Pozzo, Fausto da Longiano, l’Urrea, il Muzio, il Romei, l’Albergato, il Forno primo e il Forno secondo di Torquato Tasso, di cui aveva anche in pronto, e a un bisogno sapeva citare a memoria tutti i passi così della Gerusalemme Liberata, come della Conquistata, che possono far testo in materia di cavalleria. L’autore però degli autori, nel suo concetto, era il nostro celebre Francesco Birago, con cui si trovò anche, più d’una volta, a dar giudizio sopra casi d’onore; e il quale, dal canto suo, parlava di don Ferrante in termini di stima particolare. E fin da quando venner fuori i Discorsi Cavallereschi di quell’insigne scrittore, don Ferrante pronosticò, senza esitazione, che quest’opera avrebbe rovinata l’autorità dell’Olevano, e sarebbe rimasta, insieme con l’altre sue nobili sorelle, come codice di primaria autorità presso ai posteri: profezia, dice l’anonimo, che ognun può vedere come si sia avverata. Da questo passa poi alle lettere amene; ma noi cominciamo a dubitare se veramente il lettore abbia una gran voglia d’andar avanti con lui in questa rassegna, anzi a temere di non aver già buscato il titolo di copiator servile per noi, e quello di seccatore da dividersi con l’anonimo sullodato, per averlo bonariamente seguito fin qui, in cosa estranea al racconto principale, e nella quale probabilmente non s’è tanto disteso, che per isfoggiar dottrina, e far vedere che non era indietro del suo secolo. Però, lasciando scritto quel che è scritto, per non perder la nostra fatica, ometteremo il rimanente, per rimetterci in istrada: tanto più che ne abbiamo un bel pezzo da percorrere, senza incontrare alcun de’ nostri personaggi, e uno più lungo ancora, prima di trovar quelli ai fatti de’ quali certamente il lettore s’interessa di più, se a qualche cosa s’interessa in tutto questo. Fino all’autunno del seguente anno 1629, rimasero tutti, chi per volontà, chi per forza, nello stato a un di presso in cui gli abbiam lasciati, senza che ad alcuno accadesse, nè che alcun altro potesse far cosa degna d’esser riferita. Venne l’autunno, in cui Agnese e Lucia avevan fatto conto di ritrovarsi insieme: ma un grande avvenimento pubblico mandò quel conto all’aria: e fu questo certamente uno de’ suoi più piccoli effetti. Seguiron poi altri grandi avvenimenti, che però non portarono nessun cambiamento notabile nella sorte de’ nostri personaggi. Finalmente nuovi casi, più generali, più forti, più estremi, arrivarono anche fino a loro, fino agli infimi di loro, secondo la scala del mondo: come un turbine vasto, incalzante, vagabondo, scoscendendo e sbarbando alberi, arruffando tetti, scoprendo campanili, abbattendo muraglie, e sbattendone qua e là i rottami, solleva anche i fuscelli nascosti tra l’erba, va a cercare negli angoli le foglie passe e leggieri, che un minor vento vi aveva confinate, e le porta in giro involte nella sua rapina. Ora, perchè i fatti privati che ci rimangon da raccontare, riescan chiari, dobbiamo assolutamente premettere un racconto alla meglio di quei pubblici, prendendola anche un po’ da lontano.
Zà àutre bòte n’è ciapità de parlar de la guera che, a chel tèmp, g’era per la spartisión de la ròba del duca Vincenzo Gonzaga, el secónt con chel nòm. Però ne ‘n parlà sèmper massa ‘n prèssa, senza mai podér dir vergot de pù che na notiziéta. Adès però, per ciapìr ben chel che sen dré a contar, l’è pròpri nezessari savér en pòc’ mèio ca fazènda. L’è fati che cì che cognós la storia el doròs zà savér; ma dato che per umiltà dovén pensar che sto lìber el sia lezù spezialment da le persone che nó le è spèrte, nó ‘l sarà na ròba fata mal se le scriven en pòce parole, per dar en minimo de sapiènza a cì che ge n’avés de bisògn. En zà dit che cando che è mòrt chel duca, el prìm erede ‘ntela sucession, l’era ‘l Carlo Gonzaga, capo de ‘n ram secondari de la famìlia, che ‘l s’era straplantà ‘n Francia, endo che ‘l g’eva i ducati de Nevers e de Rhétel, e l’era sta bòn de nìr en possès del ducato de Màntua; e adès ge tacian ancia del Monferrato, che prima, da la prèssa, n’era restà ‘nla péna. El goèrno de Madrid che ‘l voléva ‘n tuti i modi ‘mpedìr a sto prìnzipe nòu de otègner che doi propietà, (Màntua e Monferrato), el geva bisògn de na scusa, perché far na guera senza ‘n motivo la saròs stada disonesta. A sto modo el goèrno de Madrid el s’era dichiarà a favor de àutri vantóri: n’àuter Gonzaga, el Ferrante, prinzipe de Guastalla che l’averòs volèst Màntua; e per el Monferrato, Carlo Manuèle I, duca de Savoia, e la Margerita Gonzaga, duchessa védoa de Lorena. Don Gonzalo, che l’apartegnìva a la famìlia de chel notòrio gran capitano, e che ‘l portava ‘l só stes nòm, l’eva zà combatù enle Fiandre, e ‘l voleva a tuti i costi far na guera ancia in Italia e l’era forse ‘l pù azità per enviàrla via ‘l pù prést possìbol. Entant, avèndo ciapì le intenzion del goèrno spagnol, e prima ‘ncor de zapàr órdeni prezìsi, l’eva concludèst n’acòrdi secrèt col duca de Savoia per ocupar e po' spartìrse ‘l Monferrato. Pòc’ tèmp dopo l’eva ancia otegnù l’aprovazion solène del duca Olivares (che l’era ministro del re de Spagna), fasèndoge créder che saròs sta fàzile zapar Casale, la zità pù armada ente la part che spetava a la Spagna. Don Gonzalo però ‘l diseva che l’ocupazion del teritòri da part de la Spagna l’era sol provisòria, e che l’aspetava ‘l zudìzi de l’imperator. Cant a l’imperator, sia perché i ge soflava ént da na banda, sia ancia per fati sòi, entant l’eva refudà de ricognósser el Carlo Gonzaga come duca, e ‘l geva dat órden de consegnar i teritòri ‘n chestion a l’Impero, che i ge l’averòs tegnùdi a man enfìn a l’èsit de la fazènda e dopo aver scoltà tute le part. Ma ‘l Carlo Gonzaga duca de Nevers, nó l’eva volèst obedìr a sto órden. El geva ancia el amìzi che l’era gran spòne: el cardinal de Richelieu, i siori veneziani, e ‘l papa, che l’era come che diséven, Urbano VIII. Ma ‘l re de Francia, che ‘l saròs sta ‘l prìm aleato del duca de Nevers, enchel moment l’era zà ocupà con la batàlia de la Roccella e con na guera contra l’Inghilterra. E per de pù l’era ‘mpedì dal partito de la rezìna madre, la Maria de Medici, che a ciàusa de motivi sòi, l’era contraria a la familia de Nevers. Sichè nó la podéva ofrìr àuter che promesse confuse. Cant ai veneziani, nó i voleva ‘ntrigiarse e nancia tòr na part en modo palés enfìn che n’esèrzito francese nó ‘l fus nù zó in Italia. Entant i aidàva ‘l duca de scondión, come che i podeva, ma con la Spagna e col goernator de Milan nó i feva àuter che calche protesta, su le proposte su le racomandazion, a bòte calme, a bòte ciatìve conforma le ocasion. El papa el tegnìva per el Carlo Gonzaga, i lo racomandava ai só aleati, e i ló difendeva dai so nemìzi, e ‘l feva prozèti per nar a far la paze. Però, nó ‘l voleva savérgen de méter soldadi en campo. A sto modo i doi aleati, la Spagna e i Savoia, pronti a taciàr bègia, i à podèst scomenziar con pù segurezza le manovre che i eva zà prozetà. El duca de Savoia l’èra na ént, da la só banda, entel Monferrato, entant don Gonzalo l’eva scomenzià con gran lena a assediar la zità de Casale. Però l’impresa nó l’eva dat tuta la sodisfazion come che s’èra ‘mmazinà: dopo tut, la guera nó l’è mai tut rose e fiori. Difati el goèrno spagnol nó i lo aidàva come che el l’averòs volèst anzi ‘l ge feva manciar i mezzi pù nezessari. El Savoia, só aleato, i lo aidàva sì… ancia massa, perché dopo aver conquistà la porzion che ge spetava el scomenziava a ‘nteressàrse ancia de chela destinada a la Spagna. Don Gonzalo l’era furiós come na bestia, ma nó ‘l podeva protestar pù de tant, perché ‘l geva paura che chel Carlo Manuèle, enzì astuto ‘ntei entrigi che nó séves mai chel che ‘l pensava, ma ancia corazós cando l’era ‘n batàlia, el podés passar da la banda de la Francia. Sichè, ‘l Gonzalo el doveva mandar zó ‘l rósc’ e tàser. Per de pù, la batàlia la neva inanzi mal, l’era lòngia e a bòte la zessàva, sia per la forza e per l’inzègn de chei de Casale, sia perché el ‘l geva pòce trupe, e, per zèrti studiadi, ancia per i erori militari che ‘l combinava. Su sti erori, nó ne ‘n ‘mpazzan, ma se sti erori i gera stadi dalbòn, tanto mèio, perchè i à sparagnà tanti morti e ferìdi inutili, o ancia sol calche dan en men ai cuèrti de Casale. En mez a tute ste dificoltà, don Gonzalo la zapà la notìzia del rebaltón che era scopià a Milan e l’èra nà ìo de persona. Entel rapòrto che i geva fat a don Gonzalo, i geva ancia contà de la fugia ribèle e sfracassona del Renzo, e dei fati, veri o ‘mmazinadi, che i l’eva portà ‘n presón; e i geva riferì ancia che chel tale l’era s-ciampà ‘ntel teritòri de Bergamo. Sto particolare l’eva fat endrizzar su le récle a don Gonzalo. Difati, da àutre ós l’era nù a savér che a Venezia i s’èra esaltadi a ciàusa de ca solevazion de Milan; che su le prime i eva pensà che el ‘l saròs sta costrét a arbandonar la batalia de Casale, e che ancora i credeva che ‘l fus preocupà e che ‘l fus enle pèze. Tanto pù che pòc’ tèmp dopo chel rebaltón, era arivà ancia la notìzia, che i veneziani i sgosolava e che el enveze ‘l temeva pù de tut, che a la Roccella i eva consegnà le armi. Sicome sta ròba la ge scotava assà, sia come òm ma ancia come politico, l’idea che i veneziani i giaves n’opunion enzì bassa de la só forza, el zerciàva ogni ocasion per fàrge véder, ancia de travèrs, che ‘l só sòlit crèdit nó i l’eva perdù de segur; perché dir, fòr dai dènti, nó giâi paura, l’è compagn come nó dir engot. En bòn modo per far ciapìr che se è forti e padroni de la situazion l’è fàrse véder seciadi, protestar, lamentàrse: e ‘nzì, cando che ‘l rapresentante de la Repubblica de Venezia l’è nù a fàrge visita, sia per portar i saluti complimentosi, sia per zerciar de ciapìr dal só mus e dal só comportament come che ‘l stes per dalbòn, (fé atenzion a tute ste picolézze, perché l’è l’art setìla de la politica), don Gonzalo, dopo aver parlà del tumulto enzì soravìa e da òm che eva zà sistemà ogni ròba, l’eva fat tut chel gazèr, come che sen, pròpri a pròposit del Renzo; e sen ancia chel che è suzèst dopo. Dopo chel fato, nó ‘l s’è pù ‘nteressà de ca fazènda ‘nzì pìzzola e che ormai el tegnìva come risolta. E cando, tant tèmp dopo, g’era arivà na risposta, entant che ‘l se giatava en batalia de nòu a Casale, ocupà ente ben àutri pensieri, l’à auzzà e scorlà la testa come ‘n ciavalér en zércia de la fòia; l’è restà n’àtimo a zerciar de ricordar chel fato che ormai l’era sol en recòrt confus; el s’è ricordà del fato, l’abù n’impression provisòria e confusa del Renzo, po' l’era passà a far àuter, e nó ‘l giâ pù pensà. Ma ‘l Renzo, che da chel pòc’ che l’eva podèst ciapìr de la situazion el s’era fat tuta n’àutra idea da chela che, en realtà, g’eva le autorità che ‘nveze la ge ‘nteressava pòc’ o ‘ngot, l’era restà per tant tèmp senza pensar a àuter o, per dìrla tuta, senza àutra preocupazion che chela de restar scònt. Podéo emmazinàrve cant che ‘l volés far savér só notìzie a le só doi feumne, e zapàrnen da lore; ma gera doi gran ostàcoi. El prìm l’era che l’averòs dovèst fidàrse de calchedun per scrìver, perché el, porét, nó l’era bòn, e nancia de lézer, almen per chel che vòl dir nó savér né lézer né scrìver. Difati, se vé recordào, cando che ‘l dotor Azzecca-garbugli el geva domandà se l’era bòn de lézer, el Renzo l’eva respondù de sì: nó se tratava de na bulàda o de n’esagerazion, ma sol del fato che l’era bòn de lézer chel che era stampà, ancia se a stento e togèndose ‘l só tèmp. Tut n’àutra ròba però l’era lézer o scrìver na lìtera, scrita a man. Sichè l’era costrét a fàrge savér a ‘n tèrz i só afari, el só secrét enzì deliciat: e trovar calchedun che ‘l fus bòn de scrìver ben, e che se podés fidàrse, a chei tempi nó l’era de segur fàzile, spezialment enten paes endo che nó ‘l cognosseva ‘nzun. El secónt problema l’era trovar en postìn: na persona che la nés pròpri ‘nche zone, che l’azetàs de portar la lìtera e che la se preocupàs dalbòn de consegnarla. Ancia cheste l’era calità difìzili da trovar tute ‘nsèma ente na persona sola. A la fìn, zércia e zércia, l’à trovà cì che podéva scrìver per el. Ma, nó savèndo se le doi dòne le fus ancor a Monza, o ‘ndo, l’à pensà ben de méter ensèma la lìtera per l’Agnese ente n’àutra dirèta al padre Cristoforo. El scrivàn ‘l s’à tòt ancia l’incombènza de far arivar tut el plìc; i l’à consegnà a un che ‘l geva da passar ìo vizìn a Pescarenico; chesto cì i l’à lagià con tante racomandazion, enten’ostarìa dré la strada entel posto pù vizìn; sicome ‘l pac l’era destinà a ‘n convènt, l’è arivà; ma chel che è suzèst dopo enzun lo sa. El Renzo nó zapàndo na risposta, l’à fat scrìver n’àutra lìtera pù o men come la prima e i l’à fata méter ensèma a n’àutra lìtera destinada a ‘n só amìzi o a ‘n parènt, nó se sa, da Lecco. L’à zercià n’àuter viàder, i l’à trovà, e sta bòta la lìtera l’è arivada a destinazion. L’Agnese l’è nada sùbit a Maggianico, endo che la s’à fat lézer e spiegiar chel che gera su scrìt da só cusìn l’Alessio. Po', d’acòrdi con el, la preparà na risposta che l’Alessio l’à scrìt zó. I à trovà ‘l modo per farla arivar a l’Antonio Rivolta (el nòm fàus del Renzo) entel posto ‘ndo che l’abitava: però tut chesto mìgia ‘ntel tèmp come che ‘l contan noiàutri no. El Renzo l’à zapà la lìtera, e l’à fat scrìver de nòu. Ensoma, tra le doi part s’è ‘nvià via ‘n tràfico de lìtere né velòze né regolar, ma però ancia se a sbàlzi, de sèito. Ma per aver n’idea de tute che lìtere, ge vòl savér come che le neva a chel tèmp le ròbe, anzi come che le va ‘ncor adès; perché ‘nte sta roba cì, mì credi che ge sia pòc’ o ‘ngot de cambià. El contadìn che nó è bòn de scrìver, ma che ‘l giâ bisògn de fàrlo, el va da calchedun che ‘l sia bòn de scrìver, vardàndo de zernìrlo, per cant che l’è possìbol, tra le persone che le sia de la só stessa condizion. E chesto perché dai àutri ‘l giâ sudizion o ‘l se fida pòc’; el gé spiégia enten modo pù o men ben i fati suzedùdi prima e chel che ‘l voròs scrìver. Cì che scrìu, el ciapìs na part e n’àutra i la ciapìs a só modo, el dà calche consìli, e ‘l presenta cambiaménti e po' ‘l dis: “làgia far a mì.” el tòl la péna e ‘l met zó per scrìt i pensieri de l’àuter entel modo che ge par pù zust, cambiàndoi, metèndoi zó mèio, sgrandèzàndoi o scurtàndoi, conforma chel che ge par pù dèster. Perché, de segur, cì che è pù lezù nó ‘l vòl èsser sol la péna e basta: cando che ‘l se ‘ntromét enle ròbe dei àutri, ‘l vòl ancia dir la sóa e dìrla come che ‘l dis el. Però, ancia a cì che scrìu pòl ciapitàrge de nó èsser bòn de dir tut chel che ‘l voròs, o adiritura de dir tut n’àutra ròba. Chesto, difati, ‘l ge suzèt ancia a chei che scrìu per mistér. Cando che la lìtera metùda zó ‘nzì l’ariva a cì che cògn lézerla, che ancia el nó l’è bòn de lézer o scrìver bèn, chesto i la porta da n’àuter dotor del só livèl, che ‘l ge la léz e ‘l ge la spiegia. Ma po' vèn fòr dubi su la spiegiazion: chel che zapa la lìtera, cognossèndo ben i fati, l’è convinto che zèrte parole le vòl dir na ròba, enveze cì che ge la léz, stando a chel che ‘l sa el, el pretènt che le vòbia dir vergot àuter. A la fìn, cì che nó sa, el cògn méterse 'nle man de cì che sa, e darge ancia l’incombenza de dar na risposta, che la sarà scrita entel stes modo de la prima e, sichè, sogéta a spiegiazion del zènere. Se po' chel che ge vòl scrìver l’è ‘n pòc’ deliciat o secrèt, e g’è la paura che calchedun pòdia lézerlo, se la lìtera la se pèrt, alor se scrìu aposta entel modo pù confus. E a sto modo le lìtere le seghita per en pòc’ de tèmp, e va a finìr che le doi part po' dopo nó le se ciapìs pù, pròpri come doi lezùdi che discutés da ore su l’”entelechia” (na ròba difìzile de la filosofia antica); per nó far en paragon pù dirèt e sfazzà, che magiari ‘l poròs nar a ruar ente na sbèrla. Adès, el caso del Renzo e de l’Agnese che se mandava lìtere, l’era pròpri chel che en apena descrìt. La prima lìtera scrìta a nòm del Renzo la diséva tante ròbe. La scomenziava col raporto de la só fugia: pù curt ma ancia pù confus de chel che voi eo lezù ente sta storia. Po' ge neva dré na descrizion de la só situazion de chel moment, ma né l’Agnese né chel che ge la lezéva (che l’era só cusìn l’Alessio) i era stadi bòni de ciapìrgen dént vergot. Ente la lìtera difati, se parlava de avisi secrèti, de ‘n cambiament de nòm, del fato che ‘l fus al segur, ma che comunque ‘l cogneva restar scònt, tut ròbe che nó gera mai ciapità prima e tanto pù che le era scrìte enten modo che nó se ciapìva pròpri ben. Gera po' domande ansiose e pléne de emozion su chel che gera suzèst a la Lucia, con pensieri pléni de dolor per zèrte ós che gera nù ‘nle récle. A la fìn, ente la lìtera se parlava de speranze lontane e malsegure, de prozèti per el doman, e se feva promesse e sùplice: de restar fedeli a la parola data, de nó pèrder la pasiènza né ‘l coràzo, e de spetar tèmpi mióri Dopo ‘n pòc’ de tèmp, l’Agnese l’à trovà ‘n mèzo fidà per fàrge avér al Renzo na risposta, coi zincanta soldi che geva destinà la Lucia. A véder tut chel’òr, el Renzo nó ‘l séva pù che pensar; e tut azità per la maravéa, ma ‘ntel stes tèmp dubios da nó podér èsser tant contènt, l’è córs en zércia del secretàri, per farse lézer la lìtera, e aver na spiegiazion pù segura de chel gran mistero. Enla lìtera, ‘l secretàri de l’Agnese, dopo calche lamént sul fato che se ciapìva pòc’ de la propòsta, el passava a descrìver, enten modo en pressapòc’ compàgn, la storia tremènda de ca persona (enzì ‘l diseva); e cì se ciapìva resón de chei zincanta soldi; po' ‘l spiegiava la chestion del voto, ma tut con tanti ziri de parole, zontàndoge, con parole pù sclète e dirète, el consìli de méter el còr en paze, e de nó pensàrge pù. Pòc’ ge manciava che ‘l Renzo nó ‘l se ‘nrabiàs con chel che ge lezéva la lìtera: ‘l tremava, l’era terorizà e furios per chel che l’era sta bòn de ciapìr. El geva fat lézer e rilézer trei o càter bòte ca lìtera tremenda: a momenti ge ‘mpareva de ciapìrla mèio, a bòte ge deventava confus pròpri chel che prima ge ‘mpareva de avér ciapì. Tut zapà da ‘n tumulto de emozion, l’à volèst che ‘l scritor el togés sùbit la péna e che ‘l scomenziàs a scrìver na risposta. Dopo avérge endetà le parole pù sinzére possìbol de compassion e de teror per chel che gera suzedù a la Lucia, l’è nà avanti ‘nzì: “scrivé che mì nó vòi méterme ‘l còr en paze, e che nó me ‘l darài mai; e che nó l’è consìli da dar a un come mì; che chei soldi nó i doprerài de segur, i meterài da na banda e che i tegnirai come dota per la putèla; perché ela la deve deventar la me spósa. Che mì nó sai engot de promesse scanzelade; e che ài sèmper sentù dir che la Madona l’aiuta cì che patìs e che la fa le grazie, ma nó ài mai sentù dir che la ge sia per far tòrt o per far manciar a la parola data; e che alor sta ròba nó la pòl nar ben; e che con chei soldi ìo ne farén na ciasa cacì; e che, se adès son enle pèze, l’è sol en vissinèl che passa”; e avanti ‘nzì con tanti àutri discorsi en pressapòc’ compagni. L’Agnese l’à zapà pò ca lìtera, e la fat rescrìver; e sto vai e vèi de lìtere l’è nà avanti, ente la maniera che en zà dit. La Lucia, cando che so mama l’è stada bòna, nó se sa bèn come, a fàrge savér che ‘l Renzo l’era vìu, al segur e che ‘l seva tut de la situazion, la s’è sentùda solevada, e nó la voléva àuter, se non che ‘l Renzo ‘l se desmentegiàs de ela, o per dirla pròpri zusta, che ‘l se ‘mpegnas a desmentegiàrla. Da parte sóa, ancia ela ogni dì, zènto bòte la togéva la dezision de desmentegiàrlo e la feva tut el possìbol per riussìrge. La se aplicava con impégn entel laóro, la provava a tègner ocupàda la testa sol a chel; e cando che ge nideva ‘n ment la fegura del Renzo, sùbit la se metéva a pregiar o a dir su orazion a memoria. Ma chel pensier, come se ‘l g’aves la só malìzia, nó ‘l se presentava mai a l’avèrta: el se ficiava sèmper de scondión ‘ntra i àutri pensieri, tanto che la Lucia la se n’ascorzéva sol cando che ormai el gera zà da ‘n pèz. La Lucia la pensava de spes a só mama, e nó ‘l podeva èsser diferènte, e plan plan ancia ‘l pensier per el Renzo el se ficiava tra chei pensieri, come che ‘n realtà l’eva fat tante àutre bòte. La stessa ròba la suzzedéva con ogni persona, ogni posto, ogni ricordo del passà: el Renzo ‘l tornava sèmper entei só pensieri. E se per caso ge suzzedéva de far fantasìe sul só doman, ancia ìo sautava fòr el, come per dir: at ogni modo mì nó ge sarai. Epur, se pròpri nó pensar a el l’era ‘mpossìbol, la Lucia l’era bòna comunque a pensàrge de men e con men fadìgia de cant che ‘l só còr l’averòs volèst. La saròs stada bòna ancor mèio ente sto intento, se però la fus stada sol ela a volérlo. Ma g’era ancia la sióra Prassede, che, tuta zapada dal desidèri de fàrge desmentergiar chel putèl, nó la trovava ‘ngot àuter che… parlàrge de spes del Renzo. “E alor?” la ge diseva: “sì mo che nó ge pénses pù a chel putèl?” “Mì nó pensi a ‘nzun,” rispondeva la Lucia. La siora Prassede nó la se contentava de na risposta ‘nzì tanto per dir; la insisteva disèndo che le parole nó le era assà, che gé voleva i fati fetìvi. Po' la scomenziava a far discorsi lòngi sul comportament de le putèle zóne, e disèndo: “cando che le scomenzia a volérge ben a ‘n tipo sbandà (che l’è pròpri ìo ‘ndo che le cròda sèmper), nó le è pù bòne de desmentegiàrlo. Se ‘nveze ciàpita che ‘n bòn partìto, serio, onèst, fidà, el vàgia a mont per calche reson, le se rassegna sùbit. Ma se se trata de ‘n disgrazià, chel’ìo el deventa na ferìda che nó la varìs pù.” E da cì partìva la só prèdicia plena de critiche sul Renzo che nó gera, del birbante che era nù a Milan, per robar e per copar; e la voleva perfìn fàrge confessar a la Lucia le lazeronàde che chel’ìo el geva da aver combinà, de segur, ancia al só paes. La Lucia, con la ós tremolènta per la vergògna e ‘l dolor e de ca rabia, chela che podeva èsserge entel só natural bòn e umile, l’à segurava e la diséva che, al só paes, chel pòr laór (el Renzo) nó l’era mai sta su la bócia de ‘nzun per aver combinà vergot de mal, caso mai per èsser en gran bòn putèl. La diséva ancia che l’averòs volèst che ge fus sta ìo calchedun del só paes per dìr se nó l’era vera. Ancia a riguardo dei fati che era suzèst a Milan, e che però nó la seva ben nancia ela, la difendeva lostes el Renzo, sicome la lo cognosséva benón enfìn da cando che i era pòpi. I lo difendeva, o almen la provava a difenderlo, sol per el senso de zustìzia, per amor de la verità, e, come che ela stessa la pensava dénter de ela, perché l’era ‘l só pròssim. Ma con tuti sti complimenti, la siora Prassede la se convinzéva ancor de pù del contrari: cioè che la Lucia la fus ancor ennamorada del Renzo. E difati, enchei momenti, nó l’era fàzile dir tut ben de come che le era nade le fazènde. El ritrat vergognos che la vècla la feva del pòer Renzo, el ge feva tornar en ment a la Lucia, per reazion, n’idea ancor pù vìva e bela del só moros, en pensier formà ente tanti ani de afèto. Le memorie che l’eva provà a desmentegiar le ge tornava ‘n ment tute; la fél e l’odio che la sentìva dir contra ‘l Renzo i ge feva ricordar tute le ròbe che i ge lo feva stimar. L’odio òrbo e crudel de la siora Prassede el ge feva crésser ente ela na pietà ancor pù fónda. E ‘nsèma a tuti sti afèti, cissà cant che g’èra, o che nó g’èra, de chel’amor che ‘nzì fazilment el se fa strada ‘ntel còr, spezialment cando che se zércia con tute le forze de mandàrlo via. En tuti i modi, la Lucia nó l’era mai bòna de nar avanti con ste parlade: perché la ruava sèmper ente na gran planzùda. Se la siora Parassede l’avés tratà la Lucia ‘nchel modo perché la g’era antipatica o perché i la giavés su con ela, che làgrime i l’averòs ‘mpietosìda e fata desméter. Ma sicome, per ela, i lo feva per el ben de la Lucia, la seghitava senza vardar en fazza ‘nzun, senza provar pietà: pròpri come i lamenti e le sùplice le pòl fermar el cólp de ‘n nemìzi, ma no le ferma la lama de ‘n zerùdec’ che ‘l cògn curar. Na bòta che la pensava de aver fat el só dovér, dopo aver brontolà e oféso con parole sponziènte, la passava ai consìli compagnadi da calche compliment, per endolzìr l’àger col dólz, e otègner mèio l’efèto, zerciando de convìnzer la Lucia en tuti i vèrsi. De segur, dopo ste discussion, (che le ruava pù o men sèmper entel stes modo), la Lucia nó l’era tant rabiosa con la siora Prassede, ancia perché chesta, en tut el rèst, la se comportava con gran trato e le só intenzion le ‘mparéva sinzére. Però, a la Lucia, ge restava ént en gran sconvolgiment, en mesdòt confus de pensieri e sentimenti, che ge voleva tant tèmp e tanta fadìgia per trovar en minimo de calma. Per fortuna de la Lucia, ela nó l’era l’unica persona che la siora Prassede la voleva fàrge del ben: sichè che brontolade e che discussion nó le podeva èsserge ‘nzì de spes. Estra che ai só servi, che per ela i era tuti con la testa confusa e bisognosi de aiùt e de èsser endrizzadi via e sèmper compagnadi, la siora Prassede la geva ancia tante àutre ocasion per ofrìr el só aiùt, sèmper senza interès, a tanta zènt che nó la era obligiada mìgia: ocasion che, se nó le se presentava da só pòsta, la neva ancia a zerciàrle. E po' la geva zìnc’ fiòle, che nó le vivéva pù con ela, ma che le ge déva pù pensieri de canti le ge n’averòs dat se le fus stade ‘n ciasa. Tréi le era deventade mónge, doi le s’èra maridàde: enzì la siora Prassede la se giatava a tègner d’òcel trei conventi e doi famìlie. Na fazènda putòst complicada e che deva laoro, e per de pù ancor pù difìzile per el fato che i só doi zèndri (portadi dai só zenitori e parenti) e le trei badésse (portate da le àutre suore e da le autorità dei prèti) nó i voleva èsser controladi da ela. L’era na bègia senza fìn: en tuti sti pòsti, se feva de tut per sc-ivar i só ‘ntrigiamenti, per nó scoltar i só consìli, per nó scoltar le só richieste e per tègnerge scònt tut el pù possìbol. E chesto senza contar le dificoltà che la geva en tuti i àutri afari, ancia chei pù lontani da ela: tuti i sa che, con la zènt, per far del ben, el pù de le bòte ge vòl obligiàrla. L’unico pòsto endo che la podeva mossar el só scrùpol en modo libero, l’era a só ciasa, endo che tuti i era obediènti a la só autorità, men che il sior Ferrante, che con chel la situazion l’era tut n’afare a sé. L’era n’òm lezù che nó ge plaseva né comandar, ma nancia ubidìr. Che la só spósa, ‘n ciasa, fus la padróna, ge neva benón; ma de èsser el en sèrvo, chel no de segur. Cando che, ‘n calche ocasion, el ge scriveva vergot su só richiesta, i lo feva sol perché ge plaseva scrìver; ma ‘nten calche caso, ancia sto mistér l’era bòn de refudàrlo, se nó l’era convìnto de chel che la spósa la voleva fàrge scrìver. Enchei casi ‘l ge diseva: “Se sta robà la te par enzì fàzile, rànzete da tó pòsta.” La siora Prassede, l’eva provà e provà a fàrlo deventar pù pronto e ‘nteressà enle chestion de ciasa, ma visto che nó l’era bòna, la s’era rassegnada a critegiàrlo de spes, e i lo clamava poltrón, testón e lezù e chesto con en pòc’ de fél, ma ancia con en pìzzec’ de orgòi scondù. El sior Ferrante el passava ore e ore ‘nla só ciàmera, endo che ‘l geva ‘n gran mùcel de libri i era zirconzìrca treizènto: tuti sièlti con premura, libri tra i pù stimadi e ‘mportanti, che i tratava de tanti argomenti, e su ognun de sti argomenti l’era pù o men aspèrto. L’era considerà, e l’era vera, gran sapiente spezialment de strologia. Nó ‘l se contentava de cognósser le sòlite parole come “influssi”, “aspetti” e “congiunzioni”, ma l’era bòn de spiegiar con scrùpol, scasi come ‘n professór, ragionamenti pù difìzili come le dódes ciase zelèsti, i grandi zércli del ziél, i gradi slusènti e chei scuri, i momenti bòni e chei men bòni de le stéle, cando che passava i pianeti e i só ziri, e àutre teorìe complicade e difìzili de sta siènza. Da scasi vìnti ani el discuteva con n’àuter studià, difendèndo la teoria (chela de le dódes ciase del ziél) del Cardano contra chela de l’Alcabizio, che per el l’àuter el sostegnéva sol perché l’era ‘n bastiàn contràri. Don Ferrante, pur rispetando i antichi sienziati, nó ‘l soportava che se negiàs el valor de tante teorìe moderne, ancia cando che la resó l’era sota i òcli de tuti. El cognosséva benón ancia la storia de la siènza: se ocoréva el zitava a memòria le stròlegiade pù famose che pò le era suzèste dalbòn e l’era bòn de spiegiar con cràiz e sapienza ancia su chele che nó le era suzèste, per dimostrar che la colpa nó l’era de la siènza, ma de cì che nó l’era sta bòn de dopràrla ‘ntel modo zust. El sior Ferrante ’l cognosséva la filosofia antica chel che ocoréva, e ‘l seghitava a studiàrla lezèndo Diogene Laerzio. Però sicome nó l’era possìbol nar dré a tute le teorie su le regole de la vita, ancia se le è interessanti, e per èsser en vero sapiènte ge vòl sieliérnen una, el sior Ferrante l’èva tòt Aristotele, che per el nó l’era né antico né moderno, ma ‘l pù gran sapiènte che g’èra mai sta. El geva ancia arcanti libri scrìti dai pù savi e setìli scolàri moderni de Aristotele. Enveze nó l’eva mai volèst lézer i libri de cì che lo critegiava, perché, ‘l diséva el, el saròs sta sol pèrder tèmp, e adiritura nó ge voleva nancia compràrle perché l’era sòldi trati via. Però ‘l feva n’ecezion per i famosi vintidói libri De subtilitate e per calune àutri libri del Cardano, ancia se le era contra la teoria de Aristotele, perché ‘l Cardano l’era n’autorità en la siènza strologica. El sior Ferrante ‘l diséva che cì che l’era sta bòn de scrìver libri come De restitutione temporum et motuum coelestium e Duodecim geniturarum el meritava de èsser scoutà ancia cando che ‘l diséva stupidade. Per el, el gran difèt del Cardano l’era chel de aver na gran testa massa granda; e ‘l diséva che ‘nzun podéva ‘mmazinar enfìn endo che ‘l saròs arivà, ancia ‘n filosofia, se ‘l fus sèmper restà su la “strada zusta”. At ogni modo, ancia se i studiàdi i considerava ‘l sior Ferrante un spèrt e convìnto scolàr de Aristotele, el nó ‘l se tegnìva ‘nzì brào. Pù de ‘n bòt el diseva, con grant umiltà, che teorie come la sostanza de le ròbe, i tuti, l’anima del mondo e la natura de le ròbe nó le era pròpri ‘nzì fàzili da ciapir come se podés pensar. El sior Ferrante el tegnìva la filosofia naturale pù come ‘n passatèmp pù che per èsser studiada enten modo sèrio. Ancia i libri de l’Aristotele su sto argomént, e chei del Plinio, i l’eva pù lezùdi che ben studiadi. Però, grazie a tuti chei libri lezùdi, a le informazion trovade cà e là entei libri de filosofia, a calche oclada data a la Magia naturale che eva scrìt el Porta, a le tréi storie (che tratava dei sassi, de le bèstie e de le plànte) scrite dal Cardano, al Trattato de l’Alberto Magno su le erbe le plànte e le bèstie e àutri libri men importanti, l’era comunque bòn de tègner tònz con na discrèta segurezza a parlade su le calità straordenarie e su le stramberìe da nó crèder de arcante ròbe naturali. L’era bòn de descrìver con scrùpol come che le era fate e come che le se comportava le sirene e la fazènda straordenaria de chel auzzèl che l’era bon de rinasser dopo mòrt; el te spiegiava come mai che la salamandra la fus bòna de vìver entel fòc’ senza brusàrse; come che n’auléta, en pessàt da ‘ngot, el podés fermar en grant bastimént en mèz al mar; come che le gózze de rosàda le deventàs pèrle dénter enle cochìlie; come che ‘l camaleonte ‘l se ‘ntesìs sol de aria; come che da la glaz, deventàda dura plan plan, podés nàsser el cristal; e tanti àutri secrèti del creato tra i pù straordenari e strambi. A riguardo dei só studi sui striamenti e faturamenti, el sior Ferrante ‘l s’era ‘mpegnà con pù tant proponiment, perché, dis l’autor che nó giâ nòm, se tratava de na siènza tant pù a la moda e ancia pù utile, endo che i fati tèra tèra, e geva na importanza ben pù granda e i era fàzili da osservar e da controlar. Naturalment nó g’è bisògn de spiegiar che, a studiar sti argomenti, el sior Ferante nó l’eva mai bù àutre ‘ntenzion che chela de ‘mparar, de cognósser enfìn zó ‘n fónt le art maledegne dei enciantadori e dei strióni, per podérse difènder da chesti. Con l’aiùt spezialment del grant Martino Delrio (che ‘nte ste ròbe l’era ‘n poz de siènza) el sior Ferrante l’era bòn de parlar da spèrt de tante maledizion come chela amorosa, chela che te fa nìr el mal de la sòn, la maledizion che porta a far del mal, e de tute le sòrt che, purtropo, se vét ogni dì ‘nla realtà, con efèti enzì dolorosi. Entel stes modo, el sior Ferrante l’era gran sapiènte ancia en storia, spezialment chela de l’univèrs, e i só autori che ‘l preferiva l’era ‘l Tarcagnota, el Dolce, ‘l Bugatti, ‘l Campana, ‘l Guazzo, ensoma chei pù nominadi. Ma che saràl po' sta storia, el diseva de spes el sior Ferrante, senza la politica? L’è come ‘n pastor che ciamìna da só pòsta, senza ‘nzun che ge vàgia dré per emparar la strada, e che per chesto el trà via i só passi. Entel stes modo, la politica senza la storia l’è come un che ciamìna senza cì che lo guida. Per sto motivo, ente la só librerìa g’era ‘n scafàl apòsta destinà ai scritori de politica, con tanti libri ancia de autori men cognossùdi, ma ancia calchedun che geva na nòmina pù granda come ‘l Bodino, ‘l Cavalcanti, ‘l Sansovino, el Paruta e ‘l Boccalini. Però ‘l sior Ferrante el tegnìva ‘n considerazion pù de tut doi libri: un l’era ‘l Principe e i Discorsi del grant Macchiavelli, che el i lo clamava piazzaròl, ma che l’era fino: l’àuter, la Ragion di Stato del Giovanni Botero, ancia el grant’òm; e de chesto ‘l diseva: gialantòm sì, ma testa fina. Per en pòc’ de tèmp nó l’era bòn a dezìderse cal dei doi l’era chel che se meritas el prìm pòsto. Ma pòc’ tèmp prima dei fati che contan enla nòssa storia, era sta stampà ‘n lìber che l’eva dezìso per sèmper la chestion de chel che geva da èsser el miór, zimàndo via ancia chei doi campioni, come che i li clamava el sior Ferrante. Chel lìber, pìzzol ma preziosissim, che ‘l metéva ‘nsèma tute le furbìzie de la politica, per emparar a cognósserle, e tute le virtù, per emparar a pratigiàrle, l’era Lo Statista Regnante del Valeriano Castiglione. En lìber scrìt da un de gran nòmina, talmente stimà che i pù gran studiosi i feva de tut per lodàrlo, i potenti i feva de tut per avérlo al só servìzi, perfìn el papa Urbano VIII el geva fat gran complimenti, el cardinal Borghese e ‘l viceré de Napoli Pietro da Toledo i g’eva domandà de scrìver libri de storia, el Luigi XIII, re de Francia, su consìli del cardinal Richelieu, i l’à nominà só scritor de storia, ancia ‘l duca Carlo Emanuele de Savoia el giâ consegnà la stessa incombènza e, come conclusion, la duchessa Cristina, fiòla del re de Francia Enrico IV, enten diplòma, ensèma a tanti àutri gradi, i l’à nominà come “‘l prìm scritor dei nòssi tèmpi”. Se ‘n tute le siènze che en dit prima el sior Ferrante ‘l podeva èsser considerà n’òm lezù, ge n’era una che l’era pròpri spèrt e tuti i lo ricognosséva come tale: la siènza de la cavalarìa. Non sol el ne ‘n parlava con pléna segurezza, ma de spes i lo clamava a dar el só zudìzi ente chestion d’onor e ‘l deva sèmper la só sentènza. Entela só librarìa el geva e ‘l cognosséva a memoria, i libri pù ‘mportanti su sto argoment, scrìti dal Paride dal Pozzo, dal Fausto da Longiano, l’Urrea, el Muzio, ‘l Romei, l’Albergato e tuti doi i Forni del Torquato Tasso. E èstra ‘l geva pronti tuti i passi de la Gerusalemme Liberata e della Gerusalemme Conquistata che i podés servìr come confronti entei casi ligiadi a la cavalarìa e, a l’ocorènza, i li seva dir su a memoria. Però, l’autor che ‘l stimava de pù sora ogni àuter l’era ‘l Francesco Birago, ‘n gran spèrt de cavalarìa, che col sior Ferrante ‘l s’era giatà pù de ‘n bòt a zudicar casi de onor. Ancia ‘l Francesco Birago, da la sóa, el parlava del sior Ferrante con gran stima. E ‘nfìn da cando che era sta scrìt i Discorsi Cavallereschi del Birago, el sior Ferrante l’eva prevìst, senza nancia ‘n dùbi, che chel lìber l’averòs superà e trat endré la sapienza de l’Olevano, e che ‘l saròs deventà, ensèma ai àutri libri del stes autor, el còdize pù ‘mportante per le generazion che saròs nù dopo. Na profezìa che, dis l’autor senza nòm, ognun pòl véder come che la sia suzèsta per dal bòn (cioè pròpri mìgia). Dopo aver scrìt de tute le facoltà del sior Ferrante, l’autor senza nòm, el saròs passà a contàrne ancia dei só gusti per i libri pù lizeròti, però noi scomenzian a dubitar che ‘l lezidor el vòbia ancor nàrge dré ente sta lista sbrodolósa e lòngia. Anzi, ‘l giâ paura che ‘l lezidor el pòdia consideràrlo ‘n sèmplize copiador de chel’autor senza nòm, e adiritura ‘n seciabale, per avérlo compagnà ente n’argoment tanto lontàn dal sugo de la nòssa storia. Per el, l’autor senza nòm el s’è perdù a parlar del sior Ferrante, sol per méterse ‘n mostra, fasèndo véder che l’era lezù e che l’era informà sui studi del só tèmp. Sichè, ancia se ‘l lagia scrìt enfìn cì cant che en zà contà, per nó petar via el laóro fat, el dezìde de nó contar tut el rèst de la descrizion dei gusti da lezùdi del sior Ferrante, e de tornar a contàr la storia prinzipale. Tanto pù che ge vorà ancor en bel tòc’ de strada prima de ‘ncontrar de nòu i personazi de sta storia, e ancor de pù prima de rivéder chei che ‘nteressa dalbòn al lezidor, se mai vergot, dis per schèrz a la fin, ge ‘nteressa ente tuta sta storia. Enfìn a l’autón dré del 1629, tuti i personazi, (el Renzo, la Lucia e l’Agnese), i era restadi pù o men enla stessa situazion endo che i era cando che l’en lagiadi: zèrti per sièlta sóa, àutri perché costreti dal moment. Enzun eva fat o patì ‘ngot che valés la pena de èsser contà. Po' è arivà l’autón, chel’autón stes che l’Agnese e la Lucia le eva sperà de podérse a la fìn trovàrse de nòu ensèma: però ‘n gran fato la fat nar per aria tuti i só prozèti: e chesto l’è sta de segur un de só efèti pù pìzzoi. Po' è arivà àutri fati, che però nó i à portà nancia ‘l minimo cambiament enla vita dei nòssi personazi. Sol dopo è suzèst ròbe nòve, pù grande, pù forte, pù sèrie, che le era arivade ‘nfìn a lori, perfìn ai pù poréti de lori: come na gran bufèra, vizìna, furiosa, che se nó basta ciavar i àrboi, portar via i cuèrti de le ciase, far crodar zó i muri e far rovine dapertut, la ariva ancia a mòver fòr ròbe pù lizére e desmentegiade; la fa levar i sclóni tra l’èrba, la trova fòie sece entei ciantoni, e i le strassina via ‘ntel só mulinèl. Adès, per far sì che i fati privati che ne rèsta da contàr, se i ciapìssia ben, cognen a tuti i modi contarve a la bòna, i fati del plùvic', togèndola ancia ‘n pòc’ a la lontana.
Dopo quella sedizione del giorno di san Martino e del seguente, parve che l’abbondanza fosse tornata in Milano, come per miracolo. Pane in quantità da tutti i fornai; il prezzo, come nell’annate migliori; le farine a proporzione. Coloro che, in que’ due giorni, s’erano addati a urlare o a far anche qualcosa di più, avevano ora (meno alcuni pochi stati presi) di che lodarsi: e non crediate che se ne stessero, appena cessato quel primo spavento delle catture. Sulle piazze, sulle cantonate, nelle bettole, era un tripudio palese, un congratularsi e un vantarsi tra’ denti d’aver trovata la maniera di far rinviliare il pane. In mezzo però alla festa e alla baldanza, c’era (e come non ci sarebbe stata?) un’inquietudine, un presentimento che la cosa non avesse a durare. Assediavano i fornai e i farinaioli, come già avevan fatto in quell’altra fattizia e passeggiera abbondanza prodotta dalla prima tariffa d’Antonio Ferrer; tutti consumavano senza risparmio; chi aveva qualche quattrino da parte, l’investiva in pane e in farine; facevan magazzino delle casse, delle botticine, delle caldaie. Così, facendo a gara a goder del buon mercato presente, ne rendevano, non dico impossibile la lunga durata, che già lo era per sè, ma sempre più difficile anche la continuazione momentanea. Ed ecco che, il 15 di novembre, Antonio Ferrer, De orden de Su Excelencia, pubblicò una grida, con la quale, a chiunque avesse granaglie o farine in casa, veniva proibito di comprarne nè punto nè poco, e ad ognuno di comprar pane, per più che il bisogno di due giorni, sotto pene pecuniarie e corporali, all’arbitrio di Sua Eccellenza; intimazione a chi toccava per ufizio, e a ogni persona, di denunziare i trasgressori; ordine a’ giudici, di far ricerche nelle case che potessero venir loro indicate; insieme però, nuovo comando a’ fornai di tener le botteghe ben fornite di pane, sotto pena in caso di mancamento, di cinque anni di galera, et maggiore, all’arbitrio di S. E. Chi sa immaginarsi una grida tale eseguita, deve avere una bella immaginazione; e certo, se tutte quelle che si pubblicavano in quel tempo erano eseguite, il ducato di Milano doveva avere almeno tanta gente in mare, quanta ne possa avere ora la gran Bretagna. Sia com’esser si voglia, ordinando ai fornai di far tanto pane, bisognava anche fare in modo che la materia del pane non mancasse loro. S’era immaginato (come sempre in tempo di carestia rinasce uno studio di ridurre in pane de’ prodotti che d’ordinario si consumano sott’altra forma), s’era, dico, immaginato di far entrare il riso nel composto del pane detto di mistura. Il 23 di novembre, grida che sequestra, agli ordini del vicario e de’ dodici di provvisione, la metà del riso vestito (risone lo dicevano qui, e lo dicon tuttora) che ognuno possegga; pena a chiunque ne disponga senza il permesso di que’ signori, la perdita della derrata, e una multa di tre scudi per moggio. È, come ognun vede, la più onesta. Ma questo riso bisognava pagarlo, e un prezzo troppo sproporzionato da quello del pane. Il carico di supplire all’enorme differenza era stato imposto alla città; ma il Consiglio de’ decurioni, che l’aveva assunto per essa, deliberò, lo stesso giorno 23 di novembre, di rappresentare al governatore l’impossibilità di sostenerlo più a lungo. E il governatore, con grida del 7 di dicembre, fissò il prezzo del riso suddetto a lire dodici il moggio: a chi ne chiedesse di più, come a chi ricusasse di vendere, intimò la perdita della derrata e una multa d’altrettanto valore, et maggior pena pecuniaria et ancora corporale sino alla galera, all’arbitrio di S. E., secondo la qualità de’ casi et delle persone. Al riso brillato era già stato fissato il prezzo prima della sommossa; come probabilmente la tariffa o, per usare quella denominazione celeberrima negli annali moderni, il maximum del grano e dell’altre granaglie più ordinarie sarà stato fissato con altre gride, che non c’è avvenuto di vedere. Mantenuto così il pane e la farina a buon mercato in Milano, ne veniva di conseguenza che dalla campagna accorresse gente a processione a comprarne. Don Gonzalo, per riparare a questo, come dice lui, inconveniente, proibì, con un’altra grida del 15 di dicembre, di portar fuori della città pane, per più del valore di venti soldi; pena la perdita del pane medesimo, e venticinque scudi, et in caso di inhabilità, di due tratti di corda in publico, et maggior pena ancora, secondo il solito, all’arbitrio di S. E. Il 22 dello stesso mese (e non si vede perchè così tardi), pubblicò un ordine somigliante per le farine e per i grani. La moltitudine aveva voluto far nascere l’abbondanza col saccheggio e con l’incendio; il governo voleva mantenerla con la galera e con la corda. I mezzi erano convenienti tra loro; ma cosa avessero a fare col fine, il lettore lo vede: come valessero in fatto ad ottenerlo, lo vedrà a momenti. È poi facile anche vedere, e non inutile l’osservare come tra quegli strani provvedimenti ci sia però una connessione necessaria: ognuno era una conseguenza inevitabile dell’antecedente, e tutti del primo, che fissava al pane un prezzo così lontano dal prezzo reale, da quello cioè che sarebbe risultato naturalmente dalla proporzione tra il bisogno e la quantità. Alla moltitudine un tale espediente è sempre parso, e ha sempre dovuto parere, quanto conforme all’equità, altrettanto semplice e agevole a mettersi in esecuzione: è quindi cosa naturale che, nell’angustie e ne’ patimenti della carestia, essa lo desideri, l’implori e, se può, l’imponga. Di mano in mano poi che le conseguenze si fanno sentire, conviene che coloro a cui tocca, vadano al riparo di ciascheduna, con una legge la quale proibisca agli uomini di far quello a che eran portati dall’antecedente. Ci si permetta d’osservar qui di passaggio una combinazione singolare. In un paese e in un’epoca vicina, nell’epoca la più clamorosa e la più notabile della storia moderna, si ricorse, in circostanze simili, a simili espedienti (i medesimi, si potrebbe quasi dire, nella sostanza, con la sola differenza di proporzione, e a un di presso nel medesimo ordine) ad onta de’ tempi tanto cambiati, e delle cognizioni cresciute in Europa, e in quel paese forse più che altrove; e ciò principalmente perchè la gran massa popolare, alla quale quelle cognizioni non erano arrivate, potè far prevalere a lungo il suo giudizio, e forzare, come colà si dice, la mano a quelli che facevan la legge. Così, tornando a noi, due erano stati, alla fin de’ conti, i frutti principali della sommossa; guasto e perdita effettiva di viveri, nella sommossa medesima; consumo, fin che durò la tariffa, largo, spensierato, senza misura, a spese di quel poco grano, che pur doveva bastare fino alla nuova raccolta. A questi effetti generali s’aggiunga quattro disgraziati, impiccati come capi del tumulto: due davanti al forno delle grucce, due in cima della strada dov’era la casa del vicario di provvisione. Del resto, le relazioni storiche di que’ tempi son fatte così a caso, che non ci si trova neppur la notizia del come e del quando cessasse quella tariffa violenta. Se, in mancanza di notizie positive, è lecito propor congetture, noi incliniamo a credere che sia stata abolita poco prima o poco dopo il 24 di dicembre, che fu il giorno di quell’esecuzione. E in quanto alle gride, dopo l’ultima che abbiam citata del 22 dello stesso mese, non ne troviamo altre in materia di grasce; sian esse perite, o siano sfuggite alle nostre ricerche, o sia finalmente che il governo, disanimato, se non ammaestrato dall’inefficacia di que’ suoi rimedi, e sopraffatto dalle cose, le abbia abbandonate al loro corso. Troviamo bensì nelle relazioni di più d’uno storico (inclinati, com’erano, più a descriver grand’avvenimenti, che a notarne le cagioni e il progresso) il ritratto del paese, e della città principalmente, nell’inverno avanzato e nella primavera, quando la cagion del male, la sproporzione cioè tra i viveri e il bisogno, non distrutta, anzi accresciuta da’ rimedi che ne sospesero temporariamente gli effetti, e neppure da un’introduzione sufficiente di granaglie estere, alla quale ostavano l’insufficienza de’ mezzi pubblici e privati, la penuria de’ paesi circonvicini, la scarsezza, la lentezza e i vincoli del commercio, e le leggi stesse tendenti a produrre e mantenere il prezzo basso, quando, dico, la cagion vera della carestia, o per dir meglio, la carestia stessa operava senza ritegno, e con tutta la sua forza. Ed ecco la copia di quel ritratto doloroso. A ogni passo, botteghe chiuse; le fabbriche in gran parte deserte; le strade, un indicibile spettacolo, un corso incessante di miserie, un soggiorno perpetuo di patimenti. Gli accattoni di mestiere, diventati ora il minor numero, confusi e perduti in una nuova moltitudine, ridotti a litigar l’elemosina con quelli talvolta da cui in altri giorni l’avevan ricevuta. Garzoni e giovani licenziati da padroni di bottega, che, scemato o mancato affatto il guadagno giornaliero, vivevano stentatamente degli avanzi e del capitale; de’ padroni stessi, per cui il cessar delle faccende era stato fallimento e rovina; operai, e anche maestri d’ogni manifattura e d’ogn’arte, delle più comuni come delle più raffinate, delle più necessarie come di quelle di lusso, vaganti di porta in porta, di strada in istrada, appoggiati alle cantonate, accovacciati sulle lastre, lungo le case e le chiese, chiedendo pietosamente l’elemosina, o esitanti tra il bisogno e una vergogna non ancor domata, smunti, spossati, rabbrividiti dal freddo e dalla fame ne’ panni logori e scarsi, ma che in molti serbavano ancora i segni d’un’antica agiatezza; come nell’inerzia e nell’avvilimento, compariva non so quale indizio d’abitudini operose e franche. Mescolati tra la deplorabile turba, e non piccola parte di essa, servitori licenziati da padroni caduti allora dalla mediocrità nella strettezza, o che quantunque facoltosissimi si trovavano inabili, in una tale annata, a mantenere quella solita pompa di seguito. E a tutti questi diversi indigenti s’aggiunga un numero d’altri, avvezzi in parte a vivere del guadagno di essi: bambini, donne, vecchi, aggruppati co’ loro antichi sostenitori, o dispersi in altre parti all’accatto. C’eran pure, e si distinguevano ai ciuffi arruffati, ai cenci sfarzosi, o anche a un certo non so che nel portamento e nel gesto, a quel marchio che le consuetudini stampano su’ visi, tanto più rilevato e chiaro, quanto più sono strane, molti di quella genìa de’ bravi che, perduto, per la condizion comune, quel loro pane scellerato, ne andavan chiedendo per carità. Domati dalla fame, non gareggiando con gli altri che di preghiere, spauriti, incantati, si strascicavan per le strade che avevano per tanto tempo passeggiate a testa alta, con isguardo sospettoso e feroce, vestiti di livree ricche e bizzarre, con gran penne, guarniti di ricche armi, attillati, profumati; e paravano umilmente la mano, che tante volte avevano alzata insolente a minacciare, o traditrice a ferire. Ma forse il più brutto e insieme il più compassionevole spettacolo erano i contadini, scompagnati, a coppie, a famiglie intere; mariti, mogli, con bambini in collo, o attaccati dietro le spalle, con ragazzi per la mano, con vecchi dietro. Alcuni che, invase e spogliate le loro case dalla soldatesca, alloggiata lì o di passaggio, n’eran fuggiti disperatamente; e tra questi ce n’era di quelli che, per far più compassione, e come per distinzione di miseria, facevan vedere i lividi e le margini de’ colpi ricevuti nel difendere quelle loro poche ultime provvisioni, o scappando da una sfrenatezza cieca e brutale. Altri, andati esenti da quel flagello particolare, ma spinti da que’ due da cui nessun angolo era stato immune, la sterilità e le gravezze, più esorbitanti che mai per soddisfare a ciò che si chiamava i bisogni della guerra, eran venuti, venivano alla città, come a sede antica e ad ultimo asilo di ricchezza e di pia munificenza. Si potevan distinguere gli arrivati di fresco, più ancora che all’andare incerto e all’aria nuova, a un fare maravigliato e indispettito di trovare una tal piena, una tale rivalità di miseria, al termine dove avevan creduto di comparire oggetti singolari di compassione, e d’attirare a sé gli sguardi e i soccorsi. Gli altri che da più o men tempo giravano e abitavano le strade della città, tenendosi ritti co’ sussidi ottenuti o toccati come in sorte, in una tanta sproporzione tra i mezzi e il bisogno, avevan dipinta ne’ volti e negli atti una più cupa e stanca costernazione. Vestiti diversamente, quelli che ancora si potevano dir vestiti; e diversi anche nell’aspetto: facce dilavate del basso paese, abbronzate del pian di mezzo e delle colline, sanguigne di montanari; ma tutte affilate e stravolte, tutte con occhi incavati, con isguardi fissi, tra il torvo e l’insensato; arruffati i capelli, lunghe e irsute le barbe: corpi cresciuti e indurati alla fatica, esausti ora dal disagio; raggrinzata la pelle sulle braccia aduste e sugli stinchi e sui petti scarniti, che si vedevan di mezzo ai cenci scomposti. E diversamente, ma non meno doloroso di questo aspetto di vigore abbattuto, l’aspetto d’una natura più presto vinta, d’un languore e d’uno sfinimento più abbandonato, nel sesso e nell’età più deboli. Qua e là per le strade, rasente ai muri delle case, qualche po’ di paglia pesta, trita e mista d’immondo ciarpume. E una tal porcheria era però un dono e uno studio della carità; eran covili apprestati a qualcheduno di que’ meschini, per posarci il capo la notte. Ogni tanto, ci si vedeva, anche di giorno, giacere o sdraiarsi taluno a cui la stanchezza o il digiuno aveva levate le forze e tronche le gambe: qualche volta quel tristo letto portava un cadavere: qualche volta si vedeva uno cader come un cencio all’improvviso, e rimaner cadavere sul selciato. Accanto a qualcheduno di que’ covili, si vedeva pure chinato qualche passeggiero o vicino, attirato da una compassion subitanea. In qualche luogo appariva un soccorso ordinato con più lontana previdenza, mosso da una mano ricca di mezzi, e avvezza a beneficare in grande; ed era la mano del buon Federigo. Aveva scelto sei preti ne’ quali una carità viva e perseverante fosse accompagnata e servita da una complessione robusta; gli aveva divisi in coppie, e ad ognuna assegnata una terza parte della città da percorrere, con dietro facchini carichi di vari cibi, d’altri più sottili e più pronti ristorativi, e di vesti. Ogni mattina, le tre coppie si mettevano in istrada da diverse parti, s’avvicinavano a quelli che vedevano abbandonati per terra, e davano a ciascheduno aiuto secondo il bisogno. Taluno già agonizzante e non più in caso di ricevere alimento, riceveva gli ultimi soccorsi e le consolazioni della religione. Agli affamati dispensavano minestra, ova, pane, vino; ad altri, estenuati da più antico digiuno, porgevano consumati, stillati, vino più generoso, riavendoli prima, se faceva di bisogno, con cose spiritose. Insieme, distribuivano vesti alle nudità più sconce e più dolorose. Nè qui finiva la loro assistenza: il buon pastore aveva voluto che, almeno dov’essa poteva arrivare, recasse un sollievo efficace e non momentaneo. Ai poverini a cui quel primo ristoro avesse rese forze bastanti per reggersi e per camminare, davano un po’ di danaro, affinchè il bisogno rinascente e la mancanza d’altro soccorso non li rimettesse ben presto nello stato di prima; agli altri cercavano ricovero e mantenimento, in qualche casa delle più vicine. In quelle de’ benestanti, erano per lo più ricevuti per carità, e come raccomandati dal cardinale; in altre, dove alla buona volontà mancassero i mezzi, chiedevan que’ preti che il poverino fosse ricevuto a dozzina, fissavano il prezzo, e ne sborsavan subito una parte a conto. Davano poi, di questi ricoverati, la nota ai parrochi, acciocchè li visitassero; e tornavano essi medesimi a visitarli. Non c’è bisogno di dire che Federigo non ristringeva le sue cure a questa estremità di patimenti, nè l’aveva aspettata per commoversi. Quella carità ardente e versatile doveva tutto sentire, in tutto adoprarsi, accorrere dove non aveva potuto prevenire, prender, per dir così, tante forme, in quante variava il bisogno. Infatti, radunando tutti i suoi mezzi, rendendo più rigoroso il risparmio, mettendo mano a risparmi destinati ad altre liberalità, divenute ora d’un’importanza troppo secondaria, aveva cercato ogni maniera di far danari, per impiegarli tutti in soccorso degli affamati. Aveva fatte gran compre di granaglie, e speditane una buona parte ai luoghi della diocesi, che n’eran più scarsi; ed essendo il soccorso troppo inferiore al bisogno, mandò anche del sale, “con cui,” dice, raccontando la cosa, il Ripamonti “l’erbe del prato e le cortecce degli alberi si convertono in cibo.” Granaglie pure e danari aveva distribuiti ai parrochi della città; lui stesso la visitava, quartiere per quartiere, dispensando elemosine; soccorreva in segreto molte famiglie povere; nel palazzo arcivescovile, come attesta uno scrittore contemporaneo, il medico Alessandro Tadino, in un suo Ragguaglio che avremo spesso occasion di citare andando avanti, si distribuivano ogni mattina due mila scodelle di minestra di riso. Ma questi effetti di carità, che possiamo certamente chiamar grandiosi, quando si consideri che venivano da un sol uomo e dai soli suoi mezzi (giacchè Federigo ricusava, per sistema, di farsi dispensatore delle liberalità altrui); questi, insieme con le liberalità d’altre mani private, se non così feconde, pur numerose; insieme con le sovvenzioni che il Consiglio de’ decurioni aveva decretate, dando al tribunal di provvisione l’incombenza di distribuirle; erano ancor poca cosa in paragone del bisogno. Mentre ad alcuni montanari vicini a morir di fame, veniva, per la carità del cardinale, prolungata la vita, altri arrivavano a quell’estremo; i primi, finito quel misurato soccorso, ci ricadevano; in altre parti, non dimenticate, ma posposte, come meno angustiate, da una carità costretta a scegliere, l’angustie divenivan mortali; per tutto si periva, da ogni parte s’accorreva alla città. Qui, due migliaia, mettiamo, d’affamati più robusti ed esperti a superar la concorrenza e a farsi largo, avevano acquistata una minestra, tanto da non morire in quel giorno; ma più altre migliaia rimanevano indietro, invidiando quei, diremo noi, più fortunati, quando, tra i rimasti indietro, c’erano spesso le mogli, i figli, i padri loro? E mentre in alcune parti della città, alcuni di quei più abbandonati e ridotti all’estremo venivan levati di terra, rianimati, ricoverati e provveduti per qualche tempo; in cent’altre parti, altri cadevano, languivano o anche spiravano, senza aiuto, senza refrigerio. Tutto il giorno, si sentiva per le strade un ronzìo confuso di voci supplichevoli; la notte, un susurro di gemiti, rotto di quando in quando da alti lamenti scoppiati all’improvviso, da urli, da accenti profondi d’invocazione, che terminavano in istrida acute. È cosa notabile che, in un tanto eccesso di stenti, in una tanta varietà di querele, non si vedesse mai un tentativo, non iscappasse mai un grido di sommossa: almeno non se ne trova il minimo cenno. Eppure, tra coloro che vivevano e morivano in quella maniera, c’era un buon numero d’uomini educati a tutt’altro che a tollerare; c’erano a centinaia, di que’ medesimi che, il giorno di san Martino, s’erano tanto fatti sentire. Nè si può pensare che l’esempio de’ quattro disgraziati che n’avevan portata la pena per tutti, fosse quello che ora li tenesse tutti a freno: qual forza poteva avere, non la presenza, ma la memoria de’ supplizi sugli animi d’una moltitudine vagabonda e riunita, che si vedeva come condannata a un lento supplizio, che già lo pativa? Ma noi uomini siam in generale fatti così: ci rivoltiamo sdegnati e furiosi contro i mali mezzani, e ci curviamo in silenzio sotto gli estremi; sopportiamo, non rassegnati ma stupidi, il colmo di ciò che da principio avevamo chiamato insopportabile. Il vòto che la mortalità faceva ogni giorno in quella deplorabile moltitudine, veniva ogni giorno più che riempito: era un concorso continuo, prima da’ paesi circonvicini, poi da tutto il contado, poi dalle città dello stato, alla fine anche da altre. E intanto, anche da questa partivano ogni giorno antichi abitatori; alcuni per sottrarsi alla vista di tante piaghe; altri, vedendosi, per dir così, preso il posto da’ nuovi concorrenti d’accatto, uscivano a un’ultima disperata prova di chieder soccorso altrove, dove si fosse, dove almeno non fosse così fitta e così incalzante la folla e la rivalità del chiedere. S’incontravano nell’opposto viaggio questi e que’ pellegrini, spettacolo di ribrezzo gli uni agli altri, e saggio doloroso, augurio sinistro del termine a cui gli uni e gli altri erano incamminati. Ma seguitavano ognuno la sua strada, se non più per la speranza di mutar sorte, almeno per non tornare sotto un cielo divenuto odioso, per non rivedere i luoghi dove avevan disperato. Se non che taluno, mancandogli affatto le forze, cadeva per la strada, e rimaneva lì morto: spettacolo ancor più funesto ai suoi compagni di miseria, oggetto d’orrore, forse di rimprovero agli altri passeggieri. “Vidi io,” scrive il Ripamonti, “nella strada che gira le mura, il cadavere d’una donna... Le usciva di bocca dell’erba mezza rosicchiata, e le labbra facevano ancora quasi un atto di sforzo rabbioso... Aveva un fagottino in ispalla, e attaccato con le fasce al petto un bambino, che piangendo chiedeva la poppa... Ed erano sopraggiunte persone compassionevoli, le quali, raccolto il meschinello di terra, lo portavan via, adempiendo così intanto il primo ufizio materno.” Quel contrapposto di gale e di cenci, di superfluità e di miseria, spettacolo ordinario de’ tempi ordinari, era allora affatto cessato. I cenci e la miseria eran quasi per tutto; e ciò che se ne distingueva, era appena un'apparenza di parca mediocrità. Si vedevano i nobili camminare in abito semplice e dimesso, o anche logoro e gretto; alcuni, perchè le cagioni comuni della miseria avevan mutata a quel segno anche la loro fortuna, o dato il tracollo a patrimoni già sconcertati: gli altri, o che temessero di provocare col fasto la pubblica disperazione, o che si vergognassero d’insultare alla pubblica calamità. Que’ prepotenti odiati e rispettati, soliti a andare in giro con uno strascico di bravi, andavano ora quasi soli, a capo basso, con visi che parevano offrire e chieder pace. Altri che, anche nella prosperità, erano stati di pensieri più umani, e di portamenti più modesti, parevano anch’essi confusi, costernati, e come sopraffatti dalla vista continua d’una miseria che sorpassava, non solo la possibilità del soccorso, ma direi quasi, le forze della compassione. Chi aveva il modo di far qualche elemosina, doveva però fare una trista scelta tra fame e fame, tra urgenze e urgenze. E appena si vedeva una mano pietosa avvicinarsi alla mano d’un infelice, nasceva all’intorno una gara d’altri infelici; coloro a cui rimaneva più vigore, si facevano avanti a chieder con più istanza; gli estenuati, i vecchi, i fanciulli, alzavano le mani scarne; le madri alzavano e facevan veder da lontano i bambini piangenti, mal rinvoltati nelle fasce cenciose, e ripiegati per languore nelle loro mani. Così passò l’inverno e la primavera: e già da qualche tempo il tribunale della sanità andava rappresentando a quello della provvisione il pericolo del contagio, che sovrastava alla città, per tanta miseria ammontata in ogni parte di essa; e proponeva che gli accattoni venissero raccolti in diversi ospizi. Mentre si discute questa proposta, mentre s’approva, mentre si pensa ai mezzi, ai modi, ai luoghi, per mandarla ad effetto, i cadaveri crescono nelle strade ogni giorno più; a proporzion di questo, cresce tutto l’altro ammasso di miserie. Nel tribunale di provvisione vien proposto, come più facile e più speditivo, un altro ripiego, di radunar tutti gli accattoni, sani e infermi, in un sol luogo, nel lazzeretto, dove fosser mantenuti e curati a spese del pubblico; e così vien risoluto, contro il parere della Sanità, la quale opponeva che, in una così gran riunione, sarebbe cresciuto il pericolo a cui si voleva metter riparo. Il lazzeretto di Milano (se, per caso, questa storia capitasse nelle mani di qualcheduno che non lo conoscesse, nè di vista nè per descrizione) è un recinto quadrilatero e quasi quadrato, fuori della città, a sinistra della porta detta orientale, distante dalle mura lo spazio della fossa, d’una strada di circonvallazione, e d’una gora che gira il recinto medesimo. I due lati maggiori son lunghi a un di presso cinquecento passi; gli altri due, forse quindici meno; tutti, dalla parte esterna, son divisi in piccole stanze d’un piano solo; di dentro gira intorno a tre di essi un portico continuo a volta, sostenuto da piccole e magre colonne. Le stanzine eran dugent’ottantotto, o giù di lì: a’ nostri giorni, una grande apertura fatta nel mezzo, e una piccola, in un canto della facciata del lato che costeggia la strada maestra, ne hanno portate via non so quante. Al tempo della nostra storia, non c’eran che due entrature; una nel mezzo del lato che guarda le mura della città, l’altra di rimpetto, nell’opposto. Nel centro dello spazio interno, c’era, e c’è tutt’ora, una piccola chiesa ottangolare. La prima destinazione di tutto l’edifizio, cominciato nell’anno 1489, co’ danari d’un lascito privato, continuato poi con quelli del pubblico e d’altri testatori e donatori, fu, come l’accenna il nome stesso, di ricoverarvi, all’occorrenza, gli ammalati di peste; la quale, già molto prima di quell’epoca, era solita, e lo fu per molto tempo dopo, a comparire quelle due, quattro, sei, otto volte per secolo, ora in questo, ora in quel paese d’Europa, prendendone talvolta una gran parte, o anche scorrendola tutta, per il lungo e per il largo. Nel momento di cui parliamo, il lazzeretto non serviva che per deposito delle mercanzie soggette a contumacia. Ora, per metterlo in libertà, non si stette al rigor delle leggi sanitarie, e fatte in fretta in fretta le purghe e gli esperimenti prescritti, si rilasciaron tutte le mercanzie a un tratto. Si fece stender della paglia in tutte le stanze, si fecero provvisioni di viveri, della qualità e nella quantità che si potè; e s’invitarono, con pubblico editto, tutti gli accattoni a ricoverarsi lì. Molti vi concorsero volontariamente; tutti quelli che giacevano infermi per le strade e per le piazze, ci vennero trasportati; in pochi giorni, ce ne fu, tra gli uni e gli altri, più di tre mila. Ma molti più furon quelli che restaron fuori. O che ognun di loro aspettasse di veder gli altri andarsene, e di rimanere in pochi a goder l’elemosine della città, o fosse quella natural ripugnanza alla clausura, o quella diffidenza de’ poveri per tutto ciò che vien loro proposto da chi possiede le ricchezze e il potere (diffidenza sempre proporzionata all’ignoranza comune di chi la sente e di chi l’ispira, al numero de’ poveri, e al poco giudizio delle leggi), o il saper di fatto quale fosse in realtà il benefizio offerto, o fosse tutto questo insieme, o che altro, il fatto sta che la più parte, non facendo conto dell’invito, continuavano a strascicarsi stentando per le strade. Visto ciò, si credè bene di passar dall’invito alla forza. Si mandarono in ronda birri che cacciassero gli accattoni al lazzeretto, e vi menassero legati quelli che resistevano; per ognun de’ quali fu assegnato a coloro il premio di dieci soldi: ecco se, anche nelle maggiori strettezze, i danari del pubblico si trovan sempre, per impiegarli a sproposito. E quantunque, com’era stata congettura, anzi intento espresso della Provvisione, un certo numero d’accattoni sfrattasse dalla città, per andare a vivere o a morire altrove, in libertà almeno; pure la caccia fu tale che, in poco tempo, il numero de’ ricoverati, tra ospiti e prigionieri, s’accostò a dieci mila. Le donne e i bambini, si vuol supporre che saranno stati messi in quartieri separati, benchè le memorie del tempo non ne dican nulla. Regole poi e provvedimenti per il buon ordine, non ne saranno certamente mancati; ma si figuri ognuno qual ordine potesse essere stabilito e mantenuto, in que’ tempi specialmente e in quelle circostanze, in una così vasta e varia riunione, dove coi volontari si trovavano i forzati; con quelli per cui l’accatto era una necessità, un dolore, una vergogna, coloro di cui era il mestiere; con molti cresciuti nell’onesta attività de’ campi e dell’officine, molti altri educati nelle piazze, nelle taverne, ne’ palazzi de’ prepotenti, all’ozio, alla truffa, allo scherno, alla violenza. Come stessero poi tutti insieme d’alloggio e di vitto, si potrebbe tristamente congetturarlo, quando non n’avessimo notizie positive; ma le abbiamo. Dormivano ammontati a venti a trenta per ognuna di quelle cellette, o accovacciati sotto i portici, sur un po’ di paglia putrida e fetente, o sulla nuda terra: perchè, s’era bensì ordinato che la paglia fosse fresca e a sufficienza, e cambiata spesso; ma in effetto era stata cattiva, scarsa, e non si cambiava. S’era ugualmente ordinato che il pane fosse di buona qualità: giacchè, quale amministratore ha mai detto che si faccia e si dispensi roba cattiva? ma ciò che non si sarebbe ottenuto nelle circostanze solite, anche per un più ristretto servizio, come ottenerlo in quel caso, e per quella moltitudine? Si disse allora, come troviamo nelle memorie, che il pane del lazzeretto fosse alterato con sostanze pesanti e non nutrienti: ed è pur troppo credibile che non fosse uno di que’ lamenti in aria. D’acqua perfino c’era scarsità; d’acqua, voglio dire, viva e salubre: il pozzo comune, doveva esser la gora che gira le mura del recinto, bassa, lenta, dove anche motosa, e divenuta poi quale poteva renderla l’uso e la vicinanza d’una tanta e tal moltitudine. A tutte queste cagioni di mortalità, tanto più attive, che operavano sopra corpi ammalati o ammalazzati, s’aggiunga una gran perversità della stagione: piogge ostinate, seguite da una siccità ancor più ostinata, e con essa un caldo anticipato e violento. Ai mali s’aggiunga il sentimento de’ mali, la noia e la smania della prigionia, la rimembranza dell’antiche abitudini, il dolore di cari perduti, la memoria inquieta di cari assenti, il tormento e il ribrezzo vicendevole, tant’altre passioni d’abbattimento o di rabbia, portate o nate là dentro; l’apprensione poi e lo spettacolo continuo della morte resa frequente da tante cagioni, e divenuta essa medesima una nuova e potente cagione. E non farà stupore che la mortalità crescesse e regnasse in quel recinto a segno di prendere aspetto e, presso molti, nome di pestilenza: sia che la riunione e l’aumento di tutte quelle cause non facesse che aumentare l’attività d’un’influenza puramente epidemica; sia (come par che avvenga nelle carestie anche men gravi e men prolungate di quella) che vi avesse luogo un certo contagio, il quale ne’ corpi affetti e preparati dal disagio e dalla cattiva qualità degli alimenti, dall’intemperie, dal sudiciume, dal travaglio e dall’avvilimento trovi la tempera, per dir così, e la stagione sua propria, le condizioni necessarie in somma per nascere, nutrirsi e moltiplicare (se a un ignorante è lecito buttar là queste parole, dietro l’ipotesi proposta da alcuni fisici e riproposta da ultimo, con molte ragioni e con molta riserva, da uno, diligente quanto ingegnoso[3]): sia poi che il contagio scoppiasse da principio nel lazzeretto medesimo, come, da un’oscura e inesatta relazione, par che pensassero i medici della Sanità; sia che vivesse e andasse covando prima d’allora (ciò che par forse più verisimile, chi pensi come il disagio era già antico e generale, e la mortalità già frequente), e che portato in quella folla permanente, vi si propagasse con nuova e terribile rapidità. Qualunque di queste congetture sia la vera, il numero giornaliero de’ morti nel lazzeretto oltrepassò in poco tempo il centinaio. Mentre in quel luogo tutto il resto era languore, angoscia, spavento, rammarichìo, fremito, nella Provvisione era vergogna, stordimento, incertezza. Si discusse, si sentì il parere della Sanità; non si trovò altro che di disfare ciò che s’era fatto con tanto apparato, con tanta spesa, con tante vessazioni. S’aprì il lazzeretto, si licenziaron tutti i poveri non ammalati che ci rimanevano, e che scapparon fuori con una gioia furibonda. La città tornò a risonare dell’antico lamento, ma più debole e interrotto; rivide quella turba più rada e più compassionevole, dice il Ripamonti, per il pensiero del come fosse di tanto scemata. Gl’infermi furon trasportati a Santa Maria della Stella, allora ospizio di poveri; dove la più parte perirono. Intanto però cominciavano que’ benedetti campi a imbiondire. Gli accattoni venuti dal contado se n’andarono, ognuno dalla sua parte, a quella tanto sospirata segatura. Il buon Federigo gli accomiatò con un ultimo sforzo, e con un nuovo ritrovato di carità: a ogni contadino che si presentasse all’arcivescovado, fece dare un giulio, e una falce da mietere. Con la messe finalmente cessò la carestia: la mortalità, epidemica o contagiosa, scemando di giorno in giorno, si prolungò però fin nell’autunno. Era sul finire, quand’ecco un nuovo flagello. Molte cose importanti, di quelle a cui più specialmente si dà titolo di storiche, erano accadute in questo frattempo. Il cardinal di Richelieu, presa, come s’è detto, la Roccella, abborracciata alla meglio una pace col re d’Inghilterra, aveva proposto e persuaso con la sua potente parola, nel Consiglio di quello di Francia, che si soccorresse efficacemente il duca di Nevers; e aveva insieme determinato il re medesimo a condurre in persona la spedizione. Mentre si facevan gli apparecchi, il conte di Nassau, commissario imperiale, intimava in Mantova al nuovo duca, che desse gli stati in mano a Ferdinando, o questo manderebbe un esercito ad occuparli. Il duca che, in più disperate circostanze, s’era schermito d’accettare una condizione così dura e così sospetta, incoraggito ora dal vicino soccorso di Francia, tanto più se ne schermiva; però con termini in cui il no fosse rigirato e allungato, quanto si poteva, e con proposte di sommissione, anche più apparente, ma meno costosa. Il commissario se n’era andato, protestandogli che si verrebbe alla forza. In marzo, il cardinal di Richelieu era poi calato infatti col re, alla testa d’un esercito; aveva chiesto il passo al duca di Savoia; s’era trattato; non s’era concluso; dopo uno scontro, col vantaggio de’ Francesi, s’era trattato di nuovo, e concluso un accordo, nel quale il duca, tra l’altre cose, aveva stipulato che il Cordova leverebbe l’assedio da Casale; obbligandosi, se questo ricusasse, a unirsi co’ Francesi, per invadere il ducato di Milano. Don Gonzalo, parendogli anche d’uscirne con poco, aveva levato l’assedio da Casale, dov’era subito entrato un corpo di Francesi, a rinforzar la guarnigione. Fu in questa occasione che l’Achillini scrisse al re Luigi quel suo famoso sonetto:
Sudate, o fochi, a preparar metalli,
e un altro, con cui l’esortava a portarsi subito alla liberazione di Terra santa. Ma è un destino che i pareri de’ poeti non siano ascoltati: e se nella storia trovate de’ fatti conformi a qualche loro suggerimento, dite pur francamente ch’eran cose risolute prima. Il cardinal di Richelieu aveva in vece stabilito di ritornare in Francia, per affari che a lui parevano più urgenti. Girolamo Soranzo, inviato de’ Veneziani, potè bene addurre ragioni per combattere quella risoluzione; che il re e il cardinale, dando retta alla sua prosa come ai versi dell’Achillini, se ne ritornarono col grosso dell’esercito, lasciando soltanto sei mila uomini in Susa, per mantenere il passo, e per caparra del trattato. Mentre quell’esercito se n’andava da una parte, quello di Ferdinando s’avvicinava dall’altra; aveva invaso il paese de’ Grigioni e la Valtellina; si disponeva a calar nel milanese. Oltre tutti i danni che si potevan temere da un tal passaggio, eran venuti espressi avvisi al tribunale della sanità, che in quell’esercito covasse la peste, della quale allora nelle truppe alemanne c’era sempre qualche sprazzo, come dice il Varchi, parlando di quella che, un secolo avanti, avevan portata in Firenze. Alessandro Tadino, uno de’ conservatori della sanità (eran sei, oltre il presidente: quattro magistrati e due medici), fu incaricato dal tribunale, come racconta lui stesso, in quel suo ragguaglio già citato, di rappresentare al governatore lo spaventoso pericolo che sovrastava al paese, se quella gente ci passava, per andare all’assedio di Mantova, come s’era sparsa la voce. Da tutti i portamenti di don Gonzalo, pare che avesse una gran smania d’acquistarsi un posto nella storia, la quale infatti non potè non occuparsi di lui; ma (come spesso le accade) non conobbe, o non si curò di registrare l’atto di lui più degno di memoria, la risposta che diede al Tadino in quella circostanza. Rispose che non sapeva cosa farci; che i motivi d’interesse e di riputazione, per i quali s’era mosso quell’esercito, pesavan più che il pericolo rappresentato; che con tutto ciò si cercasse di riparare alla meglio, e si sperasse nella Provvidenza. Per riparar dunque alla meglio, i due medici della Sanità (il Tadino suddetto e Senatore Settala, figlio del celebre Lodovico) proposero in quel tribunale che si proibisse sotto severissime pene di comprar roba di nessuna sorte da’ soldati ch’eran per passare; ma non fu possibile far intendere la necessità d’un tal ordine al presidente, “uomo,” dice il Tadino, “di molta bontà, che non poteva credere dovesse succedere incontri di morte di tante migliaia di persone, per il comercio, di questa gente, et loro robbe.” Citiamo questo tratto per uno de’ singolari di quel tempo: chè di certo, da che ci son tribunali di sanità, non accadde mai a un altro presidente d’un tal corpo, di fare un ragionamento simile; se ragionamento si può chiamare. In quanto a don Gonzalo, poco dopo quella risposta, se n’andò da Milano; e la partenza fu trista per lui, come lo era la cagione. Veniva rimosso per i cattivi successi della guerra, della quale era stato il promotore e il capitano; e il popolo lo incolpava della fame sofferta sotto il suo governo. (Quello che aveva fatto per la peste, o non si sapeva, o certo nessuno se n’inquietava, come vedremo più avanti, fuorchè il tribunale della sanità, e i due medici specialmente.) All’uscir dunque, in carrozza da viaggio, dal palazzo di corte, in mezzo a una guardia d’alabardieri, con due trombetti a cavallo davanti, e con altre carrozze di nobili che gli facevan seguito, fu accolto con gran fischiate da ragazzi ch’eran radunati sulla piazza del duomo, e che gli andaron dietro alla rinfusa. Entrata la comitiva nella strada che conduce a porta ticinese, di dove si doveva uscire, cominciò a trovarsi in mezzo a una folla di gente che, parte era lì ad aspettare, parte accorreva; tanto più che i trombetti, uomini di formalità, non cessaron di sonare, dal palazzo di corte, fino alla porta. E nel processo che si fece poi su quel tumulto, uno di costoro, ripreso che, con quel suo trombettare, fosse stato cagione di farlo crescere, risponde: “caro signore, questa è la nostra professione; et se S. E. non hauesse hauuto a caro che noi hauessimo sonato, doveva comandarne che tacessimo.” Ma don Gonzalo, o per ripugnanza a far cosa che mostrasse timore, o per timore di render con questo più ardita la moltitudine, o perchè fosse in effetto un po’ sbalordito, non dava nessun ordine. La moltitudine, che le guardie avevan tentato in vano di respingere, precedeva, circondava, seguiva le carrozze, gridando: “la va via la carestia, va via il sangue de’ poveri,” e peggio. Quando furon vicini alla porta, cominciarono anche a tirar sassi, mattoni, torsoli, bucce d’ogni sorte, la munizione solita in somma di quelle spedizioni; una parte corse sulle mura, e di là fecero un’ultima scarica sulle carrozze che uscivano. Subito dopo si sbandarono. In luogo di don Gonzalo, fu mandato il marchese Ambrogio Spinola, il cui nome aveva già acquistata, nelle guerre di Fiandra, quella celebrità militare che ancor gli rimane. Intanto l’esercito alemanno, sotto il comando supremo del conte Rambaldo di Collalto, altro condottiere italiano, di minore, ma non d’ultima fama, aveva ricevuto l’ordine definitivo di portarsi all’impresa di Mantova; e nel mese di settembre, entrò nel ducato di Milano. La milizia, a que’ tempi, era ancor composta in gran parte di soldati di ventura arrolati da condottieri di mestiere, per commissione di questo o di quel principe, qualche volta anche per loro proprio conto, e per vendersi poi insieme con essi. Più che dalle paghe, erano gli uomini attirati a quel mestiere dalle speranze del saccheggio e da tutti gli allettamenti della licenza. Disciplina stabile e generale non ce n’era; nè avrebbe potuto accordarsi così facilmente con l’autorità in parte indipendente de’ vari condottieri. Questi poi in particolare, nè erano molto raffinatori in fatto di disciplina, nè, anche volendo, si vede come avrebbero potuto riuscire a stabilirla e a mantenerla; chè soldati di quella razza, o si sarebbero rivoltati contro un condottiere novatore che si fosse messo in testa d’abolire il saccheggio; o per lo meno, l’avrebbero lasciato solo a guardar le bandiere. Oltre di ciò, siccome i principi, nel prendere, per dir così, ad affitto quelle bande, guardavan più ad aver gente in quantità, per assicurar l’imprese, che a proporzionare il numero alla loro facoltà di pagare, per il solito molto scarsa; così le paghe venivano per lo più tarde, a conto, a spizzico; e le spoglie de’ paesi a cui la toccava, ne divenivano come un supplimento tacitamente convenuto. È celebre, poco meno del nome di Wallenstein, quella sua sentenza: esser più facile mantenere un esercito di cento mila uomini, che uno di dodici mila. E questo di cui parliamo era in gran parte composto della gente che, sotto il suo comando, aveva desolata la Germania, in quella guerra celebre tra le guerre, e per sè e per i suoi effetti, che ricevette poi il nome da’ trent’anni della sua durata: e allora ne correva l’undecimo. C’era anzi, condotto da un suo luogotenente, il suo proprio reggimento; degli altri condottieri, la più parte avevan comandato sotto di lui, e ci si trovava più d’uno di quelli che, quattr’anni dopo, dovevano aiutare a fargli far quella cattiva fine che ognun sa. Eran vent’otto mila fanti, e sette mila cavalli; e, scendendo dalla Valtellina per portarsi nel mantovano, dovevan seguire tutto il corso che fa l’Adda per due rami di lago, e poi di nuovo come fiume fino al suo sbocco in Po, e dopo avevano un buon tratto di questo da costeggiare: in tutto otto giornate nel ducato di Milano. Una gran parte degli abitanti si rifugiavano su per i monti, portandovi quel che avevan di meglio, e cacciandosi innanzi le bestie; altri rimanevano, o per non abbandonar qualche ammalato, o per preservar la casa dall’incendio, o per tener d’occhio cose preziose nascoste, sotterrate; altri perchè non avevan nulla da perdere, o anche facevan conto d’acquistare. Quando la prima squadra arrivava al paese della fermata, si spandeva subito per quello e per i circonvicini, e li metteva a sacco addirittura: ciò che c’era da godere o da portar via, spariva; il rimanente, lo distruggevano o lo rovinavano; i mobili diventavan legna, le case, stalle: senza parlar delle busse, delle ferite, degli stupri. Tutti i ritrovati, tutte l’astuzie per salvar la roba, riuscivano per lo più inutili, qualche volta portavano danni maggiori. I soldati, gente ben più pratica degli stratagemmi anche di questa guerra, frugavano per tutti i buchi delle case, smuravano, diroccavano; conoscevan facilmente negli orti la terra smossa di fresco; andarono fino su per i monti a rubare il bestiame; andarono nelle grotte, guidati da qualche birbante del paese, in cerca di qualche ricco che vi si fosse rimpiattato; lo strascinavano alla sua casa, e con tortura di minacce e di percosse, lo costringevano a indicare il tesoro nascosto. Finalmente se n’andavano; erano andati; si sentiva da lontano morire il suono de’ tamburi o delle trombe; succedevano alcune ore d’una quiete spaventata; e poi un nuovo maledetto batter di cassa, un nuovo maledetto suon di trombe, annunziava un’altra squadra. Questi, non trovando più da far preda, con tanto più furore facevano sperpero del resto, bruciavan le botti vòtate da quelli, gli usci delle stanze dove non c’era più nulla, davan fuoco anche alle case; e con tanta più rabbia, s’intende, maltrattavan le persone; e così di peggio in peggio, per venti giorni: ché in tante squadre era diviso l’esercito. Colico fu la prima terra del ducato, che invasero que’ demòni; si gettarono poi sopra Bellano; di là entrarono e si sparsero nella Valsassina, da dove sboccarono nel territorio di Lecco.
Dopo ca solevazion che g’era sta ‘l dì de san Martìn e ‘l dì dré, empareva che a Milan fus tornà la bondanza come per miràcol: i panetéri i geva de nòu tant pan e i prezzi i s’era sbassadi come entei ani bòni e ancia le farine le costava pòc’. Cì che eva assistì a che zornade de ribelión e desordeni e nó l’era sta metù ‘n presón (ma chesti i era pròpi pòci), adès i era sodisfati, i l’eva fata francia, ma nó ste pensar che i tegnìs la bocia serada, anzì adiritura i se vantava. Enle piazze, ai ciantoni de le strade, ente le ostarìe se vedéva zènt alegra che la se ‘mpleniva la bocia disèndo che i eva trovà ‘l sistema per far sbassar el prezzi del pan. Però en mèz a tuta ca alegrìa e orgòi, gera ancia, e l’era bèla da véder, en pòc’ de preocupazion e ‘l presentiment che ca situazion nó la saròs durada tant. I zitadìni i deva adòs ai pistori e ai negozianti de farina, come che era zà suzèst cando che l’Antonio Ferrer l’eva mandà fòr el pefèl che ‘l sbassava el calmiér del pan. tuti che comprava e che consumava senza sparagnar; cì che geva da na banda calche soldo i lo spendeva tut a comprar pan e farina, fasèndo scòrte entei baùi, enle bót, enle marmìte. Enzì, zerciando tuti de profittar de chel moment bòn, i ciausàva che la bondanza nó la saròs durada tant (che zà l’era di per sé), ma ancia sèmper pù difìzile mantègnerla ancia sol per calche dì. Enfati, ‘l 15 de novèmber, l’Antonio Ferrer, “per órden de só Celènza”, la publicià en nòu pefèl endo che se proebiva a chiunque che giaves en ciasa gran o farina de comprarnen ancor, nancia ‘n pugn; se proebiva a tuti de provéder pan de pù del nezessari per doi dì sotto pena di multe e punizioni corporali, a discrezione dell’autorità ; se obligiava chiunque che savés de disobediènze de denonziar chei che nó osservava la leze; se ordinava ai zudizi de far tamisade ‘nle ciase che se dubitava; se obligiava i pistori a tègner sèmper ben fornìde le botégie del pan pena cinque anni di galera o più, sempre a giudizio di Sua Eccellenza. Cì che è bòn de ‘mmazinàrse che ‘n pefèl del zènere ‘l sia sta fat rispetar, el giâ na gran fantasìa. Se tuti i pefèi de chel tèmp i fus stadi metùdi ‘n pràtigia, el ducato de Milan l’averòs dovèst avér su le galère tanta zènt canta che la ge neva la Gran Bretagna. Comunque fus sta le ròbe, se se ordinava ai pistori de far tant pan, l’era nezessari èsser seguri che nó manciàs la farina per farlo. Come che suzét de spes cando che g’è ciarestìa, i eva scomenzià a zerciar ogni modo per far pan doprando ròbe che de sòlit entel pan nó se mét. Ente sto caso, per preparar el pan i s’èra ‘nventadi de doprar ancia ‘l ris, che i clamava pan de mistura. Enzì, ‘l 23 de novèmber è sta publicià ‘n pefèl che l’ordivava ‘l sequestro de la metà del ris vestì (che l’era clamà e i lo clama ancia adès rison) che ognun geva, per órden del vicari e dei dódes del panàdec’. Per punizion cì che avés doprà o vendù el ris sequestrà senza ‘l permés de chei siori, i averòs perdù el ris stes e con na multa de trei scudi per ogni star. E, come che pòl véder tuti, l’era una de le dezision pù onèste. Però sto ris ge voléva comprarlo, e ‘l só prezzi l’era massa àut en confront a chel del pan. Per colmar sta grant diferènza de prèzzi, la spesa l’era stada ‘ntimada a la zità che l’averòs dovèst empegnarse a pagiarla. El consìli dei decurioni (l’aministrazion de la zità), che su le prime l’eva azetà sto agravi, l’à dezìso però, pròpri ‘nchel dì 23 de novèmber, de ricórer dal goernator per dìrge che nó l’era pù bòn de sostègnerlo. El goernator, alor, con n’órden del 7 de dizèmber, l’eva destinà che ‘l prezzi del ris el fus sta de 12 lire per star. Cì che aves domandà en prezzi pù àut o ‘l se fus refudà de vénder, l’era punì col sequèstro del ris, na multa del stes valor, et maggior pena pecuniaria et ancora corporale sino alla galera, all’arbitrio di S. E., secondo la qualità de’ casi et delle persone. El prezzi del ris senza bule l’era sta dezìso prima de la ribelion de la zènt. E l’è probabile che ancia la tarifa massima (o per dirla come se dis entei tempi moderni el maximum) del forment e dei àutri grani el fus zà sta dezìso da àutri pefèi, ancia se noi nó en bù modo de lézerli. Sicome che a Milan el pan e la farina i era stadi mantegnùdi a prezzi bassi, suzzedeva che tanta zènt la nidés en zità da le ciampagne per farse na scorta. Per empedìr sto fato, che don Gonzalo ‘l clamava disturbo, è sta publicià n’àuter decrèt el 15 de dizèmber, che ‘l proebìva de portar fòr da Milan pan per en valor pù àut de vinti soldi. Cì che nó obedìva el riszava el sequèstro del pan, na multa de vintizìnc’ scudi, e se nó ‘l podeva pagiar, doi visclade ‘n piazza e ancia pene pù ciatìve, a discrezion del goernator. Estra chesto, ‘l 22 de dizèmber, è sta publicià na leze compagna ancia per la farina e i àutri grani (e nó se ciapìs perché i l’à fata ‘nzì tardi). El pòpol l’eva volèst la bondanza col grìpete e l’inzèndi; el goèrno ‘l vardava de mantegnìrla ‘mprometèndo la preson e le torture. Sti mezzi, enten calche modo, i neva ancia d’acòrdi tra de lori, ma nó i contava ‘ngot al scopo, come che ancia ‘l lezidor el pòl notar: e chel che i valés en realtà i lo vederà enten pezzòt. Se pòl véder fazilment, e convièn tègnerlo a ment, che tuti chei órdeni ‘nzì strambi i era però ligiadi ‘nsèma tra de lori: ognun l’era l’èsit segur de chel da prima e tuti i nideva dal prim eror, o sia l’aver metù al pan en prezzi massa bas en confront col prezzi reale, o sia chel che saròs nù fòr da só pòsta da la proporzion tra ‘l bisògn e ‘l tant che gera a disposizion. A la zènt normale, en rimèdi come chesto (o sia sbassar el prezzi con na leze), l’è sèmper parèst, da sèmper, secondo la zustìzia, e autertànt sèmplize e fàzile da méter en pè. Sichè entei momenti de fam e patimenti de la ciarestìa, l’è naturale che i lo desìderia, che i lo domandia e, se la pòl, i lo òbligia con la forza. Man a man però che se fa véder i efèti ciatìvi de che lezi, cì che goèrna l’è obligià a far lezi nòve, per proebir a la zènt de comportàrse come la leze da prima i l’eva spenzuda a far. Ne sia permés de osservar en fato curiós. Ente n’àuter stato, ente n’epoca vizina, ente l’epoca pù straordenaria e importantissima de la storia moderna, i eva provedù, enten moment che ge ‘nsomiava, enten modo scasi compagn (se pòl dir prezìsi, entela sostanza, sol che l’era tant pù granda, e ‘n pressapòc’ entel medesem ordine) ancia se i tempi i era cambiadi, e tant, e le speriènze le fus aumentade en tuta l’Europa, e spezialment pròpri ‘nchel stato ìo. E tut chesto l’è suzèst spezialment perché la gran massa de la zènt, che nó la geva tute le informazion, l’è stada bòna de far valér el só zudìzi ancia obligiando chei che feva le lezi, a farle come che diseva ela. A la fìn, per concluder, chel rebaltón l’eva procurà spezialment doi bruti efèti. El prim l’era sta la distruzion reale de tanta ròba da magnar pròpri ‘ntant che gera la rivoluzion, e ‘n consumo esazerà e sventà de pan e gran, fìn che ‘l prèzzi l’era restà bas, a dan de che pòce scòrte de gran che le averòs dovèst èsser assà enfì a la pròssima entrata. A sti dani ‘n zenerale se tacia la bruta fìn de chei càter pòri disgraziadi, ‘mpiciadi come capi del tumulto: doi davanti al forno de le fèrle, doi en zìma a la strada endo che gera la ciasa del vicari del panàdec’. Del rèst, le relazion storiche de chel tèmp le è ‘nzì desordenade e difetàde che nó g’è nancia na notìzia prezìsa su come e cando che sia sta anulà la tarifa sul pan, chela che fissava en prezzi bas. Sicome nó g’è informazion segure, podén sol far calche teoria: l’è fàzile che la sia stada eliminada pòc’ prima o pòc’ dopo del 24 de dizèmber, el dì che era sta ‘mpicià encalun dei capi de la solevazion. Per che che riguarda i pefèi, dopo l’ultim che en zà dit del 22 de dizèmber, nó ‘n trovan àutre che le riguardia ‘l problèma dei da magnar. Chesto pòl volér dir o che le è nade pèrse, o che ‘nle nòsse tamisade nó l’en trovade, opur, pù fazilment, che ‘l goèrno, disperà, se non adiritura deventà pù savi, al véder che le só lezi nó le contava ‘ngot, e venzù da la dificoltà de la situazion, l’abia dezìso de nó méterge pù ‘l bèc’, lagiando che le ròbe le nés per el só córs. Però, enle relazion dei vari studiosi de storia, (ancia se de spes i era pù atènti a descrìver fati straordenari enveze che le ciàuse de chesti), se trova en ritrat doloros de come che l’era ridot el paes e spezialment la zità de Milan tra l’invèrn e la primavéra dopo. La vera ciàusa de la ciarestìa, o sia la diferènza tra ‘l tant de vìveri e ‘l bisògn de la zènt, nó sol nó l’era stada eliminada, ma adiritura l’era pézi ciàusa le lezi che era sta publicià che nó le eva fat àuter che far tardivar, per el moment, i efèti. Per de pù, nó i era stadi bòni nancia de comprar gran e farina assà da l’estero per tanti motìvi: nó g’era assà soldi né plùvici né privati, la magra che gera ancia entei distréti ìo dausìn, ostàcoi entel comercio e perfìn le lezi stesse, che le voleva mantègner bas el prezzi, cando che la ciarestìa l’era forta come mai pù e la se feva sentìr en tuta la só fòrza. Eco cì alor la copia de chel ritrat doloros. Dapertut endo che vardavés, se vedeva botégie serade, le pù tante fràbicie desèrte; per le strade en spetàcol che nó se pòl dir, en via vai de misèrie, se vedéva sol patimenti. Chei che domandava la ciarità per mistér, adès l’era i pù pòci, mesdadi dént e superadi da na fola de poréti nòvi, ridoti a begiar per la limòsina con persone che prima, calche bòta, i l’eva rizevuda. Gera tanti putèi e giarzoni scoadi perché i padroni nó i era pù boni de gadagnar assà o che i eva perdù tut, e che i viveva a stento magnado fòr chel che i eva sparagnà o chel pòc’ che gera restà de la só ròba; ancia i stessi padroni de le botegie, che i era nadi ‘n faliment e ‘n rovina ciàusa ‘l fermo del laoro, i se giatava per la strada. Operai e artesani de tute le art, da le pù sèmplizi e nezessarie a chele pù de lusso, che i neva a stròz senza savér endo, i bateva su le porte, i se sentava zó sui ciantoni de le strade, adòs ai muri de le ciase e de le glésie a domandar la ciarità con la ós splanzignènta, o se no i restava ìo ‘n silenzio, combatùdi tra la fam e ‘l gran respèt a pitociar, che ancor nó i eva venzù dal tut. I era patìdi, straci, i bagolava dal frét, famadi, con i àbiti sdrazzadi e massa lizéri per el frét, ma tanti de lori i mossava ancor vergot del benèsser da ‘mbòt, e siben ge fus l’arbandón, i feva véder che i era usadi a na vita de laoro e onesta. En mèz a sta fola gera ancia tanti servi, scoadi dai padroni che i era passadi da na degna condizion a la misèria, opur da àutri che pur essèndo ancor siori, nó i era pù boni, ente n’an enzì difìzile, a mantègner el sòlit lusso e ‘n gran numer de servi. E po' ancor a tuti sti poréti, se taciava n’àuter gran numer de persone che le viveva grazie al laoro de chesti: pòpi, feumne, vècli, che ge neva dré o che i s’era sparpaiadi fòr en ziro a domandar la ciarità da só pòsta. Gera ancia, e se i togéva fòr dai ciavéi spatuzzadi, da le sdrazze che na bòta l’era àbiti da buli, o ancia da zèrti comportamenti ‘ntel modo de ciaminar e ‘ntei zèsti, da chei segni che le abitudini de na vita se vét sul mus, segni che nó se pòl scanzelar, e tant pù patòci canto pù che abitudini le è strambe, tanti de ca zenìa dei robleri. Chesti, che ormai i eva pèrs el só modo disonèst de gadagnarse da vìver, come che era suzèst a gran part de la zènt, i neva ‘n ziro a domandar la ciarità. Ridoti a la fam, nó se i distingueva da tuti i àutri, se nón per le sùplice, spaventadi e pèrsi, i strozzegiava i pèi per che stesse strade che i eva fat per ani con supèrbia, con oclade dure e sospetóse, vestìdi con che divìse che deva ‘nte l’òcel, ornadi de gran plume, guarnìdi con armi che valeva na monéda, tiradi come i ciauzzòti e ‘mprofumadi; e adès i metéva fòr la man, ca man che tante bòte i eva levà per spaventar, o adiritura per ferìr. Ma forse ‘l spetàcol pù brut e ‘ntel stes tèmp che feva compassion, l’era chel dei contadini che arivava a sclapéti scompagnadi: a doi a doi, famìlie ‘ntrége, oumni e spóse coi pòpi sul braz o ligiadi dré la s-cena, con i fiòi pù grandòti per man, e dré i vècli. Calchedun de chesti i era s-ciampadi per la disperazion, dopo che le só ciase le era stade ocupade e distrute dai soldadi de passagio o che s’era sistemà ìo; tra chesti gera ancia chei che per provocar pù compassion e distinguerse ente la só misèria, i mossava le vétole e le ferìde dei colpi zapàdi ‘ntel difènder le só ultime pòce scorte, o ‘ntant che i s-ciampava da na rabia òrba e crudele dei soldadi. Àutri contadini, che nó i eva soportà che angiarìe, i era però stadi segnadi da àutre malatìe che da cheste nó gera nancia ‘n pòsto salvo: la ciarestìa e le tasse, pù gréve che mai, metùde su per tègner en pè chel che se clamava i bisògni de la guèra. Ancia lori i era nùdi o i era dré a nìr en zità, considerada embòt en pòsto ric’ e zenerós, ùltim refugio de speranza e de ciarità. Se podeva distinguer chei che era arivà da pòc’, non sol per el só modo malsegur de mòverse e per el comportament spaesà, ma spezialment per la maravéa e la delusion entel véder tanta fola e ‘nzì tanta concorènza entela misèria, pròpri ìo endo che i pensava de èsser azetàdi come fus i unici a podér avér en calche aiut. I àutri, che ‘nveze da pù o men tèmp i remengiava o i abitava enle strade de la zità, tiràndo avanti grazie a l’aiut rizevù, ente na gran diferènza tra ‘l pòc’ che gera e ‘l gran bisògn, i geva sul vis e ‘ntei zèsti en portament pù gréo, strac’ e sfinì. I àbiti i era divèrsi tra de lori, per chei che se podeva ancor clamar àbiti; diferènti ancia ‘ntel aspèt: gera fazze bròlde da la plana, scure dai dòssi e da le zone tra mèz, biance e rosse dei montanari; ma tute le era sbatùde e patìde, coi òcli sfondadi e fìssi, mèzi preocupadi e mèzi pèrsi, ciavéi szufadi, barbe lònge e trascurade; zènt en tèmp fòrta per el laoro entei ciampi, che adès era consumà dai stènti; la pèl pléna ‘n fìzze sui brazzi brusadi dal sol, su le giambe e sui stómegi magri che se vedeva ‘ntrà i drapi sdrazzadi. E autertant doloros, anche se diferènte da chel dei corpi forti ma sfinìdi, l’era l’aspèto de cì che geva na natura pù débola, pù fazilment venzùda da la tribolazion: le feumne e i pòpi i mossava na debolezza e ‘n sfiniment ancor pù grant e rassegnà. Ca e là, per le strade, arènt ai muri de le ciase, se vedéva mucléti de paia sghizzada, smigolada e mesdada a imondìzie sporce. Epur ca sporciarìa l’era ‘l frut de la ciarità, preparada ìo apòsta con compassion: l’era cùzzoi metùdi ìo perche calche pourét el podés pozàrse zó can che nidéva nòt. Ogni tant se vedeva, ancia dal dì, calchedun che era sdravacià zó sfinì da la stracità o da la fam, senza forza e con le giambe che nó le portava pù. A bòte, su chel misero lèt, gera ‘n mòrt; àutre bòte se asisteva a la sèna de calchedun che crodava per tèra tut de colp come na sdrazza, e ‘l morìva ìo, per la strada, sul salezà. Arènt a zèrti de chei cùzzoi se vedeva ogni tant sgobàrse zó calchedun che passava o che abitava ìo dausìn, portà da la compassion del moment. Enten zèrti pòsti de la zità, ‘nveze, se vedeva posti de aiut pù regoladi, frut de n’antivéder che eva vardà pù lontan, e sostegnùdi da na man che geva tanti mezzi e l’abitudine de far del ben en grande: l’era la man zenerosa del bòn Federigo. L’eva sièlto sei prèti, che giaves el dono de far la ciarità e che giavés ancia na tèmpra robùsta; i l’eva divìsi ‘n tréi cóble e ‘l geva dat a ognuna ‘n terzo de la zità da visitar. I preti i era compagnadi da fachini ciargiàdi de ròbe da magnar, lizére e che le ‘ntesìva sùbit, e de drapi. Ogni matìna, le tréi cóble le partìva da zone diferènti de la zità, le se svizinava a le persone che le vedeva per tèra e le deva a tuti l’aiut conforma a la só condizion. A cì che ormai era en angonìa e nó ‘l podeva pù méter zó ‘ngot, ge nidéva dat l’òio sant e dit calche parola de bòna mòrt. Ai famadi i ge deva menèstre, òvi, pan, vin; a chei pù déboi per el tant zesùn, se ge deva da magnar pù lizér e sostanziós, o vin pù fòrt, e, se nezessari, en pòc’ de spìrit. Po' estra i deva fòr àbiti per scuertar via le part pù scandolose e dolorose La só àida nó la se fermava cì: el bòn Federigo l’eva volèst che, per cant che l’era possìbol, el só aiut el fus fetìo e che ‘l duràs, che nó ‘l fus sol del moment. A chei poréti che, grazie al prìm aiut, i fus arvegnùdi e ge fus tornà en pòc’ de fòrza per restar en pè e ciaminar, ge nidéva dat en pòc’ de soldi, en modo che ‘l tornar entel bisògn e la sciarsità de àutri aiuti nó i li portas de nòu enla misèria da prima. Per i àutri, ‘nveze, se zerciava en cartiér e ‘n sostégn ente calche ciasa ìo vizina. Enle ciase dei siorati, ste persone i le tegnìva per lo pù per ciarità, come racomandadi dal cardinal; enle àutre ciase, endo che gera bòna volontà, ma manciava i mezzi, i preti i domandava che ‘l pourét el fus azetà a pàbel, i stabiliva ‘l prèzzi e i pagiava sùbit n’acónt antizipà. De tuti sti pouréti i ge deva na lista ai pàroci en modo che i nes a ‘nteressàrse; e po' i tornava lori stessi a trovarli. Nó ocor nancia dir che ‘l Federigo nó ‘l se aplicava sol a aiutar i casi pù bruti de ca misèria, e nancia l’eva spetà che la situazion la diventas enzì critica per èsser tocià ‘ntel còr. La só ciarità, enzì forta e pronta a datàrse, i lo obligiava a ciapìr ogni nezessità, a far vergot ente ogni aspèto, a córer endo che nó l’eva podèst empedìr el mal, togèndose su le spale, per dir, tante azion canti che i era i bisògni da ‘nfrontar. Difati, metèndo ‘nsèma tuti i mezzi, sparagnàndo su tut e destinàndo a àutri scòpi ancia chei fondi che prima i era riservadi a àutre opere che adès le era tegnùde men urgenti, l’à fat de tut per trovar soldi da doprar en favor dei famadi. L’à comprà gran mòte de forment, mandàndogen na bòna part ai paesi de la diozesi che nó i ge neva. Ma sicome sti aiuti i era comunque putost s-ciarsi col bisògn che gera, l’à mandà ancia sal, perché, come che conta ‘l Ripamonti, “con chel le erbe dei pradi e la sgòrza dei àrboi i deventa da magnar.” L’à dat fòr gran e soldi ancia ai paroci de la zità, e el stes el neva ‘ntorn per Milan, zona per zona, fasèndo limòsine; l’aidava tante famìlie poréte senza che ‘nzun lo savés. Entel palaz del Vesco, come dis en medico de chel tèmp, Alessandro Tadino, enten só “Rapporto”, che ‘l nirà riportà de spes nàndo avanti, se deva fòr ogni matìna doimili scudèle de menèstra de ris. Ma tuti sti ati de ciarità, che podén dalbòn dir straordenari, considerà che i nideva da n’òm sol e sol da le só s-ciarséle (perché la convinzion del Federigo, l’era chela de refudarse de dar fòr le ofèrte dei àutri), ensèma a le donazion de autri privati, men bondànti ma comunque tante, e ai aiuti dezìsi dal consìli dei decurioni (che l’eva ‘mpegnà ‘l tribunal del panàdec’ de dàr fòr), i era ancor ben pòcia ròba davanti al gran bisògn. Difati, ‘ntant che arcanti porèti da le montagne, ormai vizìni a la mòrt per fam, i era bòni de durar grazie a la ciarità del cardinal, en framèz àutri i morìva; chei che eva zapà n’aiut ancia pìzzol, na bòta che l’era ruà, i tornava de nòu enla misèria; ente àutre zone, metùde per entant da na banda perché la situazion l’era men bruta, le condizion le deventava brute enfìn a deventar che se morìva ancia ìo, dato che la ciarità l’era costreta a far sièlte. Se morìva dapertut, da ogni banda i corìva tuti ‘n zità. Cì, per esèmpi, doimili famadi, pù forti e àbili entel fàrse avanti, i era bòni de otègner en piat de menèstra, chel tant che bastava per nó morìr enchel dì; però tanti àutri a mili e mili i restava ‘ndré, e magiari i envidiava chei “pu fortunadi”, ancia se de spes tra chei che era restà ‘ndré gera pròpri le só spose, i fiòi o i só zenitori. E ‘ntant che ‘nten zèrte zone de la zità i pù poréti e malmessi i li togéva su da tèra, metùdi ‘n pè, azetàdi e assistidi per en pòc’ de tèmp, enten tantissime àutre bande de la zità àutri i crodava per tèra, i patìva o i morìva senza che ‘nzun podés aiutarli o dàrge solievo. Per tut el dì, per le strade si sentìva ‘n tololò de ós che le sconzurava aiut; fòr per la nòt, se sentiva ‘n sussur de lamenti, ogni tant spezzà tut de colp da zìgi de dolor, da urli, da suplice angossade che le ruava con urlati forti e disperadi. Fa maravéa notar che, si ben che gera na gran misèria e i tanti reclami, nó ge sia mai sta nancia ‘l minimo ségn de tumulto, e nancia se sia mai sentù n’urlo de ribelion: o almen, nó se spia engot ente le relazion de l’epoca. Epur, tra chei che viveva (e morìva) enche condizion, gera ancia tante persone che nó le seva nancia chel che l’era la soportazion; ge n’era a zentenàri pròpri de chei che, ‘l dì de san Martìn, i eva fat tant rumor con chel rebalton. E nó se pòl pensar che l’esèmpi de chei càter disgraziadi che era sta punì per tuti, el fus chel che adès trateneva i àutri: che efèto podével aver po', su ‘nte na fola disperada e senza ciasa, nancia l’aver vist, ma sol el ricordi de chei càter empiciadi, cando ca stessa fola la se sentiva condanada a n’angonìa pégra, e che l’era zà dré a vìverla? Ma ‘l fato l’è che noi èsseri umani, ‘n zenerale, sen fati ‘nzì: ne oponen enrabiadi contra i patimenti lizéri, ma ne plegian en silenzio dinanzi a chei pù grévi; soportan, ma no per vera rassegnazion ma scasi ‘mmatonìdi, pròpri chel che d’imprinzìpi even dit che nó se podéva soportar. El posto che ogni dì lagiava i morti enca moltitudine de disperadi, ogni dì l’era pù che colmà: gera de sèito zènt che nideva, prima dai paesi pù vizìni, po' da tut el teritòri, po' da le zità del stato, e a la fìn ancia da àutre region. Enframèz, da chel posto se ‘n neva ogni dì ancia abitanti vècli: zèrti per nó cogner pù assìster a tante misèrie; àutri perché, vedèndo de aver fat càmbi coi nòvi che è arivà che i zerciava lìmosina, i partìva per l’ultima disperada speranza de trovar aiut da n’àutra banda, enten calsiasi posto endo che ‘l fus possìbol, endo che almen nó ge fus na fola ‘nzì grossa e ‘n regói de sèito ‘nzì dur entel domandar la ciarità. Tuta sta pòra zènt che passava, la se ‘ncrosava con àutri che nidéva da la revérsa, e, per che doi file, l’era ‘n spetàcol orèndo una per l’àutra; i se vardava con ribréz e paura, e tuti i era per i àutri ‘l spègel trìst e doloros de la fìn che fazilment ge saròs tocià a tuti. Epur tuti i neva per la só strada, se non pù per la speranza de cambiar le ròbe, almen per nó tornar ente chel posto ‘ndo che nó se podéva pù vìver, per nó veder pù i posti ‘ndo che i eva perdù ogni speranza. Però, zèrti, ormai senza pù forze, i crodava per tèra entant che i ciaminava e ìo i morìva: en spetàcol ancor pù tremendo per chei ìo ‘ntorn che i vedéva chesto, na vision de oror e forsi ancia de acusa vèrs cì che vedeva senza poder o voler far vergot. “Ài vìst mì,” scrìu el Ripamonti, “enla strada che zira ‘ntorn ai muri de la zità, na feumna morta… Ge nideva fòr da la bócia ‘n bocón de èrba mèza roziada, e i làuri che i feva ancor l’ato de sforzàrse… La geva ‘n fagotèl su le spale, e tacià via ‘n popìn ancor enle fasse, che planziànt el zerciava la téta per ciuciar… De le persone che eva vist, con compassion le à tòt su chel pòr popìn da tèra, i l’à portà via, fasèndo ‘nzì, al posto de só mama, la prima ròba da far: salvar só fiòl.” Tuta ca diferènza tra lusso e sdrazze, tra splendór e misèria, che l’era ‘n spetàcol normale entei tempi normali, adès l’era sparìda dal tut. Dapertut se vedeva sol misèria e àbiti slisadi; e chel che se distingueva da sta condizion l’era apéna apéna en mìgol de presenza normale de calchedun. Se vedeva i nòbili ciaminar vestìdi enten modo sèmplize e slòmp, o adiritura con àbiti slisadi e slazeradi; zèrti perché le stesse ciàuse che eva mandà ‘n misèria ‘l pòpol, le eva tocià ancia le só sostanze, fasèndo cialar patrimòni che zà i strumiava; àutri, ‘nveze, per paura de procurar la fóta de la zènt col far véder lussi, o per pudor, per nó far véder che de chel disàstro nó ge ‘nteressava ‘ngot. Chei siori spòtici, odiadi e rispetadi, che i era usadi a nar entórn con na sclapada de róbleri, adès i neva scasi da só pòsta, con la testa bassa, con le fazze che ‘mpareva che le ofrìs e domandas paze. Zèrti àutri, che ancia cando che la neva bèn e s’era comportadi con zenerosità e umiltà, ‘mpareva adès ancia chesti pèrsi, avelìdi, come i fus stadi venzùdi dal spetàcol stàbile de na misèria ‘nzì granda da superar, non sol la possibilità de dar na man, ma scasi ancia la facoltà de sentìr en pòc’ de compassion. Cì che geva ancor i mezzi per far la ciarità l’era costrét a sièlier tra na fam e l’àutra, tra diferènti bisògni ma tuti da contentar sùbit. Apena che se vedeva na man che deva a ‘n porèt, sùbi se feva ìo ‘ntorn na fola de àutri disgraziadi; cì che geva ancor en pòc’ de forza el se feva avanti sfazzà; i vècli, i pòpi, i desombolàdi i auzzàva le man magre; le mame le mossava da lontan i só fiòi che planzéva, plegiadi dént en fasse sdrazzade, senza fòrza per la debolezza e tegnùdi a stènto tra i brazzi. Enzì è passà l’invèrn e la primavéra: e zà da ‘n pòc’ de tèmp el tribunal de la sanità l’eva scomenzià a avertìr el tribunal del panàdec’ del perìcol vizìn de na pidemìa, a ciàusa de la gran misèria che s’era sparpaià per tuta la zità. Per far fronte a la situazion, l’eva proponèst de radunar tuti i pouréti ente diversi ricòveri. Ma ‘ntant che se discuteva de sta propòsta, entant che se provava a aprovàrla e se studiava i mèzzi, i modi e i pòsti per fàrla, el numer dei morti per le strade l’aumentava dì per dì sèmper de pù; e con sto aumento, cresséva ancia tut el rèst de ca ciàrgia de patimenti e de misèria. El tribunal del panadec’ alor l’à proposto n’àuter remèdi, considerà pù sèmplize e velòze: méter ensèma tuti i pouréti, sia sani che maladi, enten pòsto unico, en lazarét, endo che tuti i saròs stadi mantegnùdi e curadi dal comun. La proposta l’è stada aprovada, ancia se ‘l tribunal de la sanità el s’era oponèst, perché ‘l se l’anvedeva che a méter ensèma tuta na moltitudine de zènt compagna, se saròs bù sol n’aumento del riszo de pidemìe, enveze che blocarlo. El lazarét de Milan (se, per caso, sta storia la ge ciapitàs en man a calchedun che nó i lo cognossés, né de vista né per descrizion) l’è ‘n ciasón a forma scasi cadràta, fòr da la zità, a manzància de la porta che i ge dis orientale, pòc’ pù ‘nlà dei muri, separà da ‘n fossà, da na strada che ge fa ‘l ziro a la zità e da ‘n cianal che ge cór entorn al lazarét stes. I doi flanci pù lòngi i era ‘mpressapòc’ zinquezènto passi, e i àutri doi forse de chìndes passi pù curti. Tuti càter, da la banda de fòra, i è divisi ‘n ciameréte de ‘n piano sol; de dénter entórn a tréi de chesti zira ‘n pòrtec’ a vòutabot, tegnù su da colonéte fine e pòc’ robuste. Le ciameréte le era ‘mpressapòc’ doizèntotantaòt, o pòce de men. Ancòi, a ciàusa de ‘n gran passagio fat en mèz e de n’àuter pù pìzzol fat enten ciantón de la fazzada che varda la strada prinzipale, nó se sa cante che n’è sta eliminà. Al tèmp de la nòssa storia, g’era sol doi portóni: un en mèz da la man che varda i muri de la zità, e l’àuter propri zust da l’àutra man. En mèz al splaz de dént gera, e g’è ancor ancòi, na glesiòta con òt fazzade. D’imprinzìpi tut el ciasón fat su entel 1489, con i soldi de na redità de ‘n sior, e po' nada avanti grazie ai soldi del comun e da àutre redità e testamenti, l’era sta destinà, come che dis el só nòm stes, a ricoverar, cando che l’era nezessari, i maladi de pèsta. Difati la pèsta, tant tèmp prima de chel’an, la s’era presentada de spes, e l’à seghità a farlo per tanti ani, fasèndose véder doi, càter, sei, òt bòte enten sècol, ente arcanti stati de l’Europa, a bòte ‘nteressàndo sol zèrte zone, a bòte ancia gran teritòri, e calche bòta traversàndo ancia tuta l’Europa. Ente chel moment de la nòssa storia, però, el lazarét nó i lo doprava per i maladi, ma sol come depòsit de le mèrze che geva da star en carantena. Per liberar el lazarét, nó i è stadi ìo a rispetar la leze parola per parola. Per disinfetar e controlar come che saròs sta da far per leze, è sta fat en prèssa e ‘n calche modo, sora via e a sto modo tute le merze che gera dént le è stade date ‘ndré enten colp sol. Po' i fat sparpaiar paia en tue le ciàmere, i s’à procurà sgnòcola, per chel che l’era possìbol en calità e ‘n cantità, e con n’avìso plùvic’ i à ‘nvidà tuti i pouréti a refugiàrse ìo. Tanti pouréti i s’è presentadi da só pòsta; tuti chei che era malàdi per le strade e le piazze, i è stadi portadi ìo. Enten pòc’ de dì, ‘ntrà cì che era nà da só pòsta e chei che è sta portà dént, i era arivadi a de pù che treimili persone. Ma ‘ncor de pù l’era chei che è restà fòr. Forse perché ognun aspetava che i àutri i se ‘n nés per restar en pòci e profitar mèio de le limòsine; opur ancia perché i se refudava a l’idea de èsser seradi dént; o ancia per ca prudenza che i poréti i giâ vèrs tut chel che vèn dai siori e dai potenti, (prudenza che la crés tant per tant con l’ignoranza de cì che la prova e de cì che la procura, al numer dei pouréti e al s-ciars zudìzi de le lezi); opur perché i seva benón come che le neva dalbòn le fazènde che gera dré a chel’aiut che ‘mpareva zeneros; opur per tute ste reson messe ‘nsèma, o per cissà calche àutra. Fato sta che la pù gran part nó la giâ dat fé a l’ordén e l’à seghità a strozzegiàrse a stènto per le strade. Vista ca situazion, i à dezìso de passar da le bòne a le ciatìve: i à mandà i sbiri a far patùlie e a brinciar i pouréti per portarli ‘ntel lazarét, e cì che se refudava i lo ligiava e i lo strozzegiava ìo. Per ogni pourét brincià le guardie le zapava na pagia de dés soldi. Eco l’esèmpi de come, ancia entei momenti pù duri, i soldi se i trova sùbit, però per doprarli a spropòsit. Ancia se, come che era sta ‘mprossumà, o meio, come che l’era pròpri l’intenzion scònta dei caporioni, en zèrto numer de pouréti l’è partì da la zità per zerciar autró en modo de tirar avanti o morìr, però almen liberi; la ciazza l’è stada tale che, ‘nten pòc’ tèmp el numer dei ricoveradi en tut i era arivadi a desmìli. Ne ‘mmazinàn che le feumne e i pòpi i sia stadi sistemadi enten pòsti separadi, ancia se i documenti de l’epoca de chesto nó i parla. De zèrto ge sarà sta regole e punizion per mantègner en pòc’ de indrìz, però tuti i pòl emmazinàrse che tipo de regola se podés dalbòn tègner en pè, spezialment a chei tempi, e ‘nte na situazion compagna: na gran mòta de zènt, tuti diferènti un da l’àuter, tuti ‘nsèma ente na trebiliana. G’era sia chei che era nadi dént per só volontà, sia chei che era sta portà ìo per fòrza; dausìn a cì che pitociava per vera nezessità, patiment o vergogna, g’era ancia chei che viveva de chesto come fus en laoro. Ensèma a tante persone cressude ‘ntel laoro onèst de contadìn o de artesan, ge n’era tante d’àutre usade a star per le strade, ‘nle ostarìe, o ‘ntei palazzi dei siori, endo che i eva ‘mparà sol l’òzi, l’ingiagn, la tòta per ziro e le angiarìe. En che condizion po' i vivés tuti ‘nsèma ‘ntel stes pòsto, a magnar e a dormìr, con dispiazer se pòl emmazinàrlo ancia se nó g’avéssente dimostrazion segure; ma ‘n realtà, le dimostrazion le gén. I dormìva emmucladi ‘n vìnti o trènta ente ognuna de che ciameréte, opur encuzzoladi sota i pòrtegi, su ‘nten pòc’ de paia marza e che spuzzava, o magiari diretament per tèra. A dir la verità en realtà era sta ordenà che la paia la fus stada sèmper fres-cia, bondante e cambiada de spés; ma ‘n pratigia l’era scadente, pòcia, e nó i la cambiava mai. Entel stes modo, era sta ordenà che ‘l pan el fus de bòna calità, e cal èl po' l’aministrator che ordena de dar fòr da magnar nà de mal? Ma se enten tèmpi normali saròs sta difìzile trovar pan bòn, ancia per pòcia zènt, come se podéva pretènder de farlo ente na situazion del zènere e per na tal massa de zènt? Come che risulta dai documenti, a l’epoca se diséva che ‘l pan del lazarét l’era mesdà ént con robe che pesava e che però nó le nutrìva assà: e purtropo l’è probàbile che nó fus sol na lamentèla. Perfìn l’aca la s-ciarsezava, me n’antèndi aca da béver e sana: el póz a disposizion de tuti scasi de segur l’era chel fossà che zircondava ‘l lazarét, con l’aca bassa, ferma, da zèrte bande ‘mpautada e po' ridota ancor pézi dal dopràrla ‘n tanti e da tuta ca fola che patìva ìo vizìna. A tute ste ciàuse de mòrt, tanto pù fàzili, perché le tociava zènt zà malada e ‘ndebolìda, s’è ge tàcîa ancia la gran ciativèria de na bruta stazón: ploviàzi che durava arcanti dì, e a chesti ge neva dré na gran bampa ancor pù dura e ‘nsèma a la suta ‘n gran ciàut antizipà e fòrt. Ai malóri del còrp se ge tàcîa ancia el savér de patìrli: el stuféz, l’azitazion per èsser seradi via, el recòrt de le abitudini che s’era perdù, el dolor per i parènti che era mòrt, el destràni per chei che era lontan, el ribréz e l’antipatìa che geva un con l’àuter, e tante àutre brute passion come la malancolìa o la rabia, portade ìo da fòra o nate ìo dént. Èstra a tut chesto sèmper chel’ansia e po' ‘l spetàcol senza fìn ente ogni moment de la mòrt, che la se presentava sèmper de pù a ciàusa de che condizion e che adiritura la deventava ela stessa na nòva, gran ciàusa de mòrt. Sichè nó l’è maravéa che ‘l nùmer dei morti ‘ntel lazarét el cressés al punto da ‘mparér, per tanti, na vera pidemìa. Sia che tute ste ciàuse mésse ‘nsèma, ‘l desàsi, el s-ciars damagnar, la tempèria, la slérgia, el tormento e ‘l malumor, nó i fés che far crésser n’influènza ritàbla; sia che, (come che ciàpita ancia ‘nle ciarestìe pù lizére e curte de chesta) fus madurà na vera pidemìa, che ‘nte chei còrpi zà maladi e provadi da tante misèria, trovas la situazion zust al vèrs, ente la só stazón zusta per nàsser, e moltiplicarse, (se l’è lèzit, a un che nó se n’antènt, petàr ìo ste parole su l’idea de arcanti studiosi, e ancia da pòc’ tirada fòr, da un intellizènte e ‘nzignévol, con tante resón e però con tanta prudènza); sia, a la fìn, che 'l contàg el fus scopià prima ‘ntel lazarét stes, come che diseva calche rapòrto, ancia se l’era sbaglià e che diseva ancia i mèdizi de la sanità; opur, e chesto forse l’è pù zusto, l’era ‘n circolazion zà da ‘n pèz, portà ‘ntorn da la misèria che gera dapertut, e ‘n ca massa de persone el s’era sol moltiplicà con violenza e ‘mprèssa. Calunque sia la verità, el numer dei morti ogni dì ‘ntel lazarét l’eva superà le zènto persone. Entant che ‘nte chel pòsto regnava debolezza, angossa, paura, malcontènt e azitazion, tra i consiliéri del panàdec’ gera ‘nveze vergògna, spavènt e dubi. I eva tratà de la situazion, i eva scoutà ‘l parér dei dotori de la sanità, ma nó i eva trovà àutra soluzion che chela de scanzelar tut chel che era sta metù ‘nsèma con tant laoro, spesa e preocupazion. Sichè i à daverzù ‘l lazarét e i à lagià nar tuti i pouréti che nó era malà e che gera ‘ncor ìo; e chesti i è s-ciampadi con na contentézza de chele, come mati. La zità l’è tornada come prima e se sentiva i soliti lamenti, però pù déboi e a ondade; s’à vìst ancor ca fola, adès pù s-ciarsa e pù desperadóna, come che dis el Ripamonti, col pensier doloros de come che la fus cialada ‘nzì tant. I maladi i è stadi trasferìdi a Santa Maria de la Stela, che alor l’era n’ospìzi per i pouréti, endo che i pù tanti i è morti. Entraméz, però, chei benedeti ciampi i scomenziava a ‘mbiondìr, segn che ‘l formént l’era dré a madurar. I pouréti che era arivà da le ciampagne ìo ‘ntorn, i se n’è nadi, ognun vèrs la seslada che i aspetava come l’oràcol. El bòn Federigo i l’à saludadi con l’ultim ato de zenerosità e con na idea nòva de ciarità: l’à fat en modo che, a ogni contadìn che se presentàva al palàz del vescovo, i ge dés en giulio e na sésla per seslar. Per fortuna con ca seslada s’è fermà ancia la ciarestìa: cialava ancia i morti per la pesta, fus sta pidemìa o contàg, dì per dì la neva ‘ndrè, però pòc’ o tant l’è durada ‘nfin a la fìn de l’autón. L’era ìo per ruar dal tut, cando che è arivà n’àuter castìgo. Entant era suzèst en mùcel de fati ‘mportanti, de chei che segurament se ge dis “storici”. El cardinal Richelieu, dopo che l’eva zapà, come che en dit, la zità de La Rochelle e ruà su, a la bòna, na paze col re de l’Inghiltèra, l’eva proponèst e convinzèst, con la só parola che la geva nossocànt crèdit, el Consìli del re de Francia a dàrge na man reale al duca de Nevers; e estra l’eva consilià ‘l re a dirèzer pròpri el, l’invasion. Entant che se parezzàva le operazion, el conte de Nassau, rapresentante de l’imperator, el giâ ‘ntimà al duca nòu de Mantua, de zéder i só teritori a l’imperator Ferdinando, e se no chesto l’averòs mandà n’esèrzito per ocuparli. El duca, che ancia ente àutri momenti disperadi l’eva refudà de azetar n’obligiazion enzì dura e che feva dubitar, adès, sostegnù da l’aiùt dei franzési ìo vesìn, el s’è refudà ancor pù convinto. Però l’à provà a slongiar e ‘ndolzìr pù che l’era possìbol ca sgnapada, compagnandola con promesse de sotomission ancia pù fòrte, ma che le costava de men. El comissari ‘l se n’è nà, avisàndol che i saròs passadi a le ciatìve. En marz, el cardinal Richelieu l’è nù zó en Italia ’nsèma al re, a la testa de n’esèrzito. L’à domandà al duca de Savoia el permés de traversar i só teritori; era sta ‘nvià via contratazion che però nó le à portà a n’acòrdi. Dopo na batalia, che eva venzù i franzési, i è tornadi a contratar e a la fìn i è arivadi a una. Ente sto acòrdi el duca de Savoia l’à volèst, tra le àutre condizion, che ‘l comandante spagnol don Gonzalo de Còrdoba el desmetés de assediar Casale; e ‘l s’è ‘mpegnà, se chesto ‘l se fus refudà, a alearse coi franzési per ocupar el ducato de Milan. Don Gonzalo, pensando che ‘nte sto modo ‘l se la saròs cavada bòn marcià, l’à desmetù sùbit de assediar Casale e sùbit è nù n’esèrzito de francesi per rinforzar la guarnigion. L’è sta alor che l’Acchillini ‘l giâ scrit per el re Luigi ca famosa poesia:
Sudate, o fochi, a preparar metalli,
e n’àutra, che lo consiliava de partir sùbit a liberar la Tera santa. Però i consìli dei poeti i è destinadi a nó èsser scoutàdi: e, se ‘nla storia trovào fati che ve par che i scóutia calche consìli de ‘n poeta, podéo star seguri che l’era sta dezision zà tòte prima. El cardinal de Richelieu, enveze, l’eva dezìso de tornar en Francia, per far fòr chestión che ‘l pensava che le fus pù nezessarie. El Girolamo Soranzo, che l’era messo dei veneziani, l’era sta bòn ancia a presentar bòne reson per far cambiar ca dezision; ma ‘l re e ‘l cardinal, scoutando le só parole come che i eva scoutà la poesia de l’Achillini, i è tornadi ‘n Francia con la part pù grossa de l’esèrzito, e lagiando sol seimili òumni a Susa, per controlar el passagio e come garanzia de l’acòrdi. Entant che n’esèrzito ‘l neva da na banda, chel de l’imperator Ferdinando ‘l se svizinava da l’àutra; l’eva ocupà ‘l teritòri dei Grigioni e la Valtellina e ‘l se preparava a nir zó ‘ntel ducato de Milan. Estra ai dani che se podéva témer per el passar de tuti chei soldadi, era arivà notìzie al tribunal de la sanità che ‘nca armada era drè a sparpaiàrse la pèsta, na malatia che, come che dis el Varchi, òm lezù, parlando de ‘n fato che era ciapità ‘n sècol prima a Firenze, se la giatava scasi sèmper enten calche drapèl de soldadi todés-ci. A l’Alessandro Tadino, un dei sei consiliéri del tribunal de la sanità, (che l’era fat da càter zùdizi, doi mèdizi e ‘n presidente), i geva dat l’incombènza, come che dis pròpri el enten só rapòrto, de avisar el goernator del gran perìcol che g’era per la zità se ca armada la fus passada da ìo per nar, come che se diseva, a assediar Mantua. Da la condota de don Gonzalo, se pòl ciapìr che ‘l goernator el geva na grant ambizion de giatàrse ‘n pòsto ‘nla storia, na ròba che per la verità è suzèst, ma (come che ciàpita de spés) la storia nó l’à rezistrà ‘l fato pù dégn de èsser ricordà: la risposta che ‘l goernator l’eva dat en chel’ocasion al Tadino. L’eva rispondù che nó ‘l seva che fàrge; che l’interès e la nòmina che eva movèst chel’esèrzito le era pù ‘mportanti del perìcol segnalà; e che comunque ge voleva vardar de protézerse ‘l pù possìbol e confidar enla Providènza. Per méter su na pèza a ca situazion, i doi mèdizi de la sanità, chel che en zà dite l Tadino e ‘l senator Settala, fiòl del grant Ludovico, i à proponèst dinanzi a chel tribunal de proebìr, con penitènze severissime, de crompàr calunque tipo de mèrze dai soldadi che era dré a passar. Ma nó i è stadi bòni de convìnzer el presidente de l’importànza de na régola compagna. El Tadino i lo descrìu come «n’òm de gran bontà, che nó l’era bòn de créder che podés morìr mili e mili persone a ciàusa del comèrcio con ca zènt e con le só mèrzi. Ve contàn sto fato come na curiosità de chel tèmp, perché, seguramént, da cando che g’è tribunai de sanità, nó è mai ciapità a n’àuter presidente de ‘n tribunal compagn, de far na dimostrazion del zènere, se se pòl clamàrla dimostrazion. Cant a don Gonzalo, pòc’ dopo ca risposta l’è partì da Milan; e l’è sta per el na partènza dolorosa, come doloros l’era ‘l perché. I g’eva tòt el comando a ciàusa dei só bruti risultati ‘n la guera che pèzo nó la podeva nar, e che l’era sta el a parezzàr e a comandar. El pòpol i lo acusava ancia de la fam patìda sota ‘l só goèrno. (Chel che l’eva fat per la pèsta, o nó se ‘l seva, o de segur enzun, men che ‘l tribunal de la sanità e, spezialment, i doi mèdizi). Cando che l’è nù fòr dal palaz, con la ciaròzza da viaz, compagnà da ‘n drapèl de soldadi, e davanti doi trombettieri sul ciavàl e de dré àutre ciaròzze de nòbili, i lo spetava na fola de putèi radunadi ‘n piazza del dòm che protestando i g’è nadi dré ‘n massa. Cando che la fola l’à zapà la strada che va vèrs porta ticinese, da ‘ndo che ge voleva nar fòr, la scomenzià a trovarse ‘n mèz a ‘n folò de zènt ancor pù grant, zèrti i era ìo a spetar, àutri i arivava man man, ancia perché i trombettieri, che i feva con scrùpol el só mistér, nó i à mai emplantà ìo de sonar dal palaz enfìn a la porta. Entel prozès che è sta fat pù tardi su chei gazèri, un de chei trombetieri, acusà de aver fat el sò per aumentar el tumulto col só sonar, el giâ rispondù: “Caro sior, chesto l’è ‘l nòs mister; e se Só Celènza nó l’aves volèst che sonàssente, el geva da ordinàrne de tàser.” Ma don Gonzalo, forsi per nó dar ségn de aver paura, o per tèma de far enrabiar ancor de pù la fola, o magiari perché l’era ‘n pòc’ confus, nó l’eva dat nància n’órden. La zènt, che le guardie nó le era bòne de tègner endré, le neva dinanzi, le zircondava e le neva dré a le ciaròzze, zigiando: “Se ‘n va la ciarestìa! Se ‘n va ‘l sànc dei pouréti!”, e tante àutre parole ancor pézi. Cando che i è arivadi scasi a la porta, la mòta de zènt l’à scomenzià a tirar sassi, matoni, zigòtoi del formentaz, sgòrze de ogni sòrt, le solite munizión de le solevazion del pòpol. Zèrti i è perfìn nadi sora la muraia e, da ìo, i à petà zó l’ultim fraco de munizion contra le ciaròzze che nideva fòr. Subit dopo, la fola, la s’è sfantada. Al pòsto de don Gonzalo, era sta mandà ‘l marchés Ambrogio Spinola, che l’eva zà gadagnà ca grandissima nòmina de ufizial, che giâ ‘ncor, per le só batàlie ‘nla Fiandra. Entant l’armada todes-cia, sota ‘l comando del conte Rambaldo di Collalto, n’àuter soldà ufizial taliàn, che geva de men nòmina, ma che nó l’era de segur l’ultim arivà, l’eva zapà l’órden de portàrse a l’impresa de Mantua; e ‘ntel més de setèmber, l’è nù ént entel teritòri de Milan. A chei tèmpi ‘l gròs de l’esèrzito, l’era fat da òumni che feva i soldadi per soldi, nudi ent en l’esèrzito clamadi da ufiziai de mistér, su comission de chesto o chel prìnzipe, calche bòta ancia per conto so, e per vénderse po' tuti ‘nsèma a cì che ge ‘nteressava tòrli su. Pù che per la pàgia, chei òumni i era tentadi da le ocasion per robar e per la libertà de far chel che i voleva che chel mistér ge ofrìva. Nó g’era na obediènza da soldà che la fus stabile, ancia perché autorità dei comandanti nó ge n’era. Del rèst nancia chesti i neva de zèrto d’acòrdi con l’obediènza; e, ancia se i fus stadi el saròs sta difìzil fàrla rispetar: soldadi de chel tipo i se saròs ribeladi contra ‘l comandante che avés volèst inebìr el grìpete, o perlomen i l’averòs arbandonà da só pòsta a vardar le bandiere. E po' èstra, sicome i prìnzipi, ‘ntel tòr su, per dìr enzì, a pagiament ste trupe i vardava spezialment de avér en gran nùmer de soldadi per garantìr che le só imprese le nés bèn, putòst che star ìo a vardar se i soldi che i geva i era assà, e de sòlit en manciava, difati le page le arivava tardi, o ‘n pòc’ al bòt, perché tanto tuti i seva che i soldadi i se saròs pagiadi da só pòsta robando al pòpol del pòsto e tuti i era d’acòrdi senza dìrlo, che chesto l’era ‘l pagiament. Notòrie l’è che parole del Wallenstein, scasi tant che ‘l só nòm stés, che l’è pù fàzile mantègner n’esèrzito de zentomili soldadi che un da dodesmili. E l’armada che sén dré a dir, l’era ‘n gran part fata da zènt che sota ‘l só comando, l’eva destrut la Zermània, enca guera, prima de tute le guere, sia per el che per i só efèti, che i eva nominà guera dei trent’ani perché tant l’era durada: e alor l’era ùndes ani che i l’eva scomenziada. G’era adiritura ‘l reziment del Wallenstein, che l’era comandà da ‘n só secretari; la pù gran part dei àutri comandanti i era stadi sota de el, e tra chei ìo g’era arcanti che, càter ani dopo, i averòs bù part, a farge far ca bruta fìn che tuti i sa. L’era vintiòtmili fanti, e sètmili ciavài; e, nidèndo zó da la Valtellina per portarse ‘ntel mantovan, i doveva nàrge dré a tut el córs de l’Adda, per i doi rami de lac’, e po' de nòu come fiume enfìn che nó ‘l se trà ‘ntel Po', e dopo i geva en bèl tòc’ de chesto da costezar: en tut òt zornade ‘ntel teritòri de Milan. La pù tanta zènt che abitava ìo la se scondeva su per i monti, portàndose dré chel che i geva de pù valór e paràndo su dinanzi le bèstie. Àutri i restava ‘ntel paes: zèrti per nó arbandonar en malà, zèrti per protézer la ciasa da n’inzèndi, o per tènderge a ròbe de valór scondùde sota tera; àutri ancor perché nó i geva ‘ngot da pèrder, o adiritura sperando de profitar de la situazion per gadagnàrge sora vergot. Cando che la prima sclapada de soldadi l’arivava ‘nten paes ‘ndo che i se fermava, sùbit la se sparpaiava ìo ‘n ziro e la scomenziava a robar senza frèn: chel che se podeva consumar o portà via ‘l sparìva; el rest l’era destrut o rovinà. Le credènze, i asmari, le taule le deventava legna da àrder, le ciase le era trasformade ‘n stale. Senza contar le legnade, le ferìde e le violenze sessuali. Tuti i modi e le furbarìe ‘nventade per salvar la ròba le era perlopù inutili, e a bòte le pegiorava la situazion. I soldadi, che i era tant pù spèrti de sti ‘ngiagni, i sfodegiava ‘nte ogni ciantón de le ciase, i bateva zó muri, i desfava bàiti; entei orti i se n’ascorzéva sùbit se gera tèra movèsta da pòc’; i neva su per i monti per robar el bestiam; i neva ‘nle cavèrne, magiari portadi da calche paesan che eva tradì, a zerciar calche sioràz che s’era scondù. I lo strassinava enfìn a só ciasa e, tra stréngie e sterlade, i lo obligiava a dir endo che l’eva scondù ‘l tesòr. A la fìn i se ‘n neva; i era nadi; se sentìva da lontan morìr el sòn dei tamburi e de le trombe; po' dopo gera calche ora de paze pléna de riòma; e po' de nòu chel maledét bàter de tambùr, de nòu en maledét sòn de trombe, l’avisava n’àutra sclapada. Chesti, nó trovando pù ‘ngot da robar, con tanta pù furia i splanava tut el rèst, i brusava le bót svoidàde da chei che era passà prima, le porte de le ciàmere ‘ndo che nó gera pù ‘ngot, i deva fòc’ ancia a le ciase; e con tanta pù rabia, ne ciapirén, i maltratava le persone; e ‘nzì de pézi ‘n pézi, per vìnti dì: perché ‘ntenzì tante squadre era spartì l’esèrzito. Colico l’è sta ‘l prim comun del teritòri che era sta sderenà da chei diaulàzi; po' dopo i s’è petadi adòs a Bellano; da ìo i è nadi ent e i s’è sparpaiadi ‘ntela Valsassina, da ‘ndo che i è arivadi ‘ntel teritòri de Lecco.
Qui, tra i poveri spaventati troviamo persone di nostra conoscenza. Chi non ha visto don Abbondio, il giorno che si sparsero tutte in una volta le notizie della calata dell’esercito, del suo avvicinarsi, e de’ suoi portamenti, non sa bene cosa sia impiccio e spavento. Vengono; son trenta, son quaranta, son cinquanta mila; son diavoli, sono ariani, sono anticristi; hanno saccheggiato Cortenuova; han dato fuoco a Primaluna: devastano Introbbio, Pasturo, Barsio; sono arrivati a Balabbio; domani son qui: tali eran le voci che passavan di bocca in bocca; e insieme un correre, un fermarsi a vicenda, un consultare tumultuoso, un’esitazione tra il fuggire e il restare, un radunarsi di donne, un metter le mani ne’ capelli. Don Abbondio, risoluto di fuggire, risoluto prima di tutti e più di tutti, vedeva però, in ogni strada da prendere, in ogni luogo da ricoverarsi, ostacoli insuperabili, e pericoli spaventosi. “Come fare?” esclamava: “dove andare?” I monti, lasciando da parte la difficoltà del cammino, non eran sicuri: già s’era saputo che i lanzichenecchi vi s’arrampicavano come gatti, dove appena avessero indizio o speranza di far preda. Il lago era grosso; tirava un gran vento: oltre di questo, la più parte de’ barcaioli, temendo d’esser forzati a tragittar soldati o bagagli, s’eran rifugiati, con le loro barche, all’altra riva: alcune poche rimaste, eran poi partite stracariche di gente; e, travagliate dal peso e dalla burrasca, si diceva che pericolassero ogni momento. Per portarsi lontano e fuori della strada che l’esercito aveva a percorrere, non era possibile trovar né un calesse, né un cavallo, né alcun altro mezzo: a piedi, don Abbondio non avrebbe potuto far troppo cammino, e temeva d’esser raggiunto per istrada. Il territorio bergamasco non era tanto distante, che le sue gambe non ce lo potessero portare in una tirata; ma si sapeva ch’era stato spedito in fretta da Bergamo uno squadrone di cappelletti, il qual doveva costeggiare il confine, per tenere in suggezione i lanzichenecchi; e quelli eran diavoli in carne, né più né meno di questi, e facevan dalla parte loro il peggio che potevano. Il pover’uomo correva, stralunato e mezzo fuor di sé, per la casa; andava dietro a Perpetua, per concertare una risoluzione con lei; ma Perpetua, affaccendata a raccogliere il meglio di casa, e a nasconderlo in soffitta, o per i bugigattoli, passava di corsa, affannata, preoccupata, con le mani e con le braccia piene, e rispondeva: “or ora finisco di metter questa roba al sicuro, e poi faremo anche noi come fanno gli altri.” Don Abbondio voleva trattenerla, e discuter con lei i vari partiti; ma lei, tra il da fare, e la fretta, e lo spavento che aveva anch’essa in corpo, e la rabbia che le faceva quello del padrone, era, in tal congiuntura, meno trattabile di quel che fosse stata mai. “S’ingegnano gli altri; c’ingegneremo anche noi. Mi scusi, ma non è capace che d’impedire. Crede lei che anche gli altri non abbiano una pelle da salvare? Che vengono per far la guerra a lei i soldati? Potrebbe anche dare una mano, in questi momenti, in vece di venir tra’ piedi a piangere e a impicciare.” Con queste e simili risposte si sbrigava da lui, avendo già stabilito, finita che fosse alla meglio quella tumultuaria operazione, di prenderlo per un braccio, come un ragazzo, e di strascinarlo su per una montagna. Lasciato così solo, s’affacciava alla finestra, guardava, tendeva gli orecchi; e vedendo passar qualcheduno, gridava con una voce mezza di pianto e mezza di rimprovero: “fate questa carità al vostro povero curato di cercargli qualche cavallo, qualche mulo, qualche asino. Possibile che nessuno mi voglia aiutare! Oh che gente! Aspettatemi almeno, che possa venire anch’io con voi; aspettate d’esser quindici o venti, da condurmi via insieme, ch’io non sia abbandonato. Volete lasciarmi in man de’ cani? Non sapete che sono luterani la più parte, che ammazzare un sacerdote l’hanno per opera meritoria? Volete lasciarmi qui a ricevere il martirio? Oh che gente! Oh che gente!” Ma a chi diceva queste cose? Ad uomini che passavano curvi sotto il peso della loro povera roba, pensando a quella che lasciavano in casa, spingendo le loro vaccherelle, conducendosi dietro i figli, carichi anch’essi quanto potevano, e le donne con in collo quelli che non potevan camminare. Alcuni tiravan di lungo, senza rispondere né guardare in su; qualcheduno diceva: “eh messere! faccia anche lei come può; fortunato lei che non ha da pensare alla famiglia; s’aiuti, s’ingegni.” “Oh povero me!” esclamava don Abbondio: “oh che gente! che cuori! Non c’è carità: ognun pensa a sé; e a me nessuno vuol pensare.” E tornava in cerca di Perpetua. “Oh appunto!” gli disse questa: “e i danari?” “Come faremo?” “Li dia a me, che anderò a sotterrarli qui nell’orto di casa, insieme con le posate.” “Ma...” “Ma, ma; dia qui; tenga qualche soldo, per quel che può occorrere; e poi lasci fare a me.” Don Abbondio ubbidì, andò allo scrigno, cavò il suo tesoretto, e lo consegnò a Perpetua; la quale disse: “vo a sotterrarli nell’orto, appiè del fico;” e andò. Ricomparve poco dopo, con un paniere dove c’era della munizione da bocca, e con una piccola gerla vòta; e si mise in fretta a collocarvi nel fondo un po’ di biancheria sua e del padrone, dicendo intanto: “il breviario almeno lo porterà lei.” “Ma dove andiamo?” “Dove vanno tutti gli altri? Prima di tutto, anderemo in istrada; e là sentiremo, e vedremo cosa convenga di fare.” In quel momento entrò Agnese con una gerletta sulle spalle, e in aria di chi viene a fare una proposta importante. Agnese, risoluta anche lei di non aspettare ospiti di quella sorte, sola in casa, com’era, e con ancora un po’ di quell’oro dell’innominato, era stata qualche tempo in forse del luogo dove ritirarsi. Il residuo appunto di quegli scudi, che ne’ mesi della fame le avevan fatto tanto pro, era la cagion principale della sua angustia e della irresoluzione, per aver essa sentito che, ne’ paesi già invasi, quelli che avevan danari, s’eran trovati a più terribil condizione, esposti insieme alla violenza degli stranieri, e all’insidie de’ paesani. Era vero che, del bene piovutole, come si dice, dal cielo, non aveva fatta la confidenza a nessuno, fuorché a don Abbondio; dal quale andava, volta per volta, a farsi spicciolare uno scudo, lasciandogli sempre qualcosa da dare a qualcheduno più povero di lei. Ma i danari nascosti, specialmente chi non è avvezzo a maneggiarne molti, tengono il possessore in un sospetto continuo del sospetto altrui. Ora, mentre andava anch’essa rimpiattando qua e là alla meglio ciò che non poteva portar con sé, e pensava agli scudi, che teneva cuciti nel busto, si rammentò che, insieme con essi, l’innominato, le aveva mandate le più larghe offerte di servizi; si rammentò le cose che aveva sentito raccontare di quel suo castello posto in luogo così sicuro, e dove, a dispetto del padrone, non potevano arrivar se non gli uccelli; e si risolvette d’andare a chiedere un asilo lassù. Pensò come potrebbe farsi conoscere da quel signore, e le venne subito in mente don Abbondio; il quale, dopo quel colloquio così fatto con l’arcivescovo, le aveva sempre fatto festa, e tanto più di cuore, che lo poteva senza compromettersi con nessuno, e che, essendo lontani i due giovani, era anche lontano il caso che a lui venisse fatta una richiesta, la quale avrebbe messa quella benevolenza a un gran cimento. Suppose che, in un tal parapiglia, il pover’uomo doveva esser ancor più impicciato e più sbigottito di lei, e che il partito potrebbe parer molto buono anche a lui; e glielo veniva a proporre. Trovatolo con Perpetua, fece la proposta a tutt’e due. “Che ne dite, Perpetua?” domandò don Abbondio. “Dico che è un’ispirazione del cielo, e che non bisogna perder tempo, e mettersi la strada tra le gambe.” “E poi...” “E poi, e poi, quando saremo là, ci troveremo ben contenti. Quel signore, ora si sa che non vorrebbe altro che far servizi al prossimo; e sarà ben contento anche lui di ricoverarci. Là, sul confine, e così per aria, soldati non ne verrà certamente. E poi e poi, ci troveremo anche da mangiare; ché, su per i monti, finita questa poca grazia di Dio,” e così dicendo, l’accomodava nella gerla, sopra la biancheria, ”ci saremmo trovati a mal partito.” “Convertito, è convertito davvero, eh?” “Che c’è da dubitarne ancora, dopo tutto quello che si sa, dopo quello che anche lei ha veduto?” “E se andassimo a metterci in gabbia?” “Che gabbia? Con tutti codesti suoi casi, mi scusi, non si verrebbe mai a una conclusione. Brava Agnese! v’è proprio venuto un buon pensiero.” E messa la gerla sur un tavolino, passò le braccia nelle cigne, e la prese sulle spalle. “Non si potrebbe,” disse don Abbondio, “trovar qualche uomo che venisse con noi, per far la scorta al suo curato? Se incontrassimo qualche birbone, che pur troppo ce n’è in giro parecchi, che aiuto m’avete a dar voi altre?” “Un’altra, per perder tempo!” esclamò Perpetua. “Andarlo a cercar ora l’uomo, che ognuno ha da pensare a’ fatti suoi. Animo! vada a prendere il breviario e il cappello; e andiamo.” Don Abbondio andò, tornò, di lì a un momento, col breviario sotto il braccio, col cappello in capo, e col suo bordone in mano; e uscirono tutt’e tre per un usciolino che metteva sulla piazzetta. Perpetua richiuse, più per non trascurare una formalità, che per fede che avesse in quella toppa e in que’ battenti, e mise la chiave in tasca. Don Abbondio diede, nel passare, un’occhiata alla chiesa, e disse tra i denti: “al popolo tocca a custodirla, che serve a lui. Se hanno un po’ di cuore per la loro chiesa, ci penseranno; se poi non hanno cuore, tal sia di loro.” Presero per i campi, zitti zitti, pensando ognuno a’ casi suoi, e guardandosi intorno, specialmente don Abbondio, se apparisse qualche figura sospetta, qualcosa di straordinario. Non s’incontrava nessuno: la gente era, o nelle case a guardarle, a far fagotto, a nascondere, o per le strade che conducevan direttamente all’alture. Dopo aver sospirato e risospirato, e poi lasciato scappar qualche interiezione, don Abbondio cominciò a brontolare più di seguito. Se la prendeva col duca di Nevers, che avrebbe potuto stare in Francia a godersela, a fare il principe, e voleva esser duca di Mantova a dispetto del mondo; con l’imperatore, che avrebbe dovuto aver giudizio per gli altri, lasciar correr l’acqua all’ingiù, non istar su tutti i puntigli: ché finalmente, lui sarebbe sempre stato l’imperatore, fosse duca di Mantova Tizio o Sempronio. L’aveva principalmente col governatore, a cui sarebbe toccato a far di tutto, per tener lontani i flagelli dal paese, ed era lui che ce gli attirava: tutto per il gusto di far la guerra. “Bisognerebbe,” diceva, “che fossero qui que’ signori a vedere, a provare, che gusto è. Hanno da rendere un bel conto! Ma intanto, ne va di mezzo chi non ci ha colpa.” “Lasci un po’ star codesta gente; che già non son quelli che ci verranno a aiutare,” diceva Perpetua. “Codeste, mi scusi, sono di quelle sue solite chiacchiere che non concludon nulla. Piuttosto, quel che mi dà noia...” “Cosa c’è?” Perpetua, la quale, in quel pezzo di strada, aveva pensato con comodo al nascondimento fatto in furia, cominciò a lamentarsi d’aver dimenticata la tal cosa, d’aver mal riposta la tal altra; qui, d’aver lasciata una traccia che poteva guidare i ladroni, là... “Brava!” disse don Abbondio, ormai sicuro della vita, quanto bastava per poter angustiarsi della roba: “brava! così avete fatto? Dove avevate la testa?” “Come!” esclamò Perpetua, fermandosi un momento su due piedi, e mettendo i pugni su’ fianchi, in quella maniera che la gerla glielo permetteva: “come! verrà ora a farmi codesti rimproveri, quand’era lei che me la faceva andar via, la testa, in vece d’aiutarmi e farmi coraggio! Ho pensato forse più alla roba di casa che alla mia; non ho avuto chi mi desse una mano; ho dovuto far da Marta e Maddalena; se qualcosa anderà a male, non so cosa mi dire: ho fatto anche più del mio dovere.” Agnese interrompeva questi contrasti, entrando anche lei a parlare de’ suoi guai: e non si rammaricava tanto dell’incomodo e del danno, quanto di vedere svanita la speranza di riabbracciar presto la sua Lucia; ché, se vi rammentate, era appunto quell’autunno sul quale avevan fatto assegnamento: né era da supporre che donna Prassede volesse venire a villeggiare da quelle parti, in tali circostanze: piuttosto ne sarebbe partita, se ci si fosse trovata, come facevan tutti gli altri villeggianti. La vista de’ luoghi rendeva ancor più vivi que’ pensieri d’Agnese, e più pungente il suo dispiacere. Usciti da’ sentieri, avevan presa la strada pubblica, quella medesima per cui la povera donna era venuta riconducendo, per così poco tempo, a casa la figlia, dopo aver soggiornato con lei, in casa del sarto. E già si vedeva il paese. “Anderemo bene a salutar quella brava gente,” disse Agnese. “E anche a riposare un pochino: ché di questa gerla io comincio ad averne abbastanza; e poi per mangiare un boccone,” disse Perpetua. “Con patto di non perder tempo; ché non siamo in viaggio per divertimento,” concluse don Abbondio. Furono ricevuti a braccia aperte, e veduti con gran piacere: rammentavano una buona azione. Fate del bene a quanti più potete, dice qui il nostro autore; e vi seguirà tanto più spesso d’incontrar de’ visi che vi mettano allegria. Agnese, nell’abbracciar la buona donna, diede in un dirotto pianto, che le fu d’un gran sollievo; e rispondeva con singhiozzi alle domande che quella e il marito le facevan di Lucia. “Sta meglio di noi,” disse don Abbondio: “è a Milano, fuor de’ pericoli, lontana da queste diavolerie.” “Scappano, eh? il signor curato e la compagnia,” disse il sarto. “Sicuro,” risposero a una voce il padrone e la serva. “Li compatisco.” “Siamo incamminati,” disse don Abbondio; “al castello di ***.” “L’hanno pensata bene: sicuri come in chiesa.” “E qui, non hanno paura?” disse don Abbondio. “Dirò, signor curato: propriamente in ospitazione, come lei sa che si dice, a parlar bene, qui non dovrebbero venire coloro: siam troppo fuori della loro strada, grazie al cielo. Al più al più, qualche scappata, che Dio non voglia: ma in ogni caso c’è tempo; s’hanno a sentir prima altre notizie da’ poveri paesi dove anderanno a fermarsi.” Si concluse di star lì un poco a prender fiato; e, siccome era l’ora del desinare, “signori,” disse il sarto: “devono onorare la mia povera tavola: alla buona: ci sarà un piatto di buon viso.” Perpetua disse d’aver con sé qualcosa da rompere il digiuno. Dopo un po’ di cerimonie da una parte e dall’altra, si venne a patti d’accozzar, come si dice, il pentolino, e di desinare in compagnia. I ragazzi s’eran messi con gran festa intorno ad Agnese loro amica vecchia. Presto, presto; il sarto ordinò a una bambina (quella che aveva portato quel boccone a Maria vedova: chi sa se ve ne rammentate più!), che andasse a diricciar quattro castagne primaticce, ch’eran riposte in un cantuccio: e le mettesse a arrostire. “E tu,” disse a un ragazzo, “va’ nell’orto, a dare una scossa al pesco, da farne cader quattro, e portale qui: tutte, ve’. E tu,” disse a un altro, “va’ sul fico, a coglierne quattro de’ più maturi. Già lo conoscete anche troppo quel mestiere.” Lui andò a spillare una sua botticina; la donna a prendere un po’ di biancheria da tavola. Perpetua cavò fuori le provvisioni; s’apparecchiò: un tovagliolo e un piatto di maiolica al posto d’onore, per don Abbondio, con una posata che Perpetua aveva nella gerla. Si misero a tavola, e desinarono, se non con grand’allegria, almeno con molta più che nessuno de’ commensali si fosse aspettato d’averne in quella giornata. “Cosa ne dice, signor curato, d’uno scombussolamento di questa sorte?” disse il sarto: “mi par di leggere la storia de’ mori in Francia.” “Cosa devo dire? Mi doveva cascare addosso anche questa!” “Però, hanno scelto un buon ricovero,” riprese quello: “chi diavolo ha a andar lassù per forza? E troveranno compagnia: ché già s’è sentito che ci sia rifugiata molta gente, e che ce n’arrivi tuttora.” “Voglio sperare,” disse don Abbondio, “che saremo ben accolti. Lo conosco quel bravo signore; e quando ho avuto un’altra volta l’onore di trovarmi con lui, fu così compìto!” “E a me,” disse Agnese, “m’ha fatto dire dal signor monsignor illustrissimo, che, quando avessi bisogno di qualcosa, bastava che andassi da lui.” “Gran bella conversione!” riprese don Abbondio: “e si mantiene, n’è vero? si mantiene.” Il sarto si mise a parlare alla distesa della santa vita dell’innominato, e come, dall’essere il flagello de’ contorni, n’era divenuto l’esempio e il benefattore. “E quella gente che teneva con sé?... tutta quella servitù?...” riprese don Abbondio, il quale n’aveva più d’una volta sentito dir qualcosa, ma non era mai quieto abbastanza. “Sfrattati la più parte,” rispose il sarto: “e quelli che son rimasti, han mutato sistema, ma come! In somma è diventato quel castello una Tebaide: lei le sa queste cose.” Entrò poi a parlar con Agnese della visita del cardinale. “Grand’uomo!” diceva; “grand’uomo! Peccato che sia passato di qui così in furia, che non ho né anche potuto fargli un po’ d’onore. Quanto sarei contento di potergli parlare un’altra volta, un po’ più con comodo.” Alzati poi da tavola, le fece osservare una stampa rappresentante il cardinale, che teneva attaccata a un battente d’uscio, in venerazione del personaggio, e anche per poter dire a chiunque capitasse, che non era somigliante; giacché lui aveva potuto esaminar da vicino e con comodo il cardinale in persona, in quella medesima stanza. “L’hanno voluto far lui, con questa cosa qui?” disse Agnese. “Nel vestito gli somiglia; ma...” “N’è vero che non somiglia?” disse il sarto: “lo dico sempre anch’io: noi, non c’ingannano, eh? ma, se non altro, c’è sotto il suo nome: è una memoria.” Don Abbondio faceva fretta; il sarto s’impegnò di trovare un baroccio che li conducesse appiè della salita; n’andò subito in cerca, e poco dopo, tornò a dire che arrivava. Si voltò poi a don Abbondio, e gli disse: “signor curato, se mai desiderasse di portar lassù qualche libro, per passare il tempo, da pover’uomo posso servirla: ché anch’io mi diverto un po’ a leggere. Cose non da par suo, libri in volgare; ma però...” “Grazie, grazie,” rispose don Abbondio: “son circostanze, che si ha appena testa d’occuparsi di quel che è di precetto.” Mentre si fanno e si ricusano ringraziamenti, e si barattano saluti e buoni augùri, inviti e promesse d’un’altra fermata al ritorno, il baroccio è arrivato davanti all’uscio di strada. Ci metton le gerle, salgon su, e principiano, con un po’ più d’agio e di tranquillità d’animo, la seconda metà del viaggio. Il sarto aveva detto la verità a don Abbondio, intorno all’innominato. Questo, dal giorno che l’abbiam lasciato, aveva sempre continuato a far ciò che allora s’era proposto, compensar danni, chieder pace, soccorrer poveri, sempre del bene in somma, secondo l’occasione. Quel coraggio che altre volte aveva mostrato nell’offendere e nel difendersi, ora lo mostrava nel non fare né l’una cosa né l’altra. Andava sempre solo e senz’armi, disposto a tutto quello che gli potesse accadere dopo tante violenze commesse, e persuaso che sarebbe commetterne una nuova l’usar la forza in difesa di chi era debitore di tanto e a tanti; persuaso che ogni male che gli venisse fatto, sarebbe un’ingiuria riguardo a Dio, ma riguardo a lui una giusta retribuzione; e che dell’ingiuria, lui meno d’ogni altro, aveva diritto di farsi punitore. Con tutto ciò, era rimasto non meno inviolato di quando teneva armate, per la sua sicurezza, tante braccia e il suo. La rimembranza dell’antica ferocia, e la vista della mansuetudine presente, una, che doveva aver lasciati tanti desidèri di vendetta, l’altra, che la rendeva tanto agevole, cospiravano in vece a procacciargli e a mantenergli un’ammirazione, che gli serviva principalmente di salvaguardia. Era quell’uomo che nessuno aveva potuto umiliare, e che s’era umiliato da sé. I rancori, irritati altre volte dal suo disprezzo e dalla paura degli altri, si dileguavano ora davanti a quella nuova umiltà: gli offesi avevano ottenuta, contro ogni aspettativa, e senza pericolo, una soddisfazione che non avrebbero potuta promettersi dalla più fortunata vendetta, la soddisfazione di vedere un tal uomo pentito de’ suoi torti, e partecipe, per dir così, della loro indegnazione. Molti, il cui dispiacere più amaro e più intenso era stato per molt’anni, di non veder probabilità di trovarsi in nessun caso più forti di colui, per ricattarsi di qualche gran torto; incontrandolo poi solo, disarmato, e in atto di chi non farebbe resistenza, non s’eran sentiti altro impulso che di fargli dimostrazioni d’onore. In quell’abbassamento volontario, la sua presenza e il suo contegno avevano acquistato, senza che lui lo sapesse, un non so che di più alto e di più nobile; perché ci si vedeva, ancor meglio di prima, la noncuranza d’ogni pericolo. Gli odi, anche i più rozzi e rabbiosi, si sentivano come legati e tenuti in rispetto dalla venerazione pubblica per l’uomo penitente e benefico. Questa era tale, che spesso quell’uomo si trovava impicciato a schermirsi dalle dimostrazioni che gliene venivan fatte, e doveva star attento a non lasciar troppo trasparire nel volto e negli atti il sentimento interno di compunzione, a non abbassarsi troppo, per non esser troppo esaltato. S’era scelto nella chiesa l’ultimo luogo; e non c’era pericolo che nessuno glielo prendesse: sarebbe stato come usurpare un posto d’onore. Offender poi quell’uomo, o anche trattarlo con poco riguardo, poteva parere non tanto un’insolenza e una viltà, quanto un sacrilegio: e quelli stessi a cui questo sentimento degli altri poteva servir di ritegno, ne partecipavano anche loro, più o meno. Queste medesime ed altre cagioni, allontanavano pure da lui le vendette della forza pubblica, e gli procuravano, anche da questa parte, la sicurezza della quale non si dava pensiero. Il grado e le parentele, che in ogni tempo gli erano state di qualche difesa, tanto più valevano per lui, ora che a quel nome già illustre e infame, andava aggiunta la lode d’una condotta esemplare, la gloria della conversione. I magistrati e i grandi s’eran rallegrati di questa, pubblicamente come il popolo; e sarebbe parso strano l’infierire contro chi era stato soggetto di tante congratulazioni. Oltre di ciò, un potere occupato in una guerra perpetua, e spesso infelice, contro ribellioni vive e rinascenti, poteva trovarsi abbastanza contento d’esser liberato dalla più indomabile e molesta, per non andare a cercar altro: tanto più, che quella conversione produceva riparazioni che non era avvezzo ad ottenere, e nemmeno a richiedere. Tormentare un santo, non pareva un buon mezzo di cancellar la vergogna di non aver saputo fare stare a dovere un facinoroso: e l’esempio che si fosse dato col punirlo, non avrebbe potuto aver altro effetto, che di stornare i suoi simili dal divenire inoffensivi. Probabilmente anche la parte che il cardinal Federigo aveva avuta nella conversione, e il suo nome associato a quello del convertito, servivano a questo come d’uno scudo sacro. E in quello stato di cose e d’idee, in quelle singolari relazioni dell’autorità spirituale e del poter civile, ch’eran così spesso alle prese tra loro, senza mirar mai a distruggersi, anzi mischiando sempre alle ostilità atti di riconoscimento e proteste di deferenza, e che, spesso pure, andavan di conserva a un fine comune, senza far mai pace, poté parere, in certa maniera, che la riconciliazione della prima portasse con sé l’oblivione, se non l’assoluzione del secondo, quando quella s’era sola adoprata a produrre un effetto voluto da tutt’e due. Così quell’uomo sul quale, se fosse caduto, sarebbero corsi a gara grandi e piccoli a calpestarlo; messosi volontariamente a terra, veniva risparmiato da tutti, e inchinato da molti. È vero ch’eran anche molti a cui quella strepitosa mutazione dovette far tutt’altro che piacere: tanti esecutori stipendiati di delitti, tanti compagni nel delitto, che perdevano una così gran forza sulla quale erano avvezzi a fare assegnamento, che anche si trovavano a un tratto rotti i fili di trame ordite da un pezzo, nel momento forse che aspettavano la nuova dell’esecuzione. Ma già abbiam veduto quali diversi sentimenti quella conversione facesse nascere negli sgherri che si trovavano allora con lui, e che la sentirono annunziare dalla sua bocca: stupore, dolore, abbattimento, stizza; un po’ di tutto, fuorché disprezzo né odio. Lo stesso accadde agli altri che teneva sparsi in diversi posti, lo stesso a’ complici di più alto affare, quando riseppero la terribile nuova, e a tutti per le cagioni medesime. Molt’odio, come trovo nel luogo, altrove citato, del Ripamonti, ne venne piuttosto al cardinal Federigo. Riguardavan questo come uno che s’era mischiato ne’ loro affari, per guastarli; l’innominato aveva voluto salvar l’anima sua: nessuno aveva ragion di lagnarsene. Di mano in mano poi, la più parte degli sgherri di casa, non potendo accomodarsi alla nuova disciplina, né vedendo probabilità che s’avesse a mutare, se n’erano andati. Chi avrà cercato altro padrone, e fors’anche tra gli antichi amici di quello che lasciava; chi si sarà arrolato in qualche terzo, come allora dicevano, di Spagna o di Mantova, o di qualche altra parte belligerante; chi si sarà messo alla strada, per far la guerra a minuto, e per conto suo; chi si sarà anche contentato d’andar birboneggiando in libertà. E il simile avranno fatto quegli altri che stavano prima a’ suoi ordini, in diversi paesi. Di quelli poi che s’eran potuti avvezzare al nuovo tenor di vita, o che lo avevano abbracciato volentieri, i più, nativi della valle, eran tornati ai campi, o ai mestieri imparati nella prima età, e poi abbandonati; i forestieri eran rimasti nel castello, come servitori: gli uni e gli altri, quasi ribenedetti nello stesso tempo che il loro padrone, se la passavano, al par di lui, senza fare né ricever torti, inermi e rispettati. Ma quando, al calar delle bande alemanne, alcuni fuggiaschi di paesi invasi o minacciati capitarono su al castello a chieder ricovero, l’innominato, tutto contento che quelle sue mura fossero cercate come asilo da’ deboli, che per tanto tempo le avevan guardate da lontano come un enorme spauracchio, accolse quegli sbandati, con espressioni piuttosto di riconoscenza che di cortesia; fece sparger la voce, che la sua casa sarebbe aperta a chiunque ci si volesse rifugiare, e pensò subito a mettere, non solo questa, ma anche la valle, in istato di difesa, se mai lanzichenecchi o cappelletti volessero provarsi di venirci a far delle loro. Radunò i servitori che gli eran rimasti, pochi e valenti, come i versi di Torti; fece loro una parlata sulla buona occasione che Dio dava loro e a lui, d’impiegarsi una volta in aiuto del prossimo, che avevan tanto oppresso e spaventato; e, con quel tono naturale di comando, ch’esprimeva la certezza dell’ubbidienza, annunziò loro in generale ciò che intendeva che facessero, e soprattutto prescrisse come dovessero contenersi, perché la gente che veniva a ricoverarsi lassù, non vedesse in loro che amici e difensori. Fece poi portar giù da una stanza a tetto l’armi da fuoco, da taglio, in asta, che da un pezzo stavan lì ammucchiate, e gliele distribuì; fece dire a’ suoi contadini e affittuari della valle, che chiunque si sentiva, venisse con armi al castello; a chi non n’aveva, ne diede; scelse alcuni, che fossero come ufiziali, e avessero altri sotto il loro comando; assegnò i posti all’entrature e in altri luoghi della valle, sulla salita, alle porte del castello; stabilì l’ore e i modi di dar la muta, come in un campo, o come già s’era costumato in quel castello medesimo, ne’ tempi della sua vita disperata. In un canto di quella stanza a tetto, c’erano in disparte l’armi che lui solo aveva portate; quella sua famosa carabina, moschetti, spade, spadoni, pistole, coltellacci, pugnali, per terra, o appoggiati al muro. Nessuno de’ servitori le toccò; ma concertarono di domandare al padrone quali voleva che gli fossero portate. “Nessuna,” rispose; e, fosse voto, fosse proposito, restò sempre disarmato, alla testa di quella specie di guarnigione. Nello stesso tempo, aveva messo in moto altr’uomini e donne di servizio, o suoi dipendenti, a preparar nel castello alloggio a quante più persone fosse possibile, a rizzar letti, a disporre sacconi e strapunti nelle stanze, nelle sale, che diventavan dormitòri. E aveva dato ordine di far venire provvisioni abbondanti, per ispesare gli ospiti che Dio gli manderebbe, e i quali infatti andavan crescendo di giorno in giorno. Lui intanto non istava mai fermo; dentro e fuori del castello, su e giù per la salita, in giro per la valle, a stabilire, a rinforzare, a visitar posti, a vedere, a farsi vedere, a mettere e a tenere in regola, con le parole, con gli occhi, con la presenza. In casa, per la strada, faceva accoglienza a quelli che arrivavano; e tutti, o lo avessero già visto, o lo vedessero per la prima volta, lo guardavano estatici, dimenticando un momento i guai e i timori che gli avevano spinti lassù; e si voltavano ancora a guardarlo, quando, staccatosi da loro, seguitava la sua strada.
Cacì, tra i pòri spaventadi trovan ancia persone de nòssa cognossènza. Cì che nó à vist don Abondio ‘l dì che è nà fòr tute ‘nte na bòta le notìzie de l’ocupazión de l’esèrzito, del só svizinàrse e de lo só angiarìe, nó ‘l pòl emmazinàrse chel che nó ‘l sia sta el sconvolgiment e ‘l pipacul. “I è dré che i ariva; i è trenta, caranta, i è zincantamili; l’è diàuli, todés-ci, erètici; i à delimà Cortenuova, i à dat fòc’ a Primaluna; i splana Introbbio, Pasturo, Barzio; i è arivadi a Ballabio; doman i sarà cì.” Cheste l’era le ós che corìva da na bócia a l’àutra, ensèma a ‘n rebaltón confus, en viavai e ‘n fermàrse per trovar consìli su come far, e nó savér pù se nar o star, se s-ciampar o restar, en méterse ‘nsèma sclape de feumne en méterse le man entei ciavéi da la disperazion. Don Abondio, dezìso a s-ciampar, e dezìso prima de tuti e pù de calunque àuter, el vedeva però ente ogni strada e ‘nte ogni àuter pòsto possìbol endo che nar a scònderse, ostàcoi massa grossi e tremendi perìcoi. “Che far po'?”, ‘l diséva: “Endo nar po'?”. I monti, lagiando star el fato de la fadìgia a ciaminar, nó i era nancia seguri: se seva zà che i gianizzeri i se rampegiava come i giati dapertut endo che i vedeva che ìo se podeva far cont de robar vergot. El lac’ l’era azità, tirava ‘l vènt fòrt; ma èstra a chesto, i pù tanti che geva la barcia, per la paura de èsser obligiadi a portar soldadi o valìs, i s’era scondùdi con le só barce de là de l’aca. Che pòce che era restà le era partìde stracólme de zènt e, a ciàusa del pesaròl e de la boras-cia, se diseva che le riszava de nar sota aca da ‘n moment a l’àuter. Per portàrse lontan da la strada che geva da far l’esèrzito, nó gera modo de giatar en cialès, né ‘n ciaval o calche àuter mèzo; a pè, don Abondio nó l’averòs podèst nar tant lontan e ‘l geva paura che i lo brancàs per la strada. Nó l’è che ‘l teritòri de Bergamo el fus stà tant lontan, da nó podér arivar con le só giambe tut ente na tirada, ma se seva che da Bergamo era sta mandà ‘n prèssa ‘n squadron de ciapléti a ciaval per controlar el confìn e se ocoréva per combàter contra i gianizzeri: e ancia chesti l’era diaulàzi ‘n carne e òssi, che i feva ancia chésti la só part de mal e forsi de pù dei àutri. El pòer prét, scombussolà l’era scasi nà fòr mat, el corèva ‘n ziro per la ciasa, dré a la Perpetua per véder de trovar calche soluzion ensèma; ma la Perpetua, ‘ndafarada a méter enséma chel che gera de bòn en ciasa, la neva de corsa avanti e ndré da na ciàmera a l’àutra con le man e i brazzi pléni, e la rispondeva: “adès rùi de méter al segur sta roba e po' dopo farén ancia noi come che fa i àutri”. Don Abondio ‘l voleva fermàrla per parlar de le varie soluzion, ma ela, zapàda da che fazènde, da la prèssa, da la riòma e ancia dal fastìdi che ge deva ‘l padron, l’era men calma de chel che l’era mai stada. “Se ‘nzìgna i àutri, né ‘nzignerén ancia noi. El me scùsia ma el nó l’è bòn àuter che dar da dir. Crédel che i àutri nó i g’àbia la pèl da salvàrse no? Che i soldadi i vègnia a fàrge la guera sol a el? Enveze che star ìo a splanzignar sèmper entrà i pèi, ente sto moment, putòst, el mé dàgîa na man vèh.” E i lo pagiava fòr con ste risposte, ma ‘ntant ela l’eva zà dezìso che, apena finì a la bòna tut chel laoro, i l’averòs tirà per en braz come ‘n pòpo su per calche mont. Restà da só pòsta, don Abondio ‘l vardàva fòr da la finestra, fasèndo tanto de récle; e cando che ‘l vedéva passar calchedun, el zigiava con na ós mèza planziènta e mèza brontolènta: “Fége sta ciarità al vòs pòer curàt, de trovàrge calche ciaval, calche mul, calche àsen. Possìbol che ‘nzun el vòbia aiutarme! Ah che zènt! Spetàme almen, che pòdia nìr ancia mì con voi; aspetà de èsser en chìndes o vìnti, e portàrme via ‘nsèma con voi, che nó rèstia cì da me pòsta arbandonà come ‘l dugo. Voléo lagiàrme cì, en man a chei ciagni? Nó ‘l séo no che i è scasi tuti luterani, e che per lori copàr en prèt l’è ‘n mèrit? Voléo lagiàrme cì a patìr el martìrio? Ah che zènt! Che zènt!” Ma a cì èl po' che ‘l ge diseva ste ròbe? A òumni che passava sdernadi sóta ‘l pesaròl de la só pòra roba, e pensando a chela che i cogneva lagiar a ciasa, spenzèndo le só vacòte, e portàndose dré i fiòi, ciargiàdi ancia chéi cant che i podéva, e le feumne coi popìni che nó podeva ciaminar, a òle bidòle. Zèrti i tiràva de lònc’, senza risponder o vardar su; calchedun diseva: “eh caro mio! el fàgia ancia el come che ‘l pòl; fortunà el che nó ‘l giâ da pensar a la famìlia; el se dàgia le man da tórn, el se ‘nzìgnia.” “Oh poréto mì veh!” el diseva don Abondio: “oh che zènt! che còr! Nó g’è pù ciarità: ognun pensa per el; e a mì ‘nzun che vòl pensar.” E ‘l tornava ‘n zercia de la Perpetua. “Ah, eco apunto! E i soldi?” l’à giâ dit la Perpetua. “Come farénte po'?” “I me li dàgia a mì, che vó a sotràrli ‘nte l’òrt de ciasa, ensèma con le possàde.” “Ma...” “Ma, ma; el me dàgia cì; el se tègnia calche sòldo, per chel che podèrà ocórer; e po' ‘l me làgia far a mì.” Don Abondio l’à ubidì, l’è nà vèrs la cassaforte, l’à tirà fòr el só tesorét, e i ge l’à dat a la Perpetua; e chesta la giâ dit: “vón a sotràrli ‘n l’òrt, sóta ‘l figiar;” e l’è nada. Pòc’ tèmp dopo l’è nuda de vòuta, con na zésta con en pòc’ de sgnòcola, e con na zerlòta pìzzola vòida; e la s’è metùda a méterge dént sul fónt en pòc’ de blanciarìa soa e del padron, e ‘ntant la diseva: “almen el breviàri i lo porterà ben el! “Ma, ‘ndo nénte po'?” “Endo vai pò tuti i àutri? Prima de tut nén ancia noi ‘nla strada; e cando che sen ìo sentirén e vederén chel che convièn far.” Pròpri ‘nte chela è nù ent l’Agnese con en zerlét su le spale, e con chel far de cì che arìva a far na proposta importante. L’Agnese, dezìsa ancia ela a nó restar a spetar vantóri de ca sòrt, da só pòsta ‘n ciasa, come che l’era, e che geva ancor en pòc’ de chel’òr de l’inominà, l’era restada ìo dubiósa per en pèz a dezìder el pòsto ‘ndo che scònderse. Ma pròpri chel che g’era restà de chei soldi, che i g’era nùdi comòdi ‘ntei mesi de la ciarestìa, l’era la prima ciàusa de le só preocupazion e dei só dubi, perchè l’eva sentù dir che ‘ntei paesi endo che era zà passà la masnada, cì che geva soldi ‘l s’era trovà ente le pézi condizion, en man sia de la violenza dei furèsti sia de l’invìdia e dei tranèi dei paesani. L’era vera che, de ca mana plovèsta zo dal ziél, nó l’eva parlà con enzun se non con don Abondio, perché ogni tant la neva da el a farse cambiar en scudo, lagiàndoge sèmper calche monéda da dar fòr a chei che era pù poréti de ela. Ma i bèzzi scondùdi, spezialment per chei che nó è usà a manezàrnen tanti, i tègn sèmper cì che li già, enten sospèt stabile coi àutri. Sichè, entant che ancia ela la vardava de scònder cà e là a la bòna, chel che nó la podeva portarse dré, e la pensava ai scudi che l’eva così dént entel corpét, la s’è ricordada che, ‘nsèma con chei soldi, l’inominà, el geva ancia ofèrt tut chel che ‘l podeva del só aiut. G’è tornà ‘n ment le storie che l’eva sentù contar sul só ciastèl, che ‘l pozava enten pòsto ‘nzì segur che, siben chel che era ‘l padron, nó podeva arivar sàuter che i auzzèi; e l’eva dezìso de nar a domandàr en refugio lassù. L’eva pensà a come podérse presentàr a chel sior, e sùbit g’è nù ‘n ment don Abondio, che, dopo ca parlada che l’eva fat col vescovo, i l’eva sèmper azetada con bòna grazia, e tant pù volintera perché nó ‘l riszava ‘ngot con enzun, e perché, essèndo i doi putèi lontani, era lontan ancia ‘l riszo che ge nidés domandà vergot che averòs metù a la prova ca bòna grazia. L’eva ‘mmazinà che, ‘nten tal scompìli, el pòer curat el dovés sentìrse ancor pù ‘mpazzà e spaventà de ela, e che ca propòsta la podés emparérge savia ancia per el; e alor l’èra nada da el a parlàrgen. Trovàndol ensèma a la Perpetua, la giâ fat la proposta a tuti doi. “Che vé par po' Perpetua?” à domandà don Abondio. “Mì digi che l’è na grazia del ziél, e che nó ge vòl pèrder en minùt, e méterse la strada ‘ntrà le giambe.” “E dopo…” “E dopo, e dopo, cando che sarén ìo, ne giaterén contènti. Chel sior, adès se sa che nó ‘l voròs far àuter che del ben al pròssim; e ancia el el sarà contènt de tègnerne ìo. Ìo, sul confìn, su ‘nzima a chel mont, soldadi nó ‘n nirà su de segur no. E po' e po', troverén ancia damagnar; perché, su per i monti, finì sta pòcia grazia de Dio,” e disèndo ‘nzì i la comodava ‘ntel zèrlo, sora la blanciarìa, “ne saròssen trovadi ente na bruta situazion.” “Cristian, saràl cristian dalbòn po'?” “Nó ge sarà migia da dubitàr ancor no, con tut chel che se sa, e dopo chel che l’à vist ancia el?” “Ma, nó l’è che nen a méterne ‘n giabia?” “Che giabia po'? Con tuti sti vòssi dubi, ‘l me scusia vèh, nó se niròs pù a na conclusion. Brava Agnese! L’abù pròpri na bela ‘mpensada.” E pozà ‘l zèrlo su ‘nten taulìn, l’à passà i brazzi ‘nle zintùre e i se l’à metù su le spale. Dis don Abondio: “Nó se poròss no, trovar calche òm che nides con noi, per far da gardia al só curat? Se ‘ncontràssente calche brigante, che purtropo ge n’è tanti ‘n ziro, che aiùt podéo dàrme po' voiàutre?” “Ma n’àutra adès, e pèrder temp!” l’à sclamà la Perpetua. “Nar a zerciàr adès n’òm, che tuti i giâ da pensar ai só afari. Déhi mò, ànem! el vàgia a tòr el só breviari e ‘l ciapèl; e nénte che nen.” Don Abondio l’è nà, e tornà da ìo a ‘n pezzòt col breviari sóta ‘l braz, col ciapèl su la testa e col só baston en man; e tuti trei i è nadi fòr per na portèla che la neva ‘nla piazzéta. La Perpetua l’à serà, ma pù per nó trascurar l’usanza, che perché la giaves l’opunion che la seradura e i scuri i fus seguri, e la s’è metùda la clao en s-ciarsèla. Entel passar, don Abondio l’à dat n’oclada a la glésia e l’à dit entrà i denti: “Ge tócia al pòpol varentàrla , perché la ge serve a lori. Se i ge tègn en pòc’ a la só glésia i ge penserà lori; se ‘nveze nó i ge tègn, pèzo per lori.” Ziti, ziti, i à zapà per i ciampi, pensando ognun ai fati sòi, vardàndose ‘ntorn, spezialment don Abondio, atènto che nó sautàs fòr calche persona sospèta, o vergot de straordenari. Nó se ‘ncontrava ‘nzun: la zènt l’era, o ‘nle ciase a vardàrli, a far fagòti, a scònder via, o per le strade che portava diretament sui monti. Dopo aver sospirà e sospirà, e dopo èsserse lagià s-ciampar fòr calche sclamazion, don Abondio l’à ‘nvià via a brontolar de sèito. L’èra rabiós col duca de Nevers, che l’averòs podèst star en Francia a gòdersela, a far el prìnzipe, ma ‘l voleva èsser el duca de Mantua a tuti i costi contra la volontà de tuti; con l’imperator, che l’averòs dovèst aver pù zudìzi per i àutri, lagiar nar l’aca ‘n zó, senza far el testón per chestion de puntìlie: tanto a la fìn, el l’era sèmper l’imperator, che sia Tizio o Sempronio duca de Mantua. Ma i la geva su spezialment col goernator, che l’averòs dovèst far de tut per tègner lontane le disgrazie dal paes, e ‘nveze l’era pròpri el a tiràrle, sol per el gusto de far guera. El diseva don Abondio: “Ge voròs che chei siori i fus cì a véder e provar de persona che bel che l’è. Ma i giaverà ben da far i conti! Però ‘ntant, ge va de mèz chei che nó giâ colpa.” “Ma ‘l làgia star ca zènt; che tanto nó ‘l sarà lori de segur a nir a aidàrne,” la diseva la Perpetua. “Scusàme vèh, ma cheste l’è le só solite zàcole che nó le porta a ‘ngot de bòn. Putòst chel che me da fastìdi…” “Che g’è po'?” La Perpetua, che ‘nte chel tòc’ de strada, l’eva pensà con còmot a come che l’eva scondù le robe ‘n prèssa, l’à scomenzià a lamentàrse de aver desmentegià la tal ròba, de avér malmés la tal àutra; cì, de aver lagià na tracia che podeva portar i ladroni, ìo… “Ma brava!” diséva don Abondio, che ‘l se sentiva ormai sul segur, cant che bastava per podér lamentàrse de la ròba: “ma brava! ‘nzì eo fat? Ma ‘ndo la géveo po' la testa?” “Come po'!” l’à sclamà la Perpetua, fermandose ‘n moment su doi pèi, e metèndo i pugni sui flànci, entel modo che ‘l zèrlo ge lo agiava: “come! nó ‘l vorà migia fàrme ste brontolade, cando che l’era pròpri el che ‘l me feva nar en trebiliana, enveze che aiutarme e fàrme coràzo! Ài pensà forsi de pù a la ròba de ciasa che a la mia; enzun che m’avés dat na man; ài cognèst far da Marta e Madalena; se vergot narà de mal, nó sai che dir: mì ài fat ancia de pù del me dovér.” L’Agnese la feva desméter sto rebeciar, parlando ancia ela de tute le só rogne: ma nó la se lamentava tant del desasi e del dan, ma putòst de véder svanir la speranza de brazzarse ancor e prest con la só Lucia; che, se vé ricordào, l’era pròpri chel’autón che le eva fat fidament: e nó l’era nancia da sperar che la siora Prassede la volés nir en vacanza da che bande, con chel’aria che tirava: putòst la saròs partìda, se la fus stada ìo, come che feva tuti i àutri vizilanti. A véder chei pòsti ge nideva ancor pù da pensar a l’Agnese e pù l’era ‘l dolor per el só dispiazer. Nudi fòr dai sinteri, i eva zapà la strada prinzipale, la stessa che eva fat la pòra dòna ‘ntel tornar a ciasa con só fiòla, pòc’ tèmp prima, dopo che l’era stada con ela ‘n ciasa del saltór. E zà se vedeva ‘l paes. “Passerén bèn a saludar ca bòna zènt,” dis l’Agnese. “E ancia a poussàr en pocét: perché de sto zèrlo scomenzi zà a g’avernén assà; e po' ancia per méter zó vergot,” dis la Perpetua. “Col pato de nó pèrder tèmp; perché nó sen migia ‘n viaz per divertiment no,” dis don Abondio. I era stadi azetàdi a brazzi avèrti, e visti con gran piazér: tuti i se ricordava de chel grasn piazerón fat tèmp endré. El nòs autor cì ‘l vòl dir: fé del bèn a canti pù podéo, e ve ciapiterà pù de spes de ‘ncontrar tanta zènt che ve meterà alegrìa. L’Agnese ‘ntel brazzar ca bòna dòna, la s’à fat na bèla planzùda e la s’è sentùda solevada; e la rispondeva sanglotànt a le domande che ca feumna e ‘l só òm i ge feva de la Lucia. “La sta mèio de noi,” el dis don Abondio: “l’è a Milan, fòr dai perìcoi, lontana da ste diaularìe.” “I s-ciampa, si mò? ‘l sior curàt e tuti,” dis el saltór. “Segur,” i à rispondù tuti doi ensèma la serva e ‘l padron. “I compatìssi.” “Sen dré a nar,” dis don Abondio; “al ciastèl de ***.” “Ve l’éo empensada benón: ìo seo seguri come ‘n glésia.” “Ma cì, nó géo paura no?” dis don Abondio. “Ve dirai, sior curat: en realtà, parlando zust, cacì chei òumni nó i doròs nìr a cartieràrse, perché, grazie a Dio, sén massa lontani da la só strada. A la pù, ma che Dio nó ‘l vòbia, calche s-ciampada ‘mprovisada: at ogni modo ge saròs tèmp; perché prima se doròs sentìr notìzie da chei pòri paesi ‘ndo che i naròs a fermàrse.” A la fìn i s’è dezìsi a star ìo ‘n pezzòt a tirar el flà; e, sicome l’era ora de disnar, “siori,” dis el saltór: “dovéo fermàrve a fàrge onór a ‘n pòr bocón: a la bòna: se nó àuter en piat de bòna zéra.” La Perpetua la geva dré vergot da saurìrse ‘l dènt. Dopo calche complimént da na banda e da l’àutra, i è nadi d’acòrdi de méter ensèma, come se dis, chel che ognun geva e de disnar en compagnìa. I putelòti i s’era metùdi a farge le feste a l’Agnese che l’era la só vèzza amiga. Presto, presto; el saltór el giâ ordenà a na pòpa (chela che geva portà chel bocón a la Maria védoa: cissà se ve la recordào ancor!), che la nés a tòr fòr dai rizzi càter castègne de chele bonorìve che era sta metù ‘nten ciantón: e i le metés a rostìr. E po' ‘l giâ dit a ‘n putèl: “E tì, vai ente l’òrt e dai na bèla scorlada al persegiàr, e fànen crodar càter, e pòrtele cì: ma tute vèh. E tì,” ‘l dis a n’àuter, “vai sul figiar, a coìrnen càter dei pù maduri. Ma chel mistér ìo ‘l cognosséo benón, ancia massa.” El l’è nà a spinar su da na só botesèla; la feumna l’è nada a tòr na tovàia per la taula. La Perpetua l’à tirà fòr le só ròbe da magnar; e po' le à parezzà: en mantìn e ‘n piat de maiòlica al pòsto d’onór, per don Abondio, con na posada che la Perpetua la geva ‘ntel zèrlo. I s’è sentàdi zó e i à disnà, nó s’pòl dir con alegrìa, ma perlomen con tanta de pù de chela che ognun podeva spetàrse en ca zornada. “Che dìgel po', sior curat, de ‘n rebalton del zènere?” dis el saltór: “me par de véder ancor la storia dei mòri ‘n Francia.” “Che voléo che ve dìgia po'? Gevi da véder ancia chesta!” “Comunque éo sièlto ‘n bòn refugio,” dis ancor el saltór: “cì èl po' che se riszeròs a nar enfìn lassù? E po' ài sentù dir che nó saréo da vòssapòsta, perché se sa zà che lassù è nà tanta àutra zènt a ‘ntanarse e sèita a arivàrnen ancor.” “Speri pròpri de sì,” dis don Abondio, “e che sarén ben azzèti. Chel brào sior el cognossi; cando che ài bù l’onor de véderlo l’ultim bòt, l’era sta ‘nzì educà!” “E a mì,” dis l’Agnese, “’l m’à fat dir da Só Celènza monsignor lustrìssim, che, cando che n’avéssi bù de bisògn, bastava che néssite da el.” “Gran bel cambiament!” dis ancor don Abondio: “e ‘l se mantègn, sì mo che ‘l se mantègn?” El saltór el s’era metù a contar en modo complèto de la santa vita de l’inominà, e de come, da èsser el terór de tuta la zona, el fus deventà, po' dopo, en modèl de virtù e ‘n gran benefator. “E ca zènt che ‘l geva ‘ntorn a el?... tuta ca servitù?...” à domandà don Abondio, che pù de ‘n bòt el neva sentù dir vergot, però nó ‘l se fidava mai dal tut. “I pù tanti i è stadi sfratadi,” à rispondù ‘l saltór: “e chei che è restà, i à cambià vita, ecome! Ensoma chel ciastèl l’è diventà na Tebaide: ma el ‘l sa ben ste ròbe.” Po' l’à scomenzià a parlar con l’Agnese de la visita del cardinal. “Grant’òm!” el diseva: “grant’òm! Pecià che ‘l sia passà cì ‘n prèssa e furia, che nó ài podèst nancia fàrge ‘n pòc’ de onór. Saròssi pròpri contènt de podérge parlar n’àuter bòt, con en pòc’ pù de calma.” Po' levàdi su da tàula, ‘l giâ mossà en ritràt del cardinal che ‘l geva tacià su a ‘n sperèl de la pòrta, sia perchè l’era divòt vèrs chel personagio, sia per podér dìrge a tuti chei che nideva dént che ‘l ritràt non ‘l ge ‘nsomiava migia; difati el l’eva bù l’ocasion de véder da vizìn e con calma ‘l cardinal stes, pròpri ‘nca ciamera ìo. “Ài volèst tòr zó pròpri el con sto càder cì?” dis l’Agnese. “Ente l’àbit el ge ‘nsomìa; ma…” “Sì mò che nó ‘l ge ‘nsomìa migia?” dis el saltór: “’l dìgi sèmper ancia mì: noi, nó i ne ‘mbròia no, ah? ma, se nó àuter, sóta g’è ‘l só nòm: l’è pur sèmper en recòrt.” Don Abondio ‘l feva prèssa; el saltór l’amprometù de trovàr en cialès che i li portas almen enfìn ai pei de la pontarazza; l’è nà sùbit a zerciàrlo e pòc’ tèmp dopo l’è nù de vòuta a dir che l’era dré a nìr. Po' ‘l dis vèrs don Abondio: “Sior curàt, se ‘l volés tòrse dré calche lìber per passar el tèmp, chel che pòdi, da pover’òm poròssi servìrlo: ancia mì me plas lézer en pòc’. Nó l’è libri datadi a na persona del só livèl, l’è libri scriti per el pòpol; ma però…” “Grazie, grazie,” à respondù don Abondio: “de sti tèmpi però se è bòni apena apena a pensar a chel che l’è i prezèti.” Entant che i se scambiava ringraziamenti e bontà, con saluti, auguri e azèti e la promessa de fermàrse de nòu can che i fus nudi de vòuta, el cialès l’è arivà davanti a la porta de ciasa. Ciargià i zèrli, i è montàdi su e i à scomenzià con pù comodità e, ‘ntel còr, pù calmi, la seconda metà del viaz. El saltór l’eva dit la verità a don Abondio a riguardo de l’inominà. Chesto da chel dì che l’éven lagià ‘ntel só ciastèl, l’eva sèmper seghità a mantègner el só pròposit: pagiar i dani fati, domandar la paze, aidar i pouréti, ensoma far sèmper del bèn, ogni bòta che se presentava l’ocasion. Tut el coràzo che l’eva mossà ‘ntel far del mal o ‘ntel difènderse, adès i lo feva véder entel nó far né una né l’àutra de le doi ròbe. El neva ‘n ziro sèmper da só pòsta e senza arme, pronto a ‘nfrontar calunque efèto per le angiarìe combinade prima, convinto che ‘l saròs sta n’àuter eror doprar la forza per difènder el che ‘l geva tanti dèbiti con tanta zènt. L’era convinto che calunque tòrt che l’avés patì el saròs sta n’ofésa davanti al Sioredio, ma, riguardo a el, l’era na punizion pù che meritada; e che de le ofése, el men de calunque àuter, el geva ‘l dirìto de vendicarse. Epur, siben chesto, l’era restà n’òm segur e rispetà come cando che l’era zircondà da tanti soldàdi che lo protezéva. El recòrt de la só vècla crudeltà e ‘l véder che adès l’era deventà bòn come ‘l pan, la prima, che l’averòs dovèst empizzarge ‘l desidèri de vendéta, e la seconda che l’averòs permetù pù fàzilment l’otègnerla, le se univa e, ‘nveze, le ge procurava la mirazion de la zènt, e chesto l’era la só vera difesa. L’era chel’òm che ‘nzun era sta bòn de plegiar, e che adès el s’era plegià da só pòsta. Le rabie, prima ciargiàde da la só supèrbia e da la paura che ‘l metéva ai àutri i se sfantava dinanzi a ca nòva umiltà: le persone che l’eva oféso le eva bù, contra tut chel che le podeva spetàrse e senza riszo, la sodisfazion pù granda, chela de véder en tale òm pentì de le só colpe e d’acòrdi a spartìr, per dir enzì, le rabie de lori. Tanti, che per ani i eva patì spezialment al pensier de nó aver mai l’ocasion de giatàrse pù forti de el per vendicàrse, encontràndol da só pòsta, senza pistòla e pronto a nó resìster, nó i sentìva àuter che ‘l desidèri de portàrge gran rispèt. Ente chel sbassàrse volontàri, la só fegura e ‘l só portament i eva zapà, senza che ‘l se nascorzés, vergot de ‘ncor pù nòbile: se vedeva pròpri ben che, mèio de prima, nó ge ‘nteressava ‘ngot de calsiasi perìcol. Le invìdie, ancia chele pù dure e rabiose, le era frenade da la venerazion de la zènt vèrs chel’òm ormai pentì e che feva tant del ben. Sta venerazion la era ‘nzì fòrta che de spés chel’òm el se giatava ‘mpazzà ‘ntel refudar i onori che tuta la zènt la ge feva, e ‘l cogneva star atènto a nó far véder massa sul mus e ‘ntei ati ‘l só pentiment, per nó mossàrse massa umile, per nó èsser, ‘nte chel modo, onorà ancor de pù. En glésia ‘l s’eva sièlto sèmper l’ultim pòsto; ma nó g’èra perìcol che ‘nzun se fidàs de tòrgel: el saròs sta come robàr en pòsto de onor. Ofènder po' chel’òm o ancia sol tratarlo con pòc’ riguardo, nó l’era nancia n’ato sfazzà da viliàchi, ma adiritura ‘n sacrilèzi; e perfìn chei che magiari nó i provava dalbòn sta venerazion denter sé stessi, ma i vedeva tuti i àutri che i la sentiva e i geva paura de nar contra l’opunion de la zènt, a la fìn i partezipava, almen en pòc’, a chel stes sentiment de rispèt. Tute ste robe e àutri motivi i lo protezéva ancia da le punizion de la zustìzia, dàndoge ca segurezza che, tra l’àuter, de chesta el nó ‘l se feva nancia tant pensiér. La só autorità e le só parentèle, che da sèmper le era stade per el na spòna, adès le contava ancor de pù: el só nòm zà tant cognossù, ancia se l’era sporcià dal disonor, se ge zontava adès l’onor de na condota perfèta e ‘l crèdit de la só conversion. I zùdizi e i nòbili i s’èra alegradi pluviciament de chel cambiament, come ancia tut el pòpol; e per chesto ‘l saròs sta strambo tormentar un come el che tuti i ge feva gran congratulazion. E èstra, chei che comandava, costreti a combàter sèmper, e pù de spés senza vénzerla, contra ribelion che limegiava sèmper sota la zénder, i podeva èsser contenti de èsserse liberadi del pù ribèle e pericolos dei nemìzi, senza nar a zerciàrne de àutri. Tanto pù che ca conversion la portava ancia a rimedi che ‘l goèrno nó l’era usà a avér e nancia a domandar. Punìr un òm che ormai tuti i considerava ‘n sant, nó ‘l saròs servì a scanzelar la vergògna de nó èsser stadi bòni a domar en slandron; al contrari, l’averòs sol spenzù àutri, come el, a deventar onèsti. L’è probabile che a la só protezion contava tant la man che geva metù ‘l cardinal Federigo enla só conversion; e po', chel méter ensèma ‘l só nòm con chel de l’inominà, l’era come se chesto fus na protezion sacra. Ente ca situazion particolare de chel tèmp, endo che i prèti e i siori, che de spes i se rebeciava senza però volérse magnar, e mesdando ‘nsèma a le bègie segni de rispèt e de sotomission un co l’àuter, e che a bòte i laurava ‘nsèma per el stes scopo senza però mai far na paze vera, dato che l’era sta ‘n prèt e far convertìr n’òm pericolós per tuti, enten sant’òm, el goèrno nó ‘l geva interès a punìrlo, anzi, ‘nte chel modo, ‘mpareva che ‘l perdón del cardinal el portàs ensèma ‘l perdón de la polìtegia, che l’era po' chel che tute doi le part le voléva. Chel’òm, che se ‘l fus crodà per tèra i l’averòs pestolà tuti, grandi e pìzzoi, senza pietà, metèndose ‘nveze el per tèra, de só volontà, i lo lagiava tuti ‘n paze e adiritura l’era rispetà da tanti. L’è ancia vera che g’era tanti che chel straordenari cambiament nó ‘l gera plasèst migia: i tanti róbleri pagiadi de le só loferàde, i tanti ciatìvi compàgni de lo só birbantade, che tut de colp i perdeva na spòna che i era usadi a aver e che i se giatava da ‘n dì a l’àuter con trame preparade da ‘n pèz e blocade, forsi pròpri ‘nte chela che i se spetava de aver la notìzia che le era nade a finir ben. Però en zà vist i tanti sentimenti che eva procurà la conversion entei róbleri che era ìo con el e che i l’eva sentùda diretament da la só bócia: maravéa, dolor, disperazion, rabia; en pòc’ de tut, men però che desprèz o bila. La stesa ròba l’era suzèsta con àutri só òumni che ‘l geva ‘n ziro ente vari pòsti, la stesa ròba ancia con i sòzi de afari pù ‘mportanti, cando che i è nudi a savér ca notìzia tremenda, e tuti per i stessi motivi. Tanta fél, enveze, come che scrìu el Ripamonti enten lìber che en zà ricordà, l’è crodada sul cardinal Federigo. Chesto, difati, l’era sta tòt come chel che s’era ‘ntrigià ‘ntei só afari per rovinàrli; l’inominà l’eva volèst salvar la só anima, e per chesto ‘nzun geva la scusa per lamentàrse. En pòc’ al bòt, i pù tanti de chei slandroni che era ìo ‘n ciasa, nó podèndo datàrse a le régole nòve e nó vedèndo possìbol che la situazion la cambiàs, un al bòt i se n’era nadi. Zèrti i avrà zercià n’àuter padron, magiari perfìn tra i vèzzi amìzi de chel che i arbandonava; zèrti àutri i se sarà ‘mpegnadi ‘n calche compagnìa de soldadi, come che se diséva alor, de la Spagna, de Mantua, o de calche àuter pòsto ‘ndo che i feva guera; zèrti ancora i se sarà metùdi a far i briganti per conto so, vivèndo de grìpete; e calchedun se sarà contentà de remengar mantegnèndose a far calche angiariòta. Le stesse ròbe avrà fat cì che pù ‘ndré era sta ai só órdeni, però sparpaiadi ‘nte arcanti paesi. Enveze tra chei che era sta bòn de cambiar vita, o che i eva azetà volintéra la nòva vita, i pù, che era da ìo ‘ntorn, i era tornadi a far i contadini o a pratigiar el mistér che i eva ‘mparà da putèi e che i eva ‘mplantà ìo; i furèsti i era restadi ‘ntel ciastèl come servi. Tuti ‘nsèma, scasi come i fus stadi rinovadi entel stes moment del só padron, i feva na vita calma, senza far né patìr angiarìe, déboi ma rispetadi. Ma cando che, ‘ntant che arivava che bande de todes-ci, arcanti che s-ciampava dai paesi che era sta ocupà o che i era ìo per chela, i èra arivadi al ciastèl a domandar aiùt, l’inominà l’era contènt che chei muri, che na bòta i era consideradi da tuti ‘n tremèndo mostro, adès le nidés zerciade come refugio dai pù déboi. L’eva azetà chei che s-ciampava con parole pù de ringraziament che de semplize bontà. L’eva metù fòr la ós che só ciasa l’era davèrta a tuti chei che volés trovar en sostégn, e sùbit l’eva pensà de méter al segur el ciastèl e tuta la val entrégia, ‘ntel caso che i gianizzeri o i ciapléti i aves volèst delimarla. L’eva metù ‘nsèma, tra chei che era restà ìo con el, pòci ma bòni, come dis i versi del Torti; el giâ fat na parlada disèndo che l’era n’ocasion che ‘l Sioredio ‘l ge ofrìva a el e a tuti, de ‘mpegnàrse per la prima bòta a dar na man ai pù déboi, dopo che per tanto tèmp i eva tormentà e spaventà. E po', con chel far che ‘l geva de comando, che voleva dir èsser obedì de segur, l’à spiegià ‘n pòce parole chel che ‘l pretendeva da lori e spezialment l’à racomandà de comportàrse ‘nten modo tale che ca pòra zènt che s-ciampava la vedés ente lori sol amìzi e protetóri. L’eva fat portar zó da le stradùgie tuti i szòpi e le pistole, le lance, le manare e i pugnài che da ‘n pèz i era ‘mmucladi ìo, e i l’à dati fòr. L’à avisà i só contadini e fitalìni de la val che calunque che se la ‘n sentìs el podeva nìr su al ciastèl con le só armi; e cì che era senza, ‘l ge l’averòs date el stes. La zernù fòr, come ufiziài, arcanti òumni che i comandava àutri òumni; l’à spartì i pòsti de guardia ai portoni e ‘ntei pòsti zusti su per la pontara; l’à dezìso i orari e i turni de guardia, pròpri come ‘nten acampament de soldadi, o come che l’eva fat ancor ai tèmpi de la só vita da brigante. Enten ciantón de che stradùgie g’era metù ìo da na banda le arme che sol el eva portà; chel só szòp che tuti i nominava, pistoloni, spade, spadoni, cortelazzi, stiléti, petadi per tèra o pozàdi al mur. Enzun dei servi i l’eva tociade; ma i s’è metùdi d’acòrdi de domandàrge al padron chei che ‘l voleva che ge fus portà. “Nancia una,” l’à respondù; e, ‘l fus per en voto o per na dezision che l’eva tòt, l’è resta sèmper desarmà, pur stando a la testa de ca sòrt de guarnigion. Entel stes tèmp, l’eva metù ‘n mòto àutri òumni e feumne de la servitù, o che i dipendeva da el, a parezzar entel ciastèl cartiéri per le pù tante persone che fus possìbol, a sistemar leti e brande e paioni ‘nle ciàmere e ‘nle sale, che ‘nte sto modo le deventava ciameroni per dormìr. Estra chesto l’eva ordenà de procurar scorte bondanti de vivande, per podér ‘ntesìr tuti i avantóri che ‘l Sioredio ‘l giaveròs mandà, e che difati i aumentava dì per dì. Entant nó ‘l stéva mai fermo: dénter e fòr dal ciastèl, su e zó per la pontara, entorn a la val, l’era sèmper en moviment per ordenar, rinforzar, dar n’oclada a tuti i pòsti, controlar, fàrse véder, mantègner tuti ‘n riga con le parole, coi zèsti, con la só presènza. En ciasa come per le strade l’azetava chei che arivava; e tuti, che i l’avés zà ‘ncontrà o che i lo vedés per el prìm bòt, i lo vardava con mirazion, desmentegiando per n’àtimo i dispiazéri e le paure che i l’eva portadi ìo; e cando che el el seghitava a nar per la só strada, i se voutava ancor a vardàrlo.
Quantunque il concorso maggiore non fosse dalla parte per cui i nostri tre fuggitivi s’avvicinavano alla valle, ma all’imboccatura opposta, con tutto ciò, cominciarono a trovar compagni di viaggio e di sventura, che da traverse e viottole erano sboccati o sboccavano nella strada. In circostanze simili, tutti quelli che s’incontrano, è come se si conoscessero. Ogni volta che il baroccio aveva raggiunto qualche pedone, si barattavan domande e risposte. Chi era scappato, come i nostri, senza aspettar l’arrivo de’ soldati; chi aveva sentiti i tamburi o le trombe; chi gli aveva visti coloro, e li dipingeva come gli spaventati soglion dipingere. “Siamo ancora fortunati,” dicevan le due donne: “ringraziamo il cielo. Vada la roba; ma almeno siamo in salvo.” Ma don Abbondio non trovava che ci fosse tanto da rallegrarsi; anzi quel concorso, e più ancora il maggiore che sentiva esserci dall’altra parte, cominciava a dargli ombra. “Oh che storia!” borbottava alle donne, in un momento che non c’era nessuno d’intorno: “oh che storia! Non capite, che radunarsi tanta gente in un luogo è lo stesso che volerci tirare i soldati per forza? Tutti nascondono, tutti portan via; nelle case non resta nulla; crederanno che lassù ci siano tesori. Ci vengono sicuro: sicuro ci vengono. Oh povero me! dove mi sono imbarcato!” “Oh! voglion far altro che venir lassù,” diceva Perpetua: “anche loro devono andar per la loro strada. E poi, io ho sempre sentito dire che, ne’ pericoli, è meglio essere in molti.” “In molti? in molti?” replicava don Abbondio: “povera donna! Non sapete che ogni lanzichenecco ne mangia cento di costoro? E poi, se volessero far delle pazzie, sarebbe un bel gusto, eh? di trovarsi in una battaglia. Oh povero me! Era meno male andar su per i monti. Che abbian tutti a voler cacciarsi in un luogo!... Seccatori!” borbottava poi, a voce più bassa: “tutti qui: e via, e via, e via; l’uno dietro l’altro, come pecore senza ragione.” “A questo modo,” disse Agnese, “anche loro potrebbero dir lo stesso di noi.” “Chetatevi un po’,” disse don Abbondio: “ché già le chiacchiere non servono a nulla. Quel ch’è fatto è fatto: ci siamo, bisogna starci. Sarà quel che vorrà la Provvidenza: il cielo ce la mandi buona.” Ma fu ben peggio quando, all’entrata della valle, vide un buon posto d’armati, parte sull’uscio d’una casa, e parte nelle stanze terrene: pareva una caserma. Li guardò con la coda dell’occhio: non eran quelle facce che gli era toccato a vedere nell’altra dolorosa sua gita, o se ce n’era di quelle, erano ben cambiate; ma con tutto ciò, non si può dire che noia gli desse quella vista. — Oh povero me! — pensava: — ecco se le fanno le pazzie. Già non poteva essere altrimenti: me lo sarei dovuto aspettare da un uomo di quella qualità. Ma cosa vuol fare? vuol far la guerra? vuol fare il re, lui? Oh povero me! In circostanze che si vorrebbe potersi nasconder sotto terra, e costui cerca ogni maniera di farsi scorgere, di dar nell’occhio; par che li voglia invitare! — “Vede ora, signor padrone,” gli disse Perpetua, “se c’è della brava gente qui, che ci saprà difendere. Vengano ora i soldati: qui non sono come que’ nostri spauriti, che non son buoni che a menar le gambe.” “Zitta!” rispose, con voce bassa ma iraconda, don Abbondio: “zitta! che non sapete quel che vi dite. Pregate il cielo che abbian fretta i soldati, o che non vengano a sapere le cose che si fanno qui, e che si mette all’ordine questo luogo come una fortezza. Non sapete che i soldati è il loro mestiere di prender le fortezze? Non cercan altro; per loro, dare un assalto è come andare a nozze; perché tutto quel che trovano è per loro, e passano la gente a fil di spada. Oh povero me! Basta, vedrò se ci sarà maniera di mettersi in salvo su per queste balze. In una battaglia non mi ci colgono oh! in una battaglia non mi ci colgono.” “Se ha poi paura anche d’esser difeso e aiutato...” ricominciava Perpetua; ma don Abbondio l’interruppe aspramente, sempre però a voce bassa: “zitta! E badate bene di non riportare questi discorsi. Ricordatevi che qui bisogna far sempre viso ridente, e approvare tutto quello che si vede.” Alla Malanotte, trovarono un altro picchetto d’armati, ai quali don Abbondio fece una scappellata, dicendo intanto tra sé: — ohimè, ohimè: son proprio venuto in un accampamento! — Qui il baroccio si fermò; ne scesero; don Abbondio pagò in fretta, e licenziò il condottiere; e s’incamminò con le due compagne per la salita, senza far parola. La vista di que’ luoghi gli andava risvegliando nella fantasia, e mescolando all’angosce presenti, la rimembranza di quelle che vi aveva sofferte l’altra volta. E Agnese, la quale non gli aveva mai visti que’ luoghi, e se n’era fatta in mente una pittura fantastica che le si rappresentava ogni volta che pensava al viaggio spaventoso di Lucia, vedendoli ora quali eran davvero, provava come un nuovo e più vivo sentimento di quelle crudeli memorie. “Oh signor curato!” esclamò: “a pensare che la mia povera Lucia è passata per questa strada!” “Volete stare zitta? donna senza giudizio!” le gridò in un orecchio don Abbondio: “son discorsi codesti da farsi qui? Non sapete che siamo in casa sua? Fortuna che ora nessun vi sente; ma se parlate in questa maniera...” “Oh!” disse Agnese: “ora che è santo...!” “State zitta,” le replicò don Abbondio: “credete voi che ai santi si possa dire, senza riguardo, tutto ciò che passa per la mente? Pensate piuttosto a ringraziarlo del bene che v’ha fatto.” “Oh! per questo, ci avevo già pensato: che crede che non le sappia un pochino le creanze?” “La creanza è di non dir le cose che posson dispiacere, specialmente a chi non è avvezzo a sentirne. E intendetela bene tutt’e due, che qui non è luogo da far pettegolezzi, e da dir tutto quello che vi può venire in testa. E casa d’un gran signore, già lo sapete: vedete che compagnia c’è d’intorno: ci vien gente di tutte le sorte; sicché, giudizio, se potete: pesar le parole, e soprattutto dirne poche, e solo quando c’è necessità: ché a stare zitti non si sbaglia mai.” “Fa peggio lei con tutte codeste sue...” riprendeva Perpetua. Ma: “zitta!” gridò sottovoce don Abbondio, e insieme si levò il cappello in fretta, e fece un profondo inchino: ché, guardando in su, aveva visto l’innominato scender verso di loro. Anche questo aveva visto e riconosciuto don Abbondio; e affrettava il passo per andargli incontro. “Signor curato,” disse, quando gli fu vicino, “avrei voluto offrirle la mia casa in miglior occasione; ma, a ogni modo, son ben contento di poterle esser utile in qualche cosa. “Confidato nella gran bontà di vossignoria illustrissima,” rispose don Abbondio, “mi son preso l’ardire di venire, in queste triste circostanze, a incomodarla: e, come vede vossignoria illustrissima, mi son preso anche la libertà di menar compagnia. Questa è la mia governante...” “Benvenuta,” disse l’innominato. “E questa,” continuò don Abbondio, “è una donna a cui vossignoria ha già fatto del bene: la madre di quella... di quella...” “Di Lucia,” disse Agnese. “Di Lucia!” esclamò l’innominato, voltandosi, con la testa bassa, ad Agnese. “Del bene, io! Dio immortale! Voi, mi fate del bene, a venir qui... da me... in questa casa. Siate la benvenuta. Voi ci portate la benedizione.” “Oh giusto!” disse Agnese: “vengo a incomodarla. Anzi,” continuò, avvicinandosegli all’orecchio, “ho anche a ringraziarla...” L’innominato troncò quelle parole, domandando premurosamente le nuove di Lucia; e sapute che l’ebbe, si voltò per accompagnare al castello i nuovi ospiti, come fece, malgrado la loro resistenza cerimoniosa. Agnese diede al curato un’occhiata che voleva dire: veda un poco se c’è bisogno che lei entri di mezzo tra noi due a dar pareri. “Sono arrivati alla sua parrocchia?” gli domandò l’innominato. “No, signore, che non gli ho voluti aspettare que’ diavoli,” rispose don Abbondio. “Sa il cielo se avrei potuto uscir vivo dalle loro mani, e venire a incomodare vossignoria illustrissima.” “Bene, si faccia coraggio,” riprese l’innominato: “ché ora è in sicuro. Quassù non verranno; e se si volessero provare, siam pronti a riceverli.” “Speriamo che non vengano,” disse don Abbondio. “E sento,” soggiunse, accennando col dito i monti che chiudevano la valle di rimpetto, “sento che, anche da quella parte, giri un’altra masnada di gente, ma... ma...” “È vero,” rispose l’innominato: “ma non dubiti, che siam pronti anche per loro.” — Tra due fuochi, — diceva tra sé don Abbondio: — proprio tra due fuochi. Dove mi son lasciato tirare! e da due pettegole! E costui par proprio che ci sguazzi dentro! Oh che gente c’è a questo mondo! — Entrati nel castello, il signore fece condurre Agnese e Perpetua in una stanza del quartiere assegnato alle donne, che occupava tre lati del secondo cortile, nella parte posteriore dell’edifizio situata sur un masso sporgente e isolato, a cavaliere a un precipizio. Gli uomini alloggiavano ne’ lati dell’altro cortile a destra e a sinistra, e in quello che rispondeva sulla spianata. Il corpo di mezzo, che separava i due cortili, e dava passaggio dall’uno all’altro, per un vasto andito di rimpetto alla porta principale, era in parte occupato dalle provvisioni, e in parte doveva servir di deposito per la roba che i rifugiati volessero mettere in salvo lassù. Nel quartiere degli uomini, c’erano alcune camere destinate agli ecclesiastici che potessero capitare. L’innominato v’accompagnò in persona don Abbondio, che fu il primo a prenderne il possesso. Ventitre o ventiquattro giorni stettero i nostri fuggitivi nel castello, in mezzo a un movimento continuo, in una gran compagnia, e che ne’ primi tempi, andò sempre crescendo; ma senza che accadesse nulla di straordinario. Non passò forse giorno, che non si desse all’armi. Vengon lanzichenecchi di qua; si son veduti cappelletti di là. A ogni avviso, l’innominato mandava uomini a esplorare; e, se faceva bisogno, prendeva con sé della gente che teneva sempre pronta a ciò, e andava con essa fuor della valle, dalla parte dov’era indicato il pericolo. Ed era cosa singolare, vedere una schiera d’uomini armati da capo a piedi, e schierati come una truppa, condotti da un uomo senz’armi. Le più volte non erano che foraggieri e saccheggiatori sbandati, che se n’andavano prima d’esser sorpresi. Ma una volta, cacciando alcuni di costoro, per insegnar loro a non venir più da quelle parti, l’innominato ricevette avviso che un paesetto vicino era invaso e messo a sacco. Erano lanzichenecchi di vari corpi che, rimasti indietro per rubare, s’eran riuniti, e andavano a gettarsi all’improvviso sulle terre vicine a quelle dove alloggiava l’esercito; spogliavano gli abitanti, e gliene facevan di tutte le sorte. L’innominato fece un breve discorso a’ suoi uomini, e li condusse al paesetto. Arrivarono inaspettati. I ribaldi che avevan creduto di non andar che alla preda, vedendosi venire addosso gente schierata e pronta a combattere, lasciarono il saccheggio a mezzo, e se n’andarono in fretta, senz’aspettarsi l’uno con l’altro, dalla parte dond’eran venuti. L’innominato gl’inseguì per un pezzo di strada; poi, fatto far alto, stette qualche tempo aspettando, se vedesse qualche novità; e finalmente se ne ritornò. E ripassando nel paesetto salvato, non si potrebbe dire con quali applausi e benedizioni fosse accompagnato il drappello liberatore e il condottiero. Nel castello, tra quella moltitudine, formata a caso, di persone, varie di condizione, di costumi, di sesso e d’età, non nacque mai alcun disordine d’importanza. L’innominato aveva messe guardie in diversi luoghi, le quali tutte invigilavano che non seguisse nessun inconveniente, con quella premura che ognuno metteva nelle cose di cui s’avesse a rendergli conto. Aveva poi pregati gli ecclesiastici, e gli uomini più autorevoli che si trovavan tra i ricoverati, d’andare in giro e d’invigilare anche loro. E più spesso che poteva, girava anche lui, e si faceva veder per tutto; ma, anche in sua assenza, il ricordarsi di chi s’era in casa, serviva di freno a chi ne potesse aver bisogno. E, del resto, era tutta gente scappata, e quindi inclinata in generale alla quiete: i pensieri della casa e della roba, per alcuni anche di congiunti o d’amici rimasti nel pericolo, le nuove che venivan di fuori, abbattendo gli animi, mantenevano e accrescevano sempre più quella disposizione. C’era però anche de’ capi scarichi, degli uomini d’una tempra più salda e d’un coraggio più verde, che cercavano di passar que’ giorni in allegria. Avevano abbandonate le loro case, per non esser forti abbastanza da difenderle; ma non trovavan gusto a piangere e a sospirare sur una cosa che non c’era rimedio, nè a figurarsi e a contemplar con la fantasia il guasto che vedrebbero pur troppo co’ loro occhi. Famiglie amiche erano andate di conserva, o s’eran ritrovate lassù, s’eran fatte amicizie nuove; e la folla s’era divisa in crocchi, secondo gli umori e l’abitudini. Chi aveva danari e discrezione, andava a desinare giù nella valle, dove in quella circostanza, s’eran rizzate in fretta osterie: in alcune, i bocconi erano alternati co’ sospiri, e non era lecito parlar d’altro che di sciagure: in altre, non si rammentavan le sciagure, se non per dire che non bisognava pensarci. A chi non poteva o non voleva farsi le spese, si distribuiva nel castello pane, minestra e vino: oltre alcune tavole ch’eran servite ogni giorno, per quelli che il padrone vi aveva espressamente invitati; e i nostri eran di questo numero. Agnese e Perpetua, per non mangiare il pane a ufo, avevan voluto essere impiegate ne’ servizi che richiedeva una così grande ospitalità; e in questo spendevano una buona parte della giornata; il resto nel chiacchierare con certe amiche che s’eran fatte, o col povero don Abbondio. Questo non aveva nulla da fare, ma non s’annoiava però; la paura gli teneva compagnia. La paura proprio d’un assalto, credo che la gli fosse passata, o se pur gliene rimaneva, era quella che gli dava meno fastidio; perchè, pensandoci appena appena, doveva capire quanto poco fosse fondata. Ma l’immagine del paese circonvicino inondato, da una parte e dall’altra, da soldatacci, le armi e gli armati che vedeva sempre in giro, un castello, quel castello, il pensiero di tante cose che potevan nascere ogni momento in tali circostanze, tutto gli teneva addosso uno spavento indistinto, generale, continuo; lasciando stare il rodio che gli dava il pensare alla sua povera casa. In tutto il tempo che stette in quell’asilo, non se ne discostò mai quanto un tiro di schioppo, nè mai mise piede sulla discesa: l’unica sua passeggiata era d’uscire sulla spianata, e d’andare, quando da una parte e quando dall’altra del castello, a guardar giù per le balze e per i burroni, per istudiare se ci fosse qualche passo un po’ praticabile, qualche po’ di sentiero, per dove andar cercando un nascondiglio in caso d’un serra serra. A tutti i suoi compagni di rifugio faceva gran riverenze o gran saluti, ma bazzicava con pochissimi: la sua conversazione più frequente era con le due donne, come abbiam detto; con loro andava a fare i suoi sfoghi, a rischio che talvolta gli fosse dato sulla voce da Perpetua, e che lo svergognasse anche Agnese. A tavola poi, dove stava poco e parlava pochissimo, sentiva le nuove del terribile passaggio, le quali arrivavano ogni giorno, o di paese in paese e di bocca in bocca, o portate lassù da qualcheduno, che da principio aveva voluto restarsene a casa, e scappava in ultimo, senza aver potuto salvar nulla, e a un bisogno anche malconcio: e ogni giorno c’era qualche nuova storia di sciagura. Alcuni, novellisti di professione, raccoglievan diligentemente tutte le voci, abburattavan tutte le relazioni, e ne davan poi il fiore agli altri. Si disputava quali fossero i reggimenti più indiavolati, se fosse peggio la fanteria o la cavalleria; si ripetevano, il meglio che si poteva, certi nomi di condottieri; d’alcuni si raccontavan l’imprese passate, si specificavano le stazioni e le marce: quel giorno, il tale reggimento si spandeva ne’ tali paesi, domani anderebbe addosso ai tali altri, dove intanto il tal altro faceva il diavolo e peggio. Sopra tutto si cercava d’aver informazione, e si teneva il conto de’ reggimenti che passavan di mano in mano il ponte di Lecco, perchè quelli si potevano considerar come andati, e fuori veramente del paese. Passano i cavalli di Wallenstein, passano i fanti di Merode, passano i cavalli di Anhalt, passano i fanti di Brandeburgo, e poi i cavalli di Montecuccoli, e poi quelli di Ferrari; passa Altringer, passa Furstenberg, passa Colloredo; passano i Croati, passa Torquato Conti, passano altri e altri; quando piacque al cielo, passò anche Galasso, che fu l’ultimo. Lo squadron volante de’ veneziani finì d’allontanarsi anche lui; e tutto il paese, a destra e a sinistra, si trovò libero anch' esso. Già quelli delle terre invase e sgombrate le prime, eran partiti dal castello; e ogni giorno ne partiva: come, dopo un temporale d’autunno, si vede dai palchi fronzuti d’un grand’albero uscire da ogni parte gli uccelli che ci s’erano riparati. Credo che i nostri tre fossero gli ultimi ad andarsene; e ciò per volere di don Abbondio, il quale temeva, se si tornasse subito a casa, di trovare ancora in giro lanzichenecchi rimasti indietro sbrancati, in coda all’esercito. Perpetua ebbe un bel dire che, quanto più s’indugiava, tanto più si dava agio ai birboni del paese d’entrare in casa a portar via il resto; quando si trattava d’assicurar la pelle, era sempre don Abbondio che la vinceva; meno che l’imminenza del pericolo non gli avesse fatto perdere affatto la testa. Il giorno fissato per la partenza, l’innominato fece trovar pronta alla Malanotte una carrozza, nella quale aveva già fatto mettere un corredo di biancheria per Agnese. E tiratala in disparte, le fece anche accettare un gruppetto di scudi, per riparare al guasto che troverebbe in casa; quantunque, battendo la mano sul petto, essa andasse ripetendo che ne aveva lì ancora de’ vecchi. “Quando vedrete quella vostra buona, povera Lucia...” le disse in ultimo: “già son certo che prega per me, poichè le ho fatto tanto male: ditele adunque ch’io la ringrazio, e confido in Dio, che la sua preghiera tornerà anche in tanta benedizione per lei.” Volle poi accompagnar tutti e tre gli ospiti, fino alla carrozza. I ringraziamenti umili e sviscerati di don Abbondio e i complimenti di Perpetua, se gl’immagini il lettore. Partirono; fecero, secondo il fissato, una fermatina, ma senza neppur mettersi a sedere, nella casa del sarto, dove sentirono raccontar cento cose del passaggio: la solita storia di ruberie, di percosse, di sperpero, di sporchizie: ma lì, per buona sorte, non s’eran visti lanzichenecchi. “Ah signor curato!” disse il sarto, dandogli di braccio a rimontare in carrozza: “s’ha da far de’ libri in istampa, sopra un fracasso di questa sorte.” Dopo un’altra po’ di strada, cominciarono i nostri viaggiatori a veder co’ loro occhi qualche cosa di quello che avevan tanto sentito descrivere: vigne spogliate, non come dalla vendemmia, ma come dalla grandine e dalla bufera che fossero venute in compagnia: tralci a terra, sfrondati e scompigliati; strappati i pali, calpestato il terreno, e sparso di schegge, di foglie, di sterpi; schiantati, scapezzati gli alberi; sforacchiate le siepi; i cancelli portati via. Ne’ paesi poi, usci sfondati, impannate lacere, paglia, cenci, rottami d’ogni sorte, a mucchi o seminati per le strade; un’aria pesante, zaffate di puzzo più forte che uscivan dalle case; la gente, chi a buttar fuori porcherie, chi a raccomodar le imposte alla meglio, chi in crocchio a lamentarsi insieme; e, al passar della carrozza, mani di qua e di là tese agli sportelli, per chieder l’elemosina. Con queste immagini, ora davanti agli occhi, ora nella mente, e con l’aspettativa di trovare altrettanto a casa loro, ci arrivarono; e trovarono infatti quello che s’aspettavano. Agnese fece posare i fagotti in un canto del cortiletto, ch’era rimasto il luogo più pulito della casa; si mise poi a spazzarla, a raccogliere e a rigovernare quella poca roba che le avevan lasciata; fece venire un legnaiolo e un fabbro, per riparare i guasti più grossi, e guardando poi, capo per capo, la biancheria regalata, e contando que’ nuovi ruspi, diceva tra sè: — son caduta in piedi; sia ringraziato Iddio e la Madonna e quel buon signore: posso proprio dire d’esser caduta in piedi. — Don Abbondio e Perpetua entrano in casa, senza aiuto di chiavi; ogni passo che fanno nell’andito, senton crescere un tanfo, un veleno, una peste, che li respinge indietro; con la mano al naso, vanno all’uscio di cucina; entrano in punta di piedi, studiando dove metterli, per iscansar più che possono la porcheria che copre il pavimento; e dànno un’occhiata in giro. Non c’era nulla d’intero; ma avanzi e frammenti di quel che c’era stato, lì e altrove, se ne vedeva in ogni canto: piume e penne delle galline di Perpetua, pezzi di biancheria, fogli de’ calendari di don Abbondio, cocci di pentole e di piatti; tutto insieme o sparpagliato. Solo nel focolare si potevan vedere i segni d’un vasto saccheggio accozzati insieme, come molte idee sottintese, in un periodo steso da un uomo di garbo. C’era, dico, un rimasuglio di tizzi e tizzoni spenti, i quali mostravano d’essere stati, un bracciolo di seggiola, un piede di tavola, uno sportello d’armadio, una panca di letto, una doga della botticina, dove ci stava il vino che rimetteva lo stomaco a don Abbondio. Il resto era cenere e carboni; e con que’ carboni stessi, i guastatori, per ristoro, avevano scarabocchiati i muri di figuracce, ingegnandosi, con certe berrettine o con certe cheriche, e con certe larghe facciole, di farne de’ preti, e mettendo studio a farli orribili e ridicoli: intento che, per verità, non poteva andar fallito a tali artisti. “Ah porci!” esclamò Perpetua. “Ah baroni!” esclamò don Abbondio; e, come scappando, andaron fuori, per un altr’uscio che metteva nell’orto. Respirarono; andaron diviato al fico; ma già prima d’arrivarci, videro la terra smossa, e misero un grido tutt’e due insieme; arrivati, trovarono effettivamente, in vece del morto, la buca aperta. Qui nacquero de’ guai: don Abbondio cominciò a prendersela con Perpetua, che non avesse nascosto bene: pensate se questa rimase zitta: dopo ch’ebbero ben gridato, tutt’e due col braccio teso, e con l’indice appuntato verso la buca, se ne tornarono insieme, brontolando. E fate conto che per tutto trovarono a un di presso la medesima cosa. Penarono non so quanto, a far ripulire e smorbare la casa, tanto più che, in que’ giorni, era difficile trovar aiuto; e non so quanto dovettero stare come accampati, accomodandosi alla meglio, o alla peggio, e rifacendo a poco a poco usci, mobili, utensili, con danari prestati da Agnese. Per giunta poi, quel disastro fu una semenza d’altre questioni molto noiose; perchè Perpetua, a forza di chiedere e domandare, di spiare e fiutare, venne a saper di certo che alcune masserizie del suo padrone, credute preda o strazio de’ soldati, erano in vece sane e salve in casa di gente del paese; e tempestava il padrone che si facesse sentire, e richiedesse il suo. Tasto più odioso non si poteva toccare per don Abbondio; giacchè la sua roba era in mano di birboni, cioè di quella specie di persone con cui gli premeva più di stare in pace. “Ma se non ne voglio saper nulla di queste cose,” diceva. “Quante volte ve lo devo ripetere, che quel che è andato è andato? Ho da esser messo anche in croce, perchè m’è stata spogliata la casa?” “Se lo dico,” rispondeva Perpetua, “che lei si lascerebbe cavar gli occhi di testa. Rubare agli altri è peccato, ma a lei, è peccato non rubare.” “Ma vedete se codesti sono spropositi da dirsi!” replicava don Abbondio: “ma volete stare zitta? ” Perpetua si chetava, ma non subito subito; e prendeva pretesto da tutto per riprincipiare. Tanto che il pover’uomo s’era ridotto a non lamentarsi più, quando trovava mancante qualche cosa, nel momento che ne avrebbe avuto bisogno; perchè, più d’una volta, gli era toccato a sentirsi dire: - vada a chiederlo al tale che l’ha, e non l’avrebbe tenuto fino a quest’ora, se non avesse che fare con un buon uomo. Un’altra e più viva inquietudine gli dava il sentire che giornalmente continuavano a passar soldati alla spicciolata, come aveva troppo bene congetturato; onde stava sempre in sospetto di vedersene capitar qualcheduno o anche una compagnia sull’uscio, che aveva fatto raccomodare in fretta per la prima cosa, e che teneva chiuso con gran cura; ma, per grazia del cielo, ciò non avvenne mai. Nè però questi terrori erano ancora cessati, che un nuovo ne sopraggiunse. Ma qui lasceremo da parte il pover’uomo: si tratta ben d’altro che di sue apprensioni private, che de’ guai d’alcuni paesi, che d’un disastro passeggiero.
Ancia se i pù tanti tra ca fola i arivava da l’àutra banda de la val da ‘ndo che nideva i nòssi, e però i scomenziava a ‘ncontrar tanti àutri compagni de fugia disgraziadi ancia lori, che i nideva fòr su ca strada da sintéri e stradèle. Ente situazion compagne, tute le persone che se ‘ncontra le se comporta come che se le cognossés da sèmper. Ogni bòt che ‘l cialès l’ancontrava calchedun a pè, se se feva domande e risposte: g’era cì che, come i nòssi trei personàzi, era s-ciampà senza spetar che arìvia i soldadi; cì che eva sentù i tamburi e le trombe; cì che adiritura i l’eva visti, e i li descriveva enten modo sproposità, come che de sòlit fa chei che è terorizzà. “Sén stadi ancor fortunadi,” diseva le doi feumne: “ringraziànte ‘l ziél. Che ‘mpòrta po' de la ròba; almen enzì ne sen metùdi ‘n salvo.” Don Abondio però nó ‘l ge giatava motìvo de èsser contènt; anzi ca fóla, e ancor de pù ‘l savér che da l’àutra ge n’era n’àutra ancor pù gròssa, el scomenziava a preocupàrlo. “Ohi, ohi che pastìz!” el tontonava con le feumne, profitàndo de ‘n moment che nó g’era ìo ‘nzun vizìn: “che pastìz! Nó ciapìo no, che radunar enzì tanta zènt enten pòsto, l’è come tirar segurament i soldadi? Tuti po' i scònt le só ròbe, tuti i porta via vergot; enle ciase nó resta ‘ngot, e i ciapirà sùbit che su ìo sia scondù tanti tesòri. I nirà su de segur; sì sì, de segur i nirà su. Oh poréto mì! ente che bruta fazènda che me son ficià!” “Ma valà, i giâ ben àuter da far che nìr lassù,” diseva la Perpetua: “ancia lori i cògn nar per la só strada. E po', mì ài sèmper sentù dir che, ‘ntel perìcol, l’è mèio èsser en tanti.” “En tanti? En tanti?” ge ribateva don Abondio: “poréta vèh! Nó ‘l séo no che ogni gianizzero ‘l val zènto de sti òumni cì? E po', se i doves nar fòr mati e combinar malani, ‘l saròs pròpri bel no? giatàrse ‘n mèz a na batalia. Oh poréto mì! L’era mèio nar su per el mont putòst che nar a ruàr cacì. Ma mì digi: perché po' tuti i già da ‘mmuclàrse enten pòsto sol!... Seciabale che nó i è àuter!” e po' ‘l neva avanti ancor a brontolar, sbassando la ós: “tuti cì, tuti ‘nsèma, un dré a l’àuter, come le pégore senza ‘n mìgol de cràiz.” “Con sto ragionament,” dis l’Agnese, “ancia lori i poròs dir le stesse ròbe de noiàutri. ” “Calmàve zó ‘n pòc’,” dis don Abondio: “perchè le zàcole nó le val engot. Chel che è fat è fat: sen sul bal e ge vòl balar. Sarà chel che vòl la Providenza: che ‘l ziél el ne la màndia bòna.” Però la situazion l’era ‘ncor pézi cando che, nando énter enla val, don Abondio l’à vist en grupo de soldadi ben armadi: zèrti i era davanti a la porta e àutri i era ‘nle ciàmere a pè plan; emparéva scasi na casèrma. I l’à osservadi de scondión, con la cóa de l’òcel: nó l’era le stesse fazzade che l’eva vist ente la só prima e dolorosa visita al ciastèl, opur, se ge n’era de chele, le era cambiade, e tant; comunque, chel véder el ge deva ‘n gran fastìdi. “Oh, poréto mì!” ‘l pensava. “Eco che i scomenzia a far su stupidade. Ma nó ‘l podeva èsser diferènte: L’era bèn bèla de véder da n’òm come chelìo. Che giaveràl en mént po'? Voràl far guera? Voleràl méterse a far da re, el? Oh poréto mì! Pròpri adès ente sti momenti che ge voròs sparìr e nó fàrse véder migia, sto òm cì ‘nveze ‘l zércia ‘n tuti i modi de tirar l’atenzion, de fàrse véder; empar scasi che ‘l vòbia ‘nvidar i nemìzi!” “Vèdel adès, sior padron,” diseva la Perpetua, “che la g’è la brava zènt cì, che la sarà bòna de difenderne. I vègnia pur adès i soldadi: cacì nó i è migia come i nòssi cègiambrage, che i è bòni sol de far nar le giambe.” “Tasé!” l’à rispondù don Abondio, con na ós bassa ma pléna de ira: “tasé! che nó séo nancia chel che ve ‘n diséo. Pregià ‘l ziél che i soldadi i giàbia prèssa, o che nó i vègnia a savér ste ròbe che suzét cacì, che se trasforma sto ciastèl ente na fortézza. Nó séo no che i soldadi l’è ‘l só mistér de torlìr fortézze? Nó i zércia àuter no; per lori dar adòs l’è come nar a nozze; perché chel che i trova l’è tut per lori, e i copa zó come mos-ce la pòra zènt. Oh poréto mì vèh! Bòn bòn, varderài se g’è calche maniera per méterne ‘n salvo tra sti cianaloni. Ente na batalia nó i me vét de segur no! ente na batalia nó i me troverà de segur no.” “Ma se ‘l giâ paura perfìn de èsser difendù e aidà…” l’era dré a dir la Perpetua; ma don Abondio, da vilàn, i l’à fata tàser, sèmper però parlando con la ós bassa: “Fé zito! E ste atènta a nó nar entórn a riferìr sti discorsi. Ricordave che ‘nte sto pòsto ge vòl sèmper fàrse véder contènti e aprovar tut chel che se vét.” A la Malanòt, i à trovà n’àter pichét de zènt armada, che a chesti don Abondio ‘l giâ fat na s-ciapelada, disèndo ‘ntrà de el: “Ohi, ohi: son pròpri arivà 'nte na casèrma!” Cì ‘l cialès el s’è fermà; i è desmontàdi; don Abondio l’à pagià ‘n prèssa, e l’à saludà ‘l veturìn; e po' ‘l s’è ‘nvià ensèma a le só doi compagne, su per la pontara, senza dir na parola. Al véder chei pòsti, ge nideva ‘n ment, ensèma a le preocupazion del moment, ancia ‘l recòrt de le angosse che l’eva zà provà ‘l prìm bòt. Cant a l’Agnese, che nó l’era mai stada ìo e che la s’èra ‘mmazinada chei posti enten modo tuto so, ogni bòta che la pensava al viaz doloros de la Lucia, adès, vedèndoi per dalbòn, la sentiva n’emozion nòva, e pù fonda pensando a chei ricòrdi ‘nzì crudeli. “Oh, sior curat!” l’à sclamà: “pensar che la me pòra Lucia l’è passada pròpri per sta strada!” “Ma séo bòna de tàser? Feumna senza zudìzi!” ‘l giâ zigià ‘nte na récla don Abondio: “èl discorsi da far sti cì? Nó séo no, che sen a só ciasa? Per fortuna che nó g’è ‘nzun che vé scóuta; ma se parlào ente sta maniera… ” “Oh ben!” dis l’Agnese: “adès che l’è sant…!” Don Abondio ‘l giâ respondù: “Fé zito, credéo forsi che ai santi se pòdia dìrge tut chel che te vèn en ment con sinzerità? Pensà putòst de ringraziàrlo per el ben che ‘l ve à fat.” “Oh ben! Se l’è per chesto gevi zà pensà: credéo che nó la sàpia ancia mì en pocetìn la bòna creanza?” “La bòna creanza vòl dir che nó se pòl dir ancia le ròbe che fa dispiazer, spezialment a cì che nó l’è usà a sentìrle. E, ciapìme bèn tute doi voi doi, che cì nó l’è ‘l pòsto da far petegolarie, o da podér dir tut chel che vé vèn en ment. Chesta cì l’è la ciasa de ‘n gran sior, el séo ben no? Vardà mò che zènt che g’è cì ‘ntorna, cì vèn zènt de tute le sòrt. Siché, fé nar el zervèl: pesà le parole, e spezialment parlà pòc’, e sol cando che l’è pròpri nezessari; perché a tàser nó se sbaglia mai.” “El fa pézi el con tute ste…” diséva la Perpetua. Ma: “fé zito!” l’à urlà sota ós don Abondio, e ‘nsèma l’à levà ‘l ciapèl en prèssa, e l’à fat na gran svergla: perché, vardàndo ‘n su, l’eva vist l’inominà nir zó vèrs de lori. Ancia chesto l’eva vist e cognossù don Abbondio e ‘l pessegiava per nìrge ‘ncòntra. “Sior curat,” el dis, cand oche l’era ìo vizìn, “averòssi volèst ofrìrge me ciasa ente n’ocasion mióra; ma at ogni modo, son ben contènt de podérge dar na man ente calche vergot.” “Me son confidà ‘nla gran bontà de vossiorìa lustrìssima,” à respondù don Abondio, “me son permés de nìr cacì, ente sta tremenda situazion, a disturbàrve: e, come che pòl véder vossiorìa lustrissima, me son tòt ancia la libertà de nìr en compagnìa. Chesta l’è la mé cògia…” “Benarivada,” dis l’inominà. “E chesta,” dis ancor don Abondio, “l’è na feumna che voi vossiorìa geo zà fat del ben: l’è só mama de chela… de chela…” “De la Lucia,” dis l’Agnese. “De la Lucia!” l’à sclamà l’inominà, voutàndose con la testa bassa, vèrs l’Agnese. “Del bèn mì! Dio eterno! Voi, me féo del ben, a nìr cì… da mì… ‘nte sta ciasa. Sieo ben arivada. Voi ne portào la benedizion.” “Oh, l’è vera!” dis l’Agnese. “Son nuda a disturbarve. Anzi” la dis, svizinàndose a la só récla, “g’ài ancia da ringraziarve...» L’inominà l’à blocà sùbit che parole e l’à domandà con premura notìzie de la Lucia; l’à scoltà, e po' ‘l s’è voutà per compagnar che nòve persone al ciastèl, ròba che l’à fat ancia se i feva ‘n mùcel de complimenti. L’Agnese la giâ ‘mplantà n’oclada al curat che l’era come dir: “Se nascòrzel adès che nó g’è pròpri bisògn che el ‘l se ‘ntrométia tra noi doi con le só opunion?” “Èi zà arivadi ‘nla so parochia?” già domandà l’inominà. “Sior no, nó ài volèst aspetarli chei diaulàzzi,” à respondù don Abondio. “Dio sol lo sa se saròssi sta bòn de portàrmela fòr da le só man, e nìr a disturbàr vossiorìa lustrìssima.” “Ben, ben, el se fàgia coràzo,” dis ancor l’inominà: “ché cacì adès l’è al segur. Cassù nó i nirà de zèrto; e se i volés provar, sen cì pronti a azetàrli.” Dis don Abondio: “Sperànte che nó i arìvia”. E po' ‘l dis ancor, segnàndo col dé i monti che seràva la val da l’àutra banda: “Ài sentù dir che ancia da chela va ‘n ziro n’àutra masnada de zentàia, ma… ma…” “L’è vera,” à rispondù l’inominà: “ma nó ‘l se preòcupia, che sen pronti ancia per lori.” — Tra lanclùzem e martèl, — el diseva ‘ntra de el don Abondio: — pròpri tra doi fògi. Endo che me són lagià tirar! e da doi petegolone! E sto cì ‘mpar pròpri che ‘l se gòdia a star dénter! Oh che zènt che g’è a sto mondo! — Nadi ént ‘ntel ciastèl, el sior la fat compagnar l’Agnese e la Perpetua ente na ciàmera del cartiér che era destinà a le feumne, che ‘l togéva dént trei man del secónt cortìu, da la banda dedré del ciastèl che era postàda su ‘nten sassón separà, a ciaval de ‘n precipìzi. I òumni i era logiadi da le bande de l’àuter cortìu da l’andrìta e da l’anzància, e ‘nte chel che vardava su la splanada. El ciason en mèz, che ‘l separava le doi cort, e che per en grant àndit pròpri dinanzi a la posta prinzipale, l’era ‘l pasagio da un a l’àuter, l’era per na bòna part ocupà da le scòrte, e na part la geva da èsser destinada a depòsit per la ròba che chei che s-ciampava i avés volèst méter en salvo lassù. Entel cartiér dei òumni, g’era arcante ciàmere destinade ai prèti che podeva arivar. L’inominà ‘n persona l’à compagnà don Abondio, che l’è sta ‘l prìm a tòrnen possès. I nòssi i è restadi ‘ntel ciastèl per vintitrei o vinticàter dì, sèmper zircondadi da ‘n gran movimento e da tanta zènt, che ‘ntei primi tèmpi l’aumentava de numer dì per dì de sèito, senza però che suzèdés engot de straordenari. Nó g’era dì che nó ge fus n’alarmo. Ariva i gianizzeri de ca; se à vist i ciapléti de là. A ogni avìso, l’inominà ‘l mandava fòr òumni a controlar; e se, g’era bisògn, el se togéva dré zènt che ‘l tegnìva ìo sèmper pronta a chesto, e ‘l neva con chesta fòr da la val, da chela che era sta vist el perìcol. E l’era na ròba tanto stramba véder na sclapada de òumni armadi da la testa ai pèi, e metùdi zó pròpri come na trupa, comandadi da n’òm desarmà. Le pù tante bòte l’era sol soldadi mandadi ‘n zercia de vìveri o ladróni per conto so, che i s-ciampava prima de èsser zapàdi. Ma na bòta, zerciàndo arcanti de chesti, per ansegnàrge a nó nìr pù da che bande, l’inominà l’eva zapà l’aviso che ‘n paesòt ìo vizìn l’era sta ocupà e delimà. L’era gianizzeri de arcanti corpi, che, restadi ‘ndré per robar, i s’era metùdi ‘nsèma, e i neva a petàrse tut de colp contra paesi vizìni a l’esèrzito, robando ai pòri abitanti e tormentàndoi en tuti i modi. Alor l’inominà l’à fat en discórs putòst curt ai só òumni e i l’à portadi ente chel paesòt. I è ciapitàdi ìo che ‘nzun li spetava. I slandroni che i credeva de nar sol a robar, e s’è visti nir adòs zènt pronta a combàter, i à lagià ìo ‘l grìpete a metà, e i è s-ciampadi ‘n prèssa, senza spetàrse un con l’àuter da chela da ‘ndo che i era nudi. L’inominà ‘l g’è nà dré per en bel tòc’ de strada; po', l’à dat l’alto a la só trupa, l’è restà ìo en pezzòt a spetar se ‘l vedeva calche novità; e a la fìn l’è tornà ‘ndré. E tornàndo de vòuta ‘nchel paesòt, nó se pòl dir con che gran batiman e benedizion i fus compagnàdi ca sclapa che eva portà la salvezza e ‘l so capo. Entel ciastèl, ancia se g’era na fola ‘nzì varia e fata da ‘n mesdón de zènt de posizion diferènti, de abitudini ognun la sóa, òumni e feumne, grandi e pìzzoi, nó è mai suzèst engot de gròs. L’inominà l’eva metù guardie ente arcanti pòsti, e cheste le controlava con grant atenzion che nó suzedés engot de fastidios, convìnti che per ogni ròba l’averòs dovèst risponder diretament a el. L’inominà l’eva domandà ancia ai prèti e ai òumni pù rispetadi che g’era ìo tra la zènt che s-ciampava, de ziràr tra la zènt e de abadar. El stes, tute le bòte che ‘l podeva, ‘l passava de persona a controlar e a fàrse véder dapertut; ma ancia cando che nó ‘l gera, sol el pensier che ‘l podeva sautàr fòr da ‘n moment a l’àuter l’era assà per tratègner cì che avés bù la tentazion de ‘nviar via desórdeni. En pù, tuti i s-ciampava, siché ‘n zenerale i era propènsi a zerciar la calma; le preocupazion per la ciasa, per tuta la ròba lagiada ‘n man a cissà cì, e per zèrti ancia per parenti o amìzi che era restà ‘ntel perìcol, ensèma a le notìzie che arivava e che le te avelìva, le mantegnìva e le rinforzava ancor de pù la volontà de star calmi. G’era però ancia persone che le geva ‘n natural pù fòrt e ‘n spìrit pù zóven e corazos, che i feva de tut per passar chei dì en alegrìa. I eva arbandonà le só ciase perché nó i era assà fòrti per difenderle, ma nó i ge trovava ‘ngot de bòn a méterse a plànzer e a sospirar per na ròba che nó g’era rimèdi, e nancia ‘mmazinarse con la fantasìa i dani che ancia massa prest i averòs vist coi só òcli. Zèrte famìlie amiche le era nade su ‘nsèma o le s’è trovade lassù, le s’eva fat amìzi nòvi e ‘nte sto modo la fola la se spartìva ente grupéti, conforma ‘l natural de ognun. Cì che geva soldi e antivéder i neva a magnar zó ‘nla val, endo che, ‘nte ca situazion, i eva davèrt en prèssa arcante ostarìe: ente zèrte de cheste i pasti i era compagnadi da sospiri, e nó se parlava àuter che de magagne; enten zèrte àutre le disgrazie se le nominava sol per dir che l’era mèio nó pensàrge. A cì che nó podeva o nó ‘l voleva pagiàrse ‘l damagnar, entel ciastèl i deva fòr menèstra e vin; e po' g’era calche taula parezzàda ogni dì per zèrte persone ‘nvidade dal padron del ciastèl, e i nòssi personazi i feva part de sto grupo. L’Agnese e la Perpetua, per nó magnar el pan a ófa, le eva volèst èsser ocupade ‘nte chei servizi che ocoreva per n’azzèto ‘nzì grant; ente ste mansion le doi feumne le spendeva bòna part de la zornada; el rèst l’era ‘ntel zacolar con zèrte amiche che le eva trovà ‘nchel pòsto, o se no col pòr don Abondio. Chesto nó ‘l geva ‘ngot da far, però nó l’è che per chesto ‘l se stufava: la riòma la ge feva sèmper compagnìa. La tèma che i gianizzeri i ge dés adòs al ciastèl ormai la gera passada, o se ‘l ge n’eva ancor en pòcia, l’era chel che ge deva de men fastìdi perché, pensàndoge su apena ‘n mìgol, el geva da ciapìr che chel perìcol l’era pròpri bas. Però, l’idea del teritòri ìo ‘ntorna, ocupà da na banda e da l’àutra da soldadàzzi, tute che arme e armadi che ‘l vedéva sèmper en ziro, en ciastèl, chel ciastèl ìo, el pensiér de tante ròbe che podeva suzzèder ente ogni moment enca situazion, tut chesto ge tegnìva adòs, de sèito, sota sota ‘n pipacul de chei; senza contar la pena che ge deva ‘l pensiér de la só pòra ciasa lagiada senza padron. En tut el tèmp che l’era restà ‘ntel ciastèl nó l’è mai nà pù lontan de chel che tira ‘n szòp, e nó l’à mai metù pè su la pontara: l’unica só spassezada l’era nar fòr su la splanada e nar o da na banda o da l’àutra del ciastèl, a vardar zó dai precipìzi e buroni per studiar se ge fus sta calche stradèla che se podés far, calche sintér se per calche motivo ge fus sta da s-ciampar o scònderse. Con tuti i compagni trovadi ‘ntel ciastèl el feva gran svergle o gran saluti, però ‘l ge neva a le bèle a pocìssimi: el parlava spezialment con l’Agnese e la Perpetua, e con cheste ‘l se sfogiava le só paure, ancia a riszo de zapàrse calche brontolada da la Perpetua e perfìn che i lo svergognàs ancia l’Agnese. Cando che se magnava po', ‘l restava ìo pròpri pòc’ e ‘l parlava pòc’ o ‘ngot; el sentìva le notìzie del tremèndo passagio de le trupe, che nideva tuti i dì: notìzie che le era o portade de bócia ‘n bócia, o de paes en paes, o portade lassù da calchedun che, dopo aver dezìso prima de restar a ciasa, e che po' a la fìn era s-ciampà senza podér salvar engotiènto, e a bòte ancia malmés. Ogni dì arivava na calche storia nòva de disgrazie. Zèrti, contastorie de profession, i scoutava con atenzion tute le ós, i tamisava fòr tute le storie e po' i riferìva ‘l sugo ai àutri. Se discuteva de chei che fus i rezimenti pu ‘ndiauladi, se fus pézi la fanterìa o la cavalarìa; se ripeteva, meio che se podeva, ‘l nom de zèrti comandanti; de calchedun se contava le imprese passade, se riferiva dei spostamenti e le fermate e le marce dei soldadi: ancòi en zèrto reziment l’eva delimà ‘n paes, doman l’averòs dat adòs a n’àuter, e ‘ntant da n’àutra banda ‘l feva disastri ‘ncor pézi. Spezialment se zerciava de aver informazion e se tegnìva cont dei reparti che passava man a man el pònt de Lecco perché chei se podeva calcolar che i se n’era nadi, e fòr dalbòn dal teritòri. E ‘nzì passava i ciavài de Wallenstein, la fanteria de Merode, la cavalarìa de l’Anhalt, i fanti de Brandeburgo, pò i ciavài de Montecuccoli, chei del Ferrari; passava Altringer, pò Furstenberg, Colloredo; i Croati, Torquato Conti, e tanti d’àutri ‘ncora, enfìn che, a la fìn, è passà ancia ‘l Galasso, che l’è sta l’ultim. Perfin el squadron volante dei veneziani ‘l s’èra slontanà ancia chel; e ‘nzì tut el teritòri, da l’andrita e da l’anzància, ‘l s’è trovà libero. Zà i abitanti dei paesi delimadi e po' sgombradi i era partìdi dal ciastèl; e ogni dì àutri che se ‘n neva, come auzzèi che sgola fòr en pòc’ al bòt da le fòie de n’àrbol endo che i s’era riparadi da ‘n temporàl. L’è probabile che i nòssi trei sia sta tra i ultimi a partìr: chesto per volontà de don Abondio, che ‘l geva paura che se ‘l fus tornà sùbit a ciasa, l’averòs podèst encontrar ancora ‘n ziro gianizzeri restadi ‘ndré ‘n coa a l’esèrzito a far grìpete per só cont. La Perpetua la se ‘mpontava ben a dir che, pù che se restava ìo, pù se ge deva l’ocasion ai slandroni del paes de nar ént en ciasa a portar via chel pòc’ che restava; ma cando che se tratava de salvar la pèl, l’era sèmper don Abondio a vénzerla; men che ‘l perìcol nó ‘l sia sta ‘nzì dausìn da fàrge perder la testa dal tut. El dì che i eva dezìso de partìr, l’inominà l’eva fat trovar pronta na ciaròzza a la Malanòt, e ‘l geva fat méter dént en corèdo de blanciarìa per l’Agnese. E tirada da na banda, el geva ancia fat azetàr en sacetèl de scudi, per conzar i dani che l’avés trovà ‘n ciasa; siben che, batèndose la man sul stómec’, la ge ripetés che la ge neva ancor metùdi via de chei vècli. “Cando che vederéo la vòssa cara e pòra Lucia…” ‘l g’â dit dinultima: “son segur che ela la prégia per mì, perché g’âi fat tant del mal. Disége alor che me senti obligià, e che g’âi fiducia ‘ntel Sioredio: le só orazion le ge porterà ancia a ela na gran benedizion.” L’inominà l’à volèst po' dopo compagnar i só trei ospiti enfìn a la ciaròzza. I ringraziamenti pléni de umiltà e de sentiment de don Abbondio, e i complimenti de la Perpetua, el lezidor el pòl emmazinàrsei benon. I tre i è partìdi e, come che i eva ‘mprometù, i à fat na tapa a ciasa del saltor, però senza nancia sentàrse zó. I à sentù ‘l rapòrto de ‘n zentenàr de fati a riguardo del passagio de l’esèrzito: le solite storie de ladrarìe, bastonade, sparnazzi e sporciarìe. Per fortuna, ente chel pòsto, i gianizzeri nó se i era visti. “Ah sior curat!” dis el saltór dàndoge na man a montar su ‘nte la ciaròzza: “g’è da stampar tanti de chei libri, a contar tut en rebalton de sta sòrt.” Dopo aver fat ancor en pòc’ de strada, i nòssi viazadori i à scomenzià a véder coi só òcli chel che ‘nfìn a alor i eva sol sentù contar: i vigiài nó i era come dopo na vendéma normale, ma le era delimade come na gran tormenta e na gran tompestada le fus arivade ‘nsèma; i sgiarzi i era tuti sparpaiadi per tera, senza fòie e ‘ngiartiadi; le colomèle le era stade tute ciavade, el terén pestolà e scuertà de sgorzi, foie e rami séci; le plante s-ciavizzade e podadi, le zése sbusade, i cancèi portadi via. entei paesi, le porte de le ciase le era sfondade, le finestre ridote a tòci, le strade plene de paia, sdrazze e fèri vècli emmucladi o sparpaiadi dapertut; l’aria l’era gréva e se sentìva ondade che te stomegiava nìr fòr da le ciase; la zènt l’era ocupada cì a petàr fòr zapotarìe, cì a sistemar meio che la podeva i scuri, cì che era radunadi a lamentarse, e al passar de la ciaròzza, da ogni banda i metèva fòr la man vèrs i sportèi per domandar la limosina. Con ste sène stampade adès entei òcli, adès enla memòria, e con l’impression de trovar la stessa situazion ancia a só ciasa, i è po' arivadi; e difati i à trovà pròpri chel che i se spetava. L’Agnese l’à fat pozàr i só fagòti enten cianton del cortìu, che l’era restà el pòsto pù net de la ciasa; la s’è metuda po' a spazzarla, a tòr su da tèra e a méter a pòsto ca pòcia ròba che i geva lagià; l’à fat nìr en tìsler e ‘n slósser, per conzar i dani pù gròssi, e osservando po', una per una, la blanciarìa che i geva regialà e contanto chei soldi che l’eva apena zapà, la pensava ‘ntrà de ela: “Son stada fortunada; grazie a Dio, a la Madona, e a chel gran bòn òm, pòdi dir de èsser crodada ‘n pè.” Don Abondio e la Perpetua i è nadi dént a ciasa senza bisògn de la clào; zà cando che i era sul somas, a ogni pas, i sentiva ‘n tanf stomegós che l’era sìmil a verén, na pèsta, che i la fati trar en pas endré. Con na man sul nas, i s’è portadi enfìn su la pòrta de la cosìna; i è nadi dént su la pónta dei pèi, vardàndo bèn endo che i li pozava, per schivar pù che i podeva la sporciarìa che g’era sparpaiada sul paviment; i à dat n’oclada ‘n ziro. Nó g’era ‘ngot de ‘ntrec’; ma svanzaròti e tòci de chel che g’era sta, ìo e autró, se ‘n vedeva ente ogni ciantón: plùme e péne de le gialìne de la Perpetua, sbrìndole de blanciarìa, sfòi de cialandari de don Abondio, tòci de marmìte e piati sparpaiadi o ‘mmucladi tut ensèma. Sul foglar se vedeva i segni de la ladrarìa, mesdadi tuti ‘nsèma, ma però ordinadi enten modo che, come che i era messi, i mossàs bèn cant che l’era sta granda la ladrarìa, propri come ‘nten lìber ben scrìt le diferènti idee le se collega a menadé. Gera svanzaròti de stizzóni e ciarbón smorzàdi che ‘n bòt l‘era ‘n tòc de na ciarégia, el pè de ‘n taulìn, en sportèl de n’asmar, na bancia del lèt, na dóva de la bót endo che se tegnìva ‘l vin che aidava don Abondio a dizerìr. El rèst l’era ridot a zénder e ciarbón; e con chei stizzoni chei lazeroni, per divertìrse, i eva disegnà sui muri figure che, enzignandose con ciapléti, o con zèrte tònege e con gran fazze, togeva per ziro i prèti, per farli pù bruti e redìcoi: scòpo che, a dir la verità, nó ‘l podeva falìr a chei pitóri. “Rugiànti!” à sclmà la Perpetua. “Ah baróni!” à sclamà don Abondio; e, come se i s-ciampàs i è nadi fòr, da n’àuter us che ‘l neva ‘n l’òrt. I à tirà ‘l flà e i è nadi drìti vèrs el figiar; però zà prima de arivàrge i à vist la tèra movèsta, e tuti doi ensèma i à trat en zìc’; arivàdi ìo sot, i à trovà per dalbòn, enveze del mòrt, sol la busa davèrta. E cì è nù fòr le complicazion: don Abondio l’à scomenzià a tòrsela con la Perpetua, perché nó l’eva scondù ben la ròba: podéo emmazinàrve se chela ìo la fus stada bòna de restàr zita: dopo che i à bèn bèn urlà, tuti doi col braz arcià e col dé puntà vèrs la busa, i è tornadi de vòuta ‘nsèma tontonant. E fé cont che per tut i à trovà ‘mpressapòc’ la medesema ròba. I à tribulà nossocant a far netar e disinfetar la ciasa, tanto pù che, ‘nchei dì, l’era difìzile giatar aiùt; e nó sai cant che i à cognèst star ìo sistemadi en calche vèrs, a la bòna o a la pèzo, e rifasèndo ‘n pòc’ al bòt pòrte, mobìlia, arzàre, con i soldi ‘mprestadi da l’Agnese. E per zónta po', ca sassinada l’è sta la soménza per àutre chestion, pù che àuter per àutri fastìdi; la Perpetua, a forza de domandar e tamisar, de spiar e de sospetar, l’era nuda a savér per zèrto, che calche mòbol del só padron, che i credéva fus sta portà via o smassacrà dai soldadi, l’era ‘nveze san e salvo ‘n ciasa de zènt del paes; e la tompestava ‘l padron perché ‘l se fés sentìr e fàrse dar endré la só ròba. Però, per don Abondio, nó g’era tast pù fastidios da tociar; perchè la só ròba l’era nada a ruar en man a bricóni, o sia la sòrt de zènt che ge premeva de pù nar d’acòrdi. “Ma se ve dìgi che nó vòi savérgen migia de tute ste ròbe,” ‘l diseva. “Cante bòte g’âite da dìrvel po' che chel che è nà è nà? G’âite da èsser més en crós perché i m’à sassinà la ciasa?” La Perpetua la rispondeva: “Ve ‘l dìgi mì, voi ve lageròsseo ciavar i òcli. Robar ai àutri l’è pecià, però, l’è ‘n pecià ancor pù grant nó robarve a voi.” “Ma vardà voi se ‘l sarà da dìr spropòsiti compagni!” el rispondeva don Abondio: “ma voléo tàser en bèl moment?” La Perpetua la se chetava, però migia sùbit vèh no; e tute le scuse le era bòne per taciàr via ancor. Tanto che chel pòver òm ‘l s’era ridót a nó lamentarse pù, cando che ‘l vedeva che manciava vergot, entel moment che ‘l ge n’eva de bisògn, perché pù de ‘n bòt, g’era tocià de sentìrse dir: “el vagîa a domandàrgel al tale che i lo g’â, e nó i l’averòs tegnù ‘nfìn adès, se nó ‘l g’avés a che far con en bòn òm. Ma n’àutra e pù fòrta preocupazion i lo tormentava: l’era ‘l fato de savér che tuti i dì seghitava a passar soldadi, un al bòt o a grupéti, pròpri come che l’eva temèst. Per chesto ‘l geva sèmper adòs n’ansia de chele, al pensier de védernen arivar calchedun, o perfìn na compagnìa ‘ntrégia, su l’us de ciasa, us che l’eva fat conzar en prèssa e che ‘l tegnìva serà col s-ciarnàz con grant atenzion. Per grazie a Dio, ca ròba nó l’è mai suzèsta. Ma cando che sti pensieri i scomenziava apena a calmarse, n’è arivà n’àuter nòu. Adès però lagian da na banda chel pòver òm: la chestion adès l’è bèn pù bruta de le só paure private, de le disgrazie de calche paesòt o de ‘n dan ancia gròs, ma che passava.
La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia. Condotti dal filo della nostra storia, noi passiamo a raccontar gli avvenimenti principali di quella calamità; nel milanese, s’intende, anzi in Milano quasi esclusivamente: ché della città quasi esclusivamente trattano le memorie del tempo, come a un di presso accade sempre e per tutto, per buone e per cattive ragioni. E in questo racconto, il nostro fine non è, per dir la verità, soltanto di rappresentar lo stato delle cose nel quale verranno a trovarsi i nostri personaggi; ma di far conoscere insieme, per quanto si può in ristretto, e per quanto si può da noi, un tratto di storia patria più famoso che conosciuto. Delle molte relazioni contemporanee, non ce n’è alcuna che basti da sé a darne un’idea un po’ distinta e ordinata; come non ce n’è alcuna che non possa aiutare a formarla. In ognuna di queste relazioni, senza eccettuarne quella del Ripamonti, la quale le supera tutte, per la quantità e per la scelta de’ fatti, e ancor più per il modo d’osservarli, in ognuna sono omessi fatti essenziali, che son registrati in altre; in ognuna ci sono errori materiali, che si posson riconoscere e rettificare con l’aiuto di qualche altra, o di que’ pochi atti della pubblica autorità, editi e inediti, che rimangono; spesso in una si vengono a trovar le cagioni di cui nell’altra s’eran visti, come in aria, gli effetti. In tutte poi regna una strana confusione di tempi e di cose; è un continuo andare e venire, come alla ventura, senza disegno generale, senza disegno ne’ particolari: carattere, del resto, de’ più comuni e de’ più apparenti ne’ libri di quel tempo, principalmente in quelli scritti in lingua volgare, almeno in Italia; se anche nel resto d’Europa, i dotti lo sapranno, noi lo sospettiamo. Nessuno scrittore d’epoca posteriore s’è proposto d’esaminare e di confrontare quelle memorie, per ritrarne una serie concatenata degli avvenimenti, una storia di quella peste; sicchè l’idea che se ne ha generalmente, dev’essere, di necessità, molto incerta, e un po’ confusa: un’idea indeterminata di gran mali e di grand’errori (e per verità ci fu dell’uno e dell’altro, al di là di quel che si possa immaginare), un’idea composta più di giudizi che di fatti, alcuni fatti dispersi, non di rado scompagnati dalle circostanze più caratteristiche, senza distinzion di tempo, cioè senza intelligenza di causa e d’effetto, di corso, di progressione. Noi, esaminando e confrontando, con molta diligenza se non altro, tutte le relazioni stampate, più d’una inedita, molti (in ragione del poco che ne rimane) documenti, come dicono, ufiziali, abbiam cercato di farne non già quel che si vorrebbe, ma qualche cosa che non è stato ancor fatto. Non intendiamo di riferire tutti gli atti pubblici, e nemmeno tutti gli avvenimenti degni, in qualche modo, di memoria. Molto meno pretendiamo di rendere inutile a chi voglia farsi un’idea più compita della cosa, la lettura delle relazioni originali: sentiamo troppo che forza viva, propria e, per dir così, incomunicabile, ci sia sempre nell’opere di quel genere, comunque concepite e condotte. Solamente abbiam tentato di distinguere e di verificare i fatti più generali e più importanti, di disporli nell’ordine reale della loro successione, per quanto lo comporti la ragione e la natura d’essi, d’osservare la loro efficienza reciproca, e di dar così, per ora e finché qualchedun altro non faccia meglio, una notizia succinta, ma sincera e continuata, di quel disastro. Per tutta adunque la striscia di territorio percorsa dall’esercito, s’era trovato qualche cadavere nelle case, qualcheduno sulla strada. Poco dopo, in questo e in quel paese, cominciarono ad ammalarsi, a morire, persone, famiglie, di mali violenti, strani, con segni sconosciuti alla più parte de’ viventi. C’era soltanto alcuni a cui non riuscissero nuovi: que’ pochi che potessero ricordarsi della peste che, cinquantatré anni avanti, aveva desolata pure una buona parte d’Italia, e in ispecie il milanese, dove fu chiamata, ed è tuttora, la peste di san Carlo. Tanto è forte la carità! Tra le memorie così varie e così solenni d’un infortunio generale, può essa far primeggiare quella d’un uomo, perché a quest’uomo ha ispirato sentimenti e azioni più memorabili ancora de’ mali; stamparlo nelle menti, come un sunto di tutti que’ guai, perché in tutti l’ha spinto e intromesso, guida, soccorso, esempio, vittima volontaria; d’una calamità per tutti, far per quest’uomo come un’impresa; nominarla da lui, come una conquista, o una scoperta. Il protofisico Lodovico Settala, che, non solo aveva veduta quella peste, ma n’era stato uno de’ più attivi e intrepidi, e, quantunque allor giovinissimo, de’ più riputati curatori; e che ora, in gran sospetto di questa, stava all’erta e sull’informazioni, riferì, il 20 d’ottobre, nel tribunale della sanità, come, nella terra di Chiuso (l’ultima del territorio di Lecco, e confinante col bergamasco), era scoppiato indubitabilmente il contagio. Non fu per questo presa veruna risoluzione, come si ha dal Ragguaglio del Tadino. Ed ecco sopraggiungere avvisi somiglianti da Lecco e da Bellano. Il tribunale allora si risolvette e si contentò di spedire un commissario che, strada facendo, prendesse un medico a Como, e si portasse con lui a visitare i luoghi indicati. Tutt’e due, “o per ignoranza o per altro, si lasciorno persuadere da un vecchio et ignorante barbiero di Bellano, che quella sorte de mali non era Peste;” ma, in alcuni luoghi, effetto consueto dell’emanazioni autunnali delle paludi, e negli altri, effetto de’ disagi e degli strapazzi sofferti, nel passaggio degli alemanni. Una tale assicurazione fu riportata al tribunale, il quale pare che ne mettesse il cuore in pace. Ma arrivando senza posa altre e altre notizie di morte da diverse parti, furono spediti due delegati a vedere e a provvedere: il Tadino suddetto, e un auditore del tribunale. Quando questi giunsero, il male s’era già tanto dilatato, che le prove si offrivano, senza che bisognasse andarne in cerca. Scorsero il territorio di Lecco, la Valsassina, le coste del lago di Como, i distretti denominati il Monte di Brianza, e la Gera d’Adda; e per tutto trovarono paesi chiusi da cancelli all’entrature, altri quasi deserti, e gli abitanti scappati e attendati alla campagna, o dispersi: “et ci parevano, - dice il Tadino, - tante creature seluatiche, portando in mano chi l’herba menta, chi la ruta, chi il rosmarino et chi una ampolla d’aceto.” S’informarono del numero de’ morti: era spaventevole; visitarono infermi e cadaveri, e per tutto trovarono le brutte e terribili marche della pestilenza. Diedero subito, per lettere, quelle sinistre nuove al tribunale della sanità, il quale, al riceverle, che fu il 30 d’ottobre, “si dispose,” dice il medesimo Tadino, a prescriver le bullette, per chiuder fuori dalla Città le persone provenienti da’ paesi dove il contagio s’era manifestato; “et mentre si compilava la grida,” ne diede anticipatamente qualche ordine sommario a’ gabellieri. Intanto i delegati presero in fretta e in furia quelle misure che parver loro migliori; e se ne tornarono, con la trista persuasione che non sarebbero bastate a rimediare e a fermare un male già tanto avanzato e diffuso. Arrivati il 14 di novembre, dato ragguaglio, a voce e di nuovo in iscritto, al tribunale, ebbero da questo commissione di presentarsi al governatore, e d’esporgli lo stato delle cose. V’andarono, e riportarono: aver lui di tali nuove provato molto dispiacere, mostratone un gran sentimento; ma i pensieri della guerra esser più pressanti: sed belli graviores esse curas. Così il Ripamonti, il quale aveva spogliati i registri della Sanità, e conferito col Tadino, incaricato specialmente della missione: era la seconda, se il lettore se ne ricorda, per quella causa, e con quell’esito. Due o tre giorni dopo, il 18 di novembre, emanò il governatore una grida, in cui ordinava pubbliche feste, per la nascita del principe Carlo, primogenito del re Filippo IV, senza sospettare o senza curare il pericolo d’un gran concorso, in tali circostanze: tutto come in tempi ordinari, come se non gli fosse stato parlato di nulla. Era quest’uomo, come già s’è detto, il celebre Ambrogio Spinola mandato per raddirizzar quella guerra e riparare agli errori di don Gonzalo, e incidentemente, a governare; e noi pure possiamo qui incidentemente rammentar che morì dopo pochi mesi, in quella stessa guerra che gli stava tanto a cuore; e morì, non già di ferite sul campo, ma in letto, d’affanno e di struggimento, per rimproveri, torti, disgusti d’ogni specie ricevuti da quelli a cui serviva. La storia ha deplorata la sua sorte, e biasimata l’altrui sconoscenza; ha descritte con molta diligenza le sue imprese militari e politiche, lodata la sua previdenza, l’attività, la costanza: poteva anche cercare cos’abbia fatto di tutte queste qualità, quando la peste minacciava, invadeva una popolazione datagli in cura, o piuttosto in balìa. Ma ciò che, lasciando intero il biasimo, scema la maraviglia di quella sua condotta, ciò che fa nascere un’altra e più forte maraviglia, è la condotta della popolazione medesima, di quella, voglio dire, che, non tocca ancora dal contagio, aveva tanta ragion di temerlo. All’arrivo di quelle nuove de’ paesi che n’erano così malamente imbrattati, di paesi che formano intorno alla città quasi un semicircolo, in alcuni punti distante da essa non più di diciotto o venti miglia; chi non crederebbe che vi si suscitasse un movimento generale, un desiderio di precauzioni bene o male intese, almeno una sterile inquietudine? Eppure, se in qualche cosa le memorie di quel tempo vanno d’accordo, è nell’attestare che non ne fu nulla. La penuria dell’anno antecedente, le angherie della soldatesca, le afflizioni d’animo, parvero più che bastanti a render ragione della mortalità: sulle piazze, nelle botteghe, nelle case, chi buttasse là una parola del pericolo, chi motivasse peste, veniva accolto con beffe incredule, con disprezzo iracondo. La medesima miscredenza, la medesima, per dir meglio, cecità e fissazione prevaleva nel senato, nel Consiglio de’ decurioni, in ogni magistrato. Trovo che il cardinal Federigo, appena si riseppero i primi casi di mal contagioso, prescrisse, con lettera pastorale a’ parrochi, tra le altre cose, che ammonissero più e più volte i popoli dell’importanza e dell’obbligo stretto di rivelare ogni simile accidente, e di consegnar le robe infette o sospette: e anche questa può essere contata tra le sue lodevoli singolarità. Il tribunale della sanità chiedeva, implorava cooperazione, ma otteneva poco o niente. E nel tribunale stesso, la premura era ben lontana da uguagliare l’urgenza: erano, come afferma più volte il Tadino, e come appare ancor meglio da tutto il contesto della sua relazione, i due fisici che, persuasi della gravità e dell’imminenza del pericolo, stimolavan quel corpo, il quale aveva poi a stimolare gli altri. Abbiam già veduto come, al primo annunzio della peste, andasse freddo nell’operare, anzi nell’informarsi: ecco ora un altro fatto di lentezza non men portentosa, se però non era forzata, per ostacoli frapposti da magistrati superiori. Quella grida per le bullette, risoluta il 30 d’ottobre, non fu stesa che il dì 23 del mese seguente, non fu pubblicata che il 29. La peste era già entrata in Milano. Il Tadino e il Ripamonti vollero notare il nome di chi ce la portò il primo, e altre circostanze della persona e del caso: e infatti, nell’osservare i princìpi d’una vasta mortalità, in cui le vittime, non che esser distinte per nome, appena si potranno indicare all’incirca, per il numero delle migliaia, nasce una non so quale curiosità di conoscere que’ primi e pochi nomi che poterono essere notati e conservati: questa specie di distinzione, la precedenza nell’esterminio, par che faccian trovare in essi, e nelle particolarità, per altro più indifferenti, qualche cosa di fatale e di memorabile. L’uno e l’altro storico dicono che fu un soldato italiano al servizio di Spagna; nel resto non sono ben d’accordo, neppur sul nome. Fu, secondo il Tadino, un Pietro Antonio Lovato, di quartiere nel territorio di Lecco; secondo il Ripamonti, un Pier Paolo Locati, di quartiere a Chiavenna. Differiscono anche nel giorno della sua entrata in Milano: il primo la mette al 22 d’ottobre, il secondo ad altrettanti del mese seguente: e non si può stare nè all’uno nè all’altro. Tutt’e due l’epoche sono in contraddizione con altre ben più verificate. Eppure il Ripamonti, scrivendo per ordine del Consiglio generale de’ decurioni, doveva avere al suo comando molti mezzi di prender l’informazioni necessarie; e il Tadino, per ragione del suo impiego, poteva, meglio d’ogn’altro, essere informato d’un fatto di questo genere. Del resto, dal riscontro d’altre date che ci paiono, come abbiam detto, più esatte, risulta che fu, prima della pubblicazione della grida sulle bullette; e, se ne mettesse conto, si potrebbe anche provare o quasi provare, che dovette essere ai primi di quel mese; ma certo, il lettore ce ne dispensa. Sia come si sia, entrò questo fante sventurato e portator di sventura, con un gran fagotto di vesti comprate o rubate a soldati alemanni; andò a fermarsi in una casa di suoi parenti, nel borgo di porta orientale, vicino ai cappuccini; appena arrivato, s’ammalò; fu portato allo spedale; dove un bubbone che gli si scoprì sotto un’ascella, mise chi lo curava in sospetto di ciò ch’era infatti; il quarto giorno morì. Il tribunale della sanità fece segregare e sequestrare in casa la di lui famiglia; i suoi vestiti e il letto in cui era stato allo spedale, furon bruciati. Due serventi che l’avevano avuto in cura, e un buon frate che l’aveva assistito, caddero anch’essi ammalati in pochi giorni, tutt’e tre di peste. Il dubbio che in quel luogo s’era avuto, fin da principio, della natura del male, e le cautele usate in conseguenza, fecero sì che il contagio non vi si propagasse di più. Ma il soldato ne aveva lasciato di fuori un seminìo che non tardò a germogliare. Il primo a cui s’attaccò, fu il padrone della casa dove quello aveva alloggiato, un Carlo Colonna sonator di liuto. Allora tutti i pigionali di quella casa furono, d’ordine della Sanità, condotti al lazzeretto, dove la più parte s’ammalarono; alcuni morirono, dopo poco tempo, di manifesto contagio. Nella città, quello che già c’era stato disseminato da costoro, da’ loro panni, da’ loro mobili trafugati da parenti, da pigionali, da persone di servizio, alle ricerche e al fuoco prescritto dal tribunale, e di più quello che c’entrava di nuovo, per l’imperfezion degli editti, per la trascuranza nell’eseguirli, e per la destrezza nell’eluderli, andò covando e serpendo lentamente, tutto il restante dell’anno, e ne’ primi mesi del susseguente 1630. Di quando in quando, ora in questo, ora in quel quartiere, a qualcheduno s’attaccava, qualcheduno ne moriva: e la radezza stessa de’ casi allontanava il sospetto della verità, confermava sempre più il pubblico in quella stupida e micidiale fiducia che non ci fosse peste, nè ci fosse stata neppure un momento. Molti medici ancora, facendo eco alla voce del popolo (era, anche in questo caso, voce di Dio?), deridevan gli augùri sinistri, gli avvertimenti minacciosi de’ pochi; e avevan pronti nomi di malattie comuni, per qualificare ogni caso di peste che fossero chiamati a curare; con qualunque sintomo, con qualunque segno fosse comparso. Gli avvisi di questi accidenti, quando pur pervenivano alla Sanità, ci pervenivano tardi per lo più e incerti. Il terrore della contumacia e del lazzeretto aguzzava tutti gl’ingegni: non si denunziavan gli ammalati, si corrompevano i becchini e i loro soprintendenti; da subalterni del tribunale stesso, deputati da esso a visitare i cadaveri, s’ebbero, con danari, falsi attestati. Siccome però, a ogni scoperta che gli riuscisse fare, il tribunale ordinava di bruciar robe, metteva in sequestro case, mandava famiglie al lazzeretto, così è facile argomentare quanta dovesse essere contro di esso l’ira e la mormorazione del pubblico, “della Nobiltà, delli Mercanti et della plebe,” dice il Tadino; persuasi, com’eran tutti, che fossero vessazioni senza motivo, e senza costrutto. L’odio principale cadeva sui due medici; il suddetto Tadino, e Senatore Settala, figlio del protofisico: a tal segno, che ormai non potevano attraversar le piazze senza essere assaliti da parolacce, quando non eran sassi. E certo fu singolare, e merita che ne sia fatta memoria, la condizione in cui, per qualche mese, si trovaron quegli uomini, di veder venire avanti un orribile flagello, d’affaticarsi in ogni maniera a stornarlo, d’incontrare ostacoli dove cercavano aiuti, e d’essere insieme bersaglio delle grida, avere il nome di nemici della patria: pro patriae hostibus, dice il Ripamonti. Di quell’odio ne toccava una parte anche agli altri medici che, convinti come loro, della realtà del contagio, suggerivano precauzioni, cercavano di comunicare a tutti la loro dolorosa certezza. I più discreti li tacciavano di credulità e d’ostinazione: per tutti gli altri, era manifesta impostura, cabala ordita per far bottega sul pubblico spavento. Il protofisico Lodovico Settala, allora poco men che ottuagenario, stato professore di medicina all’università di Pavia, poi di filosofia morale a Milano, autore di molte opere riputatissime allora, chiaro per inviti a cattedre d’altre università, Ingolstadt, Pisa, Bologna, Padova, e per il rifiuto di tutti questi inviti, era certamente uno degli uomini più autorevoli del suo tempo. Alla riputazione della scienza s’aggiungeva quella della vita, e all’ammirazione la benevolenza, per la sua gran carità nel curare e nel beneficare i poveri. E, una cosa che in noi turba e contrista il sentimento di stima ispirato da questi meriti, ma che allora doveva renderlo più generale e più forte, il pover’uomo partecipava de’ pregiudizi più comuni e più funesti de’ suoi contemporanei: era più avanti di loro, ma senza allontanarsi dalla schiera, che è quello che attira i guai, e fa molte volte perdere l’autorità acquistata in altre maniere. Eppure quella grandissima che godeva, non solo non bastò a vincere, in questo caso, l’opinion di quello che i poeti chiamavan volgo profano, e i capocomici, rispettabile pubblico; ma non potè salvarlo dall’animosità e dagl’insulti di quella parte di esso che corre più facilmente da’ giudizi alle dimostrazioni e ai fatti. Un giorno che andava in bussola a visitare i suoi ammalati, principiò a radunarglisi intorno gente, gridando esser lui il capo di coloro che volevano per forza che ci fosse la peste; lui che metteva in ispavento la città, con quel suo cipiglio, con quella sua barbaccia: tutto per dar da fare ai medici. La folla e il furore andavan crescendo: i portantini, vedendo la mala parata, ricoverarono il padrone in una casa d’amici, che per sorte era vicina. Questo gli toccò per aver veduto chiaro, detto ciò che era, e voluto salvar dalla peste molte migliaia di persone: quando, con un suo deplorabile consulto, cooperò a far torturare, tanagliare e bruciare, come strega, una povera infelice sventurata, perchè il suo padrone pativa dolori strani di stomaco, e un altro padrone di prima era stato fortemente innamorato di lei, allora ne avrà avuta presso il pubblico nuova lode di sapiente e, ciò che è intollerabile a pensare, nuovo titolo di benemerito. Ma sul finire del mese di marzo, cominciarono, prima nel borgo di porta orientale, poi in ogni quartiere della città, a farsi frequenti le malattie, le morti, con accidenti strani di spasimi, di palpitazioni, di letargo, di delirio, con quelle insegne funeste di lividi e di bubboni; morti per lo più celeri, violente, non di rado repentine, senza alcun indizio antecedente di malattia. I medici opposti alla opinion del contagio, non volendo ora confessare ciò che avevan deriso, e dovendo pur dare un nome generico alla nuova malattia, divenuta troppo comune e troppo palese per andarne senza, trovarono quello di febbri maligne, di febbri pestilenti: miserabile transazione, anzi trufferia di parole, e che pur faceva gran danno; perchè, figurando di riconoscere la verità, riusciva ancora a non lasciar credere ciò che più importava di credere, di vedere, che il male s’attaccava per mezzo del contatto. I magistrati, come chi si risente da un profondo sonno, principiarono a dare un po’ più orecchio agli avvisi, alle proposte della Sanità, a far eseguire i suoi editti, i sequestri ordinati, le quarantene prescritte da quel tribunale. Chiedeva esso di continuo anche danari per supplire alle spese giornaliere, crescenti, del lazzeretto, di tanti altri servizi; e li chiedeva ai decurioni, intanto che fosse deciso (che non fu, credo, mai, se non col fatto) se tali spese toccassero alla città, o all’erario regio. Ai decurioni faceva pure istanza il gran cancelliere, per ordine anche del governatore, ch’era andato di nuovo a metter l’assedio a quel povero Casale; faceva istanza il senato, perchè pensassero alla maniera di vettovagliar la città, prima che dilatandovisi per isventura il contagio, le venisse negato pratica dagli altri paesi; perchè trovassero il mezzo di mantenere una gran parte della popolazione, a cui eran mancati i lavori. I decurioni cercavano di far danari per via d’imprestiti, d’imposte; e di quel che ne raccoglievano, ne davano un po’ alla Sanità, un po’ a’ poveri; un po’ di grano compravano: supplivano a una parte del bisogno. E le grandi angosce non erano ancor venute. Nel lazzeretto, dove la popolazione, quantunque decimata ogni giorno, andava ogni giorno crescendo, era un’altra ardua impresa quella d’assicurare il servizio e la subordinazione, di conservar le separazioni prescritte, di mantenervi in somma o, per dir meglio, di stabilirvi il governo ordinato dal tribunale della sanità: chè, fin da’ primi momenti, c’era stata ogni cosa in confusione, per la sfrenatezza di molti rinchiusi, per la trascuratezza e per la connivenza de’ serventi. Il tribunale e i decurioni, non sapendo dove battere il capo, pensaron di rivolgersi ai cappuccini, e supplicarono il padre commissario della provincia, il quale faceva le veci del provinciale, morto poco prima, acciò volesse dar loro de’ soggetti abili a governare quel regno desolato. Il commissario propose loro, per principale, un padre Felice Casati, uomo d’età matura, il quale godeva una gran fama di carità, d’attività, di mansuetudine insieme e di fortezza d’animo, a quel che il seguito fece vedere, ben meritata; e per compagno e come ministro di lui, un padre Michele Pozzobonelli, ancor giovine, ma grave e severo, di pensieri come d’aspetto. Furono accettati con gran piacere; e il 30 di marzo, entrarono nel lazzeretto. Il presidente della Sanità li condusse in giro, come per prenderne il possesso; e, convocati i serventi e gl’impiegati d’ogni grado, dichiarò, davanti a loro, presidente di quel luogo il padre Felice, con primaria e piena autorità. Di mano in mano poi che la miserabile radunanza andò crescendo, v’accorsero altri cappuccini; e furono in quel luogo soprintendenti, confessori, amministratori, infermieri, cucinieri, guardarobi, lavandai, tutto ciò che occorresse. Il padre Felice, sempre affaticato e sempre sollecito, girava di giorno, girava di notte, per i portici, per le stanze, per quel vasto spazio interno, talvolta portando un’asta, talvolta non armato che di cilizio; animava e regolava ogni cosa; sedava i tumulti, faceva ragione alle querele, minacciava, puniva, riprendeva, confortava, asciugava e spargeva lacrime. Prese, sul principio, la peste; ne guarì, e si rimise, con nuova lena, alle cure di prima. I suoi confratelli ci lasciarono la più parte la vita, e tutti con allegrezza. Certo, una tale dittatura era uno strano ripiego; strano come la calamità, come i tempi; e quando non ne sapessimo altro, basterebbe per argomento, anzi per saggio d’una società molto rozza e mal regolata, il veder che quelli a cui toccava un così importante governo, non sapesser più farne altro che cederlo, nè trovassero a chi cederlo, che uomini, per istituto, il più alieni da ciò. Ma è insieme un saggio non ignobile della forza e dell’abilità che la carità può dare in ogni tempo, e in qualunque ordin di cose, il veder quest’uomini sostenere un tal carico così bravamente. E fu bello lo stesso averlo accettato, senz’altra ragione che il non esserci chi lo volesse, senz’altro fine che di servire, senz’altra speranza in questo mondo, che d’una morte molto più invidiabile che invidiata; fu bello lo stesso esser loro offerto, solo perchè era difficile e pericoloso, e si supponeva che il vigore e il sangue freddo, così necessario e raro in que’ momenti, essi lo dovevano avere. E perciò l’opera e il cuore di que’ frati meritano che se ne faccia memoria, con ammirazione, con tenerezza, con quella specie di gratitudine che è dovuta, come in solido, per i gran servizi resi da uomini a uomini, e più dovuta a quelli che non se la propongono per ricompensa. “Che se questi Padri iui non si ritrouauano,” dice il Tadino, “al sicuro tutta la Città annichilata si trouaua; puoichè fu cosa miracolosa l’hauer questi Padri fatto in così puoco spatio di tempo tante cose per benefitio publico, che non hauendo hauuto agiutto, o almeno puoco dalla Città, con la sua industria et prudenza haueuano mantenuto nel Lazeretto tante migliaia de poueri.” Le persone ricoverate in quel luogo, durante i sette mesi che il padre Felice n’ebbe il governo, furono circa cinquantamila, secondo il Ripamonti; il quale dice con ragione, che d’un uomo tale avrebbe dovuto ugualmente parlare, se in vece di descriver le miserie d’una città, avesse dovuto raccontar le cose che posson farle onore. Anche nel pubblico, quella caparbietà di negar la peste andava naturalmente cedendo e perdendosi, di mano in mano che il morbo si diffondeva, e si diffondeva per via del contatto e della pratica; e tanto più quando, dopo esser qualche tempo rimasto solamente tra’ poveri, cominciò a toccar persone più conosciute. E tra queste, come allora fu il più notato, così merita anche adesso un’espressa menzione il protofisico Settala. Avranno almen confessato che il povero vecchio aveva ragione? Chi lo sa? Caddero infermi di peste, lui, la moglie, due figliuoli, sette persone di servizio. Lui e uno de’ figliuoli n’usciron salvi; il resto morì. “Questi casi,” dice il Tadino, “occorsi nella Città in case Nobili, disposero la Nobiltà, et la plebe a pensare, et gli increduli Medici, et la plebe ignorante et temeraria cominciò stringere le labra, chiudere li denti, et inarcare le ciglia.” Ma l’uscite, i ripieghi, le vendette, per dir così, della caparbietà convinta, sono alle volte tali da far desiderare che fosse rimasta ferma e invitta, fino all’ultimo, contro la ragione e l’evidenza: e questa fu bene una di quelle volte. Coloro i quali avevano impugnato così risolutamente, e così a lungo, che ci fosse vicino a loro, tra loro, un germe di male, che poteva, per mezzi naturali, propagarsi e fare una strage; non potendo ormai negare il propagamento di esso, e non volendo attribuirlo a que’ mezzi (che sarebbe stato confessare a un tempo un grand’inganno e una gran colpa), erano tanto più disposti a trovarci qualche altra causa, a menar buona qualunque ne venisse messa in campo. Per disgrazia, ce n’era una in pronto nelle idee e nelle tradizioni comuni allora, non qui soltanto, ma in ogni parte d’Europa: arti venefiche, operazioni diaboliche, gente congiurata a sparger la peste, per mezzo di veleni contagiosi, di malìe. Già cose tali, o somiglianti, erano state supposte e credute in molte altre pestilenze, e qui segnatamente, in quella di mezzo secolo innanzi. S’aggiunga che, fin dall’anno antecedente, era venuto un dispaccio, sottoscritto dal re Filippo IV, al governatore, per avvertirlo ch’erano scappati da Madrid quattro francesi, ricercati come sospetti di spargere unguenti velenosi, pestiferi: stesse all’erta, se mai coloro fossero capitati a Milano. Il governatore aveva comunicato il dispaccio al senato e al tribunale della sanità; nè, per allora, pare che ci si badasse più che tanto. Però, scoppiata e riconosciuta la peste, il tornar nelle menti quell’avviso potè servir di conferma al sospetto indeterminato d’una frode scellerata; potè anche essere la prima occasione di farlo nascere. Ma due fatti, l’uno di cieca e indisciplinata paura, l’altro di non so quale cattività, furon quelli che convertirono quel sospetto indeterminato d’un attentato possibile, in sospetto, e per molti in certezza, d’un attentato positivo, e d’una trama reale. Alcuni, ai quali era parso di vedere, la sera del 17 di maggio, persone in duomo andare ungendo un assito che serviva a dividere gli spazi assegnati a’ due sessi, fecero, nella notte, portar fuori della chiesa l’assito e una quantità di panche rinchiuse in quello; quantunque il presidente della Sanità, accorso a far la visita, con quattro persone dell’ufizio, avendo visitato l’assito, le panche, le pile dell’acqua benedetta, senza trovar nulla che potesse confermare l’ignorante sospetto d’un attentato venefico, avesse, per compiacere all’immaginazioni altrui, e più tosto per abbondare in cautela, che per bisogno, avesse, dico, deciso che bastava dar una lavata all’assito. Quel volume di roba accatastata produsse una grand’impressione di spavento nella moltitudine, per cui un oggetto diventa così facilmente un argomento. Si disse e si credette generalmente che fossero state unte in duomo tutte le panche, le pareti, e fin le corde delle campane. Nè si disse soltanto allora: tutte le memorie de’ contemporanei che parlano di quel fatto (alcune scritte molt’anni dopo), ne parlano con ugual sicurezza: e la storia sincera di esso, bisognerebbe indovinarla, se non si trovasse in una lettera del tribunale della sanità al governatore, che si conserva nell’archivio detto di san Fedele; dalla quale l’abbiamo cavata, e della quale sono le parole che abbiam messe in corsivo. La mattina seguente, un nuovo e più strano, più significante spettacolo colpì gli occhi e le menti de’ cittadini. In ogni parte della città, si videro le porte delle case e le muraglie, per lunghissimi tratti, intrise di non so che sudiceria, giallognola, biancastra, sparsavi come con delle spugne. O sia stato un gusto sciocco di far nascere uno spavento più rumoroso e più generale, o sia stato un più reo disegno d’accrescer la pubblica confusione, o non saprei che altro; la cosa è attestata di maniera, che ci parrebbe men ragionevole l’attribuirla a un sogno di molti, che al fatto d’alcuni: fatto, del resto, che non sarebbe stato, nè il primo nè l’ultimo di tal genere. Il Ripamonti, che spesso, su questo particolare dell’unzioni, deride, e più spesso deplora la credulità popolare, qui afferma d’aver veduto quell’impiastramento, e lo descrive.
...et nos quoque ivimus visere. Maculae erant sparsim inaequaliterque manantes, veluti si quis haustam spongia saniem adspersisset, impressissetve parieti et ianuae passim ostiaque aedium eadem adspergine contaminata cernebantur. Traduzione: …anche noi andammo a veder. C’erano qua e là macchie che trasudavano, in modo diseguale, come se qualcuno avesse sparsodel marciume con una spugna, imbrattandone il muro; e qua e là si vedevano anche le porte e gli ingressi delle case sparsi dello stesso liquido.
Nella lettera sopraccitata, i signori della Sanità raccontan la cosa ne’ medesimi termini; parlan di visite, d’esperimenti fatti con quella materia sopra de’ cani, e senza cattivo effetto; aggiungono, esser loro opinione, che cotale temerità sia più tosto proceduta da insolenza, che da fine scelerato: pensiero che indica in loro, fino a quel tempo, pacatezza d’animo bastante per non vedere ciò che non ci fosse stato. L’altre memorie contemporanee, raccontando la cosa, accennano anche, essere stata, sulle prime, opinion di molti, che fosse fatta per burla, per bizzarria; nessuna parla di nessuno che la negasse; e n’avrebbero parlato certamente, se ce ne fosse stati; se non altro, per chiamarli stravaganti. Ho creduto che non fosse fuor di proposito il riferire e il mettere insieme questi particolari, in parte poco noti, in parte affatto ignorati, d’un celebre delirio; perché, negli errori e massime negli errori di molti, ciò che è più interessante e più utile a osservarsi, mi pare che sia appunto la strada che hanno fatta, l’apparenze, i modi con cui hanno potuto entrar nelle menti, e dominarle. La città già agitata ne fu sottosopra: i padroni delle case, con paglia accesa, abbruciacchiavano gli spazi unti; i passeggieri si fermavano, guardavano, inorridivano, fremevano. I forestieri, sospetti per questo solo, e che allora si conoscevan facilmente al vestiario, venivano arrestati nelle strade dal popolo, e condotti alla giustizia. Si fecero interrogatòri, esami d’arrestati, d’arrestatori, di testimoni; non si trovò reo nessuno: le menti erano ancor capaci di dubitare, d’esaminare, d’intendere. Il tribunale della sanità pubblicò una grida, con la quale prometteva premio e impunità a chi mettesse in chiaro l’autore o gli autori del fatto. Ad ogni modo non parendoci conueniente, dicono que’ signori nella citata lettera, che porta la data del 21 di maggio, ma che fu evidentemente scritta il 19, giorno segnato nella grida stampata, che questo delitto in qualsiuoglia modo resti impunito, massime in tempo tanto pericoloso e sospettoso, per consolatione e quiete di questo Popolo, e per cauare indicio del fatto, habbiamo oggi publicata grida, etc. Nella grida stessa però, nessun cenno, almen chiaro, di quella ragionevole e acquietante congettura, che partecipavano al governatore: silenzio che accusa a un tempo una preoccupazione furiosa nel popolo, e in loro una condiscendenza, tanto più biasimevole, quanto più poteva esser perniciosa. Mentre il tribunale cercava, molti nel pubblico, come accade, avevan già trovato. Coloro che credevano esser quella un’unzione velenosa, chi voleva che la fosse una vendetta di don Gonzalo Fernandez de Cordova, per gl’insulti ricevuti nella sua partenza, chi un ritrovato del cardinal di Richelieu, per spopolar Milano, e impadronirsene senza fatica; altri, e non si sa per quali ragioni, ne volevano autore il conte di Collalto, Wallenstein, questo, quell’altro gentiluomo milanese. Non mancavan, come abbiam detto, di quelli che non vedevano in quel fatto altro che uno sciocco scherzo, e l’attribuivano a scolari, a signori, a ufiziali che s’annoiassero all’assedio di Casale. Il non veder poi, come si sarà temuto, che ne seguisse addirittura un infettamento, un eccidio universale, fu probabilmente cagione che quel primo spavento s’andasse per allora acquietando, e la cosa fosse o paresse messa in oblìo. C’era, del resto, un certo numero di persone non ancora persuase che questa peste ci fosse. E perché, tanto nel lazzeretto, come per la città, alcuni pur ne guarivano, “si diceua” (gli ultimi argomenti d’una opinione battuta dall’evidenza son sempre curiosi a sapersi), “si diceua dalla plebe, et ancora da molti medici partiali, non essere vera peste, perché tutti sarebbero morti.” Per levare ogni dubbio, trovò il tribunale della sanità un espediente proporzionato al bisogno, un modo di parlare agli occhi, quale i tempi potevano richiederlo o suggerirlo. In una delle feste della Pentecoste, usavano i cittadini di concorrere al cimitero di San Gregorio, fuori di Porta Orientale, a pregar per i morti dell’altro contagio, ch’eran sepolti là; e, prendendo dalla divozione opportunità di divertimento e di spettacolo, ci andavano, ognuno più in gala che potesse. Era in quel giorno morta di peste, tra gli altri, un’intera famiglia. Nell’ora del maggior concorso, in mezzo alle carrozze, alla gente a cavallo, e a piedi, i cadaveri di quella famiglia furono, d’ordine della Sanità, condotti al cimitero suddetto, sur un carro, ignudi, affinché la folla potesse vedere in essi il marchio manifesto della pestilenza. Un grido di ribrezzo, di terrore, s’alzava per tutto dove passava il carro; un lungo mormorìo regnava dove era passato; un altro mormorìo lo precorreva. La peste fu più creduta: ma del resto andava acquistandosi fede da sé, ogni giorno più; e quella riunione medesima non dové servir poco a propagarla. In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste, vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro. Non è, credo, necessario d’esser molto versato nella storia dell’idee e delle parole, per vedere che molte hanno fatto un simil corso. Per grazia del cielo, che non sono molte quelle d’una tal sorte, e d’una tale importanza, e che conquistino la loro evidenza a un tal prezzo, e alle quali si possano attaccare accessòri d’un tal genere. Si potrebbe però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare, in gran parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare. Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po’ da compatire.
La pèsta, che ‘l tribunal de la sanità eva temèst che podés nir ént entel ducato de Milan ensèma a le trupe todes-ce, l’è nùda ént eccome, e se ‘l sa; e l’è autertant notòrio che nó la s’è fermada ìo, ma la s’è sparpaiada fòr e l’à fat straze scasi ‘n tuta l’Italia. Nando dré al fil de la nòssa storia adès ve contan i fati prinzipali de ca tremènda pidemìa entel teritòri del milanes o meio scasi sol de Milan: difati le memorie de chel tèmp le parla sol de la zità, come che è sèmper suzèst e dapertut sia per ciàuse bòne che per ciàuse men bòne. Ente sta storia, però, a dir la verità, el nòs intènto nó l’è sol chel de spiegiar la situazion endo che se giatava i nòssi personaggi, ma l'è ancia chel de far cognósser, per cant che l’è possìbol en pòce parole, en fato de storia de l’Italia che tuti i à sentù dir ma che pòci i cognós dalbòn. Tra i tanti rapòrti, scriti zó a l’epoca, nó ge n’è nancia un che ‘l sia assà da só pòsta a dar n’idea de come sia nà i fati en modo stàbile; ma, peràuter, ognun de chei rapòrti ‘l pòl aidàr a fàrsela. Ente ognuna de ste relazion, contando ancia chela del Ripamonti, che l’era chela che superava tute le àutre, per el nùmer e per la sièlta dei fati, e ancor de pù per come che i era stadi osservadi, ente ognuna è sta lagià ‘ndrè de contar fati ‘mportanti, che ‘nveze i è stadi ricordadi en zèrte àutre; ente ogni una g’è dént erori reali, che se pòl sùbit véder e corèzer con l’aiùt de n’àutra de che relazion o ancia de chei pòci pefèi de la plùvicia autorità, stampadi o da stampar, che n’è restà; suzét de spès che ‘nte una de ste relazion, se trovia le ciàuse de calche fato che ‘nte n’àutra era restà ‘nla pena. Ente tute po' regna na gran confusion de tèmpi e de fati; se passa da n’argomént a l’àuter senza scrìmia, senza critèri a specificar le ròbe ‘n zenerale e ancia ‘nle picolézze: difèt chesto, che g’à scasi tuti i libri de chei tèmpi, spezialment chei che è sta scrìt en lénga ordenaria, almen en Italia; suspetan che ancia autró la sia ‘nzì, però nó sen seguri. Nó g’è sta nancia ‘n scritor dopo che s’à tòt la brìgia de confrontar e méter a pòsto tute che memòrie, per tirar fòr na storia conforme e completa de la pèsta; siché l’idea che se g’à l’è per fòrza confusa: n’idea ‘mpressapòc’ de gran malani e grant eróri (che, ‘n realtà, i è stadi perfìn pù grevi de chel che se pòdia ‘mmazinàrse), n’idea fata pù de convinzion che de fati veri, fati separadi e de spes senza considerar la situazion zenerale e senza vardar chel che èra suzèst prima e dopo, e siché senza ciapìr bèn le ciàuse e l’èsit, de come che è nà de zusto le ròbe. Noiàutri, ‘nveze, studiando e metèndo a confront con scrùpol tute le relazion stampade, e zèrte che nó è mai stà stampà, e i pòcì documenti che è restà (che i è pròpri pòci), en vardà de méter ensèma, no chel che n’averòs plasèst, ma almen vergot che ìnfin adès nó è mai sta fat. Nó l’è che volén riferìr ogni ato o pefèl de le autorità e nancia de scrìver tuti i fati degni de èsser ricordadi; e men che men volén rènder inutile, a cì che volés studiar pù ben la chestion, el lézer dai documenti de l’epoca, che i g’à sèmper na ‘mportanza unica, calunque sia la só forma e come che i è stadi preparadi. En vardà de distìnguer e de seguràrne de la verità dei fati pù ‘mportanti e ‘n zenerale, a méterli zó bèn, e per cant che l’è sta possìbol dal prìm a l’ultim, a osservar ben la ciàusa de chel che è sta l’èsit, e a dar enzì, almen per adès e ‘nfìn che calchedun nó ‘l fàgia mèio, na notizia curta sì, ma però sinzera su chel che è sta ca gran rovìna de la pèsta. Dunque, per tut el trat de teritòri traversà da l’esèrzito, era sta giatà arcanti cadàveri dénter enle ciase e àutri ancor per le strade. Pòc’ tèmp dopo, ente sto paes e po' ‘nte nàuter, à scomenzià a malàrse, a morìr, persone, famìlie ‘ntrége, de bruti mali, fòr dal normale, con segni che la pù part de la zènt ancor viva nó l’eva mai vist. G’era sol zèrti che i li cognosséva perché zà visti, l’era i pòci che se ricordava ancor de la pèsta che zincantatrèi ani prima, eva batù gran part de l’Italia, e spezialment el milanes, endo che l’è stada clamada, e che ancor adès i ricorda come la pèsta de san Carlo. L’è pròpri granda la forza de la ciarità! Tra tanti ricordi ancia gròssi de ca misèria che eva smacià tuti, la ciarità la pòl far sì che se se ricòrdia de n’òm sol, perché a sto òm la g’à dat el sentiment e la g’à fat far azion straordenarie che tuti ancor i ricorda ancor de pù de la pidemìa; e i l’à fissà ‘nla testa de tuti come ‘l segn de ca disgrazia, perché el el g’era dapertut, come na guida, protetor, esèmpi, vìtima volontaria. De na rovina che à tocià tuti, la ciarità l’à fat, con l’opera de sto òm, na ròba straodenaria; tanto che ca pidemìa de pèsta l’è ricordada col só nòm, come se fa per na vitòria o na scoperta. El medico che geva ‘n man la salute pluvicia, Lodovico Settala che, èstra a èsserge al tèmp de ca pèsta passada, l’era sta ancia un dei dotori pù laurentóni, corazósi e, ancia se l’era zovenòt, tra i pù stimadi medizi, adès, suspetàndo che era dré a nìr na pidemìa nòva, el restava atènto e sèmper con le récle su drite a le notìzie. Enzì, ‘l 20 de otóber, l’à riferì al tribunal de la sanità che a Chiuso (l’ultim paes del teritòri de Lecco, al confìn con Bergamo), era scopià de segur la pèsta. Però, come che scrìu entel só Ragguaglio el Tadino, nó è sta tòt nancia na dezision su chel segnal. Pòc’ tèmp dopo è arivà notìzie compagne ancia da Lecco e da Bellano. Alor el tribunal l’à dezìso de mandar en comissari che, dré la strada, l’averòs tòt su con el en dotor da Como per nar ensèma a visitar i pòsti che era sta segnalà. Tuti doi, però, “per ignoranza e per àutri motivi, i s’è lagiadi convìnzer da ‘n barbér vècel e ignorante da Bellano che ca malatìa nó l’era pèsta”, ma che ‘n zèrti pòsti l’era ciàusa i sòliti vapóri che nideva su da le palù l’autón, e ‘nten zèrti àutri pòsto el fus l’èsit de le tribolazion patìde cando che passava i soldadi todes-ci. Ste consolazion le è stade riportade al tribunal, che ‘nchel modo, ‘mpar che ‘l se sia metù ‘l còr en paze. Sicome seghitava a nìr, senza fermarse pù, notìzie de nòvi mòrti da arcante zone, è sta mandà doi comisari per controlar ben la situazion e per trovar en remèdi: sti doi l’era ‘l Tadino che en zà zità e ‘n testimòni del tribunal. Cando che sti cì i è arivadi ‘ntei pòsti smaciadi, la pidemìa la s’era zà sparpaiada fòr enzì tant che le prove le era sota i òcli de tuti, senza bisògn de zerciàrle. I à fat fòr tut el teritòri de Lecco, la Valsassina, tute le sponde del lac’ de Como, le part che era clamà Mont de Brianza e Gera de l’Adda; dapertut i à trovà, d’imprinzìpi ai paesi, portèi sbaradi, àutri paesi scasi desèrti, con i abitanti che era s-ciampà e i s’era sistemadi a la bòna per le ciampagne o separadi de ca e de là: “ne pareva – scrìu el Tadino – tante creature selvadge, ognun con en man en ramét de menta, cì de ruta, cì de rosmarìn, cì con na bozzéta de asé.” I à tòt nota del nùmer de morti, che a la fìn l’è risultà autìssim; i à visità maladi e cadaveri, e dapertut i à vist che g’era i segni orèndi che nó se podeva confónder de la pèsta. Sùbit i à riferì, con lìtere, che brute notìzie al tribunal de la sanità, che, zapàde ‘l 30 de otóber, “l’à dezìso” – ne conta ‘l Tadino – de ordinar le cosidete bullette cioè certificati per fermar le persone che nideva dai paesi ‘mpestadi; e “’ntant che se scriveva zó ‘l pefèl” el geva dat calche órden provisori a le guardie. Entant i comissari i à tòt en prèssa e furia le regole che ge pareva a lori che le fus miore; e i è nudi de vòuta con la convinzion trista che nó le saròs stade assà a remediar e a fermar el mal che l’era zà tant avanti e spars. I consiliéri i è arivadi ‘l 14 de novèmber, e i eva zà riferì, a ós e ancia per scrìt al tribunal, come che l’era la situazion. El tribunal alor, el g’à dat a lori l’incombènza de presentarse davanti al goernator, de fàrge rapòrto su come che l’era la situazion. I è nadi, e i à po' riferì al tribunal che ‘l goernator l’eva mossà gran dispiazer e tanta pietà per che notìzie, ma che la preocupazion de la guera per el, le era pù nezessarie: sed belli graviores esse curas. Enzì ‘l Ripamonti, che l’eva controlà tuti i rezìstri de la Sanità e l’eva parlà col Tadini, che l’era sta ‘mpegnà pròpri ‘nte ca mission: l’era la seconda, come che ‘l lezidor el se ricorderà, scomenziada per la stesa ciàusa e con el stes risultato. Doi o trei dì dopo, el 18 de novèmber, el goernator l’à plubicià ‘n pefèl che l’órdenava gran feste ‘n piazza perché era nat el prìnzipe Carlo, el prìm del re Filipo IV, senza suspetar o senza preocuparse del perìcol che podeva scopiar a méter ensèma na gran fola ‘nca situazion ìo: tut come se fus sta tèmpi ordenari, come se ‘nzun g’àves riferì ‘ngotiènto. Sto òm l’era, come che en zà dit, el grant Ambrogio Spinola, mandà a ‘ndrizzar ca guera e a sistemar i erori del don Gonzalo, e, come incombènza men importante, per governar; e noi podén ancia recordar cì che l’era mòrt pòci mesi dopo, pròpri ‘n ca guera che ge premeva ‘nzì tant; però nó l’è mòrt per le ferìde a combàter, ma l’è mòrt entel só lèt, consumà da l’angossa e dal dolor per le brontolade, le inzustìzie e i tormenti che l’eva rizevù da chei che ‘l serviva. La storia l’à portà pediment per la só sòrt e l’à critegià la malgraziosità dei àutri; l’à spiegià con tant scrùpol le só imprese da soldà e da politegón, lodando ‘l só antivéder, la só forza e la só fedeltà: l’averòs però ancia dovèst zerciar en che modo l’aves doprà tute che virtù cando che la pèsta la spaventava e la smassacrava ‘n pòpol che gera sta dat da custodir, o mèio arbandonà ‘nle só man. Ma chel che feva pù maravea de tut, pur condanando per entréc’ la condota de l’autorità, l’era ‘l comportament de la popolazion stessa: o sia ca part che nó era sta ancor tocià da la pidemìa e che per chesto la geva tute le reson per tèmerla. Al sentìr le notìzie che nideva dai paesi ‘ndo che la pèsta l’era zà arivada, paesi che zircondava Milan scasi come mèz zércel, e che ‘n zèrti pòsti i era lontani apena trenta trentazìnc’ chilometri, cì èl po' che nó averòs dit che ìo se saròs solevà tuta la zènt, per en desidèri de avér prudènza, se nó àuter en pòc’, o almen che nassés na zèrta azitazion tra la zènt? E ‘nveze, se g’è na ròba ‘ndo che tuti i documenti de chel tèmp i è d’acòrdi, l’è pròpri ‘ntel dir che nó g’è sta ‘ngotiènto de chesto. La ciarestìa de l’an prima, le angiarìe dei soldadi e i tuti i patiménti morali l’era ciàuse che ‘mparéva èsser assà per spiegiar l’aumentar dei morti. Enle piazze, ‘nle botégie, ‘nle ciase, tuti chei che motivava ‘l perìcol, calunque persona che avés parlà de pèsta come la ciàusa dei morti, sùbit i lo togéva per ziro o adiritura l’era desprezzià. Tra chei che nó credéva a la pidemìa, che a tuti i costi nó i voleva véderla, gera tanti consilieri ‘ntel Senato, ‘ntel consìli dei decurioni, e tra i zùdizi. Vardàndo fòr le ciarte, ài trovà che ‘l cardinal Federigo, apena che s’èra sentù dei primi casi de mal ritàbel, l’eva scrìt, ente na lìtera pastorale a tuti i pàroci, tra le àutre ròbe, che i avertìs pù e pù bòte la zènt de l’importanza e l’òbligo severo de denonziar ogni caso sìmil e de consegnar le ròbe ‘mpestade o che le era suspete: e ancia chesta pòl èsser contada tra le azion che ge và dat mèrit. El tribunal de la sanità ‘l domandava, scasi ‘l supliciava, en sostégn, però ‘l geva de vòuta pòc’ o ‘ngot. Dent al stes tribunal, però, la prèssa nó l’era segur chela che giaveròs da èsserge sta vist el perìcol e i bisògni de la situazion: difati l’era sta doi dotori, convìnti de la serietà e de come che era vizìn el perìcol, a speronar chel tribunal, che po' chesto ‘l geva da spénzer tuti i àutri. En zà vìst come che a la prima notìzia de la pèsta, ‘l tribunal el se fus mossà péger, ma non sol entel mòverse, ma perfìn a ‘nformàrse. Eco, adès g’è da dir n’àuter fato de lèmpa autertant gròs, a men che nó ‘l fus ciausà da ‘mpedimenti metùdi da autorità superióri. Chel pefèl che ordenava i zertificati a viazar da ‘n pòsto a l’auter, dezìso el 30 de otóber, l’è sta stampà sol el 23 del més dopo, e l’è sta plubicià sol el 29. La pèsta la s’era zà ficiada ént a Milan. El Tadino e ‘l Ripamonti i à volèst notar el nòm de cì che à portà per prìm la pèsta e arcanti fati che riguardava ca persona e chel caso. Difati, cando che se osserva ‘l prinzìpi de na gran straze e che i morti nó i pòl pù èsser ricordadi per nòm, ma sol contadi a mìli e mìli, vèn na zèrta curiosità de cognósser chei pòci nòmi notadi d’imprinzìpi e che per chesto l’è sta possìbol ricordar. El fato che i primi i è stadi rezistradi col só nòm, e tuti i àutri no, el fa sì che che persone e ancia le picolézze, peràuter senza importanza che le riguardava, le ‘mpàr scasi come ‘n segn del destìn, e per chesto degni de èsser ricordadi. Tuti doi i studàdi i dis che a portar la pèsta l’era sta ‘n soldà talian che l’era a servìzi de la Spagna; ma però, per el rèst, nó i è d’acòrdi, nancia sul nòm. Per el Tadino se tratava de ‘n zèrto Pietro Antonio Lovato, che l’era logià ‘ntel teritòri de Lecco; per el Ripamonti, ‘nveze, l’era Pier Paolo Locati, quartierà a Chiavenna. Nó càdra nancia ‘l dì de cando che l’è arivà a Milan: Per el prìm l’è sta ‘l 22 de otóber, per el secónt el 22 de novèmber. Però, né una né l’àutra de le spiegiazion l’è da tòr per bòna, perché tute doi le contradìs date pù segure. Epur el Ripamonti, che ‘l scrivéva per órden del Consìli zenerale dei decurioni, el geva al só comando tanti mèzi per tòr le informazion nezessarie; e ‘l Tadino, per el fato che l’era del mistér, el podeva, mèio de calunque àuter, èsser informà de na ròba de sto zènere. Peràuter, dal confrónt con àutre date, che le ‘mpar pù zuste, risulta che ‘l soldà l’è arivà ‘n zità prima de la plubiciazion del pefèl sui zertificati per podér mòverse; e, se fus nezessari, se poròs perfìn provar, o scasi, che ‘l geva da èsser sta ai primi de chel més. Ma ‘l lezidor, de segur, nó ‘l ne domanda na sìmil picolézza. Sia come che la sia, sto soldà scarognà e che portava scarògna, l’è arivà con en gran fagòt de àbiti compradi o robadi a soldadi todes-ci; l’è nà a logiar ente na ciasa de só parènti, entel borgo de la porta orientale, vizìn al convènt dei ciapuzìni; apena arivà, ‘l s’è malà; l’è sta portà a l’ospedal endo che n’enfladùzem che i g’à vìst sota ‘l braz, l’à metù cì che lo curava en suspet de chel che difati l’era; el càrt dì l’è mort. El tribunal de la sanità l’à ordenà che la famìlia del soldà la fus metùda sùbit en caranténa serada via ‘n ciasa; i drapi e ‘l lèt dopradi a l’ospedal i è stadi brusadi. Doi infermieri che i l’eva rencurà e ‘n frate che i l’eva assistì i s’era maladi ancia lori, tuti trei de pèsta, dopo pòci dì. Però, ‘l suspet che i eva abù fìn da prinzìpi su che mal che l’era e la prudenza che era sta dotà le à sc-ivà che la malatìa la se slargiàs ancor de pù. Ma chel soldà l’eva zà lagià ‘n ziro la soménza de l’infezion, che prést l’à scomenzià a sparpaiarse. La prima persona che è sta tocià l’era sta ‘l padron de ciasa ‘ndo che l’eva logià, en zèrto Carlo Colonna, en sonador de liuto. A chel punto, tuti i fitalìni de ca ciasa i è stadi portadi, per orden del tribunal de la sanità, entel lazarét, endo che i pù tanti i s’è malàdi; zèrti i era morti pòc’ tèmp dopo, segur per contàg. Entela zità, l’infezion che era zà sta seumnà da che persone, con i só drapi, con le só mobìlie robade dai parenti, dai fitalìni e dai sèrvi, sibèn che ge fus le tamisade e i fògi ordenadi dal tribunal, la seghitava a coàr sóta le brase. A chesto se taciava ‘l contàg che arivava a ciàusa dei pefèi falòpe che ‘nzun ge vardava sóra e che i era trascuradi dai pù furbi. Enzì ‘l contàg l’à limegià sot la zénder e ‘l s’è slargià plan planìn per tut el rèst de chel an e ‘ntei primi mesi del 1630. Ogni tant, enten quartier o ‘nte n’àuter, calchedun el deventava ritàbel e ‘l morìva; ma pròpri la rarità dei casi la slontanava ‘l suspèt de la pèsta, dando forza a ca òrba e pericolosa convinzion de la zènt, che nó la ge fus mai stada, nancia per en moment. Tanti dotori stessi, sostegnèndo l’opunion del pòpol (che ‘nte sto caso nó l’era de segur “la ós del Sioredio”), i grignava fòr i avertimenti dei pòci auzzèi del malaugùri, che i temeva ‘l contàg; e i era pronti a dar la colpa a le sòlite malatìe ogni bòt che i se fus trovadi a rencurar casi de pèsta, calunque fus i segnài de la malatìa. Le notìzie de sti casi, cando che le arivava al tribunal de la Sanità, le arivava scasi sèmper en ritardo e ‘nten modo confus. La paura de la caranténa e del lazarét la spenzéva la zènt a ‘nzignàrse: i maladi nó i era denonziadi, se pagiava i beciamòrti e chei che i geva sora; perfìn zèrti che i geva l’incombènza dal tribunal, a controlar i cadaveri, i féva ciàrte fàusse en cambi de soldi. Sicome però, ogni bòt che ‘l tribunal l’era bòn de scoprìr en caso nòu, l’ordenava de brusar le ròbe, el sequestrava le case e ‘l mandava le famìlie al lazarét, l’è fàzile emmazinàrse cant che fus fòrt el malcontènt e l’ira de la zènt, “de la Nobiltà, dei Merciandèi, e de la plèbe”, dis el Tadino; convinti, tuti, che fus persecuzion senza motìvo, e senza fondament. La pù tanta fél l’era per i doi dotori, el Tadino stes e ‘l senator Settala, fiol del medico (Lodovico): al punto che nó i podeva pù traversar le piazze senza èsser ofési, se nó i era adiritura zapadi a sassàde. E de sugur era particolare, e che merita de èsser ricordà, l’era la condizion de chei òumni; entant che i vedéva nir inanzi ca tremènda disgrazia e i se sforzava en tuti i modi de fermarla, i giatava sèmper complicazion endo che i zerciava aiùt, e ‘ntel stes tèmp i deventava bersàlio de tossìde, e acusadi perfìn de èsser nemìzi de la patria: pro patriae hostibus, come dis el Ripamonti. Na part de ca bila l’era ancia per i àutri dotori che, convinti come ‘l Tadino e ‘l Settala, che ge fus el contàg, i provava a consiliar azion per difènderse e de far cognósser a tuti la so dolorosa convinzion. I pù calmi i li acusava de èsser berlùci e testoni; per zèrti àutri, ‘nveze, l’era palés che se tratava de na ladrarìa, de ‘n complòt metù ‘nsèma per gadagnar profitàndo de la paura de la zènt. El medico Lodovico Settala, che alor el geva scasi otant’ani, l’era sta professor de medezìna a l’università de Pavia e po' de filosofia morale a Milan, l’era autor de tanti libri prezziadìssimi e ‘l geva na grant nòmina, tanto da èsser envidà a ‘nsegnar ente àutre dégne università, come Ingolstadt, Pisa, Bologna e Padova, che però l’eva refudà. Per chesto l’era senza dubi un dei òumni più sèri del só tèmp. A la só nòmina de sienziato se ge taciava chela de èsser n’òm onèst e la só zenerosità ‘ntel rencurar e aidàr i poréti la ge procurava non sol la mirazion, ma ancia efèto. Però, na ròba che ancòi noiàutri nó la ne plaseròs mìgia, ma che ai tèmpi la contava a aumentar la só fortuna, l’era chela che ancia el come tuti i àutri l’era plén dei difèti pù bruti del só tèmp: l’era senza dubi pù avanti dei àutri ma però senza èsser massà destacià da chel che pensava i pù tanti. Ente sto modo el se schivava le antipatìe che de sòlit le fa pèrder l’autorità gadagnada ente àutri modi. Epur la gran nòmina che ‘l geva nó l’è stada assà, ente chel moment, a zimar via l’opunion de chel che i poeti i clamava volgo profano, e i zarlatàni rispettabile pubblico e nó l’è nancia stada assà a protézerlo da la ciativèria e da le ofése de la part pù litegiante de ca fola, pronta a passar da le parole ai fati. En dì che ‘l neva col só biròz a visitar i maladi, à scomenzià a fàrgese tut entórn arcanta zènt, urlando che l’era el el capo de chei che voleva per forza che ge fus la pèsta; el che spaventava tuta la zità, con chel só far severo, con ca só barbazza: tut per dar da far ai dotori. La fola e la rabia le montava su: i veturini, vista la malparada, i à portà ‘l padron ente na ciasa de amìzi, che per só fortuna l’era ìo dausina. Gera tocià chesto per aver vist lontan, dit la verità come che l’era, e volèst salvar da la pèsta milanta de persone: cando che, ‘nveze, con en só scarognà zudìzi medico, l’eva partezipà a far tormentar, sbregiar con le tenàie e brusar come strìa na pòra feumna disperada, sol perché ‘l só padron el pativa dolori al stómec’ e ‘n padron da prima l’era sta ennamorà de ela, alor l’è probàbile che l’abia rizevù da la zènt tute le lodi come òm sapiente e, roba da nó soportar e nancia da pensar, magiari n’àuter grado de mèrit. A la fìn de marz eva scomenzià a sparpaiarse fòr sèmper de pù, prima ‘ntel borgo de Porta orientale e po' ‘n tuti i colomèi de la zità, malatìe e mòrt compagnade da segni misteriósi: riòme, baticòr, gran sonère, delirio, ‘nsèma ai sòliti segni tremèndi de macle scure e de ‘nfladùzemi. Le mòrt le era de spes velòzi, rabiose, a bòte emprovise, senza dar prima nancia ‘n segnal. I medizi i negiava ‘l contàg, nó volèndo améter chel che prima i grignava fòr, e adès i era costreti a darge ‘n nòm a ca malatìa nòva, ormai massa sparpaiada e davanti ai òcli de tuti per restar de clamarla ‘nten calche modo. E alor i l’à clamada féver malìgna o fever pestilènta: en pòer remèdi, anzì n’ingiagn del parlar, che però ‘l ciausava gran dani, perché ‘mpareva che ‘l volés ricognósser la verità, ma però ‘l feva a men de far creder chel che pù contava da ciapìr, cioè che ‘l mal el se trasmeteva per contàg dirèto. Entant i zùdizi, come se i se fus desdromenzàdi da na gran dormida, i à scomenzià a scoutar en pòc’ de pù i avisi e i consìli del Tribunal de la Sanita, a far rispetar i só ordeni, a far far i sequèstri e a obligiar le caranténe. La Sanità la reclamava de sèito soldi per pagiar le spese che ogni dì cresséva sèmper de pù del lazarét e dei àutri servìzi; e i li domandava ai decurioni e ‘ntant che se spetava, i discuteva (senza mai arivar a na dezision segura, se non ‘ntei fati) se che spese le fus a carico de la zità o del real tesòr. Ancia ‘l gran Ministro, su órden del goernator ocupà de nòu ente la bègia de Casale, l’uzzava i decurioni; e ‘nzì feva ancia ‘l Senato, domandandoge a lori de provéder a rifornìr de vivande la zità, prima che, col sparpaiarse del contàg, fus blocà ‘l comèrcio con i àutri paesi, e de trovar el modo de matègner la gran part del pòpol che era restà senza laoro. Enzì i decurioni i zerciava pecùnia dando soldi d’imprést e metèndo su le tasse; con chel i era bòni de tirar su i deva na man en pòc’ a la Sanità, en pòc’ ai poréti, e i comprava en pòc’ de gran. Ente sto modo i era bòni de contentar sol na part de chel che era nezessàri. Ma le vere, grant angosse le geva ancor da arivar. Entel lazarét, endo che la zènt la cresséva ogni dì sèmper de pù, siben che ge fus tuti i dì tanti mòrti, mantègner a l’órden l’era gran difìzile, o sia, vardar che tute le separazion che era sta dezìso enzì le restàs, far rispetar tute le régole date dal tribunal de la Sanità. Difati, fìn da prinzìpi, regnava na gran confusion a ciàusa dei tanti che era ìo ricoverà che nó i rispetava le régole o ancia dei servitori che nó i feva ‘l só dovér. Nó savèndo pù come far a mandar avanti la baraca, el tribunal e i decurioni i à dezìso de clamàr i ciapuzìni e i à domandà al comissari de la provìncia, che l’eva tòt el pòsto del provinciale che l’era apena mòrt, de madar persone adate a goernar chel pòsto, che l’era na trebiliana. El comissari ‘l g’à propòsto come diretor prinzipale padre Felìze Casati, n’òm coi só ani, stimà per la só gran ciarità, che se deva da far tant, che l’era zantìl ma ancia severo, calità che l’à fat véder e bèn ancia dopo. Che ge aidava i à sièlto padre Michele Pozzobonelli, ancor zóven, ma sèrio e severo sia ‘ntel portamént che ‘ntel pensiér. Tuti doi i è stadi azetadi con gran simpatìa e ‘l 30 de marz i è arivadi ‘ntel lazarét. El presidente de la Sanità i l’à portadi a far en ziro, come per dàrgen possès e, metù ‘nsèma i servitori e tuti chei che geva n’impiégo ìo dénter, l’à nominà padre Felìze presidente de chel pòsto, con tuta l’autorità. Man a man che ‘l nùmer dei maladi l’aumentava, àutri ciapuzìni i corìva e i se ocupava de tut: a dirèzer, a confessar, a ministrar, e po' gera l’infiermeria, le cosìne, el vestiari, la lavandara. Padre Felìze, sèmper zapà ‘nte le só mansion, el zirava de dì e de nòt tra i pòrtegi e le ciàmere, a bòte con en baston, a bòte sol con ca pòra ròba che ‘l geva ‘ndòs. El regolava, el feva coràzo a tut e a tuti, el calmava zó le begòte, l’ascoltava e po' ‘l zudicava le lamentèle, l’emprometéva o ‘l deva, se l’era nezessàri, ancia punizion, el brontolava, el consolava, el planzéva con cì che planzéva. D’imprinzìpi ‘l s’è mala de pèsta ancia el, ma po' l’è varì e l’à seghità ‘ntel só laoro ancor con forza. I pù tanti dei só frati però, i è mòrti, e i è mòrti tuti ‘n paze. Zèrto che n’autorità de chel zènere l’era dalbòn en remèdi fòr dal normale; fòr dal normale come la disgrazia stessa, e come chei tèmpi che l’è suzèsta; e ancia se nó savéssente àuter, basteròs zà sto fato a mossàrne cant che l’era gréza e mal regolada ca sozietà: chei che ge spetava n’incombènza tant importante, come ‘l goèrno, nó i era bòni àuter che de refudàrlo, e nó i trovava a cì che zédergel se non a òumni che, per la só condizion, l’era i men adati a chel còmpit. Ma, ‘ntel stes tèmp, l’è ancia na dimostrazion nanciua tant ordenaria de la forza che la ciarità la pòl dar ente ogni epoca e ‘nten calsiasi ocasion: véder chei frati tègner en pè con tant coràzo en pés enzì gròs l’è na prova de chesto. E l’è sta bel sol el fato che lori i avés azetà ca incombènza senza àutra reson se non chela che ‘nzun àuter i lo voléva, senza àuter scòpo se non chel de servìr, senza àutra speranza, ente sto mondo, se non chela de na mòrt pù da ‘nvidiar che ‘nvidiada. L’era sta bèl che la mansion la fus stada ofèrta pròpri a lori, sol perché l’era difìzile e pericolosa, e se pensava che lori i giaves la fòrza e gran calma virtù ‘nzì nezessarie e ‘nzi rare ente chel moment. Siché, l’òpera e l’anima de chei frati le mèrita de èsser recordade con amirazion, con efèto, con ca spezie de ringraziament che se è obligiadi, tuti canti, ai gran servìsi fati da òumni a àutri òumni, e ancor de pù a cì che nó i li fa per aver vergot de vòuta. “Se chei padri nó i se fus trovadi ìo,” scrìu el Tadino “de segur tuta la zità la saròs stada delimada dal tut; perché l’è sta pròpri miracolos che, ente ‘nzì pòc’ tèmp, chei padri i aves fat tante de che ròbe per el bèn de tuti, e che, pur avendo rizevù pòc’ o ‘ngot da la zità, con la só industria e prudenza i avés mantegnù vivi milanta de poréti entel lazarét.” Le persone ricoverade ‘nchel pòsto, per i sèt mesi che padre Felìze i l’à dirizèst, i era stadi zirconzìrca zincantamìli, a star a chel che dis el Ripamonti, che ‘l scrìu ancor, e ‘l geva reson, che de n’òm enzì se saròs dovèst parlàrnen compagn se ‘nveze che descrìver le misèrie de na zità, l’avés dovèst contar le ròbe bòne a fàrge onor. Ancia tra la zènt normale, ca fissazion de negiar che gera la pèsta la scomenziava naturalment a ‘ndebolìrse e a sparìr, man a man che ‘l contàg el se sparpaiava fòr sèmper de pù a ciausa che la zènt entel só vìver la se tociava perchè tuti i steva vizìni un con l’àuter. E tanto pù, che dopo èsser restà per en zèrto tèmp sol tra i pouréti, la malatìa l’à scomenzià a tociar persone pù nominade e rispetade. Tra cheste, come che alor l’era sta ‘l caso pù considerà, enzì mèrita ancia adès en recòrt particolare ‘l medico Settala. Averài almen ametù che chel pòer vècel l’eva bù reson? Cì èl po' che pòl dìrlo? S’è malà de pèsta el stes, la só sposa, doi fiòi e sèt servitori. El e un dei fiòi i se l’à cavada e i è varìdi; tuti i àutri i è morti. “Sti fati,” dis el Tadino, “suzèsti ‘n ciase de nobili, i à fat sì che la nobiltà e ancia la zènt normale i ge pensàs su; e perfìn i dotori che nó geva credést, ensèma al pòpol ignorante e sventà, i à scomenzià a struciar i làuri, sgringenar i dènti e ‘nfizzar el mus.” A bòte la testardàzine l’è tale che la se palesa con scuse, ingiagni, vendéte, tut ròbe che le è ancor pù ‘nsensade de la fissazion pura e sèmplize; el saròs scasi mèio che na persona la rèstàs testàrda su le só idee fìn a la fìn, putòst che zerciar cissà che scusa per nó améter de aver tòrt. E chesto l’è sta pròpri un de chei casi. Chei che era sèmper sta convìnti testoni, e per tant tèmp, che ‘l contàg nó ‘l se sparpaiava da persona a persona, ma per àutre ciàuse, nó podèndo però negiar chel che era sota i òcli de tuti che ormai la malatìa l’era dapertut, e nó volèndo dar la colpa a la vera ciàusa (perché chesto averòs volèst dir améter en grant eror e na gran colpa), i era propènsi a azetar calsiasi àutra spiegiazion. Purtropo, g’era zà pronta, enle credènze de l’epoca, non sol en Italia, ma ‘n tuta l’Europa, n’àutra spiegiazion: striarìe, diaularìe, personazi che feva apòsta a sparpaiar la pèsta con veréni e ‘nciantaménti. Peràuter, ròbe compagne le era zà stade pensade e credèste cando che gera sta àutre pidemìe, spezialment chela che g’era sta zincant’ani prima. A chesto ge vòl zontàrge, che zà da l’an prima, era arivà al goernator en messagio firmà dal re Filipo IV de Spagna, endo che se avertìva che era s-ciampà da Madrid càter franzési suspetadi de trar fòr onti verenósi che feva malàr: el goernator, per chesto, ‘l doveva star su con le récle, se per caso i fus arivadi a Milan. El goernator l’eva mandà ‘l messagio al senato e al tribunal de la sanità, e alor nó i geva dat tanta importanza a ca lìtera. Ma, cando che la pèsta l’è scopiada e l’è stada ricognossuda, el recòrt de chel avìso nó l’à fat àuter che rinforzar el suspet de na congiura de calche canaia; anzi, forse l’è sta pròpri l’ocasion per far nàsser chel suspet. Ma g’è sta doi fati, un madurà da la paura òrba e confusa, l’àuter de nó sai nancia mì che ciativèria, l’è sta chei che à cambià ‘n suspèt confus de ‘n possìbol atentato enten suspèt fetìo, e per tanti adiritura na segurezza, de n’atentato vero e de na congiura ben parezzada. Arcante persone, che la sera del 17 de magio le eva credèst de véder, entel dòm, persone intènte a ónzer na stramèza che la separava i pòsti riservadi ai doi sèssi, i eva fat portar via ca stramèza e arcante bance che gera ìo dént. El presidente de la sanità, córs ìo con càter impiegati per dar n’oclada, l’eva osservà la stramèza, le bance e perfìn i acasantaròi, senza trovar engot che podés confermar el suspèt de ca zènt ignoranta che fus n’atentato de ‘nverenament. Però, per nàrge dré a le paure de la zènt e pù per massa prudènza che per nezessità reale l’eva dezìso che fus sta assà dàrge na bèla slavazzada a la stramèza. Tuta ca gran massa de as e assòti embarciada fòr da la glésia l’eva provocà ‘ntra la zènt en gran spavènt, perché per la fola bastava pòc’ per scambiar en fato per na prova segura. Alor s’è scomenzià a dir e a créder da tuti che ‘ntel dòm fus sta onzù tute le bance, i muri e perfìn le còrde de le ciampane. E nó l’è sta sol na ós del moment: en tute le memòrie de chei che gera a chel tèmp e che parla de chel fato (zèrti scrìti tanti ani dopo), i la conta con la stessa segurezza. La verità, ‘nveze, de chel fato, ge voròs endovinarla, se nó se la trovàs ente na lìtera del tribunal de la sanità al goernator, che la pòza entei rezìstri de San Fedele; e pròpri da chei rezìstri l’en tòta fòr, l’è pròpri da ca lìtera ìo che en tòt fòr le parole pendùde a man drìta. La domàn dré, i zitadìni i è stadi ‘mpressionadi da n’àuter spetàcol ancor pù strambo e che voléva dir tant. Ente arcante zone de la zità, s’à vist i ussi de le ciase e bèle porzion dei muri embosmàde con na ròba spórcia, de color zaldìn o blancìz, spenelada come se la fus stada spandùda con na spóngia. Nó se sa se l’era sta fat per en gusto siòco per procurar en spavènt zenerale e rumoros, opur con l’intenzion pù sguèrza de aumentar la confusion tra ‘l pòpol, o per calche àuter propòsit: fato sta che chel fato l’è documentà con en tale scrùpol che saròs da créderge de men a n’insòni zenerale putòst che a ‘n zèst fat da calchedun. E, peràuter, nó ‘l saròs sta né ‘l prìm né l’ùltim fato del zènere. El Ripamonti, che de spés el tòl per ziro e àutre bòte ‘l compatìs el pòpol sèmpel riguardo a che “onzùde” emmazinade, el dis che cì de aver vist coi só òcli ca sblanzegiadura e i la descrìo.
...et nos quoque ivimus visere. Maculae erant sparsim inaequaliterque manantes, veluti si quis haustam spongia saniem adspersisset, impressissetve parieti et ianuae passim ostiaque aedium eadem adspergine contaminata cernebantur. Traduzione: …anche noi andammo a veder. C’erano qua e là macchie che trasudavano, in modo diseguale, come se qualcuno avesse sparsodel marciume con una spugna, imbrattandone il muro; e qua e là si vedevano anche le porte e gli ingressi delle case sparsi dello stesso liquido.
Ente ca lìtera che en zà ricordà, ancia i consiliéri del Tribunale de la Sanità i conta la fazènda con le stesse parole: i parla de controlli, de esperimenti fati con ca ròba su arcanti ciagni, che nó i eva bù nancia ‘n segn de mal, e i dis ancor che, secondo lori, che fato l’era pù na spiazzarolada che na vera intenzion crudele. Chesto fa véder che, almen fin a alor, i consilieri i geva ancor assà ragionament per nó scambiar le fantasìe pericolose per la realtà. I àutri testimòni de chel’epoca i conferma ‘l fato e i riferìs che, d’imprinzìpi, tanti i pensava che ‘l fus sta fat per schèrz o per stramberìa. Nó se trova ‘nzun che ge fus persone che le negiava l’azion: se ge ‘n fus sta, el n’averòs parlà, ancia sol per poder dir che l’era persone strambe. Ài pensà utile riportar e méter ensèma sti particolari, zèrti che pòci i cognoss, e àutri desmentegiadi dal tut, de chel notòrio delìrio zenerale, perché, entei erori, e spezialment entei erori fati da tanti, chel che ‘nterèssa de pù e ocor osservar l’è tut chel che i l’à fati nasser, le aparenze, e i modi che i è stadi bòni de nar ént enle teste e a dominarle. Tuta la zità, che l’era zà azitada per conto so, l’è stata scombussolada dal tut: i padroni de le ciase i brustolava con la paia ‘mpizzada, i splazi onti; chei che passava i se fermava a vardar, e i geva oror e rabbia. I furèsti, che se togéva fòr fazilment da come che i era vestìdi e che sol per chesto i feva suspetar, i era blocadi per la strada da la zènt e consegnadi ai sbiri. A chesti e ancia a chei che l’eva fermadi, g’è sta fat en mùcel de domande e tamisade, ma senza trovar enzun che geva colpe: le mént le era ancor bòne de dubitar, de pensàrge su, e de ciapìr. El tribunal de la sanità la plubicià ‘n pefèl endo che ‘l prometéva en prèmi e ‘l privilèzi de nó èsser punìdi a cì che avés riferì ‘l nòm de chel o de chei che eva combinà ca azion. Ente na lìtera legale del 21 de magio, ma scrìta ‘l 19 come g’è stampà sul pefèl stes, i zùdizi i diséva: «In ogni modo, nó ne par che convègnia che sto delito el rèstia senza punizion, a tuti i costi, spezialment enten tèmp enzì pericolos e suspetos; per la consolazion e la calma de sto pòpol, e per trovar calche segnal del fato, ancòi en plubicià ‘l pefèl, ecc.». Però, ‘ntel avìso stes nó g’è scrìt engotiènto, de ca spiegiazion ben pensada e che l’averòs chietà, che i zùdizi i eva comunicà al goernator: sto silenzio ‘l denonzia sia la pazzìa e l’azitazion de la zènt, sia la sotomission dei zùdizi, tanto pù sbagliada canto pù la podéva deventar pericolosa. Entant che ‘l tribunal el tamisava, tanta zènt tra ‘l pòpol, come che suzét de spés, l’eva zà giatà la só spiegiazion. Zèrti i era convìnti che se tratas de n’onzùda verenosa; zèrti àutri i pensava che fus na vendeta de don Gonzalo Fernandez de Cordova per le ofése che l’eva sentù cando che l’era partì; àutri ancor i credeva che fus en propòsit del cardinal Richelieu, per dezimar Milan e torlìrla fazilment. G’era po' cì che, senza ‘n motìvo bòn, el deva la colpa al conte de Collalto, al Wallenstein o a calche àuter nòbile milanes. Nó manciava, come che en zà dit, chei che pensava che ‘l fus en schèrz siòco, magiari dei studenti, sioràti, o ufiziai che era stufi de la batàlia de Casale. El fato che nó se vedés, come tanti i teméva, sùbit na pidemìa o na straze zenerale, l’è la spiegiazion pù probabile che la paura che gera d’imprinzìpi la s’era calmada zó e la fazènda, almen enzì ‘mpar, l’era stada desmentegiada. G’era ancor tante persone che nó le voléva convìnzerse che la pèsta la fus scopiada dalbòn. Sicome sia ‘ntel lazarét che ‘n zità arcanti maladi i varìva, zirava la ós (e le è sèmper interessante véder le ultime scuse de la zènt, scuse tute negiade dai fati), e ‘nzì diséva tanta zènt e calche mèdico che l’era de part, che nó podéva tratarse de pèsta vera, perché se no i saròs tuti morti. Per spazzar via ogni dubi, el tribunal de la sanità l’à trovà ‘n rimèdi zust al vèrs: en modo de far véder nèt e sclèt chel che era la realtà, come richiedeva i tèmpi. Entela festa de Pentecòste i zitadìni i geva l’usanza de nar al zimitèri de San Gregorio, fòr da la porta orientale, per pregiar per i morti de la pidemìa de ani prima che era sta sepolì ìo. L’ocasion de ca funzion, la deventava ancia ocasion de divertimént e de spetàcol, e tuti i neva vestìdi pù en ghìngheri possìbol. Pròpri chel dì era morta de pèsta na famìlia ‘ntregia. Ente l’ora de pù gran fola, tra ciaròzze, cavalieri e tanti che neva a pè, i cadaveri de ca famìlia i è stadi portadi al zimitèri, su órden de la sanità, su ‘nten ciar e senza vestìdi, en modo che la zènt la podés véder con i só òcli i le plage che la lagiava la malatìa. Endo che passava ‘l ciar se levava zìgi de oror e de paura; de dré restava en brontolamént de osservazion, e n’àuter brontolamént se sentìva davanti. Enzì la zènt l’à scomenzià a créder de pù a la pèsta; ma, en realtà, la malatìa ogni dì la se feva créder sèmper de pù da só pòsta, e ancia ca ressa l’à fat del so, e nancia pòc’, a convìnzer el pòpol ancor de pù. Donca d’imprinzìpi, se diseva che nó l’era pèsta, nancia sì no, per engotiènto: adiritura l’era proebì perfìn prononziar ca parola. Po' se parlava de féver pestìfera: o sia se azetava l’idea, però de sbiéc’, dré a na parola. Po' dopo, l’era pèsta, però no na pèsta vera: o sia, sì l’era pèsta, ma no dal tut, l’era na malatìa che ge ‘nsomiàva e che nó se seva come clamàrla ente n’àuter modo. A la fìn, de segur l’era pèsta, senza nancia pù discùter. Ormai però se g’era zà tacià n’àutra idea, chela del verén e de la striarìa, che nó la feva àuter che confonder chel che voléva dir ca parola, che ormai nó se podéva pù tàser. Credi che nó ge vòl èsser grant espèrti de storia de le idee e de le parole per nascòrzerse che tante le è nade per na strada sìmile. Grazie a Dio nó le è tante chele de sto tipo e de tal importanza, che se le ciapìs sol dopo tanti dolori e che le vèn a cambiar faussamént chel che le vòl dir dalbòn. Però, sia ‘nle chestion pìzzole che ‘n che grande, se poròs almen per el pù gròs, s-civar na strada ‘nzì lòngia e ‘nzì stòrta, seguèndo ‘l modo vècel da tant tèmp: osservar, scoutar, confrontar, pensàrge su bèn, prima de parlar. Ma parlar, sol chesto, sol parlar, l’è tant pù fàzile de tute le àutre metùde ‘nsèma, che ancia noi, dìgi noi òumni ‘n zenerale, sen ancia ‘n pòc’ da compatìr.
Divenendo sempre più difficile il supplire all’esigenze dolorose della circostanza, era stato, il 4 di maggio, deciso nel consiglio de’ decurioni, di ricorrer per aiuto al governatore. E, il 22, furono spediti al campo due di quel corpo, che gli rappresentassero i guai e le strettezze della città: le spese enormi, le casse vote, le rendite degli anni avvenire impegnate, le imposte correnti non pagate, per la miseria generale, prodotta da tante cause, e dal guasto militare in ispecie; gli mettessero in considerazione che, per leggi e consuetudini non interrotte, e per decreto speciale di Carlo V, le spese della peste dovevan essere a carico del fisco: in quella del 1576 avere il governatore, marchese d’Ayamonte, non solo sospese tutte le imposizioni camerali, ma data alla città una sovvenzione di quaranta mila scudi della stessa Camera; chiedessero finalmente quattro cose: che l’imposizioni fossero sospese, come s’era fatto allora; la Camera desse danari; il governatore informasse il re, delle miserie della città e della provincia; dispensasse da nuovi alloggiamenti militari il paese già rovinato dai passati. Il governatore scrisse in risposta condoglianze, e nuove esortazioni: dispiacergli di non poter trovarsi nella città, per impiegare ogni sua cura in sollievo di quella; ma sperare che a tutto avrebbe supplito lo zelo di que’ signori: questo essere il tempo di spendere senza risparmio, d’ingegnarsi in ogni maniera. In quanto alle richieste espresse, proueeré en el mejor modo que el tiempo y necesidades presentes permitieren. E sotto, un girigogolo,
che voleva dire Ambrogio Spinola, chiaro come le sue promesse. Il gran cancelliere Ferrer gli scrisse che quella risposta era stata letta dai decurioni, con gran desconsuelo; ci furono altre andate e venute, domande e risposte; ma non trovo che se ne venisse a più strette conclusioni. Qualche tempo dopo, nel colmo della peste, il governatore trasferì, con lettere patenti, la sua autorità a Ferrer medesimo, avendo lui, come scrisse, da pensare alla guerra. La quale, sia detto qui incidentemente, dopo aver portato via, senza parlar de’ soldati, un milion di persone, a dir poco, per mezzo del contagio, tra la Lombardia, il Veneziano, il Piemonte, la Toscana, e una parte della Romagna; dopo aver desolati, come s’è visto di sopra, i luoghi per cui passò, e figuratevi quelli dove fu fatta; dopo la presa e il sacco atroce di Mantova; finì con riconoscerne tutti il nuovo duca, per escludere il quale la guerra era stata intrapresa. Bisogna però dire che fu obbligato a cedere al duca di Savoia un pezzo del Monferrato, della rendita di quindici mila scudi, e a Ferrante duca di Guastalla altre terre, della rendita di sei mila; e che ci fu un altro trattato a parte e segretissimo, col quale il duca di Savoia suddetto cedè Pinerolo alla Francia: trattato eseguito qualche tempo dopo, sott’altri pretesti, e a furia di furberie. Insieme con quella risoluzione, i decurioni ne avevan presa un’altra: di chiedere al cardinale arcivescovo, che si facesse una processione solenne, portando per la città il corpo di san Carlo. Il buon prelato rifiutò, per molte ragioni. Gli dispiaceva quella fiducia in un mezzo arbitrario, e temeva che, se l’effetto non avesse corrisposto, come pure temeva, la fiducia si cambiasse in iscandolo. Temeva di più, che, se pur c’era di questi untori, la processione fosse un’occasion troppo comoda al delitto: se non ce n’era, il radunarsi tanta gente non poteva che spander sempre più il contagio: pericolo ben più reale. Chè il sospetto sopito dell’unzioni s’era intanto ridestato, più generale e più furioso di prima. S’era visto di nuovo, o questa volta era parso di vedere, unte muraglie, porte d’edifizi pubblici, usci di case, martelli. Le nuove di tali scoperte volavan di bocca in bocca; e, come accade più che mai, quando gli animi son preoccupati, il sentire faceva l’effetto del vedere. Gli animi, sempre più amareggiati dalla presenza de’ mali, irritati dall’insistenza del pericolo, abbracciavano più volentieri quella credenza: chè la collera aspira a punire: e, come osservò acutamente, a questo stesso proposito, un uomo d’ingegno, le piace più d’attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa far le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi. Un veleno squisito, istantaneo, penetrantissimo, eran parole più che bastanti a spiegar la violenza, e tutti gli accidenti più oscuri e disordinati del morbo. Si diceva composto, quel veleno, di rospi, di serpenti, di bava e di materia d’appestati, di peggio, di tutto ciò che selvagge e stravolte fantasie sapessero trovar di sozzo e d’atroce. Vi s’aggiunsero poi le malìe, per le quali ogni effetto diveniva possibile, ogni obiezione perdeva la forza, si scioglieva ogni difficoltà. Se gli effetti non s’eran veduti subito dopo quella prima unzione, se ne capiva il perchè; era stato un tentativo sbagliato di venefici ancor novizi: ora l’arte era perfezionata, e le volontà più accanite nell’infernale proposito. Ormai chi avesse sostenuto ancora ch’era stata una burla, chi avesse negata l’esistenza d’una trama, passava per cieco, per ostinato; se pur non cadeva in sospetto d’uomo interessato a stornar dal vero l’attenzion del pubblico, di complice, d’untore: il vocabolo fu ben presto comune, solenne, tremendo. Con una tal persuasione che ci fossero untori, se ne doveva scoprire, quasi infallibilmente: tutti gli occhi stavano all’erta; ogni atto poteva dar gelosia. E la gelosia diveniva facilmente certezza, la certezza furore. Due fatti ne adduce in prova il Ripamonti, avvertendo d’averli scelti, non come i più atroci tra quelli che seguivano giornalmente, ma perchè dell’uno e dell’altro era stato pur troppo testimonio. Nella chiesa di sant’Antonio, un giorno di non so quale solennità, un vecchio più che ottuagenario, dopo aver pregato alquanto inginocchioni, volle mettersi a sedere; e prima, con la cappa, spolverò la panca. “Quel vecchio unge le panche!” gridarono a una voce alcune donne che vider l’atto. La gente che si trovava in chiesa (in chiesa!), fu addosso al vecchio; lo prendon per i capelli, bianchi com’erano; lo carican di pugni e di calci; parte lo tirano, parte lo spingon fuori; se non lo finirono, fu per istrascinarlo, così semivivo, alla prigione, ai giudici, alle torture. “Io lo vidi mentre lo strascinavan così,” dice il Ripamonti: “e non ne seppi più altro: credo bene che non abbia potuto sopravvivere più di qualche momento.” L’altro caso (e seguì il giorno dopo) fu ugualmente strano, ma non ugualmente funesto. Tre giovani compagni francesi, un letterato, un pittore, un meccanico, venuti per veder l’Italia, per istudiarvi le antichità, e per cercarvi occasion di guadagno, s’erano accostati a non so qual parte esterna del duomo, e stavan lì guardando attentamente. Uno che passava, li vede e si ferma; gli accenna a un altro, ad altri che arrivano: si formò un crocchio, a guardare, a tener d’occhio coloro, che il vestiario, la capigliatura, le bisacce, accusavano di stranieri e, quel ch’era peggio, di francesi. Come per accertarsi ch’era marmo, stesero essi la mano a toccare. Bastò. Furono circondati, afferrati, malmenati, spinti, a furia di percosse, alle carceri. Per buona sorte, il palazzo di giustizia è poco lontano dal duomo; e, per una sorte ancor più felice, furon trovati innocenti, e rilasciati. Nè tali cose accadevan soltanto in città: la frenesia s’era propagata come il contagio. Il viandante che fosse incontrato da de’ contadini, fuor della strada maestra, o che in quella si dondolasse a guardar in qua e in là, o si buttasse giù per riposarsi; lo sconosciuto a cui si trovasse qualcosa di strano, di sospetto nel volto, nel vestito, erano untori: al primo avviso di chi si fosse, al grido d’un ragazzo, si sonava a martello, s’accorreva; gl’infelici eran tempestati di pietre, o, presi, venivan menati, a furia di popolo, in prigione. Così il Ripamonti medesimo. E la prigione, fino a un certo tempo, era un porto di salvamento. Ma i decurioni, non disanimati dal rifiuto del savio prelato, andavan replicando le loro istanze, che il voto pubblico secondava rumorosamente. Federigo resistette ancor qualche tempo, cercò di convincerli; questo è quello che potè il senno d’un uomo, contro la forza de’ tempi, e l’insistenza di molti. In quello stato d’opinioni, con l’idea del pericolo, confusa com’era allora, contrastata, ben lontana dall’evidenza che ci si trova ora, non è difficile a capire come le sue buone ragioni potessero, anche nella sua mente, esser soggiogate dalle cattive degli altri. Se poi, nel ceder che fece, avesse o non avesse parte un po’ di debolezza della volontà, sono misteri del cuore umano. Certo, se in alcun caso par che si possa dare in tutto l’errore all’intelletto, e scusarne la coscienza, è quando si tratti di que’ pochi (e questo fu ben del numero), nella vita intera de’ quali apparisca un ubbidir risoluto alla coscienza, senza riguardo a interessi temporali di nessun genere. Al replicar dell’istanze, cedette egli dunque, acconsentì che si facesse la processione, acconsentì di più al desiderio, alla premura generale, che la cassa dov’eran rinchiuse le reliquie di san Carlo, rimanesse dopo esposta, per otto giorni, sull’altar maggiore del duomo. Non trovo che il tribunale della sanità, nè altri, facessero rimostranza nè opposizione di sorte alcuna. Soltanto, il tribunale suddetto ordinò alcune precauzioni che, senza riparare al pericolo, ne indicavano il timore. Prescrisse più strette regole per l’entrata delle persone in città; e, per assicurarne l’esecuzione, fece star chiuse le porte: come pure, affine d’escludere, per quanto fosse possibile, dalla radunanza gli infetti e i sospetti, fece inchiodar gli usci delle case sequestrate: le quali, per quanto può valere, in un fatto di questa sorte, la semplice affermazione d’uno scrittore, e d’uno scrittore di quel tempo, eran circa cinquecento. Tre giorni furono spesi in preparativi: l’undici di giugno, ch’era il giorno stabilito, la processione uscì, sull’alba, dal duomo. Andava dinanzi una lunga schiera di popolo, donne la più parte, coperte il volto d’ampi zendali, molte scalze, e vestite di sacco. Venivan poi l’arti, precedute da’ loro gonfaloni, le confraternite, in abiti vari di forme e di colori; poi le fraterie, poi il clero secolare, ognuno con l’insegne del grado, e con una candela o un torcetto in mano. Nel mezzo, tra il chiarore di più fitti lumi, tra un rumor più alto di canti, sotto un ricco baldacchino, s’avanzava la cassa, portata da quattro canonici, parati in gran pompa, che si cambiavano ogni tanto. Dai cristalli traspariva il venerato cadavere, vestito di splendidi abiti pontificali, e mitrato il teschio; e nelle forme mutilate e scomposte, si poteva ancora distinguere qualche vestigio dell’antico sembiante, quale lo rappresentano l’immagini, quale alcuni si ricordavan d’averlo visto e onorato in vita. Dietro la spoglia del morto pastore (dice il Ripamonti, da cui principalmente prendiamo questa descrizione), e vicino a lui, come di meriti e di sangue e di dignità, così ora anche di persona, veniva l’arcivescovo Federigo. Seguiva l’altra parte del clero; poi i magistrati, con gli abiti di maggior cerimonia; poi i nobili, quali vestiti sfarzosamente, come a dimostrazione solenne di culto, quali, in segno di penitenza, abbrunati, o scalzi e incappati, con la buffa sul viso; tutti con torcetti. Finalmente una coda d’altro popolo misto. Tutta la strada era parata a festa; i ricchi avevan cavate fuori le suppellettili più preziose; le facciate delle case povere erano state ornate da de’ vicini benestanti, o a pubbliche spese; dove in luogo di parati, dove sopra i parati, c’eran de’ rami fronzuti; da ogni parte pendevano quadri, iscrizioni, imprese; su’ davanzali delle finestre stavano in mostra vasi, anticaglie, rarità diverse; per tutto lumi. A molte di quelle finestre, infermi sequestrati guardavan la processione, e l’accompagnavano con le loro preci. L’altre strade, mute, deserte; se non che alcuni, pur dalle finestre, tendevan l’orecchio al ronzìo vagabondo; altri, e tra questi si videro fin delle monache, eran saliti sui tetti, se di lì potessero veder da lontano quella cassa, il corteggio, qualche cosa. La processione passò per tutti i quartieri della città: a ognuno di que’ crocicchi, o piazzette, dove le strade principali sboccan ne’ borghi, e che allora serbavano l’antico nome di carrobi, ora rimasto a uno solo, si faceva una fermata, posando la cassa accanto alla croce che in ognuno era stata eretta da san Carlo, nella peste antecedente, e delle quali alcune sono tuttavia in piedi: di maniera che si tornò in duomo un pezzo dopo il mezzogiorno. Ed ecco che, il giorno seguente, mentre appunto regnava quella presontuosa fiducia, anzi in molti una fanatica sicurezza che la processione dovesse aver troncata la peste, le morti crebbero, in ogni classe, in ogni parte della città, a un tal eccesso, con un salto così subitaneo, che non ci fu chi non ne vedesse la causa, o l’occasione, nella processione medesima. Ma, oh forze mirabili e dolorose d’un pregiudizio generale! non già al trovarsi insieme tante persone, e per tanto tempo, non all’infinita moltiplicazione de’ contatti fortuiti, attribuivano i più quell’effetto; l’attribuivano alla facilità che gli untori ci avessero trovata d’eseguire in grande il loro empio disegno. Si disse che, mescolati nella folla, avessero infettati col loro unguento quanti più avevan potuto. Ma siccome questo non pareva un mezzo bastante, nè appropriato a una mortalità così vasta, e così diffusa in ogni classe di persone; siccome, a quel che pare, non era stato possibile all’occhio così attento, e pur così travedente, del sospetto, di scorgere untumi, macchie di nessuna sorte, su’ muri, nè altrove; così si ricorse, per la spiegazion del fatto, a quell’altro ritrovato, già vecchio, e ricevuto allora nella scienza comune d’Europa, delle polveri venefiche e malefiche; si disse che polveri tali, sparse lungo la strada, e specialmente ai luoghi delle fermate, si fossero attaccate agli strascichi de’ vestiti, e tanto più ai piedi, che in gran numero erano quel giorno andati in giro scalzi. “Vide pertanto,” dice uno scrittore contemporaneo, “l’istesso giorno della processione, la pietà cozzar con l’empietà, la perfidia con la sincerità, la perdita con l’acquisto.” Ed era in vece il povero senno umano che cozzava co’ fantasmi creati da sè. Da quel giorno, la furia del contagio andò sempre crescendo: in poco tempo, non ci fu quasi più casa che non fosse toccata: in poco tempo la popolazione del lazzeretto, al dir del Somaglia citato di sopra, montò da duemila a dodici mila: più tardi, al dir di quasi tutti, arrivò fino a sedici mila. Il 4 di luglio, come trovo in un’altra lettera de’ conservatori della sanità al governatore, la mortalità giornaliera oltrepassava i cinquecento. Più innanzi, e nel colmo, arrivò, secondo il calcolo più comune, a mille dugento, mille cinquecento; e a più di tremila cinquecento, se vogliam credere al Tadino. Il quale anche afferma che, “per le diligenze fatte”, dopo la peste, si trovò la popolazion di Milano ridotta a poco più di sessantaquattro mila anime, e che prima passava le dugento cinquanta mila. Secondo il Ripamonti, era di sole dugento mila: de’ morti, dice che ne risultava cento quaranta mila da’ registri civici, oltre quelli di cui non si potè tener conto. Altri dicon più o meno, ma ancor più a caso. Si pensi ora in che angustie dovessero trovarsi i decurioni, addosso ai quali era rimasto il peso di provvedere alle pubbliche necessità, di riparare a ciò che c’era di riparabile in un tal disastro. Bisognava ogni giorno sostituire, ogni giorno aumentare serventi pubblici di varie specie: monatti, apparitori, commissari. I primi erano addetti ai servizi più penosi e pericolosi della pestilenza: levar dalle case, dalle strade, dal lazzeretto, i cadaveri; condurli sui carri alle fosse, e sotterrarli; portare o guidare al lazzeretto gl’infermi, e governarli; bruciare, purgare la roba infetta e sospetta. Il nome, vuole il Ripamonti che venga dal greco monos; Gaspare Bugatti (in una descrizion della peste antecedente), dal latino monere; ma insieme dubita, con più ragione, che sia parola tedesca, per esser quegli uomini arrolati la più parte nella Svizzera e ne’ Grigioni. Nè sarebbe infatti assurdo il crederlo una troncatura del vocabolo monathlich (mensuale); giacchè, nell’incertezza di quanto potesse durare il bisogno, è probabile che gli accordi non fossero che di mese in mese. L’impiego speciale degli apparitori era di precedere i carri, avvertendo, col suono d’un campanello, i passeggieri, che si ritirassero. I commissari regolavano gli uni e gli altri, sotto gli ordini immediati del tribunale della sanità. Bisognava tener fornito il lazzeretto di medici, di chirurghi, di medicine, di vitto, di tutti gli attrezzi d’infermeria; bisognava trovare e preparar nuovo alloggio per gli ammalati che sopraggiungevano ogni giorno. Si fecero a quest’effetto costruire in fretta capanne di legno e di paglia nello spazio interno del lazzeretto; se ne piantò un nuovo, tutto di capanne, cinto da un semplice assito, e capace di contener quattromila persone. E non bastando, ne furon decretati due altri; ci si mise anche mano; ma, per mancanza di mezzi d’ogni genere, rimasero in tronco. I mezzi, le persone, il coraggio, diminuivano di mano in mano che il bisogno cresceva. E non solo l’esecuzione rimaneva sempre addietro de’ progetti e degli ordini; non solo, a molte necessità, pur troppo riconosciute, si provvedeva scarsamente, anche in parole; s’arrivò a quest’eccesso d’impotenza e di disperazione, che a molte, e delle più pietose, come delle più urgenti, non si provvedeva in nessuna maniera. Moriva, per esempio, d’abbandono una gran quantità di bambini, ai quali eran morte le madri di peste: la Sanità propose che s’instituisse un ricovero per questi e per le partorienti bisognose, che qualcosa si facesse per loro; e non potè ottener nulla. “Si doueua non di meno,” dice il Tadino, “compatire ancora alli Decurioni della Città, li quali si trouauano afflitti, mesti et lacerati dalla Soldatesca senza regola, et rispetto alcuno; come molto meno nell’infelice Ducato, atteso che aggiutto alcuno, nè prouisione si poteua hauere dal Gouernatore, se non che si trouaua tempo di guerra, et bisognava trattar bene li Soldati.” Tanto importava il prender Casale! Tanto par bella la lode del vincere, indipendentemente dalla cagione, dallo scopo per cui si combatta! Così pure, trovandosi colma di cadaveri un’ampia, ma unica fossa, ch’era stata scavata vicino al lazzeretto; e rimanendo, non solo in quello, ma in ogni parte della città, insepolti i nuovi cadaveri, che ogni giorno eran di più, i magistrati, dopo avere invano cercato braccia per il tristo lavoro, s’eran ridotti a dire di non saper più che partito prendere. Nè si vede come sarebbe andata a finire, se non veniva un soccorso straordinario. Il presidente della Sanità ricorse, per disperato, con le lacrime agli occhi, a que’ due bravi frati che soprintendevano al lazzeretto; e il padre Michele s’impegnò a dargli, in capo a quattro giorni, sgombra la città di cadaveri; in capo a otto, aperte fosse sufficienti, non solo al bisogno presente, ma a quello che si potesse preveder di peggio nell’avvenire. Con un frate compagno, e con persone del tribunale, dategli dal presidente, andò fuor della città, in cerca di contadini; e, parte con l’autorità del tribunale, parte con quella dell’abito e delle sue parole, ne raccolse circa dugento, ai quali fece scavar tre grandissime fosse; spedì poi dal lazzeretto monatti a raccogliere i morti; tanto che, il giorno prefisso, la sua promessa si trovò adempita. Una volta, il lazzeretto rimase senza medici; e, con offerte di grosse paghe e d’onori, a fatica e non subito, se ne potè avere; ma molto men del bisogno. Fu spesso lì lì per mancare affatto di viveri, a segno di temere che ci s’avesse a morire anche di fame; e più d’una volta, mentre non si sapeva più dove batter la testa per trovare il bisognevole, vennero a tempo abbondanti sussidi, per inaspettato dono di misericordia privata: chè, in mezzo allo stordimento generale, all’indifferenza per gli altri, nata dal continuo temer per sè, ci furono degli animi sempre desti alla carità, ce ne furon degli altri in cui la carità nacque al cessare d’ogni allegrezza terrena; come, nella strage e nella fuga di molti a cui toccava di soprintendere e di provvedere, ce ne furono alcuni, sani sempre di corpo, e saldi di coraggio al loro posto: ci furon pure altri che, spinti dalla pietà, assunsero e sostennero virtuosamente le cure a cui non eran chiamati per impiego. Dove spiccò una più generale e più pronta e costante fedeltà ai doveri difficili della circostanza, fu negli ecclesiastici. Ai lazzeretti, nella città, non mancò mai la loro assistenza: dove si pativa, ce n’era; sempre si videro mescolati, confusi co’ languenti, co’ moribondi, languenti e moribondi qualche volta loro medesimi; ai soccorsi spirituali aggiungevano, per quanto potessero, i temporali; prestavano ogni servizio che richiedessero le circostanze. Più di sessanta parrochi, della città solamente, moriron di contagio: gli otto noni, all’incirca. Federigo dava a tutti, com’era da aspettarsi da lui, incitamento ed esempio. Mortagli intorno quasi tutta la famiglia arcivescovile, e facendogli istanza parenti, alti magistrati, principi circonvicini, che s’allontanasse dal pericolo, ritirandosi in qualche villa, rigettò un tal consiglio, e resistette all’istanze, con quell’animo, con cui scriveva ai parrochi: “siate disposti ad abbandonar questa vita mortale, piuttosto che questa famiglia, questa figliolanza nostra: andate con amore incontro alla peste, come a un premio, come a una vita, quando ci sia da guadagnare un’anima a Cristo.” Non trascurò quelle cautele che non gl'impedissero di fare il suo dovere (sulla qual cosa diede anche istruzioni e regole al clero); e insieme non curò il pericolo, nè parve che se n’avvedesse, quando, per far del bene, bisognava passar per quello. Senza parlare degli ecclesiastici, coi quali era sempre per lodare e regolare il loro zelo, per eccitare chiunque di loro andasse freddo nel lavoro, per mandarli ai posti dove altri eran morti, volle che fosse aperto l’adito a chiunque avesse bisogno di lui. Visitava i lazzeretti, per dar consolazione agl’infermi, e per animare i serventi; scorreva la città, portando soccorsi ai poveri sequestrati nelle case, fermandosi agli usci, sotto le finestre, ad ascoltare i loro lamenti, a dare in cambio parole di consolazione e di coraggio. Si cacciò in somma e visse nel mezzo della pestilenza, maravigliato anche lui alla fine, d’esserne uscito illeso. Così, ne’ pubblici infortuni, e nelle lunghe perturbazioni di quel qual si sia ordine consueto, si vede sempre un aumento, una sublimazione di virtù; ma, pur troppo, non manca mai insieme un aumento, e d’ordinario ben più generale, di perversità. E questo pure fu segnalato. I birboni che la peste risparmiava e non atterriva, trovarono nella confusion comune, nel rilasciamento d’ogni forza pubblica, una nuova occasione d’attività, e una nuova sicurezza d’impunità a un tempo. Che anzi, l’uso della forza pubblica stessa venne a trovarsi in gran parte nelle mani de’ peggiori tra loro. All’impiego di monatti e d’apparitori non s’adattavano generalmente che uomini sui quali l’attrattiva delle rapine e della licenza potesse più che il terror del contagio, che ogni naturale ribrezzo. Erano a costoro prescritte strettissime regole, intimate severissime pene, assegnati posti, dati per superiori de’ commissari; sopra questi e quelli eran delegati, come abbiam detto, in ogni quartiere, magistrati e nobili, con l’autorità di provveder sommariamente a ogni occorrenza di buon governo. Un tal ordin di cose camminò, e fece effetto, fino a un certo tempo; ma, crescendo, ogni giorno, il numero di quelli che morivano, di quelli che andavan via, di quelli che perdevan la testa, venner coloro a non aver quasi più nessuno che li tenesse a freno; si fecero, i monatti principalmente, arbitri d’ogni cosa. Entravano da padroni, da nemici nelle case, e, senza parlar de’ rubamenti, e come trattavano gl’infelici ridotti dalla peste a passar per tali mani, le mettevano, quelle mani infette e scellerate, sui sani, figliuoli, parenti, mogli, mariti, minacciando di strascinarli al lazzeretto, se non si riscattavano, o non venivano riscattati con danari. Altre volte, mettevano a prezzo i loro servizi, ricusando di portar via i cadaveri già putrefatti, a meno di tanti scudi. Si disse (e tra la leggerezza degli uni e la malvagità degli altri, è ugualmente malsicuro il credere e il non credere), si disse, e l’afferma anche il Tadino, che monatti e apparitori lasciassero cadere apposta dai carri robe infette, per propagare e mantenere la pestilenza, divenuta per essi un’entrata, un regno, una festa. Altri sciagurati, fingendosi monatti, portando un campanello attaccato a un piede, com’era prescritto a quelli, per distintivo e per avviso del loro avvicinarsi, s’introducevano nelle case a farne di tutte le sorte. In alcune, aperte e vote d’abitanti, o abitate soltanto da qualche languente, da qualche moribondo, entravan ladri, a man salva, a saccheggiare: altre venivan sorprese, invase da birri che facevan lo stesso, e anche cose peggiori. Del pari con la perversità, crebbe la pazzia: tutti gli errori già dominanti più o meno, presero dallo sbalordimento, e dall’agitazione delle menti, una forza straordinaria, produssero effetti più rapidi e più vasti. E tutti servirono a rinforzare e a ingrandire quella paura speciale dell’unzioni, la quale, ne’ suoi effetti, ne’ suoi sfoghi, era spesso, come abbiam veduto, un’altra perversità. L’immagine di quel supposto pericolo assediava e martirizzava gli animi, molto più che il pericolo reale e presente. “E mentre,” dice il Ripamonti, “i cadaveri sparsi, o i mucchi di cadaveri, sempre davanti agli occhi, sempre tra’ piedi, facevano della città tutta come un solo mortorio, c’era qualcosa di più brutto, di più funesto, in quell’accanimento vicendevole, in quella sfrenatezza e mostruosità di sospetti... Non del vicino soltanto si prendeva ombra, dell’amico, dell’ospite; ma que’ nomi, que’ vincoli dell’umana carità, marito e moglie, padre e figlio, fratello e fratello, eran di terrore: e, cosa orribile e indegna a dirsi! la mensa domestica, il letto nuziale, si temevano, come agguati, come nascondigli di venefizio.” La vastità immaginata, la stranezza della trama turbavan tutti i giudizi, alteravan tutte le ragioni della fiducia reciproca. Da principio, si credeva soltanto che quei supposti untori fosser mossi dall’ambizione e dalla cupidigia; andando avanti, si sognò, si credette che ci fosse una non so quale voluttà diabolica in quell’ungere, un’attrattiva che dominasse le volontà. I vaneggiamenti degl’infermi che accusavan se stessi di ciò che avevan temuto dagli altri, parevano rivelazioni, e rendevano ogni cosa, per dir così, credibile d’ognuno. E più delle parole, dovevan far colpo le dimostrazioni, se accadeva che appestati in delirio andasser facendo di quegli atti che s’erano figurati che dovessero fare gli untori: cosa insieme molto probabile, e atta a dar miglior ragione della persuasion generale e dell’affermazioni di molti scrittori. Così, nel lungo e tristo periodo de’ processi per stregoneria, le confessioni, non sempre estorte, degl’imputati, non serviron poco a promovere e a mantener l’opinione che regnava intorno ad essa: chè, quando un’opinione regna per lungo tempo, e in una buona parte del mondo, finisce a esprimersi in tutte le maniere, a tentar tutte l’uscite, a scorrer per tutti i gradi della persuasione; ed è difficile che tutti o moltissimi credano a lungo che una cosa strana si faccia, senza che venga alcuno il quale creda di farla. Tra le storie che quel delirio dell’unzioni fece immaginare, una merita che se ne faccia menzione, per il credito che acquistò, e per il giro che fece. Si raccontava, non da tutti nell’istessa maniera (che sarebbe un troppo singolar privilegio delle favole), ma a un di presso, che un tale, il tal giorno, aveva visto arrivar sulla piazza del duomo un tiro a sei, e dentro, con altri, un gran personaggio, con una faccia fosca e infocata, con gli occhi accesi, coi capelli ritti, e il labbro atteggiato di minaccia. Mentre quel tale stava intento a guardare, la carrozza s’era fermata; e il cocchiere l’aveva invitato a salirvi; e lui non aveva saputo dir di no. Dopo diversi rigiri, erano smontati alla porta d’un tal palazzo, dove entrato anche lui, con la compagnia, aveva trovato amenità e orrori, deserti e giardini, caverne e sale; e in esse, fantasime sedute a consiglio. Finalmente, gli erano state fatte vedere gran casse di danaro, e detto che ne prendesse quanto gli fosse piaciuto, con questo però, che accettasse un vasetto d’unguento, e andasse con esso ungendo per la città. Ma non avendo voluto acconsentire, s’era trovato, in un batter d’occhio, nel medesimo luogo dove era stato preso. Questa storia, creduta qui generalmente dal popolo, e, al dir del Ripamonti, non abbastanza derisa da qualche uomo di peso, girò per tutta Italia e fuori. In Germania se ne fece una stampa: l’elettore arcivescovo di Magonza scrisse al cardinal Federigo, per domandargli cosa si dovesse credere de’ fatti maravigliosi che si raccontavan di Milano; e n’ebbe in risposta ch’eran sogni. D’ugual valore, se non in tutto d’ugual natura, erano i sogni de’ dotti; come disastrosi del pari n’eran gli effetti. Vedevano, la più parte di loro, l’annunzio e la ragione insieme de’ guai in una cometa apparsa l’anno 1628, e in una congiunzione di Saturno con Giove, “inclinando,” scrive il Tadino, “la congiontione sodetta sopra questo anno 1630, tanto chiara, che ciascun la poteua intendere. Mortales parat morbos, miranda videntur. Questa predizione, cavata, dicevano, da un libro intitolato Specchio degli almanacchi perfetti, stampato in Torino, nel 1623, correva per le bocche di tutti. Un’altra cometa, apparsa nel giugno dell’anno stesso della peste, si prese per un nuovo avviso; anzi per una prova manifesta dell’unzioni. Pescavan ne’ libri, e pur troppo ne trovavano in quantità, esempi di peste, come dicevano, manufatta: citavano Livio, Tacito, Dione, che dico? Omero e Ovidio, i molti altri antichi che hanno raccontati o accennati fatti somiglianti: di moderni ne avevano ancor più in abbondanza. Citavano cent’altri autori che hanno trattato dottrinalmente, o parlato incidentemente di veleni, di malìe, d’unti, di polveri: il Cesalpino, il Cardano, il Grevino, il Salio, il Pareo, lo Schenchio, lo Zachia e, per finirla, quel funesto Delrio, il quale, se la rinomanza degli autori fosse in ragione del bene e del male prodotto dalle loro opere, dovrebb’essere uno de’ più famosi; quel Delrio, le cui veglie costaron la vita a più uomini che l’imprese di qualche conquistatore: quel Delrio, le cui Disquisizioni Magiche (il ristretto di tutto ciò che gli uomini avevano, fino a’ suoi tempi, sognato in quella materia), divenute il testo più autorevole, più irrefragabile, furono, per più d’un secolo, norma e impulso potente di legali, orribili, non interrotte carnificine. Da’ trovati del volgo, la gente istruita prendeva ciò che si poteva accomodar con le sue idee; da’ trovati della gente istruita, il volgo prendeva ciò che ne poteva intendere, e come lo poteva; e di tutto si formava una massa enorme e confusa di pubblica follia. Ma ciò che reca maggior maraviglia, è il vedere i medici, dico i medici che fin da principio avevan creduta la peste, dico in ispecie il Tadino, il quale l’aveva pronosticata, vista entrare, tenuta d’occhio, per dir così, nel suo progresso, il quale aveva detto e predicato che l’era peste, e s’attaccava col contatto, che non mettendovi riparo, ne sarebbe infettato tutto il paese, vederlo poi, da questi effetti medesimi cavare argomento certo dell’unzioni venefiche e malefiche; lui che in quel Carlo Colonna, il secondo che morì di peste in Milano, aveva notato il delirio come un accidente della malattia, vederlo poi addurre in prova dell’unzioni e della congiura diabolica, un fatto di questa sorte: che due testimoni deponevano d’aver sentito raccontare da un loro amico infermo, come, una notte, gli eran venute persone in camera, a esibirgli la guarigione e danari, se avesse voluto unger le case del contorno; e come al suo rifiuto quelli se n’erano andati, e in loro vece, era rimasto un lupo sotto il letto, e tre gattoni sopra, “che sino al far del giorno vi dimororno.” Se fosse stato uno solo che connettesse così, si dovrebbe dire che aveva una testa curiosa; o piuttosto non ci sarebbe ragion di parlarne; ma siccome eran molti, anzi quasi tutti, così è storia dello spirito umano, e dà occasion d’osservare quanto una serie ordinata e ragionevole d’idee possa essere scompigliata da un’altra serie d’idee, che ci si getti a traverso. Del resto, quel Tadino era qui uno degli uomini più riputati del suo tempo. Due illustri e benemeriti scrittori hanno affermato che il cardinal Federigo dubitasse del fatto dell’unzioni. Noi vorremmo poter dare a quell’inclita e amabile memoria una lode ancor più intera, e rappresentare il buon prelato, in questo, come in tant’altre cose, superiore alla più parte de’ suoi contemporanei, ma siamo in vece costretti di notar di nuovo in lui un esempio della forza d’un’opinione comune anche sulle menti più nobili. S’è visto, almeno da quel che ne dice il Ripamonti, come da principio, veramente stesse in dubbio: ritenne poi sempre che in quell’opinione avesse gran parte la credulità, l’ignoranza, la paura, il desiderio di scusarsi d’aver così tardi riconosciuto il contagio, e pensato a mettervi riparo; che molto ci fosse d’esagerato, ma insieme, che qualche cosa ci fosse di vero. Nella biblioteca ambrosiana si conserva un’operetta scritta di sua mano intorno a quella peste; e questo sentimento c’è accennato spesso, anzi una volta enunciato espressamente. “Era opinion comune,” dice a un di presso, “che di questi unguenti se ne componesse in vari luoghi, e che molte fossero l’arti di metterlo in opera: delle quali alcune ci paion vere, altre inventate.” Ecco le sue parole:
Unguenta uero haec aiebant componi conficique multifariam, fraudisque uias fuisse complures; quarum sane fraudum, et artium aliis quidem assentimur, alias uero fictas fuisse comentitiasque arbitramur. De pestilentia quae Mediolani anno 1630 magnam stragem edidit. Cap. V.). Traduzione: «Questi unguenti, li dicevano, composti e confezionati in molti luoghi, e le vie della frode essere state numerose; di tali frodi e artifizi, alcuni li riteniamo veri, altri falsi e leggendari.»
Ci furon però di quelli che pensarono fino alla fine, e fin che vissero, che tutto fosse immaginazione: e lo sappiamo, non da loro, ché nessuno fu abbastanza ardito per esporre al pubblico un sentimento così opposto a quello del pubblico; lo sappiamo dagli scrittori che lo deridono o lo riprendono o lo ribattono, come un pregiudizio d’alcuni, un errore che non s’attentava di venire a disputa palese, ma che pur viveva; lo sappiamo anche da chi ne aveva notizia per tradizione. “Ho trovato gente savia in Milano,” dice il buon Muratori, nel luogo sopraccitato, “che aveva buone relazioni dai loro maggiori, e non era molto persuasa che fosse vero il fatto di quegli unti velenosi.” Si vede ch’era uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica: il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune. I magistrati, scemati ogni giorno, e sempre più smarriti e confusi, tutta, per dir così, quella poca risoluzione di cui eran capaci, l’impiegarono a cercar di questi untori. Tra le carte del tempo della peste, che si conservano nell’archivio nominato di sopra, c’è una lettera (senza alcun altro documento relativo) in cui il gran cancelliere informa, sul serio e con gran premura, il governatore d’aver ricevuto un avviso che, in una casa di campagna de’ fratelli Girolamo e Giulio Monti, gentiluomini milanesi, si componeva veleno in tanta quantità, che quaranta uomini erano occupati en este exercicio, con l’assistenza di quattro cavalieri bresciani, i quali facevano venir materiali dal veneziano, para la fábrica del veneno. Soggiunge che lui aveva preso, in gran segreto, i concerti necessari per mandar là il podestà di Milano e l’auditore della Sanità, con trenta soldati di cavalleria; che pur troppo uno de’ fratelli era stato avvertito a tempo per poter trafugare gl’indizi del delitto, e probabilmente dall’auditor medesimo, suo amico; e che questo trovava delle scuse per non partire; ma che non ostante, il podestà co’ soldati era andato a reconocer la casa, y a ver si hallará algunos vestigios, e prendere informazioni, e arrestar tutti quelli che fossero incolpati.
La cosa dovè finire in nulla, giacchè gli scritti del tempo che parlano de’ sospetti che c’eran su que’ gentiluomini, non citano alcun fatto. Ma pur troppo, in un’altra occasione, si credè d’aver trovato. I processi che ne vennero in conseguenza, non eran certamente i primi d’un tal genere: e non si può neppur considerarli come una rarità nella storia della giurisprudenza. Chè, per tacere dell’antichità, e accennar solo qualcosa de’ tempi più vicini a quello di cui trattiamo, in Palermo, del 1526; in Ginevra, del 1530, poi del 1545, poi ancora del 1574; in Casal Monferrato, del 1536; in Padova, del 1555; in Torino, del 1599, e di nuovo, in quel medesim’anno 1630, furon processati e condannati a supplizi, per lo più atrocissimi, dove qualcheduno, dove molti infelici, come rei d’aver propagata la peste, con polveri, o con unguenti, o con malìe, o con tutto ciò insieme. Ma l’affare delle così dette unzioni di Milano, come fu il più celebre, così è fors’anche il più osservabile; o, almeno, c’è più campo di farci sopra osservazione, per esserne rimasti documenti più circostanziati e più autentici. E quantunque uno scrittore lodato poco sopra se ne sia occupato, pure, essendosi lui proposto, non tanto di farne propriamente la storia, quanto di cavarne sussidio di ragioni, per un assunto di maggiore, o certo di più immediata importanza, c’è parso che la storia potesse esser materia d’un nuovo lavoro. Ma non è cosa da uscirne con poche parole; e non è qui il luogo di trattarla con l’estensione che merita. E oltre di ciò, dopo essersi fermato su que’ casi, il lettore non si curerebbe più certamente di conoscere ciò che rimane del nostro racconto. Serbando però a un altro scritto la storia e l’esame di quelli, torneremo finalmente a’ nostri personaggi, per non lasciarli più, fino alla fine.
Sicome ‘l deventava sèmper pù difìzile far fronte a le dolorose nezessità del moment, el 4 de magio el consìlio dei decurioni l’à dezìso de domandar aiùt al gornator. El 22 è sta mandà doi comissari per spiegiàrge le dificoltà e chel che manciava a la zità: le tante spese, le casse vòide, le intrate prevìste zà ‘mpegnade, le tasse corènti non pagiàde a ciàusa de la misèria zenerale, misèria ciausada da tanti fati e spezialment dai dani che eva fat le trupe. I g’à fat notar che, a star a le lézi e a chel che se usava e che nó era mai sta desmetù, e ‘n base al decrèt particolare del Carlo V, le spese per la pèsta le geva da èsser a carico del stato: ente la pidemìa del 1576, el goernator marchés d’Ayamonte non sol l’eva desmetù de tirar su le tasse, ma l’eva perfìn lagià a la zità en contributo de carantamìli scudi tòti da le casse del stato. Po' i à domandà càter ròbe: che le tasse le fus fermade come alor; che ‘l stato ‘l dés sòldi; che ‘l goernator el ge fés savér al re de le misèrie de la zità e de la provincia; a la fìn che ‘l teritòri, zà delimà dal passagio de le trupe, el fus scùs de logiar soldadi. El goernator l’à respondù con le condolianze e fasèndo ancor coràzo: ge desplaseva de nó podér èsser presente ‘n zità per dedicàrse al só solievo, ma ‘l sperava che la condota dei decurioni la metés en órden tute le ròbe; chelìo l’era ‘l tèmp de spènder senza badar a sparagnar, de ‘nzignàrse ente ogni modo. Cant a le richieste, l’à scrìt en spagnòl: “provvederò nel miglior modo che il tempo e le necessità presenti permetteranno”. E zó ‘nfont, en bèl sgrìf,
Unguenta uero haec aiebant componi conficique multifariam, fraudisque uias fuisse complures; quarum sane fraudum, et artium aliis quidem assentimur, alias uero fictas fuisse comentitiasque arbitramur. De pestilentia quae Mediolani anno 1630 magnam stragem edidit. Cap. V.). Traduzione: « Se diseva che sti onguènti i fus preparadi enten pòsti diferènti e che i modi per portàrli ‘n ziro i fus tanti; di ste azion zèrte le ne par fetìve, àutre ‘nveze fàusse e frut de fantasia.»
G’era sta però ancia de chei che, ‘nfìn a la fìn e per tuta la vita, i à seghità a créder che tuta ca storia la fus stada sol l’èsit de la superstizion. Noiàutri ‘l sén, ma no perché i l’abia dit lori sinzerament, enzun eva mai bù ‘l coràzo de dir en piazza n’opunion enzì contraria a chela che geva la zènt, ma perché ne ‘n parla arcanti scritori, che i li grignava fòra, i ge brontolava o i provava a dàrge tòrt, come se se tratas sol de na fissazion de pòci, de ‘n eror che nó ‘l fidava a mossàrse dinanzi a tuti, ma che en realtà el seghitava a zirar. E ‘l sén ancia da prove riferìde de sbiéc’. El Muratori, per esèmpi, ente che rige che en zà ricordà, el scrìo: “Ài trovà a Milan persone savie, che le eva rizevù dai só nòni bòne informazion e nó le era convìnte mìgia che la fazènda dei onzidori verenosi la fus vera.” Chesto ‘l prova che se tratava de na spèzie de sfògo segrèt de la verità, de na confidènza che se se feva sol en privato: la cràiz la gera ma la restava scònta per timor de l’opunion dei pù tanti. I zùdizi, sèmper pù pòci e sèmper pù pèrsi e dubiosi, i à metù tute le só pòce fòrze a zerciar chei onzidori empensadi. Entei rezìstri che diséven prima, tra le ciarte de l’epoca de la pèsta, g’è na lìtera (senza tacià àutre ciarte) e ‘n chesta el gran ministro l’informa seriamént e con gran premura el goernator de aver abù la notìzia che, ente na vila ‘n ciampagna dei fradèi Girolamo e Giulio Monti, nobili milanesi, se era dré a parezzar verén en gran cantità da ocupar caranta òumni per far chel laoro, con l’aiùt de càter cavalieri da Brescia, che i procurava materiài che nideva da Venezia per la frabicia del verén. po' ‘l diseva ancor che el stes l’eva programà, en gran segrèt, che ‘l podestà de Milan e ‘l comissari de la sanità, ensèma a trenta cavalieri, i se portas sul pòsto. Però un dei fradèi Monti l’era sta avertì ‘n tèmp per far sparìr le prove de chel delìto emmazinà, scasi de segur dal comissari de la sanità, che l’era só amìzi, che difati ‘l zerciava ogni scusa per nó partìr. Sibèn chesto, ‘l podestà coi soldadi l’era nà a ricognósser la ciasa, e a véder se se trovava trace de chel delìto, a tòr su informazion e a méter en preson i sospetadi.
La fazènda non l’à bù èsit, perchè i documenti de l’epoca che parla dei sospeti contra chei nobili nó i riferìs che ge fus en fato reale. Ma, purtropo, ente n’àutra ocasion se era credèst dalbòn di aver trovà de le prove. I prozèssi che i à fat dopo nó i è stadi de zèrto i primi fati ‘nchel modo, e nó i pòl nancia èsser consideradi casi rari ‘nla storia de la zustìzia. Difati, senza nar endré ai tèmpi antichi e ricordàndo sol zèrti fati pù vizìni a chei che sen dré a parlar, a Palermo entel 1526, a Ginevra entel 1530, entel 1545 e po' ancor entel 1574; a Casale Monferrato entel 1536; a Padova entel 1555; a Torino entel 1599 e de nòu, ente stes an 1630, i à prozessà e condanà a suplìzi, tante bòte crudeli, persone sole o grupi de disgraziadi, acusadi de aver sparpaià la pèsta con le pólver, onguènti, striarìe o con tuti sti mèzi ‘nsèma. Ma ‘ntel caso de le cosidete onzidure de Milan, èstra a èsser el pù notòrio, e forse ‘l pù ‘nteressante o, almen, l’è chel che ofre pù possibilità de far osservazion, perché è restà tanti documenti pù prezìsi e fidàdi. E sibèn che ‘n scritor, che en ricordà prima, el se ‘n sia zà ocupà, el só intènto nó l’era chel de scriver la storia vera e pròpria, ma de tiràr fòr argomenti utili per dopràrlo come esèmpi per dimostrar vergot de pù importante. Per chesto la chestion la meriteròs de èsser tratada a part, come argoment prinzipale de ‘n lìber scrìt apòsta. E èstra, dopo aver zà ricordà chei fati, el lezidor difizilment el saròs ‘nteressà a savérnen ancor d’àutri, lagiàndo enzì ‘n sospeso la nòssa storia. Per sto motivo, rimandàndo a n’àuter lìber la tratazion e ‘l studi de chei fati, torneren a la fìn ai nòssi personazi che nó arbandonerén pù enfìn a la conclusion de la storia.
Una notte, verso la fine d’agosto, proprio nel colmo della peste, tornava don Rodrigo a casa sua, in Milano, accompagnato dal fedel Griso, l’uno de’ tre o quattro che, di tutta la famiglia, gli eran rimasti vivi. Tornava da un ridotto d’amici soliti a straviziare insieme, per passar la malinconia di quel tempo: e ogni volta ce n’eran de’ nuovi, e ne mancava de’ vecchi. Quel giorno, don Rodrigo era stato uno de’ più allegri; e tra l’altre cose, aveva fatto rider tanto la compagnia, con una specie d’elogio funebre del conte Attilio, portato via dalla peste, due giorni prima. Camminando però, sentiva un mal essere, un abbattimento, una fiacchezza di gambe, una gravezza di respiro, un’arsione interna, che avrebbe voluto attribuir solamente al vino, alla veglia, alla stagione. Non aprì bocca, per tutta la strada; e la prima parola, arrivati a casa, fu d’ordinare al Griso che gli facesse lume per andare in camera. Quando ci furono, il Griso osservò il viso del padrone, stravolto, acceso, con gli occhi in fuori, e lustri lustri; e gli stava alla lontana: perchè, in quelle circostanze, ogni mascalzone aveva dovuto acquistar, come si dice, l’occhio medico. “Sto bene, ve’,” disse don Rodrigo, che lesse nel fare del Griso il pensiero che gli passava per la mente. “Sto benone; ma ho bevuto, ho bevuto forse un po’ troppo. C’era una vernaccia!... Ma, con una buona dormita, tutto se ne va. Ho un gran sonno... Levami un po’ quel lume dinanzi, che m’accieca... mi dà una noia...!” “Scherzi della vernaccia,” disse il Griso, tenendosi sempre alla larga. “Ma vada a letto subito, chè il dormire le farà bene.” “Hai ragione: se posso dormire... Del resto, sto bene. Metti qui vicino, a buon conto, quel campanello, se per caso, stanotte avessi bisogno di qualche cosa: e sta’ attento, ve’, se mai senti sonare. Ma non avrò bisogno di nulla... Porta via presto quel maledetto lume,” riprese poi, intanto che il Griso eseguiva l’ordine, avvicinandosi meno che poteva. “Diavolo! che m’abbia a dar tanto fastidio!” Il Griso prese il lume, e, augurata la buona notte al padrone, se n’andò in fretta, mentre quello si cacciava sotto. Ma le coperte gli parvero una montagna. Le buttò via, e si rannicchiò, per dormire; chè infatti moriva dal sonno. Ma, appena velato l’occhio, si svegliava con un riscossone, come se uno, per dispetto, fosse venuto a dargli una tentennata; e sentiva cresciuto il caldo, cresciuta la smania. Ricorreva col pensiero all’agosto, alla vernaccia, al disordine; avrebbe voluto poter dar loro tutta la colpa; ma a queste idee si sostituiva sempre da sè quella che allora era associata con tutte, ch’entrava, per dir così, da tutti i sensi, che s’era ficcata in tutti i discorsi dello stravizio, giacchè era ancor più facile prenderla in ischerzo, che passarla sotto silenzio: la peste. Dopo un lungo rivoltarsi, finalmente s’addormentò, e cominciò a fare i più brutti e arruffati sogni del mondo. E d’uno in un altro, gli parve di trovarsi in una gran chiesa, in su, in su, in mezzo a una folla; di trovarcisi, chè non sapeva come ci fosse andato, come gliene fosse venuto il pensiero, in quel tempo specialmente; e n’era arrabbiato. Guardava i circostanti; eran tutti visi gialli, distrutti, con cert’occhi incantati, abbacinati, con le labbra spenzolate; tutta gente con certi vestiti che cascavano a pezzi; e da’ rotti si vedevano macchie e bubboni. “Largo canaglia!” gli pareva di gridare, guardando alla porta, ch’era lontana lontana, e accompagnando il grido con un viso minaccioso, senza però moversi, anzi ristringendosi, per non toccar que’ sozzi corpi, che già lo toccavano anche troppo da ogni parte. Ma nessuno di quegl’insensati dava segno di volersi scostare, e nemmeno d’avere inteso; anzi gli stavan più addosso: e sopra tutto gli pareva che qualcheduno di loro, con le gomita o con altro, lo pigiasse a sinistra, tra il cuore e l’ascella, dove sentiva una puntura dolorosa, e come pesante. E se si storceva, per veder di liberarsene, subito un nuovo non so che veniva a puntarglisi al luogo medesimo. Infuriato, volle metter mano alla spada; e appunto gli parve che, per la calca, gli fosse andata in su, e fosse il pomo di quella che lo premesse in quel luogo; ma, mettendoci la mano, non ci trovò la spada, e sentì in vece una trafitta più forte. Strepitava, era tutt’affannato, e voleva gridar più forte; quando gli parve che tutti que’ visi si rivolgessero a una parte. Guardò anche lui; vide un pulpito, e dal parapetto di quello spuntar su un non so che di convesso, liscio e luccicante; poi alzarsi e comparir distinta una testa pelata, poi due occhi, un viso, una barba lunga e bianca, un frate ritto, fuor del parapetto fino alla cintola, fra Cristoforo. Il quale, fulminato uno sguardo in giro su tutto l’uditorio, parve a don Rodrigo che lo fermasse in viso a lui, alzando insieme la mano, nell’attitudine appunto che aveva presa in quella sala a terreno del suo palazzotto. Allora alzò anche lui la mano in furia, fece uno sforzo, come per islanciarsi ad acchiappar quel braccio teso per aria; una voce che gli andava brontolando sordamente nella gola, scoppiò in un grand’urlo; e si destò. Lasciò cadere il braccio che aveva alzato davvero; stentò alquanto a ritrovarsi, ad aprir ben gli occhi; chè la luce del giorno già inoltrato gli dava noia, quanto quella della candela, la sera avanti; riconobbe il suo letto, la sua camera; si raccapezzò che tutto era stato un sogno: la chiesa, il popolo, il frate, tutto era sparito; tutto fuorchè una cosa, quel dolore dalla parte sinistra. Insieme si sentiva al cuore una palpitazion violenta, affannosa, negli orecchi un ronzìo, un fischìo continuo, un fuoco di dentro, una gravezza in tutte le membra, peggio di quando era andato a letto. Esitò qualche momento, prima di guardar la parte dove aveva il dolore; finalmente la scoprì, ci diede un’occhiata paurosa; e vide un sozzo bubbone d’un livido paonazzo. L’uomo si vide perduto: il terror della morte l’invase, e, con un senso per avventura più forte, il terrore di diventar preda de’ monatti, d’esser portato, buttato al lazzeretto. E cercando la maniera d’evitare quest’orribile sorte, sentiva i suoi pensieri confondersi e oscurarsi, sentiva avvicinarsi il momento che non avrebbe più testa, se non quanto bastasse per darsi alla disperazione. Afferrò il campanello, e lo scosse con violenza. Comparve subito il Griso, il quale stava all’erta. Si fermò a una certa distanza dal letto; guardò attentamente il padrone, e s’accertò di quello che, la sera, aveva congetturato. “Griso!” disse don Rodrigo, rizzandosi stentatamente a sedere: “tu sei sempre stato il mio fido.” “Sì, signore.” “T’ho sempre fatto del bene.” “Per sua bontà.” “Di te mi posso fidare...!” “Diavolo!” “Sto male, Griso.” “Me n’ero accorto.” “Se guarisco, ti farò del bene ancor più di quello che te n’ho fatto per il passato.” Il Griso non rispose nulla, e stette aspettando dove andassero a parare questi preamboli. “Non voglio fidarmi d’altri che di te,” riprese don Rodrigo: “fammi un piacere, Griso.” “Comandi,” disse questo, rispondendo con la formola solita a quell’insolita. “Sai dove sta di casa il Chiodo chirurgo?” “Lo so benissimo.” “È un galantuomo, che, chi lo paga bene, tien segreti gli ammalati. Va’ a chiamarlo: digli che gli darò quattro, sei scudi per visita, di più, se di più ne chiede; ma che venga qui subito; e fa’ la cosa bene, che nessun se n’avveda.” “Ben pensato,” disse il Griso: “vo e torno subito.” “Senti, Griso: dammi prima un po’ d’acqua. Mi sento un’arsione, che non ne posso più.” “No, signore,” rispose il Griso: “niente senza il parere del medico. Son mali bisbetici: non c’è tempo da perdere. Stia quieto: in tre salti son qui col Chiodo.” Così detto, uscì, raccostando l’uscio. Don Rodrigo, tornato sotto, l’accompagnava con l’immaginazione alla casa del Chiodo, contava i passi, calcolava il tempo. Ogni tanto ritornava a guardare il suo bubbone; ma voltava subito la testa dall’altra parte, con ribrezzo. Dopo qualche tempo, cominciò a stare in orecchi, per sentire se il chirurgo arrivava: e quello sforzo d’attenzione sospendeva il sentimento del male, e teneva in sesto i suoi pensieri. Tutt’a un tratto, sente uno squillo lontano, ma che gli par che venga dalle stanze, non dalla strada. Sta attento; lo sente più forte, più ripetuto, e insieme uno stropiccìo di piedi: un orrendo sospetto gli passa per la mente. Si rizza a sedere, e si mette ancor più attento; sente un rumor cupo nella stanza vicina, come d’un peso che venga messo giù con riguardo; butta le gambe fuor del letto, come per alzarsi, guarda all’uscio, lo vede aprirsi, vede presentarsi e venire avanti due logori e sudici vestiti rossi, due facce scomunicate, due monatti, in una parola; vede mezza la faccia del Griso che, nascosto dietro un battente socchiuso, riman lì a spiare. “Ah traditore infame!... Via, canaglia! Biondino! Carlotto! aiuto! son assassinato!” grida don Rodrigo; caccia una mano sotto il capezzale, per cercare una pistola; l’afferra, la tira fuori; ma al primo suo grido, i monatti avevan preso la rincorsa verso il letto; il più pronto gli è addosso, prima che lui possa far nulla; gli strappa la pistola di mano, la getta lontano, lo butta a giacere, e lo tien lì, gridando, con un versaccio di rabbia insieme e di scherno: “ah birbone! contro i monatti! contro i ministri del tribunale! contro quelli che fanno l’opere di misericordia!” “Tienlo bene, fin che lo portiam via,” disse il compagno, andando verso uno scrigno. E in quella il Griso entrò, e si mise con colui a scassinar la serratura. “Scellerato!” urlò don Rodrigo, guardandolo per di sotto all’altro che lo teneva, e divincolandosi tra quelle braccia forzute. “Lasciatemi ammazzar quell’infame,” diceva quindi ai monatti, “e poi fate di me quel che volete.” Poi ritornava a chiamar con quanta voce aveva, gli altri suoi servitori; ma era inutile, perchè l’abbominevole Griso gli aveva mandati lontano, con finti ordini del padrone stesso, prima d’andare a fare ai monatti la proposta di venire a quella spedizione, e divider le spoglie. “Sta’ buono, sta’ buono,” diceva allo sventurato Rodrigo l’aguzzino che lo teneva appuntellato sul letto. E voltando poi il viso ai due che facevan bottino, gridava: “fate le cose da galantuomini!” “Tu! tu!” mugghiava don Rodrigo verso il Griso, che vedeva affaccendarsi a spezzare, a cavar fuori danaro, roba, a far le parti, “ Tu! dopo...! Ah diavolo dell’inferno! Posso ancora guarire! posso guarire!” Il Griso non fiatava, e neppure, per quanto poteva, si voltava dalla parte di dove venivan quelle parole. “Tienlo forte,” diceva l’altro monatto: “è fuor di sè.” Ed era ormai vero. Dopo un grand’urlo, dopo un ultimo e più violento sforzo per mettersi in libertà, cadde tutt’a un tratto rifinito e stupido: guardava però ancora, come incantato, e ogni tanto si riscoteva, o si lamentava. I monatti lo presero, uno per i piedi, e l’altro per le spalle, e andarono a posarlo sur una barella che avevan lasciata nella stanza accanto; poi uno tornò a prender la preda; quindi, alzato il miserabil peso, lo portaron via. Il Griso rimase a scegliere in fretta quel di più che potesse far per lui; fece di tutto un fagotto, e se n’andò. Aveva bensì avuto cura di non toccar mai i monatti, di non lasciarsi toccar da loro; ma, in quell’ultima furia del frugare, aveva poi presi, vicino al letto, i panni del padrone, e gli aveva scossi, senza pensare ad altro, per veder se ci fosse danaro. C’ebbe però a pensare il giorno dopo, che, mentre stava gozzovigliando in una bettola, gli vennero a un tratto de’ brividi, gli s’abbagliaron gli occhi, gli mancaron le forze, e cascò. Abbandonato da’ compagni, andò in mano de’ monatti, che, spogliatolo di quanto aveva indosso di buono, lo buttarono sur un carro; sul quale spirò, prima d’arrivare al lazzeretto, dov’era stato portato il suo padrone. Lasciando ora questo nel soggiorno de’ guai, dobbiamo andare in cerca d’un altro, la cui storia non sarebbe mai stata intralciata con la sua, se lui non l’avesse voluto per forza; anzi si può dir di certo che non avrebbero avuto storia nè l’uno nè l’altro: Renzo, voglio dire, che abbiam lasciato al nuovo filatoio, sotto il nome d’Antonio Rivolta. C’era stato cinque o sei mesi, salvo il vero; dopo i quali, dichiarata l’inimicizia tra la repubblica e il re di Spagna, e cessato quindi ogni timore di ricerche e d’impegni dalla parte di qui, Bortolo s’era dato premura d’andarlo a prendere, e di tenerlo ancora con sè, e perchè gli voleva bene, e perchè Renzo, come giovine di talento, e abile nel mestiere, era, in una fabbrica, di grande aiuto al factotum, senza poter mai aspirare a divenirlo lui, per quella benedetta disgrazia di non saper tener la penna in mano. Siccome anche questa ragione c’era entrata per qualche cosa, così abbiam dovuto accennarla. Forse voi vorreste un Bortolo più ideale: non so che dire: fabbricatevelo. Quello era così. Renzo era poi sempre rimasto a lavorare presso di lui. Più d’una volta, e specialmente dopo aver ricevuta qualcheduna di quelle benedette lettere da parte d’Agnese, gli era saltato il grillo di farsi soldato, e finirla: e l’occasioni non mancavano; chè, appunto in quell’intervallo di tempo, la repubblica aveva avuto bisogno di far gente. La tentazione era qualche volta stata per Renzo tanto più forte, che s’era anche parlato d’invadere il milanese; e naturalmente a lui pareva che sarebbe stata una bella cosa, tornare in figura di vincitore a casa sua, riveder Lucia, e spiegarsi una volta con lei. Ma Bortolo, con buona maniera, aveva sempre saputo smontarlo da quella risoluzione. “Se ci hanno da andare,” gli diceva, “ci anderanno anche senza di te, e tu potrai andarci dopo, con tuo comodo; se tornano col capo rotto, non sarà meglio essere stato a casa tua? Disperati che vadano a far la strada, non ne mancherà. E, prima che ci possan mettere i piedi...! Per me, sono eretico: costoro abbaiano; ma sì; lo stato di Milano non è un boccone da ingoiarsi così facilmente. Si tratta della Spagna, figliuolo mio: sai che affare è la Spagna? San Marco è forte a casa sua; ma ci vuol altro. Abbi pazienza: non istai bene qui?... Vedo cosa vuoi dire; ma, se è destinato lassù che la cosa riesca, sta’ sicuro che, a non far pazzie, riuscirà anche meglio. Qualche santo t’aiuterà. Credi pure che non è mestiere per te. Ti par che convenga lasciare d’incannar seta, per andare a ammazzare? Cosa vuoi fare con quella razza di gente? Ci vuol degli uomini fatti apposta.” Altre volte Renzo si risolveva d’andar di nascosto, travestito, e con un nome finto. Ma anche da questo, Bortolo seppe svolgerlo ogni volta, con ragioni troppo facili a indovinarsi. Scoppiata poi la peste nel milanese, e appunto, come abbiam detto, sul confine del bergamasco, non tardò molto a passarlo; e... non vi sgomentate, ch’io non vi voglio raccontar la storia anche di questa: chi la volesse, la c’è, scritta per ordine pubblico da un certo Lorenzo Ghirardelli: libro raro però e sconosciuto, quantunque contenga forse più roba che tutte insieme le descrizioni più celebri di pestilenze: da tante cose dipende la celebrità de' libri! Quel ch’io volevo dire è che Renzo prese anche lui la peste, si curò da sè, cioè non fece nulla; ne fu in fin di morte, ma la sua buona complessione vinse la forza del male: in pochi giorni, si trovò fuor di pericolo. Col tornar della vita, risorsero più che mai rigogliose nell’animo suo le memorie, i desidèri, le speranze, i disegni della vita; val a dire che pensò più che mai a Lucia. Cosa ne sarebbe di lei, in quel tempo, che il vivere era come un’eccezione? E, a così poca distanza, non poterne saper nulla? E rimaner, Dio sa quanto, in una tale incertezza! E quand’anche questa si fosse poi dissipata, quando, cessato ogni pericolo, venisse a risaper che Lucia fosse in vita; c’era sempre quell’altro mistero, quell’imbroglio del voto. — Anderò io, anderò a sincerarmi di tutto in una volta, - disse tra sè, e lo disse prima d’essere ancora in caso di reggersi. - Purchè sia viva! Trovarla, la troverò io; sentirò una volta da lei proprio, cosa sia questa promessa, le farò conoscere che non può stare, e la conduco via con me, lei e quella povera Agnese, se è viva! che m’ha sempre voluto bene, e son sicuro che me ne vuole ancora. La cattura? eh! adesso hanno altro da pensare, quelli che son vivi. Giran sicuri, anche qui, certa gente, che n’hann’addosso... Ci ha a esser salvocondotto solamente per i birboni? E a Milano, dicono tutti che l’è una confusione peggio. Se lascio scappare una occasion così bella, - (La peste! Vedete un poco come ci fa qualche volta adoprar le parole quel benedetto istinto di riferire e di subordinar tutto a noi medesimi!) - non ne ritorna più una simile! Giova sperare, caro il mio Renzo. Appena potè strascicarsi, andò in cerca di Bortolo, il quale, fino allora, aveva potuto scansar la peste, e stava riguardato. Non gli entrò in casa, ma, datogli una voce dalla strada, lo fece affacciare alla finestra. “Ah ah!” disse Bortolo: “l’hai scampata, tu. Buon per te!” “Sto ancora un po’ male in gambe, come vedi, ma, in quanto al pericolo, ne son fuori.” “Eh! vorrei esser io ne’ tuoi piedi. A dire: sto bene, le altre volte, pareva di dir tutto; ma ora conta poco. Chi può arrivare a dire: sto meglio; quella sì è una bella parola!” Renzo, fatto al cugino qualche buon augurio, gli comunicò la sua risoluzione. “Va’, questa volta, che il cielo ti benedica,” rispose quello: “cerca di schivar la giustizia, com’io cercherò di schivare il contagio; e, se Dio vuole che la ci vada bene a tutt’e due, ci rivedremo.” “Oh! torno sicuro: e se potessi non tornar solo! Basta; spero.” “Torna pure accompagnato; chè, se Dio vuole, ci sarà da lavorar per tutti, e ci faremo buona compagnia. Purchè tu mi ritrovi, e che sia finito questo diavolo d’influsso!” “Ci rivedremo, ci rivedremo; ci dobbiam rivedere!” “Torno a dire: Dio voglia!” Per alquanti giorni, Renzo si tenne in esercizio, per esperimentar le sue forze, e accrescerle; e appena gli parve di poter far la strada, si dispose a partire. Si mise sotto panni una cintura, con dentro que’ cinquanta scudi, che non aveva mai intaccati, e de’ quali non aveva mai fatto parola, neppur con Bortolo; prese alcuni altri pochi quattrini, che aveva messi da parte giorno per giorno, risparmiando su tutto; prese sotto il braccio un fagottino di panni; si mise in tasca un benservito, che s’era fatto fare a buon conto, dal secondo padrone, sotto il nome d’Antonio Rivolta; in un taschino de’ calzoni si mise un coltellaccio, ch’era il meno che un galantuomo potesse portare a que’ tempi; e s’avviò, agli ultimi d’agosto, tre giorni dopo che don Rodrigo era stato portato al lazzeretto. Prese verso Lecco, volendo, per non andar così alla cieca a Milano, passar dal suo paese, dove sperava di trovare Agnese viva, e di cominciare a saper da lei qualcheduna delle tante cose che si struggeva di sapere. I pochi guariti dalla peste erano, in mezzo al resto della popolazione, veramente come una classe privilegiata. Una gran parte dell’altra gente languiva o moriva; e quelli ch’erano stati fin allora illesi dal morbo, ne vivevano in continuo timore; andavan riservati, guardinghi, con passi misurati, con visi sospettosi, con fretta ed esitazione insieme: chè tutto poteva esser contro di loro arme di ferita mortale. Quegli altri all’opposto, sicuri a un di presso del fatto loro (giacchè aver due volte la peste era caso piuttosto prodigioso che raro), giravano per mezzo al contagio franchi e risoluti; come i cavalieri d’un’epoca del medio evo, ferrati fin dove ferro ci poteva stare, e sopra palafreni accomodati anch’essi, per quanto era fattibile, in quella maniera, andavano a zonzo (donde quella loro gloriosa denominazione d’erranti), a zonzo e alla ventura, in mezzo a una povera marmaglia pedestre di cittadini e di villani, che, per ribattere e ammortire i colpi, non avevano indosso altro che cenci. Bello, savio ed utile mestiere! mestiere, proprio, da far la prima figura in un trattato d’economia politica. Con una tale sicurezza, temperata però dall’inquietudini che il lettore sa, e contristata dallo spettacolo frequente, dal pensiero incessante della calamità comune, andava Renzo verso casa sua, sotto un bel cielo e per un bel paese, ma non incontrando, dopo lunghi tratti di tristissima solitudine, se non qualche ombra vagante piuttosto che persona viva, o cadaveri portati alla fossa, senza onor d’esequie, senza canto, senza accompagnamento. A mezzo circa della giornata, si fermò in un boschetto, a mangiare un po’ di pane e di companatico che aveva portato con sè. Frutte, n’aveva a sua disposizione, lungo la strada, anche più del bisogno: fichi, pesche, susine, mele, quante n’avesse volute; bastava ch’entrasse ne’ campi a coglierne, o a raccattarle sotto gli alberi, dove ce n’era come se fosse grandinato; giacchè l’anno era straordinariamente abbondante, di frutte specialmente; e non c’era quasi chi se ne prendesse pensiero: anche l’uve nascondevano, per dir così, i pampani, ed eran lasciate in balìa del primo occupante. Verso sera, scoprì il suo paese. A quella vista, quantunque ci dovesse esser preparato, si sentì dare come una stretta al cuore: fu assalito in un punto da una folla di rimembranze dolorose, e di dolorosi presentimenti: gli pareva d’aver negli orecchi que’ sinistri tocchi a martello che l’avevan come accompagnato, inseguito, quand’era fuggito da que’ luoghi; e insieme sentiva, per dir così, un silenzio di morte che ci regnava attualmente. Un turbamento ancor più forte provò allo sboccare sulla piazzetta davanti alla chiesa; e ancora peggio s’aspettava al termine del cammino: chè dove aveva disegnato d’andare a fermarsi, era a quella casa ch’era stato solito altre volte di chiamar la casa di Lucia. Ora non poteva essere, tutt’al più, che quella d’Agnese; e la sola grazia, che sperava dal cielo era di trovarcela in vita e in salute. E in quella casa si proponeva di chiedere alloggio, congetturando bene che la sua non dovesse esser più abitazione che da topi e da faine. Non volendo farsi vedere, prese per una viottola di fuori, quella stessa per cui era venuto in buona compagnia, quella notte così fatta, per sorprendere il curato. A mezzo circa, c’era da una parte la vigna, e dall’altra la casetta di Renzo; sicchè, passando, potrebbe entrare un momento nell’una e nell’altra, a vedere un poco come stesse il fatto suo. Andando, guardava innanzi, ansioso insieme e timoroso di veder qualcheduno; e, dopo pochi passi, vide infatti un uomo in camicia, seduto in terra, con le spalle appoggiate a una siepe di gelsomini, in un’attitudine d’insensato: e, a questa, e poi anche alla fisonomia, gli parve di raffigurar quel povero mezzo scemo di Gervaso ch’era venuto per secondo testimonio alla sciagurata spedizione. Ma essendosegli avvicinato, dovette accertarsi ch’era in vece quel Tonio così sveglio che ce l’aveva condotto. La peste, togliendogli il vigore del corpo insieme e della mente, gli aveva svolto in faccia e in ogni suo atto un piccolo e velato germe di somiglianza che aveva con l’incantato fratello. “Oh Tonio!” gli disse Renzo, fermandosegli davanti: “sei tu?” Tonio alzò gli occhi, senza mover la testa. “Tonio! non mi riconosci?” “A chi la tocca, la tocca,” rispose Tonio, rimanendo poi con la bocca aperta. “L’hai addosso eh? povero Tonio; ma non mi riconosci più?” “A chi la tocca, la tocca,” replicò quello, con un certo sorriso sciocco. Renzo, vedendo che non ne caverebbe altro, seguitò la sua strada, più contristato. Ed ecco spuntar da una cantonata, e venire avanti una cosa nera, che riconobbe subito per don Abbondio. Camminava adagio adagio, portando il bastone come chi n’è portato a vicenda; e di mano in mano che s’avvicinava, sempre più si poteva conoscere nel suo volto pallido e smunto, e in ogni atto, che anche lui doveva aver passata la sua burrasca. Guardava anche lui; gli pareva e non gli pareva: vedeva qualcosa di forestiero nel vestiario; ma era appunto forestiero di quel di Bergamo. “È lui senz’altro!” disse tra sè, e alzò le mani al cielo, con un movimento di maraviglia scontenta, restandogli sospeso in aria il bastone che teneva nella destra; e si vedevano quelle povere braccia ballar nelle maniche, dove altre volte stavano appena per l’appunto. Renzo gli andò incontro, allungando il passo, e gli fece una riverenza; chè, sebbene si fossero lasciati come sapete, era però sempre il suo curato. “Siete qui, voi?” esclamò don Abbondio. “Son qui, come lei vede. Si sa niente di Lucia?” “Che volete che se ne sappia? Non se ne sa niente. È a Milano, se pure è ancora in questo mondo. Ma voi...” “E Agnese, è viva?” “Può essere; ma chi volete che lo sappia? non è qui. Ma...” “Dov’è?” “È andata a starsene nella Valsassina, da que’ suoi parenti, a Pasturo, sapete bene; chè là dicono che la peste non faccia il diavolo come qui. Ma voi, dico...” “Questa la mi dispiace. E il padre Cristoforo...?” “È andato via che è un pezzo. Ma...” “Lo sapevo; me l’hanno fatto scrivere: domandavo se per caso fosse tornato da queste parti.” “Oh giusto! non se n’è più sentito parlare. Ma voi...” “La mi dispiace anche questa.” “Ma voi, dico, cosa venite a far da queste parti, per l’amor del cielo? Non sapete che bagattella di cattura...?” “Cosa m’importa? Hanno altro da pensare. Ho voluto venire anch’io una volta a vedere i fatti miei. E non si sa proprio...?” “Cosa volete vedere? che or ora non c’è più nessuno, non c’è più niente. E dico, con quella bagattella di cattura, venir qui, proprio in paese, in bocca al lupo, c’è giudizio? Fate a modo d’un vecchio che è obbligato ad averne più di voi, e che vi parla per l’amore che vi porta; legatevi le scarpe bene, e, prima che nessuno vi veda, tornate di dove siete venuto; e se siete stato visto, tanto più tornatevene di corsa. Vi pare che sia aria per voi, questa? Non sapete che sono venuti a cercarvi, che hanno frugato, frugato, buttato sottosopra...” “Lo so pur troppo, birboni!” “Ma dunque...!” “Ma se le dico che non ci penso. E colui, è vivo ancora? è qui?” “Vi dico che non c’è nessuno; vi dico che non pensiate alle cose di qui; vi dico che...” “Domando se è qui, colui. ” “Oh santo cielo! Parlate meglio. Possibile che abbiate ancora addosso tutto quel fuoco, dopo tante cose!” “C’è, o non c’è?” “Non c’è, via. Ma, e la peste, figliuolo, la peste! Chi è che vada in giro, in questi tempi”? “Se non ci fosse altro che la peste in questo mondo... dico per me: l’ho avuta, e son franco.” “Ma dunque! ma dunque! non sono avvisi questi? Quando se n’è scampata una di questa sorte, mi pare che si dovrebbe ringraziare il cielo, e...” “Lo ringrazio bene. ” “E non andarne a cercar dell’altre, dico. Fate a modo mio...” “L’ha avuta anche lei, signor curato, se non m’inganno.” “Se l’ho avuta! Perfida e infame è stata: son qui per miracolo: basta dire che m’ha conciato in questa maniera che vedete. Ora avevo proprio bisogno d’un po’ di quiete, per rimettermi in tono: via, cominciavo a stare un po’ meglio... In nome del cielo, cosa venite a far qui? Tornate...” “Sempre l’ha con questo tornare, lei. Per tornare, tanto n’avevo a non movermi. Dice: cosa venite? cosa venite? Oh bella! vengo, anch’io, a casa mia.” “Casa vostra...” “Mi dica; ne son morti molti qui?...” “Eh eh!” esclamò don Abbondio; e, cominciando da Perpetua, nominò una filastrocca di persone e di famiglie intere. Renzo s’aspettava pur troppo qualcosa di simile; ma al sentir tanti nomi di persone che conosceva, d’amici, di parenti, stava addolorato, col capo basso, esclamando ogni momento: - poverino! poverina! poverini! “Vedete!” continuò don Abbondio: “e non è finita. Se quelli che restano non metton giudizio questa volta, e scacciar tutti i grilli dalla testa, non c’è più altro che la fine del mondo.” “Non dubiti; che già non fo conto di fermarmi qui.” “Ah! sia ringraziato il cielo, che la v’è entrata! E, già s’intende, fate ben conto di ritornar sul bergamasco.” “Di questo non si prenda pensiero.” “Che! non vorreste già farmi qualche sproposito peggio di questo?” “Lei non ci pensi, dico; tocca a me: non son più bambino: ho l’uso della ragione. Spero che, a buon conto, non dirà a nessuno d’avermi visto. È sacerdote; sono una sua pecora: non mi vorrà tradire.” “Ho inteso,” disse don Abbondio, sospirando stizzosamente: “ho inteso. Volete rovinarvi voi, e rovinarmi me. Non vi basta di quelle che avete passate voi; non vi basta di quelle che ho passate io. Ho inteso, ho inteso.” E, continuando a borbottar tra i denti quest’ultime parole, riprese per la sua strada. Renzo rimase lì tristo e scontento, a pensar dove anderebbe a fermarsi. In quella enumerazion di morti fattagli da don Abbondio, c’era una famiglia di contadini portata via tutta dal contagio, salvo un giovinotto, dell’età di Renzo a un di presso, e suo compagno fin da piccino; la casa era pochi passi fuori del paese. Pensò d’andar lì. E andando, passò davanti alla sua vigna; e già dal di fuori potè subito argomentare in che stato la fosse. Una vetticciola, una fronda d’albero di quelli che ci aveva lasciati, non si vedeva passare il muro; se qualcosa si vedeva, era tutta roba venuta in sua assenza. S’affacciò all’apertura (del cancello non c’eran più neppure i gangheri); diede un’occhiata in giro: povera vigna! Per due inverni di seguito, la gente del paese era andata a far legna “nel luogo di quel poverino,” come dicevano. Viti, gelsi, frutti d’ogni sorte, tutto era stato strappato alla peggio, o tagliato al piede. Si vedevano però ancora i vestigi dell’antica coltura: giovani tralci, in righe spezzate, ma che pure segnavano la traccia de’ filari desolati; qua e là, rimessiticci o getti di gelsi, di fichi, di peschi, di ciliegi, di susini; ma anche questo si vedeva sparso, soffogato, in mezzo a una nuova, varia e fitta generazione, nata e cresciuta senza l’aiuto della man dell’uomo. Era una marmaglia d’ortiche, di felci, di logli, di gramigne, di farinelli, d’avene salvatiche, d’amaranti verdi, di radicchielle, d’acetoselle, di panicastrelle e d’altrettali piante; di quelle, voglio dire, di cui il contadino d’ogni paese ha fatto una gran classe a modo suo, denominandole erbacce, o qualcosa di simile. Era un guazzabuglio di steli, che facevano a soverchiarsi l’uno con l’altro nell’aria, o a passarsi avanti, strisciando sul terreno, a rubarsi in somma il posto per ogni verso; una confusione di foglie, di fiori, di frutti, di cento colori, di cento forme, di cento grandezze: spighette, pannocchiette, ciocche, mazzetti, capolini bianchi, rossi, gialli, azzurri. Tra questa marmaglia di piante ce n’era alcune di più rilevate e vistose, non però migliori, almeno la più parte: l’uva turca, più alta di tutte, co’ suoi rami allargati, rosseggianti, co’ suoi pomposi foglioni verdecupi, alcuni già orlati di porpora, co’ suoi grappoli ripiegati, guarniti di bacche paonazze al basso, più su di porporine, poi di verdi, e in cima di fiorellini biancastri; il tasso barbasso, con le sue gran foglie lanose a terra, e lo stelo diritto all’aria, e le lunghe spighe sparse e come stellate di vivi fiori gialli: cardi, ispidi ne’ rami, nelle foglie, ne’ calici, donde uscivano ciuffetti di fiori bianchi o porporini, ovvero si staccavano, portati via dal vento, pennacchioli argentei e leggieri. Qui una quantità di vilucchioni arrampicati e avvoltati a’ nuovi rampolli d’un gelso, gli avevan tutti ricoperti delle lor foglie ciondoloni, e spenzolavano dalla cima di quelli le lor campanelle candide e molli: là una zucca salvatica, co’ suoi chicchi vermigli, s’era avviticchiata ai nuovi tralci d’una vite; la quale, cercato invano un più saldo sostegno, aveva attaccati a vicenda i suoi viticci a quella; e, mescolando i loro deboli steli e le loro foglie poco diverse, si tiravan giù, pure a vicenda, come accade spesso ai deboli che si prendon l’uno con l’altro per appoggio. Il rovo era per tutto; andava da una pianta all’altra, saliva, scendeva, ripiegava i rami o gli stendeva, secondo gli riuscisse; e, attraversato davanti al limitare stesso, pareva che fosse lì per contrastare il passo, anche al padrone. Ma questo non si curava d’entrare in una tal vigna; e forse non istette tanto a guardarla, quanto noi a farne questo po’ di schizzo. Tirò di lungo: poco lontano c’era la sua casa; attraversò l’orto, camminando fino a mezza gamba tra l’erbacce di cui era popolato, coperto, come la vigna. Mise piede sulla soglia d’una delle due stanze che c’era a terreno: al rumore de’ suoi passi, al suo affacciarsi, uno scompiglìo, uno scappare incrocicchiato di topacci, un cacciarsi dentro il sudiciume che copriva tutto il pavimento: era ancora il letto de’ lanzichenecchi. Diede un’occhiata alle pareti: scrostate, imbrattate, affumicate. Alzò gli occhi al palco: un parato di ragnateli. Non c’era altro. Se n’andò anche di là, mettendosi le mani ne’ capelli; tornò indietro, rifacendo il sentiero che aveva aperto lui, un momento prima; dopo pochi passi, prese un’altra straducola a mancina, che metteva ne’ campi; e senza veder nè sentire anima vivente, arrivò vicino alla casetta dove aveva pensato di fermarsi. Già principiava a farsi buio. L’amico era sull’uscio, a sedere sur un panchetto di legno, con le braccia incrociate, con gli occhi fissi al cielo, come un uomo sbalordito dalle disgrazie, e insalvatichito dalla solitudine. Sentendo un calpestìo, si voltò a guardar chi fosse, e, a quel che gli parve di vedere così al barlume, tra i rami e le fronde, disse, ad alta voce, rizzandosi e alzando le mani: “non ci son che io? non ne ho fatto abbastanza ieri? Lasciatemi un po’ stare, che sarà anche questa un’opera di misericordia.” Renzo, non sapendo cosa volesse dir questo, gli rispose chiamandolo per nome. “Renzo...!” disse quello, esclamando insieme e interrogando. “Proprio,” disse Renzo; e si corsero incontro. “Sei proprio tu!” disse l’amico, quando furon vicini: “oh che gusto ho di vederti! Chi l’avrebbe pensato? T’avevo preso per Paolin de’ morti, che vien sempre a tormentarmi, perché vada a sotterrare. Sai che son rimasto solo? solo! solo, come un romito!” “Lo so pur troppo,” disse Renzo. E così, barattando e mescolando in fretta saluti, domande e risposte, entrarono insieme nella casuccia. E lì, senza sospendere i discorsi, l’amico si mise in faccende per fare un po’ d’onore a Renzo, come si poteva così all’improvviso e in quel tempo. Mise l’acqua al fuoco, e cominciò a far la polenta; ma cedé poi il matterello a Renzo, perché la dimenasse; e se n’andò dicendo: “son rimasto solo; ma! son rimasto solo!” Tornò con un piccol secchio di latte, con un po’ di carne secca, con un paio di raveggioli, con fichi e pesche; e posato il tutto, scodellata la polenta sulla tafferìa, si misero insieme a tavola, ringraziandosi scambievolmente, l’uno della visita, l’altro del ricevimento. E, dopo un’assenza di forse due anni, si trovarono a un tratto molto più amici di quello che avesser mai saputo d’essere nel tempo che si vedevano quasi ogni giorno; perchè all’uno e all’altro, dice qui il manoscritto, eran toccate di quelle cose che fanno conoscere che balsamo sia all’animo la benevolenza; tanto quella che si sente, quanto quella che si trova negli altri. Certo, nessuno poteva tenere presso di Renzo il luogo d’Agnese, nè consolarlo della di lei assenza, non solo per quell’antica e speciale affezione, ma anche perchè, tra le cose che a lui premeva di decifrare, ce n’era una di cui essa sola aveva la chiave. Stette un momento tra due, se dovesse continuare il suo viaggio, o andar prima in cerca d’Agnese, giacchè n’era così poco lontano; ma, considerato che della salute di Lucia, Agnese non ne saprebbe nulla, restò nel primo proposito d’andare addirittura a levarsi questo dubbio, a aver la sua sentenza, e di portar poi lui le nuove alla madre. Però, anche dall’amico seppe molte cose che ignorava, e di molte venne in chiaro che non sapeva bene, sui casi di Lucia, e sulle persecuzioni che gli avevan fatte a lui, e come don Rodrigo se n’era andato con la coda tra le gambe, e non s’era più veduto da quelle parti; insomma su tutto quell’intreccio di cose. Seppe anche (e non era per Renzo cognizione di poca importanza) come fosse proprio il casato di don Ferrante: chè Agnese gliel aveva bensì fatto scrivere dal suo segretario; ma sa il cielo com’era stato scritto; e l’interprete bergamasco, nel leggergli la lettera, n’aveva fatta una parola tale, che, se Renzo fosse andato con essa a cercar ricapito di quella casa in Milano, probabilmente non avrebbe trovato persona che indovinasse di chi voleva parlare. Eppure quello era l’unico filo che avesse, per andar in cerca di Lucia. In quanto alla giustizia, potè confermarsi sempre più ch’era un pericolo abbastanza lontano, per non darsene gran pensiero: il signor podestà era morto di peste: chi sa quando se ne manderebbe un altro; anche la sbirraglia se n’era andata la più parte; quelli che rimanevano, avevan tutt’altro da pensare che alle cose vecchie. Raccontò anche lui all’amico le sue vicende, e n’ebbe in contraccambio cento storie, del passaggio dell’esercito, della peste, d’untori, di prodigi. - Son cose brutte, - disse l’amico, accompagnando Renzo in una camera che il contagio aveva resa disabitata; - cose che non si sarebbe mai creduto di vedere; cose da levarvi l’allegria per tutta la vita; ma però, a parlarne tra amici, è un sollievo. Allo spuntar del giorno, eran tutt’e due in cucina; Renzo in arnese da viaggio, con la sua cintura nascosta sotto il farsetto, e il coltellaccio nel taschino de’ calzoni: il fagottino, per andar più lesto, lo lasciò in deposito presso all’ospite. “Se la mi va bene,” gli disse, “se la trovo in vita, se... basta... ripasso di qui; corro a Pasturo, a dar la buona nuova a quella povera Agnese, e poi, e poi... Ma se, per disgrazia, per disgrazia che Dio non voglia... allora, non so quel che farò, non so dov’anderò: certo, da queste parti non mi vedete più.” E così parlando, ritto sulla soglia dell’uscio, con la testa per aria, guardava con un misto di tenerezza e d’accoramento, l’aurora del suo paese che non aveva più veduta da tanto tempo. L’amico gli disse, come s’usa, di sperar bene; volle che prendesse con sè qualcosa da mangiare; l’accompagnò per un pezzetto di strada, e lo lasciò con nuovi augùri. Renzo, s’incamminò con la sua pace, bastandogli d’arrivar vicino a Milano in quel giorno, per entrarci il seguente, di buon’ora, e cominciar subito la sua ricerca. Il viaggio fu senza accidenti e senza nulla che potesse distrar Renzo da’ suoi pensieri, fuorchè le solite miserie e malinconie. Come aveva fatto il giorno avanti, si fermò a suo tempo, in un boschetto a mangiare un boccone, e a riposarsi. Passando per Monza, davanti a una bottega aperta, dove c’era de’ pani in mostra, ne chiese due, per non rimanere sprovvisto, in ogni caso. Il fornaio, gl’intimò di non entrare, e gli porse sur una piccola pala una scodelletta, con dentro acqua e aceto, dicendogli che buttasse lì i danari; e fatto questo, con certe molle, gli porse, l’uno dopo l’altro, i due pani, che Renzo si mise uno per tasca. Verso sera, arriva a Greco, senza però saperne il nome; ma, tra un po’ di memoria de’ luoghi, che gli era rimasta dell’altro viaggio, e il calcolo del cammino fatto da Monza in poi, congetturando che doveva esser poco lontano dalla città, uscì dalla strada maestra, per andar ne’ campi in cerca di qualche cascinotto, e lì passar la notte; chè con osterie non si voleva impicciare. Trovò meglio di quel che cercava: vide un’apertura in una siepe che cingeva il cortile d’una cascina; entrò a buon conto. Non c’era nessuno: vide da un canto un gran portico, con sotto del fieno ammontato, e a quello appoggiata una scala a mano; diede un’occhiata in giro, e poi salì alla ventura; s’accomodò per dormire, e infatti s’addormentò subito, per non destarsi che all’alba. Allora, andò carpon carponi verso l’orlo di quel gran letto; mise la testa fuori, e non vedendo nessuno, scese di dov’era salito, uscì di dov’era entrato, s’incamminò per viottole, prendendo per sua stella polare il duomo; e dopo un brevissimo cammino, venne a sbucar sotto le mura di Milano, tra porta Orientale e porta Nuova, e molto vicino a questa.
Na nòt, vèrs la fìn de agost, pròpri entela cólm de la pidemìa de pèsta, don Rodrigo l’era dré a tornar a só ciasa, a Milan, compagnà dal só fidà el Grìs, un dei trei o càter de la só famìlia che era restà vìvi. El nideva de vòuta da la solita baldòria coi só sòzi per provar a desmentegiar la malancolìa de chel tèmp: ogni bòta che ‘l se giatava con chei amìzi g’era sèmper fazze nòve e manciava chei che la pèsta eva portà via. Ca sera don Rodrigo l’era sta tra i pù alegróni; tra tute le àutre ròbe, l’eva fat divertìr, e tant, tuta la compagnìa con na fasolada da grignar, come na lode da funeral, dedicada al conte Tilio, mòrt de pèsta doi dì prima. Entant che ‘l ciaminava però, el sentiva che nó l’era su la sóa, mal dapertur, na flacità a le giambe, fadìgia a tirar el flà, en cialor entorn, e l’averòs volèst encolpar sol el vin, e la nòt, o la stazón. Nó l’à daverzù bócia per tuta la strada; e la prima parola, arivadi a ciasa, l’è sta chela de ordenar al Grìs che ‘l ge fés lum per nar en ciàmera. Cando che i è stadi ‘n ciàmera el Grìs l’à vardà ‘l vis del padron, sbatù, ros come ‘l fòc’, con i òcli fòr da la testa, e lustri; e alor el ge steva a la lontana: perché ente che ocasion ìo ogni slandron l’eva cognèst comprar, come che se dis, l’òcel da dotor. “Stón bèn, veh,” dis don Rodrigo, che l’eva vist entel far del Grìs el pensier che ge passava per la ment. “Stón benón; però ài beù, ài beù forse massa. G’era gropèl! … Ma, con na bòna dormìda, sen va tut. G’ài na gran sòn… Tòme via ca lum da davanti, che la me orbìs… la me dà fastìdi…!” “Schèrzi del gropèl,” dis el Grìs, tegnèndose sèmper a la làrgia. “Ma ‘l vàgia sùbit entel lèt, che a dormìr ge farà bèn de segur.” “G’às resón: se son bòn de dormìr… Comunque, ston bèn. Métime cì vizìn, per segurezza, chel ciampanèl, entel caso che stanòt g’avéssite bisògn de vergot: e stai atènto, vèh?, se ‘l sèntes sonar. Ma nó credi de aver bisògn de ‘ngota… Porta via sùbit ca maledéta luze,” el dis, entant che, ‘l Grìs l’obedìva a l’órden, però sèmper atènto a stàrge pù lontan possìbol. “Diàulo porco! Giàla da dàrme ‘nzì fastìdi!” El Grìs l’à tòt la lum, e, ‘mbòt che ‘l g’à dat la bonanòt al só padron, l’è partì ‘mprèssa, entant che l’àuter el se metéva sota le cuèrte. Ge ‘mparéva che le cuèrte le pesàs come na montagna. I l’à petàte via, e ‘l s’è metù ‘ncuzzolón per dormìr; difati ‘l morìva da la son. Ma, apena che ‘l serava l’òcel, el se féva fòr enten gran scórlo, come se un, per fàrge ‘n dispèt, el fus nù a dàrge ‘n scorlament; e ‘l sentìva che ge aumentava ‘l ciàut e che ge cresséva la smània. El pensava de dàrge la colpa al ciàut de agost, al massa vin che l’eva beù, a la vita scombussolada che ‘l féva; l’averòs volèst convìnzerse che ‘l fus sol chel. Ma, ogni bòt che ‘l provava a pensar a vergot àuter, sùbit ge nideva ‘n ment chel pensier che ormai l’era deventà l’ossession de tuti, perfìn entei discorsi e ‘ntei scherzi de le baldòrie perché l’era pù fàzile tòrla per schèrz, putòst che tàser: la pèsta. Dopo èsserse svoutolà per en bèl pèz entel lèt, a la fìn el s’è ‘ndromenzà e l’à scomenzià a far cialciaròti tremèndi e confusi. Da n’ brut ensògn a l’àuter, g’era parèst de giatàrse dénter ente na gran glésia, sora tuti, en mèz a na fóla; nó ‘l ciapìva come che l’eva fat a arivar ìo, e nancia ‘l perché ge fus nù ‘n ment de nar ìo pròpri alor, e per chesto ‘l s’era ‘nzispà. El vardava le persone che ‘l geva ‘ntorn; i geva tuti fazze zaldìne, sbatùde, con i òcli spalancadi e fissi, làuri a spindorlón; i era tuti vestìdi con drapi sdrazzadi, e travérs ai sbrègi se vedéva macle e madurènze. Ge ‘mparéva de zigiar: “Fai largo, canàia!”, entant el vardava vèrs la porta lontanissima e ‘l compagnava le parole con en mus sguèrz; na en realtà nó ‘l se movéva, anzi ‘l se strenzéva per s-civar chei còrpi spórci, che zà i lo tociava ‘n pòc’ massa da tute le bande. Nancia un de chei disgraziadi ‘l deva sègn de volérse spostar e nancia de aver ciapì; anzi i se féva sèmper pù dausìni struciàndose adòs: e spezialment ge paréva che calchedun i lo sghizàs coi gómbeti o con vergot àuter pròpri sul flànc’ da l’anzància, tra ‘l còr e sota ‘l braz, endo che ‘l sentìva na sponzùda dolorosa e come che che la pesàs tant. Se ‘l provava a mòverse per liberàrse, sùbit n’autra sgombetada i lo tociava sèmper entel stes pòsto. Enfurià, l’eva volèst tòr en man la spada; e g’era ‘mparèst che, a ciàusa de la gran fola, ‘l mànec’ de la spada el se fus auzzà pròpri sota al braz a struciàrge ‘nchel pòsto; ma, tastàndo, la spada nó i la trovava e ‘nveze l’eva sentù n’àuter sfrizzon ancor pù fòrt. El se azitava, el soflàva come ‘n màntes, e ‘l voleva zigiar ancor pù fòrt; cando che g’è ‘mparèst che tute che fazze le se voutàs a vardar da n’àutra banda. L’à vardà ancia el e l’à vist en pùlpit: da dré ‘l parapèt è comparì prima na ròba lùstra e tonda, po' na testa pelada, e po' dopo en vis con doi òcli, la barba lòngia e biancia: l’era ‘n frate che steva su drìt, che se vedeva enfìn a la zintùra, l’era fra Cristoforo. El frate ‘l g’à dat n’oclada severa a tuta la fola, ma a don Rodrigo ge pareva che i lo fissas pròpri ‘ntel mus, auzzàndo la man come che l’eva fat tèmp endrè enla sala del só palaz. Alor don Rodrigo, furios, l’à auzzà ancia el el braz, provàndo a brancar chel braz auzzà per aria contra de el; da la só gola è nù fòt n’urlo fortìssim, e ‘l s’è desdromenzà. L’à molà zó ‘l braz che ‘l geva dalbòn solevà; l’à fat fadìgia prima de fàrse fòr, a davèrzer bèn i òcli, perché la luze del dì, scomenzià ormai da ‘n pèz, la ge deva fastìdi tant che chela de la ciandéla la sera prima. L’à cognossù ‘l só lèt, la só ciàmera e l’à ciapì che l’era sta tut n’ensògni: la glésia, ‘l pòpol, el frate, tut era sparì. Tut men che na ròba: chel dolor sul flanc’ da l’anzància. El sentìva ancia che ‘l còr el bateva come ‘n mat, en mormòrio e ‘n sìgol contìnuo ‘nle récle, na féver che ardeva ént, en malèsser en tut el còrp, pèzo de cando che l’era nà ‘ntel lèt. Per calche minùt nó l’è sta ìo fermo, prima de vardar chel pòsto che ge feva mal; a la fìn l’à descuertà ca part, l’à dat n’oclada pléna de paura, e l’à vist n’orènda madurènza scura. L’òm el se l’à vista bruta: i l’eva brancà ‘l teror de la mòrt, e, ‘ncor de pù la fifa de nar enle man dei monatti, de èsser strassinà via e petà ‘ntel lazarét. Provàndo a zerciar en modo per s-civar ca sòrt orènda, el sentìva che i só pensieri i deventava confusi e tenebrosi, e ‘l se l’à ‘ntaiada che era dré a arivar el moment che nó l’averòs pù abù la cossiènza, a parte chela apena assà per disperàrse. L’à brancà alor el ciampanèl e i l’à scorlà con forza. Sùbit è nù ént el Grìs, che ‘l stéva sèmper con le récle su drìte. El s’è fermà a na zèrta distanza dal lèt, per vardàr con atenzion el padron e ‘l s’è convìnto de chel che l’eva zà sospetà la sera inanzi. “Tòi Grìs!” dis don Rodrigo, tiràndose su a stènto ‘n sentòn: “tì che ses sèmper sta el me òm pù fidà.” “Signorsì.” “T’ài sèmper fat del ben.” “Grazie a la só bontà.” “De tì pòdi fidàrme…!” “Demóscol!” “Tòi Grìs, ston mal.” “M’èri bèn acòrt.” “Se varìssi, te farài ancor pù del ben de chel che t’ài fat enfìn adès.” El Grìs nó l’à respondù ‘ngot, e l’è restà ìo a spetar endo che ‘l voléva nar a ruar con che moìne. “Nó vòi fidàrme de 'nzun' che nó sìes tì,” dis don Rodrigo: “fàme ‘n piazér, Grìs.” “Diséme,” dis chesto, rispondèndo con rispèt, come se fus na situazion normale, ma nó l’era. “Sas endo che sta de ciasa ‘l Chiodo zerùdec’?” “Segur che ‘l sai.” “L’è ‘n gialantòm, che, a cì che lo pagia bèn, el tègn scondùdi i maladi. Vài a clamàrlo: dìge che ge darai càter, sei scudi per visita, ancia de pù, chel che ‘l domanda; ma che ‘l vègnia cì sùbit; e varda de far la ròba ben, che ‘nzun se n’ascòrzia.” “Bèla ‘mpensada,” dis el Grìs: “vón e vèni sùbit.” “Sènti cì Grìs: prima dàme ‘n góz de aca. G’ài entorn na gran sé che nó ge n’ampòdi pù.” “No, no sior,” a rispondù ‘l Grìs: “nó se tòl zó ‘ngot senza che i lo dìgia ‘l mèdico. L’è malatìe difìzili da tratar: nó g’è tèmp da pèrder. El stàgia cì calmo: ente n’àtimo son cì de vòuta col Chiodo.” Dit enzì, l’è partì, tiràndose dré l’us. Don Rodrigo, l’era tornà sota le cuèrte, col pensier el ge neva dré al Grìs vèrs la ciasa del Chiodo, el contava i passi, e ‘l calcolava ‘l tèmp. Ogni tant el tornava a vardàrse la só madurènza; ma sùbit el voutàva la testa da l’àutra banda, con ribréz. Dopo ‘n bèl pèz, l’à scomenzià a far récle per sentìr se ‘l zerùdec’ l’arivava: e chel sfòrz che ‘l feva a star atènto el ge feva passar per en moment el mal, e ‘l metéva ‘n sèst i só pensieri. Tut enten cólp, l’à sentù ‘n s-ciampanelar lontan, e che ge pareva che ‘l nidés da le sale e no da la strada. L’è restà ìo a scoutar: i l’à sentù pù fòrt, pù de sèito, e ‘nsèma g’à parèst de sentìr en pestolò de passi. Sùbit n’orèndo sospèt g’à traversà la testa. El s’è tirà su ‘n sentón e l’à scoutà con pù atenzion: l’à sentù ‘n rumor gréo entela la ciàmera vizìna, come de ‘n pés pozà per tèra plan plan; l’à metù le giambe fòr dal lèt, per levàr su, e l’à vardà vèrs la porta. I l’à vista davèrzerse e l’à vist nir avanti doi òumni con adòs àbiti rossi, sdrameladi e blólgi e doi fazzade sguèrze: ente na parola l’era doi monatti. De dré a ‘n sparèl de la porta mèz davèrt, l’à vist mèz mus del Grìs, che ‘l restava ìo a spiar. “Ah bastàrt maledét!... Via, canàia! Biondino! Carlotto! aiùt! i me sassìna!” l’urlava don Rodrigo; l’eva metù na man sota ‘l lèt per zerciar la pistòla; i l’eva brancada e tiràda fòr; ma come che l’eva fat el só prìm zìc’, i monatti i era sbalzadi vèrs el lèt; e ‘l pù pronto ‘l g’èra nà adòs, prima che ‘l podés far engot; el g’eva sbregià fòr da le man la pistola, e i l’eva petata lontana, e i l’eva spenzù sul lèt, e i lo tegnìva ìo fermo, urlando, con en zestàz de rabia e ‘nsèma ancia de coionadura: “ah brigante! Contrà i monatti! Contra i ministri del tribunal! Contrà chei che fa le opere de misericordia!” “Tègnel ben, enfìn che ‘l portàn via,” dis el compagn, entànt che ‘l neva vèrs en pult. E ‘nte chela è nù ent el Grìs, e ‘l s’è metù a scassinar la seradura ensèma a chel’ìo. “Ludro che nó sés àuter!” à urlà don Rodrigo, vardàndol da sot a chel’àuter che lo tegnìva, e speadàndo tra chei brazi robusti. E po' ‘l ge diseva ai monatti: “Lagiàme copàr chel canàia, e dopo fé chel che voléo con mì.” Po' ‘l tornava a clamar con tanta ós che ‘l geva, i àutri de la servitù; ma l’era inutile, perché chel can da l’òstrega de Grìs i l’eva mandadi lontan, apòsta, con órdeni finti del padron stes, prima de nar a fàrge la proposta ai monatti de nir per ca spedizion, e po' spartìr i òri. “Stai dabèn, stai dabèn,” ge diseva a don Rodrigo ‘l monatto che lo tegnìva encloudà sul lèt. E voutando pò ‘l vis vèrs i àutri doi che se ‘mplenìva le s-ciarsèle, ‘l ge zigiava: “ehi comportàve bèn, fé le ròbe da gialantòm!” “Tì! pròpri tì!” el muzéva don Rodrigo vèrs el Grìs, a véderlo fuziar e a véderlo róter, a tiràr fòr soldi, ròba, a spartìr, “Tì! dopo…! Ah ciagnàz da l’infèrn! Pòdi ancor varìr! Pòdi varìr!” El Grìs nó ‘l disèva baf, e nancia, per cant che ‘l podeva, ‘l se voutava a vardar da ‘ndo che nideva che parole. “Tègnel ìo fis,” diseva l’auter monatto: “l’è nà fòr dal vada.” E adès ormai l’era dalbòn enzì. Dopo aver trat n’urlo fortìssim e aver fat n’àuter sfòrz disperà per liberàrse, tut de cólp l’è crodà sfinì e ‘mmazucià: però ‘l seghitava a vardàr ancor, come se ‘l fus enciantà, e ogni tant el se féva fòr o ‘l se lamentava. I monatti i l’à brancà, un per i pèi, e l’àuter per le spale, e i è nadi a pozàrlo su ‘nte na zivéria che i eva lagià ‘nte na ciàmera vizìna; po' un l’è tornà a tòr la ladrarìa; po', levà chel pòr pesaròl, i l’à portà via. El Grìs el s’è metù ‘n prèssa a sièlier chel che ‘l podéva tègnerse; l’à metù tut enten fagòt e l’è partì. L’era sta atènto a nó tociar mai i monatti e a nó lagiàrse tociàr da lori; ma, ‘nte la prèssa de fuziar ancor, l’eva vist vizìn al lèt i drapi del padron, e i l’eva scorladi zó per véder se nideva fòr ancor calche soldo. El dev’èsserge nù ‘n ment però ‘l dì dré, cando che ‘ntant che l’era dré a fraiar ente na bètola, tut de colp l’à scomenzià a bagolar, ge s’è ‘nnebià i òcli, g’è mancià le fòrze e l’è crodà per tèra. Arbandonà dai só sòzi, l’è nà ‘n man dei monatti che, dopo avérge portà via tut chel che ‘l geva adòs de valor, i l’à petà su ‘nten ciar; e ìo l’è mòrt ancor prima de arivar entel lazarét endo che era sta portà ‘l só padron. Lagiàndo star per adès don Rodrigo ente chel pòsto de le só tribolazion, cognén tornar a parlar de n’àuter personazo, che la só storia nó la se saròs mai encrosada con la sóa, se nó fus sta pròpri don Rodrigo a volérlo per fòrza. Anzi, se pòl dir con segurezza, che senza sta trama nó ge saròs sta storia né per un né per l’àuter: parli del Renzo, che éven lagià ente ca filanda nòva, sota ‘l nòm fàus de Antonio Rivolta. El Renzo l’era restà ìo per zìnc’ o sèi mesi, pù o men; po' cando che Venezia e ‘l re de Spagna i s’à fat guera, e sichè nó g’era pù perìcol che da Milan partìs tamisade o richieste de consegna, el Bortol l’à pessegià a nar a tòrlo e a tègnerlo ancor con el. I l’eva fat sia perché ‘l ge voleva ben, sia perché ‘l Renzo, essendo ‘n zóven capaze e brao entel só mistér, l’era de grant aiùt a l’òm de fiducia’ente na frabicia, pur senza podér mai sperar de deventarlo el stes, ciàusa chel difèt che geva sèmper dat da dir: nó l’era bòn de scrìver. Sicome ancia sto motìvo l’eva bù la só importanza, l’era nezessari ricordàrlo. Forsi voi lezidori averòsseo preferì ‘n Bortol miór, perfèt; che dìrve po'? Emmazinàvel pur come che voléo. Ma chel vero l’era fat enzì. El Renzo l’era po' restà ìo a laorar col Bortol. Pù de ‘n bòt, spezialment dopo che l’eva zapà calche una de che lìtere da l’Agnese, g’era nù ‘n ment l’idea de nar soldà e méter fin enzì a la só situazion. Le ocasion nó le manciava de segur, perché pròpri ‘n che l’epoca la Repubblica de Venezia la geva bisògn de òumni per el só esèrzito. A bòte la tentazion l’era stada fòrta ancor de pù, spezialment cando che se parlava de ocupar el teritòri del milanes; naturalmente, el Renzo ‘l pensava che ‘l saròs sta bèl tornar a só ciasa dopo aver venzù la guera, véder la Lucia e a la fin spiegiarse con ela. Ma ‘l Bortol, con calma e con le bòne, l’era sèmper sta bòn de fàrge cambiar idea. “Se i deve partìr, i partirà ancia senza de tì, e tì poderàstus nar dopo con calma; se ‘nveze i vèn de vòuta ferìdi o pézi, nó èrel mèio no se ères restà a tó ciasa? Lagia che si ai desperadi a nar en prima fila, nó i mancerà de segur chei. E po', prima che i pòdia tòrse chel teritòri…! Mì, per conto mè, nó ge credi tant no: chei ìo i sbàia bèn, però torlìr Milan nó l’è migia come dirlo vèh. se parla de la Spagna, tòi Renzo: sas bèn che bèstia che l’è la Spagna. San Marc’ l’è fòrt a só ciasa; ma ge vòl bèn d’àuter. Abi pasiènza: nó stas bèn cì no?... Ciapìssi bèn chel che voròstus far, però, se ‘l destìn vorà che le ròbe le vàgia ben, stai pur segur che, a nó far pazzìe, le narà ancor mèio. Calche sant el te aiderà. Crédeme, nó l’è mistéri per tì. Te par savi lagiàr cì el laoro a la filanda per nar a combàter? Che vòs far po', contra ca zènt? Ge vòl òumni apòsta per far zèrte ròbe.” A le bòte ‘l Renzo ‘l dezideva de partìr de scondion, mas-cerà e con en nòm fàus. Ma ancia da sta idea cì el Bortol l’era sta bòn ogni bòt a convìnzerlo, con motivi che l’è fàzile ‘mmazinar. Cando che era scopià la pèsta ‘ntel milanes, e apunto, come che en zà dit, sul confìn col bergamasco, nó l’eva tardivà tant a passarlo via; e… nó ste preocuparve, che mi nó vòi contàrve ancia la storia de chesta: cì che la volés lézer el, pòl trovar en lìber scrìt per órden del goerno da ‘n zèrti Lorenzo Ghirardelli: però l’è ‘n lìber che se stenta a trovar, ancia se ‘l conta pù ròbe el che tute ‘nsèma de descrizion pù notòrie metùde ‘nsèma. Chel che vòi dir l’è che ancia ‘l Renzo l’à zapà la pèsta, ma ‘l s’è curà da só pòsta, o sia nó l’eva fat pròpri ‘ngot. Scasì la malatìa i l’eva fat morìr, ma la só bona costituzion i l'à salvà: enten pòci dì l’era fòr da ogni perìcol. Tornà ‘n forze, dénter de el è tornà, ancor pù forte, i ricordi, i desidèri, le speranze e i prozèti per la vita; per dirla tuta, el pensava pù che mai a la Lucia. El se domandava: come se la passeràla po' ela enten tèmp che a vìver l’è na rarità? E ‘nzì vizìn, senza podér aver nancia na notìzia de ela? E dovér restar per cissà cant tèmp enchel tormént! E ancia se sto dubi ‘l svanìs e se nidès a savér che la Lucia l’è viva, restava sèmper l’àuter problema, chel mistèro del voto. “Narai mì, narai a fàrme dir tut en bòt per sèmper”, el pensava tra de el, e i l’eva dit prima ancor de èsser bòn de star en pè. “Pur ché la sia viva! La troverai, e nirai a savér a la fìn chel che vòl dir ca promessa, ge farai ciapìr che nó se pòl nar avanti ‘nzì, e la porterai via con mì, ensèma a la pòra Agnese, se l’è viva, che la m’à sèmper volèst ben e son segur che la seghita a volérmen. Se i me zapa? Eh! adès i g’à da pensar a àuter che à zerciàrme mì. Ancia cì g’è zènt spòtica, ma adès la g’à ancia chesta i só problemi… Ge sarà da èsserge ‘n permés sol per i briganti? E a Milan, tuti i dis che l’è ‘n rebaltón ancor pézi. Se lagi nar n’ocasion ‘nzì bèla, (La pèsta! Vedéo mò come che calche bòta ‘l ne fa doprar le parole chel benedét istìnto de riferìr e far sol per pro panza nòssa!), nó ge ‘n sarà n’àutra compagna mai pù!” Convièn sèmper sperar, caro Renzo. Apena che la podèst strozzegiàrse, l’è nà ‘n zércia del Bortol, che, ‘nfìn a alor, l’eva podèst s-civar la pèsta, e ‘l steva ben. Nó l’è nà ént en ciasa, ma i l’à clamà da la strada, e i l’à fat vardàr zó da la finestra. “Ah ah!” dis el Bortol: “te l’às portada fòr tì. Bòn per tì!” “G’ài ancor en pòc’ de mal a le giambe, come che védes, però cant al perìcol, doròssi èsser fòra.” «Eh! Voròssi èsser al to pòsto. Prima de la pèsta, dir: “stón ben” empareva zà tut; ma adès el val pòc’. Cì che ‘nveze pòl dir: “stón mèio”, chela sì che l’è dalbòn na bela ròba!» El Renzo, dopo avérge fat tuti i auguri a só cusìn, el g’à fat savér chela che l’era la só dezision. “Ma sì, vai sto bòt, che ‘l ziél te benedìssia,” g’à rispondù ‘l Bortol: “varda de starge lontan dai sbiri, come che mì proverài a s-civar el contàg; e, se Dio vòl che a tuti doi le ròbe le ge vàgia ben, ne rivedren.” “Oh! torni de segur: e se podéssite nó nìr da mé pòsta! Bòn, bòn; speri.” “Torna pur compagnà; perché, se Dio vòl, ge sarà laoro per tuti e poderén fàrne compagnìa. Basta che mé tróvies, e che la sia ruàda tuta sta maledéta pidemìa!” “Ne rivederén, ne rivederén; cognén rivéderne!” “Torni a dir: che Dio lo vòbia!” Per arcanti dì ‘l Renzo el se tegnìva ‘n mòto per controlar le só forze e per aumentàrle; e apena che g’è parèst de podér far la strada, ‘l s’è preparà a partìr. El s’è metù sota ai drapi na zintùra, con dént chei zincanta scudi, che nó l’eva mai tocià, e che de chei nó l’eva mai fat parola nancia col Bortol; l’à tòt su ancia pòci àutri soldi che l’eva metù da na banda sparagnàndo dì per dì su tut; sota ‘l braz el portava ‘n fagotèl de vestìdi; en s-ciarsèla l’à metù na lìtera de racomandazion che ‘l s’èra fat far a bòn marcià, dal só secont padron, col nòm fàus de Antonio Rivolta; ente na s-ciarsèla de le brage ‘l geva ‘n cortèl gròs, l’arma pù pìzzola che podéva aver en gialantòm a chei tèmpi; e a la fìn de agost el s’è metù ‘n viaz, trei dì dopo che don Rodrigo l’era sta portà al lazarét. L’à tòt la strada per Lecco, volèndo prima passar per el só paes, enveze che nar a Milan a la òrba: ìo ‘l sperava de trovar ancor viva l’Agnese, e de scomenziar a spiar da ela encalcuna de le tante ròbe che ge brusava da la vòia de savér. I pòci che era varì da la pèsta ‘mpareva che i fus scasi come na razza sièlta, a confront col rèst de la popolazion. I pù tanti, difati, o i era dré a morìr o i patìva; e chei che ‘nfìn a chel moment nó i era stadi tociadi dal contàg i viveva sèmper col pipacul. Chesti i se movéva con prudenza, sospetosi, a passi lènti e misuradi, con en portament atènto, sèmper combatudi tra la prèssa e l’antivéder: perché calunque ròba podéva deventar n’arma bòna per farli morìr. Chei varìdi, scasi seguri de nó malàrse pù (perché zapàr doi bòte la pèsta l’era na ròba rara), i zirava tra la zènt empestada con segurezza e ‘n libertà. I ge ‘nsomiàva ai cavalieri del Medioevo, plegiadi dént enle só armadure da la testa ai pèi, e montadi sui só ciavài, ancia chei scuertadi per cant che l’era possìbol: e ‘nchel modo i neva ‘n ziro senza paura a strigozzón, en mez a la fola de zitadìni e contadini senza difese, vestìdi sol de sdrazze, che nó i geva nancia ‘n mèzo per protézerse dai colpi del mal. L’era pròpri en bèl mistér! En mistér che podéva èsser presentà come ‘n modèl enten tratato de economia. Con na zèrta calma, ancia se ‘n pòc’ endubità dai pensieri che ‘l lezidor el cognos zà e da la malancolìa a véder de sèito chel spetàcol de la pidemìa, el Renzo el neva vèrs só ciasa. El ziél l’era serén e ‘l panorama bèl, ma dré ‘l só viaz l’ancontrava sol, dopo bèi tòci de desèrt che nó se vedéva anima viva, calche fegura pèrsa che ‘mparéva pù n’ombra che na persona viva, opur cadaveri portàdi ‘nla busa, senza òbit, senza cianti e senza ‘nzun a compagnarli. A metà zornada, ‘l s’è fermà enten bos-ciat per magnar en pòc’ de pan e companàdec’ che ‘l s’eva porta dré. Cant ai fruti, per la strada ge n’era a volontà, bastava coìrsei: figi, pèrsegi, brugne, pomi, canti che ‘l ne ‘n voleva; bastava che ‘l nés dént entei ciampi a tòrsen su da tèra sota le plante, endo che i era crodadi a mùcli come se fus tompestà. Difati, chel’an, i fruti i eva bondà enten modo straordenari; ma scasi ‘nzun se ‘nteressas: perfìn i vignai i era ciargiadi de ùa, scondùda a stènto da le fòie, arbandonada al prim che avès volèst tòrsen. Envèrs sera, el Renzo l’à vist el só paesòt. A véderlo, ancia se l’everòs dovèst èsser preparà, l’à sentù come ‘n grop al còr: tut de colp l’è sta assalì da ‘n sflazèl de bruti ricordi e da n’impression de angóssa. Ge paréva de sentìr ancora ‘nle récle chei dolorosi bòti a martèl che i l’eva compagnà e perseghità cando che l’era s-ciampà da chei pòsti; entel stes tèmp el sentìva ‘l silènzio de mòrt che regnava adès. El s’è azità e ancor de pù cando che l’è arivà ‘nla piazéta davanti a la glesia; e ‘l se spetava sensazion ancor pù brute a la fìn del viaz: difati, ‘l pòsto endo che l’eva dezìso de fermàrse l’era ca ciasa che na bòta l’era usà a clamar “la ciasa de la Lucia.” Adès, a la pù, ‘l podeva clamàrla la ciasa de l’Agnese; e l’unica grazia che ‘l sperava dal ziél l’era de trovàrla viva e sana. Enca ciasa ‘l pensava de domandar de èsser azetà, ben savèndo che la soa nó podéva èsser ormai pù che ‘n refugio per pangiane e faìne. Sicome nó ‘l voléva fàrse véder, l’à zapà per en sintér fòr dal paes, chel sintér che l’eva fat en bòna compagnìa, ca nòt, per cobiàr el curàt. Fat el mèz, da na banda g’era ‘l vignalòt e da l’àutra la ciaséta del Renzo; siché, passando, l’averòs podèst fermàrse n’àtimo ente un e ancia ‘nte l’àutra per véder come che la neva con le só ròbe. Entant el neva avanti, azità e ‘nsèma ‘n pòc’ timoros de ‘ncontrar calchedun; e difati, fat pòci passi, l’à vist n’òm en ciamìsa, sentà per tèra, con le spale pozade a na strupaia de zalsomìn con en far da matùrlo: e, a chesto, e po' ancia a la filosomìa, ge paréva de véder chel pòr laor mèz paslocón del Zervaso che l’era nù come secónt testimòni a ca spedizion disgraziada. Però essèndose svizinà, la dovèst convìnzerse che l’era ‘nveze ‘l Tòni, chel putèl ‘nzì capaze, che i l’eva portà. La pèsta, l’à geva tòt el vigor del còrp e ‘nsèma ancia chel del zervèl e l’eva metù ‘n vista, enla fazza e ‘nte ogni zèst che ‘l feva, chel pòc’ fatézze che ge ‘nsomiava a chel pòr laor de só fradèl. “Ehi Tòni!” g’à dit el Renzo metèndogese dinanzi: “sés tì?” El Tòni l’à auzzà i òcli, senza mòver la testa. “Tòni! Me cognósses no?” “A cì che la ge tócia, la ge tócia,” à respondù ‘l Tòni, restàndo po' ìo con la bócia davèrta. “La g’às adòs ah? pòer Tòni; ma nó me cognósses pù no?” “A cì che la ge tócia, la ge tócia,” g’à tornà a dir el Tòni, con en zèrto risolìn da siòco. El Renzo, vedèndo che nó nidéva fòr engot de bòn, l’è nà per la só strada, ancor pù avelì. Tut de colp, da ‘n cianton, l’à vist na fegura negra: i l’à cognossèsta sùbit, l’era don Abondio. El ciaminava plan plan, pozàndose al bastón come cì che è tegnù ‘n pè pròpri da chel; e man man che ‘l se svizinava, se vedéva sèmper de pù sul só mus bròlt e s-ciavà, e ‘ntei só movimenti, i segni de la dura tribolazion che ancia el l’eva dovèst passar. Don Abondio el vardava ancia el: ge ‘mparéva de cognósser el Renzo e ‘ntel stes tèmp de nó èsser segur, perché ‘l vedeva vergot fòr dal normale entel só modo de vestìr; ma pròpri chel particolare ‘l mossava che se tratava de ‘n furèst da Bergamo. “L’è pròpri el de segur!” l’à pensà ‘ntrà de el, e l’à auzzà le man vèrs el ziél, con en zèst de maravéa mesdada a dispiazer, tegnèndo per aria el baston che ‘l geva ‘nla man drìta; se vedéva chei pòri brazzi mòverse dénter le mànge, che na bòta i le ‘mplenìva scasi dal tut. El Renzo ‘l g’è nà ‘ncòntra pessegiànt e i l’à saludà con n’inchino, perché, ancia se da l’ultim bòt che i s’era visti i era nadi ‘n còsta, l’era sèmper el só curàt. “G’èl cì ancia el?” l’à sclamà don Abondio. “Ge son, ge son come che vedéo. Se sa vergot de la Lucia?” “Che vòlel che sàpia po' mì? Nó se sa ‘ngot. L’è a Milan, almen, se l’è ‘ncor a sto mondo. Ma el…” “E l’Agnese èla viva?” “Pòl èsser; ma che vòlel che sàpia po'? cacì nó l’è. Ma…” “Endo èla po'?” “L’è nada a star en Valsassina, da chei doi só parènti, a Pasturo, ‘l sa ben; perché i dis che ìo la pèsta nó la fàgia tuti sti dani come cacì. Ma el, digi…” “Chesta me desplàs. E ‘l padre Cristoforo…?” “L’è nà da n’àutra banda che l’è ‘n pèz. Ma…” “El sévi; i me l’à fat scrìver: domandàvi se per caso ‘l fus tornà da ste bande.” “Oh zusto! nó s’à pù savèst engot. Ma el…” “Me desplàs ancia de chesto.” “Ma el, dìgi, che èl nù a far po' da ste bande, per amor del ziél? Nó séo no che g’è l’órden de méterve ‘m preson, ancia se l’è per na picolézza…?” “Che me ‘n empòrta po' a mì? I g’à àuter da pensar. Ài volèst nìr ancia mì, per na bòta, a vardàrge sora a le me fazènde. E dalbòn nó se sa pròpri ingota…?” “Che vòlel véder po'? pròpri adès che cì nó g’è pù ‘nzuni, nó è restà engotiènto. E po', con chel’órden che ‘l g’à su la cópa de portàrve ‘n preson, nìr cì, en paes, en mèz al perìcol, ge par na ròba sensada? L’ascóltia ‘l consìli de ‘n vècel, che ‘l g’à d’avér pù zudìzi de el, e che ‘l ge parla sol per afèto: el se lìgia bèn le s-ciarpe e, prima che nó i lo védia calchedun, el tórnia sùbit da ‘ndo che l’è nù e se i l’à zà vist, tanto pù ‘l se ‘n vàgia de corsa, Ge par che ‘l sia aria per el chesta? Nó sal no che i è nùdi a zerciàrla, che i à sfodegià dapertut e rebaltà su tut?” “El sai ben purtropo, briganti!” “E alor…?” “Ma se ge dìgi che nó me ‘nteressa ‘ngot. E chelìo, èl ancor vìo? èl cì?” “Ge dìgi che nó g’è pù ‘nzuni; ge dìgi che nó ‘l g’à da pensare a le ròbe de cacì; ge dìgi che…” “Ve domandi se chel’ìo l’è ‘ncor cì.” “Oh santo cielo vèh! El pàrlia mèio. Possìbol che ‘l g’àbia ‘ncor adòs tuta ca rabia, dopo tut chel che è passà!” “G’èl o nó g’èl?” “Ma dai, nó ‘l g’è no. Ma, e la pèsta, pòpo, la pèsta! Cì èl po' va ‘n ziro de sti tèmpi?” “Se a sto mondo nó ge fus àuter che la pèsta… per chel che me riguarda: mì l’ài zà bùda e son varì.” “Ma alora! ma alora! Nó èl forsi avìsi chesti no? Cando che se ge s-ciampa da ‘n perìcol enzì grant, me par che se doròs ringraziar el ziél, e…” “El ringrazi ben.” “E nó nar ancor a méter el cul enle peàde, ge dìgi. Fé come che dìgi mì…” “Se nó me sbagli, i l’à buda ancia el, sior curato.” “Demóscol se l’ài avuda! Ciatìva e vergognosa l’è stada: son cì per miràcol: basta vardàr come che la m’à conzà. Adès gevi pròpri bisògn de ‘n pòc’ de paze, per tiràrme su, e scomenziavi a sentìrme ‘n pòc’ mèio… ma per l’amor del ziél, che nidéo a far po' cì? Néven…” “Ma voi ve ‘mpontào sèmper con sto nar. Ma mì, a dir la verità, nó eri nancia mai partì. Seghitào a dir: - Che vénel a far po'? Perché po' l’è nù? – ma ‘nsoma! L’è ben naturale che vègnia ancia mì: oh bèla vèh! chesta l’è me ciasa.” “Ciasa vòssa…” “Diséme; nè mòrti tanti cacì?...” «“Eh eh!” l’à sclamà don Abondio; pò, scomenziàndo da la Perpetua, ‘l g’à fat na lista lòngia di persone e de famìlie ‘ntrege. El Renzo, purtropo, i se lo spetava; ma, ‘ntel sentir dir i nomi de tanta zènt che ‘l cognosseva, amizi e parenti, l’era pròpri avelì, e ‘l tegnìva la testa bassa e de sèito ‘l sclamava: “porét! poréta! poréti!” “El vét ben!” el diseva don Abondio: “e nó l’è ruada. Se chei che è restà no i fa zudìzi sta bòta, e nó i desmét de far matade, nó g’è pù àuter che la fin del mondo.” “Nó ‘l se preòcupia no; nó g’ài nessuna intenzion de fermàrme cì.” “Ah! sia ringrazià ‘l ziél, che l’eo ciapìda! E, speri, che ‘l g’àbia tuta l’intenzion de tornar ente chel de Bergamo.” “De chesto nó ‘l se fàgia pensier.” “Come?! Nó ‘l vorà migia combinar calche malan ancor pézi de chesto no?” “Nó ste a tòrve fastìdi voi no; l’è afari mèi: nó son migia pù ‘n pòpo no: g’ài ben la testa sul còl. At ogni modo, speri che nó diréo a ‘nzuni de avérme vist. Séo en prèt; mì son sol na pégora: nó voréo migia tradìrme no.” “Ài ciapì,” dis don Abondio, sospiràndo ‘nzispà: “Ài ciapì. El vòl rovinàrse, e strassinar ente la rovina ancia mì. Nó èle assà no tute le disgrazie che g’è ciapità; e nó ge n’à assà de chele che ài passà mì. Ài ciapì, ài ciapì.” E, seghitàndo a tontonar tra i dènti ste ultime parole, l’è nà per la só strada. El Renzo l’è restà ìo trìst e malcontènt, a pensar endo che l’averòs podèst nar a fermàrse. Ente ca lìsta de mòrti che geva fat don Abondio, g’era na famìlia de contadini portàda via tuta dal contàg, men che ‘n zovenòt, en pressapòc’ de l’età del Renzo e só sòzi da cando che i era popàti; la ciasa l’era ìo a pòci passi fòr dal paes. L’à pensà de nar ìo. Entant che ‘l neva, l’è passà davanti al só vignalòt; e zà a véder dal de fòra l’eva podèst ciapìr sùbit en che condizion che l’era. Dal mur nó se vedéva piciàr su nancia ‘n rés, o na fòia de che vide che l’eva ‘mplantà: se vergot se vedéva, l’era tut ròba cressùda entant che l’era mancià. L’à vardà ént dal vaion (del portèl nó restava nancia i rampìni dei càncheni), e l’à dat n’oclada ‘ntorn: pòra vignòla! Per doi inverni de sèito, i paesani i era nadi ìo a far legna, come che i diseva “entel ciamp de chel porét.” Vide, morari e fruti de ogni sòrt i era stadi sbregiadi a la pèzo o taiadi sora le radìs. Però se vedéva ancor i segni de chel che era coltivà prima: sgiàrzi zóni, messi per file ogni tant rote, che però le segnava la tracia dei filari ormai destruti; cà e là piciava fòr pòle de morari, de figiari, de persegiari, de zaresàri e de brugnari; ma ancia chesti se i vedéva tuti sparpaiadi e stofegiadi ‘n mèz a na bos-cèra spessa de spinazzi, nassuda e nuda su, senza ‘l laoro del contadin. L’era tut en giartión confus de ortìge, fèles, ravanade, agràm, farinèi, biava selvàdegia, coengiat, slavazzi, pancùci, e de tante àutre plante compagne: ensoma, tute chele che i contadini, dapertut, i à rezistrà ‘nte n’unica sòrt, clamàndole erbazze o vergot del zènere. L’era ‘n desórden de cólemi che nó i feva àuter che zimàrse via un con l’àuter per aria o a passàrse davanti, opur i sfioràrse sul terén a robàrse ‘l pòsto per ogni vèrs; na confusion de fòie, de fiori de fruti, de zènto colori, de zènto forme de zènto grandeze diferènti; spigéte, colmàti, mazéti, flori bianci, rossi, zaldi e azuri. Tra tuta ca mòta de plante ge n’era zèrte pù grande e che se féva véder, ma non per chesto le era mióre, almen le pù tante: l’ua uata, che l’era la pù àuta de tute, con i so rami largi e sul rós, le gran fòie vérde scure, zèrte che geva l’ór de ‘n rós pù vìu, con le pìcie a scorlón con i pìti pù bassi che i era rossi, po' man man pù ‘n su pù violéti e su ‘n zìma verdi con i fioràti bianci; el barbàs-c’, con le so gran fòie pelose per tèra, e col cólem drìt e lònc’ per aria, e le spìge lònge sparpaiade pléne de vivi fiori zaldi; i giardóni, coi rami e ‘l càlize pléni ‘n spìne, e che da chesti nidéva fòr zuféti de fiori bianci o violéti, opur plumàte color arzènt e lizére che se destaciava e che, portade via dal vènt, le sgolava. Na gran mòta de ciampanèle le s’era rampegiade e ‘ntortolàde su le pòle dei morari, scuertàndoi tuti con le só fòie a spindorlón, e su la zìma scorlava i só fiori a ciampanèla, bianci e mòli; pù ’nlà na zùcia selvàdegia, coi só piti rossi, l’à s’era ‘mpegolada ai sgiàrzi de na vida, che, nó trovàndo pù en sostégn pù robust, la s’era taciàda ela con le só barbe a la zucia enzì, a chel modo, mesdàndo ‘nsèma i sgiarzi déboi e le fòie ancia, néva a ruàr che le se tirava zó una con l’àutra, come che suzét de spes a la pòra zènt che se tègn ‘n pè ‘nsèma. Le roàze le era dapertut: le passava da na planta a l’àutra, le se rampegiava, ensù enzó en cà e ‘n là, le plegiava i rami o i li ‘ndrizzava fòr, come mèio la reussìva; e, traversàndo perfìn el vaión, empareva che le fus ìo pròpri per empedìr el passo, ancia al padron stes. Ma chelìo nó ‘l geva nancia la minima intenzion de nar ént enchel vignal; e forsi nó ‘l s’è nancia fermà a vardàrlo cant che noi gen metù a descrìverlo. L’è nà óutra: pòc’ distante g’era só ciasa; l’à traversà l’òrt, ciaminàndo tra le erbazze che ge arivava enfìn a metà giamba e che le lo ocupava dal tut come che suzzedéva entel vignàl. L’à metù pè su la sòlia de una de le doi ciàmere a pè plan: al rumor dei passi e al só piciar dént el nas, s’è des-ciadenà en cori-cori confùs de pangianàzze, che le neva a refugiarse ‘ntel blodgiam che ‘l scuertava tut el pavimént: g’era ìo ancor la letéra dei gianizzeri. L’à dat n’oclada a le paré: desgrostade, sporce, spozàde dal fum. L’à auzzà i òcli su sota: tut plén de terlaìne. Nó g’era ‘ngot àuter. El se n’è nà ancia da ìo, metèndose le man entei ciavéi; l’è tornà ‘ndré, fasèndo la róta che l’eva davèrt prima; dopo aver fat pòci passi l’à zapà n’àutra stradèla a manzància, che portava ‘ntei ciampi; e senza ‘ncontrar né véder enzun, l’è arivà a la ciaséta endo che l’eva pensà de fermàrse. Entant l’era zà dré a ‘mbrunìr. El só amico l’era su la sòlia, sentà zó su ‘nten scagnèl de légn, con i brazzi ‘ncrosadi e i òcli fissi al ziél, come n’òm emmatonì da le disgrazie e deventà brut a restar da só pòsta. Sentèndo passi, ‘l s’è voutà a véder ci che l’era e, da chel che ge ‘mpareva de véder enca pòcia lum, tra i rami e ‘l foiàm, el dis a voze àuta, levàndose ‘n pè e solevando le man: “Ge sónte sol mì? nó àite patì assà ieri no? lagiàme ‘n pòc’ en paze, che ‘l sarà ancia chesta n’opera de misericòrdia.” El Renzo, nó savèndo chel che voléva dir che parole, el g’â rispondù clamàndol per nòm. “Renzo…!” Dis chelìo, con maravea e ‘nsèma per domandar. “Pròpri mì,” dis el Renzo; e i s’è corèsti ‘ncòntra. “Ma sés pròpri tì!” dis l’amico, cando che i è stadi pù vizini: “oh son pròpri contènt de véderte! Nó averòssi mai pensà. T’ài tòt per el Paolìn dei mòrti, che l’è sèmper cì a tormentàrme, perché vàgia a aidàrlo a sepolìr. Sas bèn che son restà da me pòsta? Da me pòsta! Da me pòsta come ‘n remìt!” “El sai bèn purtropo,” dis el Renzo. E confessàndo e sbledociàndo ‘n prèssa saluti, domande e risposte, i è nadi ént ensèma ente la ciaséta. E ìo, senza desméter i discorsi, l’amico ‘l s’è metù a far chel che ocoreva per fàrge onor al Renzo, come che se podéva, tut de colp e a chel tèmp. L’à metù l’aca sora ‘l fòc’ e l’à scomenzià a far la polènta; però dopo l’à zedù la glava al Renzo, perché i la mesdàs el, e l’è nà disèndo: “son restà da me pòsta; ma! son restà da me pòsta!” L’è nù de vòuta con en bazinòt de lat, con en tocetìn de panzéta, con en par de formaièle, con en pòc’ de figi e de pèrsegi; e pòzà tut su la tàula, l’à trat fòr la polènta sul tabièl, e tuti doi i s’è sentadi zó, ringraziàndose l’un l’àuter, l’un per la visita, l’àuter per l’azèt. E, dopo che l’era doi ani che nó i se vedéva, i s’è giatàdi de colp tant pù amizi de chel che i avés mai pensà de èsser cando che i se vedéva scasi tuti i dì; perché a un e a l’àuter, dis cì la storia, g’era tocià de che ròbe che le te fa cognósser che medizìna che sia ‘l volérse bèn; tant chel che se sènt, cant chel che se trova entei àutri. Zèrto, ‘nzun podéva far càmbi con l’Agnese arènt al Renzo, e nancia consolàrlo se ‘nte chel moment la manciava; ma nancia sol per el tant bèn che i se voléva da sèmper, ma perché, tra le ròbe che al Renzo ge premeva pù de tute de ciapìr, ge n’era una che sol l’Agnese podéva aidàrlo a cognósserla. Per en moment l’è restà ìo a pensar se partìr sùbit per el só viaz o fermàrse prima a zerciar l’Agnese, dato che l’era pòc’ lontan da ela. Però, resonàndo che l’Agnese nó la podéva savér engot se la Lucia la steva bèn o no, l’à dizìso de mantègner el só prìm propòsit: nar sùbit a tòrse via ‘l dubi e a rizéver la só sentènza, e de portàr dopo el le notìzie a só mama. Entant, dal só amìzi, l’eva savèst en mùcel de ròbe che nó ‘l seva, e l’à ciapì mèio tante àutre che nó ‘l cognossèva enfìn zó ‘n fónt: fati che riguardava la Lucia, i tormenti patìdi da el stes, la fugia de don Rodrigo che l’era partì con la cóa tra le giambe e nó ‘l s’era pù fat véder da che bande; ensoma, su tut chel szòf de ròbe. L’era nù a savér ancia (e per el Renzo nó l’era che fus na ròba da ‘ngot) de zùsto cala che l’era la famìlia de don Ferrante. L’Agnese ‘l ge l‘eva sì fat scrìver dal só secretari, ma cissà ‘nche modo che l’era sta scrìt! Difati chel da Bergamo che à tradót per el Renzo, lezèndoge la lìtera, l’eva stropià na parola enten tal modo che, se ‘l Renzo ‘l se fus presentà a Milan con ca parola, l’era gran difìzile che calchedun averòs ciapì de chel che l’era dré a parlar. Epur, chel l’era l’unico ségn che ‘l geva per nar a zerciar la Lucia. Cant a la zustìzia, el Renzo l’à podèst convìnzerse sèmper de pù che ormai nó gera pù da star en pensier: el podestà l’era mòrt de pèsta; cissà cando che ‘n saròs arivà n’àuter. Ancia le pù tante guardie le era mòrte o le era partìde, e che pòce che era restà le geva bèn àuter da far che star ìo a pensar a fazènde vècle. Ancia ‘l Renzo el g’à contà tuti i só fati a l’amìzi, e l’à abù en cambi àutre zènto storie, del passar de l’esèrzito, de la pèsta, dei onzidori, dei strigiamenti. “L’è brute ròbe,” dis l’amìzi, compagnàndo ‘l Renzo ente na ciàmera che ‘l contàg l’eva ridot disabitada; “ròbe che che nó se saròs mai credèst de véder; ròbe da tòrte l’alegrìa per tuta la vita; però, a parlàrnen tra amìzi, l’è ‘n soliévo.” El dì dré che l’albezava, i era tuti doi en cosìna; el Renzo l’era dré a nàrsen, con la só zintura scònta sota ‘l gilè, e ‘l cortelaz entela s-ciarsèla de le brage: el fagotèl, per nar pù veloze, i l’à lagià ìo ‘n depòsit dal só amìzi. “Se la me va ben,” el g’à dit, “se la tróvi viva, se… bòn bòn… torni a nìr; corì a Pasturo a dàrge la bòna nòva a ca pòra Agnese, e po', e po'… Ma se per disgrazia, per disgrazia che Dio nó ‘l vòbia… alor, nó sai chel che farài, nó sai endo che narài: de zèrto, da ste bande nó me vederéo mai pù.” E parlando ‘nzì, drìt su la sòlia de l’us, con la testa per aria, ‘l vardava con en misto de afèto e con en gróp, l’alba del só paes che nó l’eva pù vist da ‘n bèl pèz. L’amìzi ‘l g’à dit, come che se usa, de sperar sèmper bèn; l’à volèst che ‘l se togés dré vergota da magnar; i l’à compagnà per en tocét de strada, e i l’à lagià auguràndoge bòna fortuna. El Renzo ‘l s’è ‘nvià con calma, dezìso a arivar ancor enchel dì vizìn a Milan, almen da podér nar ént en zità ‘l dì dré, la matìna bonóra, e scomenziar sùbit a zerciar el só bèn. El viaz l’era nà benón senza azidènti e senza ‘ngot che podés desviàr el Renzo dai só pensieri, men che le só sòlite misèrie e malancolìe. Come che l’eva fat el dì prima, a ‘n zèrto punto, ‘l s’è fermà ‘nten bos-ciàt a magnar en bocón, e a fàrse na poussadèla. Cando che l’era passà per Monza, l’à vist na botégia davèrta endo che i eva metù fòr panéti, e ‘l n’à domandà doi, per nó restar senza damagnar entel caso de bisògn. El pistór però ‘l g’à ‘ntimà de nó nìr ént, e ‘l g’à sporzèst na scudelòta su ‘nte na pala, con dénter aca e asé, diséndoge de petàr i soldi zó ìo. Dopo che ‘l Renzo l’eva pagià, ‘l pistór dopràndo doi tenaie apòsta, ‘l g’à passà i doi panéti un al bòt, che ‘l Renzo à metù un per s-ciarsèla. Su l’embrunìr l’è arivà a Greco, senza savér el nòm de chel paés; però, ricordàndose un de chei pòsti che l’eva vist entant che l’eva fat chel’àuter viaz, e calcolàndo la strada che l’eva fat da Monza, l’eva ciapì che ormai el geva da èsser pòc’ lontan da Milan. Alor l’à dezìso de arbandonar el stradón per zerciar, entei ciampi, calche bàit e ìo podér passar la nòt, sicome nó ‘l voléva fermàrse ente na ostarìa. L’à trovà vergot de mèio de chel che ‘l zerciava: l’à vist en passagio ente na strupaia che la ge feva ‘l ziro a ‘n cortìu de na ciasa e l’è nà ént con prudènza. Nó g’era ànima viva. Ìo da na banda l’à vist che gera ‘n gran pòrtec’ e sota gera emmuclà fén, ìo vizìn na s-ciala; l’à dat n’oclada ‘n ziro, e pò l’è nà su, ‘l s’è comodà per dormìr, e difati ‘l s’è ‘ndormenzà sùbit, e ‘l s’è fat fòr sol la doman dré che l’albezava. Alor, plan plan l’è nà a giatón enfìn su l’ór de chel gran lèt; l’à metù fòr la testa, e nó vedèndo ‘nzun, l’è nà zóbas da ‘ndo che l’era nà su àut, l’è nà fòr da ‘ndo che l’era nù ént, e l’à zapà sintéri che lo portava vèrs el dòm che l’era la só tramontana; dopo che l’eva fat pòcia strada, l’è arivà ai pèi dei muri de Milan, tra la Porta a matìna e Porta nòva, e pròpri vizìn a chesta.
In quanto alla maniera di penetrare in città, Renzo aveva sentito, così all’ingrosso, che c’eran ordini severissimi di non lasciar entrar nessuno, senza bulletta di sanità; ma che in vece ci s’entrava benissimo, chi appena sapesse un po’ aiutarsi e cogliere il momento. Era infatti così; e lasciando anche da parte le cause generali, per cui in que’ tempi ogni ordine era poco eseguito; lasciando da parte le speciali, che rendevano così malagevole la rigorosa esecuzione di questo; Milano si trovava ormai in tale stato, da non veder cosa giovasse guardarlo, e da cosa; e chiunque ci venisse, poteva parer piuttosto noncurante della propria salute, che pericoloso a quella de’ cittadini. Su queste notizie, il disegno di Renzo era di tentare d’entrar dalla prima porta a cui si fosse abbattuto; se ci fosse qualche intoppo, riprender le mura di fuori, finchè ne trovasse un’altra di più facile accesso. E sa il cielo quante porte s’immaginava che Milano dovesse avere. Arrivato dunque sotto le mura, si fermò a guardar d’intorno, come fa chi, non sapendo da che parte gli convenga di prendere, par che n’aspetti, e ne chieda qualche indizio da ogni cosa. Ma, a destra e a sinistra, non vedeva che due pezzi d’una strada storta; dirimpetto, un tratto di mura; da nessuna parte, nessun segno d’uomini viventi: se non che, da un certo punto del terrapieno, s’alzava una colonna d’un fumo oscuro e denso, che salendo s’allargava e s’avvolgeva in ampi globi, perdendosi poi nell’aria immobile e bigia. Eran vestiti, letti e altre masserizie infette che si bruciavano: e di tali triste fiammate se ne faceva di continuo, non lì soltanto, ma in varie parti delle mura. Il tempo era chiuso, l’aria pesante, il cielo velato per tutto da una nuvola o da un nebbione uguale, inerte, che pareva negare il sole, senza prometter la pioggia; la campagna d’intorno, parte incolta, e tutta arida; ogni verzura scolorita, e neppure una gocciola di rugiada sulle foglie passe e cascanti. Per di più, quella solitudine, quel silenzio, così vicino a una gran città, aggiungevano una nuova costernazione all’inquietudine di Renzo, e rendevan più tetri tutti i suoi pensieri. Stato lì alquanto, prese la diritta, alla ventura, andando, senza saperlo, verso porta Nuova, della quale, quantunque vicina, non poteva accorgersi, a cagione d’un baluardo, dietro cui era allora nascosta. Dopo pochi passi, principiò a sentire un tintinnìo di campanelli, che cessava e ricominciava ogni tanto, e poi qualche voce d’uomo. Andò avanti e, passato il canto del baluardo, vide per la prima cosa, un casotto di legno, e sull’uscio, una guardia appoggiata al moschetto, con una cert’aria stracca e trascurata: dietro c’era uno stecconato, e dietro quello, la porta, cioè due alacce di muro, con una tettoia sopra, per riparare i battenti; i quali erano spalancati, come pure il cancello dello stecconato. Però, davanti appunto all’apertura, c’era in terra un tristo impedimento: una barella, sulla quale due monatti accomodavano un poverino, per portarlo via. Era il capo de’ gabellieri, a cui, poco prima, s’era scoperta la peste. Renzo si fermò, aspettando la fine: partito il convoglio, e non venendo nessuno a richiudere il cancello, gli parve tempo, e ci s’avviò in fretta; ma la guardia, con una manieraccia, gli gridò: “olà!” Renzo si fermò di nuovo su due piedi, e, datogli d’occhio, tirò fuori un mezzo ducatone, e glielo fece vedere. Colui, o che avesse già avuta la peste, o che la temesse meno di quel che amava i mezzi ducatoni, accennò a Renzo che glielo buttasse; e vistoselo volar subito a’ piedi, susurrò: “va’ innanzi presto.” Renzo non se lo fece dir due volte; passò lo stecconato, passò la porta, andò avanti, senza che nessuno s’accorgesse di lui, o gli badasse; se non che, quando ebbe fatti forse quaranta passi, sentì un altro “olà” che un gabelliere gli gridava dietro. Questa volta, fece le viste di non sentire, e, senza voltarsi nemmeno, allungò il passo. - Olà! - gridò di nuovo il gabelliere, con una voce però che indicava più impazienza che risoluzione di farsi ubbidire; e non essendo ubbidito, alzò le spalle, e tornò nella sua casaccia, come persona a cui premesse più di non accostarsi troppo ai passeggieri, che d’informarsi de’ fatti loro. La strada che Renzo aveva presa, andava allora, come adesso, diritta fino al canale detto il Naviglio: i lati erano siepi o muri d’orti, chiese e conventi, e poche case. In cima a questa strada, e nel mezzo di quella che costeggia il canale, c’era una colonna, con una croce detta la croce di sant’Eusebio. E per quanto Renzo guardasse innanzi, non vedeva altro che quella croce. Arrivato al crocicchio che divide la strada circa alla metà, e guardando dalle due parti, vide a dritta, in quella strada che si chiama lo stradone di santa Teresa, un cittadino che veniva appunto verso di lui. — Un cristiano, finalmente! — disse tra sè; e si voltò subito da quella parte, pensando di farsi insegnar la strada da lui. Questo pure aveva visto il forestiero che s’avanzava; e andava squadrandolo da lontano, con uno sguardo sospettoso; e tanto più, quando s’accorse che, in vece d’andarsene per i fatti suoi, gli veniva incontro. Renzo, quando fu poco distante, si levò il cappello, da quel montanaro rispettoso che era; e tenendolo con la sinistra, mise l’altra mano nel cocuzzolo, e andò più direttamente verso lo sconosciuto. Ma questo, stralunando gli occhi affatto, fece un passo addietro, alzò un noderoso bastone, e voltata la punta, ch’era di ferro, alla vita di Renzo, gridò: “via! via! via!” “Oh oh!” gridò il giovine anche lui; rimise il cappello in testa, e, avendo tutt’altra voglia, come diceva poi, quando raccontava la cosa, che di metter su lite in quel momento, voltò le spalle a quello stravagante, e continuò la sua strada, o, per meglio dire, quella in cui si trovava avviato. L’altro tirò avanti anche lui per la sua, tutto fremente, e voltandosi, ogni momento, indietro. E arrivato a casa, raccontò che gli s’era accostato un untore, con un’aria umile, mansueta, con un viso d’infame impostore, con lo scatolino dell’unto, o l’involtino della polvere (non era ben certo qual de’ due) in mano, nel cocuzzolo del cappello, per fargli il tiro, se lui non l’avesse saputo tener lontano. “Se mi s’accostava un passo di più,” soggiunse, “l’infilavo addirittura, prima che avesse tempo d’accomodarmi me, il birbone. La disgrazia fu ch’eravamo in un luogo così solitario, ché se era in mezzo Milano, chiamavo gente, e mi facevo aiutare a acchiapparlo. Sicuro che gli si trovava quella scellerata porcheria nel cappello. Ma lì da solo a solo, mi son dovuto contentare di fargli paura, senza risicare di cercarmi un malanno; perchè un po’ di polvere è subito buttata; e coloro hanno una destrezza particolare; e poi hanno il diavolo dalla loro. Ora sarà in giro per Milano: chi sa che strage fa! E fin che visse, che fu per molt’anni, ogni volta che si parlasse d’untori, ripeteva la sua storia, e soggiungeva: “quelli che sostengono ancora che non era vero, non lo vengano a dire a me; perchè le cose bisogna averle viste.” Renzo, lontano dall’immaginarsi come l’avesse scampata bella, e agitato più dalla rabbia che dalla paura, pensava, camminando, a quell’accoglienza, e indovinava bene a un di presso ciò che lo sconosciuto aveva pensato di lui; ma la cosa gli pareva così irragionevole, che concluse tra sè che colui doveva essere un qualche mezzo matto. — La principia male, — pensava però: — par che ci sia un pianeta per me, in questo Milano. Per entrare, tutto mi va a seconda; e poi, quando ci son dentro, trovo i dispiaceri lì apparecchiati. Basta... coll’aiuto di Dio... se trovo... se ci riesco a trovare... eh! tutto sarà stato niente. — Arrivato al ponte, voltò, senza esitare, a sinistra, nella strada di san Marco, parendogli, a ragione, che dovesse condurre verso l’interno della città. E andando avanti, guardava in qua e in là, per veder se poteva scoprire qualche creatura umana; ma non ne vide altra che uno sformato cadavere nel piccol fosso che corre tra quelle poche case (che allora erano anche meno), e un pezzo della strada. Passato quel pezzo, sentì gridare: “o quell’uomo!” e guardando da quella parte, vide poco lontano, a un terrazzino d’una casuccia isolata, una povera donna, con una nidiata di bambini intorno; la quale, seguitandolo a chiamare, gli fece cenno anche con la mano. Ci andò di corsa; e quando fu vicino, “o quel giovine,” disse quella donna: “per i vostri poveri morti, fate la carità d’andare a avvertire il commissario che siamo qui dimenticati. Ci hanno chiusi in casa come sospetti, perchè il mio povero marito è morto; ci hanno inchiodato l’uscio, come vedete; e da ier mattina, nessuno è venuto a portarci da mangiare. In tante ore che siam qui, non m’è mai capitato un cristiano che me la facesse questa carità: e questi poveri innocenti moion di fame.” “Di fame!” esclamò Renzo; e, cacciate le mani nelle tasche, “ecco, ecco,” disse, tirando fuori i due pani: “calatemi giù qualcosa da metterli dentro.” “Dio ve ne renda merito; aspettate un momento,” disse quella donna; e andò a cercare un paniere, e una fune da calarlo, come fece. A Renzo intanto gli vennero in mente que’ pani che aveva trovati vicino alla croce, nell’altra sua entrata in Milano, e pensava: — ecco: è una restituzione, e forse meglio che se gli avessi restituiti al proprio padrone: perchè qui è veramente un’opera di misericordia. — “In quanto al commissario che dite, la mia donna,” disse poi, mettendo i pani nel paniere, “io non vi posso servire in nulla; perchè, per dirvi la verità, son forestiero, e non son niente pratico di questo paese. Però, se incontro qualche uomo un po’ domestico e umano, da potergli parlare, lo dirò a lui.” La donna lo pregò che facesse così, e gli disse il nome della strada, onde lui sapesse indicarla. “Anche voi,” riprese Renzo, “credo che potrete farmi un piacere, una vera carità, senza vostro incomodo. Una casa di cavalieri, di gran signoroni, qui di Milano, casa *** sapreste insegnarmi dove sia?” “So che la c’è questa casa”, rispose la donna: “ma dove sia, non lo so davvero. Andando avanti di qua, qualcheduno che ve la insegni, lo troverete. E ricordatevi di dirgli anche di noi.” “Non dubitate,” disse Renzo, e andò avanti. A ogni passo, sentiva crescere e avvicinarsi un rumore che già aveva cominciato a sentire mentre era lì fermo a discorrere: un rumor di ruote e di cavalli, con un tintinnìo di campanelli, e ogni tanto un chioccar di fruste, con un accompagnamento d’urli. Guardava innanzi, ma non vedeva nulla. Arrivato allo sbocco di quella strada, scoprendosegli davanti la piazza di san Marco, la prima cosa che gli diede nell’occhio, furon due travi ritte, con una corda, e con certe carrucole; e non tardò a riconoscere (ch’era cosa famigliare in quel tempo) l’abbominevole macchina della tortura. Era rizzata in quel luogo, e non in quello soltanto, ma in tutte le piazze e nelle strade più spaziose, affinchè i deputati d’ogni quartiere, muniti a questo d’ogni facoltà più arbitraria, potessero farci applicare immediatamente chiunque paresse loro meritevole di pena: o sequestrati che uscissero di casa, o subalterni che non facessero il loro dovere, o chiunque altro. Era uno di que’ rimedi eccessivi e inefficaci de’ quali, a quel tempo, e in que’ momenti specialmente, si faceva tanto scialacquìo. Ora, mentre Renzo guarda quello strumento, pensando perchè possa essere alzato in quel luogo, sente avvicinarsi sempre più il rumore, e vede spuntar dalla cantonata della chiesa un uomo che scoteva un campanello: era un apparitore; e dietro a lui due cavalli che, allungando il collo, e puntando le zampe, venivano avanti a fatica; e strascinato da quelli, un carro di morti, e dopo quello un altro, e poi un altro e un altro; e di qua e di là, monatti alle costole de’ cavalli, spingendoli, a frustate, a punzoni, a bestemmie. Eran que’ cadaveri, la più parte ignudi, alcuni mal involtati in qualche cencio, ammonticchiati, intrecciati insieme, come un gruppo di serpi che lentamente si svolgano al tepore della primavera; chè, a ogni intoppo, a ogni scossa, si vedevan que’ mucchi funesti tremolare e scompaginarsi bruttamente, e ciondolar teste, e chiome verginali arrovesciarsi, e braccia svincolarsi, e batter sulle rote, mostrando all’occhio già inorridito come un tale spettacolo poteva divenire più doloroso e più sconcio. Il giovine s’era fermato sulla cantonata della piazza, vicino alla sbarra del canale, e pregava intanto per que’ morti sconosciuti. Un atroce pensiero gli balenò in mente: — forse là, là insieme, là sotto... Oh, Signore! fate che non sia vero! fate ch’io non ci pensi! — Passato il convoglio funebre, Renzo si mosse, attraversò la piazza, prendendo lungo il canale a mancina, senz’altra ragione della scelta, se non che il convoglio era andato dall’altra parte. Fatti que’ quattro passi tra il fianco della chiesa e il canale, vide a destra il ponte Marcellino; prese di lì, e riuscì in Borgo Nuovo. E guardando innanzi, sempre con quella mira di trovar qualcheduno da farsi insegnar la strada, vide in fondo a quella un prete in farsetto, con un bastoncino in mano, ritto vicino a un uscio socchiuso, col capo chinato, e l’orecchio allo spiraglio; e poco dopo lo vide alzar la mano e benedire. Congetturò quello ch’era di fatto, cioè che finisse di confessar qualcheduno; e disse tra sè: — questo è l’uomo che fa per me. Se un prete, in funzion di prete, non ha un po’ di carità, un po’ d’amore e di buona grazia, bisogna dire che non ce ne sia più in questo mondo. — Intanto il prete, staccatosi dall’uscio, veniva dalla parte di Renzo, tenendosi, con gran riguardo, nel mezzo della strada. Renzo, quando gli fu vicino, si levò il cappello, e gli accennò che desiderava parlargli, fermandosi nello stesso tempo, in maniera da fargli intendere che non si sarebbe accostato di più. Quello pure si fermò, in atto di stare a sentire, puntando però in terra il suo bastoncino davanti a sè, come per farsene un baluardo. Renzo espose la sua domanda, alla quale il prete soddisfece, non solo con dirgli il nome della strada dove la casa era situata, ma dandogli anche, come vide che il poverino n’aveva bisogno, un po’ d’itinerario; indicandogli, cioè, a forza di diritte e di mancine, di chiese e di croci, quell’altre sei o otto strade che aveva da passare per arrivarci. “Dio la mantenga sano, in questi tempi, e sempre,” disse Renzo: e mentre quello si moveva per andarsene, “un’altra carità,” soggiunse; e gli disse della povera donna dimenticata. Il buon prete ringraziò lui d’avergli dato occasione di fare una carità così necessaria; e, dicendo che andava ad avvertire chi bisognava, tirò avanti. Renzo si mosse anche lui, e, camminando, cercava di fare a se stesso una ripetizione dell’itinerario, per non esser da capo a dover domandare a ogni cantonata. Ma non potreste immaginarvi come quell’operazione gli riuscisse penosa, e non tanto per la difficoltà della cosa in sè, quanto per un nuovo turbamento che gli era nato nell’animo. Quel nome della strada, quella traccia del cammino l’avevan messo così sottosopra. Era l’indizio che aveva desiderato e domandato, e del quale non poteva far di meno; nè gli era stato detto nient’altro, da che potesse ricavare nessun augurio sinistro; ma che volete? quell’idea un po’ più distinta d’un termine vicino, dove uscirebbe d’una grand’incertezza, dove potrebbe sentirsi dire: è viva, o sentirsi dire: è morta; quell’idea l’aveva così colpito che, in quel momento, gli sarebbe piaciuto più di trovarsi ancora ai buio di tutto, d’essere al principio del viaggio, di cui ormai toccava la fine. Raccolse però le sue forze, e disse a se stesso: — ehi! se principiamo ora a fare il ragazzo, com’anderà? — Così rinfrancato alla meglio, seguitò la sua strada, inoltrandosi nella città. Quale città! e cos’era mai, al paragone, quello ch’era stata l’anno avanti, per cagion della fame! Renzo s’abbatteva appunto a passare per una delle parti più squallide e più desolate: quella crociata di strade che si chiamava il carrobio di porta Nuova. (C’era allora una croce nel mezzo, e, dirimpetto ad essa, accanto a dove ora è san Francesco di Paola, una vecchia chiesa col titolo di sant’Anastasia). Tanta era stata in quel vicinato la furia del contagio, e il fetor de’ cadaveri lasciati lì che i pochi rimasti vivi erano stati costretti a sgomberare: sicchè, alla mestizia che dava al passeggiero quell’aspetto di solitudine e d’abbandono, s’aggiungeva l’orrore e lo schifo delle tracce e degli avanzi della recente abitazione. Renzo affrettò il passo, facendosi coraggio col pensare che la meta non doveva essere così vicina, e sperando che, prima d’arrivarci, troverebbe mutata, almeno in parte, la scena; e infatti, di lì a non molto, riuscì in un luogo che poteva pur dirsi città di viventi; ma quale città ancora, e quali viventi! Serrati, per sospetto e per terrore, tutti gli usci di strada, salvo quelli che fossero spalancati per esser le case disabitate, o invase; altri inchiodati e sigillati, per esser nelle case morta o ammalata gente di peste; altri segnati d’una croce fatta col carbone, per indizio ai monatti, che c’eran de’ morti da portar via: il tutto più alla ventura che altro, secondo che si fosse trovato piuttosto qua che là un qualche commissario della Sanità o altro impiegato, che avesse voluto eseguir gli ordini, o fare un’angheria. Per tutto cenci e, più ributtanti de’ cenci, fasce marciose, strame ammorbato, o lenzoli buttati dalle finestre; talvolta corpi, o di persone morte all’improvviso, nella strada, e lasciati lì fin che passasse un carro da portarli via, o cascati da’ carri medesimi, o buttati anch’essi dalle finestre: tanto l’insistere e l’imperversar del disastro aveva insalvatichiti gli animi, e fatto dimenticare ogni cura di pietà, ogni, riguardo sociale! Cessato per tutto ogni rumor di botteghe, ogni strepito di carrozze, ogni grido di venditori, ogni chiacchierìo di passeggieri, era ben raro che quel silenzio di morte fosse rotto da altro che da rumor di carri funebri, da lamenti di poveri, da rammarichìo d’infermi, da urli di frenetici, da grida di monatti. All’alba, a mezzogiorno, a sera, una campana del duomo dava il segno di recitar certe preci assegnate dall’arcivescovo: a quel tocco rispondevan le campane dell’altre chiese; e allora avreste veduto persone affacciarsi alle finestre, a pregare in comune; avreste sentito un bisbiglio di voci e di gemiti, che spirava una tristezza mista pure di qualche conforto. Morti a quell’ora forse i due terzi de’ cittadini, andati via o ammalati una buona parte del resto, ridotto quasi a nulla il concorso della gente di fuori, de’ pochi che andavan per le strade, non se ne sarebbe per avventura, in un lungo giro, incontrato uno solo in cui non si vedesse qualcosa di strano, e che dava indizio d’una funesta mutazione di cose. Si vedevano gli uomini più qualificati, senza cappa nè mantello, parte allora essenzialissima del vestiario civile; senza sottana i preti, e anche de’ religiosi in farsetto; dismessa in somma ogni sorte di vestito che potesse con gli svolazzi toccar qualche cosa, o dare (ciò che si temeva più di tutto il resto) agio agli untori. E fuor di questa cura d’andar succinti e ristretti il più che fosse possibile, negletta e trasandata ogni persona; lunghe le barbe di quelli che usavan portarle, cresciute a quelli che prima costumavan di raderle; lunghe pure e arruffate le capigliature, non solo per quella trascuranza che nasce da un invecchiato abbattimento, ma per esser divenuti sospetti i barbieri, da che era stato preso e condannato, come untor famoso, uno di loro, Giangiacomo Mora: nome che, per un pezzo, conservò una celebrità municipale d’infamia, e ne meriterebbe una ben più diffusa e perenne di pietà. I più tenevano da una mano un bastone, alcuni anche una pistola, per avvertimento minaccioso a chi avesse voluto avvicinarsi troppo; dall’altra pasticche odorose, o palle di metallo o di legno traforate, con dentro spugne inzuppate d’aceti medicati; e se le andavano ogni tanto mettendo al naso, o ce le tenevano di continuo. Portavano alcuni attaccata al collo una boccetta con dentro un po’ d’argento vivo, persuasi che avesse la virtù d’assorbire e di ritenere ogni esalazione pestilenziale; e avevan poi cura di rinnovarlo ogni tanti giorni. I gentiluomini, non solo uscivano senza il solito seguito, ma si vedevano, con una sporta in braccio, andare a comprar le cose necessarie al vitto. Gli amici, quando pur due s’incontrassero per la strada, si salutavan da lontano, con cenni taciti e frettolosi. Ognuno, camminando, aveva molto da fare, per iscansare gli schifosi e mortiferi inciampi di cui il terreno era sparso e, in qualche luogo, anche affatto ingombro: ognuno cercava di stare in mezzo alla strada, per timore d’altro sudiciume, o d’altro più funesto peso che potesse venir giù dalle finestre; per timore delle polveri venefiche che si diceva esser spesso buttate da quelle su’ passeggieri; per timore delle muraglie, che potevan esser unte. Così l’ignoranza, coraggiosa e guardinga alla rovescia, aggiungeva ora angustie all’angustie, e dava falsi terrori, in compenso de’ ragionevoli e salutari che aveva levati da principio. Tal era ciò che di meno deforme e di men compassionevole si faceva vedere intorno, i sani, gli agiati: chè, dopo tante immagini di miseria, e pensando a quella ancor più grave, per mezzo alla quale dovrem condurre il lettore, non ci fermeremo ora a dir qual fosse lo spettacolo degli appestati che si strascicavano o giacevano per le strade, de’ poveri, de’ fanciulli, delle donne. Era tale, che il riguardante poteva trovar quasi un disperato conforto in ciò che ai lontani e ai posteri fa la più forte e dolorosa impressione; nel pensare, dico, nel vedere quanto que’ viventi fossero ridotti a pochi. In mezzo a questa desolazione aveva Renzo fatto già una buona parte del suo cammino, quando, distante ancor molti passi da una strada in cui doveva voltare, sentì venir da quella un vario frastono, nel quale si faceva distinguere quel solito orribile tintinnìo. Arrivato alla cantonata della strada, ch’era una delle più larghe, vide quattro carri fermi nel mezzo; e come, in un mercato di granaglie, si vede un andare e venire di gente, un caricare e un rovesciar di sacchi, tale era il movimento in quel luogo: monatti ch’entravan nelle case, monatti che n’uscivan con un peso su le spalle, e lo mettevano su l’uno o l’altro carro: alcuni con la divisa rossa, altri senza quel distintivo, molti con uno ancor più odioso, pennacchi e fiocchi di vari colori, che quegli sciagurati portavano come per segno d’allegria, in tanto pubblico lutto. Ora da una, ora da un’altra finestra, veniva una voce lugubre: “qua, monatti!” E con suono ancor più sinistro, da quel tristo brulichìo usciva qualche vociaccia che rispondeva: “ora, ora.” Ovvero eran pigionali che brontolavano, e dicevano di far presto: ai quali i monatti rispondevano con bestemmie. Entrato nella strada, Renzo allungò il passo, cercando di non guardar quegl’ingombri, se non quanto era necessario per iscansarli; quando il suo sguardo s’incontrò in un oggetto singolare di pietà, d’una pietà che invogliava l’animo a contemplarlo; di maniera che si fermò, quasi senza volerlo. Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Nè la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, chè, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento. Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, “no!” disse: “non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete.” Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: “promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così.” Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affaccendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: “addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri.” Poi voltatasi di nuovo al monatto, “voi,” disse, “passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola.” Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccia, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato. “O Signore!” esclamò Renzo: “esauditela! tiratela a voi, lei e la sua creaturina: hanno patito abbastanza! hanno patito abbastanza!” Riavuto da quella commozione straordinaria, e mentre cerca di tirarsi in mente l’itinerario per trovare se alla prima strada deve voltare, e se a diritta o a mancina, sente anche da questa venire un altro e diverso strepito, un suono confuso di grida imperiose, di fiochi lamenti, un pianger di donne, un mugolìo di fanciulli. Andò avanti, con in cuore quella solita trista e oscura aspettativa. Arrivato al crocicchio, vide da una parte una moltitudine confusa che s’avanzava, e si fermò lì, per lasciarla passare. Erano ammalati che venivan condotti al lazzeretto; alcuni, spinti a forza, resistevano in vano, in vano gridavano che volevan morire sul loro letto, e rispondevano con inutili imprecazioni alle bestemmie e ai comandi de’ monatti che li guidavano; altri camminavano in silenzio, senza mostrar dolore, nè alcun altro sentimento, come insensati; donne co’ bambini in collo; fanciulli spaventati dalle grida, da quegli ordini, da quella compagnia, più che dal pensiero confuso della morte, i quali ad alte strida imploravano la madre e le sue braccia fidate, e la casa loro. Ahi! e forse la madre, che credevano d’aver lasciata addormentata sul suo letto, ci s’era buttata, sorpresa tutt’a un tratto dalla peste; e stava lì senza sentimento, per esser portata sur un carro al lazzeretto, o alla fossa, se il carro veniva più tardi. Forse, o sciagura degna di lacrime ancor più amare! la madre, tutta occupata de’ suoi patimenti, aveva dimenticato ogni cosa, anche i figli, e non aveva più che un pensiero: di morire in pace. Pure, in tanta confusione, si vedeva ancora qualche esempio di fermezza e di pietà: padri, madri, fratelli, figli, consorti, che sostenevano i cari loro, e gli accompagnavano con parole di conforto: nè adulti soltanto, ma ragazzetti, ma fanciulline che guidavano i fratellini più teneri, e, con giudizio e con compassione da grandi, raccomandavano loro d’essere ubbidienti, gli assicuravano che s’andava in un luogo dove c’era chi avrebbe cura di loro per farli guarire. In mezzo alla malinconia e alla tenerezza di tali viste, una cosa toccava più sul vivo, e teneva in agitazione il nostro viaggiatore. La casa doveva esser lì vicina, e chi sa se tra quella gente... Ma passata tutta la comitiva, e cessato quel dubbio, si voltò a un monatto che veniva dietro, e gli domandò della strada e della casa di don Ferrante. “In malora, tanghero,” fu la risposta che n’ebbe. Nè si curò di dare a colui quella che si meritava; ma, visto, a due passi, un commissario che veniva in coda al convoglio, e aveva un viso un po’ più di cristiano, fece a lui la stessa domanda. Questo, accennando con un bastone la parte donde veniva, disse: “la prima strada a diritta, l’ultima casa grande a sinistra.” Con una nuova e più forte ansietà in cuore, il giovine prende da quella parte. È nella strada; distingue subito la casa tra l’altre, più basse e meschine; s’accosta al portone che è chiuso, mette la mano sul martello, e ce la tien sospesa, come in un’urna, prima di tirar su la polizza dove fosse scritta la sua vita, o la sua morte. Finalmente alza il martello, e dà un picchio risoluto. Dopo qualche momento, s’apre un poco una finestra; una donna fa capolino, guardando chi era, con un viso ombroso che par che dica: monatti? vagabondi? commissari? untori? diavoli? “Quella signora,” disse Renzo guardando in su, e con voce non troppo sicura: - ci sta qui a servire una giovine di campagna, che ha nome Lucia? “La non c’è più; andate,” rispose quella donna, facendo atto di chiudere. “Un momento, per carità! La non c’è più? Dov’è?” “Al lazzeretto;” e di nuovo voleva chiudere. “Ma un momento, per l’amor del cielo! Con la peste?” “Già. Cosa nuova, eh? Andate.” “Oh povero me! Aspetti: era ammalata molto? Quanto tempo è...?” Ma intanto la finestra fu chiusa davvero. “Quella signora! quella signora! una parola, per carità! per i suoi poveri morti! Non le chiedo niente del suo: ohe!” Ma era come dire al muro. Afflitto della nuova, e arrabbiato della maniera, Renzo afferrò ancora il martello, e, così appoggiato alla porta, andava stringendolo e storcendolo, l’alzava per picchiar di nuovo alla disperata, poi lo teneva sospeso. In quest’agitazione, si voltò per vedere se mai ci fosse d’intorno qualche vicino, da cui potesse forse aver qualche informazione più precisa, qualche indizio, qualche lume. Ma la prima, l’unica persona che vide, fu un’altra donna, distante forse un venti passi; la quale, con un viso ch’esprimeva terrore, odio, impazienza e malizia, con cert’occhi stravolti che volevano insieme guardar lui, e guardar lontano, spalancando la bocca come in atto di gridare a più non posso, ma rattenendo anche il respiro, alzando due braccia scarne, allungando e ritirando due mani grinzose e piegate a guisa d’artigli, come se cercasse d’acchiappar qualcosa, si vedeva che voleva chiamar gente, in modo che qualcheduno non se n’accorgesse. Quando s’incontrarono a guardarsi, colei, fattasi ancor più brutta, si riscosse come persona sorpresa. “Che diamine...?” cominciava Renzo, alzando anche lui le mani verso la donna; ma questa, perduta la speranza di poterlo far cogliere all’improvviso, lasciò scappare il grido che aveva rattenuto fin allora: “l’untore! dagli! dagli! dagli all’untore! “Chi? io! ah strega bugiarda! sta zitta,” gridò Renzo; e fece un salto verso di lei, per impaurirla e farla chetare. Ma s’avvide subito, che aveva bisogno piuttosto di pensare ai casi suoi. Allo strillar della vecchia, accorreva gente di qua e di là; non la folla che, in un caso simile, sarebbe stata, tre mesi prima; ma più che abbastanza per poter fare d’un uomo solo quel che volessero. Nello stesso tempo, s’aprì di nuovo la finestra, e quella medesima sgarbata di prima ci s’affacciò questa volta, e gridava anche lei: “pigliatelo, pigliatelo; che dev’essere uno di que’ birboni che vanno in giro a unger le porte de’ galantuomini.” Renzo non istette lì a pensare: gli parve subito miglior partito sbrigarsi da coloro, che rimanere a dir le sue ragioni: diede un’occhiata a destra e a sinistra, da che parte ci fosse men gente, e svignò di là. Rispinse con un urtone uno che gli parava la strada; con un gran punzone nel petto, fece dare indietro otto o dieci passi un altro che gli correva incontro; e via di galoppo, col pugno in aria, stretto, nocchiuto, pronto per qualunque altro gli fosse venuto tra’ piedi. La strada davanti era sempre libera; ma dietro le spalle sentiva il calpestìo e, più forti del calpestìo, quelle grida amare: “dàgli! dàgli! all’untore!” Non sapeva quando fossero per fermarsi; non vedeva dove si potrebbe mettere in salvo. L’ira divenne rabbia, l’angoscia si cangiò in disperazione; e, perso il lume degli occhi, mise mano al suo coltellaccio, lo sfoderò, si fermò su due piedi, voltò indietro il viso più torvo e più cagnesco che avesse fatto a’ suoi giorni; e, col braccio teso, brandendo in aria la lama luccicante, gridò: “chi ha cuore, venga avanti, canaglia! che l’ungerò io davvero con questo.” Ma, con maraviglia, e con un sentimento confuso di consolazione, vide che i suoi persecutori s’eran già fermati, e stavan lì come titubanti, e che, seguitando a urlare, facevan, con le mani per aria, certi cenni da spiritati, come a gente che venisse di lontano dietro a lui. Si voltò di nuovo, e vide (chè il gran turbamento non gliel aveva lasciato vedere un momento prima) un carro che s’avanzava, anzi una fila di que’ soliti carri funebri, col solito accompagnamento; e dietro, a qualche distanza, un altro mucchietto di gente che avrebbero voluto anche loro dare addosso all’untore, e prenderlo in mezzo; ma eran trattenuti dall’impedimento medesimo. Vistosi così tra due fuochi, gli venne in mente che ciò che era di terrore a coloro, poteva essere a lui di salvezza; pensò che non era tempo di far lo schizzinoso; rimise il coltellaccio nel fodero, si tirò da una parte, prese la rincorsa verso i carri, passò il primo, e adocchiò nel secondo un buono spazio vòto. Prende la mira, spicca un salto; è su, piantato sul piede destro, col sinistro in aria, e con le braccia alzate. “Bravo! bravo!” esclamarono, a una voce, i monatti, alcuni de’ quali seguivano il convoglio a piedi, altri eran seduti sui carri, altri, per dire l’orribil cosa com’era, sui cadaveri, trincando da un gran fiasco che andava in giro. “Bravo! bel colpo!” “Sei venuto a metterti sotto la protezione de’ monatti; fa’ conto d’essere in chiesa,” gli disse uno de’ due che stavano sul carro dov’era montato. I nemici, all’avvicinarsi del treno, avevano, i più, voltate le spalle, e se n’andavano, non lasciando di gridare: “dàgli! dàgli! all’untore!” Qualcheduno si ritirava più adagio, fermandosi ogni tanto, e voltandosi, con versacci e con gesti di minaccia, a Renzo; il quale, dal carro, rispondeva loro dibattendo i pugni in aria. “Lascia fare a me,” gli disse un monatto; e strappato d’addosso a un cadavere un laido cencio, l’annodò in fretta, e, presolo per una delle cocche, l’alzò come una fionda verso quegli ostinati, e fece le viste di buttarglielo, gridando: “aspetta, canaglia!” A quell’atto, fuggiron tutti, inorriditi; e Renzo non vide più che schiene di nemici, e calcagni che ballavano rapidamente per aria, a guisa di gualchiere. Tra i monatti s’alzò un urlo di trionfo, uno scroscio procelloso di risa, un “uh!” prolungato, come per accompagnar quella fuga. “Ah ah! vedi se noi sappiamo proteggere i galantuomini?” disse a Renzo quel monatto: “val più uno di noi che cento di que’ poltroni.” “Certo, posso dire che vi devo la vita,” rispose Renzo: “e vi ringrazio con tutto il cuore.” “Di che cosa?” disse il monatto: “tu lo meriti: si vede che sei un bravo giovine. Fai bene a ungere questa canaglia: ungili, estirpali costoro, che non vaglion qualcosa, se non quando son morti; che, per ricompensa della vita che facciamo, ci maledicono, e vanno dicendo che, finita la morìa, ci voglion fare impiccar tutti. Hanno a finir prima loro che la morìa, e i monatti hanno a restar soli, a cantar vittoria, e a sguazzar per Milano.” “Viva la morìa, e moia la marmaglia!” esclamò l’altro; e, con questo bel brindisi, si mise il fiasco alla bocca, e, tenendolo con tutt’e due le mani, tra le scosse del carro, diede una buona bevuta, poi lo porse a Renzo, dicendo: “bevi alla nostra salute.” “Ve l’auguro a tutti, con tutto il cuore,” disse Renzo: “ma non ho sete; non ho proprio voglia di bere in questo momento”. “Tu hai avuto una bella paura, a quel che mi pare,” disse il monatto: “m’hai l’aria d’un pover’uomo; ci vuol altri visi a far l’untore.” “Ognuno s’ingegna come può,” disse l’altro. “Dammelo qui a me,” disse uno di quelli che venivano a piedi accanto al carro, “chè ne voglio bere anch’io un altro sorso, alla salute del suo padrone, che si trova qui in questa bella compagnia.... lì, lì, appunto, mi pare, in quella bella carrozzata.” E, con un suo atroce e maledetto ghigno, accennava il carro davanti a quello su cui stava il povero Renzo. Poi, composto il viso a un atto di serietà ancor più bieco e fellonesco, fece una riverenza da quella parte, e riprese: “si contenta, padron mio, che un povero monattuccio assaggi di quello della sua cantina? Vede bene: si fa certe vite: siam quelli che l’abbiam messo in carrozza, per condurlo in villeggiatura. E poi, già a loro signori il vino fa subito male: i poveri monatti han lo stomaco buono.” E tra le risate de’ compagni, prese il fiasco, e l’alzò; ma, prima di bere, si voltò a Renzo, gli fissò gli occhi in viso, e gli disse, con una cert’aria di compassione sprezzante: “bisogna che il diavolo col quale hai fatto il patto, sia ben giovine; chè, se non eravamo lì noi a salvarti, lui ti dava un bell’aiuto.” E tra un nuovo scroscio di risa, s’attaccò il fiasco alle labbra. “E noi? eh! e noi?” gridaron più voci dal carro ch’era avanti. Il birbone, tracannato quanto ne volle, porse, con tutt’e due le mani, il gran fiasco a quegli altri suoi simili, i quali se lo passaron dall’uno all’altro, fino a uno che, votatolo, lo prese per il collo, gli fece fare il mulinello, e lo scagliò a fracassarsi sulle lastre, gridando: “viva la morìa!” Dietro a queste parole, intonò una loro canzonaccia; e subito alla sua voce s’accompagnaron tutte l’altre di quel turpe coro. La cantilena infernale, mista al tintinnìo de’ campanelli, al cigolìo de’ carri, al calpestìo de’ cavalli, risonava nel vòto silenzioso delle strade, e, rimbombando nelle case, stringeva amaramente il cuore de’ pochi che ancor le abitavano. Ma cosa non può alle volte venire in acconcio? cosa non può far piacere in qualche caso? Il pericolo d’un momento prima aveva resa più che tollerabile a Renzo la compagnia di que’ morti e di que’ vivi; e ora fu a’ suoi orecchi una musica, sto per dire, gradita, quella che lo levava dall’impiccio d’una tale conversazione. Ancor mezzo affannato, e tutto sottosopra, ringraziava intanto alla meglio in cuor suo la Provvidenza, d’essere uscito d’un tal frangente, senza ricever male nè farne; la pregava che l’aiutasse ora a liberarsi anche da’ suoi liberatori; e dal canto suo, stava all’erta, guardava quelli, guardava la strada, per cogliere il tempo di sdrucciolar giù quatto quatto, senza dar loro occasione di far qualche rumore, qualche scenata, che mettesse in malizia i passeggieri. Tutt’a un tratto, a una cantonata, gli parve di riconoscere il luogo: guardò più attentamente, e ne fu sicuro. Sapete dov’era? Sul corso di porta orientale, in quella strada per cui era venuto adagio, e tornato via in fretta, circa venti mesi prima. Gli venne subito in mente che di lì s’andava diritto al lazzeretto; e questo trovarsi sulla strada giusta, senza studiare, senza domandare, l’ebbe per un tratto speciale della Provvidenza, e per buon augurio del rimanente. In quel punto, veniva incontro ai carri un commissario, gridando a’ monatti di fermare, e non so che altro: il fatto è che il convoglio si fermò, e la musica si cambiò in un diverbio rumoroso. Uno de’ monatti ch’eran sul carro di Renzo, saltò giù: Renzo disse all’altro: “vi ringrazio della vostra carità: Dio ve ne renda merito;” e giù anche lui, dall’altra parte. “Va’, va’, povero untorello,” rispose colui: “non sarai tu quello che spianti Milano.” Per fortuna, non c’era chi potesse sentire. Il convoglio era fermato sulla sinistra del corso: Renzo prende in fretta dall’altra parte, e, rasentando il muro, trotta innanzi verso il ponte; lo passa, continua per la strada del borgo, riconosce il convento de’ cappuccini, è vicino alla porta, vede spuntar l’angolo del lazzeretto, passa il cancello, e gli si spiega davanti la scena esteriore di quel recinto: un indizio appena e un saggio, e già una vasta, diversa, indescrivibile scena. Lungo i due lati che si presentano a chi guardi da quel punto, era tutto un brulichìo; erano ammalati che andavano, in compagnie, al lazzeretto; altri che sedevano o giacevano sulle sponde del fossato che lo costeggia; sia che le forze non fosser loro bastate per condursi fin dentro al ricovero, sia che, usciti di là per disperazione, le forze fosser loro ugualmente mancate per andar più avanti. Altri meschini erravano sbandati, come stupidi, e non pochi fuor di sé affatto; uno stava tutto infervorato a raccontar le sue immaginazioni a un disgraziato che giaceva oppresso dal male; un altro dava nelle smanie; un altro guardava in qua e in là con un visino ridente, come se assistesse a un lieto spettacolo. Ma la specie più strana e più rumorosa d’una tal trista allegrezza, era un cantare alto e continuo, il quale pareva che non venisse fuori da quella miserabile folla, e pure si faceva sentire più che tutte l’altri voci: una canzone contadinesca d’amore gaio e scherzevole, di quelle che chiamavan villanelle; e andando con lo sguardo dietro al suono, per iscoprire chi mai potesse esser contento, in quel tempo, in quel luogo, si vedeva un meschino che, seduto tranquillamente in fondo al fossato, cantava a più non posso, con la testa per aria. Renzo aveva appena fatti alcuni passi lungo il lato meridionale dell’edifizio, che si sentì in quella moltitudine un rumore straordinario, e di lontano voci che gridavano: guarda! piglia! S’alza in punta di piedi, e vede un cavallaccio che andava di carriera, spinto da un più strano cavaliere: era un frenetico che, vista quella bestia sciolta e non guardata, accanto a un carro, c’era montato in fretta a bisdosso, e, martellandole il collo co’ pugni, e facendo sproni de’ calcagni, la cacciava in furia; e monatti dietro, urlando; e tutto si ravvolse in un nuvolo di polvere, che volava lontano. Così, già sbalordito e stanco di veder miserie, il giovine arrivò alla porta di quel luogo dove ce n’erano adunate forse più che non ce ne fosse di sparse in tutto lo spazio che gli era già toccato di percorrere. S’affaccia a quella porta, entra sotto la volta, e rimane un momento immobile a mezzo del portico.
Cant al modo de nar ént enla zità, el Renzo l’eva sentù dir, ma da le zàcole che zirava, che gera órdeni severissimi de nó lagiar passar enzuni, senza ‘l zertificàt che nó ères ritàbel; ma che ‘nveze se neva dént benón, cì che fus sta ‘n mìgol furbo e l’avés zapà ‘l momento zust. E difati l’era pròpri ‘nzì; e lagiàndo star da na banda le ciàuse zenerali, che a chei tèmpi ogni órden nó l’era mai rispetà, e lagiàndo star le ciàuse particolari, che le ‘mpedìva che l’órden el fus fat rispetar, Milan l’era ormai ente na condizion che nó se ciapìva pù a chel che servìva tant rigor né da cì o da che ge volés dalbòn protézerse. Anzi, cì che arivava da fòr l’empareva pù calchedun che riszava la só salute putòst che ‘n perìcol per i abitanti de la zità. Tegnèndo cont de ste notìzie, chel che ‘l geva ‘n ment el Renzo l’era de provar a nar ént da la prima porta che l’avés encontrà; se l’avés trovà calche complicazion, l’averòs seghità a ciaminar entorn ai muri dal de fòr enfìn che nó l’avés giatà n’àutra porta endo che fus sta pù fàzile nar ént. E cissà cante porte che ‘l se ‘mmazinava che ‘l podés aver Milan! Siché arivà sota i muraioni, ‘l s’è fermà a vardàrse ‘ntorn, come che fa cì che nó sa ben da che banda nar e ‘mpar che ‘l se spètia ‘n segn o n’informazion da chel che ‘l g’à ìo ‘n ziro. Però, né da na banda né da l’àutra, nó ‘l vedéva àuter che doi tòci de na strada stòrta; davanti a el, en trat de muri; enzulòc’ nancia ‘n segn de vivi: l’unica ròba che se vedéva, da ‘n trat de la rampa de tèra, l’era na colòna de fum scur e spés che se auzzàva e che, nàndo su, se slargiava fasèndo gran nugolóni che po' i se perdeva ente l’aria grìsa e ferma. L’era drapi, leti, e àutre ratatùlie ‘mpestade portàde ìo a brusar; e àutri fògi compagni ge n’era de ‘mpizzadi de sèito, e no sol ìo, ma ente arcanti pòsti dré ai muraioni de la zità. El tèmp l’era tacià zó e senza 'n pél d’aria, el zièl l’era scuertà dal tut da n’unico nugolón spés e fermo, che ‘mparéva ‘l volés scònder el sol senza però ‘mprométer aca. Entorn, la ciampagna la ‘mparéva, almen per na part, arbandonada e àlida; ancia ‘l vért de le plante l’era sblào e su le fòie ‘nzaldìde e che crodava, nó se vedéva nancia na gózza de rosàda. Per de pù, chel’arbandón e chel silènzio, tanto rari, essèndo ‘nzì vizìni a na gran zità, i aumentava l’angóssa e l’ansia del Renzo, e i feva ancor pù grévi e tristi tuti i só pensieri. Dopo èsser sta ìo ‘n pezzòt, el Renzo l’à zapà na strada a caso, senza savér che ‘l neva pròpri vèrs porta Nòva, che, sibèn che la fus vizìna, nó l’era bòn de véderla perché l’era scònta dré a ‘n dòs. Fati pòci passi, l’à scomenzià a sentìr en sglingenament de ciampanèi, che ogni tant nó se ‘l sentìva e po' ‘l tornava, compagnà da calche ós de zènt. Seghitando a ciaminar, l’à superà ‘l ciantón del dòs de tèra e l’à vist per prima ròba na baraca de légn, e davanti a chesta gera na guardia pozàda al szòp, con n’aria stracia e trascurada. Dedré gera na strupaia, e oltre a chela se trovava la porta de la zità: doi muri da le bande con na tetòia sora, per tègner al cuèrt i portoni, che ‘nte chel moment i era spalancadi, come ancia ‘l portèl de la strupaia. Davanti al portón, però, gera postà ìo ‘n frèn: na barzèla, che doi monatti i era dré a sistemàrge sora ‘n pòver’òm da portar via, che l’era ‘l capo dei dazieri, apena tocià da la pèsta. El Renzo ‘l s’è fermà a spetar che i finìssia. Cando che i monatti i è nadi e ‘nzun era nù a seràr el portèl, g’à ‘mparèst el momento zust e ‘l s’è ‘nvià ‘n prèssa vèrs el portón. Ma la guardia, con en tono rustéc’ el g’à zigià: “Ehi, ti, férmete!” El Renzo ‘l s’è blocà sùbit; po', vardàndol, l’à tirà fòr en soldón e ‘l ge l’à mossà. El soldà, che forse l’eva zà zapà la pèsta, o forse i l’à teméva de men de cant che ‘l ge voléva bèn ai soldi, l’à fat segn al Renzo de petàrgel. Apena che ‘l sòldo l’era crodà sui só pèi, la guardia l’à mormorà: “Vai avanti, presto.” El Renzo nó i se la fat dir el secónt bòt: l’à traversà la strupaia, l’è passa dal portón e la seghità ‘l só viaz, senza che ‘nzun i lo notas o ‘l ge fés atenzion. Dopo na carantìna de passi, però, l’à sentù n’àuter “Ehi, tì!” zigià da n’àuter dazier che ‘l geva dré le spale. Sto bòt l’à fat a finta de nó sentìr e nó ‘l s’è nancia voutà e l’à pessegià a nar. El dazier i l’à clamà de nòu, ma con na ós pù nervosa che dezìsa, e vist che ‘l Renzo nó ‘l se fermava, l’à scorlà le spale e l’è tornà ente la só baraca, pù preocupà de nó svizinàrse massa a la zènt che de savér ci che l’era chel furèst. La strada che ‘l Renzo l’eva zapà, alor la neva, e ancia adès, drita ‘nfìn al fossà che i clama Naviglio: da le bande l’era zése o muri de òrti, glésie, conventi, e pòce ciase. Su ‘nzìma a sta strada e ‘n mèz a chela che costéza ‘l fossà, gera na colòna, con na crós che i ge dis la crós de sant’Usèbi. E per tant che ‘l Renzo ‘l vardàs avanti, nó ‘l vedéva àuter che ca crós. Arivà a la crosàra che separa la strada zirconzìrca a metà, e vardàndo da le doi bande, l’à vist da la ‘ndrìta, enca strada che se clama stradón de santa Teresa, en zitadìn che ‘l nidéva vèrs de el. “A le tante, ‘n cristian!” l’à pensà; e l’è nà sùbit da ca banda, pensando de fàrse ‘nsegnar la strada da chelìo. Ancia chesto l’eva vist chel furèst che ge nideva encòntra; e da lontan l’era zà dré a scadràrlo con en far sospetos; e ancor de pù cando che ‘l s’è acòrt che ‘nveze de nar per i fati sòi el ge nidéva pròpri ‘ncontra. El Renzo, cando che l’è sta pòc’ lontan, ‘l s’è s-ciapelà, da bacan rispetos come che l’era; e tegnèndo ‘l ciapèl con l’anzància, l’à metù l’àutra man entel cocùzzol e l’è nà dezìso vèrs chel’òm. Ma sto cì, spalancàndo i òcli, l’à fat en sàut endré, l’à levà en baston plén de gropi, e voutà la pónta, che la era de fèr, enla panza del Renzo, l’à urlà: “via! via! via!” “Oh oh!” l’à zigià ‘l putèl ancia el; el s’à rimetù ‘l ciapèl su la testa, e, nó volèndo, come che ‘l diséva dopo, cando che ‘l contava sto fato, ‘mpizzar via na bègia ente chel moment, l’à voutà le spale e chel strambèra, e l’à seghità a nar per la só strada, o, per dirla mèio, chela che l’era dré a far. L’àuter, l’è nà dré a le só ròbe, ancor azità e plén de fifa, seghitando a voutàrse ‘ndré ogni tant, per vardàr se calchedun ge corìs dré. Cando che l’è arivà a ciasa, l’à contà che n’onzidor, o sia un che seumnava ‘l contàg, el ge s’èra fat dinanzi con en far umile e calmo, ma col mus da crudel embroion, tegnèndo ‘n man la s-ciatoléta con l’ónt o ‘n s-ciartozzét con la pólver (nó l’era pròpri segur se un o l’àuter), scondù entel cocùzzol del ciapèl, per empestàrlo, se el nó ‘l fus sta pronto assà a tègnerlo lontàn. “Se ‘l se fus svizinà ancor de ‘n pas,” el g’à tacià, “l’averòssi ‘nfrizzà ìo sul pòsto, prima che ‘l podés tociàrme, chel brigante. Pecià che èren enten pòsto ‘n pòc’ fòra, se fùssente stadi en mèz a Milan, averòssi clamà la zènt e l’averòssen fermà. Segur che g’averòssen giatà ca sporciarìa ‘ntel ciapèl. Ma ìo, da me pòsta, ài dovèst contentàrme de stremìrlo, senza riszar de tirarme adòs calche rògna: perché en pòc’ de pólver l’è sùbit petàda, e chei ìo i è bravìssimi… e po' se ‘l sa ben, i g’à ‘l diàul da la sóa. Adès el sarà ‘n ziro per Milan, cissà che straze che l’è dré a far!” E per el rèst de la só vita, che l’è durada ancor tanti ani, ogni bòt che se parlava de onzidori, el el contava sèmper la stessa storia, e ‘l ge taciava: “Chei che dis ancor che nó l’era vera, nó i vègnia a dìrmel a mì: zèrte ròbe ge vòl avérle viste coi só òcli.” El Renzo, senza nancia rènderse cont del perìcol che l’eva apena schivà, e pù azità per la rabia che per la paura, entant che ‘l ciaminava el pensava a chel’azèt enzì contrari. El ciapìva assà bèn chel che eva pensà de el chel zitadìn, ma ge paréva na ròba talmente ‘nsensada che po' ‘l s’è convìnto che chel’òm el fus perlomen en pòc’ matùrlo. “L’è scomenziàda mal,” el pensava ‘ntrà de el, “empar pròpri che a Milan ge sia ‘n destìn contra de mì. A nìr ént en zità, tut è nà benón; ma apena che son dénter, g’è ‘n mùcel de rògne cì che me spèta. Pasiènza… con l’aiùt del Sioredio… se trovi… se son bòn de trovar… eh! alor chesto ‘l sarà tut engot.” Arivà al pònt, el Renzo l’à voutà senza dubi vèrs l’anzància, enviàndose per la strada de san Marc’, convinto che, e ‘l geva resón, la dovés portar vèrs el cèntro de la zità. Entant che ‘l neva avanti, el vardava con atenzion da le bande, con la speranza de spiar calche persona viva, ma nó l’eva vist àuter che ‘n mòrt desfigurà dént en fossadèl che passava tra le pòce ciase de la zona (che al tèmp le era ancor de men), e ‘n tòc’ de la strada. Passà chel tòc’, l’à sentù zigiar: “Ehi, voi, òm!” Voutàndose vèrs ca ós, l’à vist pòc’ lontan, su ‘nten ponteselòt de na ciasòta solagna, na pòra dòna, con entorn tanti pòpi. Ca feumna la seghitava a clamàrlo e la ge feva ancia ségn con la man. El Renzo ‘l g’è nà dausìn de corsa, e cando che l’è sta ìo, la g’à dit: “Tì tòi putèl, per amor dei vòssi pòri mòrti, féme la ciarità de nar a avisar el comissari che sen cì arbandonadi. I n’à serà ‘n ciasa come sospèti, perché ‘l me pòr òm l’è mòrt; i n’à ‘ncloudà la porta, come che podéo véder, e da ieri ‘n doman enzun è pù nù a portàrne damagnar. En tut sto tèmp nó è passà ànima viva da podérge domandar aiùt: e sti pòri pòpi i è dré a morìr da la fam.” “De fam!” à sclamà ‘l Renzo; e, metùde le man en s-ciarsèla, “eco, eco,” ‘l dis, tiràndo fòr doi panéti: “Cialàme zó vergot da méterli dénter.” “Dio ven rèndia ‘l mèrit; aspetà n’àtimo,” dis ca feumna; e l’è nada a zerciar na zésta e na corda per molàrla zó, e l’è sta chel che l’à fat. Al Renzo ‘ntant gera nù ‘n ment chei panéti che l’eva trovà vizìn a la crós, cando che l’era nù a Milan el prìm bòt, e ‘l pensava: “eco: l’è na restituzion, e forse l’è ancia mèio che se i avéssite rendùdi al só padron, perché ‘nte sto caso se trata dalbòn de n’opera de misericòrdia.” “Cant al comissari che diséo, pòra feumna,” el dis po' dopo, metèndo i panéti ‘nla zésta, “mì nó pòdi pròpri far engot; perché, a dìrve la verità, son furèst, e nó son pratico de sto pòsto. Però, se ‘ncontri calche bòn òm, premuros, da podérge parlar, ge ‘l dirai a el.” Ca feumna i l’à ‘mpregià de far enzì, e l'à g’à dit el nom de la strada, en modo che ‘l savés spiegiàrse. Dis alor el Renzo: “Pensi che ancia voi poròsseo fàrme ‘n gran piazér, pròpri na gran ciarità, se podéo. Saveròsseo ensegnàrme endo che l’è na ciasa de cavalieri, de gran siorazzi, cì a Milan, ciasa ***?” “Sai che la g’è ca ciasa,” à respondù la dòna: “ma ‘ndo che la sia de zust, pròpri nó ‘l sai. Se néo avanti da chesta, calchedun troveréo che ‘l ve ‘nsegna ‘ndo che l’è. E ricordàve ancia de dir ancia de noiàutri.” “Nó ste a preocupàrve,” dis el Renzo, e l’è partì. A ogni pas che ‘l feva, el Renzo ‘l sentìva sèmper pù fòrt e pù vizìn en rumor che l’eva zà scomenzià a sentìr apena entant che l’era ìo fermo a parlar: l’era ‘n rumor de ròde e de ciavài, compagnà dal sglingenamént de ciampanèi e, ogni tant, da la s-ciocada de le scùrie e dai zìgi de le persone. El vardava avanti, ma nó l’era ancor bòn de véder engot. Arivà a la fìn de ca strada e ge s’è davèrt davanti la piazza de san Marc’, la prima ròba che g’à tòt i òcli l’era sta doi travi ‘n pè, con na còrda e arcante zignagnòle. Sùbit l’à cognossù, perché a chel tèmp l’era na ròba ordenaria, la tremènda machina de la tortura. L’era stada ‘ndrizzada ‘nchel pòsto, e non sol ìo, ma ancia ‘n tute le piazze e ‘ntele strade pù large, perché i deputati de ogni colomèl, endotadi de la facoltà pù ciaprizziosa, i podés far rispetar subitiènto la pena a tuti chei che era ritegnù che i giaves colpa: presonéri che nidéva fòr de ciasa, servidori che nó i ubidìva ai só órdeni, o calsiasi àutra persona. L’era un de chei rimèdi esazeradi e inutili che a chel tèmp e spezialment enchei momenti bruti, se doprava ancia massa. Entant che ‘l Renzo ‘l varda chel’artitèc’, domandàndose ‘l perché ‘l fus sta metù pròpri ìo, el sènt svizinàrse sèmper de pù el rumor, e ‘l vét butar dal cianton de la glésia, n’òm che scorlava ‘n ciampanèl: l’era n’apparitor; e dré de el doi ciavài che, slongiàndo ‘l còl, e ‘mpontàndo i zòcoi, i nideva avanti a stento, tirando ‘n ciar plén de mòrti. Dré de chel en nideva n’àuter, pò n’àuter, e n’àuter ancora. Da le bande dei ciavài gera i monatti, che i li spenzéva avanti a fòrza de scuriàde, spintóni e blestéme. I pù tanti cadaveri i era nudìzi o plegiadi dént a calche vèrs en calche sdrazza, i era emmucladi e ‘ntorticladi ‘nsèma, i ge ‘nsomiàva a ‘n ròz de bìssi che se mòu plan plan ai primi ciàudi de la primavéra. A ogni scorlón del ciar, chei mùcli orèndi i tremava e i se desfava enten modo schifós: teste che spindorlava, ciavéi de putèle zóne che crodava, brazzi che se molava zó e i neva a bàter contra le ròde, mossàndo a cì che era zà spaventà cant che chel spetàcol el podés deventar ancor pù doloros e stomegós. El putèl el s’era fermà sul ciantón de la piazza, vizìn a la sparàngola del fossà, e ‘ntant el pregiava per chei mòrti che nó ‘l cognosséva nancia. Tut de cólp g’è nù ‘n ment en pensiér tremèndo: “Forse ìo, en mèz a chei mòrti, ìo sota…” E sùbit l’à sclamà: “Oh, Sioredio! Fé che nó ‘l sia vera! Fé che mì nó ge pensia!” Dopo che era passà ca prozession de mòrti, el Renzo l’è nà avanti, l’à traversà la piazza, e l’à tòt la strada che neva dré al cianal a manzancia, senza savér nancia el el perché, se non che ca prozession l’era nada da n’àutra banda. Dopo aver fat pòci passi tra la glèsia e ‘l fossà, la vist, a man drita, el pònt Marcellino; l’è passà da chela e l’è arivà al Borgo nòu. Vardàndo avanti, sèmper con l’intenzion de giatar calchedun da domandàrge la strada, l’à vist, zó ‘n font a ca vìa, en prèt vestì a la bòna, che ‘l tegnìva ‘n man en bastonzìn fermo davanti a na porta mèza davèrta, con la testa bassa, e na récla pozada a chel’us. Pòc’ dopo i l’à vist auzzàr la man e benedìr. El Renzo l’à ciapì chel che era dré a suzzéder: el prèt l’eva apena ruà de confessar calchedun. Alor l’à pensà ‘ntra de el: “Eco l’òm zust che pòl aidàrme. Se ‘n prèt, entant che ‘l fa ‘l só dovér de prèt, nó ’l g’à ‘n pòc’ de ciarità, en pòc’ de bontà e de riguardo, alor vòl dir che a sto mondo nó ge n’è pròpri pù.” El prèt entant, destaciàndose da l’us, el nidéva da la banda del Renzo, tegnèndose, con gran riguardo, en mèz a la strada. El Renzo, cando che l’è sta ìo vizìn, el s’è tirà zó ‘l ciapèl, e ‘l g’à fat segn che ‘l voleva parlàrge, e ‘ntel stes tèmp fermàndose, en modo da fàrge ‘ntènder che nó ‘l ge saròs nà pù dausìn. Ancia ‘l prèt el s’è fermà, con chela de scoltarlo, empontàndo però per tèra ‘l só bastonzìn davanti a el, come per emplantar en confìn. El Renzo ‘l g’à fat la só domanda, e a chesta ‘l prèt el g’à rispondù, nancia sol col dìrge ‘l nòm de la strada endo che gera la ciasa, ma dàndoge ancia, sicome l’eva vìst che chel porlaór el ge neva de bisògn, en pòc’ de spiegiazion per arivar. O sia disèndoge, a forza de mandrite e manzànce, de glésie e de cros, le àutre sei o òt strade che ‘l geva da far per arivar. “Che Dio i la mantègnia san, adès de sti tèmpi, e sèmper,” dis el Renzo: e ‘ntant che ‘l prèt ‘l feva per nàrsen, “n’àutra ciarità,” ‘l g’à tacià; e ‘l g’à dit de ca pòra dòna desmentegiada. El bòn prèt l’à ringrazià el de avérge dat l’ocasion de far na ciarità enzì nezessaria; e, disèndo che ‘l neva a avertìr cì de dovér, l’è nà per la só strada. El Renzo ‘l s’è ‘nvià ancia el, e, ciaminàndo el provava a fàrse na ripetizion del trat de strada, per nó cognér domandar ancor a ogni ciantón. però nó podéo emmazinàrve come ca ròba la ge reussisés fadigosa, e nancia tant per la dificoltà de la ròbe ‘n sé, cant per n’àutra preocupazion che gera nat enla testa. Chel nòm de la strada, ca tracia de la ciaminada i l’eva metù sot sora. L’era l’informazion che l’eva desiderà e domandà, che de chesta nó ‘l podeva far a men; e nancia gera sta dit angot àuter, da podér emmazinàrse vergot de brut; ma che voléo po'? Ca idea, adès en pòc’ pù segura, de èsser ormai vizìn a la destinazion, el moment che l’averòs a la fìn savèst vergot de segur, che calchedun averòs podèst dìrge “l’è viva” opur “l’è morta” – i l’eva ‘nzì spaventà e ‘mpensierì, che ‘nchel moment l’averòs scasi preferì nó savér engot, trovàrse ancor d’imprinzìpi al viaz, putòst che a la fìn, endo che ‘l dubi l’era dré a ruàr enten modo o ‘nte l’àuter. Però, ‘l s’è fat coràzo, e ‘l s’à dit: “Ehi! Se scomenzi adès a comportarme come ‘n pòpo, come naràla a ruar pò?” E, ‘n pòc’ pù consolà, l’è nà avanti per la só strada, nàndo ént per la zità. Che spetàcol tremèndo che l’era ca zità! E com’èrela po', en confront, la zità de l’an prima, cando che gera sta la ciarestìa! El Renzo ‘l s’è trovàva a passar pròpri per una de che zone pù grame e desèrte de la zità: ca ré de strade che se clamava crosara de la Porta nòva. (A chel tèmp, en mèz gera na cros, e dinanzi a chela, dausìn a ‘ndo che adès g’è san Francesco di Paola, gera na vècla glésia de sant’Anastasia). Enchel colomèl l’era stada tanta la furia del contàg, e l’odor dei cadaveri lagiadi ìo, che i pòci che era restà vivi i era stadi costreti a s-ciampar: siché, al malumor che chel véder de arbandon el deva a un che passava, se taciava l’oror e ‘l schifo de le trace e dei svanzaròti restadi ‘nle ciase che pòc’ tèmp prima le era abitade. El Renzo l’à pessegià, zerciàndo de fàrse coràzo pensàndo che la só destinazion nó la geva da èsser tant lontana, e sperando che, prima de arivar, ca sèna la cambiàs, almen en pòc’. Difati, pòc’ dopo, l’è arivà enten pòsto che se podeva clamar ancor zità dei vivi; ma che zità! E che vivi! Tute le porte de le ciase le era seràde per paura e sospèt: zèrte le era spalancade, perché le ciase le era vòide o ocupade; zèrte àutre le era ‘ncloudàde e ‘mpiombade, perché dénter gera maladi o mòrti de pèsta; àutre ancor le era segnade con na cros fata col ciarbon, per segnar ai monatti che ìo gera mòrti da portar via. Tut chesto l’era fat enten modo desordenà e a caso, conforma se, enten pòsto o ‘nte n’àuter, fus passà ‘n comissari de la Sanità o n’auter impiegato disposto a rispetar i órdeni, o magiari a combinar calche angiarìa. Dapertut se vedeva sdrazze, e, ancor pù schifosi, panzèi sporci, materassi marzi, o linzòi petàdi zó da le finestre; calche bòt perfìn zènt: persone morte de colp per la strada e lagiade ìo enfìn che passàs en ciar a raspàrle su, o cadaveri crodàdi zó dai ciari stessi, o perfìn trati fòr da le finèstre. Tanta l’era stada la furia e ‘l tèmp che era durà ca disgrazia da far sì che la zènt la fus crudele, selvàdegia, senza pietà e rispèt per i àutri. En tuta la zità era sparì ogni rumor ordenari: pù botége davèrte, ciaròzze, merciandèi, pù zàcole de la zènt che passava. Sol calche raro bòt chel silenzio da mortòri l’era desmetù dal rumor dei ciari pléni de mòrti, dai bèrgemi dei poréti, da le ràcole dei maladi, dai urli de chei che era ‘n delìrio o dai zìgi dei monatti. A l’alba, a mezdì e a la sera, na ciampana del dòm la sonava per clamar tuti a dir su calche orazion che eva fissà ‘l vescovo. A chel segnal rispondeva le ciampane de le àutre glésie, e alor se vedeva persone vardàr fòr da le finestre per pregiar ensèma; se sentìva en mormòrio de ós e de sospìri, che feva nìr la malancolìa fonda, ma ancia en mìgol de consolazion, chela de la féde de tuti. A chel’epoca era zà mòrt i doi tèrzi de le ànime, e na bòna part de chei che restava i era s-ciampadi o i era maladi; ormai scasi ‘nzun arivava da fòr de la zità. Dei pòci che ancor se vedéva per le strade difizilment se n’ancontrava un che nó ‘l mossàs entel portament vergota de fòr dal normale, segn del tremèndo cambiament che bateva sora Milan. Se vedeva persone nòbili senza mantèl o senza ‘l soraàbit, che ‘nchei ani l’era drapi che ge voleva aver per forza entel vestir zèvìl, preti senza tònegia e perfìn frati vestìdi con plùs curte: tuti i eva arbandonà calsìasi vestì che podés, con le só sfrànze, tociar vergot o perméter ai “onzidori” (che l’era chel che se teméva de pù de tut el rèst) de ‘mpestàrli. A part sta preocupazion de tuti de vestìrse ‘ntel modo pù sèmplize e strént possìbol, enzun ormai el se curava de tègnerse ben: cì che geva la barba i la lagiava nìr lòngia; cì che de sòlit se sbarbava, nó i lo feva pù; i ciavéi i era lòngi e spatuzzadi, e tuti i era slazeràdi sia per la stracità e la disperazion, sia perché i barbéri i era deventadi sospetosi, dopo che un de lori, en tale Giangiacomo Mora, l’era stà metù ‘n preson e condanà come “onzidór” tra i pù nominadi. El só nòm, purtropo, l’è restà notòrio per en mùcel de tèmp a Milan e ‘n realtà ‘l meriteròs de èsser ricordà con pietà putòst che con disonór. Tanti i geva ‘n man en baston, e zèrti perfìn na pistola, per spaventar tuti chei che avés riszà de svizinàrse massa; con chel’àutra i tegnìva pìrole ‘mprofumade o balòte de metal o de legn trapenade, con dént asédi medegàdi, che ogni tant i snasava o i tegnìva sèmper sota ‘l nas. Zèrti i portava al còl na bozéta con dénter en pòc’ de arzèn vìo, convìnti che ‘l podés embombìrse e po' tratègner l’aria malsana de la pèsta, e i obadava de cambiàrlo de spés. I nòbili i neva fòr da la porta senza servidori o àutra zènt de compagnament, ma i neva ‘n ziro con na spòrtola ‘n man a provéder da só pòsta le provìste per vìver. Se doi sòzi i se ‘ncontrava per la strada, i se saludava da lontan, con zèsti velòzi e senza dir na parola. Ciaminànt, tuti i steva atènti a s-civar i ritàbli e àutre ròbe sporce e pericolose che ‘ngombrava le strade, che ‘n zèrti pòsti adiritura le era scuertade de blodgiam e mòrti. Tuti i zerciava de star en mèz a la via, per paura de blolgiarìe o de ròbe ancor pù tremènde che podeva crodar fòr da le finestre; i temeva le pólver verenose che i diseva che le fus petade su chei che passava, e perfìn de tociar i muri, che se pensava che i podés èsser stadi “oliadi” dai onzidori. Enzì, ‘l fato de nó cognósser e nó ciapìr, l’era ‘ntel stes tèmp spaventos e prudènte, e nó ‘l feva àuter che taciàrge àutre angosse a chele che gera zà, fasèndo cambi con che zuste e utili paure che gera dal prinzìpi con le fàusse paure de adès che le ‘ngianava. E pensar che chel che se vedéva ‘n ziro, l’era men tremèndo e pietos de tut el rèst, l’era i sani e i sioràti: perché dopo tante sène de misèria, e pensando a chela ancor pù granda che doverén véder pù avanti, nó ne fermerén cì adès a contar chel che l’era chel orèndo spetàcol dei empestadi che se strozzegiàva e che i era petàdi zó per tèra, dei poréti, dei pòpi e de le feumne. L’era ‘n spetàcol talmente spaventos, che cì che lo vardava ‘l podéva scasi trovar na consolazion disperada, o sia ‘n soliévo trìst e amar, entel notar chel che, per noi che lezén dopo tant tèmp, el fa nìr enveze la pù forta e dolorosa impression: véder cant che i era pòci chei restadi vivi. En mèz a sta rovina el Renzo l’eva zà fat na bòna part del só viaz, cando che, distante ancor tanti passi da na strada endo che ‘l geva da svoutar, l’à sentù nìr da chela ‘n gran rebaltón, e ‘nte chel gazèr se feva sentìr el sòlit sglingenament orèndo. Arivà che l’era, al ciantón de la strada, che l’era una de le pù làrge, l’à vist càter ciari fermi en mèz a la via. E come ‘nten gran mercià se vét en nar e nìr de zènt, en ciargiar e desciargiar de saci, tale l’era ancia ‘l moviment enchel pòsto: monatti che neva ént enle ciase, monatti che nideva fòr con en sac’ su le spale, e i lo tréva su un o l’àuter de chei ciari: zèrti i geva la montura rossa, zèrti àutri nó i geva nancia ‘n segn che li distingués, e tanti i geva abelimenti ancor pù schifosi come penàci e nastri a colori, che chei lazeróni i sblagava scasi per vanità e alegrìa, entant che la zità l’era plegiada da la mòrt. Da na finestra, e po' da n’àutra, se sentìva na ós bassa che zigiava: “Cacì, monatti!” e da ca razza de slandroni se sentìva risponder ancor pù malament, la risposta: “Arivan, arivan!” A bòte l’era i abitanti de le ciase vizìne che brontolava e i ge feva prèssa; e i monatti i rispondeva con blestéme. Apena zapà ca strada, ‘l Renzo l’à pessegià, provàndo a nó vardàr chei ciari e tut chel dolor, se non chel che era nezessari per s-civarli; ma a ‘n zèrto punto, l’à vist vergot che l’era pròpri pietós, en véder che movéva ‘l còr a la compassion e ‘l te obligiava scasi a fermàrte per vardàr mèio. E senza volérlo ‘l Renzo, impressionà da ca sèna dolorosa, el s’è fermà. Da la sòlia de una de che ciase nidéva fòr e se svizinava a ca prozession na feumna. Dal só portament se ciapìva che l’era ancor zóna, ancia se nó l’era pròpri zovenìssima; sul só vis se vedeva na beléza ‘mpanàda e provada dal dolor e da la stracità, però nancia destruta: l’era ca beléza calma e decorosa che de spes se giata ‘nle feumne de la Lombardia. La ciaminava con passi straci, ma però non dal tut trabalànt; nó la planzéva pù, ma i só òcli i mossàva de aver molà zó tantìssime làgrime. Entel só dolor se sentìva vergota de font e de calmo, ségn de n’ànima che eva ciapì dal tut el só patìr, no l’era venzùda da la disperazion, ma la era cossienziosa. E nó l’era sol el só portament a procurar compassion, en mèz a tanta misèria: gera ancia chel che la portava. Difati, la tegnìva sul braz na pòpa che la geva forsi nove ani, mòrta; ma la criatura l’era ben petenada, coi ciavèi con la rigia drìta ‘n mèz al vis, e l’era vestìda de bianc’, come se só mama i l’aves preparada per na festa aspetada da ‘n pèz, scasi ‘n prèmi ‘mprometù. La mare nó i la portava butada zó, ma tegnùda sentada su ‘nten braz, con la sbòza pozàda a la sóa, come se la fus ancor viva; sol che na manòta biancia, che ‘mpareva de zera, la scorlava da na banda, e la testòta l’era pozada su la spala de só mama, enten modo che l’era enzì calmo che l’era de pù che se la dormìs. Se vedéva che se tratava de mare e fiòla: ancia se ‘ntel mus nó le se ‘nsomiàva tant una con l’àutra; se ‘l ciapìva da l’espression dei doi visi ‘nsèma, sol la fazza de la mama la mossava ‘n sentiment, e chel de la pòpa l’era ormai senza vita. Un de chei bruti monatti, l’è nà a tòrge fòr dal braz de la mama la pòpa, però i l’à fat con en modo pù rispetos del sòlit, scasi nó volèndo. La mama la s’è tirada ‘ndré, però senza fàrse véder ofesa o superba, e l’à dit: “No! Entant nó ste tociàrmela no; l’à méti mì su chel ciar: togé cì.” Disèndo ‘nzì, l’à davèrt na man, e l’à fat véder na borsàta, e i l’à lagiada crodar enchela che ‘l monatto ‘l geva slongià. Po' la dis: “prometéme de nó tòrge via engot da adòs, e nó ste a perméter de farlo a ‘nzun, e che la sepoliréo enzì come che la è.” El monatto ‘l s’à metù na man sul còr, e po', plén de premura e scasi de rispèt, nancia tant per el prèmi che l’eva zapà e che nó ‘l se spetava, ma pròpri per el gran pecià che ge feva ca feumna, ‘l s’è metù a far en pòc’ de pòsto sul ciar per ca pòra popina morta. La mama dopo avérge dat en bós sul vis, i l’à pozada plan plan come su ‘nten letìn, i la sistemada e po' i la scuertada con na cuertèla biancia e la g’à dit le ultime parole: “Adio Cecilia! Pòussa ‘n paze! Stasera nirén ancia noi, per restar per sèmper ensèma. Entant pregia per noi; mì pregerài per tì e per i àutri.” Po' voutàndose de nòu vèrs el monatto, l’à dit: “Voi passàndo da chesta stasera, niréo su a tòr ancia mì e no sol mì.” Con ste parole, l’è tornada dént en ciasa, e, ‘n momento dopo, l’à vardà fòr da la finestra, tegnèndose al còl n’àutra pòpa ancor pù pìzzola, viva, ma che se vedeva che ancia chela l’era dré a morìr. L’era stada ìo a osservar chel vergognos funeral de la prima, enfìn che ‘l ciar nó ‘l s’è ‘nvià, enfìn che l’à podèst véderlo; e po' l’è sparìda. E che podévela far po', se non pozar sul lèt l’unica fioléta che ge restava, e méterse ìo dausìn per morìr ensèma? come ‘l fior zà fòrt sul cólem el croda ensèma al fioratèl ìo ìo per spanìr, al passar de la fàuz che la paréza tute le èrbe del prà. “O Dio mio!” à sclamà ‘l Renzo: “fége ca grazia! togéve ancia ela con la só popìna: le à ben patì assà! le à patì ancia d’avànz!” Recuperàtose da ca emozion enzì fòrta, entant che ‘l zerciava de ricordar la strada da far, se ‘l geva da ziràr a la prima via e da che banda, se a mandrìta o a manzancia, l’à sentù nìr ancia da chela n’àuter rumor ma diferènte: sòni confusi de zìgi spòtici, déboi lamenti, planzùde de feumne e ‘n sgninfotar de pòpi. L’è nà avanti, con entel còr ca sòlita trista e confusa impression. Arivà a la crosara, l’à vist da na banda na fola engarboiada che nideva avanti, e ‘l s’è fermà ìo, per lagiàrla passar. L’era tut maladi che i nideva portadi al lazarét; zèrti, paradi a spintoni, i provava a resìster, ma l’era inutile, i urlava che i voléva morìr entel só lèt, ma ancia chesto l’era inutile, i rispondeva, con parolazze inutili, ai comandi e a le blestéme dei monatti che i li direzéva; zèrti àutri i ciaminava ‘n silenzio, senza far véder el dolor, né calsiasi àuter sentiment, come se i fus nadi fòr del vada; feumne coi pòpi sul còl; putelòti spaventadi dai zìgi, da chei órdeni, da ca compagnìa, pù che dal pensier confus de la mòrt, i urlava fòrt, zerciando la mare, e i só brazzi che i li protezés e la só ciasa. Oh pòri pòpati vèh! forse so mama, che i pensava de avér lagià ‘ntel só lèt endormenzada, l’era stada ‘nveze tociada tut de colp da la pèsta e la s’era petàda ìo, perdùda via, a spetar che i nidés a tòrla col ciar per nar vèrs el lazarét o, se ‘l ciar el fus arivà massa tardi, diretament a la busa. Forse, e chesta l’era na disgrazia ancor pù tremènda! La mama, tuta ocupada per i só tormenti, l’eva desmentegià ogni ròba, perfìn i fiòi, e nó la geva pù che ‘n pensier: chel de morìr en paze. Ancia se, ‘n tut chel rebalton, se vedéva ancor calche esèmpi de coràzo e de pietà: pari, mame, fradèi, fiòi, spósi che tegnìva su i sòi, e i li compagnava con parole de consolazion; e non sol grandi, ma putelòti, ma putelòte che menava i fradelòti pù pìzzoi, e, con zudìzi e con compassion da grandi, i ge racomandava a lori de obedìr, i ge segurava che se neva ‘nten pòsto ‘ndo che gera cì che se saròs tòti pena de curarli per fàrli varìr. En mèz a tuta ca malancolìa e a l’afèto de che sène, gera però vergot che tociava ‘l nòs viazador. La ciasa la geva da èsser ìo vizìna, e cissà mai se tra ca zènt… Ma passada tuta ca comunèla, e fermà chel dubi, el s’è voutà vèrs en monatto che ‘l nidéva dré a tuti, e ‘l g’à domandà de la strada e de la ciasa de don Ferrante. “Fòr da le bale, tànger,” l’è sta la risposta che l’abù. Nó ‘l s’è nancia preocupà de risponder come chelìo ‘l se saròs merità; ma, vedèndo ‘n pòc’ pù ‘nlà ‘n comissari che nideva ‘n coa a ca prozession e ‘l geva ‘n portament en pòc’ pù da cristian, el g’à fat la stessa domanda. Sto cì, fasèndoge segn col baston la banda da ‘ndo che ‘l nideva, ‘l dis: “la prima strada a mandrìta, l’ultima ciasa granda a manzància.” Con n’ansia nòva e ancor pù fòrta ‘ntel còr, el putèl el s’è ‘nvià ‘nca direzion. L’à zapà ca strada e l’à tòt fòr sùbit la ciasa che ‘l zerciava, diferènte da le àutre che le era pù basse e semplizi. El s’è svizinà al portón che l’era serà, l’à metù la man sul badòcel e i l’à tegnùda per aria, come se ‘l fus dré a tiràr fòr da na bùssola la ciarta che averòs dezìso la só sòrt, la vita o la mòrt. A la fìn l’à solevà ‘l batòcel e l’à batù ‘n colp dezìso. Dopo calche moment, s’è davèrt en pòc’ la finestra; na feumna l’à vardà fòra, vardàndo cì che l’era, con en mus engrintà che ‘mpareva dir: monatti? zibaldoni? comissari? onzidori? diàuli? “Sióra,” dis el Renzo vardàndo ‘nsu, e con na ós che nó l’era tant segura: “g’è cì a servìr na putèla zóna de ciampagna, che là g’à nòm Lucia?” “Nó la g’è cì pù; néven valà,” à rispondù ca feumna, fasèndo chela de serar la finestra. “En moment, per ciarità! Nó la g’è pù? Endo ela po'?” “Al lazarét;” e de nòu la voleva serar. “Ma, spetà ‘n moment, per amor del ziél! Con la pèsta?” “Zèrto. Che pò se no, eh? Néven.” “Oh poréto mì! Aspetà: èrela malada tant? Cant tèmp el po'…? ” Ma ‘ntant la finestra la s’èra serada dalbòn. “Sióra! sióra! na parola, per ciarità! Per i só pòri morti! Nó ge domandi ‘ngot del so: ohe!” Ma l’era come parlar ai muri. Avelì come ‘n ciagn per ca nòva, e ‘nrabià per el modo che i geva l’eva dita, el Renzo l’à brancà de nòu el batòcel e, restando pozà al porton, i lo strenzéva e i lo storzéva tra le man. Po' i lo levava come per bàter ancor con rabia, ma po' ‘l se fermava per aria, dubios. Zapà da tuta ca azitazion, el s’è voutà a vardàr ìo ‘ntorna per véder se gera calchedun dei visìni per poder aver da chei calche informazion pù segura, calche segn, calche spiegiazion. Ma la prima, e l’unica, persona che l’à vist l’è sta n’àutra feumna, che l’era lontana forse vìnti passi. Sta cì la geva ‘n mus che mossava paura, ciativèria, prèssa e malìzia; con i òcli fòr da la testa, che i vardava sia el che autró, la geva la bócia spalancada come per zigiar pù fòrt che la podeva, ma ‘mparéva che la trategnés el flà. La auzzàva i brazzi magri, la moveva avanti e ‘ndré le man enfizzade e plegiade come sgrìnfie, scasi come se la volés brancar vergot. Se ciapìva che la voléva clamar àutra zènt, ma provando a fàrlo senza fàrse véder. Cando che ‘l Renzo e la dòna i s’è scambiadi n’oclada, ela, deventada ancor pù bruta, l’è sbalzada come na persona che la fus stada zapada sul fato. “Diàulo pòrco!” dis el Renzo, auzzàndo le man ancia el vèrs ca dòna; ma chela ìo, avèndo oramai ciapì che che nó la saròs satada bòna de fàrlo brancar de colp, l’à trat fòr en zìc’ che l’era ‘n bel pèz che la trategnìva: “l’onzidor! dai zapàlo! zapàlo! dai a l’onzidor!” El Renzo rabios come na bestia, l’à fat en sàut vèrs ca feumna per spaventàrla e calmàrla zó e zigiàndo: “Cì po', mì! bruta strìa bosiàdra! tasi vèh.” Però ‘l se l’à ‘nvista sùbit che ge convenìva fàrse i só afari e salvàrse. Ai zìgi de ca vècla, corìva zènt da ogni banda, ma no la fola che se saròs radunà enten caso compagn trei mesi prima, ma comunqua assà persone da podér vénzer fazilment n’òm da só pòsta. Entant, s’è davèrt de nòu la finestra, e ca stessa feumna malgraziosa de prima, l’à vardà fòr ancor, e urlando ancia ela: “Zapàlo! Zapàlo! El dev’èsser un de chei slandroni che và ‘n ziro a ónzer i ussi de le porte de la zènt da gialantòm!” El Renzo nó ‘l g’à pensà su tant: l’à ciapì sùbit che la ròba mióra l’era liberàrse de ca zènt, enveze che star ìo a spiegiàrge le só resón. L’à vardà da na banda e da l’àutra per véder endo che ge fus de men zènt, e l’è s-ciampà pù prest che ‘mprèssa. L’à slontanà con en spitón n’òm che ge blocava la strada; con en pugn enla sbòza l’à trat endré per òt o dés passi n’àuter che ge coréva ‘ncontra; e l’à seghità a far le ale pù che ‘l podeva, col pugn strenzù per aria, pronto a dar a chiunque àuter ge fus nù dinanzi. La strada davanti a el l’era libera, ma dedré ‘l sentiva ‘l rumor dei passi e, pù forti del pestolò, i urli tremèndi: “bastonàlo! bastonàlo! l’è n’onzidor!”. Nó ‘l seva cando che i se saròs fermadi, e nancia ‘ndo che nar a méterse al segur. La furia l’è deventada rabia, l’angóssa desperazion; e nó ‘l g’à pù vist, l’à tirà fòr el só cortelàz, e tegnèndol per aria, ‘l s’è fermà tut de colp, e ‘l s’è voutà ‘ndré con la fazza pù sguèrza e ciatìva che l’avés mai bù ‘n vita sóa, e, col braz fòr drìt, sfodràndo per aria la lama slusènta, l’à zigià: “Cì che g’à ‘l coràzo, ‘l vègnia pur avanti, chel canaia! Che con chesto l’onzerài ben mì dalbòn!” Ma, con gran maravea, e con en sentiment confus de consolazion, l’à vist che i só nemìzi i se èra zà fermadi, e i restava ìo indezìsi; i seghitava a urlar, ma i movéva le man per aria fasèndo zèsti strambi, come i fus deventadi tuti mati, voutàdi vèrs calchedun che ‘mpareva che l’arivàs dré de el. El s’è voutà de nòu, e l’à vist, sicome ca fórla nó la geva permés de nascòrzersen prima, en ciar che nideva avanti, anzi na fila de chei sòliti ciari coi mòrti, con la sòlita prozession che li compagnava; e dré, a na zèrta distanza, n’àuter grupo de persone che ancia lore le averòs volèst dàrge adòs a l’onzidor e zircondàrlo, ma i era trategnùdi da chel frèn. Trovàndose tra l’ancùzem e ‘l martèl, l’à pensà che chel che spaventava i àutri ‘l podeva inveze èsser per el l’ocasion per salvàrse; là pensà che nó l’era ‘l moment de far el petìz, l’à metù via ‘l cortèlaz, el s’è spostà en pòc’ da na banda e l’è córs vèrs i ciari, l’à superà ‘l prim e la vist che sul secónt g’era ‘n gran pòsto vòit. L’à puntà ben, l’è sautà su con en slànz: el s’è trovà sora, postà col pè drit, con chel zànc’ per aria e i brazzi auzzàdi. “Brào! brào!” sclamava, tuti ‘nsèma, i monatti, de chesti, zèrti i nidéva de dré a pè, àutri i era sentàdi zó sui ciari, àutri ancora, per dir cant che l’era orènda la ròba, sui mòrti, trinchenàndo da ‘n gran fiàs-c’ che tondava. “Brào! bèl colp!” “Ses nù a méterte sota la protezion dei monatti; fai cont de èsser en glésia,” g’à dit un dei doi che era sul ciar endo che l’era montà su. Chei che voléva brancar el Renzo, a véder che ca fila la se svizinava, i pù tanti i eva zà voutà le spale e i s-ciampava, senza desméter de urlar “dài! dài! a l’onzidor!” Calchedun se ritirava plan plan, fermàndose ogni tant, e voutàndose a far zestàzzi e a sfidar el Renzo; chesto, dal ciar, el rispondeva mossàndo i pugni per aria. “Làgeme far a mì,” g’à dit en monatto; e ‘l g’à sbregià via da adòs a ‘n mòrt na sdrazza sporcia, ‘l g’à fat en grop en prèssa, e, tòt per un dei bèci, i l’à auzzà come fus na sfrónza vèrs chei pù testàrdi a volér brancar el Renzo, e ‘l feva finta de petàrgel, zigiàndo: “spèta mì, canaia!” A véder chel’ato, tuti i à fat le ale, spaventadi; el Renzo l’à vist sol s-céne dei nemìzi e cialciagni che balava de corsa per aria che empareva ranelóni. Tuti i monatti i à fat festa e tra urli, zìgi e risàde, e n’ “uh!” tegnù lònc’, come per compagnar ca fugia. “Ah ah! védes che noi sén bòni de protézer i gialantòmi?” dis chel monatto al Renzo: “val de pù un de noiàutri che zènto de che favolènze.” “Zèrto, pòdi pròpri dir che son en dèbit che méo salvà la vita,” dis el Renzo: “e ve ringrazi tant e po' tant.” “Ma de che po'?” dis el monatto: “te ‘l mèrites: se vét che sés en brào putèl. Fas bèn a ónzer sta zentàia: ónzei, sraìsei chesti, che nó i val engot, se non can che i è mòrti; che, per prèmi de la vita che fén, i ne maledìs, e i và ‘n ziro a dir che, embòt finì sta straze, i vòl fàrne ‘mpiciar tuti. G’à da morìr prima tuti lori che la pèsta, e i monatti i g’à da restar sol éi a ciantar vitòria e a gòderse Milan.” “Viva la pèsta, e che mòria sta zentàia!” à sclamà l’àuter; e, con sto bel cin-cin, el s’è metù ‘l fiàsc’ en bócia, e, tegnèndol con tute doi le man, tra i scorloni del ciar, ‘l g’à dat na bona sboconada, pò i ge l’à ofèrt al Renzo, disèndo: “bevi a la nòssa salute.” “Ve l’agóri a tuti, ma pròpri col còr,” dis el Renzo: “ma nó g’ài sé; nó g’ài pròpri vòia de béver adès ente sto moment.” “Me par che te sìes spaventà per ben,” dis el monatto. “me vàrdes fòr pròpri come ‘n pover òm inozènt; per far l’onzidor ge vòl aver n’àuter céfo, ben diferènte dal tò.” “Ognun se ‘nzìgna come che ‘l pòl,” dis l’àuter. “Dàmel cì a mì,” dis un de chei che nidéva a pè arènt al ciar, “che vòi bévernen n’àuter cuchét, a la salute del só padron, che l’è cì ancia el ente sta bela compagnìa… ìo pròpri ìo, me par, ente la s-ciarada dinanzi.” E, con na grìnta crudele e maledeta, ‘l feva segn al ciar davanti a chel endo che g’era su ‘l Renzo. Po', tornà col mus sèrio, ancor pù sguèrz e furios, l’à fat na svérgla da ca banda, e ‘l dis: “me permétel, sior padron, che ‘n pòer monattuccio el tàstia de chel de la só ciànva? El vedéo ben che vita che fén: sén stadi noi a méterve ‘n ciaròzza, per portàrve a far na bèla spassezada ‘n ciampagna! Del rèst, a voi siori el vin el vé fa sùbit mal; noi pòri monatti ‘nveze, gen el stómec’ de fèr.” E tra gran risàde dei só sòzi, l’à tòt el fiàsc’, e i l’à auzzà; ma, prima de béver, el s’è voutà vèrs el Renzo, ell g’à ‘mplantà i òcli ‘ntel mus, e ‘l g’à dit, con na zèrta aria de compassion supèrba: “ge vòl ben che ‘l diàul, che às fat en pato, el sia ‘n novìz; perché, se nó g’èren ìo noi a salvàrte, el te lo déva ben l’aiùt.” E tra n’àutra tompestàda de risoni, l’à tacia ‘l bocìn ai làuri. “E noi? ehi! e noi?” pù de un zigiava sul ciar che era davanti. El birbon, tracanà chel che ‘l podéva, l’à sporzèst, con tute doi le man, el gran fiàsc’ ai àutri só sòzi, e chesti i se la passà un con l’àuter, enfin a un che, avèndol svoidà dal tut, i l’à tòt per el còl, el g’à fat far en el mulinèl, e i l’à slavanzà a sfracassàrse sul salezà, urlando: “viva la pèsta!” Dré a ste parole, l’à ‘ntonà na bruta cianzón de le soe; e sùbit a la só ós g’è nà dré tute le àutre enten coro vergognós. La tiritèra ‘ndiaulada, mista al sglingenament dei ciampanèi, al sgringolar dei ciari, al pestolò dei ciavài, el rimbombava ‘nte chel vòit silenzios de le strade, e, sentèndol enle ciase, ai pòcì che ancor i le abitava ge se strenzéva ‘l còr. A le bòte, cì el po' che pòl dir che na ròba nó la pòdia a la fin èsser utile o perfìn aprezzàda? El perìcol apena passà, l’eva fat deventar al Renzo scasi bèla la compagnìa de chei mòrti e de chei monatti vivi; e adès, el rumor che se sentìva levàr, che lo liberava da chel discórs fastidios, el g’è parèst, per dir, na bèla musica. Ancor mèz senza flà e tut scombussolà, el ringraziava entel só còr la Providenza per avérlo salvà da ca bruta situazion senza fàrse o far del mal; e ‘l pregiava che i lo aiutàs a liberàrse, adès, ancia da chei stessi che l’eva salvà. Entant el steva ìo con le récle si drìte; l’oservava i monatti e la strada, zerciàndo ‘l momento zust per desmontàr plan plan dal ciar, de scondión, senza far rumor o sène che podés far sospetar chei che passava. Tut de colp, arivàdi a n’incrocio, al Renzo ge pareva de cognósser chel pòsto; l’à vardà mèio e po' l’era segur. El séo endo che l’era? L’era sul córs de la porta orientale, pròpri ‘nla strada endo che l’era passà plan plan, e po' s-ciampà pù prest che ‘mprèssa, zirconzìrca vìnti mesi prima. Sùbit g’è nù ‘n ment che ca strada la portava diretament al lazarét, e ‘l fato de giatàrse ìo senza avérlo zercià, senza domandar informazion, g’era ‘mparèst en segn particolare de la Providenza, na bòna profezìa per chel tant che ge restava del só viaz. Pròpri ‘nchel moment era arivà ‘n comissari ‘ncontra ai ciari, urlando ai monatti che i se fermàs e dando àutri órdeni; fato sta che la fila dei ciari la s’è fermada, e i zìgi e i rumori i à cambià sùbit de tono, e i è cambiadi ente na discussion, scasi ‘nte na bègia. Un dei monatti che era sul ciar col Renzo l’è desmontà; alor el Renzo ‘l g’à dit a chel’àuter: “Ve ringrazi per la vòssa bontà: che Dio ve benedìssia;” e po' ancia el l’à trat zó ‘n sàut dal ciar da l’àutra banda. “Vai, vai, pòr onzidorèl,” el g’à rispondù chesto: “de segur nó saràstus tì che destruzerà Milan.” Per fortuna che nó g’era ‘nzun che podeva sentìr. La fila de ciari l’era ferma da na banda del córs: el Renzo l’à zàpa ‘n prèssa la strada da l’àutra banda, e, rasènt al mur, pessegiànt l’è nà vèrs el pònt; i l’à passà, e la seghità a nar per ca strada del borgo, la ricognossù ‘l convènt dei ciapuzzini, l’è arivà dausìn a la porta, l’à vist piciar fòr el ciantón del lazarét, l’à passà ‘l portèl, e davanti s’è presentà la sèna estèrna de chel pòsto: basta sol en segn, na prova pìzzola e sùbit se fa avanti na sèna granda, diferènte e che l’è ‘mpossìbol descrìver. Etlòngia a le doi bande de la strada, che se vedéva da chel pòsto, g’era ‘n gran movimento de zènt: se vedéva maladi che se direzéva a grupi vèrs el lazarét; àutri, ‘nveze, i era sentadi zó o petadi per tèra sul l’ór del fossà che lo zircondava, calchedun perché nó ‘l geva la forza de arivar enfìn dént al ricòvero, zèrti àutri perché, dopo èsser s-ciampadi per la disperazion, nó i era pù bòni de nar avanti. Àutra pòra zènt i néva ‘ntorn sbandadi, come ‘ntontìdi, e tanti i emparéva fòr de testa dal tut: un, tut zapà da le só fantasìe, el contava i só ensògni a ‘n pòr malà butà zó per tèra; n’àuter el se azitava perseguità da le convulsion; n’àuter ancor el vardava ‘ntorn con el vis contènt, come se ‘l fus dré a véder en spetàcol aléger. Ma la sèna pù stramba e rumorosa de ca trista confusion l’era na cianzón forta e che nó finiva pù, che ‘mparéva nó nir da ca fola disgraziada, epur che se sentìva pù ben de tute le àutre ós: l’era na cianzón d’amor che séva tuti, alegra e scherzosa, una de chele che se clamava vilanèle. Nàndo dré con i òcli a chel sòn, per ciapìr cì che podés èsser contènt enten pòsto e ‘nten moment del zènere, se vedeva ‘n pòrlaor sentà zó calmo zó ‘nfont al fossà che ‘l ciantava pù che ‘l podéva, con la tèsta àuta vèrs el ziél. El Renzo l’eva fat sol pòci passi arènt a la man soladìva del ciasament, cando che l’à sentù ente la fola ‘n gran bordelèri, en rumor fòr dal normale, e da lontan ós che zigiava: “Vàrda! Zàpel!” el s’è auzzà su le ponte dei pèi per véder mèio e l’à vist en ciavàl bóls che ‘l corìva come ‘n mat, speronà da ‘n cavalier ancor pù strambo: l’era n’òm dat fòr da mat che, vedèndo ‘l ciavàl molà e senza ‘nzun che ge tendéva, arènt a ‘n ciar, el g’era sautà sora a brazzacul en prèssa e, bastonàndol sul còl con i pugni e uzzàndol coi cialciàgni, i lo feva córer furiosament. De dré a el i monatti i urlava per provàr a fermàrlo, entant tut se sfantava ente na nùgola de pólver che se slontanava. Enzì, ormai sbalordì e stràc’ per tute che misèrie che l’eva zà vist, el Renzo l’è arivà al porton de chel pòsto endo che de misèrie ge n‘èra forsi de pù de tute chele che l’eva ‘ncontrà ente tut chel viaz fat enfìn ìo. L’à vardà dént dal porton, l’è nà ént sota l’arc’ e l’è restà ìo, per n’àtimo fermo, fis, en mèz al pòrtec’.
S’immagini il lettore il recinto del lazzeretto, popolato di sedici mila appestati; quello spazio tutt’ingombro, dove di capanne e di baracche, dove di carri, dove di gente; quelle due interminate fughe di portici, a destra e a sinistra, piene, gremite di languenti o di cadaveri confusi, sopra sacconi, o sulla paglia; e su tutto quel quasi immenso covile, un brulichìo, come un ondeggiamento; e qua e là, un andare e venire, un fermarsi, un correre, un chinarsi, un alzarsi, di convalescenti, di frenetici, di serventi. Tale fu lo spettacolo che riempì a un tratto la vista di Renzo, e lo tenne lì, sopraffatto e compreso. Questo spettacolo, noi non ci proponiam certo di descriverlo a parte a parte, nè il lettore lo desidera; solo, seguendo il nostro giovine nel suo penoso giro, ci fermeremo alle sue fermate, e di ciò che gli toccò di vedere diremo quanto sia necessario a raccontar ciò che fece, e ciò che gli seguì. Dalla porta dove s’era fermato, fino alla cappella del mezzo, e di là all’altra porta in faccia, c’era come un viale sgombro di capanne e d’ogni altro impedimento stabile; e alla seconda occhiata, Renzo vide in quello un tramenìo di carri, un portar via roba, per far luogo; vide cappuccini e secolari che dirigevano quell’operazione, e insieme mandavan via chi non ci avesse che fare. E temendo d’essere anche lui messo fuori in quella maniera, si cacciò addirittura tra le capanne, dalla parte a cui si trovava casualmente voltato, alla diritta. Andava avanti, secondo che vedeva posto da poter mettere il piede, da capanna a capanna, facendo capolino in ognuna, e osservando i letti ch’eran fuori allo scoperto, esaminando volti abbattuti dal patimento, o contratti dallo spasimo, o immobili nella morte, se mai gli venisse fatto di trovar quello che pur temeva di trovare. Ma aveva già fatto un bel pezzetto di cammino, e ripetuto più e più volte quel doloroso esame, senza veder mai nessuna donna: onde s’immaginò che dovessero essere in un luogo separato. E indovinava; ma dove fosse, non n’aveva indizio, nè poteva argomentarlo. Incontrava ogni tanto ministri, tanto diversi d’aspetto e di maniere e d’abito, quanto diverso e opposto era il principio che dava agli uni e agli altri una forza uguale di vivere in tali servizi: negli uni l’estinzione d’ogni senso di pietà, negli altri una pietà sovrumana. Ma nè agli uni nè agli altri si sentiva di far domande, per non procacciarsi alle volte un inciampo; e deliberò d’andare, andare, fin che arrivasse a trovar donne. E andando non lasciava di spiare intorno; ma di tempo in tempo era costretto a ritirare lo sguardo contristato, e come abbagliato da tante piaghe. Ma dove rivolgerlo, dove riposarlo, che sopra altre piaghe? L’aria stessa e il cielo accrescevano, se qualche cosa poteva accrescerlo, l’orrore di quelle viste. La nebbia s’era a poco a poco addensata e accavallata in nuvoloni che, rabbuiandosi sempre più, davano idea d’un annottar tempestoso; se non che, verso il mezzo di quel cielo cupo e abbassato, traspariva, come da un fitto velo, la spera del sole, pallida, che spargeva intorno a sè un barlume fioco e sfumato, e pioveva un calore morto e pesante. Ogni tanto, tra mezzo al ronzìo continuo di quella confusa moltitudine, si sentiva un borbottar di tuoni, profondo, come tronco, irresoluto; nè, tendendo l’orecchio, avreste saputo distinguere da che parte venisse; o avreste potuto crederlo un correr lontano di carri, che si fermassero improvvisamente. Non si vedeva, nelle campagne d’intorno, moversi un ramo d’albero, nè un uccello andarvisi a posare, o staccarsene: solo la rondine, comparendo subitamente di sopra il tetto del recinto, sdrucciolava in giù con l’ali tese, come per rasentare il terreno del campo; ma sbigottita da quel brulichìo, risaliva rapidamente, e fuggiva. Era uno di que’ tempi, in cui, tra una compagnia di viandanti non c’è nessuno che rompa il silenzio; e il cacciatore cammina pensieroso, con lo sguardo a terra; e la villana, zappando nel campo, smette di cantare, senza avvedersene; di que’ tempi forieri della burrasca, in cui la natura, come immota al di fuori, e agitata da un travaglio interno, par che opprima ogni vivente, e aggiunga non so quale gravezza a ogni operazione, all’ozio, all’esistenza stessa. Ma in quel luogo destinato per sè al patire e al morire, si vedeva l’uomo già alle prese col male soccombere alla nuova oppressione; si vedevan centinaia e centinaia peggiorar precipitosamente; e insieme, l’ultima lotta era più affannosa, e nell’aumento de’ dolori, i gemiti più soffogati: nè forse su quel luogo di miserie era ancor passata un’ora crudele al par di questa. Già aveva il giovine girato un bel pezzo, e senza frutto, per quell’andirivieni di capanne, quando, nella varietà de’ lamenti e nella confusione del mormorio, cominciò a distinguere un misto singolare di vagiti e di belati; fin che arrivò a un assito scheggiato e sconnesso, di dentro il quale veniva quel suono straordinario. Mise un occhio a un largo spiraglio, tra due asse, e vide un recinto con dentro capanne sparse, e, così in quelle, come nel piccol campo, non la solita infermeria, ma bambinelli a giacere sopra materassine, o guanciali, o lenzoli distesi, o topponi; e balie e altre donne in faccende; e, ciò che più di tutto attraeva e fermava lo sguardo, capre mescolate con quelle, e fatte loro aiutanti: uno spedale d’innocenti, quale il luogo e il tempo potevan darlo. Era, dico, una cosa singolare a vedere alcune di quelle bestie, ritte e quiete sopra questo e quel bambino, dargli la poppa; e qualche altra accorrere a un vagito, come con senso materno, e fermarsi presso il piccolo allievo, e procurar d’accomodarcisi sopra, e belare, e dimenarsi, quasi chiamando chi venisse in aiuto a tutt’e due. Qua e là eran sedute balie con bambini al petto; alcune in tal atto d’amore, da far nascer dubbio nel riguardante, se fossero state attirate in quel luogo dalla paga, o da quella carità spontanea che va in cerca de’ bisogni e de’ dolori. Una di esse, tutta accorata, staccava dal suo petto esausto un meschinello piangente, e andava tristamente cercando la bestia, che potesse far le sue veci. Un’altra guardava con occhio di compiacenza quello che le si era addormentato alla poppa, e baciatolo mollemente, andava in una capanna a posarlo sur una materassina. Ma una terza, abbandonando il suo petto al lattante straniero, con una cert’aria però non di trascuranza, ma di preoccupazione, guardava fisso il cielo: a che pensava essa, in quell’atto, con quello sguardo, se non a un nato dalle sue viscere, che, forse poco prima, aveva succhiato quel petto, che forse c’era spirato sopra? Altre donne più attempate attendevano ad altri servizi. Una accorreva alle grida d’un bambino affamato, lo prendeva, e lo portava vicino a una capra che pascolava a un mucchio d’erba fresca, e glielo presentava alle poppe, gridando l’inesperto animale e accarezzandolo insieme, affinchè si prestasse dolcemente all’ufizio. Questa correva a prendere un poverino, che una capra tutt’intenta a allattarne un altro, pestava con una zampa: quella portava in qua e in là il suo, ninnandolo, cercando, ora d’addormentarlo col canto, ora d’acquietarlo con dolci parole, chiamandolo con un nome ch’essa medesima gli aveva messo. Arrivò in quel punto un cappuccino con la barba bianchissima, portando due bambini strillanti, uno per braccio, raccolti allora vicino alle madri spirate; e una donna corse a riceverli, e andava guardando tra la brigata e nel gregge, per trovar subito chi tenesse lor luogo di madre. Più d’una volta il giovine, spinto da quello ch’era il primo, e il più forte de’ suoi pensieri, s’era staccato dallo spiraglio per andarsene; e poi ci aveva rimesso l’occhio, per guardare ancora un momento. Levatosi di lì finalmente, andò costeggiando l’assito, fin che un mucchietto di capanne appoggiate a quello, lo costrinse a voltare. Andò allora lungo le capanne, con la mira di riguadagnar l’assito, d’andar fino alla fine di quello, e scoprir paese nuovo. Ora, mentre guardava innanzi, per studiar la strada, un’apparizione repentina, passeggiera, istantanea, gli ferì lo sguardo, e gli mise l’animo sottosopra. Vide, a un cento passi di distanza, passare e perdersi subito tra le baracche un cappuccino, un cappuccino che, anche così da lontano e così di fuga, aveva tutto l’andare, tutto il fare, tutta la forma del padre Cristoforo. Con la smania che potete pensare, corse verso quella parte; e lì, a girare, a cercare, innanzi, indietro, dentro e fuori, per quegli andirivieni, tanto che rivide, con altrettanta gioia, quella forma, quel frate medesimo; lo vide poco lontano, che, scostandosi da una caldaia, andava, con una scodella in mano, verso una capanna; poi lo vide sedersi sull’uscio di quella, fare un segno di croce sulla scodella che teneva dinanzi; e, guardando intorno, come uno che stia sempre all’erta, mettersi a mangiare. Era proprio il padre Cristoforo. La storia del quale, dal punto che l’abbiam perduto di vista, fino a quest’incontro, sarà raccontata in due parole. Non s’era mai mosso da Rimini, nè aveva pensato a moversene, se non quando la peste scoppiata in Milano gli offrì occasione di ciò che aveva sempre tanto desiderato, di dar la sua vita per il prossimo. Pregò, con grand’istanza, d’esserci richiamato, per assistere e servire gli appestati. Il conte zio era morto; e del resto c’era più bisogno d’infermieri che di politici: sicchè fu esaudito senza difficoltà. Venne subito a Milano; entrò nel lazzeretto; e c’era da circa tre mesi. Ma la consolazione di Renzo nel ritrovare il suo buon frate, non fu intera neppure un momento: nell’atto stesso d’accertarsi ch’era lui, dovette vedere quant’era mutato. Il portamento curvo e stentato; il viso scarno e smorto; e in tutto si vedeva una natura esausta, una carne rotta e cadente, che s’aiutava e si sorreggeva, ogni momento, con uno sforzo dell’animo. Andava anche lui fissando lo sguardo nel giovine che veniva verso di lui, e che, col gesto, non osando con la voce, cercava di farsi distinguere e riconoscere. “Oh padre Cristoforo!” disse poi, quando gli fu vicino da poter esser sentito senza alzar la voce. “Tu qui!” disse il frate, posando in terra la scodella, e alzandosi da sedere. “Come sta, padre? come sta?” “Meglio di tanti poverini che tu vedi qui,” rispose il frate: e la sua voce era fioca, cupa, mutata come tutto il resto. L’occhio soltanto era quello di prima, e un non so che più vivo e più splendido; quasi la carità, sublimata nell’estremo dell’opera, ed esultante di sentirsi vicina al suo principio, ci rimettesse un fuoco più ardente e più puro di quello che l’infermità ci andava a poco a poco spegnendo. “Ma tu,” proseguiva, “come sei qui? perché vieni così ad affrontar la peste?” “L’ho avuta, grazie al cielo. Vengo... a cercar di... Lucia.” “Lucia! è qui Lucia?” “È qui: almeno spero in Dio che ci sia ancora.” “È tua moglie?” “Oh caro padre! no che non è mia moglie. Non sa nulla di tutto quello che è accaduto?” “No, figliuolo: da che Dio m’ha allontanato da voi altri, io non n’ho saputo più nulla; ma ora ch’Egli mi ti manda, dico la verità che desidero molto di saperne. Ma... e il bando?” “Le sa dunque, le cose che m’hanno fatto?” “Ma tu, che avevi fatto?” “Senta, se volessi dire d’aver avuto giudizio, quel giorno in Milano, direi una bugia; ma cattive azioni non n’ho fatte punto.” “Te lo credo, e lo credevo anche prima.” “Ora dunque le potrò dir tutto.” “Aspetta,” disse il frate; e andato alcuni passi fuor della capanna, chiamò: “padre Vittore!” Dopo qualche momento, comparve un giovine cappuccino, al quale disse: “fatemi la carità, padre Vittore, di guardare anche per me, a questi nostri poverini, intanto ch’io me ne sto ritirato; e se alcuno però mi volesse, chiamatemi. Quel tale principalmente! se mai desse il più piccolo segno di tornare in sè, avvisatemi subito, per carità.” “Non dubitate,” rispose il giovine; e il vecchio, tornato verso Renzo, “entriamo qui,” gli disse. “Ma...” soggiunse subito, fermandosi, “tu mi pari ben rifinito: devi aver bisogno di mangiare.” “È vero,” disse Renzo: “ora che lei mi ci fa pensare, mi ricordo che sono ancora digiuno.” “Aspetta,” disse il frate; e, presa un’altra scodella, l’andò a empire alla caldaia: tornato, la diede, con un cucchiaio, a Renzo; lo fece sedere sur un saccone che gli serviva di letto; poi andò a una botte ch’era in un canto, e ne spillò un bicchier di vino, che mise sur un tavolino, davanti al suo convitato; riprese quindi la sua scodella, e si mise a sedere accanto a lui. “Oh padre Cristoforo!” disse Renzo: “tocca a lei a far codeste cose? Ma già lei è sempre quel medesimo. La ringrazio proprio di cuore.” “Non ringraziar me,” disse il frate: “è roba de’ poveri; ma anche tu sei un povero, in questo momento. Ora dimmi quello che non so, dimmi di quella nostra poverina; e cerca di spicciarti; chè c’è poco tempo, e molto da fare, come tu vedi.” Renzo principiò, tra una cucchiaiata e l’altra, la storia di Lucia: com’era stata ricoverata nel monastero di Monza, come rapita... All’immagine di tali patimenti e di tali pericoli, al pensiero d’essere stato lui quello che aveva indirizzata in quel luogo la povera innocente, il buon frate rimase senza fiato; ma lo riprese subito, sentendo com’era stata mirabilmente liberata, resa alla madre, e allogata da questa presso a donna Prassede. “Ora le racconterò di me,” proseguì Renzo; e raccontò in succinto la giornata di Milano, la fuga; e come era sempre stato lontano da casa, e ora, essendo ogni cosa sottosopra, s’era arrischiato d’andarci; come non ci aveva trovato Agnese; come in Milano aveva saputo che Lucia era al lazzeretto. “E son qui,” concluse, “son qui a cercarla, a veder se è viva, e se... mi vuole ancora... perchè... alle volte...” “Ma,” domandò il frate, “hai qualche indizio dove sia stata messa, quando ci sia venuta?” “Niente, caro padre; niente se non che è qui, se pur la c’è, che Dio voglia!” “Oh poverino! ma che ricerche hai tu finora fatte qui?” “Ho girato e rigirato; ma, tra l’altre cose, non ho mai visto quasi altro che uomini. Ho ben pensato che le donne devono essere in un luogo a parte, ma non ci sono mai potuto arrivare: se è così, ora lei me l’insegnerà.” “Non sai, figliuolo, che è proibito d’entrarci agli uomini che non abbiano qualche incombenza?” “Ebbene, cosa mi può accadere?” “La regola è giusta e santa, figliuolo caro; e se la quantità e la gravezza de’ guai non lascia che si possa farla osservar con tutto il rigore, è una ragione questa perchè un galantuomo la trasgredisca?” “Ma, padre Cristoforo!” disse Renzo: “Lucia doveva esser mia moglie; lei sa come siamo stati separati; son venti mesi che patisco, e ho pazienza; son venuto fin qui, a rischio di tante cose, l’una peggio dell’altra, e ora...” “Non so cosa dire,” riprese il frate, rispondendo piuttosto a’ suoi pensieri che alle parole del giovine: “tu vai con buona intenzione; e piacesse a Dio che tutti quelli che hanno libero l’accesso in quel luogo, ci si comportassero come posso fidarmi che farai tu. Dio, il quale certamente benedice questa tua perseveranza d’affetto, questa tua fedeltà in volere e in cercare colei ch’Egli t’aveva data; Dio, che è più rigoroso degli uomini, ma più indulgente, non vorrà guardare a quel che ci possa essere d’irregolare in codesto tuo modo di cercarla. Ricordati solo, che, della tua condotta in quel luogo, avremo a render conto tutt’e due; agli uomini facilmente no, ma a Dio senza dubbio. Vien qui.” In così dire, s’alzò, e nel medesimo tempo anche Renzo; il quale, non lasciando di dar retta alle sue parole, s’era intanto consigliato tra sè di non parlare, come s’era proposto prima, di quella tal promessa di Lucia. — Se sente anche questo, — aveva pensato, — mi fa dell’altre difficoltà sicuro. O la trovo; e saremo sempre a tempo a discorrerne; o... e allora! che serve? — Tiratolo sull’uscio della capanna, ch’era a settentrione, il frate riprese: “Senti; il nostro padre Felice, che è il presidente qui del lazzeretto, conduce oggi a far la quarantina altrove i pochi guariti che ci sono. Tu vedi quella chiesa lì nel mezzo....” e, alzando la mano scarna e tremolante, indicava a sinistra nell’aria torbida la cupola della cappella, che torreggiava sopra le miserabili tende; e proseguì: “là intorno si vanno ora radunando, per uscire in processione dalla porta per la quale tu devi essere entrato.” “Ah! era per questo dunque, che lavoravano a sbrattare la strada.” “Per l’appunto: e tu devi anche aver sentito qualche tocco di quella campana.” “N’ho sentito uno.” “Era il secondo: al terzo saran tutti radunati: il padre Felice farà loro un piccolo discorso; e poi s’avvierà con loro. Tu, a quel tocco, portati là; cerca di metterti dietro quella gente, da una parte della strada, dove, senza disturbare, nè dar nell’occhio, tu possa vederli passare; e vedi... vedi... se la ci fosse. Se Dio non ha voluto che la ci sia; quella parte,” - e alzò di nuovo la mano, accennando il lato dell’edifizio che avevan dirimpetto: “quella parte della fabbrica, e una parte del terreno che è lì davanti, è assegnata alle donne. Vedrai uno stecconato che divide questo da quel quartiere, ma in certi luoghi interrotto, in altri aperto, sicchè non troverai difficoltà per entrare. Dentro poi, non facendo tu nulla che dia ombra a nessuno, nessuno probabilmente non dirà nulla a te. Se però ti si facesse qualche ostacolo, dì che il padre Cristoforo da *** ti conosce, e renderà conto di te. Cercala lì; cercala con fiducia e... con rassegnazione. Perchè, ricordati che non è poco ciò che tu sei venuto a cercar qui: tu chiedi una persona viva al lazzeretto! Sai tu quante volte io ho veduto rinnovarsi questo mio povero popolo! quanti ne ho veduti portar via! quanti pochi uscire!... Va preparato a fare un sacrifizio... “Già; intendo anch’io,” interruppe Renzo stravolgendo gli occhi, e cambiandosi tutto in viso; “intendo! Vo: guarderò, cercherò, in un luogo, nell’altro, e poi ancora, per tutto il lazzeretto, in lungo e in largo... e se non la trovo!...” “Se non la trovi?” disse il frate, con un’aria di serietà e d’aspettativa, e con uno sguardo che ammoniva. Ma Renzo, a cui la rabbia riaccesa dall’idea di quel dubbio aveva fatto perdere il lume degli occhi, ripetè e seguitò: “se non la trovo, vedrò di trovare qualchedun altro. O in Milano, o nel suo scellerato palazzo, o in capo al mondo, o a casa del diavolo, lo troverò quel furfante che ci ha separati; quel birbone che, se non fosse stato lui, Lucia sarebbe mia, da venti mesi; e se eravamo destinati a morire, almeno saremmo morti insieme. Se c’è ancora colui, lo troverò...” “Renzo!” disse il frate, afferrandolo per un braccio, e guardandolo ancor più severamente. “E se lo trovo,” continuò Renzo, cieco affatto dalla collera, “se la peste non ha già fatto giustizia... Non è più il tempo che un poltrone, co’ suoi bravi d’intorno, possa metter la gente alla disperazione, e ridersene: è venuto un tempo che gli uomini s’incontrino a viso a viso: e... la farò io la giustizia!” “Sciagurato!” gridò il padre Cristoforo, con una voce che aveva ripresa tutta l’antica pienezza e sonorità: - “sciagurato!” e la sua testa cadente sul petto s’era sollevata; le gote si colorivano dell’antica vita; e il fuoco degli occhi aveva un non so che di terribile. “Guarda, sciagurato!” E mentre con una mano stringeva e scoteva forte il braccio di Renzo, girava l’altra davanti a sè, accennando quanto più poteva della dolorosa scena all’intorno. “Guarda chi è Colui che gastiga! Colui che giudica, e non è giudicato! Colui che flagella e che perdona! Ma tu, verme della terra, tu vuoi far giustizia! Tu lo sai, tu, quale sia la giustizia! Va, sciagurato, vattene! Io, speravo... sì, ho sperato che, prima della mia morte, Dio m’avrebbe data questa consolazione di sentir che la mia povera Lucia fosse viva; forse di vederla, e di sentirmi prometter da lei che rivolgerebbe una preghiera là verso quella fossa dov’io sarò. Va, tu m’hai levata la mia speranza. Dio non l’ha lasciata in terra per te; e tu, certo, non hai l’ardire di crederti degno che Dio pensi a consolarti. Avrà pensato a lei, perchè lei è una di quell’anime a cui son riservate le consolazioni eterne. Va! non ho più tempo di darti retta.” E così dicendo, rigettò da sè il braccio di Renzo, e si mosse verso una capanna d’infermi. “Ah padre!” disse Renzo, andandogli dietro in atto supplichevole: “mi vuol mandar via in questa maniera?”. “Come!” riprese, con voce non meno severa, il cappuccino. “Ardiresti tu di pretendere ch’io rubassi il tempo a questi afflitti, i quali aspettano ch’io parli loro del perdono di Dio, per ascoltar le tue voci di rabbia, i tuoi proponimenti di vendetta? T’ho ascoltato quando chiedevi consolazione e aiuto; ho lasciata la carità per la carità; ma ora tu hai la tua vendetta in cuore: che vuoi da me? vattene. Ne ho visti morire qui degli offesi che perdonavano; degli offensori che gemevano di non potersi umiliare davanti all’offeso: ho pianto con gli uni e con gli altri; ma con te che ho da fare?” “Ah gli perdono! gli perdono davvero, gli perdono per sempre!” esclamò il giovine. “Renzo!” disse, con una serietà più tranquilla, il frate: “pensaci; e dimmi un poco quante volte gli hai perdonato.” E, stato alquanto senza ricever risposta, tutt’a un tratto abbassò il capo, e, con voce cupa e lenta, riprese: “tu sai perchè io porto quest’abito.” Renzo esitava. “Tu lo sai!” riprese il vecchio. “Lo so,” rispose Renzo.“Ho odiato anch’io: io, che t’ho ripreso per un pensiero, per una parola, l’uomo ch’io odiavo cordialmente, che odiavo da gran tempo, io l’ho ucciso.” “Sì, ma un prepotente, uno di quelli...” “Zitto!” interruppe il frate: “credi tu che, se ci fosse una buona ragione, io non l’avrei trovata in trent’anni? Ah! s’io potessi ora metterti in cuore il sentimento che dopo ho avuto sempre, e che ho ancora, per l’uomo ch’io odiavo! S’io potessi! io? ma Dio lo può: Egli lo faccia!... Senti, Renzo: Egli ti vuol più bene di quel che te ne vuoi tu: tu hai potuto macchinar la vendetta; ma Egli ha abbastanza forza e abbastanza misericordia per impedirtela; ti fa una grazia di cui qualchedun altro era troppo indegno. Tu sai, tu l’hai detto tante volte, ch’Egli può fermar la mano d’un prepotente; ma sappi che può anche fermar quella d’un vendicativo. E perchè sei povero, perchè sei offeso, credi tu ch’Egli non possa difendere contro di te un uomo che ha creato a sua immagine? Credi tu ch’Egli ti lascerebbe fare tutto quello che vuoi? No! ma sai tu cosa puoi fare? Puoi odiare, e perderti; puoi, con un tuo sentimento, allontanar da te ogni benedizione. Perchè, in qualunque maniera t’andassero le cose, qualunque fortuna tu avessi, tien per certo che tutto sarà gastigo, finchè tu non abbia perdonato in maniera da non poter mai più dire: io gli perdono.” “Sì, sì,” disse Renzo, tutto commosso, e tutto confuso: “capisco che non gli avevo mai perdonato davvero; capisco che ho parlato da bestia, e non da cristiano: e ora, con la grazia del Signore, sì, gli perdono proprio di cuore.” “E se tu lo vedessi?” “Pregherei il Signore di dar pazienza a me, e di toccare il cuore a lui.” “Ti ricorderesti che il Signore non ci ha detto di perdonare a’ nostri nemici, ci ha detto d’amarli? Ti ricorderesti ch’Egli lo ha amato a segno di morir per lui?” “Sì, col suo aiuto”. “Ebbene, vieni con me. Hai detto: lo troverò; lo troverai. Vieni, e vedrai con chi tu potevi tener odio, a chi potevi desiderar del male, volergliene fare, sopra che vita tu volevi far da padrone.” E, presa la mano di Renzo, e strettala come avrebbe potuto fare un giovine sano, si mosse. Quello, senza osar di domandar altro, gli andò dietro. Dopo pochi passi, il frate si fermò vicino all’apertura d’una capanna, fissò gli occhi in viso a Renzo, con un misto di gravità e di tenerezza; e lo condusse dentro. La prima cosa che si vedeva, nell’entrare, era un infermo seduto sulla paglia nel fondo; un infermo però non aggravato, e che anzi poteva parer vicino alla convalescenza; il quale, visto il padre, tentennò la testa, come accennando di no: il padre abbassò la sua, con un atto di tristezza e di rassegnazione. Renzo intanto, girando, con una curiosità inquieta, lo sguardo sugli altri oggetti, vide tre o quattro infermi, ne distinse uno da una parte sur una materassa, involtato in un lenzolo, con una cappa signorile indosso, a guisa di coperta: lo fissò, riconobbe don Rodrigo, e fece un passo indietro; ma il frate, facendogli di nuovo sentir fortemente la mano con cui lo teneva, lo tirò appiè del covile, e, stesavi sopra l’altra mano, accennava col dito l’uomo che vi giaceva. Stava l’infelice, immoto; spalancati gli occhi, ma senza sguardo; pallido il viso e sparso di macchie nere; nere ed enfiate le labbra: l’avreste detto il viso d’un cadavere, se una contrazione violenta non avesse reso testimonio d’una vita tenace. Il petto si sollevava di quando in quando, con un respiro affannoso; la destra, fuor della cappa, lo premeva vicino al cuore, con uno stringere adunco delle dita, livide tutte, e sulla punta nere. “Tu vedi!” disse il frate, con voce bassa e grave. “Può esser gastigo, può esser misericordia. Il sentimento che tu proverai ora per quest’uomo che t’ha offeso, sì; lo stesso sentimento, il Dio, che tu pure hai offeso, avrà per te in quel giorno. Benedicilo, e sei benedetto. Da quattro giorni è qui come tu lo vedi, senza dar segno di sentimento. Forse il Signore è pronto a concedergli un’ora di ravvedimento; ma voleva esserne pregato da te: forse vuole che tu ne lo preghi con quella innocente; forse serba la grazia alla tua sola preghiera, alla preghiera d’un cuore afflitto e rassegnato. Forse la salvezza di quest’uomo e la tua dipende ora da te, da un tuo sentimento di perdono, di compassione... d’amore!” Tacque; e, giunte le mani, chinò il viso sopra di esse, e pregò: Renzo fece lo stesso. Erano da pochi momenti in quella positura, quando scoccò la campana. Si mossero tutt’e due, come di concerto; e uscirono. Né l’uno fece domande, né l’altro proteste: i loro visi parlavano. “Va’ ora,” riprese il frate, “va’ preparato, sia a ricevere una grazia, sia a fare un sacrifizio; a lodar Dio, qualunque sia l’esito delle tue ricerche. E qualunque sia, vieni a darmene notizia; noi lo loderemo insieme.” Qui, senza dir altro, si separarono; uno tornò dond’era venuto; l’altro s’avviò alla cappella, che non era lontana più d’un cento passi.
El se ‘mmàzinia ‘l lezidor chel seràlio del lazarét, con dént sédes mili ‘mpestadi; chel pòsto tut embrigià, endo che de téze e de baràche, de ciari, de zènt; che doi file de pòrtegi che nó ruava pù, da na man e da l’àutra, plène come n’òu de persone che morìva, o de mòrti mesdadi coi vivi, sora a paierìzi o su la paia; e sora tuta ca gran talambara, en brigolament, come fus onde del mar; e cà e là, ‘n sèra sèra, en fermàrse, ‘n córer, en plegiàrse zó, en levàr su, de convalessènti, de esaltadi, de servidori. Tale l’era stà ‘l spetàcol che ge s’èra presentà davanti ai òcli al Renzo, che l’è restà ìo, embambolà e tut zapà. Sto spetàcol, naturalment, nó stén cì a descrìverlo entei minimi particolari, e nancia ‘l lezidor el ne ‘n giaveròs bisògn; ge nen dré, enveze, al nòs putèl entel só difìzile viaz, a fermàrne endo che se ferma el, e ve conterén sol chel che l’à vist chel tant nezessari per spiegiar le só azion e chel che g’è suzèst dopo. Da la porta ‘ndo che ‘l s’èra fermà, enfìn a la ciapèla che era ‘n mèz, e da ìo enfìn a l’àutra porta permèz, g’era come na spèzie de vial senza barache e senza calsiasi àutra ròba fissa. Vardàndo mèio, el Renzo ‘l s’è acòrt che ‘nte chel pòsto g’èra ‘n via vài senza fìn de ciari e de persone che portava via ratatùlie per far pòsto; l’à vist i frati ciapuzzini e ancia calche àutra persona che dirizeva che operazion e, ‘ntel stes tèmp, i slontanava cì che nó geva motivo de star ìo. Alor, preocupà che nó i lo s-ciaràs via ancia el ente chel modo, el Renzo ‘l s’è ‘nfilà sùbit tra le barache, da la man vèrs endo che ‘l se giatava per caso, o sia a mandrìta. El Renzo ‘l neva avanti plan plan, metèndo i pèi sol endo che ‘l trovava da pozàrli, passando da na baraca a l’àutra, vardàndo dént ente ognuna e osservando i lèti che era dal de fòra; el considerava le fazze de le persone, segnade dai patimenti, tiradi per el dolor o zà ‘ndurìdi da la mòrt, sperando de nó véder chel che però el geva paura de trovar. L’eva zà fat en bèl tòc’ e l’eva ripetù tante bòte chel vardar enle barache senza véder na feumna: alor l’à pensà che le feumne le fus ricoveràde ente n’àuter posto separà. E difati l’eva ‘ndovinà, però nó ‘l geva la minima idea de ‘ndo che fus la part de le feumne, e nó ‘l podéva nancia ciapìrlo. Ogni cal trato l’ancontrava assistenti: persone diferènti per portament, natural e àbit, come che diferènte l’era ‘l motìvo che deva a tuti la stessa fòrza de soportar n’incombènza compagna, a zèrti nó ge ‘nteressava pròpri ‘ngot, zèrti àutri i mossava na passion fòr dal normale, straordenaria. Però ‘l Renzo nó ‘l se la sentìva de domandar informazion né a l’un né a l’àuter, per nó riszar de nar sot’òcel de calchedun che nó ge voléva; alor l’à deziso de seghitar a ciaminar enfìn che nó l’avés trovà le feumne. Entant che ‘l neva, ‘l se vardàva ‘ntorn; ma de spes l’era costrét a ziràrse da l’àutra perché tuti chei patimenti che ‘l vedéva i lo avelìva massa. Però, dapertut endo che ‘l vardava nó ‘l vedéva àuter che ferìde e dolori. L’aria stessa e ancia ‘l ziél i feva crésser, se mai fus sta possìbol aumentarlo, l’oror de che sène. La nébia l’era deventada en pòc’ al bòt sèmper pù spessa, e la s’era trasformada enten gran nugolóni, che sèmper pù scuri, i deva l’impression de na nòt de boràs-cia; però, en mèz a chel ziél scur e tacià zó, se vedéva, come a travèrs a ‘n vél, na sperèla de sol, bròlda, che tut entorna la feva na luze débola e slavada, e ‘l plovéva zó ‘n stòf de chei. Ogni tant, tra ‘l mormòrio stàbile de ca fola confusa, se sentiva ‘n brontolar de tòni, fónt, smorzà, sórt; e, ancia se stéves atènto, nó se saròs ciapì da ‘ndo che ‘l nidéva; opur se saròs podèst créder che fus el rumor lontàn de ciari ‘nfugiadi, che tut de colp i se fermàs. Entei ciampi ìo ‘ntorn nó se vedéva mòverse nancia ‘l ram de n’àrbol, né n’auzzèl pozàrse o sgolar via: sol la róndola, comparèndo a l’improvisada sora ‘l cuèrt del lazarét, la se molava zó come na saéta con le ale davèrte, come se la volés scasi sfiorar la tèra del ciamp; ma, spaventada da chel refoléri de zènt, sùbit la tornava su àuta e la s-ciampava. L’era come un de chei momenti cando, tra ‘n grupo de pelegrìni, ‘nzun parla; o come cando ‘l ciazzador el ciamina pensieros, vardàndo per tèra; o come cando che la contadina, entant che la sarìs el ciamp, la desmét de ciantar senza nancia nascòrzersen: come un de chei momenti che ‘mpromét tompèsta, e che la natura, come la fus ferma, ma l’è azitada da ‘n travài interno, empar che la vòbia sghizzar ogni ànima ogni bèstia e far deventar pù fadigosa ogni azion, ogni pòussa, perfìn el sèmplize vìver. Ma ‘nte chel posto di per sé destinà al patiment e al morìr, se vedéva la persona, zà débola e malada, che nó la resisteva pù e la zedéva sota a st’àutra tribolazion del tèmp; se vedeva zentenari e zentenari de persone pegiorar en prèssa; e per de pù, cì che ormai era vizìn a la mòrt el sfadigiava ancor de pù, e ‘nte l’aumentar dei dolori i bèrgemi i deventava sèmper pù déboi: forse nó g’era mai sta ente chel pòsto de misèrie n’ora ‘nzì tremènda come chesta. El putèl l’eva zà zirà per en bèl pèz, senza trovar chel che ‘l zerciava, ciaminàndo avanti e ‘ndré tra le barache, cando, en mèz a tut chel sgengiar e ‘ntela confusion del mormòrio zenerale, l’à scomenzià a distìnguer en sòn particolare, en mesdòt curios de planzùde de pòpi e bègei de ciàure. Nàndoge dré a chel sòn, l’è arivà davanti a na strupaia de as róte e smassacrade da ‘ndo che nidéva chel rumor. L’à vardà ént da na crèpa tra doi as e l’à vist, de ént, n’àutra strupaia con arcante barache sparpaiade; ma, ‘nveze de trovar la solita infermeria per i maladi, l’à vist pòpi pìzzoi sistemadi sora materassòti, cossìni, linzòi o cuèrte ‘mprovisade, e ‘ntorn a lori bàile e àutre feumne che se deva da far. Chel che feva pù maravea, l’era le ciàure, mesdade con le feumne, che le aidava a latar i pòpi apena nati: l’era, ‘nsoma, na spèzie de ospedal dei pòpi, el mior che se podés aver enten pòsto e a chel tèmp come chei. L’era pròpri na sèna particolare: se vedéva arcante de che bèstie ferme e calme sora a ‘n pòpo, entant che i lo latava; àutre, ‘nveze, le corìva a la planzuda de ‘n popìn, scasi le fus stade spenzùde da l’istìnto de mama, e le se fermava dausìn a chesto sistemàndose enten modo da podérge dar el lat, begelando e movèndose come per clamar aiùt sia per ela che per el nèno. Ca e là g’era bàile sentàde zó che latava i popìni; zèrte de cheste le latava con tant amor da far nir el dubi, vardàndole, se le fus ìo sol per gadagnàrse la pagia, o putòst per en sènso de ciarità volontaria, che la ge và ‘ncontra ai bisògni e ai dolori dei àutri. Una de cheste, tuta avelìda, la destaciava da la só sbòza ormai senza pù na gozza de lat en pòer popìn che planzéva, e la neva dolorosament a zerciar na bèstia che la podés far cambi entel latarlo. N’àutra, ‘nveze, la vardava con premura chel che s’era ‘ndormenzà entant che ‘l tetava, e dopo avérlo basà plan planìn, i lo portava ente na baraca e i lo metéva su ‘nten materassìn. Ma n’àutra ancor, entant che la latava ‘n pòpo che nó era so, la fissava ‘l ziél, non perché nó ge ‘nteressàs engot, anzi, la se preocupava, e tant: che pensàvela po', con chel far e con chei òcli, se non al só fiòl, nat da la só panza, che forse pòc’ tèmp prima el zuzzàva da ca medesema sbòza, e forse el g’era mòrt sora? Àutre feumne pù vècle le feva àutri mistéri. Una la corìva ai urli de ‘n popìn famà, i lo togéva e i lo portava dausìn a na ciàura che la pascolava ‘n mùcel de èrba fres-cia, e ‘l ge lo svizinava ai téti, urlando e dodolàndo la bèstia che nó geva pràtigia, perché la lagiàs tetar el pòpo con calma. N’àutra la coréva a salvar en pòr nèno che na ciàura, tuta zapada a latàrnen n’àuter, l’era dré a pestolàrlo con na zata; e po' n’àutra ancor che la portava sul só braz, ninàndol, provàndo a fàrlo ‘ndormenzàr con na cianzonéta, o de calmàrlo con paroléte dolze, clamàndol con en nòm che ela stessa geva dat. Enchel moment è arivà ‘n frate ciapuzzìn, con la barba biancìssima, che portava doi pòpi che planzéva, un per braz, che l’eva trovà sùbit prima dausìn a le só mame mòrte; e na feumna la g’è corsa ‘ncontra per tòrgei, e la s’è metùda sùbit a vardar tra le àutre feumne e le ciàure, per trovar calchedun che podés far da mama a chei pòri popati. Pù de ‘n bòt el Renzo, portà da chel che era ‘l prìm, e ‘l pù fort dei só pensieri, l’eva fat per nàrsen, ma dopo ‘l geva ripensà e l’eva seghità a oclar da ca crèpa ancora per en pezzòt. A la fìn l’è levà su da ìo e l’à scomenzià a ciaminar etlònc’ la palada, enfìn che ‘n grupét de barache, fate su contra chesta, nó i l’à costrét a cambiar direzion. Alor l’è nà avanti arènt a le barache, con chela de tornar vèrs la palada, de farla enfìn en fónt e de scoprìr enzì n’àutra part de chel pòsto. Entant che ‘l vardava avanti per studiar che strada far, de colp per n’àtimo, n’aparizion velòze, la g’à fat far en sàut e i l’à tut scombussolà. L’à vist, a na distanza de ‘n zentenar de passi, passar e sparìr en frate ciapuzzìn, che, ancia se vist da lontan e per n’àtimo, el geva tut el portament, el modo de ciaminar e i zèsti de padre Cristoforo. Con l’azitazion che se pòl fazilment emmazinarse, l’è cors vèrs ca direzion; el s’è metù a zirar, a zerciar, avanti e ‘ndré, dént e fòr, per chei passagi strénti, enfìn che i l’à vist de nòu, con na gran contentézza, ca fegura, pròpri chel frate. I l’à vist che nó l’era tant lontàn, entant che ‘l se slontanava da ‘n marmiton e ‘l neva, con na scudèla ‘n man, vèrs na baraca; po' i l’à vist sentàrse zó su la sòlia, far el segn de la cros su la scudèla che ‘l geva davanti e, dopo aver vardà ‘ntorna come un che sta sèmper atènto a chel che suzét, scomenziar a magnar. L’era pròpri 'l padre Cristoforo. La storia de fra Cristoforo, dal moment che l’en perdù de vista, enfìn a sto dì che ‘l tornàva a véderse col Renzo, ve la conterén en pòce parole. Nó ‘l s’era mai movèst da Rimini, e nancia l’eva mai pensà de mòverse, se non cando che la pèsta scopiada a Milan la g’à dat l’ocasion de far chel che l’eva sèmper desiderà, dar la só vita per el pròssim. L’eva ‘mpregià, con gran forza, de èsser richiamà a Milan, per assìster e servìr i empestadi. El conte zio l’era mòrt; per àuter g’era pù bisògn de infermieri pù che de politegiànti: siché l’era sta contentà senza complicazion. L’era nù sùbit a Milan; l’è nà ‘ntel lazarét; e l’era ìo pressapòc’ da trei mesi. Però la contentéza del Renzo entel giatàrse col só bòn frate, nó l’è stada completa nancia per n’àtimo: pròpri ‘ntant che ‘l controlava se l’era pròpri el, la cognèst notar cant che l’era cambià. El só portament l’era gòbo e strapazzà; el vis, màger e bròldo; e ‘n tut el só far se vedéva na persona ormai sfinìda, en còrp débol e strac’, che l’era bòn de sostegnérse sol grazie a la forza del só spìrit. Ancia padre Cristoforo el fissava i òcli vèrs chel putèl che ge nidéva ‘ncòntra e che, con i zèsti, ‘l provava, senza fidar a parlar con la ós àuta, de fàrse véder e ricognósser. “Oh, padre Cristoforo!” dis el Renzo, cando che l’era en pòc’ pù vizìn da podér èsser sentù senza bisògn de parlar fòrt. “Tì cacì!” dis el frate, pozàndo per tèra la scudèla, e levando su ‘n pè. “Come stal po' padre? come stal po'?” “Mèio de tanti poréti che tì védes cì,” à rispondù ‘l frate; e la só ós l’era débola, fónda, cambiada come tut el rèst. Sol i òcli l’era chei da prima, e vergot che era pù vìo e pù splendiènt; come se la ciarità, portada al só livèl pù àut, con le opere ultimade, e contènta ‘ntel sentìrse ormai vizìna a la só sortìva divìna, la ge rendés a chel’òm na forza pù dezìsa e pù pura de chela che la malatìa l’era dré a tòrge plan plan. “Ma tì,” ‘l diséva, “come mai po' sés cì? Perché po' vènes cì a ‘nfrontar la pèsta?” “Grazie a Dio, l’ài abùda. Vèni… a zerciar… la Lucia.” “La Lucia! ela cì la Lucia?” “L’è cacì: almen, spéri ‘n Dio che la ge sia ancor.” “Èl la tó spósa?” “Oh caro padre! no che nó l’è la mé spósa. Nó sal engot de tut chel che è suzèst no?” “No, caro ‘l mé Renzo: da cando che ‘l Sioredio ‘l m’à slontanà da voiàutri, mì nó ài pù savèst engot; ma adès che El el te manda a mì, dìgi la verità che voròssi tant savér. Ma… e ‘l decrèt de condana?” “Alor i lo sa chel che i m’à fat?” “Ma tì, che éves fat po'?” “El sèntia, se voléssite dir de avér bù zudìzi ‘nchel dì a Milan, diròssi na bosìa; ma brute azion nó n’ài fat pròpri mìgia.” “Té ‘l credi, e ‘l credévi ancia prima.” “Alor adès pòdi contàrge tut.” “Aspèta,” dis el frate; e nà pòci passi fòr da la baraca, l’à clamà: “padre Vittore!” Dopo calche moment, s’à fat véder en ciapuzìn zóven, e ‘l g’à dit: “féme ‘n piazér, padre Vittore, de dar n’oclada ancia per mì, a sti nòssi pouréti, entant che mì manci; e se calchedun però ‘l me volés, clamàme. Spezialment chel tale! se mai el ges da dar ancia ‘l pù pìzzol segn de fàrse fòr, avisàme sùbit, per ciarità.” “Nó sté a preocuparve,” à rispondù ‘l fratìn; e ‘l vècel, tornà vèrs el Renzo, “vèi che nén dénter cì,” ‘l dis. “Ma…” ‘l g’à tacia sùbit, fermàndose, “mé ‘mpàres en pòc’ patì: giaveràstus de segur bisògn de meter zó vergot.” “L’è vera,” dis el Renzo: “adès che me ‘l diséo, me ricordi che son ancor a zesun.” “Spèta cì,” dis el frate; e, tòta n’àutra scudèla, l’è nà a ‘mplenìrla dal marmiton: tornà de vòuta, i ge l’à data, col cuzzàr, al Renzo; i l’à fat sentàrse zó sora ‘n paierìz che ‘l doprava da lèt; po' l’è nà vèrs na botesèla che era ‘nten cianton, l’à tirà ‘n bicér de vin che l’à metù sora ‘n taulìn, davanti al só òspit; l’à tòt la só scudèla e ‘l s’è metù sentà zó arènt a el. “Oh padre Cristoforo!” dis el Renzo: “ge tócia far tute ste ròbe? Ma el l’è sèmper el medésem. El ringrazi pròpri tant, col còr.” “Nó sta ringraziàrme mì no,” dis el frate: “l’è tut ròba dei pouréti; e ancia tì sés porét, ente sto moment. Adès dime chel che nó sai, dime de la nòssa pòra Lucia; e varda de far prést; che g’ài pòc’ tèmp, e tant da far, come che védes.” Tra na scuzzarada e l’àutra el Renzo l’à scomenzià la storia de la Lucia: come che l’era stada azetàda entel convènt de Monza, come che l’era stada portàda via… A ‘mmazinàrse tuti chei tormenti e i tanti perìcoi, al pensier de èsser sta el a racomandar per chel pòsto la pòra nozènta, el bòn frate l’è resta senza flà; ma ‘l g’è tornà sùbit a sentìr che l’era stada liberada, rendùda a só mare, e lozàda da chesta en ciasa de la siora Prassede. “Adès ve conti de mì,” à seghità ‘l Renzo; e ‘l g’à contà en pòce parole la zornada de Milan, la fugia; e come l’era sèmper sta lontan da ciasa, e adès, essèndo tut sotsora, l’eva riszà de nar a véderla; come che l’Agnese nó i l’eva vista; come che a Milan l’à savèst che la Luzia l’era al lazarét. “E adès son cì,” la finì de contar, “son cì a zerciàrla, a véder se l’è viva, e se… la mé vòl ancora… perché… a le bòte…” “Ma,” à domandà ‘l frate, “g’âs calche tracia de ‘ndo che la pòl èsser stada messa, cando che la è arivada?” “Caro padre, engotiènto; se non che la è cì, se la g’è, che Dio lo vòbia!” “Oh pòer putèl! ma ‘nfìn adès endo às zercià po' cì dént? ” “Ài zirà, e zirà; ma, tra le àutre ròbe, nó ài vist scasi àuter che òumni. Ài bèn pensà che le feumne le deve èsser ente n’àuter pòsto da n’àutra banda, ma nó son sta bòn de arivar: se l’è ‘nzì, adès el pòl ensegnàrmel el.” “Nó sas no pòpo che l’è proebì nar ént per i òumni che nó i g’àbia calche incombenza?” “E alor, che èl po' che pòl suzzéderme?” “Sta regola l’è zusta e sacrosanta, caro mio; ancia se la quantità e la preocupazion de le rògne nó le permét che se pòdia fàrla rispetar con tut el rigor, èl na reson chela che la sia trasgredida da ‘n gialantòm?” “Ma, padre Cristoforo!” dis el Renzo: “la Lucia la geva da èsser la mé spósa; el el sa come che sìen stadi separadi; l’è vìnti mesi che patìssi, e che g’âi passiènza; son nù ‘nfìn cì, a riszo de tante ròbe, una pézi che l’àutra, e adès…” “Nó sai che dir,” à seghità ‘l frate, rispondèndo pù ai só pensieri che a le parole del putèl, “tì pàrtes con bòne intenzion; e sperànte ‘n Dio che tuti chei che pòl nar ént enchel pòsto i se comportàs come che son segur che faràstus tì. El Sioredio, che de segur el benedìs el tó afèto, sta tó fissazion de volér e de trovar chela che El el t’èva dat; el Sioredio, che l’è pù rigoros dei òumni, ma pù bòn, nó ‘l vorà vardàr a chel che ge pòdia èsser de sbaglià enten sto modo de zerciàrla. Ricòrdete sol, che, de la tó condota enchel pòsto, g’averén da rènder cont tuti doi; nancia ai òumni, ma senza dubi al Sioredio. Vèi cì.” Entant che ‘l diséva chesto, ‘l frate l’è levà su, e ‘ntel stes moment ancia ‘l Renzo l’à fat compagn. El Renzo pur ascoltàndo con atenzion, entant el pensava ‘ntrà de el de nó parlàrge, come chel’eva dezìso prima, de ca famosa promessa de matrimòni fata da la Lucia. “Se ge dìgi ancia chesto,” el pensava, “’l mé farà de segur àutre dificoltà. O son bòn de trovàrla, e alor ge sarà sèmper el tèmp per parlàrgen sora, opur… se nó la trovi, che conta po'?” Tirà ‘l Renzo su l’us de la baraca, che l’era al revèrs, el frate ‘l g’à dit ancor: “Senti; ‘l nòs padre Felice, che l’è ‘l diretor cì del lazarét, el porta ancòi a far la caranténa àutró i pòci che è varì. Védes ca glésia ìo ‘n mèz…” e, auzzàndo la man magra e tremolènta, el ge féva véder a manzancia ente ca aria tórbola la cùpola de la ciapèla, che la zimava sora tute che talambàre grame; e ‘l dis ancor: “ìo ‘ntorn i è dré adès a radunàrse, per nar fòr en prozession da la porta che ti às passà cando che sés nù ént.” “Ah! adès ài ciapì perché g’era chei ciapuzìni che i laurava per regolar la strada.” “Apunto: e tì doròstus aver sentù calche bòt de ca ciampana.” “N’ài sentù un.” “L’era ‘l secónt: al tèrz i sarà tuti radunadi: ‘l padre Felize el ge farà na predicòta e po' ‘l se ‘nvierà con lori. Tì, cando che sòna chel bòt, pòrtete ìo; varda de méterte dré a ca zènt, da na man de la strada, endo che, senza disturbar, e nancia dar ente l’òcel, tì pòdies véderli passar; e varda… varda… se la ge fus ìo. Se Dio nó l’à volèst che la ge sia, varda da ca banda,” e auzzà de nòu la man, fasèndoge segn a l’ala del ciasón che i geva dinanzi: “ca part de la ciasa, e na part del terén che g’è ‘o davanti, l’è destinada a le feumne. Vederàstus na palada che la spartìs chesto da chel colomèl ìo, però ‘nten zèrti pòsti l’è spezzà, ente àutri l’è davèrt, siché nó doròstus avér dificoltà a nar ént. En bòt che sés dént, me racomandi, nó fasèndo engot che pòdia far ombra a calchedun, l’è probabile che ‘nzun te dirà vergota a tì. Se però ge fus calchedun che té ferma, dìge che ‘l padre Cristoforo da *** ‘l te cognós, e che ‘l rispònt el per tì. Zércela ìo; fìdete ‘ntel zerciàrla e… con rassegnazion. Perché, ricòrdete che nó l’è pòc’ che tì sìes nù a zerciar cacì: tì zérces na persona viva entel lazarét! Sas cante bòte che mì ài vist zènt nòva nìr ente sto pòsto! canti che n’ài visti portar via! canto pòci nar fòr!... Vai pronto a far en sacrifìzi…” “Sì, ‘l ciapìssi ancia mì,” dis el Renzo, fasèndo tanto de òcli e col mus tut cambià per l’emozion; “ciapìssi! Narài, varderài, zercerài enten pòsto e ‘nte n’àuter, dapertut, per tut el lazarét, da na man e da l’àutra… e se nó la trovi!...” “Se nó la tróves?” dis el frate, con en far da sèrio e atènto, e con n’oclada che voléva èsser n’avertiment. Ma ‘l Renzo, che per la rabia che gera tornà a nìr al sol pensier de chel dubi, gera nà zó le azze, e ‘l dis ancor: “Se nó trovi la Lucia, zercerài calchedun àuter. A Milan, entel só palaz maledét, o ancia da l’àutra banda del mondo, o perfìn a l’infèrn, troverài chel lazerón che n’à separadi; chel traditor che per colpa soa la Lucia nó l’è la mé spósa da vìnti mesi; che se dalbòn èren destinadi a morìr, almen saròssen mòrti ‘nsèma. Se chel’òm l’è ‘ncor vìo, ‘l troverài…” “Renzo!” dis el frate, cobiàndol per en braz, e vardàndol fis ancor pù severo. “E se ‘l trovi,” dis ancor el Renzo, ancor pù ‘mbestià, “se la pèsta nó l’à zà fat zustìzia… Nó l’è pù ‘l tèmp che ‘n poltron, con i só róbleri ‘ntorna, ‘l pòdia méter la zènt enla disperazion e po' grignàrsela: è nù ‘l tèmp che i òumni i se ‘ncontria a càter òcli: e… la farài mì la zustìzia!” “Disgrazià!” à urlà padre Cristoforo, con na ós fòrta come che ‘l geva prima: “disgrazià!” La só testa, che prima la ge crodava su la sbòza, la se era solevada de nòu; le gòute le eva zapà de nòu color, e ‘ntei òcli sluséva ‘n fòc’ che ‘l geva del tremèndo. “Varda, disgrazià!” e ‘ntant con na man el strenzéva e ‘l scorlava fòrt el braz del Renzo, e con l’àutra ‘l ge feva véder ìo ‘ntorna la sèna dolorosa che li zircondava. “Védes cì che l’è Chel che castìga! L’è El che zùdica, ma nó ‘l pòl èsser zudicà; l’è El che castìga, ma l’è bòn ancia de perdonar! E tì, pòer vèrm de la tèra, tì voròstus fàrte zustìzia da tó pòsta! Tì pénses de savér chel che l’è la zustìzia! Vàiten, disgrazià, vàiten! Mì evi sperà… sì, evi sperà che, prima de morìr, el Sioredio ‘l m’averòs fat la grazia de savér che la mé pòra Lucia l’era ancor viva; magiari de podérla véder, e de sentìr da ela la promessa che l’averòs dit n’orazion per mì, cando che fùssite mòrt. Vai, tì m’às fat pèrder ancia sta speranza. El Sioredio nó i l’à lagiada vìver per tì; e de zèrto tì nó pòdes pensar de èsser enzì degn da meritàrte che ‘l Sioredio ‘l vòbia consolàrte. El Sioredio l’averà pensà a ela, perché ela l’è una de che ànime che s’è merità le consolazion etèrne. Vai, nó g’âi pù tèmp da pèrder a scoutàrte.” Dite ste parole, l’à molà ‘l braz del Renzo, e ‘l s’è ‘nvià vèrs na baraca de maladi. “Ah padre!” dis el Renzo, nàndoge dré con chela de supliciàrlo: “vòlel mandàrme via ente sta maniera?”. “Come!” dis ancor, con na ós de nòu severa, ‘l ciapuzìn. “Giaveròstus el coràzo de pretènder che mì robàssite ‘l tèmp a sta pòra zènt, che l’aspeta che mì ge pàrlia del perdon del Sioredio, per scoutàr le to parole rabiose, le tó intenzion de vendéta? Mì t’ài scoutà cando che domandàves consolazion e aiùt; ài lagià ‘ndré la ciarità, per far na ciarità; ma tì adès g’âs la vendéta ‘ntel còr: che vòs po' da mì? vàiten. L’ài visti mì morìr cacì tanti che era sta oféso e che i à perdonà; de chei che à fat del mal che i se lamentava de nó podérse umiliar dinanzi a chei che l’eva oféso: ài planzù con chei e con chei àutri; ma con tì che g’àite da far po'?” “Ah ge perdoni ancia mì! ge perdoni dalbòn, ge perdoni per sèmper!” à sclamà ‘l putèl. “Renzo!” ‘l dis, con na serietà pù calma, ‘l frate: “pénsege; e dime mò cante bòte che g’âs perdonà.” E, restà per en bèl pèz senza risposta, tut de colp l’à sbassà la testa, e, con na ós fonda e plan plan, el dis: “Tì sas ben per chel che l’è che mì g’âi sta telara.” El Renzo ‘l trigiava. “Tì ‘l sas!” diséva ‘l vècel frate. “El sai,” à respondù ‘l Renzo. “Ancia mì ài odià: pròpri mì che t’ài brontolà per en pensier, per na parola, mì ài copà chel’òm che odiavi sinzerament, che odiavi da tant tèmp.” “Sì, ma ‘n spòtico, un de chei…” “Tasi!” dis el frate: “crédes tì che, se ge fus sta na bòna reson, mì nó l’averòssi trovada enten trent’ani no? Ah! se podéssite mì adès méterte entel còr el sentiment che dopo mì ài bù sèmper, e che g’âi ancor, per chel’òm che mì odiavi! Se mì podéssite! mì? Ma ‘l Sioredio ‘l pòl: i lo fàgia El!... Senti, Renzo: Chel su sora el te vòl pù ben de chel che te ‘n vòs tì: tì às podést empensàrte la vendéta; ma El el g’à assà misericordia per empedìrtela; el te fa na grazia che calchedu àuter nó l’averòs mai merità. Tì sas, tì l’as dit tante bòte, che El el pòl fermar la man de ‘n spòdec’; ma sapi che ‘l pòl fermar ancia chela de ‘n vendiciatìo. E sol perché tì ses en pòer òm, perché sés sta oféso, tì crédes che ‘l Sioredio nó ‘l pòdia difènder, contra de tì, n’òm che l’à creà come el? Tì crédes che El el te lageròs far tut chel che vòs? No! ma sas tì chel che pòdes far? Pòdes odiar, e pèrderte; pòdes, con en tó sentiment, slontanar da tì ogni benedizion. Perché, ‘n calunque maniera te nés le ròbe, calunque fortuna giavéstus tì, stai segur che tut a la fìn sarà ‘n castìgo, enfìn che tì nó àbies perdonà en modo da nó podér mai pù dir: mì ge perdoni.” “Sì, sì,” dis el Renzo, empressionà e tut confus: “ài ciapì che nó gevi mai perdonà dalbòn; ài ciapì che ài parlà come na bèstia e no da cristian: e adès, se ‘l Domenedio ‘l me dà la grazia, sì, ‘l perdoni pròpri col còr.” “E se tì ‘l vedéstus?” “Pregèròssi ‘l Sioredio de dàrme la passiènza a mì, e de tociar el còr a el.” “Te recorderòstus che ‘l Sioredio nó ‘l n’à dit de perdonar ai nòssi nemìzi, ‘l n’à dit de volérge ben? Te ricorderòstus che El el g’à volèst enzì ben da morìr per el?” “Sì col só aiùt.” “Bòn alor, vèi con mì. Às dit: el troverài; e ‘l troveràstus. Vèi, e vederàstus cì che podéves odiar, a cì che podéves agoràrge del mal, volérgen far, su che vita tì voléves èsser padron.” E, tòt per man el Renzo, strenzèndogela come che l’averòs podèst far con en putelòt san, el s’è ‘nvià. Chelìo, senza fidar a domandàr àuter, el g’è nà dré. Fati pòci passi, ‘l frate ‘l s’è fermà vizìn a l’us de na baraca, l’à fissà i òcli sul vis del Renzo, con en misto de serietà e de compassion; e i l’à portà dént. Apena nadi ént en ca baraca, la prima ròba che se vedéva, l’era ‘n malà sentà zó su la paia zó ‘n font; però nó l’amparéva tant morbà, anzi ‘l podéva èsser scasi varì. Cando che l’à vist el padre Cristoforo, l’à scorlà la testa, come per dir no; el frate alor l’à sbassà la sóa, enten zèsto de angossa e rassegnazion. Entramèz el Renzo, vardàndose ‘ntorna curios ma ancia azità, l’à vist trei o càter àutri maladi. E ‘l n’à puntà un, che l’era en pòc’ da na banda, petà zó su ‘nten paion, plegià ént enten linzòl e scuertà con en mantèl bizar , che ‘l doprava come cuèrta. I l’à fissà, e cognossù: l’era don Rodrigo. A véderlo l’à trat en sàut endré; però fra Cristoforo, strenzèndoge fìssa ancor la man per tratègnerlo, i l’à tirà vizìn al paierìz e, pozàndo su chel’òm l’àutra man, el ge segnava col dé chelìo butà zó. Chel pòr disgrazià, l’era ìo fìc’; i òcli spalancadi, ‘l vardàva fis; el mus l’era bròldo e l’era plén de màcle négre; négri ancia i làuri e ‘nflàdi: l’averòsseo dit el mus de ‘n cadavere, se na sfrizzonada de dolor nó l’avés mossà che ‘nveze l’era vìo de na vita tegnìza. La sbòza, ogni cal trat, la se sgonflava, con en respiro che sgengiava; la man drìta, fòr dal mantèl, la lo sghizzava vizìn al còr, con en strénzer dei dedi a rampìn, tuti grìsi e negri su la ponta. “Védes?” Dis el frate con na ós bassa e solène. “Chel che è dré a suzzéder pòl èsser en castìgo, ma ancia n’ato de misericòrdia. El sentiment che tì sentiràstus adès per sto òm che ‘l t’à fat del mal el sarà compagn de chel che ‘l Sioredio, che ancia tì às oféso, ‘l proverà per tì entel dì del zudìzi. Se ‘l benedìsses, ancia tì saràstus benedét. Sto òm l’è cì da càter dì, come che ‘l védes, senza far véder calche segn de sentiment. Forsi ‘l Sioredio l’è pronto a dàrge n’ora de tèmp per pentìrse; ma ‘l voléva che fustus tì a domandàrgel; forse ‘l desidera che sìes tì a pregiar per el ensèma a ca criatura nozènta; forse ‘l tègn la grazia spetàndo le tó orazion, a le tó sùplicie fate col còr doloros, e rassegnà a la volontà del Padreterno. Pòl dàrse che la salvezza de sto òm, e ancia la tóa, la dipèndia pròpri da tì, dal sentiment che sentiràstus adès: en sentiment de perdon, de compassion… de amor!” El taséva; e, conzà su le man, l’à plegià la testa su chele, e l’à pregià: el Renzo l’à fat compagn. I era ‘nca posizion da pòci momenti, cando che à batù la ciampana. Tuti doi i s’è ‘nviadi, come se i fus stadi d’acòrdi e i è nadi foróutra. Né un l’à fat domande, né l’àuter à reclamà: parlava i só visi. “Vai adès,” dis padre Cristoforo, “vai preparà, sia a rizéver na grazia, sia a far en sacrifìzi; a lodar el Sioredio, calunque sia l’èsit de le tó tamisade. E calunque sia, vèi a dìrme vergot; noi el loderén ensèma.” Cì, senza dir àuter, i s’è separadi; un l’è tornà da ‘ndo che l’era nù, l’àuter el s’è ‘nvià vèrs la ciapèla, che nó l’era lontana pù che zènto passi.
Chi avrebbe mai detto a Renzo, qualche ora prima, che, nel forte d’una tal ricerca, al cominciar de’ momenti più dubbiosi e più decisivi, il suo cuore sarebbe stato diviso tra Lucia e don Rodrigo? Eppure era così: quella figura veniva a mischiarsi con tutte l’immagini care o terribili che la speranza o il timore gli mettevan davanti a vicenda, in quel tragitto; le parole sentite appiè di quel covile, si cacciavano tra i sì e i no, ond’era combattuta la sua mente; e non poteva terminare una preghiera per l’esito felice del gran cimento, senza attaccarci quella che aveva principiata là, e che lo scocco della campana aveva troncata. La cappella ottangolare che sorge, elevata d’alcuni scalini, nel mezzo del lazzeretto, era, nella sua costruzione primitiva, aperta da tutti i lati, senz’altro sostegno che di pilastri e di colonne, una fabbrica, per dir così, traforata: in ogni facciata un arco tra due intercolunni; dentro girava un portico intorno a quella che si direbbe più propriamente chiesa, non composta che d’otto archi, rispondenti a quelli delle facciate, con sopra una cupola; di maniera che l’altare eretto nel centro, poteva esser veduto da ogni finestra delle stanze del recinto, e quasi da ogni punto del campo. Ora, convertito l’edifizio a tutt’altr’uso, i vani delle facciate son murati; ma l’antica ossatura, rimasta intatta, indica chiaramente l’antico stato, e l’antica destinazione di quello. Renzo s’era appena avviato, che vide il padre Felice comparire nel portico della cappella, e affacciarsi sull’arco di mezzo del lato che guarda verso la città; davanti al quale era radunata la comitiva, al piano, nella strada di mezzo; e subito dal suo contegno s’accorse che aveva cominciata la predica. Girò per quelle viottole, per arrivare alla coda dell’uditorio, come gli era stato suggerito. Arrivatoci, si fermò cheto cheto, lo scorse tutto con lo sguardo; ma non vedeva di là altro che un folto, direi quasi un selciato di teste. Nel mezzo, ce n’era un certo numero coperte di fazzoletti, o di veli: in quella parte ficcò più attentamente gli occhi; ma, non arrivando a scoprirci dentro nulla di più, gli alzò anche lui dove tutti tenevan fissi i loro. Rimase tocco e compunto dalla venerabil figura del predicatore; e, con quel che gli poteva restar d’attenzione in un tal momento d’aspettativa, sentì questa parte del solenne ragionamento. “Diamo un pensiero ai mille e mille che sono usciti di là” e, col dito alzato sopra la spalla, accennava dietro sè la porta che mette al cimitero detto di san Gregorio, il quale allora era tutto, si può dire, una gran fossa: “diamo intorno un’occhiata ai mille e mille che rimangon qui, troppo incerti di dove sian per uscire; diamo un’occhiata a noi, così pochi, che n’usciamo a salvamento. Benedetto il Signore! Benedetto nella giustizia, benedetto nella misericordia! benedetto nella morte, benedetto nella salute! benedetto in questa scelta che ha voluto far di noi! Oh! perchè l’ha voluto, figliuoli, se non per serbarsi un piccol popolo corretto dall’afflizione, e infervorato dalla gratitudine? se non a fine che, sentendo ora più vivamente, che la vita è un suo dono, ne facciamo quella stima che merita una cosa data da Lui, l’impieghiamo nell’opere che si possono offrire a Lui? se non a fine che la memoria de’ nostri patimenti ci renda compassionevoli e soccorrevoli ai nostri prossimi? Questi intanto, in compagnia de’ quali abbiamo penato, sperato, temuto; tra i quali lasciamo degli amici, de’ congiunti; e che tutti son poi finalmente nostri fratelli; quelli tra questi, che ci vedranno passare in mezzo a loro, mentre forse riceveranno qualche sollievo nel pensare che qualcheduno esce pur salvo di qui, ricevano edificazione dal nostro contegno. Dio non voglia che possano vedere in noi una gioia rumorosa, una gioia mondana d’avere scansata quella morte, con la quale essi stanno ancor dibattendosi. Vedano che partiamo ringraziando per noi, e pregando per loro; e possan dire: anche fuor di qui, questi si ricorderanno di noi, continueranno a pregare per noi meschini. Cominciamo da questo viaggio, da’ primi passi che siam per fare, una vita tutta di carità. Quelli che sono tornati nell’antico vigore, diano un braccio fraterno ai fiacchi; giovani, sostenete i vecchi; voi che siete rimasti senza figliuoli, vedete, intorno a voi, quanti figliuoli rimasti senza padre! siatelo per loro! E questa carità, ricoprendo i vostri peccati, raddolcirà anche i vostri dolori.” Qui un sordo mormorìo di gemiti, un singhiozzìo che andava crescendo nell’adunanza, fu sospeso a un tratto, nel vedere il predicatore mettersi una corda al collo, e buttarsi in ginocchio: e si stava in gran silenzio, aspettando quel che fosse per dire. “Per me,” disse, “e per tutti i miei compagni, che, senza alcun nostro merito, siamo stati scelti all’alto privilegio di servir Cristo in voi; io vi chiedo umilmente perdono se non abbiamo degnamente adempito un sì gran ministero. Se la pigrizia, se l’indocilità della carne ci ha resi meno attenti alle vostre necessità, men pronti alle vostre chiamate; se un’ingiusta impazienza, se un colpevol tedio ci ha fatti qualche volta comparirvi davanti con un volto annoiato e severo; se qualche volta il miserabile pensiero che voi aveste bisogno di noi, ci ha portati a non trattarvi con tutta quell’umiltà che si conveniva, se la nostra fragilità ci ha fatti trascorrere a qualche azione che vi sia stata di scandolo; perdonateci! Così Dio rimetta a voi ogni vostro debito, e vi benedica.” E, fatto sull’udienza un gran segno di croce, s’alzò. Noi abbiam potuto riferire, se non le precise parole, il senso almeno, il tema di quelle che proferì davvero; ma la maniera con cui furon dette non è cosa da potersi descrivere. Era la maniera d’un uomo che chiamava privilegio quello di servir gli appestati, perché lo teneva per tale; che confessava di non averci degnamente corrisposto, perché sentiva di non averci corrisposto degnamente; che chiedeva perdono, perché era persuaso d’averne bisogno. Ma la gente che s’era veduti d’intorno que’ cappuccini non occupati d’altro che di servirla, e tanti n’aveva veduti morire, e quello che parlava per tutti, sempre il primo alla fatica, come nell’autorità, se non quando s’era trovato anche lui in fin di morte; pensate con che singhiozzi, con che lacrime rispose a tali parole. Il mirabil frate prese poi una gran croce ch’era appoggiata a un pilastro, se la inalberò davanti, lasciò sull’orlo del portico esteriore i sandali, scese gli scalini, e, tra la folla che gli fece rispettosamente largo, s’avviò per mettersi alla testa di essa. Renzo, tutto lacrimoso, nè più nè meno che se fosse stato uno di quelli a cui era chiesto quel singolare perdono, si ritirò anche lui, e andò a mettersi di fianco a una capanna; e stette lì aspettando, mezzo nascosto, con la persona indietro e la testa avanti, con gli occhi spalancati, con una gran palpitazion di cuore, ma insieme con una certa nuova e particolare fiducia, nata, cred’io, dalla tenerezza che gli aveva ispirata la predica, e lo spettacolo della tenerezza generale. Ed ecco arrivare il padre Felice, scalzo, con quella corda al collo, con quella lunga e pesante croce alzata; pallido e scarno il viso, un viso che spirava compunzione insieme e coraggio; a passo lento, ma risoluto, come di chi pensa soltanto a risparmiare l’altrui debolezza; e in tutto come un uomo a cui un di più di fatiche e di disagi desse la forza di sostenere i tanti necessari e inseparabili da quel suo incarico. Subito dopo lui, venivano i fanciulli più grandini, scalzi una gran parte, ben pochi interamente vestiti, chi affatto in camicia. Venivan poi le donne, tenendo quasi tutte per la mano una bambina, e cantando alternativamente il Miserere; e il suono fiacco di quelle voci, il pallore e la languidezza di que’ visi eran cose da occupar tutto di compassione l’animo di chiunque si fosse trovato lì come semplice spettatore. Ma Renzo guardava, esaminava, di fila in fila, di viso in viso, senza passarne uno; chè la processione andava tanto adagio, da dargliene tutto il comodo. Passa e passa; guarda e guarda; sempre inutilmente: dava qualche occhiata di corsa alle file che rimanevano ancora indietro: sono ormai poche; siamo all’ultima; son passate tutte; furon tutti visi sconosciuti. Con le braccia ciondoloni, e con la testa piegata sur una spalla, accompagnò con l’occhio quella schiera, mentre gli passava davanti quella degli uomini. Una nuova attenzione, una nuova speranza gli nacque nel veder, dopo questi, comparire alcuni carri, su cui erano i convalescenti che non erano ancora in istato di camminare. Lì le donne venivan l’ultime; e il treno andava così adagio che Renzo potè ugualmente esaminarle tutte, senza che gliene sfuggisse una. Ma che? esamina il primo carro, il secondo, il terzo, e via discorrendo, sempre con la stessa riuscita, fino a uno, dietro al quale non veniva più che un altro cappuccino, con un aspetto serio, e con un bastone in mano, come regolatore della comitiva. Era quel padre Michele che abbiam detto essere stato dato per compagno nel governo al padre Felice. Così svanì affatto quella cara speranza; e, andandosene, non solo portò via il conforto che aveva recato, ma, come accade le più volte, lasciò l’uomo in peggiore stato di prima. Ormai quel che ci poteva esser di meglio, era di trovar Lucia ammalata. Pure, all’ardore d’una speranza presente sottentrando quello del timore cresciuto, il poverino s’attaccò con tutte le forze dell’animo a quel tristo e debole filo; entrò nella corsia, e s’incamminò da quella parte di dove era venuta la processione. Quando fu appiè della cappella, andò a inginocchiarsi sull’ultimo scalino; e lì fece a Dio una preghiera, o, per dir meglio, una confusione di parole arruffate, di frasi interrotte, d’esclamazioni, d’istanze, di lamenti, di promesse: uno di que’ discorsi che non si fanno agli uomini, perchè non hanno abbastanza penetrazione per intenderli, nè pazienza per ascoltarli; non son grandi abbastanza per sentirne compassione senza disprezzo. S’alzò alquanto più rincorato; girò intorno alla cappella; si trovò nell’altra corsia che non aveva ancora veduta, e che riusciva all’altra porta; dopo pochi passi, vide lo stecconato di cui gli aveva parlato il frate, ma interrotto qua e là, appunto come questo aveva detto; entrò per una di quelle aperture, e si trovò nel quartiere delle donne. Quasi al primo passo che fece, vide in terra un campanello, di quelli che i monatti portavano a un piede; gli venne in mente che un tale strumento avrebbe potuto servirgli come di passaporto là dentro; lo prese, guardò se nessuno lo guardava, e se lo legò come usavan quelli. E si mise subito alla ricerca, a quella ricerca, che, per la quantità sola degli oggetti sarebbe stata fieramente gravosa, quand’anche gli oggetti fossero stati tutt’altri; cominciò a scorrer con l’occhio, anzi a contemplar nuove miserie, così simili in parte alle già vedute, in parte così diverse: ché, sotto la stessa calamità, era qui un altro patire, per dir così, un altro languire, un altro lamentarsi, un altro sopportare, un altro compatirsi e soccorrersi a vicenda; era, in chi guardasse, un’altra pietà e un altro ribrezzo. Aveva già fatto non so quanta strada, senza frutto e senza accidenti; quando si sentì dietro le spalle un “oh!” una chiamata, che pareva diretta a lui. Si voltò e vide, a una certa distanza, un commissario, che alzò una mano, accennando proprio a lui, e gridando: “là nelle stanze, ché c’è bisogno d’aiuto: qui s’è finito ora di sbrattare.” Renzo s’avvide subito per chi veniva preso, e che il campanello era la cagione dell’equivoco; si diede della bestia d’aver pensato solamente agl’impicci che quell’insegna gli poteva scansare, e non a quelli che gli poteva tirare addosso; ma pensò nello stesso tempo alla maniera di sbrigarsi subito da colui. Gli fece replicatamente e in fretta un cenno col capo, come per dire che aveva inteso, e che ubbidiva; e si levò dalla sua vista, cacciandosi da una parte tra le capanne. Quando gli parve d’essere abbastanza lontano, pensò anche a liberarsi dalla causa dello scandolo; e, per far quell’operazione senz’essere osservato, andò a mettersi in un piccolo spazio tra due capanne che si voltavan, per dir così, la schiena. Si china per levarsi il campanello, e stando così col capo appoggiato alla parete di paglia d’una delle capanne, gli vien da quella all’orecchio una voce... Oh cielo! è possibile? Tutta la sua anima è in quell’orecchio: la respirazione è sospesa... Sì! sì! è quella voce!... “Paura di che?” diceva quella voce soave: - abbiam passato ben altro che un temporale. Chi ci ha custodite finora, ci custodirà anche adesso. Se Renzo non cacciò un urlo, non fu per timore di farsi scorgere, fu perchè non n’ebbe il fiato. Gli mancaron le ginocchia, gli s’appannò la vista; ma fu un primo momento; al secondo, era ritto, più desto, più vigoroso di prima; in tre salti girò la capanna, fu sull’uscio, vide colei che aveva parlato, la vide levata, chinata sopra un lettuccio. Si volta essa al rumore; guarda, crede di travedere, di sognare; guarda più attenta, e grida: “oh Signor benedetto!” “Lucia! v’ho trovata! vi trovo! siete proprio voi! siete viva!” esclamò Renzo, avanzandosi, tutto tremante. “Oh Signor benedetto!” replicò, ancor più tremante, Lucia: “voi? che cosa è questa! in che maniera? perchè? La peste!” “L’ho avuta. E voi...?” “Ah!... anch’io. E di mia madre...?” “Non l’ho vista, perchè è a Pasturo; credo però che stia bene. Ma voi... come siete ancora pallida! come parete debole! Guarita però, siete guarita?” “Il Signore m’ha voluto lasciare ancora quaggiù. Ah Renzo! perchè siete voi qui?” “Perchè?” disse Renzo avvicinandosele sempre più: “mi domandate perchè? Perchè ci dovevo venire? Avete bisogno che ve lo dica? Chi ho io a cui pensi? Non mi chiamo più Renzo, io? Non siete più Lucia, voi?” “Ah cosa dite! cosa dite! Ma non v’ha fatto scrivere mia madre...?” “Sì: pur troppo m’ha fatto scrivere. Belle cose da fare scrivere a un povero disgraziato, tribolato, ramingo, a un giovine che, dispetti almeno, non ve n’aveva mai fatti!” “Ma Renzo! Renzo! giacchè sapevate... perchè venire? perchè?” “Perchè venire! Oh Lucia! perchè venire, mi dite? Dopo tante promesse! Non siam più noi? Non vi ricordate più? Che cosa ci mancava?” “Oh Signore!” esclamò dolorosamente Lucia, giungendo le mani, e alzando gli occhi al cielo: “perchè non m’avete fatta la grazia di tirarmi a Voi...! Oh Renzo! cos’avete mai fatto? Ecco; cominciavo a sperare che... col tempo... mi sarei dimenticata...” “Bella speranza! belle cose da dirmele proprio sul viso!” “Ah, cos’avete fatto! E in questo luogo! tra queste miserie! tra questi spettacoli! qui dove non si fa altro che morire, avete potuto...!” “Quelli che moiono, bisogna pregare Iddio per loro, e sperare che anderanno in un buon luogo; ma non è giusto, nè anche per questo, che quelli che vivono abbiano a viver disperati...” “Ma, Renzo! Renzo! voi non pensate a quel che dite. Una promessa alla Madonna!... Un voto!” “E io vi dico che son promesse che non contan nulla.” “Oh Signore! Cosa dite? Dove siete stato in questo tempo? Con chi avete trattato? Come parlate?” “Parlo da buon cristiano; e della Madonna penso meglio io che voi; perchè credo che non vuol promesse in danno del prossimo. Se la Madonna avesse parlato, oh, allora! Ma cos’è stato? una vostra idea. Sapete cosa dovete promettere alla Madonna? Promettetele che la prima figlia che avremo, le metteremo nome Maria: chè questo son qui anch’io a prometterlo: queste son cose che fanno ben più onore alla Madonna: queste son divozioni che hanno più costrutto, e non portan danno a nessuno.” “No no; non dite così: non sapete quello che vi dite: non lo sapete voi cosa sia fare un voto: non ci siete stato voi in quel caso: non avete provato. Andate, andate, per amor del cielo!” E si scostò impetuosamente da lui, tornando verso il lettuccio. “Lucia!” disse Renzo, senza moversi: “ditemi almeno, ditemi: se non fosse questa ragione... sareste la stessa per me?” “Uomo senza cuore!” rispose Lucia, voltandosi, e rattenendo a stento le lacrime: “quando m’aveste fatte dir delle parole inutili, delle parole che mi farebbero male, delle parole che sarebbero forse peccati, sareste contento? Andate, oh andate! dimenticatevi di me: si vede che non eravamo destinati! Ci rivedremo lassù: già non ci si deve star molto in questo mondo. Andate; cercate di far sapere a mia madre che son guarita, che anche qui Dio m’ha sempre assistita, che ho trovato un’anima buona, questa brava donna, che mi fa da madre; ditele che spero che lei sarà preservata da questo male, e che ci rivedremo quando Dio vorrà, e come vorrà... Andate, per amor del cielo, e non pensate a me... se non quando pregherete il Signore.” E, come chi non ha più altro da dire, nè vuol sentir altro, come chi vuol sottrarsi a un pericolo, si ritirò ancor più vicino al lettuccio, dov’era la donna di cui aveva parlato. “Sentite, Lucia, sentite! - disse Renzo, senza però accostarsele di più.” “No, no; andate per carità!” “Sentite: il padre Cristoforo...” “Che?” “È qui.” “Qui? dove? Come lo sapete?” “Gli ho parlato poco fa; sono stato un pezzo con lui: e un religioso della sua qualità, mi pare...” “È qui! per assistere i poveri appestati, sicuro. Ma lui? l’ha avuta la peste?” “Ah Lucia! ho paura, ho paura pur troppo...” e mentre Renzo esitava così a proferir la parola dolorosa per lui, e che doveva esserlo tanto a Lucia, questa s’era staccata di nuovo dal lettuccio, e si ravvicinava a lui: “ho paura che l’abbia adesso!” “Oh povero sant’uomo! Ma cosa dico, pover’uomo? Poveri noi! Com’è? è a letto? è assistito?” “È levato, gira, assiste gli altri; ma se lo vedeste, che colore che ha, come si regge! Se n’è visti tanti e tanti, che pur troppo... non si sbaglia!” “Oh poveri noi! E è proprio qui!” “Qui, e poco lontano: poco più che da casa vostra a casa mia... se vi ricordate...!” “Oh Vergine Santissima!” “Bene, poco più. E pensate se abbiam parlato di voi! M’ha detto delle cose... E se sapeste cosa m’ha fatto vedere! Sentirete; ma ora voglio cominciare a dirvi quel che m’ha detto prima, lui, con la sua propria bocca. M’ha detto che facevo bene a venirvi a cercare, e che al Signore gli piace che un giovine tratti così, e m’avrebbe aiutato a far che vi trovassi; come è proprio stato la verità: ma già è un santo. Sicchè, vedete!” “Ma, se ha parlato così, è perchè lui non sa...” “Che volete che sappia lui delle cose che avete fatte voi di vostra testa, senza regola e senza il parere di nessuno? Un brav’uomo, un uomo di giudizio, come è lui, non va a pensar cose di questa sorte. Ma quel che m’ha fatto vedere!” - E qui raccontò la visita fatta a quella capanna: Lucia, quantunque i suoi sensi e il suo animo, avessero, in quel soggiorno, dovuto avvezzarsi alle più forti impressioni, stava tutta compresa d’orrore e di compassione. “E anche lì,” proseguì Renzo, “ha parlato da santo: ha detto che il Signore forse ha destinato di far la grazia a quel meschino... (ora non potrei proprio dargli un altro nome)... che aspetta di prenderlo in un buon punto; ma vuole che noi preghiamo insieme per lui... Insieme! avete inteso?” “Sì, sì; lo pregheremo, ognuno dove il Signore ci terrà: le orazioni le sa mettere insieme Lui.” “Ma se vi dico le sue parole...!” “Ma Renzo, lui non sa...” “Ma non capite che, quando è un santo che parla, è il Signore che lo fa parlare? e che non avrebbe parlato così, se non dovesse esser proprio così?... E l’anima di quel poverino? Io ho bensì pregato, e pregherò per lui: di cuore ho pregato, proprio come se fosse stato per un mio fratello. Ma come volete che stia nel mondo di là, il poverino, se di qua non s’accomoda questa cosa, se non è disfatto il male che ha fatto lui? Che se voi intendete la ragione, allora tutto è come prima: quel che è stato è stato: lui ha fatto la sua penitenza di qua...” “No, Renzo, no: il Signore non vuole che facciamo del male, per far Lui misericordia. Lasciate fare a Lui, per questo: noi, il nostro dovere è di pregarlo. S’io fossi morta quella notte, non gli avrebbe dunque potuto perdonare? E se non son morta, se sono stata liberata...” “E vostra madre, quella povera Agnese, che m’ha sempre voluto tanto bene, e che si struggeva tanto di vederci marito e moglie, non ve l’ha detto anche lei che l’è un’idea storta? Lei, che v’ha fatto intender la ragione anche dell’altre volte, perché, in certe cose, pensa più giusto di voi...” “Mia madre! volete che mia madre mi desse il parere di mancare a un voto! Ma, Renzo! non siete in voi.” “Oh! volete che ve la dica? Voi altre donne, queste cose non le potete sapere. Il padre Cristoforo m’ha detto che tornassi da lui a raccontargli se v’avevo trovata. Vo: lo sentiremo: quel che dirà lui...” “Sì, sì; andate da quel sant’uomo; ditegli che prego per lui, e che preghi per me, che n’ho bisogno tanto tanto! Ma, per amor del cielo, per l’anima vostra, per l’anima mia, non venite più qui, a farmi del male, a... tentarmi. Il padre Cristoforo, lui saprà spiegarvi le cose, e farvi tornare in voi; lui vi farà mettere il cuore in pace.” “Il cuore in pace! Oh! questo, levatevelo dalla testa. Già me l’avete fatta scrivere questa parolaccia; e so io quel che m’ha fatto patire; e ora avete anche il cuore di dirmela. E io in vece vi dico chiaro e tondo che il cuore in pace non lo metterò mai. Voi volete dimenticarvi di me; e io non voglio dimenticarmi di voi. E vi prometto, vedete, che, se mi fate perdere il giudizio, non lo racquisto più. Al diavolo il mestiere, al diavolo la buona condotta! Volete condannarmi a essere arrabbiato per tutta la vita; e da arrabbiato viverò... E quel disgraziato! Lo sa il Signore se gli ho perdonato di cuore; ma voi... Volete dunque farmi pensare per tutta la vita che se non era lui...? Lucia! avete detto ch’io vi dimentichi: ch’io vi dimentichi! Come devo fare? A chi credete ch’io pensassi in tutto questo tempo?... E dopo tante cose! dopo tante promesse! Cosa v’ho fatto io, dopo che ci siamo lasciati? Perché ho patito, mi trattate così? perché ho avuto delle disgrazie? perché la gente del mondo m’ha perseguitato? perché ho passato tanto tempo fuori di casa, tristo, lontano da voi? perché, al primo momento che ho potuto, son venuto a cercarvi?” Lucia, quando il pianto le permise di formar parole, esclamò, giungendo di nuovo le mani, e alzando al cielo gli occhi pregni di lacrime: “o Vergine santissima, aiutatemi voi! Voi sapete che, dopo quella notte, un momento come questo non l’ho mai passato. M’avete soccorsa allora; soccorretemi anche adesso!” “Sì, Lucia; fate bene d’invocar la Madonna; ma perchè volete credere che Lei che è tanto buona, la madre delle misericordie, possa aver piacere di farci patire... me almeno... per una parola scappata in un momento che non sapevate quello che vi dicevate? Volete credere che v’abbia aiutata allora, per lasciarci imbrogliati dopo?... Se poi questa fosse una scusa; se è ch’io vi sia venuto in odio... ditemelo... parlate chiaro.” “Per carità, Renzo, per carità, per i vostri poveri morti, finitela, finitela; non mi fate morire... Non sarebbe un buon momento. Andate dal padre Cristoforo; raccomandatemi a lui, non tornate più qui, non tornate più qui”. “Vo; ma pensate se non voglio tornare! Tornerei se fosse in capo al mondo, tornerei” E disparve. Lucia andò a sedere, o piuttosto si lasciò cadere in terra, accanto al lettuccio; e, appoggiata a quello la testa, continuò a piangere dirottamente. La donna, che fin allora era stata a occhi e orecchi aperti, senza fiatare, domandò cosa fosse quell’apparizione, quella contesa, questo pianto. Ma forse il lettore domanda dal canto suo chi fosse costei; e, per soddisfarlo, non ci vorranno, nè anche qui, troppe parole. Era un’agiata mercantessa, di forse trent’anni. Nello spazio di pochi giorni, s’era visto morire in casa il marito e tutti i figliuoli: di lì a poco, venutale la peste anche a lei, era stata trasportata al lazzeretto, e messa in quella capannuccia, nel tempo che Lucia, dopo aver superata, senza avvedersene, la furia del male, e cambiate, ugualmente senza avvedersene, più compagne, cominciava a riaversi, e a tornare in sè; chè, fin dal principio della malattia, trovandosi ancora in casa di don Ferrante, era rimasta come insensata. La capanna non poteva contenere che due persone: e tra queste due, afflitte, derelitte, sbigottite, sole in tanta moltitudine, era presto nata un’intrinsichezza, un’affezione, che appena sarebbe potuta venire da un lungo vivere insieme. In poco tempo, Lucia era stata in grado di poter aiutar l’altra, che s’era trovata aggravatissima. Ora che questa pure era fuori di pericolo, si facevano compagnia e coraggio e guardia a vicenda; s’eran promesse di non uscir dal lazzeretto, se non insieme; e avevan presi altri concerti per non separarsi neppur dopo. La mercantessa che, avendo lasciata in custodia d’un suo fratello commissario della Sanità, la casa e il fondaco e la cassa, tutto ben fornito, era per trovarsi sola e trista padrona di molto più di quel che le bisognasse per viver comodamente, voleva tener Lucia con sè, come una figliuola o una sorella. Lucia aveva aderito, pensate con che gratitudine per lei, e per la Provvidenza; ma soltanto fin che potesse aver nuove di sua madre, e sapere, come sperava, la volontà di essa. Del resto, riservata com’era, nè della promessa dello sposalizio, nè dell’altre sue avventure straordinarie, non aveva mai detta una parola. Ma ora, in un così gran ribollimento d’affetti, aveva almen tanto bisogno di sfogarsi, quanto l’altra desiderio di sentire. E, stretta con tutt’e due le mani la destra di lei, si mise subito a soddisfare alla domanda, senz’altro ritegno, che quello che le facevano i singhiozzi. Renzo intanto trottava verso il quartiere del buon frate. Con un po’ di studio, e non senza dover rifare qualche pezzetto di strada, gli riuscì finalmente d’arrivarci. Trovò la capanna; lui non ce lo trovò; ma, ronzando e cercando nel contorno, lo vide in una baracca, che, piegato a terra, e quasi bocconi, stava confortando un moribondo. Si fermò lì, aspettando in silenzio. Poco dopo, lo vide chiuder gli occhi a quel poverino, poi mettersi in ginocchio, far orazione un momento, e alzarsi. Allora si mosse, e gli andò incontro. “Oh!” disse il frate, vistolo venire; “ebbene?” “La c’è: l’ho trovata!” “In che stato?” “Guarita, o almeno levata.” “Sia ringraziato il Signore!” “Ma...” disse Renzo, quando gli fu vicino da poter parlar sottovoce: “c’è un altro imbroglio.” “Cosa c’è?” “Voglio dire che... Già lei lo sa come è buona quella povera giovine; ma alle volte è un po’ fissa nelle sue idee. Dopo tante promesse, dopo tutto quello che sa anche lei, ora dice che non mi può sposare, perchè dice, che so io? che, quella notte della paura, s’è scaldata la testa, e s’è, come a dire, votata alla Madonna. Cose senza costrutto, n’è vero? Cose buone, chi ha la scienza e il fondamento da farle, ma per noi gente ordinaria, che non sappiamo bene come si devon fare... n’è vero che son cose che non valgono?” “Dimmi: è molto lontana di qui?” “Oh no: pochi passi di là dalla chiesa.” “Aspettami qui un momento,” disse il frate: “e poi ci anderemo insieme.” “Vuol dire che lei le farà intendere...” “Non so nulla, figliuolo; bisogna ch’io senta lei.” “Capisco,” disse Renzo, e stette con gli occhi fissi a terra, e con le braccia incrociate sul petto, a masticarsi la sua incertezza, rimasta intera. Il frate andò di nuovo in cerca di quel padre Vittore, lo pregò di supplire ancora per lui, entrò nella sua capanna, n’uscì con la sporta in braccio, tornò da Renzo, gli disse: “andiamo;” e andò innanzi, avviandosi a quella tal capanna, dove, qualche tempo prima, erano entrati insieme. Questa volta, entrò solo, e dopo un momento ricomparve, e disse: “niente! Preghiamo; preghiamo.” Poi riprese: “ora, conducimi tu.” E senza dir altro, s’avviarono. Il tempo s’era andato sempre più rabbuiando, e annunziava ormai certa e poco lontana la burrasca. De’ lampi fitti rompevano l’oscurità cresciuta, e lumeggiavano d’un chiarore istantaneo i lunghissimi tetti e gli archi de’ portici, la cupola della cappella, i bassi comignoli delle capanne; e i tuoni scoppiati con istrepito repentino, scorrevano rumoreggiando dall’una all’altra regione del cielo. Andava innanzi il giovine, attento alla strada, con una grand’impazienza d’arrivare, e rallentando però il passo, per misurarlo alle forze del compagno; il quale, stanco dalle fatiche, aggravato dal male, oppresso dall’afa, camminava stentatamente, alzando ogni tanto al cielo la faccia smunta, come per cercare un respiro più libero. Renzo, quando vide la capanna, si fermò, si voltò indietro, disse con voce tremante: “è qui.” “Entrano... - Eccoli!” grida la donna del lettuccio. Lucia si volta, s’alza precipitosamente, va incontro al vecchio, gridando: “oh chi vedo! O padre Cristoforo!” “Ebbene, Lucia! da quante angustie v’ha liberata il Signore! Dovete esser ben contenta d’aver sempre sperato in Lui.” “Oh sì! Ma lei, padre? Povera me, come è cambiato! Come sta? dica: come sta?” “Come Dio vuole, e come, per sua grazia, voglio anch’io,” rispose, con volto sereno, il frate. E, tiratala in un canto, soggiunse: “sentite: io non posso rimaner qui che pochi momenti. Siete voi disposta a confidarvi in me, come altre volte?” “Oh! non è lei sempre il mio padre?” “Figliuola, dunque; cos’è codesto voto che m’ha detto Renzo?” “È un voto che ho fatto alla Madonna... oh! in una gran tribolazione!... di non maritarmi.” “Poverina! Ma avete pensato allora, ch’eravate legata da una promessa?” “Trattandosi del Signore e della Madonna!... non ci ho pensato.” “Il Signore, figliuola, gradisce i sagrifizi, l’offerte, quando le facciamo del nostro. È il cuore che vuole, è la volontà: ma voi non potevate offrirgli la volontà d’un altro, al quale v’eravate già obbligata.” “Ho fatto male?” “No, poverina, non pensate a questo: io credo anzi che la Vergine santa avrà gradita l’intenzione del vostro cuore afflitto, e l’avrà offerta a Dio per voi. Ma ditemi; non vi siete mai consigliata con nessuno su questa cosa?” “Io non pensavo che fosse male, da dovermene confessare: e quel poco bene che si può fare, si sa che non bisogna raccontarlo.” “Non avete nessun altro motivo che vi trattenga dal mantener la promessa che avete fatta a Renzo?” “In quanto a questo... per me... che motivo...? Non potrei proprio dire...” rispose Lucia, con un’esitazione che indicava tutt’altro che un’incertezza del pensiero; e il suo viso ancora scolorito dalla malattia, fiorì tutt’a un tratto del più vivo rossore. “Credete voi,” riprese il vecchio, abbassando gli occhi, “che Dio ha data alla sua Chiesa l’autorità di rimettere e di ritenere, secondo che torni in maggior bene, i debiti e gli obblighi che gli uomini possono aver contratti con Lui?” “Sì, che lo credo.” “Ora sappiate che noi, deputati alla cura dell’anime in questo luogo, abbiamo, per tutti quelli che ricorrono a noi, le più ampie facoltà della Chiesa; e che per conseguenza, io posso, quando voi lo chiediate, sciogliervi dall’obbligo, qualunque sia, che possiate aver contratto a cagion di codesto voto.” “Ma non è peccato tornare indietro, pentirsi d’una promessa fatta alla Madonna? Io allora l’ho fatta proprio di cuore...” disse Lucia, violentemente agitata dall’assalto d’una tale inaspettata, bisogna pur dire speranza, e dall’insorgere opposto d’un terrore fortificato da tutti i pensieri che, da tanto tempo, eran la principale occupazione dell’animo suo. “Peccato, figliuola?” disse il padre: “peccato il ricorrere alla Chiesa, e chiedere al suo ministro che faccia uso dell’autorità che ha ricevuto da essa, e che essa ha ricevuta da Dio? Io ho veduto in che maniera voi due siete stati condotti ad unirvi; e, certo, se mai m’è parso che due fossero uniti da Dio, voi altri eravate quelli: ora non vedo perchè Dio v’abbia a voler separati. E lo benedico che m’abbia dato, indegno come sono, il potere di parlare in suo nome, e di rendervi la vostra parola. E se voi mi chiedete ch’io vi dichiari sciolta da codesto voto, io non esiterò a farlo; e desidero anzi che me lo chiediate.” “Allora...! allora...! lo chiedo;” disse Lucia, con un volto non turbato più che di pudore. Il frate chiamò con un cenno il giovine, il quale se ne stava nel cantuccio il più lontano, guardando (giacchè non poteva far altro) fisso fisso al dialogo in cui era tanto interessato; e, quando quello fu lì, disse, a voce più alta, a Lucia: “con l’autorità che ho dalla Chiesa, vi dichiaro sciolta dal voto di verginità, annullando ciò che ci potè essere d’inconsiderato, e liberandovi da ogni obbligazione che poteste averne contratta.” Pensi il lettore che suono facessero all’orecchio di Renzo tali parole. Ringraziò vivamente con gli occhi colui che le aveva proferite; e cercò subito, ma invano, quelli di Lucia. “Tornate, con sicurezza e con pace, ai pensieri d’una volta,” seguì a dirle il cappuccino: “chiedete di nuovo al Signore le grazie che Gli chiedevate, per essere una moglie santa; e confidate che ve le concederà più abbondanti, dopo tanti guai. E tu,” disse, voltandosi a Renzo, “ricordati, figliuolo, che se la Chiesa ti rende questa compagna, non lo fa per procurarti una consolazione temporale e mondana, la quale, se anche potesse essere intera, e senza mistura d’alcun dispiacere, dovrebbe finire in un gran dolore, al momento di lasciarvi; ma lo fa per avviarvi tutt’e due sulla strada della consolazione che non avrà fine. Amatevi come compagni di viaggio, con questo pensiero d’avere a lasciarvi, e con la speranza di ritrovarvi per sempre. Ringraziate il cielo che v’ha condotti a questo stato, non per mezzo dell’allegrezze turbolente e passeggiere, ma co’ travagli e tra le miserie, per disporvi a una allegrezza raccolta e tranquilla. Se Dio vi concede figliuoli, abbiate in mira d’allevarli per Lui, d’istillar loro l’amore di Lui e di tutti gli uomini; e allora li guiderete bene in tutto il resto. Lucia! v’ha detto,” e accennava Renzo, “chi ha visto qui?” “Oh padre, me l’ha detto!” “Voi pregherete per lui! Non ve ne stancate. E anche per me pregherete!... Figliuoli! voglio che abbiate un ricordo del povero frate.” E qui levò dalla sporta una scatola d’un legno ordinario, ma tornita e lustrata con una certa finitezza cappuccinesca; e proseguì: “qui dentro c’è il resto di quel pane... il primo che ho chiesto per carità; quel pane, di cui avete sentito parlare! Lo lascio a voi altri: serbatelo; fatelo vedere ai vostri figliuoli. Verranno in un tristo mondo, e in tristi tempi, in mezzo a’ superbi e a’ provocatori: dite loro che perdonino sempre, sempre! tutto, tutto! e che preghino, anche loro, per il povero frate!” E porse la scatola a Lucia, che la prese con rispetto, come si farebbe d’una reliquia. Poi, con voce più tranquilla, riprese: - ora ditemi; che appoggi avete qui in Milano? Dove pensate d’andare a alloggiare, appena uscita di qui? E chi vi condurrà da vostra madre, che Dio voglia aver conservata in salute? “Questa buona signora mi fa lei intanto da madre: noi due usciremo di qui insieme, e poi essa penserà a tutto.” “Dio la benedica,” disse il frate, accostandosi al lettuccio. “La ringrazio anch’io,” disse la vedova, “della consolazione che ha data a queste povere creature; sebbene io avessi fatto conto di tenerla sempre con me, questa cara Lucia. Ma la terrò intanto; l’accompagnerò io al suo paese, la consegnerò a sua madre; e, soggiunse poi sottovoce, - voglio farle io il corredo. N’ho troppa della roba; e di quelli che dovevan goderla con me, non ho più nessuno!” “Così,” rispose il frate, “lei può fare un gran sacrifizio al Signore, e del bene al prossimo. Non le raccomando questa giovine: già vedo che è come sua: non c’è che da lodare il Signore, il quale sa mostrarsi padre anche ne’ flagelli, e che, col farle trovare insieme, ha dato un così chiaro segno d’amore all’una e all’altra. Orsù, riprese poi, voltandosi a Renzo, e prendendolo per una mano: noi due non abbiam più nulla da far qui: e ci siamo stati anche troppo. Andiamo.” “Oh padre!” disse Lucia: “la vedrò ancora? Io sono guarita, io che non fo nulla di bene a questo mondo; e lei...!” “È già molto tempo,” rispose con tono serio e dolce il vecchio, “che chiedo al Signore una grazia, e ben grande: di finire i miei giorni in servizio del prossimo. Se me la volesse ora concedere, ho bisogno che tutti quelli che hanno carità per me, m’aiutino a ringraziarlo. Via; date a Renzo le vostre commissioni per vostra madre.” “Raccontatele quel che avete veduto,” disse Lucia al promesso sposo: “che ho trovata qui un’altra madre, che verrò con questa più presto che potrò, e che spero, spero di trovarla sana.” “Se avete bisogno di danari,” disse Renzo, “ho qui tutti quelli che m’avete mandati, e...” “No, no,” interruppe la vedova: “ne ho io anche troppi.” “Andiamo,” replicò il frate. “A rivederci, Lucia...! e anche lei, dunque, quella buona signora,” disse Renzo, non trovando parole che significassero quello che sentiva. “Chi sa che il Signore ci faccia la grazia di rivederci ancora tutti!” esclamò Lucia. “Sia Egli sempre con voi, e vi benedica,” disse alle due compagne fra Cristoforo; e uscì con Renzo dalla capanna. Mancava poco alla sera, e il tempo pareva sempre più vicino a risolversi. Il cappuccino esibì di nuovo al giovine di ricoverarlo per quella notte nella sua baracca. “Compagnia, non te ne potrò fare,” soggiunse: “ma avrai da stare al coperto.” Renzo però si sentiva una smania d’andare; e non si curava di rimaner più a lungo in un luogo simile, quando non poteva profittarne per veder Lucia, e non avrebbe neppur potuto starsene un po’ col buon frate. In quanto all’ora e al tempo, si può dire che notte e giorno, sole e pioggia, zeffiro e tramontano, eran tutt’uno per lui in quel momento. Ringraziò dunque il frate, dicendo che voleva andar più presto che fosse possibile in cerca d’Agnese. Quando furono nella strada di mezzo, il frate gli strinse la mano, e disse: “se la trovi, che Dio voglia! quella buona Agnese, salutala anche in mio nome; e a lei, e a tutti quelli che rimangono, e si ricordano di fra Cristoforo, dì che preghin per lui. Dio t’accompagni, e ti benedica per sempre.” “Oh caro padre...! ci rivedremo? ci rivedremo?” “Lassù, spero.” E con queste parole, si staccò da Renzo; il quale, stato lì a guardarlo fin che non l’ebbe perso di vista, prese in fretta verso la porta, dando a destra e a sinistra l’ultime occhiate di compassione a quel luogo di dolori. C’era un movimento straordinario, un correr di monatti, un trasportar di roba, un accomodar le tende delle baracche, uno strascicarsi di convalescenti a queste e ai portici, per ripararsi dalla burrasca imminente.
Cì averòs mai podèst dir al Renzo, sol pòce ora prima, che, pròpri ‘nte chel moment enzì ‘mportante de la só vita, l’averòs pensà sia a la Lucia che a don Rodrigo? Epur l’era pròpri ‘nzì: la fegura de don Rodrigo la se mesdava de sèito ‘nla testa del Renzo con tute le àutre fegure, ciare o tremènde, che la speranza o la paura ge feva comparìr davanti ai òcli, entant che ‘l neva. Le parole che l’eva sentù cando che l’era nà ‘nla tana de don Rodrigo per copàrlo le se ficiava tra i tanti pensieri un contrari a l’àuter, tra i sì e i no che azitava la só ment. E ‘l Renzo nó l’era bòn de ruar na orazion per domandar al Sioredio en bòn èsit de la só grant impresa, senza zontàrgen una che l’eva scomenzià per don Rodrigo e che l’eva desmetù al sòn de la ciampana. La ciapèla con òt ciantoni che lapòsta, pù levada de arcanti s-cialini, en mèz al lazerét, cando che i l’eva frabiciada da prinzìpi, l’era davèrta su tute le fazzade, sostegnùda sol da pilàstri e colòne: per dir, en fabricato davèrt da part a part. Da ogni man g’era n’àrc’ tra doi colòne, e de ént g’era ‘n pòrtec’ che ‘l feva ‘l ziro a chel che se poròs clamar la glésia vera e pròpria, formada sol da òt àrci conformi a chei foróutra e scuertàda con na cupola. Ente sto modo, l’autàr, metù pròpri ‘n mèz, el podéva èsser vist da tute le finestre de le ciamere che zircondava ‘l lazarét e da ogni banda, o scasi, de chel pòsto. Adès che ‘l fabricato l’è sta adatà per àutre funzion, le fazzade davèrte le è stade strupade de muri; però, la forma da prima, restada prezìsa, l’à mossa benon come che l’era e a chel che la serviva ‘mbòt. El Renzo ‘l s’era apena ‘nvià, cando che l’à vist padre Felice comparìr sota al pòrtec’ de la ciapèla, en mèz a l’àrc’ da la man che vardava vèrs la zità. Dinanzi a chel’àrc’, sul terén plan, enla strada prinzipale, s’era radunà la fola. Dal só modo de far, el Renzo l’à ciapì sùbit che ‘l frate l’eva zà scomenzià a prediciar. El Renzo l’à ciaminà per chei vìcoi, per arivar zó ‘n font a la fola che scoltava ‘l prediciatór, come che g’era sta consilià. Na bòta arivà, ‘l s’è fermà ‘n silenzio e l’à osservà tuta ca zènt; però da ‘ndo che l’era nó ‘l vedéva àuter che na massa fìta de tèste, come ‘n salezà. En mèz, l’à vist che arcante persone le geva la testa scuertada da fazzoleti o da veli: l’à vardà pù ben enca direzion, ma, nó essèndo bòn de distìnguer engot de pù, l’à levà ancia el i òcli vèrs endo che tuti i era dré a vardàr. G’è nù ‘n gróp e l’à sentù na grant amirazion al véder la fegura grandiosa del prediciatór; e, con la pòcia atenzion che ‘l podéva aver enten moment de ansia compàgn, l’à scoltà ca part de la solène prèdicia. “Féntege ‘n pensier ai tanti che è zà mòrt dénter ìo”, e ‘ntant che ‘l parlava, auzzàndo ‘n dé sora la spala, el féva ségn dré de el a la porta che va al zimitèri de san Gregorio, che alora l’era, se pòl dir, en gran fòs: “e pensànte ancia ai tanti che i è ancor cì, che nó i sa se i sarà bòni de cavàrsela. Vardànte po' a noiàutri stessi, enzì pòci, che sen dré a nar fòr da sto pòsto sani e salvi. Sia benedét el Sioredio! Benedét per la só zustìzia, benedét per la só misericordia! Benedét enla mòrt, benedét enla salvezza! Benedét per aver volèst sièlier noi! E perché pò, cari mèi, el n’à sièlto, se non per tègnerse sti pocéti purgiadi dai patimenti e divòti da ringraziarlo? Perché po', savèndo adès che la vita l’è ’n dono del Padreterno, emparàn a prezzarla come che merita en dono arivà da El, e la dopran per far opere degne de èsser ofèrte da El? Perché ‘l pensar a le nòsse tribolazion el né fàgia deventar compassionévoi e pronti a dar na man ai nòssi fradèi? E ‘ntant, pensànte a chei che resta cì, che con chei en patì, sperà, temèst; e che fra chei lagiàn cì amìzi e parènti, e che i è comunque tuti nòssi fradèi? Cando che sti cì i né vederà passar en mèz a lori, forse i sentirà en pòc’ de consolazion entel véder che calchedun l’è bòn de partìr vìo da cacì: che ‘l nòs comportament alor el sia per lori da esèmpi. Dio nó ‘l vòbia che i védia tra noiàutri massa alegrìa, n’alegrìa sfazzada per avér s-civà la mòrt e che però lori i è ancor cì ‘n perìcol! Che i védia ‘nveze che partìn ringraziando ‘l Sioredio per la nòssa salvezza e pregiàndo per lori, enzì che i pòdia dir: ancia cando che chesti i è fòr da cacì, i se ricorderà de noi e i seghiterà a pregiar per noiàutri pòri disgraziadi. Scomenziànte sùbit, fìn da sto viaz, dai primi passi che se dré a far, na vita tuta postada su la ciarità. Cì che à ritrovà le forze, ‘l ge dàgia ‘l braz da fradèl a cì che è ancor débol; i zóni i tègnia ‘n pè i vècli; voi che eo perdù i fiòi, vardàve ‘ntorna: canti orfanèi che è restà senza pare! Vardà de èsser pare per lori! E sta ciarità, che la scanzelerà i vòssi peciadi, la ‘ndolzirà ancia i vòssi dolori.” Po' ‘n mormòrio gréo de lamenti, en sanglotìr che scomenziava a aumentar tra la fola, tut de colp el s’è fermà ‘ntel véder el prediciatór méterse na còrda al còl, e petàrse zó ‘n zinoclón: tuti i steva ‘n gran silenzio, aspetando chel che l’era dré a dir. “Per mì,” ‘l dis, “e per tuti i me confratèi, che, senza avérgen mèrit mìgia, sen stadi sièlti per el grandìssim privilèzi de servir Zesù Cristo a travèrs de voi, ve domandi con umiltà perdon se nó en fat le nòsse incombenze tanto grande en modo degn. Se la nòssa lèmpa o la debolezza del còrp le ne à fat deventar men atènti ai vòssi bisògni, men pronti a risponder a le vòsse suplice; se per azitazion o per stracità, ne è ciapità de presentàrne davanti a voi con en mus trist o severe; se calche bòta, per via del nòs orgòi pensàndo che fùsseo voi chei che geva bisògn de noiàutri, e nó ven tratadi con l’umiltà che èren obligiadi; se la nòssa deboleza umana la n’à portà a far na calche azion che la v’àbia dat en brut esèmpi, ve domandan de perdonàrne! Che Dio, ancia El, el perdonia a voi ogni colpa e ‘l ve benedìssia.” Po' l’à fat en gran ségn de la crós sora la fola e l’è levà su ‘n pè. Noi en podèst riferìr, se nó pròpri le paròle zuste, almen chel che ‘l voléva dir dalbòn el frate, però ‘l modo che i l’à pronunziade chel nó se pòl pròpri descrìverlo. L’era ‘l modo de n’òm che ‘l clamava privilèzi chel de servìr i empestadi, pròpri perché i lo tegnìva tale per dalbòn; che l’ameteva de nó aver fat ben chel servìzi, perché l’era convìnto con sinzerità de nó aver fat come se deve ca incombenza; che ‘l domandava perdon, perché ‘l ne ‘n sentiva pròpri bisògn. Ma la zènt, che eva vist chei ciapuzini entorna nó preocupadi àuter che de laorar sol per dàrge assistenza, e la neva visti tanti morìr entel fàrlo, e chel che parlava per tuti, sèmper el prìm a far fadìgia, e ancia a dirèzer, enfìn cando el s’èra trovà ancia el en fìn de vita; pensà che sanglotìr, e che làgrime s’è sentù e vist a che parole! Po' chel frate straordenari l’à tòt na gran crós che l’era pozada a ‘n pilàster, i l’à levada davanti a el, el s’è tòt fòr i zòcoi su l’ór del pòrtec’, l’è nà zó per i s-cialìni e, ‘ntant che la fola la lo feva passar con rispèt, el s’è metù ‘n testa a chela per compagnarla. El Renzo, tut engropà, né pù né men che se ‘l fus sta un de chei che g’era sta domandà chel perdon straordenari, el s’èra tirà ‘ndré e l’èra nà a méterse de fiànc’ a na baraca; l’èra restà ìo aspetàndo, mèz scondù, con la testa spenzùda avanti e ‘l còrp endré, i òcli spalancadi e ‘l còr che ge bateva fort. Però, dénter de el el sentìva ancia na zèrta e particolare fiducia, nata, crédi mì, da la compassion che geva fat nir la prèdicia, e dal spetàcol de la pietà de tuta ca zènt. E eco che arivava padre Felice, descóuz, con na corda ‘ntorna al còl e na gran crós che pesava assà su le spale. El só vis l’era bròldo e màger, ma da chel mus se vedéva ensèma umiltà e ànimo; el ciaminava lènt ma con en pas dezìso, come cì che pensa sol a nó fàrge far fadìgia ai àutri; ente tut el só portament se vedéva la fegura de n’òm che, pùr endebolì per le gran strussiade e i fastìdi, el tirava fòr da chesti na forza e ‘n spìrit per seghitar a far chel servìzi enzì difìzile che gera sta consegnà. Sùbit dopo de el nidéva i pòpi pù grandòti, tanti descóuzi, pòci vestìdi dal tut, zèrti sol con la ciamìsa. Po' nidéva le feumne, scasi tute le tegnìva per man na pòpa, e le ciantava a doi còri ‘l Miserère. El sòn débol de che ós, la bruta zéra e la stracità dei so visi l’era ròbe da ‘mplenìr de compassion el còr de calunque se fus trovà ìo a véder. Ma ‘l Renzo, ‘nveze, l’osservava con atenzion, fila dopo fila, mus per mus, senza sautàrnen un sol, e la prozession la neva ‘nzì plan che ‘l geva tut el tèmp de vardàr bèn. El passava e ‘l ripassava con i òcli, ma per engot; ogni tant el deva n’oclada ‘mprèssa a le file che ancor geva da passar. Ormai en restava pòce; l’è arivà a l’ultima fila, e tute le dòne le era zà passade: nancia un che l’aves cognossù. Con i brazzi a spindorlon e la testa plegiada su ‘nte na spala, ‘l g’è nà dré coi òcli a chel grupo entant davanti a el scomenziava a passar i òumni. Entel véder, dopo arcànti ciari ‘ndo che gera su i convalessènti, o sia chei che nó podeva ancor ciaminar, ge nù ancor na zèrta atenzion e na zèrta speranza. I ciari de le feumne l’era i ultimi, e la prozession la neva avanti enzì plan che ‘l Renzo l’à podèst osservàrle tute, una per una, senza che enzuna la podés s-ciampàrge. Ma ‘ngot: l’à vardà ‘l prim ciar, po' ‘l secont, po' ‘l tèrz, e ‘nzì per tuti, sèmper senza cognosser enzun, enfìn a l’ùltim, e dré a chesto nó nidéva pù àutri, se nó ‘n ciapuzzìn col mus serio e con en baston en man, che ‘l direzéva e ‘l regolava la prozession. L’era padre Michele, chel che en dit che l’era sta assegnà come compàgn de padre Felice ‘ntel dirèzer el lazarét. Enzì è svanì dal tut ca bèla speranza, e, ‘ntel svanìr, nó sol l’à g’à portà via la consolazion che la geva dat al Renzo, ma, come che suzét de spes, i l’à lagià ente na condizion pézi de prima. A chel punto, la ròba mióra che ‘l podéva ancor sperar l’era chela de trovar la Lucia malada, ma viva. Però, cando che al posto de la speranza se fat avanti la paura, e chesta l’è deventada sèmper pù granda, el pòer Renzo ‘l s’è tacià con tute le forze a chel fil malsegur e doloros de speranza che ancor gera restà. Alor l’è nà ént per chel viòtol e ‘l s’è ‘nvià da la banda da ‘ndo che era nù la prozession. Cando che l’è arivà ai pèi de la ciapèla, el s’è ‘nzinoclà su l’ultim s-cialìn e ‘l g’à dit su n’orazion al Sioredio, o, per dir mèio, en mismas de parole confuse desordenade, mèzi pensieri, sclamazion, suplice, laménti e promesse: una de che orazion che nó se pòl fàrge a le persone, perché nó le saveròs ciapìrle dal tut, e nancia le giaveròs la passienza de scoutàrle, e nó le saròs assà grande da sentìr compassion senza fél. L’è nù ‘n pè, arcant pù solevà; l’à fat el ziro de la ciapèla; e ‘l s’è giatà ente n’àuter viòtol, che nó l’eva ancor vist e che ‘l portava a n’àutra porta. Fati pòci passi, l’à vist la palada, chela che geva dit el frate, che ca e là l’à manciava, pròpri come i ge l’eva descrìta. L’è passà a travérs de una de che crèpe e ‘l s’è giatà ente la zona de le feumne. Scasi sùbit, l’à vist per tèra ‘n ciampanèl, un de chei che i monatti i portava ligiadi a ‘n pè. G’è nù ‘n ment che ca ròba la podèva servìrge come permés per mòverse ‘nte chel pòsto; i l’à tòt su da tèra, l’à controlà che ‘nzun i lo vedés, e i se l’à ligià al pè, come che feva i monatti. Sùbit dopo la scomenzià a zerciàr, chel zerciar che, se ancia se fus tratà de tut’àuter, la saròs stada comunque fadigosissima, sol per la tanta ròba da vardar. Con i òcli l’à scomenzià a vardar, anzi a osservar ben, sène nòve de misèria, da na banda compagne a chele che l’eva zà vist, ma da l’àutra ancia diferènti: perché pur ente la stessa disgrazia, cì gera patimenti diferènti, diferènti modi de patìr, le lamentarse, de soportar, de compatìrse e aidàrse un con l’àuter. E ancia per cì che osservava, come ‘l Renzo, se sentìva na pietà diferènte e ‘n diferènte senso de ribréz. L’eva zà fat nó sai canta strada, senza frut e senza azidènti; cando che de dré a le spale s’è sentù en “oh!” na ó che clamava, che ‘mparéva la fus dirèta a el. el s’è voutà e l’à vist, a na zèrta distanza, ‘n comissari, che l’eva auzzà la man, segnando pròpri el, e urlando: “ìo ‘nle ciàmere g’è bisògn d’aiùt: cì en apena ruà de netar.” El Renzo l’à ciapì sùbit per cì che i l’eva scambià, e che ‘l ciampanèl che ‘l geva ligià ‘ntel pè l’era la ciàusa de ca confusion. El se diséva ‘ntrà de el che l’era sta n’embezìle, per aver pensà sol ai vantazi che chel segn podeva darge — o sia ‘l podér zirar liberament senza èsser fermà — e nó ancia a le rogne che ‘l ge podeva ciausar. Ma, ‘ntel stes moment, l’à pensà ancia al modo di liberarse en prèssa da ca situazion. Siché l’à fat arcanti e velòzi segni con la testa, come per dir che l’eva ciapì e che l’obediva, e ‘l s’è slontanà da chel’òm, ficiàndose dént tra le barache per nó èsser pù vist. Cando che g’è parèst de èsser assà lontan da cì che l’eva scambià per en monatto, l’à pensà ancia de liberàrse de chel che eva ciausà ca rogneta, o sia ‘l ciampanèl. Per podérlo far senza èsser vist, el s’è ficià enten coridoràt tra doi barache, che le era, per dir enzì, una de spale a l’àutra. El s’è sgobà zó per tòrse via ‘l ciampanèl, e, ntant che l’era ‘nca posizion, con la testa pozada a la paré de paia de una de che barache, l’à sentù nir da dentóutra na ós… Oh santo cielo! Èl possìbol? Tut el só èsser l’era ‘nca récla; l’à desmetù de tirar el flà per scoutar mèio… Sì! sì! l’era pròpri ca ós! Ca bèla ós de famìlia che la diséva: “Paura de che po'? En zà passà ròbe bèn pù brute de ‘n temporàl. Cì che n’à dofendù enfìn cì, el né dofenderà ancia adès.” Se ‘l Renzo nó l’à trat fòr en zìc’, nó l’è sta per nó èsser spià, ma perché nó l’è nancia sta bòn de arfladar. Le giambe le g’à zedù, ge s’è ‘nnebià la vista; ma l’è sta sol per n’àtimo. Sùbit dopo ‘l s’è fat fòr, el s’è ‘ndrizzà su drìt, e ‘l s’è sentù pù asvèlto e pù fort de prima, enten pòci sàuti l’à fat el ziro a la baraca, l’è arivà su l’us e l’à vist la dòna che eva parlà, i l’à vista ‘n pè, sgobada sora ‘n letìn. Al chel rumor la s’è voutada, i l’à vardà l’à credèst de aver le orbère, de ‘nsoniàrse; po', osservando mèio, l’à sclamà: “Oh Signore benedét!” “Lucia! v’ài trovà! ve trovi! séo pròpri voi! séo viva!” à sclamà ‘l Renzo, entant che ‘l neva vèrs de ela, tut tremolènt. “Oh Signor benedét!” à ripetù la Lucia ancor pù tremolènta: “voi? che èl po' chesta? En che modo po'? perché po'? la pèsta!” “L’ài bùda. E voi…?” “Ah! ancia mì. E de me mama…?” “Nó l’ài vista no, perché la è a Pasturo; però credi che la stàgia bèn. Ma voi… come séo ancor patìda! Emparéo ancor débola! Però varìda, séo varìda?” “El Sioredio ‘l m’à volèst lagiar ancor cazó. Ah Renzo! perché po' séo cacì voi?” “Perché?” dis el Renzo nàndoge sèmper pù vizìn: “me domandào perché? Perché gevi da nìr? Géo bisògn che ve ‘l dìgia? Cì giàite po' mì da pensar? Nó me clàmite pù Renzo, mì no? Nó séo pù la Lucia, voi no?” “Ma che diséo po'! che diséo po'! Ma me mama nó ve ala fat scrìver no…?” “Sì, purtropo l’à m’à fat scrìver. Bèle ròbe da far scrìver a ‘n pòer disgrazià, tribulà, reméngo, a ‘n putèl che, despèti, almen me par, che nó ‘l ve n’eva mai fat!” “Ma Renzo! Renzo! zà che ‘l séveo… perché po' séo nù? perché po'?” “Perché nir! Oh Lucia! perché nìr, me domandào? Dopo tante promesse! Nó sén pù noiàutri no? Nó ve ricordào pù no? Che ne manciava po'?” “Oh Signor!” à sclamà dolorosament la Lucia, conzàndo su le man, e auzzàndo i òcli al ziél: “perché po' nó méo fat la grazia de tòrme con Voi…! Oh Renzo! Che éo combinà po'? Ecco; scomenziavi a sperar che… col tèmp… me saròssi desmentegiada…” “Bèla speranza! bèle ròbe da dìrme pròpri sul mus!” “Ah, che éo combinà po'? E ‘nte sto pòsto! tra tute ste misèrie! en mèz a sti spetàcoi! cacì ‘ndo che nó se fa àuter che morìr, eo podèst…!” “Chei che mòr, ge vòl pregiar Dio per lori, e sperar che i vàgia ‘n paradìs; ma nó l’è nancia zusta, per chesto, che chei che vìo i g’âbia da viver senza speranza...” “Ma, Renzo! Renzo! voi nó pensào a chel che diséo. Na promessa a la Madona!... En voto!” “E mì ve digi che l’è promesse che nó le conta ‘ngota.” “Oh Cristo santo! Che diséo pò? Endo séo sta pò ente sto tèmp? Con cì éo trattà pò? Com’èl po' che parlào?” “Mì parli da bòn critian; e de la Madona pensi mèio mì che voi; perché mì credi che nó la ‘n vòl promesse che ge dà dan al pròssim. Se la Madona l’avés parlà, ah, alor! Ma che èl sta po'? na vòssa idea. El séo chel che géo da ‘mprométerge a la Madona? Prometége che la prima fiòla che g’averén, ge meterén nòm Maria: che chesto son cì ancia mì a ‘mprométerlo: cheste l’è le ròbe che ge fa ben pù onor a la Madona: cheste l’è le divozion che g’à pù costrut, e che nó le pòrta dan a ‘nzun.” “No no; nó ste a dir enzì: nó séo nancia chel che ve ‘n diséo: nó ‘l séo voi chel che ‘l vòl dir far en voto: nó éo passà chel che ài passà mì: nó l’éo provada no. Né, né, per amor del ziél!” E la s’è slontanada furiosament dal Renzo, tornàndo vèrs el letìn. “Lucia!” dis el Renzo, senza mòverse: “diséme almen, diséme: se nó ‘l fus sta per sta per chesto... saròsseo la stessa per mì?” “Òm senza còr!” à rispondù la Lucia, voutàndose e tratègnendo fadigosament le làgrime. “Voròstus forse che mì diséssite parole inutile, parole che le me faròs patìr, parole che le poròs èsser adiritura scandolose? Saròstus contènt alor? Vai, fame na ciarità vàiten! Desméntegiame: l’era destìn che nó èren destinadi a star ensèma! Ne vederén en paradìs; tanto, nó se resta per en pèz a sto mondo. Vai e zércia de fàrge savér a me mama che son varìda, che ancia cacì ‘l Sioredio ‘l m’à sèmper aidada, che ài trovà n’ànima bòna, sta brava feumna che per mì l’è come na mare. Dìge che speri che ela la sia risparmiada da sta malatìa, e che ne vederén cando che Dio vorà… Vai, per ciarità. e nó sta pù pensar a mì… se nó cando che diràstus su le orazion al Sioredio.” E, come cì che nó ‘l g’à pù ‘ngota da dir, e nancia ‘l vòl sentìr àuter, come cì che vòl s-ciampàrge a ‘n perìcol, la s’è tirada ancor pù vizìna al letìn, endo che g’era ca feumna che l’eva dit prima. “Sentìme, Lucia, sentìme!” dis el Renzo, senza però nàrge pù vizìn. “No, no; néven per ciarità!” “Scoutàme: padre Cristoforo…” “Che?” “L’è cacì.” “Cacì? ‘ndo po'? come féo po' a savérlo?” “G’âi parlà n’àtimo fa; son sta ìo ‘n bèl pèz con el: e ‘n frate de la só calità, me par…” “L’è cì per assìster i pòri ‘mpestadi, segur. Ma el? l’àl zapàda la pèsta?” “Ah Lucia! g’âi paura, g’âi paura purtropo…” e ‘ntant che ‘l Renzo ‘l stentava a proferìr le parole dolorose per el, e che le geva da èsser autertànt dolorose per la Lucia, chesta la s’era destaciada de nòu dal letìn e la tornava a svizinàrse a el: “g’âi paura che i l’àbia zapàda adès!” “Oh pover’òm l’è ‘n sant! Ma che dìgite po', pover’òm? Poréti noi! Come stal po'? èl entel lèt? Èl assistì?” “L’è ‘n pè, ‘l zira, l’assìste i àutri; ma se ‘l vedésseo, che brut color che ‘l g’â, come che ‘l va ‘ntorna! Se n’à visti ‘nzì tanti, ma tanti, che purtropo… nó se sbaglia!” “Oh poréti noi! E l’è pròpri cì!” “L’è cì, e pòc’ lontan: pòc’ su pòc’ zó come da ciasa vòssa a me ciasa… se vé ricordào…!” “Oh Vèrzine Santìssima!” “Eco, pòc’ pù. E pensà ‘n pòc’ se nó en parlà de voi! El m’à dit de che ròbe… Ah, se savésseo chel che ‘l m’à fat véder! El sentiréo; ma prima vòi contàrve chel che ‘l m’à dite l stes, pròpri con le só parole. El m’à dit che févi benón a nìr per zerciàrve, e che al Sioredio ge plas cando che ‘n putèl el se compòrta ente sto modo; e che ‘l m’averòs aidà a trovàrve, come che difati l’è pròpri suzèst, perché el l’è pròrpi ‘n sant per dalbòn. Siché, vedéo!” “Ma se l’à parlà ‘nzì, l’è perché el nó ‘l sa…” “Che voléo che ‘l sàpia po' el, de chel che éo fat voi, de testa vòssa, senza regole e senza domandar consìli a ‘nzuni? N’òm da gialantòm, n’òm savi come el, nó ‘l se met de segur a pensar a ròbe del zènere no. Ma savésseo chel che ‘l m’à fat véder!” — E a chel punto ‘l g’à contà la visita fata ente ca baraca. La Lucia, ancia se ‘ntant che l’era stada ìo ‘n chel pòsto l’eva dovèst usàrse a véder sène brute e che feva ‘mpression, la scoutava plèna de oror e de compassion. “E ancia ìo,” diseva ancor el Renzo, “l’à parlà da sant: l’à dit che ‘l Sioredio forse l’à destinà de fàrge la grazia a chel disgrazià… (adès nó poderòssi pròpri dàrge n’àuter nòm)… e che l’aspèta sol el momento zust per tociàrge ‘l còr; ma ‘l vòl che noi pregiàgente ‘nsèma per el… Ensèma! Eo ciapì?” “Sì, sì; el pregerén, ognun endo che ‘l Sioredio ‘l ne meterà: le orazion l’è bèn bòn de méterle ‘nsèma El.” “Ma se ve dìgi le só parole…!” “Ma Renzo, el nó ‘l sa…” “Ma nó ciapìo no che, cando che parla ‘n sant, l’è ‘l Sioredio stes che parla con la só bócia? E che nó l’averòs dit zèrte parole, se nó le dovés dalbòn deventar vere? E l’ànima de chel pover’òm? Mì ài zà pregià, e seghiterài a pregiar per el: l’ài fat con sinzerità, con tut el còr, come se pregiàssite per en me fradèl. Ma come fal po' a star en paze a l’àuter mondo chel por òm, se al de cà nó se sistema sta fazènda, se nó se ge mét rimèdi al mal che l’à fat? E se voi cipìo bèn sta dimostrazion, alor tut torna come prima: chel che è suzèst l’è suzèst, e el l’à zà pagià la só colpa cì, su sta tèra…” “No, Renzo, no: ‘l Sioredio nó ‘l vòl che noi fégiente del mal è po' ‘mprométerge de far el bèn. Ente ste ròbe cognén lagiàrge far a El: la nòssa incombènza l’è sol chela de pregiar. Se fùssite mòrta ca nòt, el Sioredio nó averòssel podèst perdonàrge no? E se ‘nveze nó son mòrta, se El el m’à salvà e liberà…” “E vòssa mare, ca pòra Agnese, che la m’à sèmper volèst tant ben, e che la se tormentava tant per véderne sposadi, nó ve la ‘l dit ancia ela no che l’è n’idea storta? Ela, che la v’à fat entènder reson ancia àutre bòte, perché, ‘n zèrte ròbe, i la pensa pù zusta de voi…” “Me mama! voléo che me mama la me des el parér de nó rispetar en voto! Ma, Renzo! scorlào?” “Oh! voléo che ve ‘l dìgia? Voiàutre feumne, ste ròbe nó podéo savérle. El padre Cristoforo ‘l m’à dit che tórnia da el a contàrge se ve evi trovà. Von: e sentirài: chel che dirà el…” “Sì, sì; né da chel sant’òm; disége che pregi per el, e che el el pregîa per mì, che ge n’âi tant, tant de bisògn! Ma, per amor del ziél, per la vòssa ànima, per l’ànima mia, nó nidé pù cì a farme del mal, a… tentàrme. Padre Cristoforo, el saverà spiegiarve le ròbe, e fàrve tornar chel che èreo; el el ve farà méter el còr en paze.” “El còr en paze! Oh bèn, chesto togével pur via da la testa. Zà me l’éo fata scriver sta parolaza; e sai ben mì chel che là m’à fat patìr; e adès géo ancia ‘l coràzo de dìrmela. E mì ‘nveze ve dìgi nèt e sclèt che ‘l còr en paze nó ‘l meterài mai. Voi voléo desmentegiàrve de mì; e mì nó vòi desmentegiàrme di voi. E ve ‘mprométi, vardà, che, se me féo pèrder el zudìzi, nó ‘l troverài pù. En tanta malora ‘l mistér, a fàrse ónzer la bòna condóta! Voléo condanàrme a èsser enrabià per tuta la vita; e da ‘nrabià viverai… E chel disgrazià! I lo sa ‘l Sioredio se g’âi perdonà col còr; ma voi… Voléo donca fàrme pensar per tuta la vita che se nó l’era el…? Lucia! éo dit che mì doròssi desmentegiàrve: che mì ve desméntegia! Come g’âite da far po'? A cì credéo che pensàssite po', mì, ‘n tut sto tèmp?... E dopo tut chel che en passà! dopo tante promesse che ne èren fati! Che v’âite fat po' mì, da cando che ne sèn separadi? Perché po' me tratào enten sto modo? Él forse colpa mia se ài patì, se m’è ciapità tute che disgrazie, se son sta tormentà da la zènt? perché âi passà tant tèmp fòr de ciasa, trìst, lontan da voi? perché, al prìm moment che âi podèst, son nù a zerciàrve?” La Lucia, cando che l’à desmetù de sanglotìr e g’è tornà la parola, l’à sclamà, conzàndo su de nòu le man, e auzzàndo al ziél i òcli che slagrimava: “o Vèrzine santìssima, aidàme voi! Voi el séo che, dopo ca nòt, en moment come chesto nó l’evi pù passà. Séo nuda ‘n me aiùt alora; assistéme ancia adès!” “Sì, Lucia; féo ben a pregiar la Madona; ma perché po' voléo créder che Ela che l’è tanto bòna, che la mare de le misericordie, la pòdia avér piazer a fàrne patìr… mì almen… per na parola s-ciampada fòr ente ‘n moment che nó séveo nancia voi chel che ve ‘n diséveo? Voléo créder che la ve àbia aidàda alor, per lagiàrne cì ‘mbroiàdi adès?... Se po' chesta fus na scusa; se l’è che nó podéo pù véderme mì… disémel… parlàme sclèt.” “Per ciarità, Renzo, féme la ciarità, per i vòssi pòri morti, ruàla ìo, ruàla; nó féme morir... Nó ‘l saròs nancia ‘l momento zust. Né dal padre Cristoforo; raccomandame a el, e nó nidé pù cacì, nó stè a nìr pù cì”. “Bòn, bòn, vón; ma nó sté a pensar che nó vòbia tornar! Niròssi de vòuta ancia se dovéssite nar enfìn a la fin del mondo, torneròssi comunque”. E po' l’è scompàrs. La Lucia l’è nada a sentàrse zó, o putost la s’è molàda zó per tèra, arènt al letìn; e la g’â pozà sora la testa, e la seghità a plànzer come na fontana. La dòna, che ‘nfìn alor l’era stada ìo fasèndo òcli e tanto de récle, senza dir baf, l’à domandà chel che l’era ca visita, ca bègia, sto plànzer. Ma forse ‘l lezidor el se domanda cì che fus chela ìo; e, per contentàrlo, nó ge vorà, nancia cì, massa parole. L’era na comerziànte siora, che la geva forse trent’ani. Entel ziro de pòci dì, l’eva vist morìr en ciasa ‘l só òm e tuti i só fiòi: da ìo a pòc’ g’era nù la pèsta ancia a ela e l’era stada portada ‘ntel lazarét, e metùda ‘nca baracòta, e pròpri ‘nte chela che la Lucia, dopo avér passà, senza nancia nascòrzensen, la malatìa, e aver cambià, ancia cì senza nascòrzensen, pù compagne, la scomenziava a tiràrse su, e a star pù ben; perché, fìn da prinzìpi de la malatìa, essèndo ‘ncor en ciasa de don Ferrante, l’era nada fòr dal vada. La baraca nó la podéva tègner pù che doi persone; e tra che doi feumne, tute doi patidèle, arbandonade, spaventade, da só pòsta en mèz a tanta fola, le era deventade scasi sorèle, le geva una con l’àutra na gran confidanza, come se le se cognossés da ‘n gran pèz. En pòc’ tèmp, la Lucia la s’era tirada su tant da podér assìster l’àutra, che ‘nveze l’era stada malada tant. Adès che ancia chela l’era ormai fòr de perìcol, le doi le se feva una con l’àutra compagnìa, coràzo e assistenza; le s’eva ‘mprometù de nó nar fòr dal lazarét se nó ‘nsèma, e le s’eva ancia metùde d’acòrdi per nó separàrse pù nancia dopo. La comerziànte, che la geva lagià a só fradèl, che l’era comissari de Sanità, la ciasa, la botégia e i soldi tuti metùdi ben, la se saròs giatada da só pòsta, trìsta, ma con tanta pù ròba de chela che ge saròs servì per vìver comoda. Per chesto la voleva tègnerse la Lucia con ela, come na fiòla o come na sorèla. La Lucia l’eva azetà, e tanto da sentìrse ‘n dèbit vèrs ca dòna e vèrs la Providènza; ma sol enfìn a cando che nó l’avés bù novità de só mama e nó l’avés savèst, come che la sperava, la só volontà. Per de pù, su le sóe come che l’era, nó l’eva mai parlà de la promessa de matrimòni, e nancia de tuti i só straordenari fati. Ma adès, enten moment de ‘nzì grant azitazion e impression, la Lucia la sentiva ‘l bisògn de confidarse, tanto cant che l’àutra la desiderava scoutar. E, strenzèndo con tute doi le man la man drìta de la só compagna, l’à scomenzià sùbit a risponder a la só domanda, trategnùda sol dai sanglóti che ge spezzava la ós. El Renzo ‘ntant el trotava vèrs el colomèl del bòn frate. Con en pòc’ de atenzión e fadìgia, e avèndo dovést far ancia calche tòc’ de strada doi bòte, a la fìn l’è sta bòn de arivar. L’à trovà la baraca, ma el nó ‘l gera ìo; e alor ziràndo e zerciando ìo ‘n ziro, el Renzo i l’à vist ente na baraca, plegià per tèra, scasi butà zó, entant che l’era dré a dàrge l’òio sant a ‘n moribondo. El Renzo ‘l s’è fermà ‘n silenzio a spetar. Pòc’ dopo, l’à vist che fra Cristoforo l’à serà i òcli al pòer en agonìa, po' ‘nzinoclàrse, pregiar per en moment e levar su. A chel punto, el Renzo ‘l s’è fat avanti e ‘l g’è nà ‘ncontrà. “Oh!” dis el frate, vedèndol nìr; “alor?” “La g’è: l’âi trovada!” “Come stala po'?” “L’è varìda, o almen l’è ‘n pè.” “Sia ringrazià ‘l Sioredio!” “Però… dis el Renzo, cando che ‘l g’è sta vizìn da podér parlar sota ós: “g’è n’àutra rògna.” “Che g’è po'?” “Vòi dir che… i lo sa bèn cant che l’è bòna e brava ca pòra putèla; però, a le bòte, l’è ‘n pòc’ testona ‘nle só idee. Dopo tute le promesse fate, dopo tut chel che ancia el el cognos, adès la dis che nó la pòl pù sposàrme, perché la dis, che sàite mì po'? che ca nòt de la paura la s’è azitada ‘nzì tant che la s’è fata tòr da l’emozion, e, per dir enzì, la s’è consacrada a la Madona. L’è ròbe senza sènso, sì mò? Ròbe bòne, sì, per cì che â studià per cì che g’â la preparazion nezessaria per farle come che se deve; ma per noiàutri, pòra zènt, che nó sén ben come che se deve fàrle… nó èl vera no, che nó le g’â valor?” “Dìme cì: ela tant lontana da cacì?” “Ma valà, no, no: pòci passi de là da la glésia.” “Spèteme cì n’àtimo,” dis el frate: “e po' nén ìo ‘nsèma.” “Vòlel dir che el el ge farà ‘ntènder…” “Nó sai engota, caro; ge vòl che sèntia ela.” “Ciapìssi ben”, dis el Renzo, po' l’è restà con i òcli fìssi per tera e i brazi ‘ncrosadi su la sbòza, tormentà dai só dubi, che i restava ancor tuti talecài. Padre Cristoforo l’è nà de nòu a zerciar padre Vittore, el g’â domandà de far càmbi ancora per en pòc’, po' l’è nà ent enla só baraca, e l’è nù de vòuta col só prosàch, e ‘l g’â dit al Renzo: “Vèi che nén”. Po' ‘l s’è metù davanti, e ‘l s’è ‘nvià vèrs ca baraca endo che, calche tèmp prima, i era zà nadi ént ensèma. Sto bòt però l’è nà ent da só pòsta; dopo ‘n moment l’è tornà fòr e ‘l dis: “Engot! Pregian, pregian.” Po' ‘l dis ancor: “Adès pòrteme tì.” E senza dir àuter, i s’è ‘nviadi. El tèmp entant l’era sèmper pù tacià zó e scur, e l‘amprometéva ormai de segur e pòc’ lontana na buras-ciada. Le slampezàde sèmper pù spesse l’è rotéva ‘l strovéz che cressèva sèmper de pù e per n’àtimo le ‘nluminava i cuèrti lòngi, i pòrtegi, la cupola de la ciapèla, e i ciamìni de le barache. Entant, gran tonezàde sécie le se propagava da na banda a l’àutra del ziél. El putèl el neva inanzi ‘mprèssa, desideròs de arivar, ma ‘l néva pù plan per tiràrse dré ‘l só compagn. Chesto cì, strac’, malà e patì per el gran stòf, el ciaminava con gran fadìgia. Ogni cal trat el levava il só vis tut òssi vèrs el ziél, scasi per zerciar en pòc’ de solievo e arfladar men fadigosament. El Renzo, cando che l’à vist la baraca, ‘l s’è fermà, ‘l s’è voutà ‘ndré, e ‘l dis con na ós tremolenta: “l’è cì.” I và dénter… “Ècoi cì!” urla la feumna ‘ntel letìn. La Lucia la se vòuta, la sàuta su ‘n pè, e la ge và ‘ncontra al vècel, urlando: “oh cì che védi! O padre Cristoforo!” “Alora, Lucia! da cante tribolazion che v’â liberà ‘l Sioredio! Doròsseo èsser contènta de aver sèmper sperà ‘nte El.” “Oh sì! Ma el, padre? Poréta mì, come che l’è cambià! Come stal po'? ‘l me dìgia: come stal po'?” “Come Dio vòl, e come, grazie a El, vòi ancia mì,” à respondù, con en vis serén el frate. E, tiràda ‘nten cianton, ‘l dis: “sentìme: mì nó pòdi star cì pù che tant. Séo propènsa a confidàrve con mì, come àutre bòte?” “Oh! ma segur, nó èl sèmper sta el no, ‘l me padre?” “Pòpa cara, alora; che èl po' sto voto che m’â dite l Renzo?” “L’è ‘n voto che âi fat a la Madona… oh! èri ‘nte na gran tribolazion!… de nó maridàrme.” “Poréta! Ma alor éo pensà, che èreo ligiada a na promessa?” “Tratàndose del Sioredio e de la Madona!… nó g’âi pensà.” “El Signoredio, pòpa, el gradìs i sacrifìzi, le ofèrte, cando che le fén col nòs. Chel che ‘l desìdera l’è ‘l nòs còr, la nòssa volontà. Ma tì nó podéves ofrìrge la volontà de n’àutra persona, chela che ormai géves emprometù e ères obligiada.” “Àite fat mal?” “Ma no, pòra putelòta, nó ste a pensar a chesto: anzi mì credi che a la Vèrzine santa giaverà plasèst l’intenzion del vòs còr avelì, e i l’averà ofèrta ela al Sioredio per voi. Ma diséme; nó vé séo mai consiliàda con enzun de sta fazènda?” “Mì nó pensavi che fus pecià, da cognérme confessar: e chel pòc’ de bèn che se pòl far, se sa che nó ge vòl contàrlo.” “Nó géo mìgia n’àuter motìvo che vè ‘mpedìssia de mantègner la promessa che gé fat al Renzo?” “Ah, se l’è per chesto… per mì… che motìvo…? Nó poròssi pròpri dir…” à rispondù la Lucia, con en dubi che ‘l mossàva tut’àuter che ‘n dubi del só pensiér; e ‘l só vis ancor bròldo da la malatìa, l’è florì tut de colp del rós pù vìo. “Voi credéo,” dis ancor chel’òm savi, sbassando i ocli, “che ‘l Sioredio l’abia dat a la só Glésia l’autorità de perdonar o de ‘mpedìr, conforma a chel che l’è mèio, i peciàdi e i òbligi che i òumni i à fat entei só confronti?” “Mì sì, che ‘l credi.” “Bèn alor géo da savér che noi, che sen destinadi a la cura de le ànime ente sto pòsto, gen, per tuti chei che ricor a noi, le pù gran facoltà de la Glésia; e che per chesto, mi pòdi, cando che voi me ‘l domandàsseo, de liberàrve da l’obligo, calunque ‘l sia, che avésseo podèst tòr a ciàusa de sto voto.” “Ma nó èl en pecià no cambiar idea, pentìrse de na promessa fata a la Madona? Alor l’evi fata dalbòn con tut el còr…” dis la Lucia, tuta scombussolada dal nìr fòra a l’improvìsa, ge vòl pròpri dirlo, de na speranza che nó la se spetava, e ‘ntel stes tèmp dal tornar a fàrse sentìr de na paura, ancor pù forta per via de tuti i pensieri che, da tant tèmp, l’à ge n eva plén la testa. “Pecià, pòpa?” dis el padre: “pecià ‘l ricórer a la Glésia, e domandar al só ministro che ‘l fàgia uso de l’autorità che l’â rizevèst da chela, e che chela i l’â rizevèsta dal Sioredio? Mì âi vist en che maniera voi doi ve séo portadi a star ensèma; e de segur, se mai m’è parèst de véder doi che fus metùdi ‘nsèma dal Padreterno, voiàutri èreo pròpri chei: e adès nó vedi pròpri perché ‘l Sioredio ‘l vòbia véderve separadi. E mì ‘l benedìssi perché ‘l m’â dat, ancia se nó me ‘l mèriti, l’autorità de parlar entel só nòm, e de liberàrve dal vòssa promessa. E se voi me domandào che mì ve dìgia che nó séo pù obligiada da sto voto, mì nó speti àuter per fàrlo; e anzi desìderi pròpri che me ‘l domandàgeo.” “Alor…! alora…! Mì ‘l domandi;” dis la Lucia, con en vis azità migia, se nó per en pòc’ de respèt. El frate, fasèndoge segn, l’à clamà ‘l putèl, che l’era restà entel cianton pù lontan, vardando (perchè de pù nó ‘l podeva far) fìs ca parlada ‘ndo che ‘l geva tant interès; e, cando che l’è sta vizìn, el dis con na bèla ós, a la Lucia: “con l’autorità che giâi da la Glésia, ve dichiari che nó séo pù obligiada dal voto de verzinità, scanzelando chel che g’è podèst èsser de imprevìst, e liberàndove da ogni obligiazion che avésseo podèst tòr.” El se ‘mmàzinia adès el lezidor che musica che l’era per le récle del Renzo che parole. L’â ringrazià con tanto de òcli chel che l’eva proferìde; e l’â sùbit zercià, ma senza trovàrli, chei de la Lucia. “Tornà a èsser segura e pazìfica coi pensieri che géveo enbòt,” el g’â dit ancor el ciapuzìn a la Lucia: “domandàge de nòu al Sioredio le grazie che ge domandàveo alora, o sia de èssere na spósa santa; e fidave che, dopo tute le tribulazion che eo passà, el Signor el ve ‘n darà ancor de pù e bondanti. E tì,” l’â dit po' voutàndose vèrs el Renzo, “ricòrdete, putèl, che se la Glésia la te rènt sta compagna, nó i lo fa per procuràrte sol na consolazion che passerà, na contentezza che, ancia se la fus perfèta e senza nancia ‘n dolor, la se finiròs entel moment de la separazion, con gran patiment, ma per menarte tì e ela ‘nsèma vèrs la felizità eterna, chela che nó la rua mai. Siché, voléve ben come doi compagni de viaz, savèndo che ‘n dì giaveréo da destaciàrve, ma sèmper con la speranza de ritrovarve per sèmper en l’àutra vita. Ringrazià ‘l ziel che ‘l v’â portà a sto punto, ma no dopo aver passà momenti bèi e alegri e curti, ma dopo fadìge, dificoltà, che le v’â preparà a na felizità pù fonda e calma. Se ‘l Sioredio ‘l ve farà la grazia de aver fiòi, vardà de aver come mira chela de educarli per El, de ‘nsegnàrge a lori l’amor vèrs el Sioredio e vèrs el pròssim; e alora saveréo compagnarli bèn en tut el rèst. “Lucia,” el dis a la fìn el frate, “te la ‘l dit,” e ‘ntant el ge féva segn al Renzo, “cì che l’â vist cacì?” “Ah sì, sì padre, i me l’â dit!” “Voi pregeréo per el! Nó ste desméter de farlo. E pregià ancia per mì! … cari putèi, vòi lagiàrve ‘n ricordo de sto pòr frate.” Dit enzì l’â tirà fòr da la só bussacia na s-ciatola de legn de secónda, ma lauràda con na zèrta braùra e cura, come che i era usadi i ciapuzìni, e l’â dit ancora: “Dénter cì g’è chel che rèsta de chel pan… el prìm che âi domandà come ciarità; chel pan che éo sentù parlar! Ve ‘l lagi a voiàutri: tegnìlo a man e mossàgel ai vòssi fiòi. Lori i viverà enten mondo difìzile e ‘nte ani tristi, en mèz a persone supèrbe e ciatìve. Disége a lori de perdonar, sèmper, sèmper, tut, tut! E che ancia lori i pregîa per sto pòr frate!” E l’â sporzèst la s-ciatola a la Lucia, che i l’â tòta ‘n man come se faròs con na relìchia. Po', con na ós pù calma, ‘l dis ancor: “adès diséme, che spòne géo po' cì a Milan? Endo pensào de nar a star po', apena fòr da cacì? E cì èl po' che ve porterà da vòssa mare, che Dio ‘l vòbia de avérla conservada sana?” “Sta bòna feumna la mé fa ela da mama: noi doi narén fòr da cacì ‘nsèma, e po' ela la penserà a tut.” “Dio i la benedìssia,” dis el frate, nasèndoge vizìn al letìn. “El ringrazi ancia mì,” dis la védoa, “de la consolazion che l’â dat a ste doi pòre creature; siben che mì avéssite fat cont de tègnerla sèmper con mì, sta cara Lucia. Ma per entant la tègni mì; la compagnerài mì al só paes, e la consegnerai mì a só mama; e, la g’â tacià sota ós, vòi fàrge mì la dòta. En ge n’âi massa de ròba; e de chei che geva da gòderla con mì, nó è restà pù ‘nzuni!” “Ente sto modo,” g’â respondù ‘l frate “ela la pòl ofrìrge ‘n gran sacrifìzi al Sioredio e far del ben ancia ai àutri. Nó g’âi bisògn de racomandàrge sta putèla: vedi zà che la ge vòl bèn come a na só fiòla. Nó resta che lodar Dio, che ‘l sa comportàrse da vero pare, ancia cando che ‘l ne punìs, e che, fasèndove ‘ncontrar, l’â fat palesar a tute doi el segn del só amor. Dai alor,” el dis dopo, parlàndo col Renzo, e togéndol per man, “noi doi cì nó gen pù ‘ngot da far, e sen stadi cì ancia massa. Vèi che nén.” “Oh padre!” dis la Lucia: “la vederàite ancora? Mì son varìda, mì che nó fon engot de bòn a sto mondo; e el…!” “L’è zà da arcànt tèmp,” à rispondù con na ós ensèma sèria e zàntìla ‘l vècel, “che ge domandi al Sioredio na gran grazia: podér ruar la me vita a servìr i àutri. Se adès El el volés fàrmela, g’âi bisògn che tuti chei che me vòl ben i me àidia a ringraziarlo. Dehi mò; dége al Renzo le vòsse nòve da portàr a vòssa mama.” “Contàge tut chel che éo vist,” dis la Lucia al só morós: “disége che âi giatà n’àutra mare, e che nirài ensèma a chesta pù prést che pòdi, e che speri, speri tant de trovàrla sana.” “Se géo bisògn de soldi,” dis el Renzo, “mì g’âi cì tuti chei che m’éo mandà, e…” “No, no,” l’â dit pronta la védova: “ge n’âi mì ancia massa.” “Vèi che nén,” dis el frate. “Ve saludi, Lucia…! e saludi ancia ela, cara bòna siora,” dis el Renzo, nó trovàndo le parole zuste per dir pròpri tut chel che ‘l sentìva. “Cissà che ‘l Sioredio nó ‘l ne fàgia la grazia de podér véderne ancor tuti ‘nsèma!” à sclamà la Lucia. “Che ‘l Signor el sia sèmper con voi, e che ‘l ve benedìssia,” dis a le doi feumne fra Cristoforo; e l’è partì da ca baraca col Renzo. Manciava pòc’ a nìr nòt, e ‘mparéva che da ‘n moment a l’àuter el tèmp el dovés molàrla. El ciapuzìn el g’â ofèrt de nòu al Renzo de passar la nòt enla só pòra baraca. “Nó poderài fàrte tanta compagnìa,” ‘l g’â dit, “ma almen staràstus sota ‘n cuèrt.” El Renzo però ‘l geva come ‘l morbìn, e ‘l voléva partìr sùbit; nó ‘l geva pròpri vòia de restar ìo ente chel pòsto ‘nzì brut, e spezialment perché nó l’averòs podèst profitar per véder la Lucia e nancia per fermàrse a parlar en pòc’ con calma col frate. Cant a l’ora o a le condizion del tèmp, per el, enchel momento, nó g’era diferènza che fus dì o nòt, che ge fus el sol o che ‘l plovés, vènt ciàut o frét: per el l’era tut compagn. L’à ringrazià ‘l frate, disèndo che ‘l voleva méterse ‘n viaz prima possìbol per nar a zerciar l’Agnese. Arivadi su la strada prinzipale, ‘l frate ‘l g’â dat la man e ‘l g’â dit: “Se saràstus bòn de trovarla, sperànte ‘n Dio!, ca brava Agnese, salùdela ancia per mì; dige, come ancia a tuti chei che è restà ìo e che i se ricorda de padre Cristoforo, de pregiar per mì. Che ‘l Sioredio ‘l te compàgnia e ‘l te benedìssia per sèmper.” “Oh, caro padre…! ne giaterénte ancor? né giaterénte?” “Speri lassù.” Con ste parole, ‘l s’è destacià dal Renzo; che, restà ìo a vardàrlo ‘nfin che nó i l’à pù vist, l’à zapà ‘mprèssa la strada vèrs la porta, dàndo oclade de compassion da na man e da l’àutra ente chel tribulèri. G’era ‘n moviment straordenari, tanti monatti che coréva, a portàr ròba, a comodar le tende de le barache, convalesènti che se strozzegiava sota i pòrtegi, per star al cuèrt sicome era dré a nìr a momenti na boràs-cia.
Appena infatti ebbe Renzo passata la soglia del lazzeretto e preso a diritta, per ritrovar la viottola di dov’era sboccato la mattina sotto le mura, principiò come una grandine di goccioloni radi e impetuosi, che, battendo e risaltando sulla strada bianca e arida, sollevavano un minuto polverìo; in un momento, diventaron fitti; e prima che arrivasse alla viottola, la veniva giù a secchie. Renzo, in vece d’inquietarsene, ci sguazzava dentro, se la godeva in quella rinfrescata, in quel susurrìo, in quel brulichìo dell’erbe e delle foglie, tremolanti, gocciolanti, rinverdite, lustre; metteva certi respironi larghi e pieni; e in quel risolvimento della natura sentiva come più liberamente e più vivamente quello che s’era fatto nel suo destino. Ma quanto più schietto e intero sarebbe stato questo sentimento, se Renzo avesse potuto indovinare quel che si vide pochi giorni dopo: che quell’acqua portava via il contagio; che, dopo quella, il lazzeretto, se non era per restituire ai viventi tutti i viventi che conteneva, almeno non n’avrebbe più ingoiati altri; che, tra una settimana, si vedrebbero riaperti usci e botteghe, non si parlerebbe quasi più che di quarantina; e della peste non rimarrebbe se non qualche resticciolo qua e là; quello strascico che un tal flagello lasciava sempre dietro a sè per qualche tempo. Andava dunque il nostro viaggiatore allegramente, senza aver disegnato nè dove, nè come, nè quando, nè se avesse da fermarsi la notte, premuroso soltanto di portarsi avanti, d’arrivar presto al suo paese, di trovar con chi parlare, a chi raccontare, soprattutto di poter presto rimettersi in cammino per Pasturo, in cerca d’Agnese. Andava, con la mente tutta sottosopra dalle cose di quel giorno; ma di sotto le miserie, gli orrori, i pericoli, veniva sempre a galla un pensierino: l’ho trovata; è guarita; è mia! E allora faceva uno sgambetto, e con ciò dava un’annaffiata all’intorno, come un can barbone uscito dall’acqua; qualche volta si contentava d’una fregatina di mani; e avanti, con più ardore di prima. Guardando per la strada, raccattava, per dir così, i pensieri, che ci aveva lasciati la mattina e il giorno avanti, nel venire; e con più piacere quelli appunto che allora aveva più cercato di scacciare, i dubbi, le difficoltà, trovarla, trovarla viva, tra tanti morti e moribondi! — E l’ho trovata viva! — concludeva. Si rimetteva col pensiero nelle circostanze più terribili di quella giornata; si figurava con quel martello in mano: ci sarà o non ci sarà? e una risposta così poco allegra; e non aver nemmeno il tempo di masticarla, che addosso quella furia di matti birboni; e quel lazzeretto, quel mare! lì ti volevo a trovarla! E averla trovata! Ritornava su quel momento quando fu finita di passare la processione de’ convalescenti: che momento! che crepacore non trovarcela! e ora non gliene importava più nulla. E quel quartiere delle donne! E là dietro a quella capanna, quando meno se l’aspettava, quella voce, quella voce proprio! E vederla, vederla levata! Ma che? c’era ancora quel nodo del voto, e più stretto che mai. Sciolto anche questo. E quell’odio contro don Rodrigo, quel rodìo continuo che esacerbava tutti i guai, e avvelenava tutte le consolazioni, scomparso anche quello. Talmentechè non saprei immaginare una contentezza più viva, se non fosse stata l’incertezza intorno ad Agnese, il tristo presentimento intorno al padre Cristoforo, e quel trovarsi ancora in mezzo a una peste. Arrivò a Sesto, sulla sera; nè pareva che l’acqua volesse cessare. Ma, sentendosi più in gambe che mai, e con tante difficoltà di trovar dove alloggiare, e così inzuppato, non ci pensò neppure. La sola cosa che l’incomodasse, era un grand’appetito; chè una consolazione come quella gli avrebbe fatto smaltire altro che la poca minestra del cappuccino. Guardò se trovasse anche qui una bottega di fornaio; ne vide una; ebbe due pani con le molle, e con quell’altre cerimonie. Uno in tasca e l’altro alla bocca, e avanti. Quando passò per Monza, era notte fatta: nonostante, gli riuscì di trovar la porta che metteva sulla strada giusta. Ma meno questo, che, per dir la verità, era un gran merito, potete immaginarvi come fosse quella strada, e come andasse facendosi di momento in momento. Affondata (com’eran tutte; e dobbiamo averlo detto altrove) tra due rive, quasi un letto di fiume, si sarebbe a quell’ora potuta dire, se non un fiume, una gora davvero; e ogni tanto pozze, da volerci del buono e del bello a levarne i piedi, non che le scarpe. Ma Renzo n’usciva come poteva, senz’atti d’impazienza, senza parolacce, senza pentimenti; pensando che ogni passo, per quanto costasse, lo conduceva avanti, e che l’acqua cesserebbe quando a Dio piacesse, e che, a suo tempo, spunterebbe il giorno, e che la strada che faceva intanto, allora sarebbe fatta. E dirò anche che non ci pensava se non proprio quando non poteva far di meno. Eran distrazioni queste; il gran lavoro della sua mente era di riandare la storia di que’ tristi anni passati: tant’imbrogli, tante traversìe, tanti momenti in cui era stato per perdere anche la speranza, e fare andata ogni cosa; e di contrapporci l’immaginazioni d’un avvenire così diverso: e l’arrivar di Lucia, e le nozze, e il metter su casa, e il raccontarsi le vicende passate, e tutta la vita. Come la facesse quando trovava due strade; se quella poca pratica, con quel poco barlume, fossero quelli che l’aiutassero a trovar sempre la buona, o se l’indovinasse sempre alla ventura, non ve lo saprei dire; chè lui medesimo, il quale soleva raccontar la sua storia molto per minuto, lunghettamente anzi che no (e tutto conduce a credere che il nostro anonimo l’avesse sentita da lui più d’una volta), lui medesimo, a questo punto, diceva che, di quella notte, non se ne rammentava che come se l’avesse passata in letto a sognare. Il fatto sta che, sul finir di essa, si trovò alla riva dell’Adda. Non era mai spiovuto; ma, a un certo tempo, da diluvio era diventata pioggia, e poi un’acquerugiola fine fine, cheta cheta, ugual uguale: i nuvoli alti e radi stendevano un velo non interrotto, ma leggiero e diafano; e il lume del crepuscolo fece vedere a Renzo il paese d’intorno. C’era dentro il suo; e quel che sentì, a quella vista, non si saprebbe spiegare. Altro non vi so dire, se non che que’ monti, quel Resegone vicino, il territorio di Lecco, era diventato tutto come roba sua. Diede un’occhiata anche a sè, e si trovò un po’ strano, quale, per dir la verità, da quel che si sentiva, s’immaginava già di dover parere: sciupata e attaccata addosso ogni cosa: dalla testa alla vita, tutto un fradiciume, una grondaia; dalla vita alla punta de’ piedi, melletta e mota: le parti dove non ce ne fosse si sarebbero potute chiamare esse zacchere e schizzi. E se si fosse visto tutt’intero in uno specchio, con la tesa del cappello floscia e cascante, e i capelli stesi e incollati sul viso, si sarebbe fatto ancor più specie. In quanto a stanco, lo poteva essere, ma non ne sapeva nulla: e il frescolino dell’alba aggiunto a quello della notte e di quel poco bagno, non gli dava altro che una fierezza, una voglia di camminar più presto. È a Pescate; costeggia quell’ultimo tratto dell’Adda, dando però un’occhiata malinconica a Pescarenico; passa il ponte; per istrade e campi, arriva in un momento alla casa dell’ospite amico. Questo, che s’era levato allora, e stava sull’uscio, a guardare il tempo, alzò gli occhi a quella figura così inzuppata, così infangata, diciam pure così lercia, e insieme così viva e disinvolta: a’ suoi giorni non aveva visto un uomo peggio conciato e più contento. “Ohe!” disse: “già qui? e con questo tempo? Com’è andata?” “La c’è,” disse Renzo: “la c’è: la c’è.” “Sana?” “Guarita, che è meglio. Devo ringraziare il Signore e la Madonna fin che campo. Ma cose grandi, cose di fuoco: ti racconterò poi tutto.” “Ma come sei conciato!” “Son bello eh?” “A dir la verità, potresti adoprare il da tanto in su, per lavare il da tanto in giù. Ma, aspetta, aspetta; che ti faccia un buon fuoco.” “Non dico di no. Sai dove la m’ha preso? proprio alla porta del lazzeretto. Ma niente! il tempo il suo mestiere, e io il mio.” L’amico andò e tornò con due bracciate di stipa: ne mise una in terra, l’altra sul focolare, e, con un po’ di brace rimasta della sera avanti, fece presto una bella fiammata. Renzo intanto s’era levato il cappello, e, dopo averlo scosso due o tre volte, l’aveva buttato in terra: e, non così facilmente, s’era tirato via anche il farsetto. Levò poi dal taschino de’ calzoni il coltello, col fodero tutto fradicio, che pareva stato in molle; lo mise su un panchetto, e disse: “anche costui è accomodato a dovere; ma l’è acqua! l’è acqua! sia ringraziato il Signore... Sono stato lì lì...! Ti dirò poi.” E si fregava le mani. “Ora fammi un altro piacere,” soggiunse: “quel fagottino che ho lasciato su in camera, va’ a prendermelo, chè prima che s’asciughi questa roba che ho addosso...!” Tornato col fagotto, l’amico disse: “penso che avrai anche appetito: capisco che da bere, per la strada, non te ne sarà mancato; ma da mangiare...” “Ho trovato da comprar due pani, ieri sul tardi; ma, per dir la verità, non m’hanno toccato un dente”. “Lascia fare,” disse l’amico; mise l’acqua in un paiolo, che attaccò poi alla catena; e soggiunse: “vado a mungere: quando tornerò col latte, l’acqua sarà all’ordine; e si fa una buona polenta. Tu intanto fa’ il tuo comodo.” Renzo, rimasto solo, si levò, non senza fatica, il resto de’ panni, che gli s’eran come appiccicati addosso; s’asciugò, si rivestì da capo a piedi. L’amico tornò, e andò al suo paiolo: Renzo intanto si mise a sedere, aspettando. “Ora sento che sono stanco,” disse: “ma è una bella tirata! Però questo è nulla. Ne ho da raccontartene per tutta la giornata. Com’è conciato Milano! Le cose che bisogna vedere! Le cose che bisogna toccare! Cose da farsi poi schifo a se medesimo. Sto per dire che non ci voleva meno di quel bucatino che ho avuto. E quel che m’hanno voluto fare que’ signori di laggiù! Sentirai. Ma se tu vedessi il lazzeretto! C’è da perdersi nelle miserie. Basta; ti racconterò tutto... E la c’è, e la verrà qui, e sarà mia moglie; e tu devi far da testimonio, e, peste o non peste, almeno qualche ora, voglio che stiamo allegri.” Del resto mantenne ciò, che aveva detto all’amico, di voler raccontargliene per tutta la giornata; tanto più, che, avendo sempre continuato a piovigginare, questo la passò tutta in casa, parte seduto accanto all’amico, parte in faccende intorno a un suo piccolo tino, e a una botticina, e ad altri lavori, in preparazione della vendemmia; ne’ quali Renzo non lasciò di dargli una mano; chè, come soleva dire, era di quelli che si stancano più a star senza far nulla, che a lavorare. Non potè però tenersi di non fare una scappatina alla casa d’Agnese, per rivedere una certa finestra, e per dare anche lì una fregatina di mani. Tornò senza essere stato visto da nessuno; e andò subito a letto. S’alzò prima che facesse giorno; e, vedendo cessata l’acqua, se non ritornato il sereno, si mise in cammino per Pasturo. Era ancor presto quando ci arrivò: chè non aveva meno fretta e voglia di finire, di quel che possa averne il lettore. Cercò d’Agnese; sentì che stava bene, e gli fu insegnata una casuccia isolata dove abitava. Ci andò; la chiamò dalla strada: a una tal voce, essa s’affacciò di corsa alla finestra; e, mentre stava a bocca aperta per mandar fuori non so che parola, non so che suono, Renzo la prevenne dicendo: “Lucia è guarita: l’ho veduta ierlaltro; vi saluta; verrà presto. E poi ne ho, ne ho delle cose da dirvi.” Tra la sorpresa dell’apparizione, e la contentezza della notizia, e la smania di saperne di più, Agnese cominciava ora un’esclamazione, ora una domanda, senza finir nulla: poi, dimenticando le precauzioni ch’era solita a prendere da molto tempo, disse: “vengo ad aprirvi.” “Aspettate: e la peste?” disse Renzo: “voi non l’avete avuta, credo.” “Io no: e voi?” “Io sì; ma voi dunque dovete aver giudizio. Vengo da Milano; e, sentirete, sono proprio stato nel contagio fino agli occhi. È vero che mi son mutato tutto da capo a piedi; ma l’è una porcheria che s’attacca alle volte come un malefizio. E giacchè il Signore v’ha preservata finora, voglio che stiate riguardata fin che non è finito quest’influsso; perchè siete la nostra mamma: e voglio che campiamo insieme un bel pezzo allegramente, a conto del gran patire che abbiam fatto, almeno io.” “Ma...” cominciava Agnese. “Eh!” interruppe Renzo: “non c’è ma che tenga. So quel che volete dire; ma sentirete, sentirete, che de’ ma non ce n’è più. Andiamo in qualche luogo all’aperto, dove si possa parlar con comodo, senza pericolo; e sentirete.” Agnese gl’indicò un orto ch’era dietro alla casa; e soggiunse: “entrate lì, e vedrete che c’è due panche, l’una in faccia all’altra, che paion messe apposta. Io vengo subito.” Renzo andò a mettersi a sedere sur una: un momento dopo, Agnese si trovò lì sull’altra: e son certo che, se il lettore, informato come è delle cose antecedenti, avesse potuto trovarsi lì in terzo, a veder con gli occhi quella conversazione così animata, a sentir con gli orecchi que’ racconti, quelle domande, quelle spiegazioni, quell’esclamare, quel condolersi, quel rallegrarsi, e don Rodrigo, e il padre Cristoforo, e tutto il resto, e quelle descrizioni dell’avvenire, chiare e positive come quelle del passato, son certo, dico, che ci avrebbe preso gusto, e sarebbe stato l’ultimo a venir via. Ma d’averla sulla carta tutta quella conversazione, con parole mute, fatte d’inchiostro, e senza trovarci un solo fatto nuovo, son di parere che non se ne curi molto, e che gli piaccia più d’indovinarla da sè. La conclusione fu che s’anderebbe a metter su casa tutti insieme in quel paese del bergamasco dove Renzo aveva già un buon avviamento: in quanto al tempo, non si poteva decider nulla, perchè dipendeva dalla peste, e da altre circostanze: appena cessato il pericolo, Agnese tornerebbe a casa, ad aspettarvi Lucia, o Lucia ve l’aspetterebbe: intanto Renzo farebbe spesso qualche altra corsa a Pasturo, a veder la sua mamma, e a tenerla informata di quel che potesse accadere. Prima di partire, offrì anche a lei danari, dicendo: “gli ho qui tutti, vedete, que’ tali: avevo fatto voto anch’io di non toccarli, fin che la cosa non fosse venuta in chiaro. Ora, se n’avete bisogno, portate qui una scodella d’acqua e aceto; vi butto dentro i cinquanta scudi belli e lampanti.” “No, no,” disse Agnese: “ne ho ancora più del bisogno per me: i vostri, serbateli, che saran buoni per metter su casa.” Renzo tornò al paese con questa consolazione di più d’aver trovata sana e salva una persona tanto cara. Stette il rimanente di quella giornata, e la notte, in casa dell’amico; il giorno dopo, in viaggio di nuovo, ma da un’altra parte, cioè verso il paese adottivo. Trovò Bortolo, in buona salute anche lui, e in minor timore di perderla; chè, in que’ pochi giorni, le cose, anche là, avevan preso rapidamente una bonissima piega. Pochi eran quelli che s’ammalavano; e il male non era più quello; non più que’ lividi mortali, nè quella violenza di sintomi; ma febbriciattole, intermittenti la maggior parte, con al più qualche piccol bubbone scolorito, che si curava come un fignolo ordinario. Già l’aspetto del paese compariva mutato; i rimasti vivi cominciavano a uscir fuori, a contarsi tra loro, a farsi a vicenda condoglianze e congratulazioni. Si parlava già di ravviare i lavori: i padroni pensavano già a cercare e a caparrare operai, e in quell’arti principalmente dove il numero n’era stato scarso anche prima del contagio, com’era quella della seta. Renzo, senza fare il lezioso, promise (salve però le debite approvazioni) al cugino di rimettersi al lavoro, quando verrebbe accompagnato, a stabilirsi in paese. S’occupò intanto de’ preparativi più necessari: trovò una casa più grande; cosa divenuta pur troppo facile e poco costosa; e la fornì di mobili e d’attrezzi, intaccando questa volta il tesoro, ma senza farci un gran buco, chè tutto era a buon mercato, essendoci molta più roba che gente che la comprassero. Dopo non so quanti giorni, ritornò al paese nativo, che trovò ancor più notabilmente cambiato in bene. Trottò subito a Pasturo; trovò Agnese rincoraggita affatto, e disposta a ritornare a casa quando si fosse; di maniera che ce la condusse lui: nè diremo quali fossero i loro sentimenti, quali le parole, al rivedere insieme que’ luoghi. Agnese trovò ogni cosa come l’aveva lasciata. Sicchè non potè far a meno di non dire che, questa volta, trattandosi d’una povera vedova e d’una povera fanciulla, avevan fatto la guardia gli angioli. “E l’altra volta,” soggiungeva, “che si sarebbe creduto che il Signore guardasse altrove, e non pensasse a noi, giacchè lasciava portar via il povero fatto nostro; ecco che ha fatto vedere il contrario, perchè m’ha mandato da un’altra parte di bei danari, con cui ho potuto rimettere ogni cosa. Dico ogni cosa, e non dico bene; perchè il corredo di Lucia che coloro avevan portato via bell’e nuovo, insieme col resto, quello mancava ancora; ma ecco che ora ci viene da un’altra parte. Chi m’avesse detto, quando io m’arrapinavo tanto a allestir quell’altro: tu credi di lavorar per Lucia: eh povera donna! lavori per chi non sai: sa il cielo, questa tela, questi panni, a che sorte di creature anderanno indosso: quelli per Lucia, il corredo davvero che ha da servire per lei, ci penserà un’anima buona, la quale tu non sai nè anche che la sia in questo mondo.” Il primo pensiero d’Agnese fu quello di preparare nella sua povera casuccia l’alloggio il più decente che potesse, a quell’anima buona: poi andò in cerca di seta da annaspare; e lavorando ingannava il tempo. Renzo, dal canto suo, non passò in ozio que’ giorni già tanto lunghi per sè: sapeva far due mestieri per buona sorte; si rimise a quello del contadino. Parte aiutava il suo ospite, per il quale era una gran fortuna l’avere in tal tempo spesso al suo comando un’opera, e un’opera di quell’abilità; parte coltivava, anzi dissodava l’orticello d’Agnese, trasandato affatto nell’assenza di lei. In quanto al suo proprio podere, non se n’occupava punto, dicendo ch’era una parrucca troppo arruffata, e che ci voleva altro che due braccia a ravviarla. E non ci metteva neppure i piedi; come nè anche in casa: chè gli avrebbe fatto male a vedere quella desolazione; e aveva già preso il partito di disfarsi d’ogni cosa, a qualunque prezzo, e d’impiegar nella nuova patria quel tanto che ne potrebbe ricavare. Se i rimasti vivi erano, l’uno per l’altro, come morti resuscitati, Renzo, per quelli del suo paese, lo era, come a dire, due volte: ognuno gli faceva accoglienze e congratulazioni, ognuno voleva sentir da lui la sua storia. Direte forse: come andava col bando? L’andava benone: lui non ci pensava quasi più, supponendo che quelli i quali avrebbero potuto eseguirlo, non ci pensassero più nè anche loro: e non s’ingannava. E questo non nasceva solo dalla peste che aveva fatto monte di tante cose; ma era, come s’è potuto vedere anche in vari luoghi di questa storia, cosa comune a que’ tempi, che i decreti, tanto generali quanto speciali, contro le persone, se non c’era qualche animosità privata e potente che li tenesse vivi, e li facesse valere, rimanevano spesso senza effetto, quando non l’avessero avuto sul primo momento; come palle di schioppo, che, se non fanno colpo, restano in terra, dove non danno fastidio a nessuno. Conseguenza necessaria della gran facilità con cui li seminavano que’ decreti. L’attività dell’uomo è limitata; e tutto il di più che c’era nel comandare, doveva tornare in tanto meno nell’eseguire. Quel che va nelle maniche, non può andar ne’ gheroni. Chi volesse anche sapere come Renzo se la passasse con don Abbondio, in quel tempo d’aspetto, dirò che stavano alla larga l’uno dall’altro: don Abbondio, per timore di sentire intonar qualcosa di matrimonio: e, al solo pensarci, si vedeva davanti agli occhi don Rodrigo da una parte, co’ suoi bravi, il cardinale dall’altra, co’ suoi argomenti: Renzo, perchè aveva fissato di non parlargliene che al momento di concludere, non volendo risicare di farlo inalberar prima del tempo, di suscitar, chi sa mai? qualche difficoltà, e d’imbrogliar le cose con chiacchiere inutili. Le sue chiacchiere, le faceva con Agnese. “Credete voi che verrà presto?” domandava l’uno. “Io spero di sì,” rispondeva l’altro: e spesso quello che aveva data la risposta, faceva poco dopo la domanda medesima. E con queste e con simili furberie, s’ingegnavano a far passare il tempo, che pareva loro più lungo, di mano in mano che n’era più passato. Al lettore noi lo faremo passare in un momento tutto quel tempo, dicendo in compendio che, qualche giorno dopo la visita di Renzo al lazzeretto, Lucia n’uscì con la buona vedova; che, essendo stata ordinata una quarantina generale, la fecero insieme, rinchiuse nella casa di quest’ultima; che una parte del tempo fu spesa in allestire il corredo di Lucia, al quale, dopo aver fatto un po’ di cerimonie, dovette lavorare anche lei; e che, terminata che fu la quarantina, la vedova lasciò in consegna il fondaco e la casa a quel suo fratello commissario; e si fecero i preparativi per il viaggio. Potremmo anche soggiunger subito: partirono, arrivarono, e quel che segue; ma, con tutta la volontà che abbiamo di secondar la fretta del lettore, ci son tre cose appartenenti a quell’intervallo di tempo, che non vorremmo passar sotto silenzio; e, per due almeno, crediamo che il lettore stesso dirà che avremmo fatto male. La prima, che, quando Lucia tornò a parlare alla vedova delle sue avventure, più in particolare, e più ordinatamente di quel che avesse potuto in quell’agitazione della prima confidenza, e fece menzione più espressa della signora che l’aveva ricoverata nel monastero di Monza, venne a sapere di costei cose che, dandole la chiave di molti misteri, le riempiron l’animo d’una dolorosa e paurosa maraviglia. Seppe dalla vedova che la sciagurata, caduta in sospetto d’atrocissimi fatti, era stata, per ordine del cardinale, trasportata in un monastero di Milano; che lì, dopo molto infuriare e dibattersi, s’era ravveduta, s’era accusata; e che la sua vita attuale era supplizio volontario tale, che nessuno, a meno di non togliergliela, ne avrebbe potuto trovare un più severo. Chi volesse conoscere un po’ più in particolare questa trista storia, la troverà nel libro e al luogo che abbiam citato altrove, a proposito della stessa persona. L’altra cosa è che Lucia, domandando del padre Cristoforo a tutti i cappuccini che potè vedere nel lazzeretto, sentì, con più dolore che maraviglia, ch’era morto di peste. Finalmente, prima di partire, avrebbe anche desiderato di saper qualcosa de’ suoi antichi padroni, e di fare, come diceva, un atto del suo dovere, se alcuno ne rimaneva. La vedova l’accompagnò alla casa, dove seppero che l’uno e l’altra erano andati tra que’ più. Di donna Prassede, quando si dice ch’era morta, è detto tutto; ma intorno a don Ferrante, trattandosi ch’era stato dotto, l’anonimo ha creduto d’estendersi un po’ più; e noi, a nostro rischio, trascriveremo a un di presso quello che ne lasciò scritto. Dice adunque che, al primo parlar che si fece di peste, don Ferrante fu uno de’ più risoluti a negarla, e che sostenne costantemente fino all’ultimo, quell’opinione; non già con ischiamazzi, come il popolo; ma con ragionamenti, ai quali nessuno potrà dire almeno che mancasse la concatenazione. “In rerum natura,” diceva, “non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser nè l’uno nè l’altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera. E son qui. Le sostanze sono, o spirituali, o materiali. Che il contagio sia sostanza spirituale, è uno sproposito che nessuno vorrebbe sostenere; sicchè è inutile parlarne. Le sostanze materiali sono, o semplici, o composte. Ora, sostanza semplice il contagio non è; e si dimostra in quattro parole. Non è sostanza aerea; perchè, se fosse tale, in vece di passar da un corpo all’altro, volerebbe subito alla sua sfera. Non è acquea; perchè bagnerebbe, e verrebbe asciugata da’ venti. Non è ignea; perchè brucerebbe. Non è terrea; perchè sarebbe visibile. Sostanza composta, neppure; perchè a ogni modo dovrebbe esser sensibile all’occhio o al tatto; e questo contagio, chi l’ha veduto? chi l’ha toccato? Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all’altro; chè questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all’altro. Che se, per evitar questa Scilla, si riducono a dire che sia accidente prodotto, danno in Cariddi: perchè, se è prodotto, dunque non si comunica, non si propaga, come vanno blaterando. Posti questi princìpi, cosa serve venirci tanto a parlare di vibici, d’esantemi, d’antraci...?” “Tutte corbellerie,” scappò fuori una volta un tale. “No, no,” riprese don Ferrante: “non dico questo: la scienza è scienza; solo bisogna saperla adoprare. Vibici, esantemi, antraci, parotidi, bubboni violacei, furoncoli nigricanti, son tutte parole rispettabili, che hanno il loro significato bell’e buono; ma dico che non han che fare con la questione. Chi nega che ci possa essere di queste cose, anzi che ce ne sia? Tutto sta a veder di dove vengano.” Qui cominciavano i guai anche per don Ferrante. Fin che non faceva che dare addosso all’opinion del contagio, trovava per tutto orecchi attenti e ben disposti: perchè non si può spiegare quanto sia grande l’autorità d’un dotto di professione, allorchè vuol dimostrare agli altri le cose di cui sono già persuasi. Ma quando veniva a distinguere, e a voler dimostrare che l’errore di que’ medici non consisteva già nell’affermare che ci fosse un male terribile e generale; ma nell’assegnarne la cagione; allora (parlo de’ primi tempi, in cui non si voleva sentir discorrere di peste), allora, in vece d’orecchi, trovava lingue ribelli, intrattabili; allora, di predicare a distesa era finita; e la sua dottrina non poteva più metterla fuori, che a pezzi e bocconi. “La c’è pur troppo la vera cagione,” diceva; “e son costretti a riconoscerla anche quelli che sostengono poi quell’altra così in aria... La neghino un poco, se possono, quella fatale congiunzione di Saturno con Giove. E quando mai s’è sentito dire che l’influenze si propaghino...? E lor signori mi vorranno negar l’influenze? Mi negheranno che ci sian degli astri? O mi vorranno dire che stian lassù a far nulla, come tante capocchie di spilli ficcati in un guancialino?... Ma quel che non mi può entrare, è di questi signori medici; confessare che ci troviamo sotto una congiunzione così maligna, e poi venirci a dire, con faccia tosta: non toccate qui, non toccate là, e sarete sicuri! Come se questo schivare il contatto materiale de’ corpi terreni, potesse impedir l’effetto virtuale de’ corpi celesti! E tanto affannarsi a bruciar de’ cenci! Povera gente! brucerete Giove? brucerete Saturno?” His fretus, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s’attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle. E quella sua famosa libreria? È forse ancora dispersa su per i muriccioli.
Difati apena che ‘l Renzo l’eva passà la sòlia del lazarét e tòt la mandrìta, per trovar chel vìcol da ‘ndo che l’era nà fòr la matina sota i muri, â scomenzià a nìr gózze grosse una cì e una ìo e come fus tompèsta, che, batèndo e sautàndo su la strada biancia e àlida le levava ‘n polverìn menù; enten’àtimo le è deventade fite; e prima de arivar al vicolét la nideva zó a sécle. El Renzo, enveze che preocuparse, ‘l ge nodàva dént, el se la godéva tuta ca rinfres-ciada, ca confusion de erbe e de fòie che tremolava, che sgozzolava, che sverdezava e che tornava slusènte; el tirava ‘l flà font, plén el stómec’; e ‘nchel rinovament de la natura, el sentìva ancia dénter sé stes come na sensazion de liberazion che neva d’acòrdi con el córs nòu de la só vita. Ma chel sentiment de alegrìa el saròs sta ancor pù bel e grant, se ‘l Renzo l’aves podèst emmazinàrse chel che se saròs vist pòci dì dopo: che ca plovèsta l’era dré a portàrse via ‘l contàg; che, ruà de plòver, el lazarét, ancia se nó l’averòs podèst dar endré ai vivi tuti chei che gera dént, almen nó l’averòs pù fat àutri mòrti; che, da ìo a òt dì se saròs podèst davèrzer ciase e botége e se saròs parlà scasi sol de le caranténe da rispetar; e che de la pèsta nó saròs restà àuter che calche segn ca e là, chel tant che na pidemìa compagna la se lagiava dré per calche tèmp. Siché ‘l nòs òm, el Renzo, ‘l trotava aléger e contènt come na pasca, senza savér né ‘ndo che ‘l saròs arivà, né come, né cando, né se ‘l se saròs fermà a dormìr ca nòt. L’unica preocupazion l’era chela de nar avanti, de arivar pù prést che ‘l podéva al só paes, de trovar calchedun da parlàr, calchedun da contàrge tut, e spezialment de podérse riméter en viaz per nar a Pasturo, a zerciar l’Agnese. El ciaminava con la testa ancor scombussolada per tut chel che l’eva passà ‘nchel dì; ma, sota tute che impression de misèria, de oror, e de perìcol, seghitava a sfiorar chel pensier de felizità: l’âi trovada; l’è varìda; l’è mia! Alor el tréva ‘n sautèl dal contènt e, fasèndo ‘nzì, ‘l sbrizzetava aca tut en ziro come che fa i ciagni cando che i vèn fòr dal rì; a bòte ‘l se contentava de fregiarse le man per la contentezza; po' ‘l tornava a ciaminar, con pù passion de prima. Entant che ‘l vardava la strada, ‘l metéva ‘nsèma, per dir enzì, i pensieri che ‘l geva, cando che l’arivava, la matìna e ‘l dì prima; e l’era ancor pù contènt pròpri a pensar a le preocupazion che ‘l voleva s-ciarar: i dubi, le dificoltà, trovàrla, trovàrla viva, en mèz a tanti mòrti e moribondi! “E l’âi trovàda viva!” ‘l concludeva felìze. El viveva ancor con la mént i minuti pù tremendi de ca zornada; el se ‘mmazinava con chel batipòrta ‘n man, entant che ‘l se domandava: ge saràla o nó ge saràla? Po' ca risposta che l’era pòc’ consolante, e sùbit dopo chei furiosi lazeroni che ge déva adòs; e ‘l lazarét, tut chel folò, ca moltitùdine! Ìo, pròpri ìo, l’eva dovèst trovàrla! E i l’eva trovada! Col pensier el neva ancor a chel moment cando che era passà tuta ca prozession dei varìdi: che angóssa ‘nchel moment, che dolor nó avèrla giatàda ìo! – e adès, nó ge ‘nteressava pù ‘ngotiènto. E po' chel pòsto per le feumne! E, dré a ca baraca, cando che mén i se lo spetava, ca ós… pròpri la só ós! E po' véderla, véderla sana! Ma g’era ancor chel gróp del voto, ancor pù dur da desgiarteiar. Ancia chel, però, adès l’era desligià. E ca fél per don Rodrigo, chel torment de sèito che l’aumentava tuti i dolori e che l’anverenava ogni consolazion, ancia chel l’era sparì. Nó se poròs emmazinar na felizità pù granda che chesta, se nó fus restà ‘l dubi per l’Agnese, ‘l brut pensier su le condizion de padre Cristoforo e ‘l fato de giatàrse ancor en mèz a la pèsta. L’è arivà a Sesto che l’imbrunìva, e ‘mpareva che la plòvia nó la volés pròpri desméter. Però, sicome ‘l se sentìva ‘n fòrza, e considerando cant che l’era difìzile trovar en pòsto per poussàr, e mìz come che l’era, nó l’à nancia pensà de fermàrse. L’unico fastìdi che ‘l sentìva l’era la gran fam, perché dopo aver parlà con fra Cristoforo, ca consolazion che la geva dat pù vigor de cant che averòs fat chel piatèl de menèstra che l’eva magnà al lazarét. L’à vardà ìo ‘n ziro se ge fus en panetér, e ‘l n’â vist un, l’à tòt doi panéti, i ge l’à dati con le tenàie e con le sòlite zerimònie. Un en s-ciarsèla e l’àuter en bócia, e, avanti col só viaz. Cando che l’è passà per Monza l’era nòt négra: sibèn che l’era ‘nzì stròu, l’è sta bòn de trovar la porta che metéva su la strada zusta. Ma lagiàndo star chesto, che, a dir la verità l’era ‘n gran mèrit, podéo emmazinàrve come che l’era ca strada, e come che la deventava man a man che se neva avanti. L’era s-ciavada, come tute le àutre (e l’én zà dit autró), tra doi argialóni, scasi come fus en rì: a chel’ora se averòs podèst dir che nó l’era ‘n rì, ma almen en fòs plén de aca. G’era po' slavàgi ‘nzì fòndi, che ge voléva dalbòn far tanta atenzion e fadìgia per èsser bòni a tiràr fòr i pèi, per nó parlàr de le s-ciarpe. Ma ‘l Renzo el feva chel che ‘l podeva e ‘l ge ‘n nideva fòr, senza ‘nrabiàrse, senza dir parolàzze, senza pentìrse; pensando che ogni pas, per tant che ‘l ge costas, i lo feva nar avanti, e che l’averòs desmetù de plòver, grazie a Dio, e che, a só tèmp saròs nù dì, e che la strada che ‘ntant el feva, chela l’era fata. E ge vòl dir ancia che ‘l Renzo nó ‘l pensava ai só desàsi se nó cando che nó l’era pròpri possìbol far a men. A chei el ge pensava sol per n’àtimo; el vero laóro de la só ment l’era chel de nàrge dré a tuta la storia de chei ani tristi apena passadi: tute che trame complicade, che disgrazie, i tanti momenti che l’eva scasi pèrs la speranza e pensà che fus tut finì. A tuti chei ricordi però ‘l ge oponéva le fantasie de ‘n doman diferènte dal tut: l’arivar de la Lucia, el só matrimòni, la frabicia de só ciasa, el contàrse ‘nsèma i fati passadi, e a tuta la só vita. Come che ‘l feva po' a tòr la via zusta cando che l’era davanti a doi strade, nó se ‘l saveròs dir: se l’era ca pòcia speriènza che ‘l geva, o chel pòc’ de lum che i lo aidàva a trovar sèmper la strada bòna, opur se ‘l ge reussisés per fortuna. Nó ‘l sai, dis el scritor, perché nancia el stes Renzo ‘l se ricordava ben. E chesto siben el fus usà a contar la só storia per fil e per segn, con gran bondànza de particolari, a bòte ancia massa, (e tut lagia créder che ‘l nos scritor i l’aves sentùda dal Renzo pù de ‘n bòt), el medésem, a sto punto, ‘l diseva che, de ca nòt, nó ‘l se ricordava ‘ngotiènto, come se i l’aves passada ’ntel lèt a ‘nsoniàrse. Fato sta che, vèrs matìna bonora, ‘l s’èra giatà su la sponda de l’Adda. Nó l’eva mai desmetù de plòver dal tut; ma, a ‘n zèrto punto, ‘l delóbi l’era deventà plòvia normale, e po' ‘n splousinar fìn fìn, calmo e galìo. Le nùgole, ormai àute e clàre, le feva ‘n vél lizér e làmpit e la luze de l’albezar la g’â permés al Renzo de véder el panorama ìo ‘ntorna. Ente chel véder g’era ancia ‘l só paesòt, e chel che la sentù ‘ntel vardàrlo nó l’è possìbol descrìverlo. Pòdi sol dir che, ‘nte chel moment che l’â vist che montagne, ‘l Resegone ‘nzì vizìn, e tut el teritòri de Lecco, ge ‘mparéva tut come se fus ròba sóa, come fus tèra sóa, el só mondo. Po' ‘l s’â vardà el stes, e ‘l s’è giatà ente na condizion en pòc’ stramba, pròpri come che ‘l se ‘mmazinava de ‘mparér: da la testa enfìn al ciavalòt l’era mìz come ‘n poiàt e ‘l sgrondazava come ‘n silàm; da la zentùra ‘n zó l’era scuertà de lòcia e lèa, tanto che le pòce part che era néte se podeva clamàrle sol macle e sbrizzéti. Se ‘l se fus podèst véder ente ‘n spègel tut entréc’, con la falda del ciapèl tuta flapa e cadènta, e i ciavéi bagnadi e rentadi sul mus, el saròs restà maraveà ancia el de che condizion che l’era. Cant a la stracità, ‘l podéva ancia èsserlo, ma nó ‘l se n’ascorzéva: e ‘l fres-c’ de l’alba, zontà a chel de la nòt e de la plòvia, ‘l ge deva sol n’impression de forza e orgòi, na vòia ancor pù granda de ciaminar ancor pù ‘mprèssa. L’è arivà po' dopo a Pescate; l’à costezà l’ùltim trat de l’Adda, dàndoge via n’oclada trista a Pescarenico; l’à passà ‘l pònt; per stradèle e ciampi, l’è arivà ente n’àtimo ‘n ciasa de l’ospitón só amìzi. Sto cì, che l’era apena levà, e l’era su l’us, a vardàr el tèmp, l’à auzzà i òcli per véder cì che l’era ca persona ‘nzì fradlìda, enzì ‘nlociada, disénte pur enzì blólgia, ma ‘nsèma ‘nzì viva e segura: da cando che l’era al mondo nó l’eva mai vist enzuni conzà pèzi e pù contènt. “Ohe!” ‘l dis: “zà cì? e con sto tèmp? Com’èla nada pò?” “La g’è,” dis el Renzo: “la g’è: la g’è.” “Sana?” “Varìda, che l’è ‘ncor mèio. G’âi da ringraziar el Sioredio e la Madona enfìn che vivi. Ma ròbe gròsse, ròbe da fòc’: te conterài pò tut.” “Ma varda come che ses conzà!” “Sónte bèl no, ah?” “A dir la verità, poròstus dopràr l’aca che g’âs adòs da la vita ‘nsu per lavàrte da la metà ‘n zó, da tant che ses miz. Ma speta, speta n’àtimo che te ‘mpizzi ‘l fòc’!” “Nó ‘l négi, dis el Renzo. Sas endo che âi zapà tuta sta aca? Pròpri davanti al lazarét. Ma passiènza! El tèmp el fa ‘l só mister, e mì fón el mè.” L’amìzi alor l’è nà a tòr doi sbrazzade de paia sécia: el n’à metù ‘n pòcia per tèra, e l’àutra ‘ntel foglàr; po', con en pòc’ de brase che era restà da la sera inanzi, l’à ‘mpizzà ‘n bèl fòc’ aléger. Entant el Renzo ‘l s’eva tòt zó ‘l ciapèl e, dopo avérlo scorlà doi o trei bòte per far nìr fòr tuta l’aca, i l’à trat per tèra. Po', con pù fadìgia, ‘l s’à tòt fòr ancia ‘l giabàn che l’era tut bagnà miz. Po' l’à tirà fòr da la s-ciarsèla de le brage ‘l só cortèl, col fòdro ‘mbombizzà, come se ‘l fus sta ‘n mòia; i l’à metù su ‘nten sgiabèl e ‘l dis: “Ancia chesto l’è conzà bèn! Ma l’è sol aca, aca! Sia ringrazià ‘l Sioredio… Ge son nà vizìn…! Po' dopo te conterài.” E ‘ntant che ‘l parlava, ‘l se sfregolava le man per s-ciaudàrse. Po' ‘l dis: “Adès fàme n’àuter piazer: chel fagotèl che âi lagià su ‘n ciàmera, vai a tòrmel, perché prima che se sùgia i drapi che g’âi adòs…!” Nù de vòuta col fagòt, el sòzi l’à dit: “g’âi en ment che g’averàstus ancia apetìt: ciapìssi che da béver, a nìr cì, nó te n’è mancià mìgia; ma da magnar…” “Ài trovà da provéderme doi michéte, ieri sul tardi; però a dìrte la verità g’âi ancor da zaciàrnen una.” “Làgeme far a mì,” dis l’amìzi; l’à metù l’aca ‘ntel paròl e i l’à tacià su a la segósta; e po' l’â dit: “vón a mónzer: cando che vèni col lat, l’aca la doròs bóier; e fen na bòna polènta. Tì ‘ntant fai chel che vòs.” Restà da só pòsta, ‘l Renzo, ‘l s’â tòt fòr, sgengiànt, el rèst dei drapi che i ge s’era ‘mpegoladi adòs; el s’è sugià, e ‘l s’è vestì de nòu da la testa ai pèi. El só amìzi l’è tornà, e l’è nà sùbit vèrs el só paròl: el Renzo ‘ntant el s’è sentà zó a spetar. “Adès me vèn fòr el strac’,” el dis: “ma l’è na bèla tirada! Però chesto l’è ‘ngot. En ge n’âi da contàrte, per tuta la zornada. Savéstus come che l’è conzà Milan! Ge voròs che vedéstus! Ròbe che ge vòl tociàrle per créder! Robe che, sol a pensàrge, te vèn schifo de tì stes. Scasi scasi te dìgi che ge la voléva pròpri ca bèla slavazzada che âi zapà, demò per netàrme. E po', chel che nó i â provà a farme chei siori lazó! Te conti bèn. Ma se tì vedéstus el lazarét! G’è da pèrderse en mèz a tante misèrie e tribulazion de la zènt. Comunque te conti tut per fil e per segn… E ela la è ìo, e la nirà cì, e la deventerà la me spósa; e tì dovràstus fàrme da compare, e, pèsta o nó pèsta, almen per calche ora, vòi che ne godéntie ‘n pòc’ de alegrìa!” At ogni modo, el Renzo l’à mantegnù la promessa che ‘l geva fat al só amìzi: chela de contàrge tute le combinazion che l’eva vivèst. Tanto pù che nó l’eva mai desmetù de plòver n’acheta lizéra, e i era restadi ‘n ciasa tut el dì: a momenti el Renzo el steva sentà zó dausìn al só amìzi, e a momenti i lo aidàva ‘ntei só mistéròti, come preparar el tinazzòt, na botesèla e àutre ròbe nezessarie perché da ìo a pòc’ scomenziava la vendéma. El Renzo, come che ‘l diséva de spes, l’era un de chei che feva pù fadìgia a star ìo a vardar che a dàrse le man da tórn. Però, nó l’â podèst resìster a la tentazion de dar na s-ciampada a la ciasa de l’Agnese, per véder na zèrta finèstra e per dàrse na bèla sfregolada a le man da la contentézza. L’è reussì a tornar de vòuta senza che ‘nzun lo vedés e l’è nà sùbit a dormìr. La doman a bonóra l’è levà e, vedèndo che l’eva desmetù de plòver, ancia se ‘l ziél nó l’era ancor serén, el s’è metù ‘n viaz per nar a Pasturo. L’era ‘ncor matìna cando che ‘l Renzo l’è arivà: difati el geva tanta prèssa e vòia de ruar su la fazènda, canta che pòl avérnen el lezidor de savér come che la va a ruàr. L’à zercià notìzie de l’Agnese; e l’è nù a savér che la steva ben e che la abitava ente na ciasòta fòr de man. L’è nà sota ca ciasòta e i l’à clamada da la strada; apena che l’à sentù ca ós, l’Agnese l’à vardà fòr da la finestra, e, ‘ntant che l’era dré a dir vergota, nó se sa se na parola o sol en zèst, el Renzo i l’à antizipada, disèndo: “La Lucia l’è varìda; L’Âi vista mì l’àutreri; la ve manda i saluti e la nirà prest. E po' g’âi tante, tante ròbe da dìrve.” Tra la ‘mprovisada del véderlo e la contentezza de la notìzia, e l’azitazion de savér de pù, l’Agnese la scomenziava adès na parola, po' na domanda, senza mai finìrnen una: po', desmentegiàndose la prudenza che da tant tèmp la géva, la dis: “vèni a davèrzerve.” “Aspetà: e la pèsta?” dis el Renzo: “voi nó l’éo zapada no, almen credi.” “Mì no: e voi?” “Mì sì; ma alor voi g’éo da star atènta. Vèni da Milan; e, sentiréo, e ‘ntel contàg g’eri dént enfìn al còl. L’è bèn vera che me son cambià tuti i drapi, da la testa ai pèi; ma chela ìo l’è na sporciarìa che, a bòte, la se tacia come na maledizion. E sicome ‘l Sioredio el v’â protezèst enfìn a adès, mì vòi che seghitàgeo a star atènta enfìn che sta bruta influènza nó la sarà passada; perché per mì, voi séo come na mare e voròssi vìver ancor tanti ani, contènti, per sgalivar en pòc’ tute le tribolazion che en passà, almen mì.” “Ma…” scomenziava l’Agnese. “Eh!” dis pronto ‘l Renzo: “nó g’è ma che tègnia. Sai ben mì chel che voléo dir; ma sentìme cì, sentìme, che de ma nó ge ‘n sarà pù. Nidé ‘nten pòsto a l’avèrta, endo che se pòdia parlar en paze, senza perìcol; e sentiréo.” L’Agnese la g’â fat segn n’òrt che l’era dré a la ciasa; e la dis: “né enter ìo e vederéo che g’è doi bancéte, una che varda l’àutra, che l’empar metùde ìo apòsta. Mì vèni sùbit.” El Renzo el s’era sentà zó su ‘nte una; n’àtimo dopo, è ciapità l’Agnese che la s’è sentada zó su l’àutra. Son segur che, se ‘l lezidor, che ‘l cognos ben tut chel che è suzèst prima, l’aves podèst trovarse ìo come ‘l tèrz, a scoutar ca zacolada ‘nzì asvèlta, a scoutar chei fati, che domande, che spiegiazion, che sclamazion, le parole dolorose e chele alégre, e le storie su don Rodrigo, sul padre Cristoforo e su tut el rèst, e a sentìr ancia le impression che feva lori sul doman, segure e bèle come chele zà passade, èco, son segur che ‘l se saròs godèst en mondo, e ‘l saròs sta l’ùltim a nàrsen. Ma, visto che se trata de méter zó per scrìt, con parole mute e fate de ‘nclòster e senza che ge sia dént en fato nòu, pensi che al lezidor nó ge ‘nterèssia pù che tant, e che ‘l preferìssia ‘mmazinàrsela da só pòsta. En conclusion, i s’èra dezìsi a nar, apena che l’era possìbol, a vìver tuti ‘nsèma ‘ntel paes vizìn a Bergamo endo che ‘l Renzo l’eva zà trovà ‘n bòn laoro. Per entant, nó se podeva dezìder cando, perché tut dipendeva da la fìn de la pèsta e da àutri fati. Apena ruà ‘l perìcol, l’Agnese la saròs tornada a ciasa, endo che l’everòs aspetà la Lucia, o la Lucia la saròs tornàda da ela. Entramèz, el Renzo l’averòs fat de spes calche viaz a Pasturo, per nar a trovar l’Agnese e tègnerla ‘nformada su come che neva le ròbe. Prima de partìr, ‘l g’â ofèrt ancia a ela ‘n pòci de soldi, disèndo: “i g’âi cì tuti, vedéo, chei soldi: evi fat voto ancia mì de nó tociàrli, enfìn che la chestion nó la fus sistemada. Adès, se ge néo de bisògn, portàme cì na scudèla de aca e asé; ve péti dént i zincanta scudi bei e lustri.” “No, no,” dis l’Agnese: “ge n’âi ancor, pù del bisògn per mì: i vòssi tegnìli a man, che i sarà bòni per méter su ciasa.” El Renzo l’è tornà ‘ntel paes con na consolazion de pù de avér giatà sana e salva na persona tanto cara. Per el rèst de la zornada e de la nòt l’è restà ‘n ciasa del só amìzi; el dì dré, de nòu en viaz, ma da n’àutra banda, o sia vèrs el paes che l’eva sièlto per méter su ciasa. El Renzo l’à trovà ancia ‘l Bortolo en bòna salute, e men preocupà de malàrse; difati, enchei pòci dì, ancia ìo la situazion l’era cambiada ‘n mèio e ‘n prèssa. Chei che se malava i era ormai en pòci, e la malatìa nó l’era pù chela da prima: nó se vedéva pù che brute plage e nancia chei segni ciatìvi, ma sol féver lizéra, per lo pù che neva e nidéva, e calche enfladùzem, ma pìzzol e descolorì che se curava benón, come ‘n normale brufèl. Zà ‘l paes el vardava fòr mèio: chei che nó era mòrt i scomenziava a nar fòr de ciasa, a trovàrse, a contàrsela, a far doi parole de pedimént e de contentezza per èsser ancor vivi. Se parlava zà de far partìr i laori de nòu: i padroni i zerciava de nòu operai e i vardava de tègnersei, spezialment ente chei lauréri endo che i laurànti i era s-ciarsi ancia prima de la pèsta, come l’industria de la séda. El Renzo, senza far massa ‘l difìzile, l’eva ‘mprometù (naturalment con i dovudi permessi) a só cusìn che ‘l saròs tornà a laorar con el, cando che ‘l fus sta ensèma a la Lucia e per enciasàrse per sèmper entel paes. Entant el s’è ocupà de preparar le ròbe pù ocorènti: l’à trovà na ciasa pù granda, che l’era na ròba enfìn massa fàzile e bonmarcià, e i l’à mobiliada con i armaròti e le credènze e arzare, dopràndo na part dei soldi che l’eva sparagnà, ma senza spènder tant, perché tut costava ormai pòc’: g’era difati tanta pù ròba che i vendeva che persone pronte a compràrla. Dopo nossocanti dì, l’è tornà ‘ntel paesòt endo che l’era nat, che l’à trovà ancor cambià e tant en mèio. Pessegiànt l’è nà sùbit a Pasturo; l’à trovà l’Agnese pròpri solevàda e pronta a tornar a só ciasa cando che ocorés; en modo che i l’à portàda ìo el stes: nó sten cì a dìr cai che l’era i só sentimenti, che parole, a véder ensèma de nòu chei pòsti. L’Agnese l’à trovà tute le só ròbe come che i l’eva lagiàde. Siché nó l’à podèst far a men de nó dir che, sto bòt, tratàndose de na pòra vedoa e de na pòra putèla, eva fat la guardia i ànzoi. “E l’àutra bòta” diséva l’Agnese, “cì averòs mai pensà che ‘l Sioredio ‘l se ocupas de noiàutri, visto che ‘l permeteva che i né portàs via tut chel pòc’ che géven? E ‘nveze, eco che ‘l n’â fat véder el contràri, perché mì âi trovà soldi da n’àutra banda e con chei âi podèst riméter ogni ròba al só pòsto. Dìgi, ogni ròba, però nó l’è vera dal tut, perché manciava ancor la dota de la Lucia, che chei ladróni i s’eva portà via nòu de zéca ensèma a tut el rèst; ma adès ancia chel el né ariva da n’àutra man. Se calchedun el m’avés dit, cando che me strumiavi tant a parezzar chel prìm corèdo: - Tì crédes de laurar per la Lucia; pòra dòna vèh, enveze ses dré a laurar per calchedun àuter! Sol Chel su sora ‘l sa endo che narà a ruàr sta tela, sti drapi. Per la vera dota de la Lucia, chela che sarà sóa per dalbòn, ge penserà n’ànima bòna, che tì nó sas nancia che la ge sia a sto mondo.-” El prìm pensier de l’Agnese l’è sta chel de sistemar, enla só pòra ciasòta, na ciàmera con pù decòr possìbol per ca persona ‘nzì bòna. Po' la s’è metùda a zerciàr seda da ‘ndoanar, e lauràndo ‘nzì la reussìva a far passar el tèmp pù ‘mprèssa. Ancia ‘l Renzo, per só cont, nó l’è restà ìo con le man en man enchei dì zà tanto lòngi de so: per fortuna l’era bòn de far doi mistéri; el s’è metù de nòu a far el contadìn. En pòc’ l’aidava ‘l Bortol, che per el aver en laorante come ‘l Renzo, e per de pù capàze, l’era na gran fortuna ente chei tèmpi, e ‘n pòc’ el se ocupava de l’ortesèl de l’Agnese, che l’era sta trascurà dal tut entant che l’era manciada. Cant al só ciampét, enveze, nó i lo vardava nancia: el diséva che l’era come na perùca massa szufada, o sia ridota ‘nzì mal che nó l’era assà sol doi brazzi per méterlo a pòsto. Nó ‘l ge metéva dént nancia ‘n pè, e nó ‘l neva nancia dént a só ciasa, perché ge nidéva mal demò a véderla enche condizion che l’era. Oramai l’eva dezìso de vénder tut, a calsiasi prèzzi, e de dopràr i soldi che l’averòs zapà per sistemarse entel pòsto nòu endo che l’eva destinà de nar a vìver. Se per i paesani, chei che nó era mòrti da la pèsta, l’era come mòrti tornadi a vìver, el Renzo l’era, per lori, resussità doi bòte: tuti i ge feva fèsta, i ge neva ‘ncòntra con alegrìa, i ge feva i complimenti e ognun el voléva sentìr da la só ós la storia de tuti i só fati. Poderòsseo domandàrve: “Ma com’erela po' con chel pefèl (l’órden de méterlo ‘n preson)?”. La neva benón: el Renzo nó ‘l ge pensava nancia pù, l’era convìnto che ancia chei che averòs podèst farlo presonér, ormai i se l’era desmentegià, e difati ‘l geva reson. Chesto nó ‘l dipendeva sol da chel disastro che era sta la pèsta, che l’eva scombussolà ogni ròba, ma ancia dal modo che funzionava le ròbe a chel tèmp: come che se â podèst véder ente àutri fati de sta storia, suzzedéva assà de spes che i pefèi, sia chei zenerali che chei che riguardava na persona, se nó i era sostegnùdi da calche spòtico che g’eva l’interès, neva a ruàr sèmper tut su per el ciamìn. Se nó i feva efèto sùbit, i restava ìo ‘n l’òio, come le patróne del szòp che, se nó le zapa ‘l bersalio, le cròda per tèra senza far mal a ‘nzuni. Chesto ‘l suzzedeva sèmper perché i pefèi i li plubiciava massa fazilment: le persone le pòl far enfìn a ‘n zèrto punto, e tut chel che neva entel comandar el manciava po' dopo ‘ntel far. Come dir che, chel che va ‘nle mànge, nó ‘l pòl nar enle vèste. Cì che volés savér come che ‘l se la cavava ‘l Renzo e don Abondio ente chei dì de speranza, el deve savér che i doi i se tegnìva ben lontani un da l’àuter: don Abondio, perché ‘l geva paura che ‘l Renzo ‘l scomenziàs a parlàrge de matrimòni; e sol a pensàrge ge nideva ‘n ment, da na banda don Rodrigo con i só róbleri, e da l’àutra ‘l cardinal con le só brontolade: el Renzo, ‘nveze, ‘l s-civava de parlàrnen perché l’eva dezìso de fàrlo sol al momento zust, cando che tut saròs sta pronto per conclùder; nó ‘l voleva riszar de far enrabiar el curat prima del tèmp, e nancia de procurar n’àutra dificoltà o de confónder le ròbe con zàcole inutili. Enzì ‘l Renzo ‘l passava ‘l tèmp a parlar con l’Agnese. “Che diséo po', la Lucia niràla prest?” domandava un. “Mì speri pròpri de sì,” rispondeva chel’àuter; e de spes cì che eva apena rispondù, sùbit dopo ‘l tornava a far la stessa domanda. Con cheste e con furbarìe compagne, i se ‘nzignava a far passar el tèmp, che ‘mpareva a lori ancor pù lònc’, man man che ‘l passava. Al lezidor noi tut chel tèmp el fen passar enten colp, disèndo en pòce parole che, calche dì dopo la visita del Renzo al lazarét, la Lucia l’è nùda fòr ensèma a la só bòna védoa; che, essèndo stada ordinada na caranténa zenerale, i l’à passada ‘nsèma, serade dent en ciasa de ca feumna; che na bòna part del tèmp l’è stada doprada per méter ensèma la dota de la Lucia, mistér che â cognèst far ancia ela dopo ‘n pòc’ de complimenti; e che, finida la caranténa, la védoa la lagià ‘n consegna a só fradèl comissari, ‘l depòsit e la ciasa; e po' le s’è parezzade per el viaz. Poderòssen ancia dir sùbit: che le è partìde, le è arivade, e chel che ge va dré; ma, con tuta la volontà che gen de contentar la prèssa del lezidor, g’è trei ròbe che partègn a chel tèmp che nó voròssen che le restas en silenzio; e, per doi almen, credén che ‘l lezidor stes el dirà che averòssen fat mal a nó dìrle. La prima ròba da contar l’è chesta: cando che la Lucia l’à parlà ancora con la védoa dei só fati, contàndoge con pù calma, de chel che l’eva podèst far entel prìm e spressolènt bòt che la s’era confidada, e l’à ricordà pù ben de ca siora che l’eva azetada ‘ntel convènt de Monza, l’è nuda a savér notìzie de chela ìo che le spiegiava tanti mistèri e che le g’â solevà ‘ntel còr na maravéa dolorosa e spaventada. L’eva savèst da la védoa che ca dòna disgraziada, sospetada de tremendi fati, l’era stada trasferìda, per órden del cardinal, enten convènt a Milan; e che ìo, dopo èsserse ribelada e tormentada per en bèl pèz, la s’era pò pentìda, l’eva confessà tute le só colpe, e che adès la feva na vita de penitenza ‘nzì dura e severa, da èsser en vero suplìzi volontari, tanto che ‘nzun averòs podèst trovar en castìgo pù brut, se nó chel de copàrla. Cì che volés cognósser enten modo pù prezìso la storia trista de sta dòna, el pòl trovàrla ‘ntel lìber e ‘ntel punto che en zà dit autró, cando che en parlà de ela. L’àutra ròba l’è che la Lucia, domandando de padre Cristoforo a tuti i ciapuzzini che l’eva podèst véder entel lazarét, l’à sentù, con pù dolor che maravéa, che l’era mòrt da la pèsta. A la fìn, prima de partìr, l’averòs desiderà de savér vergot dei só vècli padroni, e de far, come che la diseva, n’ato del só dovér, se g’era ancor calchedun. La védoa i l’â compagnada a la ciasa, endo che le è nude a savér che un e ancia l’àuter i era nadi ‘n paradìs. De la siora Prassede, cando che se dis che l’era mòrta, l’è dit tut; ma per el don Ferrante, tratandose de n’òm lezù, el scritor senza nòm l’à preferì dir vergota de pù; e noi, a riszo nòs, scriven en pressapòc’ chel che l’â lagià scrit. Siché ‘l dis che al prìm parlar che s’èra fat de pèsta, don Ferrante l’era sta un de chei pù convìnti a negiàrla, e che sèmper, enfìn a l’ùltim, l’è restà de chel’opunion ìo; ma sena far tanti sussuri, come che feva la zènt normale, ma con dimostrazion, che, se nó àuter, le geva na zèrta reson. “In rerum natura,” ‘l diséva, “nó g’è che doi sòrt de ròbe: sostanze e azidènti; e se mì digi che ‘l contàg nó ‘l pòl èsser né un né l’àuter, avrài dat la prova che nó la g’è, che l’è na fantasìa. E son cì a dir. Le sostanze le è, o del spìrit, o reali. Che ‘l contàg el sia sostanza de spìrit, l’è ‘n spropòsit che ‘nzun pòl perméterse de sostègner; siché l’è inutile parlàrgen sora. Le sostanze reali le è, o sèmplizi, o combinade. Alor, sostanza sèmplize ‘l contàg nó l’è; e se pòl dìrlo ‘n càter parole. Nó l’è na sostanza per aria, perché se la fus enzì, ‘nveze de passar da ‘n còrp a l’àuter, la sgoleròs sùbit ente l’aria. Nó l’è na sostanza de aca; perché la bagneròs e ‘l vènt i la sugeròs su. Nó l’è de fòc’ perché la bruseròs. Nó l’è de tèra, perché se la vederòs. Sostanza combinada nancia, perché se fus enzì la doròs comunque èsser vista o sentùda a tastàrla; ma sto contàg, cì èl po' che l’â mai vist o tocià? Resta da véder se ‘l podés èsser n’azidènt. Pézi che pézi. Sti siori dotori i ne dis che la va da ‘n còrp a l’àuter; e chesta l’è la só reson prinzipale, la só scusa per obligiar tuti a osservar regole inutili. Adès, fasèndo finta che l’è n’azidènt, el niròs a èsser n’azidènt portà ‘ntorna; doi parole che nó le va d’acòrdi migia, nó essèndoge, ‘n tuta la filosofia, na ròba pù segura de chesta: che n’azidènt nó ‘l pòl passar da un a l’àuter. Che se per s-civar sta segurezza, i se redùs a dir che ‘l sia n’azidènt che nas tute le bòte, i combìna n’àuter eror: perché, se ‘l nas tute le bòte, alor nó ‘l pòl nar da ‘n còrp a l’àuter, nó ‘l se sparpàia, come che badèrla lori. Nadi d’acòrdi su sti prinzìpi, a che sèrvel po' che i vègnia a parlàrne de màcle, brufèi, enfladùzemi e compagnia?” Enbòt a un g’è s-ciampà fòr de dir: “Tute bazanade.” “No, no,” eva rispondù don Ferrante: “nó g’âi intenzion de dir chesto: la siènza l’è na ròba sèria, ma ge vòl savérla doprar entel modo zust. Macle, sfògi, enfladùzemi, madurènze e brufèi negri l’è tut parole che le merita, che tute le vòl dir na ròba prezìsa e zusta; ma mì digi che nó le g’â a che far con la chestion prinzipale. Cì èl po' che négia che pòdia èsserge sti sègnài, o che i ge sia dalbòn? La ròba pù ‘mportante l’è ciapìr da ‘ndo che i vèn.” E cì era scomenzià le rògne ancia per don Ferrante. Enfìn che ‘l se fermava a critegiar l’idea che ge fus el contàg, el trovava sèmper zent che scoltava atènta e che l’era d’acòrdi: difati nó se pòl emmazinarse canta autorità che ‘l g’àbia ‘n sienziato cando che ‘l se mét e spiegiar a le persone ròbe che le è zà convìnte. Ma cando che ‘l scomenziava a fàrge i pèi a le mos-ce, a volér far véder che l’eror dei dotori nó l’era chel de dir che g’era dapertut na tremènda malatìa, ma ‘ntel zerciar la ciàusa, alor (e parli dei primi tèmpi, cando che la zènt nó la voléva nancia sentìr parlar de pèsta) nó ‘l trovava pù récle che scoltava, ma lénghe lònge e come na spada. Da alor, per el, nó l’era pù sta possìbol seghitar a espòner le só ‘mpensade: la só idea el podéva sol dìrla ca e là a tòci. “Epur la vera ciàusa l’à g’è, ecome che la g’è,” el diseva, “e i è obligiadi a ricognósserla ancia chei che i sostègn chel’àutra spiegiazion che l’è senza fondament… che i próvia mò a negiàrla, se i è bòni, chel’union de Saturno con Giove! Ma cando èl po' che s’è sentù dir che i efèti de le stéle i va da ‘n còrp a l’àuter? E sti siori vòlei negiar che ge sia chei efèti? Vorài negiàr che g’è i pianéti? O me dirài che i g’è su ìo senza far engot, come tante ciapèle de uzze emplantade ‘nten cossinét? Chel che nó son pròpri bòn de ciapìr,” el diseva, “l’è come sti dotori, pur ametèndo che ne giatàn sota a na ròba tanto malìgna, po' i g’àbia da èsser enzì sfazzadi a nir a dìrne: - Nó ste tociar chesto, nó ste tociar chel’àuter, e staréo seguri! – come se s-civar de tociar dei còrpi su la tèra el podés empedìr l’efèto dei pianéti che g’è ‘ntel ziél! E po', tut chel dàrse da far a brusar drapi e sdrazze ‘mpestàdi! Pòra zènt! Ma che féo po', brusànte ancia Giove? Brusànte Saturno?” His fretus, o sia fidàndose de sti bei fondamenti, nó l’eva tòt nanciuna de che prudènze contra la pèsta; e ancia el ‘l s’è malà; l’è nà ‘ntel lèt, endo che l’è mòrt, come ‘n personàgio de le comèdie de Metastasio, dàndoge la colpa a le stele. Ma, e la só gran librarìa? La è forse ancor sparpaiada su per i bancéti de libri vècli.
Una sera, Agnese sente fermarsi un legno all’uscio. — È lei, di certo! — Era proprio lei, con la buona vedova. L’accoglienze vicendevoli se le immagini il lettore. La mattina seguente, di buon’ora, capita Renzo che non sa nulla, e vien solamente per isfogarsi un po’ con Agnese su quel gran tardare di Lucia. Gli atti che fece, e le cose che disse, al trovarsela davanti, si rimettono anche quelli all’immaginazion del lettore. Le dimostrazioni di Lucia in vece furon tali, che non ci vuol molto a descriverle. “Vi saluto: come state?” disse, a occhi bassi, e senza scomporsi. E non crediate che Renzo trovasse quel fare troppo asciutto, e se l’avesse per male. Prese benissimo la cosa per il suo verso; e, come, tra gente educata, si sa far la tara ai complimenti, così lui intendeva bene che quelle parole non esprimevan tutto ciò che passava nel cuore di Lucia. Del resto, era facile accorgersi che aveva due maniere di pronunziarle: una per Renzo, e un’altra per tutta la gente che potesse conoscere. “Sto bene quando vi vedo,” rispose il giovine, con una frase vecchia, ma che avrebbe inventata lui, in quel momento. “Il nostro povero padre Cristoforo...!” disse Lucia: “pregate per l’anima sua: benchè si può esser quasi sicuri che a quest’ora prega lui per noi lassù.” “Me l’aspettavo, pur troppo,” disse Renzo. E non fu questa la sola trista corda che si toccasse in quel colloquio. Ma che? di qualunque cosa si parlasse, il colloquio gli riusciva sempre delizioso. Come que’ cavalli bisbetici che s’impuntano, e si piantan lì, e alzano una zampa e poi un’altra, e le ripiantano al medesimo posto, e fanno mille cerimonie prima di fare un passo, e poi tutto a un tratto prendon l’andare, e via, come se il vento li portasse, così era divenuto il tempo per lui: prima i minuti gli parevan ore; poi l’ore gli parevan minuti. La vedova, non solo non guastava la compagnia, ma ci faceva dentro molto bene; e certamente, Renzo, quando la vide in quel lettuccio, non se la sarebbe potuta immaginare d’un umore così socievole e gioviale. Ma il lazzeretto e la campagna, la morte e le nozze, non son tutt’uno. Con Agnese essa aveva già fatto amicizia; con Lucia poi era un piacere a vederla, tenera insieme e scherzevole, e come la stuzzicava garbatamente, e senza spinger troppo, appena quanto ci voleva per obbligarla a dimostrar tutta l’allegria che aveva in cuore. Renzo disse finalmente che andava da don Abbondio, a prendere i concerti per lo sposalizio. Ci andò, e, con un certo fare tra burlevole e rispettoso, “signor curato,” gli disse: “le è poi passato quel dolor di capo, per cui mi diceva di non poterci maritare? Ora siamo a tempo; la sposa c’è: e son qui per sentire quando le sia di comodo: ma questa volta, sarei a pregarla di far presto.” Don Abbondio non disse di no; ma cominciò a tentennare, a trovar cert’altre scuse, a far cert’altre insinuazioni: e perchè mettersi in piazza, e far gridare il suo nome, con quella cattura addosso? e che la cosa potrebbe farsi ugualmente altrove; e questo e quest’altro. “Ho inteso,” disse Renzo: “lei ha ancora un po’ di quel mal di capo. Ma senta, senta.” E cominciò a descrivere in che stato aveva visto quel povero don Rodrigo; e che già a quell’ora doveva sicuramente essere andato. “Speriamo,” concluse, “che il Signore gli avrà usato misericordia.” “Questo non ci ha che fare,” disse don Abbondio: “v’ho forse detto di no? Io non dico di no; parlo... parlo per delle buone ragioni. Del resto, vedete, fin che c’è fiato... Guardatemi me: sono una conca fessa; sono stato anch’io, più di là che di qua: e son qui; e... se non mi vengono addosso de’ guai... basta... posso sperare di starci ancora un pochino. Figuratevi poi certi temperamenti. Ma, come dico, questo non ci ha che far nulla.” Dopo qualche altra botta e risposta, nè più nè meno concludenti, Renzo strisciò una bella riverenza, se ne tornò alla sua compagnia, fece la sua relazione, e finì con dire: “son venuto via, che n’ero pieno, e per non risicar di perdere la pazienza, e di levargli il rispetto. In certi momenti, pareva proprio quello dell’altra volta; proprio quella mutria, quelle ragioni: son sicuro che, se la durava ancora un poco, mi tornava in campo con qualche parola in latino. Vedo che vuol essere un’altra lungagnata: è meglio fare addirittura come dice lui, andare a maritarsi dove andiamo a stare.” “Sapete cosa faremo?” disse la vedova: “voglio che andiamo noi altre donne a fare un’altra prova, e vedere se ci riesce meglio. Così avrò anch’io il gusto di conoscerlo quest’uomo, se è proprio come dite. Dopo desinare voglio che andiamo; per non tornare a dargli addosso subito. Ora, signore sposo, menateci un po’ a spasso noi altre due, intanto che Agnese è in faccende: chè a Lucia farò io da mamma: e ho proprio voglia di vedere un po’ meglio queste montagne, questo lago, di cui ho sentito tanto parlare; e il poco che n’ho già visto, mi pare una gran bella cosa.” Renzo le condusse prima di tutto alla casa del suo ospite, dove fu un’altra festa: e gli fecero promettere che, non solo quel giorno, ma tutti i giorni, se potesse, verrebbe a desinare con loro. Passeggiato, desinato, Renzo se n’andò, senza dir dove. Le donne rimasero un pezzetto a discorrere, a concertarsi sulla maniera di prender don Abbondio; e finalmente andarono all’assalto. — Son qui loro, disse questo tra sè; ma fece faccia tosta: gran congratulazioni a Lucia, saluti ad Agnese, complimenti alla forestiera. Le fece mettere a sedere, e poi entrò subito a parlar della peste: volle sentir da Lucia come l’aveva passata in que’ guai: il lazzeretto diede opportunità di far parlare anche quella che l’era stata compagna; poi, com’era giusto, don Abbondio parlò anche della sua burrasca; poi de’ gran mirallegri anche a Agnese, che l’aveva passata liscia. La cosa andava in lungo: già fin dal primo momento, le due anziane stavano alle velette, se mai venisse l’occasione d’entrar nel discorso essenziale: finalmente non so quale delle due ruppe il ghiaccio. Ma cosa volete? Don Abbondio era sordo da quell’orecchio. Non che dicesse di no; ma eccolo di nuovo a quel suo serpeggiare, volteggiare e saltar di palo in frasca. “Bisognerebbe,” diceva, “poter far levare quella catturaccia. Lei, signora, che è di Milano, conoscerà più o meno il filo delle cose, avrà delle buone protezioni, qualche cavaliere di peso: chè con questi mezzi si sana ogni piaga. Se poi si volesse andar per la più corta, senza imbarcarsi in tante storie; giacchè codesti giovani, e qui la nostra Agnese, hanno già intenzione di spatriarsi (e io non saprei cosa dire: la patria è dove si sta bene), mi pare che si potrebbe far tutto là, dove non c’è cattura che tenga. Non vedo proprio l’ora di saperlo concluso questo parentado, ma lo vorrei concluso bene, tranquillamente. Dico la verità: qui, con quella cattura viva, spiattellar dall’altare quel nome di Lorenzo Tramaglino, non lo farei col cuor quieto: gli voglio troppo bene; avrei paura di fargli un cattivo servizio. Veda lei; vedete voi altre.” Qui, parte Agnese, parte la vedova, a ribatter quelle ragioni; don Abbondio a rimetterle in campo, sott’altra forma: s’era sempre da capo; quando entra Renzo, con un passo risoluto, e con una notizia in viso; e dice: “è arrivato il signor marchese ***.” “Cosa vuol dir questo? arrivato dove?” domanda don Abbondio, alzandosi. “È arrivato nel suo palazzo, ch’era quello di don Rodrigo; perchè questo signor marchese è l’erede per fidecommisso, come dicono; sicchè non c’è più dubbio. Per me, ne sarei contento, se potessi sapere che quel pover’uomo fosse morto bene. A buon conto, finora ho detto per lui de’ paternostri, adesso gli dirò de’ De profundis. E questo signor marchese è un bravissim’uomo.” “Sicuro,” disse don Abbondio: “l’ho sentito nominar più d’una volta per un bravo signore davvero, per un uomo della stampa antica. Ma che sia proprio vero...?” “Al sagrestano gli crede?” “Perchè?” “Perchè lui l’ha veduto co’ suoi occhi. Io sono stato solamente lì ne’ contorni, e, per dir la verità, ci sono andato appunto perchè ho pensato: qualcosa là si dovrebbe sapere. E più d’uno m’ha detto lo stesso. Ho poi incontrato Ambrogio che veniva proprio di lassù, e che l’ha veduto, come dico, far da padrone. Lo vuol sentire, Ambrogio? L’ho fatto aspettar qui fuori apposta.” “Sentiamo,” disse don Abbondio. Renzo andò a chiamare il sagrestano. Questo confermò la cosa in tutto e per tutto, ci aggiunse altre circostanze, sciolse tutti i dubbi; e poi se n’andò. “Ah! è morto dunque! è proprio andato!” esclamò don Abbondio. “Vedete, figliuoli, se la Provvidenza arriva alla fine certa gente. Sapete che l’è una gran cosa! un gran respiro per questo povero paese! chè non ci si poteva vivere con colui. È stata un gran flagello questa peste; ma è anche stata una scopa; ha spazzato via certi soggetti, che, figliuoli miei, non ce ne liberavamo più: verdi, freschi, prosperosi: bisognava dire che chi era destinato a far loro l’esequie, era ancora in seminario, a fare i latinucci. E in un batter d’occhio, sono spariti, a cento per volta. Non lo vedremo più andare in giro con quegli sgherri dietro, con quell’albagìa, con quell’aria, con quel palo in corpo, con quel guardar la gente, che pareva che si stesse tutti al mondo per sua degnazione. Intanto, lui non c’è più, e noi ci siamo. Non manderà più di quell’imbasciate ai galantuomini. Ci ha dato un gran fastidio a tutti, vedete: chè adesso lo possiamo dire.” “Io gli ho perdonato di cuore,” disse Renzo. “E fai il tuo dovere,” rispose don Abbondio: “ma si può anche ringraziare il cielo, che ce n’abbia liberati. Ora, tornando a noi, vi ripeto: fate voi altri quel che credete. Se volete che vi mariti io, son qui; se vi torna più comodo in altra maniera, fate voi altri. In quanto alla cattura, vedo anch’io che, non essendoci ora più nessuno che vi tenga di mira, e voglia farvi del male, non è cosa da prendersene gran pensiero: tanto più, che c’è stato di mezzo quel decreto grazioso, per la nascita del serenissimo infante. E poi la peste! la peste! ha dato di bianco a di gran cose la peste! Sicchè, se volete... oggi è giovedì... domenica vi dico in chiesa; perchè quel che s’è fatto l’altra volta, non conta più niente, dopo tanto tempo; e poi ho la consolazione di maritarvi io.” “Lei sa bene ch’eravamo venuti appunto per questo,” disse Renzo. “Benissimo; e io vi servirò: e voglio darne parte subito a sua eminenza.” “Chi è sua eminenza?” domandò Agnese. “Sua eminenza,” rispose don Abbondio, “è il nostro cardinale arcivescovo, che Dio conservi.” “Oh! in quanto a questo mi scusi,” replicò Agnese: “chè, sebbene io sia una povera ignorante, le posso accertare che non gli si dice così; perchè, quando siamo state la seconda volta per parlargli, come parlo a lei, uno di que’ signori preti mi tirò da parte, e m’insegnò come si doveva trattare con quel signore, e che gli si doveva dire vossignoria illustrissima, e monsignore.” “E ora, se vi dovesse tornare a insegnare, vi direbbe che gli va dato dell’eminenza: avete inteso? Perchè il papa, che Dio lo conservi anche lui, ha prescritto, fin dal mese di giugno, che ai cardinali si dia questo titolo. E sapete perchè sarà venuto a questa risoluzione? Perchè l’illustrissimo, ch’era riservato a loro e a certi principi, ora, vedete anche voi altri, cos’è diventato, a quanti si dà: e come se lo succiano volentieri! E cosa doveva fare, il papa? Levarlo a tutti? Lamenti, ricorsi, dispiaceri, guai; e per di più, continuar come prima. Dunque ha trovato un bonissimo ripiego. A poco a poco poi, si comincerà a dar dell’eminenza ai vescovi; poi lo vorranno gli abati, poi i proposti: perchè gli uomini son fatti così; sempre voglion salire, sempre salire; poi i canonici...” “Poi i curati,” disse la vedova. “No no,” riprese don Abbondio: “i curati a tirar la carretta: non abbiate paura che gli avvezzin male, i curati: del reverendo, fino alla fin del mondo. Piuttosto, non mi maraviglierei punto che i cavalieri, i quali sono avvezzi a sentirsi dar dell’illustrissimo, a esser trattati come i cardinali, un giorno volessero dell’eminenza anche loro. E se la vogliono, vedete, troveranno chi gliene darà. E allora, il papa che ci sarà allora, troverà qualche altra cosa per i cardinali. Orsù, ritorniamo alle nostre cose: domenica vi dirò in chiesa; e intanto, sapete cos’ho pensato per servirvi meglio? Intanto chiederemo la dispensa per l’altre due denunzie. Hanno a avere un bel da fare laggiù in curia, a dar dispense, se la va per tutto come qui. Per domenica ne ho già.... uno.... due.... tre; senza contarvi voi altri: e ne può capitare ancora. E poi vedrete, andando avanti, che affare vuol essere: non ne deve rimanere uno scompagnato. Ha proprio fatto uno sproposito Perpetua a morire ora; chè questo era il momento che trovava l’avventore anche lei. E a Milano, signora, mi figuro che sarà lo stesso.” “Eccome! si figuri che, solamente nella mia cura, domenica passata, cinquanta denunzie.” “Se lo dico; il mondo non vuol finire. E lei, signora, non hanno principiato a ronzarle intorno de’ mosconi?” “No, no; io non ci penso, nè ci voglio pensare.” “Sì, sì, che vorrà esser lei sola. Anche Agnese, veda; anche Agnese...” “Uh! ha voglia di scherzare, lei,” disse questa. “Sicuro che ho voglia di scherzare: e mi pare che sia ora finalmente. Ne abbiam passate delle brutte, n’è vero, i miei giovani? delle brutte n’abbiam passate: questi quattro giorni che dobbiamo stare in questo mondo, si può sperare che vogliano essere un po’ meglio. Ma! fortunati voi altri, che, non succedendo disgrazie, avete ancora un pezzo da parlare de’ guai passati: io in vece, sono alle ventitrè e tre quarti, e... i birboni posson morire; della peste si può guarire; ma agli anni non c’è rimedio: e, come dice, senectus ipsa est morbus.” “Ora,” disse Renzo, “parli pur latino quanto vuole; che non me n’importa nulla.” “Tu l’hai ancora col latino, tu: bene bene, t’accomoderò io: quando mi verrai davanti, con questa creatura, per sentirvi dire appunto certe paroline in latino, ti dirò: latino tu non ne vuoi: vattene in pace. Ti piacerà?” “Eh! so io quel che dico,” riprese Renzo: “non è quel latino lì che mi fa paura: quello è un latino sincero, sacrosanto, come quel della messa: anche loro, lì, bisogna che leggano quel che c’è sul libro. Parlo di quel latino birbone, fuor di chiesa, che viene addosso a tradimento, nel buono d’un discorso. Per esempio, ora che siam qui, che tutto è finito; quel latino che andava cavando fuori, lì proprio, in quel canto, per darmi ad intendere che non poteva, e che ci voleva dell’altre cose, e che so io? me lo volti un po’ in volgare ora.” “Sta’ zitto, buffone, sta’ zitto: non rimestar queste cose; chè, se dovessimo ora fare i conti, non so chi avanzerebbe. Io ho perdonato tutto: non ne parliam più: ma me n’avete fatti de’ tiri. Di te non mi fa specie, che sei un malandrinaccio; ma dico quest’acqua cheta, questa santerella, questa madonnina infilzata, che si sarebbe creduto far peccato a guardarsene. Ma già, lo so io chi l’aveva ammaestrata, lo so io, lo so io.” Così dicendo, accennava Agnese col dito, che prima aveva tenuto rivolto a Lucia: e non si potrebbe spiegare con che bonarietà, con che piacevolezza facesse que’ rimproveri. Quella notizia gli aveva dato una disinvoltura, una parlantina, insolita da gran tempo; e saremmo ancor ben lontani dalla fine, se volessimo riferir tutto il rimanente di que’ discorsi, che lui tirò in lungo, ritenendo più d’una volta la compagnia che voleva andarsene, e fermandola poi ancora un pochino sull’uscio di strada, sempre a parlar di bubbole. Il giorno seguente, gli capitò una visita, quanto meno aspettata tanto più gradita: il signor marchese del quale s’era parlato: un uomo tra la virilità e la vecchiezza, il cui aspetto era come un attestato di ciò che la fama diceva di lui: aperto, cortese, placido, umile, dignitoso, e qualcosa che indicava una mestizia rassegnata. “Vengo,” disse, “a portarle i saluti del cardinale arcivescovo.” “Oh che degnazione di tutt’e due!” “Quando fui a prender congedo da quest’uomo incomparabile, che m’onora della sua amicizia, mi parlò di due giovani di codesta cura, ch’eran promessi sposi, e che hanno avuto de’ guai, per causa di quel povero don Rodrigo. Monsignore desidera d’averne notizia. Son vivi? E le loro cose sono accomodate?” “Accomodato ogni cosa. Anzi, io m’era proposto di scriverne a sua eminenza; ma ora che ho l’onore...” “Si trovan qui?” “Qui; e, più presto che si potrà, saranno marito e moglie.” “E io la prego di volermi dire se si possa far loro del bene, e anche d’insegnarmi la maniera più conveniente. In questa calamità, ho perduto i due soli figli che avevo, e la madre loro, e ho avute tre eredità considerabili. Del superfluo, n’avevo anche prima: sicchè lei vede che il darmi una occasione d’impiegarne, e tanto più una come questa, è farmi veramente un servizio.” “Il cielo la benedica! Perchè non sono tutti come lei i...? Basta; la ringrazio anch’io di cuore per questi miei figliuoli. E giacchè vossignoria illustrissima mi dà tanto coraggio, sì signore, che ho un espediente da suggerirle, il quale forse non le dispiacerà. Sappia dunque che questa buona gente son risoluti d’andare a metter su casa altrove, e di vender quel poco che hanno al sole qui: una vignetta il giovine, di nove o dieci pertiche, salvo il vero, ma trasandata affatto: bisogna far conto del terreno, nient’altro; di più una casuccia lui, e un’altra la sposa: due topaie, veda. Un signore come vossignoria non può sapere come la vada per i poveri, quando voglion disfarsi del loro. Finisce sempre a andare in bocca di qualche furbo, che forse sarà già un pezzo che fa all’amore a quelle quattro braccia di terra, e quando sa che l’altro ha bisogno di vendere, si ritira, fa lo svogliato; bisogna corrergli dietro, e dargliele per un pezzo di pane: specialmente poi in circostanze come queste. Il signor marchese ha già veduto dove vada a parare il mio discorso. La carità più fiorita che vossignoria illustrissima possa fare a questa gente, è di cavarli da quest’impiccio, comprando quel poco fatto loro. Io, per dir la verità, do un parere interessato, perchè verrei ad acquistare nella mia cura un compadrone come il signor marchese; ma vossignoria deciderà secondo che le parrà meglio: io ho parlato per ubbidienza.” Il marchese lodò molto il suggerimento; ringraziò don Abbondio, e lo pregò di voler esser arbitro del prezzo, e di fissarlo alto bene; e lo fece poi restar di sasso, col proporgli che s’andasse subito insieme a casa della sposa, dove sarebbe probabilmente anche lo sposo. Per la strada, don Abbondio, tutto gongolante, come vi potete immaginare, ne pensò e ne disse un’altra. “Giacchè vossignoria illustrissima è tanto inclinato a far del bene a questa gente, ci sarebbe un altro servizio da render loro. Il giovine ha addosso una cattura, una specie di bando, per qualche scappatuccia che ha fatta in Milano, due anni sono, quel giorno del gran fracasso, dove s’è trovato impicciato, senza malizia, da ignorante, come un topo nella trappola: nulla di serio, veda: ragazzate, scapataggini: di far del male veramente, non è capace: e io posso dirlo, che l’ho battezzato, e l’ho veduto venir su: e poi, se vossignoria vuol prendersi il divertimento di sentir questa povera gente ragionar su alla carlona, potrà fargli raccontar la storia a lui, e sentirà. Ora, trattandosi di cose vecchie, nessuno gli dà fastidio; e, come le ho detto, lui pensa d’andarsene fuor di stato; ma, col tempo, o tornando qui, o altro, non si sa mai, lei m’insegna che è sempre meglio non esser su que’ libri. Il signor marchese, in Milano, conta, come è giusto, e per quel gran cavaliere, e per quel grand’uomo che è.... No, no, mi lasci dire; chè la verità vuole avere il suo luogo. Una raccomandazione, una parolina d’un par suo, è più del bisogno per ottenere una buona assolutoria.” “Non c’è impegni forti contro codesto giovine?” “No, no; non crederei. Gli hanno fatto fuoco addosso nel primo momento; ma ora credo che non ci sia più altro che la semplice formalità.” “Essendo così, la cosa sarà facile; e la prendo volentieri sopra di me.” “E poi non vorrà che si dica che è un grand’uomo. Lo dico, e lo voglio dire; a suo dispetto, lo voglio dire. E anche se io stessi zitto, già non servirebbe a nulla, perchè parlan tutti; e vox populi, vox Dei.” Trovarono appunto le tre donne e Renzo. Come questi rimanessero, lo lascio considerare a voi: io credo che anche quelle nude e ruvide pareti, e l’impannate, e i panchetti, e le stoviglie si maravigliassero di ricever tra loro una visita così straordinaria. Avviò lui la conversazione, parlando del cardinale e dell’altre cose, con aperta cordialità, e insieme con delicati riguardi. Passò poi a far la proposta per cui era venuto. Don Abbondio, pregato da lui di fissare il prezzo, si fece avanti; e, dopo un po’ di cerimonie e di scuse, e che non era sua farina, e che non potrebbe altro che andare a tastoni, e che parlava per ubbidienza, e che si rimetteva, proferì, a parer suo, uno sproposito. Il compratore disse che, per la parte sua, era contentissimo, e, come se avesse franteso, ripetè il doppio; non volle sentir rettificazioni, e troncò e concluse ogni discorso invitando la compagnia a desinare per il giorno dopo le nozze, al suo palazzo, dove si farebbe l’istrumento in regola. — Ah! — diceva poi tra sè don Abbondio, tornato a casa: — se la peste facesse sempre e per tutto le cose in questa maniera, sarebbe proprio peccato il dirne male: quasi quasi ce ne vorrebbe una, ogni generazione; e si potrebbe stare a patti d’averla; ma guarire, ve’. — Venne la dispensa, venne l’assolutoria, venne quel benedetto giorno: i due promessi andarono, con sicurezza trionfale, proprio a quella chiesa, dove, proprio per bocca di don Abbondio, furono sposi. Un altro trionfo, e ben più singolare, fu l’andare a quel palazzotto; e vi lascio pensare che cose dovessero passar loro per la mente, in far quella salita, all’entrare in quella porta; e che discorsi dovessero fare, ognuno secondo il suo naturale. Accennerò soltanto che, in mezzo all’allegria, ora l’uno, ora l’altro motivò più d’una volta, che, per compir la festa, ci mancava il povero padre Cristoforo. “Ma per lui,” dicevan poi, “sta meglio di noi sicuramente.” Il marchese fece loro una gran festa, li condusse in un bel tinello, mise a tavola gli sposi, con Agnese e con la mercantessa; e prima di ritirarsi a pranzare altrove con don Abbondio, volle star lì un poco a far compagnia agl’invitati, e aiutò anzi a servirli. A nessuno verrà, spero, in testa di dire che sarebbe stata cosa più semplice fare addirittura una tavola sola. Ve l’ho dato per un brav’uomo, ma non per un originale, come si direbbe ora; v’ho detto ch’era umile, non già che fosse un portento d’umiltà. N’aveva quanta ne bisognava per mettersi al di sotto di quella buona gente, ma non per istar loro in pari. Dopo i due pranzi, fu steso il contratto per mano d’un dottore, il quale non fu l’Azzecca-garbugli. Questo, voglio dire la sua spoglia, era ed è tuttavia a Canterelli. E per chi non è di quelle parti, capisco anch’io che qui ci vuole una spiegazione. Sopra Lecco forse un mezzo miglio, e quasi sul fianco dell’altro paese chiamato Castello, c’è un luogo detto Canterelli, dove s’incrocian due strade; e da una parte del crocicchio, si vede un rialto, come un poggetto artificiale, con una croce in cima; il quale non è altro che un gran mucchio di morti in quel contagio. La tradizione, per dir la verità, dice semplicemente i morti del contagio; ma dev’esser quello senz’altro, che fu l’ultimo, e il più micidiale di cui rimanga memoria. E sapete che le tradizioni, chi non le aiuta, da sè dicon sempre troppo poco. Nel ritorno non ci fu altro inconveniente, se non che Renzo era un po’ incomodato dal peso de’ quattrini che portava via. Ma l’uomo, come sapete, aveva fatto ben altre vite. Non parlo del lavoro della mente, che non era piccolo, a pensare alla miglior maniera di farli fruttare. A vedere i progetti che passavan per quella mente, le riflessioni, l’immaginazioni; a sentire i pro e i contro, per l’agricoltura e per l’industria, era come se ci si fossero incontrate due accademie del secolo passato. E per lui l’impiccio era ben più reale; perchè, essendo un uomo solo, non gli si poteva dire: che bisogno c’è di scegliere? l’uno e l’altro, alla buon’ora; chè i mezzi, in sostanza, sono i medesimi; e son due cose come le gambe, che due vanno meglio d’una sola. Non si pensò più che a fare i fagotti, e a mettersi in viaggio: casa Tramaglino per la nuova patria, e la vedova per Milano. Le lacrime, i ringraziamenti, le promesse d’andarsi a trovare furon molte. Non meno tenera, eccettuate le lacrime, fu la separazione di Renzo e della famiglia dall’ospite amico: e non crediate che con don Abbondio le cose passassero freddamente. Quelle buone creature avevan sempre conservato un certo attaccamento rispettoso per il loro curato; e questo, in fondo, aveva sempre voluto bene a loro. Son que’ benedetti affari, che imbroglian gli affetti. Chi domandasse se non ci fu anche del dolore in distaccarsi dal paese nativo, da quelle montagne; ce ne fu sicuro: chè del dolore, ce n’è, sto per dire, un po’ per tutto. Bisogna però che non fosse molto forte, giacchè avrebbero potuto risparmiarselo, stando a casa loro, ora che i due grand’inciampi, don Rodrigo e il bando, eran levati. Ma, già da qualche tempo, erano avvezzi tutt’e tre a riguardar come loro il paese dove andavano. Renzo l’aveva fatto entrare in grazia alle donne, raccontando l’agevolezze che ci trovavano gli operai, e cento cose della bella vita che si faceva là. Del resto, avevan tutti passato de’ momenti ben amari in quello a cui voltavan le spalle; e le memorie triste, alla lunga guastan sempre nella mente i luoghi che le richiamano. E se que’ luoghi son quelli dove siam nati, c’è forse in tali memorie qualcosa di più aspro e pungente. Anche il bambino, dice il manoscritto, riposa volentieri sul seno della balia, cerca con avidità e con fiducia la poppa che l’ha dolcemente alimentato fino allora; ma se la balia, per divezzarlo, la bagna d’assenzio, il bambino ritira la bocca, poi torna a provare, ma finalmente se ne stacca; piangendo sì, ma se ne stacca. Cosa direte ora, sentendo che, appena arrivati e accomodati nel nuovo paese, Renzo ci trovò de’ disgusti bell’e preparati? Miserie; ma ci vuol così poco a disturbare uno stato felice! Ecco, in poche parole, la cosa. Il parlare che, in quel paese, s’era fatto di Lucia, molto tempo prima che la ci arrivasse; il saper che Renzo aveva avuto a patir tanto per lei, e sempre fermo, sempre fedele; forse qualche parola di qualche amico parziale per lui e per tutte le cose sue, avevan fatto nascere una certa curiosità di veder la giovine, e una certa aspettativa della sua bellezza. Ora sapete come è l’aspettativa: immaginosa, credula, sicura; alla prova poi, difficile, schizzinosa: non trova mai tanto che le basti, perchè, in sostanza, non sapeva quello che si volesse; e fa scontare senza pietà il dolce che aveva dato senza ragione. Quando comparve questa Lucia, molti i quali credevan forse che dovesse avere i capelli proprio d’oro, e le gote proprio di rosa, e due occhi l’uno più bello dell’altro, e che so io? cominciarono a alzar le spalle, ad arricciare il naso, e a dire: “eh! l’è questa? Dopo tanto tempo, dopo tanti discorsi, s’aspettava qualcosa di meglio. Cos’è poi? Una contadina come tant’altre. Eh! di queste e delle meglio, ce n’è per tutto.” Venendo poi a esaminarla in particolare, notavan chi un difetto, chi un altro: e ci furon fin di quelli che la trovavan brutta affatto. Siccome però nessuno le andava a dir sul viso a Renzo, queste cose; così non c’era gran male fin lì. Chi lo fece il male, furon certi tali che gliele rapportarono: e Renzo, che volete? ne fu tocco sul vivo. Cominciò a ruminarci sopra, a farne di gran lamenti, e con chi gliene parlava, e più a lungo tra sè. — E cosa v’importa a voi altri? E chi v’ha detto d’aspettare? Son mai venuto io a parlarvene? a dirvi che la fosse bella? E quando me lo dicevate voi altri, v’ho mai risposto altro, se non che era una buona giovine? È una contadina! V’ho detto mai che v’avrei menato qui una principessa? Non vi piace? Non la guardate. N’avete delle belle donne: guardate quelle.— E vedete un poco come alle volte una corbelleria basta a decidere dello stato d’un uomo per tutta la vita. Se Renzo avesse dovuto passar la sua in quel paese, secondo il suo primo disegno, sarebbe stata una vita poco allegra. A forza d’esser disgustato, era ormai diventato disgustoso. Era sgarbato con tutti, perchè ognuno poteva essere uno de’ critici di Lucia. Non già che trattasse proprio contro il galateo; ma sapete quante belle cose si posson fare senza offender le regole della buona creanza: fino sbudellarsi. Aveva un non so che di sardonico in ogni sua parola; in tutto trovava anche lui da criticare, a segno che, se faceva cattivo tempo due giorni di seguito, subito diceva: “eh già, in questo paese!” Vi dico che non eran pochi quelli che l’avevan già preso a noia, e anche persone che prima gli volevan bene; e col tempo, d’una cosa nell’altra, si sarebbe trovato, per dir così, in guerra con quasi tutta la popolazione, senza poter forse nè anche lui conoscer la prima cagione d’un così gran male. Ma si direbbe che la peste avesse preso l’impegno di raccomodar tutte le malefatte di costui. Aveva essa portato via il padrone d’un altro filatoio, situato quasi sulle porte di Bergamo; e l’erede, giovine scapestrato, che in tutto quell’edifizio non trovava che ci fosse nulla di divertente, era deliberato, anzi smanioso di vendere, anche a mezzo prezzo; ma voleva i danari l’uno sopra l’altro, per poterli impiegar subito in consumazioni improduttive. Venuta la cosa agli orecchi di Bortolo, corse a vedere; trattò: patti più grassi non si sarebbero potuti sperare; ma quella condizione de’ pronti contanti guastava tutto, perchè quelli che aveva messi da parte, a poco a poco, a forza di risparmi, erano ancor lontani da arrivare alla somma. Tenne l’amico in mezza parola, tornò indietro in fretta, comunicò l’affare al cugino, e gli propose di farlo a mezzo. Una così bella proposta troncò i dubbi economici di Renzo, che si risolvette subito per l’industria, e disse di sì. Andarono insieme, e si strinse il contratto. Quando poi i nuovi padroni vennero a stare sul loro, Lucia, che lì non era aspettata per nulla, non solo non andò soggetta a critiche, ma si può dire che non dispiacque; e Renzo venne a risapere che s’era detto da più d’uno: “avete veduto quella bella baggiana che c’è venuta?” L’epiteto faceva passare il sostantivo. E anche del dispiacere che aveva provato nell’altro paese, gli restò un utile ammaestramento. Prima d’allora era stato un po’ lesto nel sentenziare, e si lasciava andar volentieri a criticar la donna d’altri, e ogni cosa. Allora s’accorse che le parole fanno un effetto in bocca, e un altro negli orecchi; e prese un po’ più d’abitudine d’ascoltar di dentro le sue, prima di proferirle. Non crediate però che non ci fosse qualche fastidiuccio anche lì. L’uomo (dice il nostro anonimo: e già sapete per prova che aveva un gusto un po’ strano in fatto di similitudini; ma passategli anche questa, che avrebbe a esser l’ultima), l’uomo, fin che sta in questo mondo, è un infermo che si trova sur un letto scomodo più o meno, e vede intorno a sè altri letti, ben rifatti al di fuori, piani, a livello: e si figura che ci si deve star benone. Ma se gli riesce di cambiare, appena s’è accomodato nel nuovo, comincia, pigiando, a sentire qui una lisca che lo punge, lì un bernoccolo che lo preme: siamo in somma, a un di presso, alla storia di prima. E per questo, soggiunge l’anonimo, si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio. È tirata un po’ con gli argani, e proprio da secentista; ma in fondo ha ragione. Per altro, prosegue, dolori e imbrogli della qualità e della forza di quelli che abbiam raccontati, non ce ne furon più per la nostra buona gente: fu, da quel punto in poi, una vita delle più tranquille, delle più felici, delle più invidiabili; di maniera che, se ve l’avessi a raccontare, vi seccherebbe a morte. Gli affari andavan d’incanto: sul principio ci fu un po’ d’incaglio per la scarsezza de’ lavoranti e per lo sviamento e le pretensioni de’ pochi ch’eran rimasti. Furon pubblicati editti che limitavano le paghe degli operai; malgrado quest’aiuto, le cose si rincamminarono, perchè alla fine bisogna che si rincamminino. Arrivò da Venezia un altro editto, un po’ più ragionevole: esenzione, per dieci anni, da ogni carico reale e personale ai forestieri che venissero a abitare in quello stato. Per i nostri fu una nuova cuccagna. Prima che finisse l’anno del matrimonio, venne alla luce una bella creatura; e, come se fosse fatto apposta per dar subito opportunità a Renzo d’adempire quella sua magnanima promessa, fu una bambina; e potete credere che le fu messo nome Maria. Ne vennero poi col tempo non so quant’altri, dell’uno e dell’altro sesso: e Agnese affaccendata a portarli in qua e in là, l’uno dopo l’altro, chiamandoli cattivacci, e stampando loro in viso de’ bacioni, che ci lasciavano il bianco per qualche tempo. E furon tutti ben inclinati; e Renzo volle che imparassero tutti a leggere e scrivere, dicendo che, giacchè la c’era questa birberia, dovevano almeno profittarne anche loro. Il bello era a sentirlo raccontare le sue avventure: e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate, per governarsi meglio in avvenire. “Ho imparato,” diceva, “a non mettermi ne’ tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a non alzar troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c’è lì d’intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato quel che possa nascere.” E cent’altre cose. Lucia però, non che trovasse la dottrina falsa in sè, ma non n’era soddisfatta; le pareva, così in confuso, che ci mancasse qualcosa. A forza di sentir ripetere la stessa canzone, e di pensarci sopra ogni volta, “e io,” disse un giorno al suo moralista, “cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercar me. Quando non voleste dire,” aggiunse, soavemente sorridendo, “che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi.” Renzo, alla prima, rimase impicciato. Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perchè ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benchè trovata da povera gente, c’è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia. La quale, se non v’è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l’ha scritta, e anche un pochino a chi l’ha raccomodata. Ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta. Tuenetto, 10 novembre 2025
Na sera, l’Agnese la sentù fermàrse na ciaròzza su l’us de ciasa. “Lè ela, de segur!” L’era pròpri ela, ensèma a ca pòra védoa. L’azèt de tute ge ‘l lagi emmazinar al lezidor. La doman dré a bonora, è arivà ‘l Renzo, che nó ‘l seva ‘ncor engot de chel che èra suzèst, e ‘l nidéva sol per sfogiàrse ‘n pòc’ con l’Agnese a ciàusa del fato che la Lucia nó la nidéva pù. L’efèto e le parole del Renzo entel trovàrse tut de colp dinanzi la Lucia, le lagian, ancia cheste, da ‘mmazinar al lezidor. Le parole e la condota de la Lucia, ‘nveze, le è fazili da dir. L’à dit sol: “Ve salùdi, come stéo po'?”, con i òcli bassi e senza far véder nancia na ‘mpression. Ma nó ge vòl pensar che ‘l Renzo ‘l trovas sto comportament massa frét o che ‘l se fus oféso: l’â ciapì benón chel che voléva dir per dalbòn chel zèsto. Pròpri come le persone benarlevade le sa pesar i complimenti per chel che i val, enzì ancia el l’à ciapì che che parole nó le voleva dir dalbòn tut chel che la Lucia la sentìva ‘ntel còr. E per de pù, l’era fàzile véder che la Lucia la proferìva che parole enten doi modi diferènti; un per el Renzo, e n’àuter pensà per tuta la zènt che la cognosséva. “Cando che ve vedi ston benón,” â respondù ‘l putèl, con en modo de dir vècel, ma che i l’averòs enventà el, ìo ‘nchel moment. “El nòs pòr padre Cristoforo…!” Dis la Lucia: “pregià per la só anema: che se pòl èssere seguri che a st’ora ‘l pregia el per noi da lassù.” “Purtropo, me l’emmazinavi,” dis el Renzo. E chela nó l’è sta l’unica ròba dolorosa che è nù fòr ente ca parlada. Ma che ‘nteressa po'? de calunque argoment se parlas, ge ‘mpareva sèmper na maravéa. L’era come chei ciavài morbinosi che d’imprinzìpi, i se ferma, i se ‘mponta, i leva na zata, po' l’àutra, i le torna a méter zó entel stes pòsto, e i fa mili vèrsi prima de mòverse, ma che dopo, tut de colp, i se mét a córer enfugiàdi come ‘l vènt. Enzì l’era deventà ‘l tèmp per el Renzo: prima i minuti i ge ‘mparéva ore, po' le ore ge ‘mparéva minuti. La védoa nó sol nó la rovinava la compagnìa, ma anzi la se giatava benón en mèz a lori; e de segur, el Renzo, cando che i l’eva vista ‘nchel letìn malada, nó l’averòs mai podèst emmazinàrse che la fus na feumna ‘nzì alegra e de compagnìa. Ma, difati, en cont l’è ‘l lazarét e n’àuter la vita ‘n ciampagna, ‘n cont l’è la mòrt e n’àuter na nòzza, l’è doi ròbe ben diferènti. Con l’Agnese, po', l’era zà deventada amica; e con la Lucia l’era ‘n spetàcol véderle ‘nsèma: la védoa l’era tendrìna e ‘ntel stes tèmp alegra, i la feva dir, ma senza esazerar, zust chel tant che bastava per spénzerla a mossar tuta la contentezza che la geva ‘ntel còr. El Renzo a la fìn l’à dit che l’era dré a nar da don Abondio per méterse d’acòrdi per el sposalìzi. E l’è nà per dalbòn, e, con en far tra ‘l scherzos e ‘l rispetos, “sior curat,” el g’â dit: “g’èl po' passà che mal de testa, che ciàusa chel, el me diséva che nó ‘l podéva maridàrne? Adès l’è ora; la spósa la g’è: e son cì per domandàrve de far prest.” Don Abondio nó ‘l g’â dit de no; però l’à scomenzià a trebalar, a tirar fòr àutre scuse e a méter sul piat àutre motivazion: el diseva, per esèmpi, che nó l’era ‘l caso de farse véder en ziro, de far nar entorna ‘l só nòm, visto che ‘l Renzo el geva ancor chel’órden de seràrlo via; e ‘l ge taciava ancia che la zerimònia se averòs podèst farla ancia autró; e chesto e chel’àuter. “Ài ciapì,” dis el Renzo: “el g’â ‘ncor en pòc’ de chel mal de testa. Ma, varda tì, el sèntia.” E l’â scomenzià a descrìver enche stato che l’eva trovà chel pòer don Rodrigo; e che zà a chel’ora el geva da ésser nà. “Sperànte,” el dis a la fìn, “Che ‘ Padreterno ‘l g’àbia fat misericordia.” “Chesto nó ‘l g’â afàri no,” dis don Abondio: “v’àite forse dit de no? Mì nó dìgi de no; parli… parli per de le bòne reson. Del rèst, vedéo, enfìn che g’è flà… Vardàme mì: son tut en tòci, ridot a ‘n vaso rot; ancia mì son sta pù de là che de ca, e ‘nveze ecome ancor cì; e, se nó me ‘n ciàpita adòs de nòve… ensoma, pòdi sperar de vìver ancora ‘n pòc’. E po', figuràve voi zèrte persone pù robuste de mì! Ma, come che disévi, tuto chesto nó ‘l g’â afari migia.” Dopo calche àuter scambi de batude senza arivar a nancia na conclusion, el Renzo l’â fat en grant inchino, l’è tornà da le só dòne, l’â contà come che l’era nada ca zacolada e l’â ruà disèndo: “Me ‘n son nà perché ge nevi assà, e per nó riszar de pèrder la passiènza e manciar de rispèt vèrs don Abondio. Enten zèrti momenti ‘l me paréva pròpri compagn a la prima bòta: la stessa fazza, le stesse zàcole. Son segur che, se l’aves seghità ancor ‘n pòc’, l’averòs tirà fòr ancia calche parola ‘n latìn. Ài ciapì che ‘l vòl tiràrla ‘n lòngia de nòu: tanto val far come che dis el, e sposàrne diretament entel paes endo che narén a vìver.” “Séo chel che far?” dis la védoa: “vòi che néntie noiàtre feumne a provar n’àuter bòt, e véder se se è bòne de farla fòr. Enzì g’averài ancia mì ‘l gusto de cognósserlo sto òm, se l’è pròpri come che diséo. Voròssi nar dopo disnar; per nó nàrge adòs sùbit. Adès sior spós, portàne ‘n pòc’ a spas noiàutre doi, entant che l’Agnese la fa i só mistéri: Che a la Lucia ge fón mì da mama: e g’âi pròpri vòia de véder en pòc’ mèio ste montagne, sto lac’, che n’âi sentù parlar tant; e per chel pòc’ che âi zà vist, me par pròpri en gran bel pòsto.” El Renzo i la portade prima de tut a la ciasa de só cusìn, endo che l’è sta n’àutra festa: e i g’â fat emprométer che, nó sol chel dì, ma tuti i dì, se ‘l podés, de nir a disnar con lori. Dopo aver fat na spassezada e disnà, el Renzo l’è partì, senza dir endo che l’era dré a nar. Le feumne le è restade ìo ancora ‘n pòc’ a zacolar, per méterse d’acòrdi su come ‘nfrontar don Abondio; e a la fìn le â dezìso de nar a dàrge adòs. “Adès g’è cì ele,” l’â pensà ‘ntra de el; ma l’à fat el fintón: gran congratulazion a la Lucia, saluti a l’Agnese e complimenti a la furèsta. Don Abondio i l’à fate comodar, po' l’à scoemnzià sùbit a parlar de la pèsta. El voléva sentìr da la Lucia come che ‘l se l’eva cavada en tute che disgrazie. El parlar del lazarét l’eva dat l’ocasion ancia a ca feumna che era stada ìo ‘nsèma di contar la sóa de cros. Po', come che l’era zusto, ancia don Abondio l’â parlà de le sóe misèrie, e nó l’à fat a men de fàrge gran complimenti a l’Agnese, che ‘nveze i se l’eva portada fòr. La parlada la neva per le lònge; fìn da prinzìpi, però, le doi feumne le spetava ‘l moment zust per enfrontar l’argoment prinzipale. A la fìn, una de le doi l’à trovà ‘l coràzo de róter la glaz. Ma che voléo po'? Don Abondio el feva a finta de nó ciapìr: nó l’è che ‘l disés de no sul mus, ma ‘l scomenziava con i só sòliti ziri de zàcole, cambiando ‘l discórs e s-civando de sèito. Per esèmpi ‘l diséva: “Ge voròs èsser bòni de tòrge via chel’órden de méterlo ‘n presón. Ela, siora, che la è da Milan, la saverà ben come che va ste ròbe, forse la g’â calche conossènza ‘mportante, calche persona stimada: con chei mezzi ìo se mét a pòsto tut e sùbit. Opur, per far pù ‘mprèssa e nó complicarse massa la vita, visto che chei doi putèi, e ancia la nòssa Agnese, i g’â l’intenzion de nar fòr de paes (e cì nó saveròssi che dir, la patria l’è ‘ndo che se sta ben), se poròs sistemar tut lazó, endo che nó g’è perìcol che i lo brìncîa. Mì nó vedi l’ora che sto matrimòni ‘l sia fat, ma voròssi che se ‘l fés ben, con tute le segurtà. A dir la verità, cacì, con chel’órden che g’è su la só testa, ancor en vigor, mì nó me la sentiròssi de prononziar da l’autàr el nòm Lorenzo Tramaglino: mì ge vòi massa ben, e giaveròssi paura de dàrge dan. La védia ela, vedé voi.” A sentìr enzì è partì l’Agnese, po' è partì ancia la védoa, a controbàter che reson; e don Abondio e dàrge sora, con àutre parole: èren sèmper ìo; ente chela è nù dént el Renzo, con en pas dezìso, e con na nòva sul mus; e l’â dit: “è arivà ‘l sior marches ***.” “Ma, che vòl dir po' chesto? arivà ‘ndo po'?” â domandà don Abondio, levandose su ‘n pè. “L’è arivà ‘ntel só palaz, che l’era chel de don Rodrigo; perché sto sior marches l’è l’erede per dirìto, come se dis; sichè nó g’è pù dubi, el palaz l’è so. Per mì, e saròssi contènt, se podéssi savér che chel pòer òm el fus mòrt en paze, da cristian. Per segurezza, comunque, enfìn adès âi pregià per el disèndo su Padrenostri, e adès dirài ancia dei Deprofóndis. E po', sto sior marches l’è pròpri per dalbòn na brava persona.” “Ma segur,” dis don Abondio: “l’âi sentù nominar pù de ‘mbòt per en brào òm dalbòn, per n’òm a l’antica. Ma che ‘l sia pròpri vera…?” “Ge crédel al sagrestàn?” “Perché po'?” “Perché i l’â vist coi só òcli. Mì, ‘nveze, son nà sol ìo vizìn; e, a dir la verità, son nà pròpri perché âi pensà: vergota ìo se doròs savér. E difati, pu de un el m’â dit la stessa ròba. Po' âi encontrà l’Ambrogio, che ‘l nideva pròpri da lassù, e che i l’â vist, come disévi, comportàrse da padron. Vòlel sentìr l’Ambrogio? L’âi fat aspetar cì foróutra apòsta.” “Sentìnte,” dis don Abondio. El Renzo l’è nà sùbit a clamar el sagrestan. Chesto l’à segurà che l’era tut vera, e ‘n pù l’â dit àutre ròbe, e l’â spazzà via tuti i dubi; e po' ‘l se n’è nà. “Ah, ma alor l’è mòrt per dalbòn! El se n’è nà per sèmper! Â sclamà don Abondio. “Vedéo, cari putèi, come che la Providènza, a la fìn, la sistema zèrta zènt. L’è pròpri na gran bela ròba! L’è come se ‘l paes, a le tante, ‘l podés tirar en sospìr de soliévo! Nó se podéva pù vìver con en ziro n’òm enzì. L’è ben vera, sta pèsta l’è sta na tremènda disgrazia; ma, enten zèrto modo, l’è ancia servìda come na spazzadora: l’à spazzà via zèrti personagi che nó saròssen mai stadi bòni de liberàrnen. I era forti, sani, pléni de vita; ge saròs volést ancor tant de chel tèmp per podérge far el funeral, cì che geva da farlo l’era ancor entel seminari a studiar el latìn! E ‘nveze, enten bàter d’òcel, i è sparìdi a desìne e desìne. Nó ‘l vederén pù nar en ziro con i só róbleri dré le spale, con chel far da supèrbi, chel portament su drìt, e chel modo de vardàr la zènt come se tuti i dovés sentìrse onoradi sol perché el el se degnava de vardàrli. E adès, eco: el nó ‘l g’è pù, e noi sì. Nó ‘l podrà pù mandar i só avìsi da spòdec’ a la zènt da gialantòm del paes. El n’â dat fastìdi e tant a tuti, el séo ben no; ma adès e l’era ora, podén dìrlo fòr dai dènti.” “Mì g’âi perdonà col còr,” dis el Renzo. “E fas el tó dovér,” g’â rispondù don Abondio: “ma se pòl ancia ringraziar el ziél, che ‘l n’abià liberà de zèrta zènt. Adès, nidèndo a noiàutri, ve ripeti: fé voi chel che ve par mèio. Se voléo che vé spósia mì, son cì; se per voi l’è pù còmot n’àutra maniera, fé voiàutri. Cant a l’órden de méterve ‘n preson, védi ancia mì che, nó essèndoge adès pù ‘nzuni che ve tòl de mira, e che ‘l vòbia fàrve del mal, nó l’è pù na ròba da tòrse tant pensier: tanto pù che, entramèz è sta plubicià chel pefèl enzì bel, per la nàssita del serenìssim popìn. E po' la pèsta! la pèsta! l’à g’â dat na man de ciauzzìna a tante ròbe la pèsta! Sichè, se voléo… ancòi le zòbia… doméngia vé trón zó dal pùlpit; perché chel che éven fat l’àutra bòta, nó ‘l conta pù ‘ngota, dopo tant tèmp; e po' g’âi la sodisfazion de sposàrve mì.” “I lo sa bèn che èren nudi apòsta per chesto,” dis el Renzo. “Benón; e mì ve contenterài: e vòi fàrgel savér sùbit ancia a só eminenza.” “Cì èl po' só eminènza? â domandà l’Agnese. “Só eminènza, l’è ‘l nòs cardinal vescovo, che Dio i ne lo consèrvia.” “Mah, ‘l me scusia su chesto,” dis l’Agnese, “perché, anche se son na pòra dòna ignorante, pòdi seguràrge che nó l’è ‘nzì che ge se deve parlar. Cando che sen nade la seconda bòta a parlàrge, pròpri come che parli adès con el, un de chei preti ‘l m’à tirà da na banda e ‘l m’â spiegià come che se deve clamàrlo chel sior: ge vòl clamàrlo vossiorìa lustrissima e monsignor.» “E adès, se ‘l vé dovés dar de nòu istruzion, el vé diròs che ge vòl clamàrlo eminenza, eo ciapì? Perché ‘l Papa, che Dio ‘l consèrvia ancia el, l’à ordenà, zà dal més de zugn, che ai cardinài se ge dàgia sto tìtol. E ‘l séo perché ‘l che l’è che l’â tòt sta dezision? Perché ‘l tìtol de lustrìssim, che na bòta geva sol i cardinai e zèrti prìnzipi, ormai i lo dòpra en massa, come che podéo ben véder, e tuti i lo azèta volintéra! Che podével far po' alor el Papa? Tòrge via ‘l tìtol a tuti? Saròs nù fòr reclami e malcontènt e nó saròs cambià ‘ngot. Enzì l’â fat na bèla sèlta: l’â ‘nventà n’àuter tìtol nòu per i cardinài, eminenza. Ma plan plan, vederéo che ancia i vescovi i vorà fàrse clamar eminenza; po' i lo pretenderà ancia i priori, po' i arziprèti, perché i òumni i è fati ‘nzì: i vòl sèmper nar su de grado, sèmper de pù, e po' tocerà ancia ai pàroci…” “Po' i curati,” dis la védoa. “No, no,” dis don Abondio, “ste pur pazìfica che i curati i seghiterà a far el laoro pù fadigos: nó g’è perìcol che i l’ usia massa ben, i curati, i resterà sèmper reverendi enfìn a la fin delmondo. Anzi, nó me faròssi maravéa mìgia se ‘n dì i cavalieri, che ormai i è usadi a fàrse clamàr lustrissìm e a èsser tratadi come se i fus cardinài, i volés ancia lori ‘l tìtol de eminenza. E se i lo vorà, vederéo che i troverà calchedun pronto a clamàrli ‘nzì. E alor, el papa che ge sarà vìu enchel tèmp el cognerà ‘nventàrse n’àuter tìtolo nòu anco pù àut per i cardinài. Ma ‘nsoma, tornànte a le nòsse fazènde: doméngia vé trón zó dal pùlpit. E ‘ntant, el séo chel che âi pensà per aidàrve mèio? Podén domandar la dispènsa per s-civar le àutre doi plubiciazion de nozze. Lazó ‘n curia i g’averà ‘n gran da far a lagiar dispense, se la situazion l’è dapertut come cì! Per doméngia, en ge n’âi zà… un… doi… trei; senza contarve voi doi, e poròs arivàrnen de àutri. Vederéo, nando avanti, che confusion che deventerà: nó resterà pù ‘nzun senza sposàrse! La Perpètua l’â pròpri fat na stupidada a morìr adès, che l’era ‘l momento zust per trovàrsen un ancia per ela. E a Milan, siora, me ‘mmazini che ‘l sarà compagn.” “Auterché! La vàrdia, sol enla me parochia, doméngia passada âi bù zincanta plubiciazion di matrimoni.” “Ve ‘l digi mì, ‘l mondo nó ‘l finirà mai! E ela, siora, nó g’è ‘ncor zirà ‘ntorna calche moscon no?” “No, no; mì nó ge pensi no, e nancia vòi pensàrge.” “Ma segur, sol ela che la vòl restar da só pòsta! La vàrdia, ancia l’Agnese… ancia l’Agnese…” “Uh! El g’â vòia de scherzar, el,” dis l’Agnese. “Ma zèrto che g’âi vòia de scherzar: e me par ancia che l’era ora dopo tante. Nén bèn passà de brute, èl vera no, cari putèi? Nén pròpri passà de brute: se pòl sperar che sti càter dì che gen da restar al mondo i sia en pòc’ mèio. Ma! fortunadi voiàutri, che, se demò nó suzét disgrazie, geo ancor tant tèmp de parlar de le rògne passade: mì ‘nveze, son arivà scasi fòr enzìma a la ciavazzara, e i berecìni i pòl ancia morìr; da la pèsta se pòl varìr, ma dai ani che passa nó g’è rimèdi: e, come ‘l dis, senectus ipsa est morbus.” “Adès el pòl parlar per latìn enfìn che ‘l vòl, che tanto nó me ‘nteressa pù ‘ngota,” dis el Renzo. “Ah, la g’âs su ancora col latìn tì? Bòn bòn te sistèmi bèn mì! Cando che niràstus davanti a mì, ‘nsèma a sta brava putèla, per fàrve dir pròpri che doi paroléte ‘n latìn, te dirài: - Sì mò che nó te plas el latìn? Alor vàiten en paze! – Te plaseròs, ah?” “Eh! sai bèn chel che dìgi,” dis el Renzo: “nó l’è chel latìn ìo che me fa paura: chelìo l’è latìn sinzéro, sacrosant, come chel de la messa: ancia voi preti, ìo, cognéo lézer chel che g’è scrìt sul lìber, senza podérlo cambiar. Mì parli de chel latìn furbo, fòr da la glésia, che ‘l te arìva adòs de colp, entel bèl mèz del discors, per confónderte e ‘ngianàrte. Per esèmpi, adès che sén cì e che tut è finì: chel latìn che voi, pròpri ìo, ente chel cianton, per dàrme da ‘ntènder che nó ‘l podéva sposàrne, e che ge voléva àutre ciarte, e che sàite mì po'? ben, el me lo vòutia ‘n pòc’ en nònes adès.” “Ma valà tasi vèh, paiazzo: nó sta nar a tiràr fòr zèrte fazènde vècle; perché se dovéssente méterne a far i conti, nó sai mì no, chel che la venzeròs. Mì âi perdonà tut: nó ‘n parlàntien pù no; ma, ‘nsoma, me néo ben combinà de bèle, de bruti scherzi. Da tì Renzo, nó me fon maravéa, sés sèmper sta in tipo asvèlto e mostrìncol, ma da sta cì, ‘nzì calmóna, sta santarèla, sta madonìna ‘nfrizzada, che ‘mparéva scasi fus pecià sol a vardàrla… eh, da ela nó me l’averòssi pròpri spetada! Ma sai bèn mì, cì che ge l’â ‘nsegnà, el sai mì, ‘l sai mì.” E disèndo chesto, don Abondio ‘l feva segn a l’Agnese col dé, dopo che i leva puntà vèrs la Lucia: e nó se pòl spiegiar con che bontà e con che indulgènza el fés che brontolade. Ca notìzia la geva dat na segurezza, na bàtola, che l’era pròpri ‘n gran bèl pèz che nó ‘l geva pù; e saròssen ancor ben lontani da la fìn, se voléssente riferìr tut chel che i s’eva dit, e che pròpri don Abondio i l’â tirava per le lònge, trategnèndo la compagnìa su l’us, che l’averòs volèst nàrsen, per star ìo a baderlar ancora en pòc’. El dì dré, don Abondio l’abù na visita, che nó ‘l se spetava, ma pròpri prezziada: l’era ‘l sior marches, chel che nén zà parlà: l’era n’òm de mèza età, e ‘l só portament l’era pròpri come che i lo descriveva: el geva ‘n vis sclèt e zantìl, na condota educada e ‘n far umile, ma ‘ntel stes tèmp con en zèrto decòro, e sul mus se lezéva vergota che mossava na zèrta tristéza, azetada con rassegnazion. “Vèni a portàrge i saluti del cardinàl arzivescovo,” ‘l dis. “Oh, che onor da tuti doi!” “Cando che son nà a saludàr chel’òm enzì straordenari, che ‘l me fa l’onor de tègnerme come n’amìzi, el m’â parlà de doi putèi de sta paròchia che i era morosi e dré a sposàrse, che i â bù tante rogne a ciàusa de chel pòr don Rodrigo. Monsignor el voròs aver nòve de lori: èi ancor vivi? E la só situazion s’ela comodada?” “È tut a pòsto. Anzi, volévi pròpri scrìverge doi rige a só eminenza; ma adès che g’âi l’onor…” “Èi cì adès?” “Sì, sì i è cì; e, apena possìbol, i sarà òm e sposa.” “Ge domandavi, per piazér, de dìrme se l’è possìbol aidar chei doi putèi, e ancia de consiliàrme el modo pù utile per fàrlo. Ente sta tremènda disgrazia che è sta la pèsta, âi pèrs i me doi fiòi e ancia só mama, però âi rità trei patrimòni putòst gròssi. Zà prima nó me manciava ‘ngot; siché, come che podéo ciapìrme, se podésseo ofrìrme l’ocasion de doprar ben na part de sti soldi per far del ben, e spezialment ente sto caso cì, per mì ‘l saròs pròpri ‘n vero piazer.” “Che ‘l ziél i la benedìssia! Perché po' nó i è tuti come el i…? Basta; el ringrazi ancia mì con tut el còr per sti cari fiòi. E sicome vossiorìa lustrìssima el me dà tant coràzo, sì, giaveròssi pròpri n’idea da consiliàrge, che forse nó ge desplaserà nancia. El g’â da savér che sta bòna zènt i â dezìso de nar a méter su ciasa autró, e de vénder chel pòc’ che i g’â cacì: el putèl el g’â ‘n vignalòt che ‘l sarà nove o dés pèrtege, se nó me sbagli, però l’è tut en gréz, siché ge voròs stimar sol el terén; e ‘n pù, el putèl el g’â na ciasòta e la sposa n’àutra: doi talambàre, ‘nsoma. En sior come voi nó ‘l pòl emmazinàrse cant che ‘l sia difìzile per la pòra zènt vénder la só ròba: la rua sèmper che calche furbon, magiari un che l’è ‘n pèz che ‘l voròs chei pòci metri ‘n tèra, el profìta de la situazion. Cando che ‘l sa che chel’àuter el g’â bisògn de vénder, el se tira ‘ndré, e ‘l fa finta de nó èsser enteressà, e a la fìn gé vòl empregiarlo de compràr per en bocón de pan, spezialment en tèmpi come chesti. El sior marches l’â zà ciapì endo che vòi arivar. La ciarità pù granda che vossiorìa la poròs far a sta pòra zènt, el saròs chela de tòrli via da sto embròi, compràndo voi stes chei só pòcì possèssi. A dir la verità, el me consìli l’è ancia ‘n pòc’ enteressà, perché me faròs piazér avér enla me parochia en visìn de ciasa come ‘l sior marches; ma naturalmente ‘l deziderà el come che mèio ‘l crét: mì âi parlà sol per ubidiènza.” El marches l’era sta pròpri contènt de chel consìli; l’eva ringrazià don Abondio, e ‘l g’eva domandà de far da sensàr del prèzi, e de méterlo àut assà; e po' i l’eva fat restar ìo come ‘n dugo, col propórge de nar sùbit a ciasa de la spósa, ‘ndo che scasi de segur g’era ancia ‘l spós. Entant che ‘l ciaminàva per la strada, don Abondio tut contènt, come che podéo emmazinàrve, ‘l n’â pensà n’àutra. “Zà che vossiorìa lustrìssima l’è tanto propènso a fàrge del ben a sta pòra zènt, ge saròs n’àuter piazer che se poròs fàrge. El putèl el g’â adòs n’órden de seràrlo via, na spèzie de pefèl, per calche stupidadèla che l’â combinà a Milan, zà i doi ani, chel dì del gran fracas, endo che ‘l s’è giatà ‘nvisclà dént senza ciatìve intenzion, da coión, come ‘n sorsàt restà ‘nla tràpola. Ensoma, ‘ngot de mal: piazzarolàde, braùre, birbantade. Nó l’è pròpri bòn de far del mal, pòdi garantìrgel mì, che l’âi batezà e l’âi vist nir su. E po', se vossiorìa la volés gòderse a scoltar come che la ragiona sta pòra zènt en modo sèmplize e gréz, el poròs fàrse contar la storia pròpri da el, e ‘l vederà. Siché, sicome se trata de na fazènda vècla, enzuni ge dà pù fastìdi; e, come che g’âi zà dit el giaveròs intenzion de nàrsen enten paes furèst. Ma col tèmp, se ‘l gés da tornar da ste bande o che suzzedés vergot àuter, nó se sa mai, e ancia el i me lo ‘nsegna, che l’è sèmper mèio nó avér el nòm su chei rezìstri. El sior marches, a Milan, el giaverà tante conossènze e autorità, come che l’è zusto per en cavalier e n’òm de gran valor… No, no, ‘l me làgia parlar: la verità la va dita sèmper. Na racomandazion, na só parola, la saròs pù che assà per otègner che i scanzèlia l’acusa.” “Nó g’è migia acuse fòrte contra sto putèl no?” “Ma no, nó pensi pròpri. D’imprinzìpi i l’eva tòt de mira, e i geva dat adòs sùbit; ma adès credi che nó rèstia pù ‘ngota de sèrio, sol calche ciarta da sistemar.” “Essèndo ‘nzì, la ròba la dev’èsser fàzile; e volintera mé tògi mì l’incombènza.” “E po' nó ‘l vorà mìgia che nó se dìgia che el l’è ‘n gran gialantòm! Mì ‘l dìgi, e vòi dìrlo; ancia se el nó ‘l vòl, mì ‘l dìgi lostes. E, at ogni modo, ancia se mì taséssite, nó ‘l conteròs engot no, perché i lo dis tuti; e se sa che vox populi, vox Dei.” I â trovà pròpri le trei feumne e ancia ‘l Renzo. Emmazinave voi come che i èra restadi tuti ‘ntel véderli arivar: credi che perfìn che paré nudìze e sgróvie, le finèstre scuertade a la bona, le bance e piati e scudèle le se saròs fate maravéa de azetar na ‘mprovisada ‘nzì ‘mportante. L’era sta ‘l marches a ‘nviar via ‘l discors, parlando del cardinal Federigo e de àutre chestion, con n’amicìzia sinzéra, ma ancia con riguardo e nten modo pròpri zantìl. Po' l’è passà a far la propòsta che ‘l geva ‘n ment. Don Abondio, che i l’eva fat nir per far el prèzzi, ‘l s’è fat avanti, con tante scuse e complimenti: l’eva dit che nó l’era afari sòi, che nó ‘l podéva far àuter che nar a l’òrba, che ‘l parlava sol per ubidiènza e che ‘l se rimetéva al zudìzi del sior marches. A la fìn, la dit en prèzzi che ge ‘mparéva zà massa àut. El marches enveze, l’era restà pròpri contènt, e, come se l’avés ciapì mal l’â ardoplà ‘l prèzzi. Nó l’â volèst sentìr reson o cambiamenti, e l’â metù la parola fin al discors ‘nvidando tuti a disnar, per el dì dré de le nozze, ‘ntel so palaz, endo che se saròs po' scrìt el vero contrat. Embòt che l’era tornà a só ciasa, el pensava ‘ntrà de el don Abondio: “Ah! Se la pèsta la fés sèmper tute le ròbe ente sta maniera, el saròs pròpri ‘n pecià parlàrnen mal: scasi scasi ge ‘n voròs una ogni generazion; e se poròs ancia azetàr de avérla, ma però dopo varìr, vèh.” Era nù la dispensa, era nà l’assoluzion e era nù chel dì benedét: i doi morósi i s’era ‘nviadi, seguri, en trionfo, pròpri ‘nca glésia, ‘ndo che, pròpri per bócia de don Abondio, i era stadi sposadi. E n’àuter trionfo, e cì podéva ‘mmazinàrsel po', l’era sta ‘l nar ente chel palazòt che l’era sta de don Rodrigo; e ve lagi ‘mmazinar che pensieri che ge zirava per la testa, entant che i néva su per che s-ciale e i neva ént da ca porta, e che parole che i s’è diti, ognun conforma ‘l só natural. Dirai sol che, ‘n mèz a ca contentéza zenerale, sia ‘l Renzo che la Lucia per arcante bòte i eva dit che per far ca festa ancor pù completa, manciava sol el pòr padre Cristoforo. Ma sùbit e s’eva diti: “Ma el, de zèrto, el sta mèio de noiàutri”. Come dir che ‘l frate l’era ‘n paradìs e sichè l’era de segur pù contènt de tuti lori. El marches el geva fat a lori ‘n gran festón, i l’eva portadi ‘nten bel tinèl, l’eva fat comodar i spósi ‘nsèma a l’Agnese e a la commerziante; prima de nar a disnar autró con don Abondio, la volèst fermàrse con lori per fàrge compagnìa e adiritura i l’eva servìdi. Speri che a ‘nzun ge végnia ‘n ment de dir che saròs sta pù sèmplize far na taulada unica per tuti. Cacì però và dit che ‘l marches l’era sì ‘n bòn òm, ma nó che fus en strambèra; âi dit che l’era umile, ma no che l’era n’esèmpi straordenari de umiltà. El ge neva tanta canta che ocoréva per améter de èsser sota a ca brava zènt, ma no assà per méterse al pari con lori. Ensoma el l’era sèmper en nòbile e i àutri i restava contadini. Finì i doi trigéti, en notaio l’eva scrìt el contrat, ma nó l’era l’Azzecca-garbugli. Chesto cì, o disénte, chel che restava de chel’ìo, l’era e l’è ancia adès a Canterelli. E per cì che nó cognós chei pòsti, ciapìssi ancia mì che cì ocor na spiegiazion. Sora Lecco forse ‘n chilometro, e scasi sul flànc’ de l’àuter paes che se clama Castello, g’è ‘n pòsto che i ge dis Canterelli, ‘ndo che se ‘ncrosa doi strade; da na banda de ca crosara, se vét en sbàlz, come ‘n dossét artefizial, con na crós su la zìma; en realtà nó l’è àuter che ‘n gran mùcel de cadaveri sepolìdi a l’epoca de na pidemìa de pèsta. La memòria de la zènt, a dir la verità, la dis sol che ìo g’è “i mòrti de la pèsta”; ma ‘l doròs èsser, senza dubi, de ca pèsta a noi pù vizìna e tremenda chela che resta ‘l recòrt. E po', séo ben che le storiàne del pòpol, se nó le g’â calche spiegiazion, di per sé le dis sèmper massa pòc’. Entel nìr de vòuta nó g’è sta àutri azzidènti, a parte ‘l fato che al Renzo ge deva ‘n pòc’ fastìdi ‘l pés dei soldi che ‘l geva ‘n s-ciarsèla, Però, come che séo benón, chel’òm l’eva soportà fadìge bèn pù grande ‘nla vita. E nó parli sol de la fadìgia dei brazzi, ma ancia de chela de la testa: difati ‘l seghitava a pensar a come far frutar al mèio chei soldi. Se ‘l fus sta possìbol véder tut chel che ge passava ‘nla testa, i progèti, i pensieri, le idee, e scoutar le só dimostrazion a favor o còntra se far el contadìn o far l’operaio, l’era come se fus na discussion tra doi università del sècol passà. Per el Renzo, però, ‘l problema l’era fetìo: essèndo da só pòsta nó ‘l podéva dir “fón tute doi le ròbe”, perché, zó ‘n fónt, i soldi l’era sèmper chei e ‘l cognéva per forza sièlier tra le doi. Contadìn e operaio, l’è come le doi giambe, se se podés dopràrle tute doi, el saròs mèio, ma el l’era obligià a ciaminar con una sol. Da chel moment nó s’â pensà a àuter che parezzar le valìs e méterse ‘n viaz: el Renzo e la Lucia i s’è preparadi per partìr vèrs la só ciasa nòva, entel paes nòu, e la védoa per nar a Milan. Le làgrime, i ringraziamenti, le promesse de nìr a trovàrse nó le ruava pù. Ancia ‘l destaciàrse del Renzo la Lucia e l’Agnese da l’òspit só amìzi: e nó ste a pensar che con Don Abondio l’adìo ‘l fus sta men stranià. Ca bòna zènt l’eva sèmper mantegnù n’opunion respetósa per el só curat, e ancia el, zó ‘n font, el geva sèmper volèst ben a lori. Ma l’è pròpri sti benedeti afari cì, che a le bòte i rovìna i sentimenti e i fa confusion tra la zènt. Se calchedun domandàs se ‘l Renzo, la Lucia e l’Agnese i abia bù destrani a destaciàrse dal só paes e da che montagne ‘ndo che i era nati, se pòl dir che sì, senza dubi, perché ‘n pòc’ de dolor el g’è sèmper a separàrse da calsìasi ròba. At ogni modo chel dolor nó ‘l geva da èsser enzì fòrt, visto che i averòs podèst restar entel só paes, dato che don Rodrigo nó ‘l g’era pù, e nancia ‘l pefèl contra ‘l Renzo. En realtà però, l’era zà arcant tèmp che tuti trei i s’era usadi a considerar come fus la só nòva patria ‘l paes endo che i era dré a nar. El Renzo, difati, l’eva convìnto la Lucia e l’Agnese parlàndo con passion de sto paes nòu: el ge contava cant che fus pù fàzile giatar laoro ìo, come che i operai i vivés benón, e ‘l descriveva i vantàzi e le comodità del vìver enca zona. Peràuter, entel paes vècel i eva vivèst tanti momenti tristi e dolorosi, e i ricordi bruti, col tèmp, va a finìr che i rovìna sèmper i pòsti che li fa nìr en ment. E se chei pòsti l’è pròpri chei endo che se è nati, chei bruti ricòrdi i deventa ancor pù dolorosi. Per spiegiar sto sentiment, ca storia scrìta zó a man, la dis: el pòpo, ancia se ‘l ge vòl ben a la bàila e ge plas el lat da le só téte, cando che la bàila, per farlo desméter de zuzzar, la bagna ‘l cavedìn col vedermaìster, el pòpo ‘l se tira ‘ndré, po' ‘l prova ancor, ma a la fìn el se destacia, planziànt, ma però ‘l se destacia. Che diréo po' ades, cando che sentiréo che, apena arivadi e sistemadi ente sto paes nòu, el Renzo l’abù sùbit calche rognéta a spetàrlo? Ròbe da ‘ngot, segur, gnène, assà però per méter azitazion ente ca condizion de contentézza. Eco, ‘n pòce parole, come che è nà le ròbe. El zacolàr che, ente chel paes, era sta fat de la Lucia, tant tèmp prima che la arivàs, el savér che ‘l Renzo l’eva patì tanto tant per ela, ma che l’era restà sèmper fedél e ‘nnamorà, e forsi ancia calche amìzi del Renzo, contàndo i só fati con en pòc’ massa de passion, l’eva fat crésser la curiosità de cognósser ca putèla e nó i vedéva l’ora de considerar cant che l’era bèla. Siché, voi el séo bèn chel che vòl dir che l’aspetàrsela: se se ‘mmazina cissà che, se crét a tut, e po' l’è difìzile da contentar, perché nó ‘l trova mai che la realtà la sìa come che se l’era ‘mmazinada, ancia perché, zó ‘n fónt nó se seva ben nancia che volér; enzì cando che la Lucia la s’è fata véder, tanti che i credéva che la g’avés i ciavéi de òr, e le gòute come doi ròse, doi òcli un pù bèl de l’àuter, e zó e zó, la zènt l’â scomenzià a scorlar le spale, a ‘mpirolar el nas, e a dir: “Ah! ma l’è chesta?” Dopo tant tèmp, dopo tanti discorsi, se se spetava vergot de mèio. Che saràl po'? Na contadìna come tante d’àutre. Eh! de cheste e ancia de mèio ge n’è dapertut.” Cando po' che i l’eva vardada pù ben, calchedun vedéva ‘n difèt, calchedun n’àuter: e g’è sta perfìn chei che la ge ‘mpareva pròpri bruta. Però, enfìn che ‘nzun neva a dìrge ste crìtege ‘n fazza al Renzo, nó g’era po' ‘ngot de mal. El problema l’è nù fòr cando che arcanti putèi i è nadi a riferìrge chel che la zènt la diséva de la Lucia. Alor al Renzo - che voléo farge po'? – la g’è nada su per el nas. L’â scomenzià a szervelàrse, e a lamentàrse tant, sia con cì che ge lo diseva, sia ‘ntrà de el, da só pòsta. Pù o men el diséva: “Ma a voi che ve ‘nteressa po'? cì èl sta po' a dìrve de spetàrve cissà che? Sónte nù mì a parlàrven? V’àite mai dit che l’era ‘nzì bela? Cando che èreo voi a dìrmel, mì v’âite rispondù àuter che nó l’è che na brava putèla no? L’è na contadina! V’àite mai dit che ve averòssi portà cì na prinzipéssa? Nó la vé plas? Nó vardàla no. Ge n’è ben assà bèle putèle, vardàve chele.” Vardà voi come che a bòte, na stupidada la pòl èsser assà per segnar na persona per tuta la vita. Se ‘l Renzo l’avés dovèst vìver ente chel paes, come che l’eva pensà su le prime, da só pòsta senza la Lucia, saròs sta na vita putòst trista. A forza de èsser rebùf per via del só rancor, l’era deventà el stes na persona malgraziosa. El geva sèmper la stèrna, e ‘l tratava tuti con malumor, perché ‘l dubitava che calunque persona la podés èsser tra chele che eva critegià la Lucia. No l’è che ‘l se comportàs enten modo da malarlevà o contrari a le bòne maniere, ma, come che saveréo, se pòl far tante ròbe brute restando però benarlevadi: arivar perfìn a sbudelàrse. En tute le ròbe che ‘l diseva g’era chel tono da superbón, el trovava da critegiar calunque ròba, tanto che, se ‘l ploveva per doi dì de sèito, sùbit el diseva: “Eh zà, ente sto paes!” Credéme, se ve dìgi che nó i era pòci chei che ormai i lo vedéva come ‘n seciacòrni, ancia tra chei che prima i ge voléva bèn. Col tèmp, tra na ròba e l’àutra, el se saròs trovà – per dir enzì – contra scasi tuta la zènt, senza ciapìr nancia el stes el come e perché ‘l fus arivà a chel punto. Se poròs dir che la pèsta la s’eva tòt l’incombènza de remediar a tuti i torti e a le disgrazie che eva tormentà ‘l Renzo. Difati, la pidemìa la s’èva portà via ‘l padron de n’àutra filanda, che l’era pròpri vizina a Bergamo; l’erede, ‘n putèl s-ciavizzacòl e malmadur, che nó ‘l geva e nó ‘l voléva savérgen de chel laoro, l’era dezìso, anzi, nó ‘l vedéva l’ora, de vénderla, ancia a la metà de chel che la valéva. Però ‘l pretendéva de èsser pagià sùbit, en contànti, perché ‘l voléva spènder chei soldi entei só divertimenti e àutre spese inutili. Cando che la notìzia l’èra arivada ‘n récla al Bortolo, l’è córs sùbit a véder; e l’eva tratà: en pato pù gras nó se podéva sperar; ma l’òbligo de avér sùbit i soldi ‘n man l’era ‘n gròs problema, perché tut chel che l’eva metù da na man en pòc’ al bòt nó l’era ancor assà per arivar a la soma che i ge domandava. Alor el Bortolo l’è nà ‘n prèssa da só cusìn el Renzo, el g’â contà tuta la fazènda e ‘l g’â proponèst de comprar ensèma, a la mèza, la filanda. N’ofèrta compagna, ‘nzì bòna, l’â g’â fat sparìr ogni dubi al Renzo, che l’â azetà de riszar a intràrge ‘n l’afare. I era nadi ‘nsèma da chel putèl e i â fat contrat. Cando po' dopo che i nòvi padroni i era nùdi sul so, la Lucia, che ìo ‘nchel pòsto ‘nzun cognosséva e nancia i aspetava, nó sol enzun la critegiava, ma se pòl dir che nó la desplaséva; e ‘l Renzo l’era nù a savér che pù de un l’eva perfìn dit: “éo vist ca bèla bacanòta che è nù?” El compliment “bèla” el feva desmentegiar el soranòm. Ancia da chei dispiazéri che l’eva bù cando che ‘l vivéva en chel’àuter paes, prima de maridàrse, el Renzo l’eva ‘mparà vergot de ùtile. Prima de alor, difati, l’era putòst spressolènt a zudicar e volintéra ‘l critegiava i àutri, le feumne dei àutri e tut chel che ge ciapitava. Ma dopo ‘l s’è rendù cont che le parole, en cont l’è dìrle e n’àuter scoutarle; per sto motìvo l’eva ‘mparà a scoutar le só parole e pensàrge su ben a chel che ‘l diséva, prima de proferìrle. Nó ste pensar però che, ancia ‘nte chel paes nòu, nó ge fus fastìdi o dispiazeri, ancia se da pòc’. Le persone (dis l’autor de la storia scrìta zó a man, e séo zà che ‘l geva ‘n modo ‘n pòc’ bizar de far i paragoni, ma passàge ancia chesto che doròs èsser l’ultim), le persone enfìn che le è a sto mondo le è come ‘n malà su ‘nten lèt pù o men descòmot, e ‘l vét entorna a se stes àutri lèti, bèn fati su a véder dal de fòr, bèi plani, a livèl: e ‘l se ‘mmazina che ‘nte chei lèti ìo se doròs star benón. Però se l’è bòn de cambiar lèt con un de chei, apena che ‘l s’è comodà zó ‘nte chel nòu, el scomenzia a sentìr che ancia ìo g’è i só bei difèti: en spontón che ge strucia, en ficón che lo spónz… ensoma, ‘l ciapìs che la situazion nó l’è tant diferènte da chela da prima. Per sto motìvo – dis ancor chel da la storia scrìta zó a man – ge voròs preocuparse de far el ben, putòst che de star bèn, perché a la fìn, a far del ben, se sta mèio per dalbòn. L’è n’idea ‘n pòc’ sforzada, dita fòr come che i la pensava ‘ntel Seizènto, ma zó ‘l fónt el geva reson. Comunque, ‘l dis ancor, dolori e ‘mbròi de la calità e de la forza de chei che en contà ‘nfìn cì, per la nòssa zènt nó ge n’è sta pù: da chel momento, per lori l’è sta na vita de le pù calme, de le pù contènte, da ‘nvidiar; de modo che, se g’avéssite da contàrvela, ve seceròssi le azze. I afari i néva a maravéa. D’imprinzìpi gera sta calche dificoltà, a ciàusa che nó se giatava operai e i pòci che era restà i eva auzzà ‘n pòc’ la grésta, e i pretendéva ‘n pòc’ massa domandàndo pù de chel che l’era na pagia zusta. Alor era sta plubicià pefèi che metéva ‘n frèn a le page dei operai, per véder de méter le ròbe a pòsto. Siben che i avés metù chel rimedi, le ròbe comunque le se era sistemade da só pòsta. Po' era arivà da Venezia n’àuter pefèl, pù sensà: el lagiava dés ani senza pagiar le tasse sia su la ròba che su le persone, a tuti chei che era furèsti e i nidés a star entel teritòri de Venezia. Per el Renzo e la Lucia e tuti i só amìzi, l’èra sta na mana. Per la fìn de l’an che i s’èra sposadi, era nù na bèla criatura; e, come se ‘l destìn l’aves volèst ofrìrge al Renzo l’ocasion de mantègner la só zenerósa promessa, l’era sta na popata, e podéo emmazinàrve che g’è sta date l nòm de Maria. Po' co, tèmp n’è nù nossocanti d’àutri, maszi e fèmine: e l’Agnese la geva ‘l só bèl da far a portàrli de ca e de là, un dopo l’àuter, clamandoi brighèle, e dandoge sul vis de chei basóni ‘nzì fòrti da lagiàrge ‘n bel segn su le gòute biance che ‘l restava per en bèl pèz. Tuti i pòpi i era nudi su bravi e benarlevadi; el Renzo l’eva volèst che tuti i ‘mparàs a lézer e scrìver, disèndo che, visto che ormai g’era sta briconada, i dovéva almen profitàrnen ancia lori. El bel l’era sentìrlo contar i só fati: e ‘l finiva sèmper col dir le gran ròbe che l’eva ‘mparà, per comportàrse mèio enten doman. “Âi emparà,” ‘l diséva, “a nó mèterme ‘ntei tumulti: âi emparà a nó prediciar en piaza: âi emparà a nó trinchenar massa: âi emparà a nó tègner en man el batòcel de le porte, cando che g’è ìo ’ntorna zènt che g’â la testa ciàuda: âi emparà a nó taciàrme ‘n ciampanèl al pè, prima de aver pensà chel che poròs suzzéder.” E zènto àutre ròbe. La Lucia però, nó l’è che nó la fus d’acòrdi col ragionamento del Renzo, ma la restava malsaurìda; ge pareva, ancia se l’era ‘n pòc’ confusa, che ge manciàs vergota. A forza de sentir dir la stessa ròba, e de pensàrge sora ogni bòta, “e mì,” la g’â dit en dì al só òm enzì severo, “che voléo che abia ‘mparà pò? Mì nó son mìgia nada a zerciar rògne no: l’è sta lore che le è nude a zerciàrme mì. A men che,” la dis, calmona e grignando, “che ‘l mé eror sia sta chel de volerve ben, e de sposarme con voi.” Su le prime, el Renzo l’èra restà ìo ‘n pòc’ confus e nó l’eva savèst chel che risponder a le parole de la Lucia. Dopo avérgen parlà sora e considerà ensèma i è arivadi a la conclusion: le rògne de spes le suzét per colpa tóa, ma ancia la prudenza e na condota pù nozènta a le bòte nó le è assà, per tègner lontan le disgrazie. E cando che le disgrazie le arìva sia per colpa nòssa o senza che ge n’ébien colpa, la fede ‘n Dio l’è chela che ocor per endolzìrle e per deventar persone miore. Sta conclusion, ancia se l’è stada pensada da zènt sèmplize e poréta, l’è ‘nzì zusta, che en pensà de mèterla cì, come ‘l sugo de tuta sta storia. E se sta storia, nó la v’è desplasèsta dal tut, ve domandan de aver en pòc’ de simpatìa per cì che l’â scrita e ancia ‘n pocetìn per cì che l’â comodada. Ma se ‘nveze la v’â stomegià, credéme se ve dìgi che nó en fat apòsta.