Tradizioni dell'anno liturgico
a) IL NATALE, CAPODANNO E L’EPIFANIA – Tra quelle di questo periodo, la prima è l’usanza della corona d’Avvento, tipica dei paesi germanici, che si è diffusa in tutta Europa solo dopo la seconda guerra mondiale, e tuttavia si può considerare ormai come una consuetudine anche nella Pieve. Al presente questo simbolo natalizio è impiegato sia in chiesa (almeno in quelle dove si celebra la messa domenicale), sia nelle famiglie da quando è iniziata l’abitudine di acquistare la corona d’Avvento allo scopo di fare beneficienza.

Anche se non strettamente legata alla liturgia un’usanza molto suggestiva e purtroppo perduta negli ultimi tempi, era quella dell’«arrivo di santa Lucia». Nella notte tra il 12 e il 13 dicembre i bambini si affrettano a preparare un piatto con le semole e sale da mettere sul balcone per ristorare l’asinello di santa Lucia. I ragazzini più grandicelli intanto, attenti a non farsi scorgere dai più piccoli, vanno per le vie del paese suonando campanelli simulando così l’arrivo della santa. I bimbi corrono a letto e sognano santa Lucia e il suo asinello con la gerla piena di doni e dolci.

Il Natale è la festa che oggi come ieri, pur con forti differenze, è la più attesa. Giorno un tempo dedicato alla famiglia e alla preghiera, oggi caratterizzato dai regali e da pratiche religiose più di circostanza che sentite. A Natale, fino alla metà del secolo scorso, si celebravano tre messe, la prima delle quali officiata solennemente alle cinque del mattino e non c’era quella di mezzanotte. Naturalmente per Tuenetto la chiesa era quella parrocchiale, prima a Torra e poi a Mollaro. In casa il segno principale della festa era il presepe, spesso di carta, e solo negli ultimi decenni si è radicata l’usanza, propria dei paesi del nord, di addobbare un abete. Per il resto, dopo aver assolto ai doveri religiosi, si preparava un buon pranzo e si restava in casa.

Nel nostro tempo è maturata la moda, a cura dell’amministrazione comunale, di installare l’albero di natale in piazza e di collegare delle luminarie ai lampioni della via principale del paese. Più genuina la consuetudine predisposta da volontari del paese di allestire il presepe sotto l’albero.
All’ultimo dell’anno nessuno mancava di partecipare al rito del Te Deum l’inno cristiano per ringraziare il Signore dell’anno che sta per concludersi.

Ascolta il canto del Te Deum eseguito dai «Coristi delle Chiese d'Anaunia» diretti dal maestro Aldo Lorenzi.


Prima della mezzanotte i giovani usavano suonare a distesa le campane tradizione definita “sonar fòra l’an vècel”. La tradizione si è persa. La giornata del primo dell’anno iniziava per i bimbi con il simpatico costume di porgere gli auguri ai più anziani con la formula “Bòn an bòn dì, la bòna man a mì!” ovvero “Buon anno a me la mancia!”, in cambio ricevevano in regalo qualche noce, o delle nespole, qualche volta una mela che una volta era abbastanza rara, eccezionalmente qualche caramella.
Se il 31 dicembre si chiudeva col canto, a Capodanno si innalzava il solenne inno di lode del Veni Creator Spiritus un’accorata invocazione allo Spirito Santo perché rinvigorisca le menti e i cuori.
Oggi non è infrequente passare la giornata di Capodanno in una sorta di catalessi per la nottata passata a consumare il cenone.
Il giorno dell’Epifania piccoli cantori andavano di casa in casa portando la stella issata su un'asta. Una testimonianza raccolta da un anziano riporta che a Tuenetto al posto della stella si portava un piccolo presepe; chiamando la gente ad affacciarsi alle finestre intonavano la canzone che recita:

Noi siamo i tre re
venuti dall’Oriente
per adorar Gesù.
Egli è il re dei superiori

di tanti maggiori
di tanti nel mondo
che furono giammai.
Chi fu che ci chiamò

mandando la stella
che ci condusse qui.
Ma dov’era il Bambinello
grazioso e bello

in braccio a Maria
che l’è madre di Lui.
L’amabile del Signor
che merita i dono

assieme ai nostri cuor.
E perciò Le abbiam portato
incenso dorato
e mirra e oro

in dono al Re Divin.
Or noi ce ne andiam
nei nostri paesi
da cui venuti siam.

Ma qui ci resta il cuore
in mano al Signore
in braccio a Maria
e al Bambinel Gesù.


Qualche decennio fa si teneva il rito dei «fumenti». Il capofamiglia preso un vecchio ferro da stiro o una padella di ferro, vi poneva qualche carbone ardente e spargendovi sopra un po’ d’incenso e un rametto dell’ulivo benedetto nella domenica delle Palme, girava per la casa e nella stalla recitando qualche preghiera.

b) LA QUARESIMA E LA SETTIMANA SANTA – Il periodo che precede la Pasqua inizia con il mercoledì delle ceneri (in dialetto le zénder). Il rituale, nonostante la progressiva secolarizzazione della società, è praticato anche ai giorni nostri. Dove c'è una chiesa con la presenza di un parroco, il primo giorno di Quaresima si impongono le ceneri come segno di penitenza. Solitamente, per ottenere le ceneri, vengono usati i rami d'ulivo dell'anno precedente che una volta bruciati e setacciati sono trasformati nelle ceneri da cospargere sul capo di ciascun fedele. Durante il rito viene pronunciata la celebre formula Memento, homo, quia pulvis est et in pulverem reverteris (Ricordati, uomo, che sei polvere e in polvere ritornerai). La Quaresima è dunque caratterizzata dall’invito a convertirsi a Dio. Un arco di tempo contraddistinto dalla severità e rigidezza dei modi durante il quale il venerdì è stabilito mangiare “di magro”. I severi precetti di questo periodo penitenziale, compresi l'astinenza dalle carni e il digiuno del «mercoledì delle Ceneri» e del «Venerdì santo» erano rigorosamente osservati dalle vecchie generazioni, al presente sono perlopiù disattesi. La Settimana santa introduce la Pasqua e nei giorni dal martedì, al venerdì e alla domenica fino agli anni sessanta del secolo scorso tanti si recavano a Torra per ascoltare i quaresimali proclamati da predicatori scelti tra i frati dei conventi vicini con grande partecipazione di fedeli.
I meno giovani ricordano che durante la «Settimana santa» era molto sentita la pratica delle «Quarant’ore» che consisteva nell’adorazione per quaranta ore continue del «Santissimo Sacramento». Lunghe processioni mattutine di devoti si muovevano dai vari paesi della Pieve per assistere all’ «ora comune»; l’adorazione era tenuta da varie associazioni: gli scolari, le donne, gli uomini eccetera fino a coprire l’intera durata delle quaranta ore. Attualmente di questa pratica devozionale rimane ben poco, sopravvive solo una coraggiosa iniziativa nella chiesa di Segno proposta però in modo molto ridotto rispetto a quello di una volta. Durante la «Settimana santa» si usa ancora oggi, seppur in misura minore, seminare l’orto; la luna infatti nella settimana santa è sempre buona. Il triduo pasquale (giovedì, venerdì e sabato santo) è ancora celebrato. In questi giorni le campane rimagono mute e le funzioni religiose un tempo erano annunciate dal fragore delle «raganèle» strumenti di legno che producono brevi suoni secchi mediante un’assicella flessuosa che viene alzata e rilasciata da una ruota dentata. Solo al «Gloria» della messa del Sabato santo le campane riprendono a suonare a distesa. Oggi, per la mancanza di sacerdoti, non tutte le nostre parrocchie possono celebrare il triduo come un tempo e molti si recano in altre chiese dove questi riti vengono celebrati.
Al tempo d’oggi solo una ristretta cerchia di praticanti partecipa a sporadici momenti di preghiera. Sopravvive seppur limitatamente il rito della Via Crucis che di solito si tiene il venerdì. Alla «Domenica delle Palme» si benedicono ancor oggi i ramoscelli d’ulivo che poi vengono portati a casa per venir bruciati per scongiurare i pericoli dei fulmini o della grandine.

c) LA PASQUA – “Fare Pasqua”: così si diceva in passato. I vecchi parroci, battevano insistentemente sul dovere per ogni buon cristiano di “fare Pasqua”. E invitavano le donne a collaborare, sollecitando, persuadendo, spingendo, magari anche un po’ forzando i più riottosi. “Quello non ha nemmeno fatto Pasqua” si mormorava nella cerchia dei devoti a proposito di uno, che aveva rifiutato di varcare la soglia della chiesa, perfino in quell’occasione. Per altro il precetto della chiesa che stabilisce «Riceverai umilmente il tuo Creatore almeno a Pasqua» è ancora in vigore. E tuttavia attualmente questi ammonimenti hanno perso tutta la loro forza. Ai nostri giorni uova di cioccolato confezionate in vistosi incarti fanno la gioia dei bambini; quelli di una volta si “accontentavano” delle uova di gallina decorate in diversi colori. Una divertente tradizione era quella chiamata «dar zó ai òvi». Due contendenti battevano assieme due uova: vinceva chi, dopo aver dato il colpo, rimaneva con l’uovo intatto e così si aggiudicava quello rotto dell’avversario. Altro gioco con le uova consisteva nel posizionarne uno ad una certa distanza, poi, a turno lanciavano contro delle monete; vinceva chi riusciva a conficcare la moneta nell’uovo. Nel caso in cui nessuno riusciva nella prova, il padrone dell’uovo si intascava le monete. Questo divertimento tipicamente pasquale era molto praticato sui muri di cinta del sagrato di Torra dove, si narra esagerando, i gusci delle uova rotte erano alti una spanna!

d) IL CORPUS DOMINI – La solennità del Corpus Domini era un tempo molto sentita; è una festa mobile che si celebra il giovedì successivo alla solennità della Santissima Trinità oppure, in alcuni Paesi tra cui l'Italia, la domenica successiva. In quel giorno si portava in processione, racchiusa in un ostensorio sotto un baldacchino, l’Ostia consacrata ed esposta all’adorazione popolare. Lungo le strade si allestivano degli altari dove la processione sostava e pregava. Alle finestre erano esposte coperte colorate e il corteo dei fedeli era preceduto dai bambini che spargevano petali di rosa lungo tutto il percorso. Il parroco, sotto il baldacchino, era assistito dai chierichetti che portavano la croce e il turibolo.
Questa tradizione, seppur in forma meno solenne e poco partecipata si ripete anche oggi, ma a causa della mancanza di sacerdoti e la conseguente impossibilità di celebrare la Messa in tutte le parrocchie, la processione del Corpus Domini purtroppo è a forte rischio di abbandono.

e) OGNISSANTI E COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI – I giorni dei Santi e dei Morti (1 e 2 novembre) sono appuntamenti ancora oggi molto sentiti. L’usanza di rassettare la tomba di famiglia abbellendola con fiori e altri decori è pratica imprescindibile anche oggi.
Una volta era tradizione consumare un piatto molto particolare: le lumache contornate dalla polenta di grano saraceno, mentre le castagne erano cotte alla sera e si accompagnavano col vino nuovo. Di solito, al termine della Messa solenne del 1° di novembre (finchè la presenza del sacerdote sarà assicurata), ci si reca in processione al cimitero dove il celebrante benedice le tombe.
Il 2 novembre è dedicato alla visita al camposanto per pregare sulle sepolture dei parenti e dei conoscenti.

f) LE ROGAZIONI - La tradizione delle rogazioni oggi è in disuso. A Tuenetto il percorso prendeva inizio dalla chiesa e attraverso i campi giungeva fino alla Cros dei Plazi. Da quel luogo il territorio agricolo del paese si poteva vedere del tutto. Nel caso in cui le campagne fossero state più vaste le rogazioni si ripetevano per tre giorni (lunedì, martedì e mercoledì prima dell’Ascensione che cade sempre di giovedì) e ogni giorno seguiva un percorso diverso. Giunta nel luogo prestabilito il sacerdote pronunciava le invocazioni “A fulgore et tempestate libera nos Domine” e anche “A peste et fame et bello, libera nos Domine”.

Una tradizione che è rimasta in uso fino agli anni '80 era la benedizione degli attrezzi agricoli in occasione della Festa del Ringraziamento che si celebrava in una domenica di metà novembre quando i lavori agricoli erano terminati, come ricorda il proverbio «Da san Martìn, (11 novembre) ha ruà 'l péger e ancia 'l ladìn» ). Nell'intervallo degli anni '80, quando la cura d'anime di Tuenetto era affidata a don Adelio Frasnelli, questa bella tradizione si teneva ogni anno.

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Natale 2010 - Il presepio in piazza

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Il presepio del 2020 sotto la nevicata del 28 dicembre

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Allestimento del presepe in piazza

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Roberto Russo e Luca Melchiori all'opera per costruire il presepe

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La processione del Corpus Domini a Mollaro
domenica 3 giugno 2018

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Sosta davanti al Castello di Mollaro, officiante don Tullio Sicher

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I mezzi agricoli ordinatamente schierati sulla strada della chiesa per la benedizione nel giorno del ringraziamento.
Officiante don Adelio Frasnelli