AGRICOLTURA

Sin dai tempi più antichi l’intera Valle di Non con la Pieve di Torra e Tuenetto, ha sempre tratto la sua sussistenza dall’esercizio dell’agricoltura. Cereali, legumi, canapa, patate e viti venivano messe a coltura con grande tenacia, ma senza lavorare bene il terreno né concimarlo. Dalla pratica agricola, peraltro condotta in modo scorretto, veniva esclusivamente il cibo per la sussistenza e poco altro. Come si è visto, trattando delle proprietà comuni nel medioevo, grande importanza era data al bosco e al pascolo. I rivolgimenti successivi alle guerre napoleoniche portarono un timido cambiamento nonostante il perdurare dei difetti nella produzione agricola attraverso tutto l’800. Le esigenze alimentari imponevano la scelta delle colture e lo sfruttamento della terra risultava pertanto estremamente irrazionale e spesso lo scopo della sussistenza non veniva raggiunto. In certe epoche si sono registrate forti carestie. Al proposito si segnala la cospicua documentazione sul fenomeno del “furto campestre” emblema dell’estrema precarietà dei contadini delusi nelle loro attese di raccolto. Proprio l’insufficienza del pane nella seconda metà dell’800 cagionò il fenomeno dell’emigrazione verso i paesi d’oltre oceano. Due grandi problemi afflissero l’agricoltura nonesa almeno fino al termine del XVIII secolo: la persistente scarsità d’acqua e l’assenza di vere arterie stradali (la strada Rocchetta-Denno-Tuenno-Cles-Mostizzolo fu terminata nel 1840; quella detta «dei Regai» da Dermulo a Revò nel 1842; la Revò Mostizzolo è del 1876; la Dermulo Cles con il ponte di Santa Giustina è del 1888). Solo alla fine del secolo XVIII, nonostante la perdurante arretratezza, si fecero strada nuove idee e da attività di puro sostentamento, l’agricoltura divenne fonte di guadagno.

1. - La gelsibachicoltura

“Ma il principale fondo di commercio cogli esteri si è quello della seta, che riesce a perfezione, atta a qualunque manifattura: si spedisce in Amburgo, in Londra, e altrove, e per essa entrano molte migliaia di fiorini.” Così descrive la gelsibachicoltura il revodano Jacopo Antonio Maffei all’inizio del XVIII secolo. L’attività sericola iniziò alla fine del ‘700 e già agli inizi dell’800 quest’industria aveva una certa consistenza; lo si desume da vari scritti tra cui quello di don Luigi Flammacini (nativo di Trento fu arciprete di Cles dal 1797) che nel 1812 descrive la bassa e media Val di Non coperta di gelsi e di viti e dove il baco (in dialetto ciavalér) era molto ben allevato (il sacerdote stimò la produzione in seta pari a 26.000 libbre annue - una libbra equivale a circa 330 grammi -, quantità del tutto notevole). La coltura del “morus alba”(gelso bianco) prende sempre più vigore nel corso dell’800 e i proventi che derivano dalla seta rappresentano la maggior entrata di denaro. Vengono abbandonate le coltivazioni di lino e canapa, delle lenticchie e delle fave. Si continuano a coltivare invece e con più intensità i cereali, il granoturco e la patata. Ma sono i gelseti che punteggiano la campagna. La gelsibachicoltura conobbe nell’800 una durevole popolarità nonostante le prove dovute alle condizioni meteorologiche spesso avverse, oltre alle malattie del gelso e dei bachi e i grossolani errori d’allevamento che rendevano vane le fatiche dei contadini. A proposito di malattie del baco, la più temuta era la pebrina generata da un parassita che, ingerito, provocava l'atrofia del baco che non produceva la bava. La malattia colpì le industrie di gelsibachicoltura italiana e trentina a partire dal 1855 provocando gravissimi danni alle stesse. Nel 1858 la pebrina falcidiò le bacherie nonese. Il baco (o bombice) del gelso appartiene alla classe delle farfalle notturne. Come in tutte le farfalle la vita di questo insetto attraversa tre stadi: la larva (o filugello), la crisalide che si forma dentro il bozzolo e la farfalla (l’insetto adulto). All’ultimo stadio arrivano solo pochi esemplari maschi e femmine che sono usati per la produzione del seme. Nella produzione della seta le crisalidi si fanno morire per impedire che la loro fuoriuscita dal bozzolo rompa il filo di seta. La confezione del seme veniva in origine effettuata in casa. Erano le donne a scegliere i bozzoli migliori da cui uscivano le farfalle che dopo l’accoppiamento deponevano le uova che erano conservate in luogo fresco, lontano dal sole fino alla primavera successiva. A Tuenetto l'attività di gelsibachicoltura è documentata sin dagli inizi dell'800: il conto preliminare per l'anno 1820 della comune di Tuenetto registra un'entrata per vendita de foglia de gelsi. Il seme veniva “covato” al caldo del seno delle donne e questo fino alla seconda metà dell’800 quando comparvero le camere d’incubazione. Secondo la testimonianza di alcuni anziani del paese, a Tuenetto il compito di scelta del seme era svolto dalla signora Genoveffa Tarter detta «Efa» (fu Tobia e Anna Koulavj 1879-1951 della famiglia dei «Boèmi» di Dardine, moglie di Teodoro Melchiori).


Prenotazione «seme bachi cellulare»



Le condizioni della sottoscrizione


Una volta schiusi i bachi venivano sparsi sulle arèle (assi di legno) in un luogo abbastanza caldo dell’abitazione. Generalmente a cavallo dei mesi di maggio e giugno iniziava il delicato lavoro di allevamento del baco. Il baco ha quattro “età”, in dialetto mude, durante le quali deve essere nutrito di continuo con le foglie del gelso. Al termine di ogni età i bachi riposano, fase chiamata dormìda ed erano tolti dalle arèle per permettere un’accurata pulizia delle assi e il rinnovo del letto di foglie. Al termine della quarta età i bachi raggiungevano il massimo della loro voracità ovvero era la magnarìa o furia. Era tempo a questo punto di porre i bachi su delle fascine secche dette fassinàri e in nove giorni filavano il bozzolo, ovvero la (gialéta).

Terminava così un mese di duro lavoro e i bozzoli erano pronti per essere venduti alle filande. Gli storici della materia collocano tra la fine del settecento e l’inizio dell’800 lo sviluppo delle prime filande in Val di Non (la prima di cui si hanno dati certi, è la Maestrelli di Denno aperta nel 1825). Una era esistente anche a Mollaro retrostante il Castello tuttora individuabile nonostante i successivi diversi interventi alla sua struttura. Grande rilevanza ebbe la filanda Dal Pez di Taio attuale casa Gosetti lungo la ex strada statale oggi via Edison. Tracce delle filande si rinvengono ancora soprattutto a Denno che si può definire la capitale nonesa dell’industria serica; diversi erano gli edifici adibiti a filanda in quel borgo e sono ancora ben riconoscibili. La filanda provvedeva alla trattura cioè l’operazione che permette di ricavare il filo di seta dal dipanamento dei bozzoli del baco da seta. Sono quattro le fasi di lavorazione della filatura della seta: prima di tutto ogni filanda era dotata di un forno che essiccava i bozzoli (cioè uccideva le crisalidi). Si procedeva poi con la maceratura dei bozzoli che venivano messi in bacinelle contenenti acqua calda da 70 °C a 90 °C. permettendo l’ammollamento della parte gommosa che tiene coeso il filo che forma la parete del bozzolo; poi si passava alla spelaiatura, ovvero all’asportazione della peluria che ricopre i bozzoli. La scopinatura poi permetteva, sfregando i bozzoli, di trovare il capo del filo; l’ultima fase, quella della trattura consisteva nell’individuare i capi di due o più bozzoli che si attaccavano ad un aspo che provvedeva allo srotolamento del filo di seta. Del “morus alba” oggi sopravvive qualche raro esemplare ai margini dei viottoli di campagna. A Tuenetto ve n’è ancora uno in località cianal sulla proprietà del signor Gianpaolo Melchiori e un secondo esemplare germoglia ancora oggi in località Dré al Dòs. Maestoso il moràr che adorna solenne la piazza della chiesa di San Marcello a Dardine. L'ultima a praticare quest'attività agricola a Tuenetto fu Emma Angelini (1878-1956) vedova di Melchiori Giovanni detta Ema santa e anche Ema zànela la cui famiglia si estingue con ella stessa. Dell’economia dei bachi e del loro allevamento non rimane altro ed è probabile il rischio che di essa si perda la memoria.

2. - La viticoltura

Sul finire del 1500 e l’inizio del 1600 la vite è diffusamente coltivata ed è oggetto di severa regolamentazione come testimoniano varie “Regole” in Valle di Non. Una di queste, riguardante Mollaro, fu stilata martedì 16 luglio 1566 in Castel Thun Pieve di Ton, per dirimere la vertenza sorta tra i signori Thun, che detenevano il diritto di decima e gli uomini di Mollaro colpevoli di avere dato avvio alla vendemmia senza il loro permesso. Le parti convennero di comune accordo, che gli uomini di Mollaro potevano iniziare la vendemmia un giorno prima di quelli di Dardine il tutto vincolato alla condizione di richiedere ogni anno ai signori Thun la licenza di iniziare e siano tenuti di avvisare i Thun perché questi possano recarsi sul posto per riscuotere la decima loro spettante.
La viticoltura è dunque largamente praticata nei secoli XV e XVI e a conferma di questo si registra la presenza a Tuenetto di alcuni toponimi (tuttora presenti) come «sclavéte», e vignòla che definiscono limpidamente terreni coltivati a vite.
L’inizio della viticoltura più “moderna” si fa risalire alla seconda metà del settecento ai tempi in cui regnava Maria Teresa imperatrice d’Austria; essa istituì il catasto agricolo e promosse alcune riforme che diedero grande impulso all’agricoltura. In particolare vi fu un allargamento significativo delle aree vitate. Per quanto riguarda Tuenetto, non si dispongono dati precisi: i vigneti di Tuenetto erano principalmente localizzati nei terreni più soleggiati, e più adatti alla vite e cioè ai plazi, ai plazóni e dré al dòs. Le uve prodotte erano impiegate per la vinificazione ad uso familiare, solo in rari casi erano vendute. I vitigni coltivati a Tuenetto erano il groppello (vitigno autoctono trentino da non confondere con il "groppello" della sponda bresciana del lago di Garda; il gropèl è da considerarsi il vino tipico della Valle di Non;), la rossara (vitigno tipico della regione Trentino Alto Adige; di origini incerte quest’uva si caratterizzava per un grande grappolo con acini di media grandezza) e l’uva Isabella o uva Fragola (in dialetto fragia) vitigno ibrido di cui oggi ne è vietata la vinificazione perché si ottiene un vino con alta percentuale di alcol metilico.
I rozzi metodi di coltivazione, le malattie come la peronòspera e la fillòssera (la «peronòspora» della vite, malattia determinata da un microorganismo, attacca foglie, tralci e grappoli, sui quali compaiono prima delle aree giallastre ben visibili in trasparenza e successivamente una muffa biancastra e pulverulenta; la «fillòssera» è un afide - Phylloxera vastatrix - originario dell’America Settentrionale: temibile parassita della vite con un complicato ciclo di riproduzione che partendo dalle radici della pianta provoca alla fine la morte della vite) e le gelate di inverni particolarmente rigidi, mettevano a dura prova la viticoltura.
L’avvento della cooperazione portò alla fondazione delle cantine sociali; quella di Revò, fondata nel 1893, fu la terza cantina sociale del Trentino dopo quelle di Riva e Borgo. Seguirono in Valle di Non le Cantine di Nanno (1895), Campo Tassullo (1896), Denno (1903), Cloz, (1904), Dercolo (1906), Portolo (1908), Taio (1908), e tuttavia nella Pieve di Torra non risulta sia stata costituita alcuna cantina sociale. Il crescente sviluppo della frutticoltura causò in tutta la valle una graduale diminuzione della viticoltura circoscritta alle aree generalmente non soggette di essere opportunamente coltivate con altre colture. E tuttavia ancora nel 1961 gli esperti della Stazione Sperimentale Agraria di san Michele all'Adige suggerivano per la Valle di Non: «Salvo particolari plaghe ben delimitate con buona esposizione a mezzogiorno e riparate dai venti, nelle quali potrà essere utilmente impiegato nei nuovi impianti qualche vitigno finissimo come il Sylvaner, il Riesling renano, ed eventualmente Pinot nero. L'unico vitigno consigliabile è il Groppello nero, che dà un buon vino da pasto, sapido, gustoso, colorito, piuttosto acidulo e possiede abbastanza corpo».


La viticoltura nel 1950


3. - La zootecnia e l'attività casearia

La zootecnia divenne fonte di guadagno importante quando fu introdotta l’industria lattiero-casearia e ciò avvenne in Valle intorno alla seconda metà dell’800. A Tuenetto, come nel resto del Trentino, nel XVIII secolo l’allevamento di bovini era destinato principalmente per la forza motrice. Precedentemente non era raro l’allevamento di ovini (capre) fonte di latte e formaggi. L’allevamento del bestiame necessitava di foraggio e buona parte dell’economia agricola riguardava questo aspetto; ne sono testimonianza le annuali aste delle «segande» di fieno sulle proprietà comuni del monte Rodeza.


Segagione sul Monte Rodezza


Nonostante l’allevamento del bestiame non fosse evoluto, nel 1877 fu valutato un progetto di realizzazione di caseificio sociale per le ville di Priò, Tuenetto, Dardine e Mollaro. Le condizioni fondamentali per l’impianto di un caseificio modello sono dettate da un documento stilato nel Comune di Tuenetto nel marzo di quell’anno: prima condizione l’erezione del fabbricato nella località alle Valeselle sul territorio comunale di Tuenetto e secondo presupposto il pagamento del capitale corrispondente per l’edificazione del casello e per l’acquisto dei corrispettivi utensili ed attrezzi d’ogni genere “mediante imposizione sopra il latte obbligato che viene portato dai soci”. I soci di Priò sono 14 ed il quantitativo di latte è stimato in 1225 pesi; per Tuenetto sono calcolati 1100 pesi su 9 soci; Mollaro ha 7 soci per un totale di pesi 720; infine pesi 780 per i 10 soci di Dardine. Lo studio di fattibilità è corredato di un computo metrico estimativo che porta un totale di spesa in 1938,36 fiorini. Il 14 marzo di quell’anno venne incaricato il signor Melchiori Romedio (primo “deputato” del Comune di Tuenetto) di trattare per l’acquisto “d’una caldaia ad uso casello…”. La caldaia venne costruita da Francesco Valentinotti calderaio di Cles che promise di “fargli il predetto pajo di rame collore di ferro della tenuta di pesi dai 35 ai 45 circa pel prezzo di fiorini 1 la libbra viennese pagabile in tre rate, la prima entro giugno del corrente anno, la seconda entro giugno 1878, la terza entro giugno 1879…” la data di consegna del manufatto viene fissata “alla più lunga entro il giorno del 22 corrente [marzo 1877]”. Il caseificio alle Valleselle non fu mai edificato e non v’è traccia dell’uso che sia stato fatto del “pajo di rame”; ben dieci anni più tardi con deliberazione del Comune di Tuenetto dei 19 novembre 1887 si dà autorizzazione al Capo comune di provvedere alla vendita della caldaia del caseificio “presso qualsiasi aspirante, e ciò in via amichevole e verso il prezzo che crederà a suo giudizio del merito”: riteniamo possa trattarsi proprio di quel pajo di rame.

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La pianta del caseificio turnario di Mollaro
(Gentile collaborazione dell'Arch. Giorgio Melchiori)

Si dovette aspettare fino al primo decennio del novecento per vedere la costruzione del casello di Mollaro e Tuenetto eretto su un terreno di proprietà del Senatore Enrico Conci attiguo al “Vignal dei Taiti” nel comune di Mollaro che lo cedette gratis alla società con l’unico obbligo di non rivenderlo a terzi (non essendo stato reperito alcun documento sulla data di costruzione del caseificio di Mollaro ci siamo affidati ai ricordi degli anziani che sono tutti concordi nell’individuare la data presunta tra il 1905 e il 1910 un testimone asserisce essere il 1907). Il caseificio di Mollaro era cosiddetto turnario, cioè ogni «caserada», (l’insieme dei prodotti lavorati in un giorno), era proprietà esclusiva di uno dei soci del caseificio, designato appunto a turno. Il numero delle caserade cui ciascun socio aveva diritto era proporzionale alla quantità di latte conferita. Il caseificio misurava 10,5 metri per 8,20 e aveva quattro locali: all’entrata a destra la zona pesatura con la zangola (macchina utilizzata per la produzione del burro: è costituita da un recipiente che viene parzialmente riempito con crema di latte e da opportuni dispositivi per la sbattitura; nel suo interno la crema del latte viene sollevata e battuta fino all’impastamento del burro) posizionata a sinistra; nell’angolo a sud-ovest un piccolo magazzino per le forme di formaggio; verso destra due locali, nel primo una stanza che ospitava la centrifuga spannatrice e una grande vasca con acqua che serviva per la produzione del burro; il locale a nord-ovest conteneva la caldaia in rame per la produzione del formaggio e un secondo paiolo per l’acqua calda; un braciere posto sopra una rotaia veniva spostato a seconda se serviva il fuoco sotto il latte o sotto l’acqua; all’esterno nei pressi dell’ingresso la vasca che raccoglieva il siero (“séri”) che di solito era destinato all’alimentazione dei maiali. Per dare un quadro del quantitativo di latte lavorato nel casello di Mollaro, con l’aiuto di alcuni anziani abbiamo valutato che una mucca ― che spesso era adibita per la trazione di carri e aratri e che ogni anno era ingravidata per il vitellino ― dava mediamente all’incirca 8 litri di latte al giorno. La trentina di capi allevati a Tuenetto dava all’incirca 250 litri di latte al giorno. Il caseificio operò per vari decenni fino alla metà degli anni ’60 del ‘900. Tra i casari che si sono succeduti al casello si ricordano Conci Bruno Balón di Mollaro (casaro che si era specializzato presso una latteria di Arco), Graifenberg Pietro di Terzolas (Pietro Graifenberg si maritò con Carolina Melchiori dei «Peri» di Tuenetto), Candido Tait di Mollaro, Melchiori Teofilo (Teofilìn dei Péri) di Tuenetto. L’ultimo gestore fu Ferruccio Cescatti di Taio che era coniugato e dimorante a Mollaro, questi però non lavorava il latte, ma si limitava a raccoglierlo per poi conferirlo ad una latteria di Cles. L’attività del caseificio di Mollaro cessò definitivamente con la costruzione del moderno caseificio fabbricato nella piana tra Segno e Mollaro in località Vianzana. Il caseificio fu costruito dall’impresa di costruzioni Battaini agli inizi degli anni ’70 ed entrò nel pieno dell’attività quando la maggioranza delle stalle della Pieve di Torra erano state dismesse, non prima tuttavia di essersi dotate di moderne mungitrici e varie macchine per la produzione e lavorazione del fieno.

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La sigla «DT» sta per Dardine Tuenetto, il numero «78» è quello del socio

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Il bidone portalatte in uso negli anni '70

Oggi il caseificio di Segno è diventato un moderno magazzino sede di stagionatura e commercializzazione del formaggio Trentingrana della società CON.CA.S.T. che riunisce in un consorzio unico i caseifici sociali trentini. Oggi il ciasèl de Molàr è ancora mappato con particella edilizia 86 nel comune catastale di Mollaro pur essendo ridotto ad un rudere.


1877 Progetto per la realizzazione di un casello alle Valeselle


4. - L'acquedotto della Pongajola

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Lavori di costruzione dell'acquedotto della Pongajola

Per secoli i contadini nonesi, e non solo, hanno tratto dal loro duro lavoro ben poca rendita; tra le cause di questa improduttività sicuramente vi fu la scarsità d’acqua, elemento essenziale per l’esercizio dell’agricoltura. Le precipitazioni atmosferiche annue misurate nel primo decennio del 2000 ammontano a 1003 mm (nel periodo estate – autunno 535 mm) non sufficiente per garantire una buona irrigazione. Negli anni ’50 del novecento le precipitazioni erano notevolmente minori e si attestavano sugli 850 mm. annuali circa dunque insufficienti per garantire una produttività accettabile della terra. L’ingegno della popolazione poté però dotare la campagna dell’acqua necessaria per le varie colture, con la realizzazione degli acquedotti. Dapprima cioè tra la fine del settecento e la prima metà dell’800 con opere di presa nei torrenti fatte in modo del tutto grossolano; le prese d’acqua realizzate nella seconda metà dell’800 erano di gran lunga più giovanti, fatte con legni squadrati e il canale principale costruito in muratura; dal 1900 in poi gli acquedotti sono realizzati in modo più evoluto. La presa è fatta per mezzo di una diga con una bocca di derivazione e una vasca di decantazione. I canali sono fatti in calcestruzzo e l’acqua è condotta con una pendenza costante. Gli avvallamenti e altri ostacoli vengono superati con ponti, gallerie e sifoni.

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Progetto per la realizzazione dell'impianto irriguo di Tuenetto

Non senza opposizioni da parte delle autorità provinciali nel 1936 iniziò la costruzione dell’acquedotto di Dardine, Mollaro, Tuenetto, Torra e Segno che capta l’acqua dal torrente Pongaiola che nasce dalle rocce di Rodeza e dopo aver percorso dieci chilometri per una stretta valle affluisce nel Noce (Chini M.B. nelle sue "Memorie di Segno …”, pag. 167 scrive: “Dopo lunghe consultazioni e trattative, ostacolate anche da gente che, per studio ed autorità, andava per la maggiore in provincia - Segno non era fascista - fu inaugurato nel 1937, l’acquedotto irrigatorio, costituito in consorzio, derivato dalla deviazione del torrente Pongaiola, a nord di Priò”). Alcuni testimoni asseriscono che ci volle la mediazione del senatore Enrico Conci per ottenere il finanziamento dell’opera presso una Banca veronese non meglio definita. L’acquedotto della lunghezza di circa 6 km per gran parte costruito a ridosso di una parete strapiombante fu quasi interamente realizzato in economia su progetto dell’ingegner Apollonio di Trento.
L’opera fu inaugurata nel 1937 e permetteva l’irrigazione di circa 75 ettari di campagna. L’acqua concessa, litri 100/s, fu suddivisa in ottavi: 2/8 spettarono a Dardine e altrettanti anche per Mollaro e Segno, Tuenetto e Torra ebbero 1/8 ciascuno. A seguito dell’irrigamento, garantito da questa importante opera, la terra si trasformò da improduttiva a fertile e si poté dare avvio alla coltivazione del melo e del pero che tanto benessere ha portato ai contadini della Pieve.
Arrivò il tempo che il sistema di irrigamento fin lì usato diventò obsoleto e con il cosiddetto boom economico anche gli acquedotti subirono forti ammodernamenti. Fu realizzato in ogni paese l’acquedotto a pioggia caratterizzato dalle tubature in ferro e l’innesto di saracinesche per le girandole. Questo tipo di irrigazione portò incalcolabili vantaggi all’agricoltura. A Tuenetto l’acquedotto a pioggia fu realizzato nel 1960-61 e fu eseguito su progetto dell'ingegner Giulio Dolzani, dalla ditta «Fratelli Menapace Pio e Rodolfo» di Tuenno. Il nuovo impianto irrigava perfettamente circa 20 ettari di terra coltivata per il 95% a melo e pero.

5. - La frutticoltura

A partire dalla metà degli anni '50, le aree coltivate a vite nella pieve di Torra subirono un drastico calo a beneficio di quelle destinate al melo e al pero. I significativi miglioramenti agronomici, l’irrigazione dei terreni (seppure a scorrimento) permise ai contadini di produrre le prime mele e pere destinate alla vendita. Nacque intorno ai primi anni cinquanta del ‘900 l’esigenza di consorziarsi per poter commercializzare la frutta prodotta. In tutti i paesi sorgono i magazzini frutta che cerniscono e stoccano in cassette di legno le mele e le pere. Le varietà coltivate in quei primi anni della frutticoltura, sono oggi scomparse dalle campagne di Tuenetto e sono state sostituite con altre più remunerative e facili da conservare.

6. - Il Consorzio Frutticoltori san Rocco di Tuenetto

La data che segnò la fondazione del Consorzio Frutticoltori San Rocco di Tuenetto è il 4 marzo 1954. La società aveva lo scopo di contribuire al miglioramento economico e morale dei propri soci attraverso l’incremento della produzione agricola. Il socio conferiva l’intero prodotto al magazzino astenendosi dalle attività che fossero in contrasto con gli interessi della società. Sono questi i principi fondamentali della cooperazione. Il primo presidente fu Anselmo Melchiori. Il nuovo magazzino fu edificato in località “pónta del stradón” dall’impresa edile «Inama Dario e Romeo» di Dermulo (l’impresa edile Romeo e Dario Inama faceva parte della Cooperativa muratori fondata da Virgilio Chini, artigiano del marmo a Mollaro e da un terzo socio, Marino Bergamo di Taio); poteva contenere fino a 1400 quintali di mele un quantitativo che oggi fa sorridere ma che per l’epoca era ragguardevole. Nel primo anno furono immagazzinati e commercializzati 800 quintali di mele e pere, ma verso la metà degli anni ’60 la produzione era schizzata a 10mila quintali. Cominciò in questi anni a maturare all’interno di un comitato inter paesano l’idea di realizzare una struttura ancor più rispondente all’intensa crescita agricola. Nel 1967 fu fondata la «Cooperativa Frutticoltori Centro Anaunia - Co.F.C.A.» un impianto moderno che stoccava le mele nelle celle frigorifere ottimizzando nettamente la commercializzazione della frutta.

7. - La Co.F.C.A. - Cooperativa Frutticoltori Centro Anaunia

La prima società cooperativa che in Val di Non adottò il sistema di refrigerazione per la conservazione della frutta fu la «S.C.A.F. Società Cooperativa Aziende Frutticole di Livo» (la società fu fondata nel 1951) che completò la realizzazione delle celle frigorifere 1967; nel 1978 la cooperativa deliberò di erigere una nuova struttura che fu realizzata nel 1980 nelle adiacenze del paese di Livo che serviva le aziende agricole del cosiddetto Mezzalón oltre a quelli del vicino Cis. È del 1966 la costituzione della società cooperativa «Unifrutta» formata da 150 soci di Nanno e Portolo con sede a Nanno che realizzò un magazzino della capienza di 80.000 quintali. (32.000 ad atmosfera controllata e 48.000 a refrigerazione normale).
La Co.F.C.A. (Cooperativa Frutticoltori Centro Anaunia) Società cooperativa a responsabilità limitata, fu fondata nel 1967. La costruzione del magazzino sulla piana tra Segno e Mollaro ebbe inizio nel 1971 e i lavori vennero ultimati nel 1972 e l'attività ebbe inizio con la campagna 1972-73. Formata inizialmente da 245 soci coltivatori diretti, residenti nei paesi di Taio, Tres, Vervò, Dardine, Tuenetto, Mollaro, Torra, Vion e Segno, la Co.F.C.A. era dotata di moderni impianti per la conservazione e la lavorazione della frutta. Oltre alle tradizionali celle frigorifere era provvisto di celle a CO2 (anidride carbonica o biossido di carbonio) per la conservazione in atmosfera controllata che permetteva di commercializzare frutta fresca anche nei periodi lontani dalla raccolta. Il nuovo magazzino era all'avanguardia anche nella lavorazione della frutta: era infatti dotato di macchine atte a confezionare sacchetti a peso legalizzato e vassoi, oltre alle tradizionali lavorazioni di impacco. La Co.F.C.A. commercializzava le mele soprattutto sui mercati italiani, ma anche esteri ed esportava nei paesi aderenti al MEC (Mercato Comune Europeo). Addirittura per facilitare la spedizione della frutta a mezzo ferrovia, la Co.F.C.A. realizzò con la Ferrovia Trento Malé un raccordo su rotaia in modo da caricare i vagoni sul piazzale del magazzino. Il magazzino era organizzato per mettere a disposizione dei soci una serie di servizi tra i quali l'imballaggio vuoto (cassette in legno) che venivano ritirate in autunno per essere riconsegnate con la frutta. Un altro servizio messo a disposizione dalla società, fu quello delle "vasche" di distribuzione e miscelazione dei prodotti fitosanitari e l'acquisto di grandi quantità di concimi a prezzo più basso per la convenienza dei soci. Il nuovo magazzino della capienza di 1000 vagoni (10 mila quintali) costò circa un miliardo di lire ed era costituito da 4 celle frigorifere tradizionali e 8 celle a conservazione in atmosfera controllata oltre a 2 celle di maturazione.
I quantitativi di frutta immagazzinata nei primi anni sarebbero (oggi quasi decuplicati) furono i seguenti:

  • anno 1972/1973 - vagoni 450
  • anno 1973/1974 - vagoni 570
  • anno 1974/1975 - vagoni 600
  • anno 1975/1976 - vagoni 650

Tra il 1967 e il 1970 presero corpo tutte le altre cooperative di soci produttori di frutta della valle: «Contà» di Cunevo, «Consorzio Ortofrutticolo Terza Sponda Revò», «S.A.R.C. Tassullo», «S.A.B.A.C.» Brez, «C.F.C.» Cooperativa Frutticoltori Cles, «C.O.B.A.» Denno. Alla seconda metà degli anni ’70 i magazzini costruiti con criteri di efficienza erano 9 ed erano in fase di progettazione altri cinque complessi: «C.O.PA.Ri.T.» a Taio, «F.A.T.» a Tuenno, «C.O.L.» a Sporminore, «Società Frutticoltori» Campodenno, e «Consorzio Ortofrutticolo Alta Val di Non» a Casez. In seguito alla realizzazione di queste opere, i frutticoltori della Val di Non furono serviti da cooperative moderne, in grado di organizzare in modo programmato la raccolta, la lavorazione e la commercializzazione di tutta la produzione dei soci.

8. - La meccanizzazione

Nel 1951 in Trentino le macchine agricole ufficialmente immatricolate all’UMA (Utenti Motori Agricoli) erano 172 ed i motori 690 (U.M.A. Utenti motori agricoli è uno speciale registro degli agricoltori che godono di assegnazione di carburante a prezzo agevolato. Per sostenere il reddito degli agricoltori lo Stato provvede a fornire combustibile a prezzo agevolato, colorato di verde per permettere un miglior controllo per usi non congrui. Per ottenere i carburanti a prezzo agevolato i contadini sono provvisti di un libretto dove viene annotata la distribuzione di carburante ai soli fini agricoli. La distribuzione era effettuata, specialmente in passato, dai Consorzi Agrari Agrarie); chi ha superato i sessant'anni ricorda il signor Chini Elio di Mollaro effettuare quel servizio per conto della Aziende Agrarie di Trento). A Tuenetto furono Melchiori Anselmo e Coletti Mario i primi nella primavera del 1958 a dotarsi della Fiat La Piccola seguiti nell’autunno anche da Melchiori Teofilo (questa trattrice serviva anche ad altre aziende del paese. La Piccola fu la protagonista della meccanizzazione agricola degli anni 50 e 60 a Tuenetto; essa corrispondeva alle esigenze delle piccole aziende agricole del paese. I costi di esercizio erano molto contenuti e il prezzo di acquisto si aggirava intorno alle 900 mila lire. La Piccola utilizzava un motore Fiat diesel bicilindrico di 1135 cm³ erogante una potenza di 18 Cv, la trasmissione era meccanica con sei marce e una velocità massima di 20 Km/h. La Piccola pesava circa 900 kg. Un altro tipo di trattrice presente a Tuenetto in diversi esemplari fu il Sametto prodotto dalla ditta SAME (S.A.M.E., Società Accomandita Motori Endotermici, di Treviglio Bergamo) che aveva caratteristiche analoghe alla Piccola Fiat, il motore diesel funzionava ad un pistone verticale e sviluppava una potenza di 21 cavalli a 5 marce. Il primo esemplare di Sametto fu acquistato da Magnani Ferdinando seguito da Melchiori Silvio. La prima trattrice a trazione integrale (quattro ruote motrici) arrivò nell’azienda di Melchiori Enrico con il SAME Minitauro 55 Cv, ma qui la meccanizzazione aveva avuto un enorme sviluppo. Oltre al trattore, che sollevò i contadini dai lavori più pesanti, la meccanizzazione portò le falciatrici, le moto pompe per irrorazione e le trincia foraggio. La prima motofalciatrice BCS fu acquistata da Melchiori Silvio. Verso la metà degli anni ’50 compaiono le prime moto pompe per i trattamenti antiparassitari delle marche Condor e Lombardini. Le trincia foraggio permisero di stoccare il fieno in modo più utile; tra le marche più usate a Tuenetto si ricordano Volcan e Lietner.

9. - La Società agricola semplice Biomaggiore

L’atto costitutivo della «Biomaggiore Società agricola semplice», porta la data del 16 dicembre 2017. È l’evoluzione ultima dell’agricoltura a Tuenetto. Dopo un lungo lavoro di preparazione e formazione dei soci la quasi totalità dei terreni agricoli del paese vengono convertiti all’agricoltura biologica. È il primo distretto biologico noneso che coinvolge l’intera comunità di un paese. La fondazione di questa società colloca i contadini di Tuenetto all’avanguardia tra i produttori di mele. Gli agricoltori del paese non sono certo gli unici, ma fanno parte di una indubitabile minoranza rispetto ai produttori facenti parte del Consorzio Melinda. L’unicità dell’esperienza di Tuenetto sta forse nell’aver preso coscienza unitariamente cioè come comunità e non semplicemente come singoli produttori del fatto che la strada della frutticoltura si sta avviando a questo tipo di produzione. Su circa 22 ettari di estimo coltivabile, 20 sono destinati a questa nuova tecnica agricola che esclude l’uso di sostanze chimiche nei fertilizzanti e soprattutto nei trattamenti fitosanitari. Al 25 giugno 2019 le varietà coltivate a Tuenetto con la tecnica biologica sono le seguenti: GOLDEN DELICIOUS 53,87%, GALA 18,35%, RED DELICIOUS 9,84, FUJI 6,30%, MELE RESISTENTI 4,42%, EVELINA 2,43%, GRANNY SMITH 0,06% ALTRE MELE 1,20%.

Visita la pagina dedicata: Biomaggiore

10. - La meteorologia
Nessuna scienza come la meteorologia ha bisogno di essere documentata non solo perché essendo appunto una scienza non lo potrebbe essere senza le rilevazioni, le osservazioni, le misurazioni dei fenomeni fisici che avvengono nell’atmosfera, ma perché senza la documentazione dei vari eventi atmosferici che si susseguono nel tempo ci si dimentica facilmente.
Che tempo faceva a marzo di un anno fa? Quando si è manifestata la fioritura dei meli? Che tempo faceva nel periodo della raccolta? Spesso a queste domande ciascuno ha un ricordo parziale e quasi sempre non proprio veritiero. Solo la registrazione dei dati consente di dare una risposta inconfutabile a queste domande.
A Tuenetto l’osservazione della meteorologia è da qualche decennio “affidata” a Ezio Melchiori dei biani, che senza pretese e tuttavia con metodo scientifico attraverso l’uso di osservazioni e misurazioni dirette e indirette a mezzo di termometro, pluviometro e igrometro, trascrive i dati frutto delle sue rilevazioni su carta.
«A fulgure et tempestate, libera nos domine! Ut fructus terrae dare et conservare digneris te rogamus…»: Oh Signore, liberaci dai fulmini e dalle tempeste! Ti chiediamo di darci e preservarci i frutti della terra. Così si pregava un tempo durante quei riti secolari e propiziatori per la stagione agricola denominati «rogazioni».
In opposizione alla grandine i contadini si sono ingegnati a coprire con apposite reti i frutteti proteggendoli in tal modo dai chicchi di ghiaccio; però contro le gelate non è sempre possibile difendersi. Grandi porzioni di terreno coltivato sono dotate di impianto antibrina come ad esempio la piana di Mollaro, ma la campagna di Tuenetto ne è priva. Per questo le gelate per i contadini di Tuenetto rappresentano ancora un flagello. I ritorni di freddo intenso sono abbastanza tipici della stagione primaverile, ma certamente negli ultimi anni i fenomeni si sono ripetuti con maggiore frequenza.

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La campagna di Tuenetto negli anni trenta punteggiata di gelsi

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La filanda di Mollaro a valle del Castello di Mollaro (Foto Melchiori E.)

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Donne che tolgono i bozzoli (le «gialéte») dalle fascine (Foto Arch. Chini G.)

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Il tino, tinaz, per la fermentazione del mosto

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La bigoncia conzàl per il trasporto dell'uva

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Prima dell'avvento dei trattori

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I grandi «pomari cànada»

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La «coidura», la raccolta delle mele nel «Prà del Cristian» (Foto arch. Daprai L.)

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La varietà Golden Delicious

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Quel che resta del caseificio turnario di Mollaro e Tuenetto (Foto Melchiori E.)

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Lavori di costruzione dell'acquedotto della Pongajola

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La targa posta al termine dell'acquedotto alla «curva del sifón»

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Consorzio Frutticoltori San Rocco di Tueneto

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Cernitrici presso il Consorzio Frutticoltori san Rocco di Tuenetto
Si riconoscono Maria Mattarei, Amalia Magnani, Rita Coletti e Silvana Melchiori

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La mitica Fiat «la Piccola»

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La «Piccola» del Mario Anzolìn

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Magnani Ferdinando alla guida del suo «Sametto»

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Il frutteto pedonabile: pali in legno e varietà resistenti

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Si semina la senape per arricchire il terreno

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La pratica del «frappage», ovvero lo scuotimento delle piante per rilevare la presenza di insetti nocivi